NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 15 marzo 2021

Giuseppe Mazzini: sfortuna e fortuna di un uomo-simbolo


di Aldo A. Mola

 

Uomini e cose tra Sette e Ottocento

La rivoluzione industriale e i movimenti politici tra Sette e Ottocento compressero enormi energie e sprigionarono nuove libertà. A volte ci si sofferma sugli effetti appariscenti più che sui meccanismi che li determinano, sulle luci iridescenti della “giostra” anziché sulla “macchina” che la fa ruotare. Non sempre dagli eventi si risale alla loro progettazione. Perciò la rivoluzione industriale e i movimenti “di massa” parvero e ancora vengono descritti come una macina destinata a comprimere e annientare persone e cose. Invece quell’epoca segnò il trionfo della forza nuova, prodotta dall’intelligenza umana che ideò, produsse e utilizzò la seconda natura. L’industrializzazione modificò il rapporto tra l’uomo e la natura e tra l’uomo e se stesso.

In Occidente, cioè in Europa e nelle Americhe, la riduzione dell’uomo a “cosa meccanica”, a un “aratro vivente” come il filosofo greco Aristotele denominava gli schiavi, fu combattuta e modificata anzitutto dal cristianesimo, che affermò la dignità della persona umana. L’affermazione dell’uomo come soggetto di libertà nello Stato trionfò con le rivoluzioni di fine Settecento in America e in Europa, alimentate dai Lumi, con l’avvento dell’idea di nazione e con il nuovo cristianesimo: fratellanza universale, dignità degli uomini ed emancipazione delle donne, che il Codice napoleonico aveva ancora relegato in seconda fila.

La rivoluzione industriale non venne progettata e attuata da un Potere unitario o da “ingegneri sociali” con un piano occulto. Fu la conseguenza di una somma di eventi, in parte determinati da innovazioni e scoperte, in parte prodotti dal caso.

 

Gieseppe Mazzini: Romanticismo...

In questa cornice si colloca il dramma, cioè la presenza sulla scena storica, di Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 - Pisa, 10 marzo 1872).

Per molti italiani Mazzini è il profeta della repubblica, il patriota che sacrificò la vita per l’Italia una, indipendente e repubblicana. Mazzini volle però essere molto di più. Per lui la Nuova Italia non sarebbe sorta davvero se non con la formazione di un Uomo Nuovo, il cittadino. Non solo. L’indipendenza e l’unificazione per Mazzini erano, dovevano essere, norma di un nuovo ordine universale, la liberazione di tutte le nazioni; emancipazione da ogni forma di oppressione; avvento della fratellanza universale e di una religiosità libera dalle chiese, cioè da organizzazioni fatalmente destinate a inaridire la fede, a impoverire lo Spirito in “pratiche”. Infine Mazzini credeva fermamente nell’immortalità dell’“animo” e nella comunione tra i viventi e gli angeli.

Concepì gradualmente “credo politico” e obiettivi conseguenti. Non li espose mai in un’opera organica. Le sue “opere edite e inedite” e il suo epistolario contano oltre cento volumi. Pubblicò Note autobiografiche per introduzione a una raccolta di suoi scritti, ma non vere e proprie Memorie, né un’autobiografia, perché la sua vita fondeva quotidianamente pensiero e azione al calor bianco della politica, fatta di cospirazione, agitazione, apostolato, reticolo fittissimo di rapporti segreti e di iniziative alla luce del sole.

La sua opera più famosa, I doveri dell’uomo, non è né un trattato né l’esposizione organica di un progetto. È il manifesto di una nuova umanità. Comprende pagine di alta letteratura, di spiritualità, talvolta di perorazione e preghiera più che di pensiero politico vero e proprio. Perciò nel 1902 essa fu pubblicata per le scuole su proposta del ministro della Pubblica istruzione, Nunzio Nasi, massone, e per decreto del re d’Italia Vittorio Emanuele III. Cancellate alcune frasi scomode per la monarchia, i Doveri erano incitamento al patriottismo, al civismo. Contrappongono l’idealismo al materialismo, la fratellanza agli interessi di classe, il sacrificio al calcolo. Nel 1904 il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti promosse l’edizione nazionale delle opere di Mazzini, a conferma della compatibilità tra spiritualismo mazziniano e monarchia costituzionale.

..e politica

La vita di Mazzini fu scandita in diverse stagioni, fatte anche di dubbi, sconforti, drastiche svolte. Essa ebbe però una continuità di fondo. Una sorta di melodia ora malinconica ora tragica che ne accompagnò le molte fasi, scandite da iniziazione e profezia. La madre, Maria Drago, lo educò all’amore per l’Italia e all’etica del sacrificio, nel solco dei grandi spiriti, da Dante a Ugo Foscolo. A sedici anni Giuseppe vide i liberali piemontesi, sconfitti nel 1821, in partenza da Genova per l’esilio: uno spettacolo di amara desolazione ma capace di infondere generosa fiducia nella Storia se dominata dal pensiero e dall’azione: formula che ricalca l’identificazione di reale e razionale di Hegel, ma senza “rassegnazione”, né al Fato né agli dèi.

Con quelle premesse, a ventidue anni Mazzini si fece iniziare alla Carboneria, associazione segreta impregnata di religiosità e di patriottismo. Arrestato su delazione (13 novembre 1830) e incarcerato a Savona, posto dinnanzi alla scelta tra confino ed esilio (18 gennaio 1831), scelse l’espatrio. Dopo un soggiorno a Ginevra e a Lione, fondò a Marsiglia l’associazione segreta “Giovine Italia”. Essa escluse chi contasse più di quarant’anni, cioè fosse nato prima della Convenzione repubblicana francese del 1792, assunta a spartiacque della storia come già aveva intuito Wolfgang Goethe. La “Giovine Italia” segnò una cesura generazionale. Un bene? Una forzatura? Per dar vita a un nuovo corso, Mazzini ruppe il legame ideale e pratico con quanti avevano vissuto l’età napoleonica e la restaurazione con tutte le loro contraddizioni, i compromessi, i tentativi di conciliare il vecchio e il nuovo. Gli associati giuravano di volere l’Italia “una, indipendente, libera e repubblicana” e di prestare obbedienza totale. Il tradimento era punito con pene severe, incluse la morte e la damnatio memoriae.

Mazzini sublimò il suo rapporto con la famiglia originaria nell’appassionato carteggio con la madre. Non estraneo alle passioni naturali, ebbe un bimbo da Giuditta Sidoli, a sua volta esule politica, vedova e già madre di quattro figli, ma non lo riconobbe né se ne occupò. Non formò mai una famiglia propria, perché si dichiarava votato a una missione universale. I primi tentativi di attuare il programma della “Giovine Italia” ebbero esiti catastrofici. Molti associati furono scoperti, arrestati, torturati, condannati anche alla pena capitale. Uno tra i suoi amici più cari, Jacopo Ruffini, si uccise in carcere nel timore di non reggere agl’interrogatori sotto tortura. L’invasione della Savoia per suscitare l’insurrezione generale nel regno di Sardegna, naufragò miseramente (1834). A Genova il trentasettenne capitano di marina Giuseppe Garibaldi, che doveva agire in concomitanza, si trovò solo all’appuntamento con l’insurrezione e scampò all’arresto con rifugiandosi in Francia, inseguito dalla condanna a morte per diserzione.

Mazzini non resse alla prova del fuoco. Si smarrì. Malgrado il cocente insuccesso, alzò il tiro con la fondazione della “Giovine Europa”. Il riscatto dell’Italia doveva accompagnarsi alla redenzione di tutte le nazioni oppresse. Rimase convinto che l’insurrezione e la proclamazione della repubblica anche in un solo villaggio avrebbe scatenato la rivoluzione generale: un’illusione che costò tanti sacrifici ed esasperò la sua contrapposizione ai moderati, bollati come codardi.

Costretto a migrare dalla Svizzera alla Francia, ora arrestato ora espulso, nel 1837 Mazzini approdò a Londra. Dopo la “tempesta del dubbio” accentuò l’aspetto profetico della sua missione. Fondò il periodico L’apostolato popolare per educare e contrastare il materialismo dilagante. Molti pensarono che fosse segretamente finanziato da governi, correnti politiche e gruppi religiosi, anzitutto inglesi, che erano i beneficiari politici della sua azione perché destabilizzava il sistema della Santa Alleanza.

Altre iniziative ispirate dal suo insegnamento ebbero esito tragico. Fu il caso della spedizione guidata dai fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, ufficiali della Marina asburgica. Arrestati, vennero fucilati coi loro seguaci al vallone di Rovito (Cosenza, 1844), confortati da un sacerdote massone.

Nel 1831 Mazzini aveva sfidato il trentatreenne Carlo Alberto, appena asceso a re di Sardegna, a prendere la guida dell’unificazione italiana. Per assecondare quel disegno si dichiarò pronto a sacrificare l’opzione repubblicana all’obiettivo dell’unità. Altrettanto fece l’8 settembre 1847 con una lettera pubblica a Pio IX. Nel 1848-1849 cercò invece di sottrarre l’iniziativa politico-militare sia a Carlo Alberto, sceso in guerra contro l’Austria, sia a Pio IX, il cui miglior ministro, Pellegrino Rossi, fu assassinato (con rituale settario, si disse) appena nominato presidente del governo.

Accorso a Roma, ove su impulso di Carlo Luciano Bonaparte e Giuseppe Garibaldi il 9 febbraio 1849 era stata proclamata la repubblica, Mazzini fece parte del triumvirato di governo col forlivese Aurelio Saffi e Carlo Armellini (29 marzo) e vi pubblicò “L’Italia del Popolo”. Si dimise il 30 giugno, quando la Repubblica stava crollando sotto l’offensiva delle truppe inviate da Luigi Napoleone Bonaparte, principe-presidente della repubblica dei francesi e poi imperatore. Riprese le fila della cospirazione, il suo programma conobbe altre tragiche pagine con l’arresto e l’impiccagione di affiliati, incluso il sacerdote Enrico Napoleone Tazzoli, e con il clamoroso insuccesso dell’insurrezione milanese del 6 febbraio 1853. Pensava di avervi 5-10.000 seguaci. Se ne contarono una ventina. Il 13 febbraio scrisse: “Mi ritiro completamente dal lavoro di cospirazione in Italia”. Il 23 dichiarò: “Il Comitato Nazionale Italiano è disciolto”; ma poi riprese l'azione. Non solo si oppose (con tanto di malaugurio) alla partecipazione del regno di Sardegna alla guerra franco-anglo-turca contro la Russia, che consentì a Cavour di proporre la “questione italiana” all’attenzione delle grandi potenze nel Congresso di Parigi del 1856, ma organizzò un’insurrezione a Genova. Fu pertanto condannato a morte, mentre il tentativo di Carlo Pisacane di incendiare il Mezzogiorno con un’invasione fallì miseramente (1857).

Ormai schivato dalla Società Nazionale Italiana, da Garibaldi e dalla maggior parte dei patrioti, nel 1859 Mazzini tramò ai danni dell’alleanza franco-piemontese contro l’Austria, tentò di precedere i fiduciari del governo di Torino nelle terre poi annesse e nel 1860 cercò di dirottare l’impresa dei Mille guidata da Garibaldi con l'insegna “Italia e Vittorio Emanuele” verso la proclamazione della repubblica, ma non ottenne alcun successo. L’antico carbonaro, massone e patriota milanese, a lungo imprigionato allo Spielberg, Giorgio Pallavicino Trivulzio, presidente della Società Nazionale, gli intimò ruvidamente di lasciare Napoli perché “pur non volendolo, voi ci dividete” e invitò a votare per l'“Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele II re costituzionale”.

 

Sconfitta politica, vittoria postuma?

Il 5 novembre 1860 Mazzini stilò a Caserta il programma dell’Associazione Unitaria Nazionale ma subito dopo lasciò l’Italia per Londra. Tramite Demetrio Diamilla Muller nel 1863 ebbe contatti con Vittorio Emanuele II per affrettare l’annessione del Veneto all’Italia, ma aveva ormai scarso seguito e modesta influenza. La nascita dell’Internazionale socialista (Londra, 1864) ne accentuò l’isolamento nell’ambito del movimento operaio europeo. L’ascesa militare della Prussia, la riorganizzazione dell’Impero d’Austria con il riconoscimento dell’Ungheria e il declino di Napoleone III quale promotore delle nazioni finirono per nuocere proprio al progetto mazziniano di un’Europa dei popoli. Dal 1864 l’influenza di Mazzini sui democratici italiani fu messa apertamente in discussione da Garibaldi (accolto trionfalmente a Londra), che gli rimproverava di aver intralciato l’unità d’azione nelle fasi cruciali delle guerre per l’indipendenza. Francesco Crispi proclamò alla Camera che la monarchia univa mentre la repubblica avrebbe diviso. Nel 1866 Mazzini tentò di ostacolare l’alleanza con la Prussia contro l’Austria e deprecò la conclusione della terza guerra d’indipendenza, che all'Italia fruttò l'annessione di Venezia. L’insorgenza repubblicana a Palermo non ne accrebbe il prestigio.

In settembre l’“Apostolo” pubblicò il manifesto dell’Alleanza repubblicana universale. La Camera annullò due volte la sua elezione a deputato nel collegio di Messina. Rieletto una terza volta, rifiutò il seggio perché la sua assunzione comportava il giuramento di fedeltà allo Statuto. Il crepuscolo incombeva. Visitò a Lugano Carlo Cattaneo poco prima della morte (2 febbraio 1869).Tentò ancora di riorganizzare i repubblicani, sia con un convegno a Lugano sia con un incontro a Genova, presieduto dal genero di Garibaldi, Stefano Canzio (marzo 1870). All’inizio della guerra franco-germanica del 19 luglio 1870, quando il governo italiano mise in cantiere l'annessione di Roma, partì per la Sicilia deciso a suscitarvi un’insurrezione che avrebbe dissuaso il governo da qualsiasi aiuto a Napoleone III, ma fu arrestato e imprigionato a Gaeta. Amnistiato per la seconda volta in breve tempo (14 ottobre), venne tradotto senza fretta al confine svizzero. Transitò per Roma, ma non volle uscire dalla stazione per rivedere la città. Ormai era annessa al Regno, con Vittorio Emanuele II al Quirinale e Pio IX in Vaticano. Due monarchie, una costituzionale, l’altra assoluta. La Repubblica? A Pisa sostò nella casa di Enrichetta Nathan Rosselli. A Genova si raccolse in meditazione sulla tomba della madre. Poi raggiunse Lugano e da lì Londra, sorvegliato ma non “ricercato”. Aveva perso tutte le battaglie.

Nel febbraio 1871 tornò a Lugano per organizzare il Patto di fratellanza tra le società operaie italiane, ufficialmente avversato dal governo di Roma, che nondimeno lo preferiva alla propaganda dell’internazionale anarchica e social-rivoluzionaria, perché comunque poneva in primo piano l’Italia e gli italiani.

Il 6 febbraio 1872 Mazzini raggiunse Pisa in incognito, ospite dei Nathan Rosselli. Sapendolo infermo, il governo sorvegliò con discrezione e ne garantì il sereno trapasso in patria. Morì il 10 marzo, vegliato da Sarina Nathan, Felice Dagnino, Agostino Bertani, capofila dei radicali, e da Adriano Lemmi, il “banchiere della rivoluzione”, che lo avvolse nello scialle già posto su Carlo Cattaneo morente, a suggello della continuità ideale di mazziniani unitari e federalisti, mentre albeggiavano i radicali, avviati alla conciliazione con la monarchia costituzionale.

Imbalsamata, la sua salma fu trasferita al cimitero di Staglieno (Genova) con un solenne trasporto per ferrovia, come narrò Sergiò Luzzatto nell'eccellente La mummia della Repubblica (Rizzoli). Fu salutata a ogni tappa da folle commosse. Meta di pellegrinaggio, la sua tomba rivaleggiò con il garibaldino Scoglio di Quarto quale simbolo del patriottismo italiano. Il giorno della sua morte fu adottato per la celebrazione dei defunti da parte della massoneria italiana, che lo esaltò gran maestro dell’“idea”. Mazzini tuttavia non fu mai iniziato né frequentò alcuna loggia per la radicale diversità tra il suo programma, tutto politico, e il “metodo massonico”, transnazionale, tra la “fede” e il “dubbio”. La sua superiorità alle sconfitte può insegnare molto anche a “monarchici” che hanno dissipato 10.700.000 dei voti ottenuti il 2-3 giugno 1946. Questione di “fede”?

 

FOTO E BOX

MAZZINI, UOMO UNIVERSALE

 

Nel 1871 Mazzini dette impulso al settimanale “Roma del Popolo”, diretto da Giuseppe Petroni, condannato a morte dal governo di Pio IX e per quasi vent’anni prigioniero politico. Il foglio si contrapponeva alla Roma dei papi e a quella di Vittorio Emanuele II, che però anno dopo anno attrasse radicali e repubblicani transigenti (come il “fratello” Aurelio Saffi, nel 2019 biografato dall’Associazione culturale di Forlì, che ne assunse il nome nel 1900) all'insegna dell’unità della patria e della concordia dei cittadini.

Nel 1890, su proposta del governo presieduto da Francesco Crispi, il Parlamento deliberò l’erezione in Roma del monumento nazionale a Mazzini (opera di Ettore Ferrari, venne “scoperto” all'Aventino solo nel 1949). La Nuova Italia lo riconosceva tra i suoi profeti, come spiegò alla Camera il ministro della pubblica istruzione, Michele Coppino, massone. Due anni dopo a Genova venne fondato il partito dei lavoratori italiani, poi partito socialista italiano, contrapposto anche al mazzinianesimo ma alimentato da società operaie di matrice mazziniana. Dal canto suo il partito repubblicano italiano, nato nel 1897 con il motto “definirsi o sparire”, affiancò al suo magistero quello di altri repubblicani, come Alberto Mario.

Mazzini fu dunque un “uomo universale”, come scrisse l'esoterista Carlo Gentile. Le sue idee si propagarono ovunque. La sua immagine ascetica affascinò. Col tempo fu dimenticata la catena dei suoi errori politici dall'esito spesso tragico. Rimase l’esempio di rigore e coerenza. Mazzini divenne emblema della speranza di tempi migliori e della necessità di impegnarsi per realizzarli. Mostrò che le idee si affermano attraverso la comunicazione: lettere, circolari, manifestini, giornali, associazioni, leghe, partiti... Non basta averne; bisogna diffonderle. Non per caso si propose come Apostolo. Evangelista, aggiungiamo. Religioso nell’età del materialismo, profeta di sentimenti contro l’aridità dell’affarismo, fu il maggior romantico del Risorgimento, ma nell’edificazione della Terza Italia venne eclissato da due passionali di buon senso, Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi.

domenica 14 marzo 2021

“ITALIA UNITA – L’IMPRESA DI 160 ANNI FA”: A TG2 DOSSIER IL RISORGIMENTO IN PRESA DIRETTA

 

COMUNICATO STAMPA

RAI – Radiotelevisione Italiana

TG2




“ITALIA UNITA – L’IMPRESA DI 160 ANNI FA”: a TG2 DOSSIER IL RISORGIMENTO IN PRESA DIRETTA

Nel 2021 convergono tre anniversari importanti per la Storia del nostro paese: i 160 anni della proclamazione del Regno d’Italia; i 150 anni di Roma capitale del nuovo Stato unitario; i 200 anni dalla nascita di Anita Garibaldi, eroica compagna dell’Eroe dei Due Mondi e figura-simbolo del prezioso contributo femminile alla lotta per l’indipendenza nazionale.  TG2 Dossier propone una puntata dedicata alla genesi della nuova entità istituzionale.

“ITALIA UNITA – L’impresa di 160 anni fa” sabato 13 marzo 2021 alle 23,30 e domenica 14 marzo in replica alle 10.10 circa ripercorrerà i momenti-chiave e le principali battaglie dell’unificazione con storici come Silvia Cavicchioli, Pierangelo Gentile, Silvano Montaldo, Carmine Pinto, Andrea Ungari, esperti militari come Alberto Leoni e Sergio Valzania, ma soprattutto grazie all’eccezionale contributo di testimonial “genealogici” dell’epopea risorgimentale quali Costanza Ravizza Garibaldi, Giuseppe Garibaldi jr e Francesco Garibaldi Hibbert, discendenti di Giuseppe e Anita Garibaldi; Aimone di Savoia Aosta, discendente di Re Vittorio Emanuele II; Anna Maria Menotti, pronipote del patriota Ciro Menotti; Guido Palamenghi Crispi, discendente di Francesco Crispi; Ernesto Pisacane, pronipote di Carlo Pisacane; Nicolò San Martino d’Agliè di San Germano, parente ed erede di Camillo Benso di Cavour. Le loro voci si alterneranno a quelle degli esperti per ricostruire il clima politico e sociale, ma anche ideale ed emotivo, della stagione che ha trasformato l’Italia, “espressione geografica” divisa e sfruttata da 14 secoli in una nuova realtà sovrana, protagonista della scena europea.

Capitolo XIX :La sconfitta e il ritorno in Italia

 

di Emilio Del Bel Belluz

 

 I mesi che seguirono furono inanellati da altre vittorie. Carnera l’otto settembre 1930 combatté a New York vincendo contro Pat Mc Carthy per KO. Salì, poi, sul ring il 17 settembre contro Jack Gross che sconfisse per arresto del combattimento alla quarta ripresa. I giornali sportivi scrissero che Carnera si stava avvicinando ai primi posti della classifica mondiale. I tifosi continuavano a seguirlo, gli arrivavano delle lettere di ammiratosi sia dall’America, che dall’Italia. 


Carnera cercava di rispondere a tutti con l’aiuto di una giovane che gli leggeva le lettere e gli preparava le foto a cui fare la dedica. Il campione si era fatto fare da un tipografo alcune centinaia di foto, dove lo si vedeva in tutta la sua grandezza con i guantoni, e la bandiera italiana sempre vicina, donatagli dalla sua cara maestra assieme al libro Cuore che ogni tanto si rimetteva a leggere alcuni capitoli, rimanendone confortato. La sua maestra era in cielo, e sicuramente lo proteggeva da lassù. Primo, nei momenti di solitudine, tornava con il pensiero alla sua maestra e alla sua mamma. In quei giorni era stato a trovare il suo amico sacerdote, che lo accolse con felicità, e gli parlò del suo ultimo incontro di cui aveva letto sui giornali. 

Al curato piaceva intrattenersi con Carnera, discorrevano dell’Italia e dei poveri in difficoltà. Il pugile, a volte travolto dalla nostalgia, gli raccontava che gli mancava l’Italia, il paese dove era nato e vissuto e dove avrebbe voluto ritornare. Nella boxe non era facile farsi degli amici sinceri, parlare a cuore aperto con qualcuno. Il mondo del ring era spietato, era un susseguirsi di persone che conoscevi superficialmente e poi, non incontravi più. Il sacerdote gli disse che il miglior amico che possediamo è il buon Dio, nessuno più di lui ti sta accanto e non ti tradisce mai. Gli raccontò, inoltre, che la mucca che aveva donato era stata molto utile, tante bocche di bambini erano state sfamate, grazie alla sua bontà.

La vecchia perpetua aveva portato un dolce, Carnera ne mangiò con piacere più fette, e bevve del buon vino, che lo rese allegro. Il sacerdote gli volle raccomandare la preghiera e l’amore verso gli altri, come era sua consuetudine fare. Nel mese di ottobre avrebbe compiuto 24 anni, al suo paese molti amici della sua età erano già sposati, avevano una moglie che li aspettava a casa, dei figli; e questo lo faceva riflettere, anche lui voleva una famiglia ed una donna con cui invecchiare assieme. Il sacerdote lo guardò e gli disse di stare tranquillo, un domani dopo la boxe, avrebbe anche lui trovato una donna da amare, perché il buon Dio aveva scritto una pagina importante anche per lui. Il parroco poteva sentire dove la nobiltà d’animo poteva arrivare. 

Carnera era tra quelle persone buone che cercavano pace. Lasciata la canonica, ritornò all’albergo, dove lo attendevano Paul Journée e Léon Sée. Gli comunicarono che il prossimo incontro lo avrebbe fatto a Boston contro Jim Maloney, un pugile di una certa fama, e che bisognava riprendere gli allenamenti con molta determinazione. Ad ottobre, mese del suo compleanno, desiderava come regalo, la vittoria contro Maloney. Il mese settembre stava finendo, gli allenamenti diventarono molto più duri del previsto, l’avversario doveva essere domato, non si poteva arrivare impreparati. In palestra, per una ventina di giorni, venne arruolato un pugile piuttosto forte, che aveva girato il mondo con la boxe. Costui doveva fare lunghe sessioni di guanti con Carnera. Maloney aveva battuto nel 1924 Jack Sharkey. Successivamente Maloney venne sconfitto per ben due volte da quest’ultimo. Carnera ricordava, poi, che, una sera, parlando con Bertazzolo disse che aveva incontrato Maloney due volte ed in una era riuscito a vincere, grazie ad una scorrettezza dell’avversario, perché lo colpì mentre se ne stava tornando all’angolo. L’incontro si svolse sempre a Boston, ambiente molto favorevole a Maloney. Nella rivincita disputata sempre a Boston, Bertazzolo venne sconfitto e durante il match si ruppe una mano. Questo avversario che aveva una fama nella boxe, andava affrontato nella miglior forma possibile. A Carnera sarebbe piaciuto avere come allenatore per la sessione di guanti Bertazzolo, gli sarebbe stato di sicuro molto utile. I giorni degli allenamenti passarono molto velocemente, il solo svago di Primo consisteva nel leggere i giornali che parlavano di lui, ora qualche parola d’inglese faceva parte del suo vocabolario. Nella sua stanza aveva una valigia speciale, dove raccoglieva tutto ciò che parlava di lui. La ragazza, figlia dell’albergatore napoletano, gli consegnava spesso dei plichi di ritagli incollati su dei fogli bianchi e con una calligrafia molto precisa vi annotava la data dell’articolo e il nome del giornale. La valigia in quel periodo americano era diventata sempre più piccola. Carnera acquistava pure il giornale americano - The ring - che gli aveva dedicato alcuni articoli e una copertina. Il 7 ottobre 1930, a Boston, Carnera affrontò il pugile J. Maloney. 

Molti scommettitori lo davano per favorito, grazie alla serie impressionante di vittorie per KO ottenute in quell’anno. Ma questa volta Carnera perse ai punti in dieci riprese. Il match fu uno dei più brutti che avesse disputato. Primo ricordò le parole di Bertazzolo che lo avevano messo in guardia da Maloney. Dopo la fine del combattimento Carnera, tornando negli spogliatoi, mostrava il volto della sconfitta, il suo allenatore cercava in tutti i modi di farlo sorridere, ricordandogli che una mancata vittoria aveva radici per un futuro trionfo. Carnera, però, gli ricordava che questa sconfitta gli comprometteva il suo incontro per il titolo mondiale che sembrava cosa fatta. Aveva disputato ben ventiquattro incontri e ne aveva vinti ventitré per kO, ma questa volta aveva perso con un avversario che non era il campione del mondo. Léon Sée stava a sentire anche lui infastidito, quella battuta d’arresto non doveva accadere, aveva in mano le carte per il mondiale, che si sarebbe potuto fare all’inizio del 1931. Ora le cose erano talmente ingarbugliate che bisognava ricominciare da capo. Léon Sée, che era un uomo che non si arrendeva mai, pensò al da farsi, ma non lo disse, né a Primo, né a Paul. 

I giorni che seguirono erano contraddistinti da una grande malinconia che s’impadronì di Carnera. I suoi ammiratori gli erano rimasti vicini, e qualcuno gli disse che quell’incontro non doveva combatterlo a Boston, la casa del suo avversario, perché aveva dalla sua parte molti tifosi. Carnera decise che si sarebbe concesso una settimana di vacanza, voleva andare a comprare qualche dono, ma per lui il 25 ottobre non sarebbe stato un compleanno felice. Gli sarebbe piaciuto festeggiarlo come si deve, con poche persone che gli stavano vicine a New York, nel locale del suo amico napoletano, ma non aveva lo stato d’animo adatto. Qualche giorno dopo il match, era tornato a mangiare in quel locale, la figlia del proprietario gli aveva preparato i ritagli di giornale, ben sistemati come sempre faceva; includendo anche quelli dell’ultimo match con J. Maloney e il plico era diventato piuttosto spesso. Tanti giornalisti avevano scritto su questa sconfitta, solo qualcuno aveva detto che il match perduto non gli pregiudicava la possibilità di battersi per il mondiale. Coloro nelle cui vene scorreva sangue italiano si riconoscevano in Carnera, lo vedevano come il lato buono e nobile dell’Italia, un atleta che era amato da Mussolini e che rappresentava la forza nella boxe. 

Un giornalista che aveva intervistato Léon Sée aveva detto che in redazione erano arrivate tante lettere di persone che avevano considerato Carnera ancora più grande, anche nella sconfitta. La ragazza timidamente gli diede una pacca sulla spalla per dargli coraggio, e trovò nel volto di Primo un sorriso inaspettato e questo le era bastato. La giovane gli voleva bene, lo stimava, gli era grata che da quando frequentava il suo locale, molte persone venivano a mangiare. Chiedevano di Carnera, ammiravano le sue foto appese alla parete di cui una in particolare dove lo si vedeva con in guantoni rivolti verso l’alto in segno di vittoria. Per il campione quel ristorante era un posto che gli faceva respirare l’aria di casa. Il proprietario gli faceva trovare delle specialità napoletane, tra cui la pizza Margherita che gli piaceva molto perché era semplice come lui. Carnera gradiva i volti sereni, i momenti gioiosi potevano sparire all’improvviso, è la vita che spesso è complicata. In quel locale vedeva gente italiana che voleva stare con lui. Qualcuno gli chiedeva di fare una foto assieme. 

I tifosi, anche dopo questa imprevista sconfitta, lo consideravano un grande del pugilato, per loro sarebbe diventato campione del mondo. Gli italiani che erano emigrati in America lavoravano sodo con lo scopo di accantonare dei soldi per comprarsi una casa modesta ed un piccolo fazzoletto di terra in Italia. Ma la maledetta crisi del 1929 aveva fatto sfumare i loro sogni, le loro aspirazioni, molti non possedevano neppure i soldi per tornare a casa, con grande dispiacere di Carnera. Primo in quei giorni decise di andare ancora una volta dal suo amico parroco, voleva stare con lui perché gli piaceva la sua compagnia e, nel frattempo, il suo allenatore e Léon Sée avrebbero pianificato i prossimi combattimenti. Il suo amico sacerdote lo accolse come sempre con felicità, la perpetua gli preparò un dolce e colse l’invito di pranzare assieme. 

Il curato gli chiese di accompagnarlo a far visita ad un malato. Carnera ne fu felice e s’incamminarono verso la destinazione. Il parroco era a conoscenza della sua battuta d’arresto, arrivata in modo inaspettato. Nella vita capitano dei momenti di difficoltà in cui tutto ci sembra insormontabile e l’animo di Carnera era colmo di tristezza. Ma bastava che ritornasse con la mente alle vittorie dei combattimenti dell’ultimo anno per ritrovare la forza di risollevarsi. Il curato gli consigliò di ritornare in Italia per disputare il titolo italiano di pesi massimi e poi tornare in America per la sfida mondiale. Il prete gli disse, inoltre, che aveva già 24 anni ed era ora di trovare una brava ragazza con cui pensare a formare una famiglia. Carnera rispose che il mondo della boxe non gli garantiva ancora un futuro economicamente tranquillo. Ma non gli nascose che in Francia frequentava una giovane, alla quale, però, non aveva più scritto. Ritornati in canonica pranzarono assieme e per la prima volta il vecchio curato aveva visto quanto mangiasse il campione e ne fu felice. Carnera si congedò dal suo amico sacerdote che era già scesa la sera, e si sentiva meno triste. Pensava che era compito di ogni uomo lasciare un mondo migliore di quello che aveva trovato. Canticchiò una canzone e si avviò verso un taxi per tornare in albergo.

 


sabato 13 marzo 2021

Discorso commemorativo dell'on. prof. Alfredo Covelli nel centenario della nascita di Re Vittorio Emanuele III - seconda parte

 

Era, dunque, fatale che, sul filo stesso dell'unità e libertà conseguite nel Risorgimento, il Regno d'Italia, organizzandosi a Stato moderno, riorganizzando le sue finanze, il suo sistema tributario, il suo credito, chiamasse a partecipare alla vita pub­blica categorie sempre più vaste, ed era fatale che queste cate­gorie esercitassero un controllo sempre più profondo. I patrioti più rigorosi consideravano questo progresso con grande preoc­cupazione, non certo perché fossero fautori di una monarchia assoluta; ma perché sapevano, avendo personalmente parteci­pato alle lotte del Risorgimento, che la Monarchia costituzionale aveva messo radici solo in una ristretta minoranza, sia pure scelta e nobilissima per opere ed ideali.

Con quale animo, con quali sentimenti, domandavano i pa­trioti, venivano nella vita pubblica le nuove categorie, in con­seguenza del progressivo allargamento del suffragio? Un giorno, avrebbero partecipato alla lotta i cattolici, con le loro rivendi­cazioni e i loro programmi. E intanto avanzavano le masse lavo­ratrici, oppresse da terribili condizioni economiche ed ispira­vano non solo i primi socialisti, i radicali, i repubblicani, ma persino i liberali della giovane generazione, come Giolitti. Questa prima, tumultuosa avanzata delle masse operaie e contadine, spinse gli agrari e i ceti abbienti più retrivi, che per loro senti­mento sarebbero stati borbonici, granducali, austriacanti, o pa­palini, dalla parte dei patrioti del Risorgimento. Si costituì di fatto un fronte unico tra coloro che nei movimenti di sinistra vedevano la palingenesi sociale coloro che vedevano in essi dei pericoli per la malcerta, malfondata, troppo recente unità.

Indubbiamente, quelle poche centinaia di migliaia di per­sone che partecipavano pienamente, consapevolmente agli ideali del Risorgimento, avrebbero preso molto sul serio il regime rappresentativo, se i diritti politici fossero rimasti un privilegio esclusivo della' loro categoria. Senonché, la caduta della Destra storica implicava necessariamente un progressivo allargamento del suffragio elettorale. Il diritto di voto si estendeva ad uomini sempre meno capaci di discernimento politico, sempre meno capaci di concepire la responsabilità dell'elettore. Era, in con­seguenza, sempre più difficile mantenere la maggioranza par­lamentare nella cerchia di uomini sicuri. Si trattava, natural­mente, di temere, e, se era possibile impedire, che la Camera dei Deputati fosse invasa da forze disgregatrici e antiunitarie.

Per queste ragioni, nei dieci tormentatissimi anni di cui stiamo discorrendo, dopo la lunga politica di rilassamento di Agostino Depretis, si era passati alla estrema destra di Crispi, alla sinistra di Giolitti; poi di nuovo alla destra di Crispi, e poi ancora ad una destra puramente nominale con Di Rudinì, che allargò bruscamente i freni. Così si arrivò finalmente al Gene­rale Pelloux e al tentativo di ridurre le libertà costituzionali. Fu certamente questo clima rivoluzionario di sinistra, ad arro­ventare il cervello del regicida Bresci.

Quello del moderato Saracco era un modesto governo di transizione che preparava il passaggio ad un liberalismo di sini­stra molto più avanzato. Ma il regicidio dimostrava che i timori patriottici dei «reazionari» erano più che fondati. I movimenti di sinistra investivano fatalmente la Monarchia. Questa non era una istituzione storica consumata dai secoli e dall'uso, che si potesse in qualsiasi momento sostituire con la Repubblica: essa era il compromesso unitario, liberamente e consapevolmente ac­cettato da tutte le componenti del Risorgimento. L'unico compro­messo possibile e valido, ancora oggi. Il crollo della Monarchia avrebbe significato non l'inizio di un esperimento mazziniano, ma un tumultuoso esperimento di affrettate e rivoluzionarie rifor­me sociali, che in quella Europa e in quella Italia avrebbero scatenata la reazione, non degli artefici dell'unità, ma delle forze retrive che erano state compresse dal Risorgimento. E che cosa se non l'unità e l'indipendenza si sarebbero perdute in quella catastrofe inevitabile? E che cosa, infatti, si è perduto nella cata­strofe del 2 giugno 1946, se non l'unità e l'indipendenza della Patria?

C'erano, dunque, in quel 1910, molte buone ragioni per restrin­gere i freni, per limitare le libertà e per ridurre il suffragio. Alle classi lavoratrici si sarebbe potuto dire che, in ultima analisi, il loro primo interesse era, appunto, nell'unità e nella indipendenza. Senza unità e indipendenza, qualsiasi conquista sociale sarebbe sfumata.

Se si fosse seguita questa politica, alla quale il Paese era psicologicamente preparato, la Dinastia vi avrebbe trovato la sua convenienza: la parte più fanatica dei «risorgimentali», si sarebbe stretta maggiormente intorno alla Corona; questa classe dirigente sarebbe stata accresciuta dall'appassionato consenso di tutti gli altri ceti conservatori. La Dinastia, insomma, si sa­rebbe fatta quella solida base nazionale di cui Umberto e Mar­gherita avevano sentito la mancanza.

Ma Vittorio Emanuele III non fu di questo avviso. Egli scelse consapevolmente la via più aperta e più rischiosa in un momento in cui, di fatto, se non di diritto, la sua opinione aveva valore decisivo. La solenne promessa di rispettare le libertà co­stituzionali, scaturita liberamente dal suo cervello, fatta in quel momento, mentre era ancora caldo il corpo esanime del padre ucciso dalle sinistre, significava respingere nettamente la tesi «reazionaria» e aderire nettamente alla tesi di Giolitti, che era un uomo di sinistra, temuto e combattuto dalla destra patriottica come un pericoloso avventuriero.

Da quel 1910 nacque progressivamente la «dittatura parla­mentare» di Giovanni Giolitti, quel periodo aureo del nostro Paese che uno storico molto brillante ed acuto, doveva denomi­nare, la «Monarchia socialista». In verità, l'Italia si è fatta — quell'Italia che, nonostante tutto, ancora dura — tra il 1900 e il 1912. Dodici anni di vita operosi sono molti nella vita di una nazione moderna: si accumulano tante energie che, poi, due o tre catastrofi non bastano a disperderle. Alla base di quel felice periodo c'è l'incontro di due uomini e di due caratteri. Un Re e un Ministro: il ministro adatto a quel Re, e il Re adatto a quel ministro, sebbene l'uno e l'altro si amassero poco o nulla. Ma erano ugualmente e armonicamente, servitori dello Stato.

Erano, tanto Vittorio Emanuele III che Giovanni Giolitti due temperamenti, per dirla in termini brutti, ma moderni, «antieroici» in senso liberale. Ma se questo era logico e normale, in un uomo come Giolitti, che era nato e cresciuto nella vecchia Sinistra italiana antieroica e sdrammatizzatrice in opposizione alla Destra storica, che era per le sue stesse origini, eroica e romantica, appariva singolare e ammirevole nel Re.

Il giovane Principe di Napoli, figlio di due più brillanti Sovrani d'Europa, di Umberto e Margherita, che regnarono con pre­stigio, con lustro, con impegno anche mondano, per rispondere agli ideali e al sentimento degli italiani che avevano fatta l'Italia una, il giovane Principe, dicevo, si era fatta una personalità e un carattere del tutto moderni; anzi, purtroppo, in grande anticipo sul livello morale, civile e democratico raggiunto dal popolo italiano. Egli volle essere, in tutti i gradi della sua rapidissima carriera, soprattutto un soldato estremamente coscienzioso e consapevole dei suoi doveri. Un soldato prima che un Principe. E come soldato venne trattato, in ogni grado, dai suoi superiori, e persino con particolare severità. (Ricorderemo, qui, per inciso, che suo genero, il Conte Calvi di Bergolo, fu sempre l'ultimo ad essere promosso). Da Principe Ereditario e da Re, Vittorio Ema­nuele si fece una vita privata estremamente semplice. Marito affettuoso, padre tenerissimo, egli era un uomo che aveva tutte le comprensioni e tutte le indulgenze che un capo deve avere in un secolo e in una società liberali; ma non aveva nessuno indul­genza, nemmeno la più piccola, per sé stesso. Egli ha condotto per tutta la vita una esistenza letteralmente spartana. Gli svaghi che si concedeva, gli hobbyes, come oggi si dice, erano quelli di un normale uomo tranquillo: la pesca, che è il rifiuto di coloro che hanno una forte vita interiore e una intensa capacità di riflessione, e la numismatica, che alcuni storici e cronisti molto sprovveduti e faziosi hanno persino deriso.

Ma se i cronisti e gli storici si lasciassero guidare da un tantino di curiosità umana e intellettuale, non pronuncerebbero dei giudizi così affrettati. La numismatica è certamente una disciplina secondaria e sussidiaria. Tuttavia, quando viene colti­vata in modo scientifico e sistematica, essa coltiva ed esalta parecchie discipline. Il numismatico si introduce profondamente nella storia delle epoche e del paese, attraverso la vita economica; il rapporto tra il peso e il valore, lo informano con esattezza sulla maggiore o minore prosperità di un certo paese in una certa epoca, sui suoi traffici, sui suoi costumi. La qualità della lega, la perfezione del conio, la bellezza dei profili, gli danno una esatta nozione del livello di cultura e di progresso di quel certo Paese. Insomma, noi siamo sicuri che un valente numi­smatico è uomo dotato di profonda cultura storica ed economica e di notevole discernimento artistico. Esattamente la sapienza e le qualità che servono ad un moderno Re costituzionale.

Per fare un paragone storico e calzante, la Famiglia Reale italiana volle essere esempio e specchio, non per un'aristocrazia, ma per una società borghese in rapida progressione, esattamente come la Regina Vittoria e il Principe Consorte erano stati specchio ed esempio dell'Inghilterra liberale e borghese.

Durante il primo quindicennio del secolo, — quello che fu detto delle Monarchie Socialiste, — si ebbero il risanamento delle pubbliche finanze, un primo avviamento dell'economia industriale, una serie di provvidenze sociali che furono le prime in Europa, un consistente e generale miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, un certo ragionevole equilibrio nella lotta di classe, la libertà di sciopero ormai pienamente acquisita, l'allar­gamento del suffragio elettorale, e persino la prima affermazione dell'Italia come grande potenza in campo internazionale.

Voglio alludere alla guerra italo-turca del 1911-12, che venne condotta con estrema preveggenza, serietà ed energia, diploma­ticamente, finanziariamente e militarmente. La guerra, di grande impegno e di notevole rischio, venne diretta da uomini di pri­m'ordine, ognuno dei quali era il «giusto uomo nel giusto posto»: Giovanni Giolitti Presidente del Consiglio, il Marchese di San Giuliano Ministro degli Esteri, il generale Conte Pollio capo di Stato Maggiore, il Generale Caneva comandante del corpo di spedizione.



mercoledì 10 marzo 2021

Discorso commemorativo dell'on. prof. Alfredo Covelli nel centenario della nascita di Re Vittorio Emanuele III

Il discorso fu pronunciato a Roma, presso il cinema Capranichetta il 9 Novembre 1969,

Abbiamo già letto la presentazione di Carlo D'Amelio e la prolusione di Falcone Lucifero.

Lo pubblichiamo in pezzi per le notevoli lunghezza e densità degli argomenti trattati.



Eccellenze, Signore, Signori

Non posso commemorare la grandezza di Vittorio Emanuele III — grande per i suoi meriti, per il suo valore e per le sue sventure — senza partire da un ricordo personale ed umano. Devo risalire al tragico settembre del 1943. Fu in quei giorni che il Comandante della IV Zona Aerea, Generale di Squadra Ferruccio Ranza, di cui ero ufficiale d'ordinanza, fece visita al Re, a Brindisi, e fu in quella occasione che ebbi l'onore di essere presentato a Lui. Non dico ora quanto avessero sconvolto il giovane ufficiale che io ero a quel tempo i fatti accaduti fra il luglio e il settembre di quell'anno nero: il 25 luglio, l'arresto di Mussolini, la caduta del fascismo, il governo Badoglio, la popolarità del Re che raggiunse in quei giorni il suo apice, l'armistizio improvviso, la partenza per Pescara e il trasferimento del capo dello Stato e del Governo a Brindisi. Ma la visione del Re, di quest'uomo di aspetto fragile e sofferto, che portava sulle spalle un cinquantennio di regno, di glorie, di dolori, di sventure, di sacrifici personali e diuturni, e che pur combatteva disperatamente, in tragica solitudine, per la salvezza del suo Paese, dette al mio animo una scossa indimenticabile, una emozione indescrivibile.

Non ricordo che cosa il grande Re disse al giovane ufficiale: l'emozione, anzi, la commozione del momento era troppo grande. Ricordo, però, che parlava dei giovani, di quello che i giovani erano per lui, e delle speranze e della fiducia che lui stesso e la Patria dovevano riporre nei giovani. Parole profondamente commosse di un Re e di un Padre. Perché un Re quando è veramente tale, anche nel più largo senso costituzionale, è anche e soprattutto il padre del suo popolo. Voglio dire che l'esercizio di un Regno, quando è veramente grande, non prescinde mai dai cri­teri, dai sentimenti, dalle motivazioni della paternità.

Aggiungo che in quel momento memorabile della mia vita, io ascoltavo le parole di un padre: di un padre così avanzato negli anni, così fragile, così stanco, così bisognoso di riposo, e che pure, malgrado gli anni e la stanchezza, combatteva per i suoi figli, impegnando nella lotta tutto quello che legittimamente possedeva, la sua gloria, il suo prestigio, la sua stessa Casa, la sua stessa vita.

A conclusione di questo ricordo, dirò che la mia fede mo­narchica, anzi la mia milizia che durano da ormai più di un quarto di secolo, si iniziano in quell'episodio, in quell'incontro.

Non voglio dire con questo che la commemorazione, la cele­brazione del centenario della nascita di Vittorio Emanuele III debba svolgersi solo e prevalentemente sul piano sentimentale e patetico. La vita e la figura del grande Re sono un fatto po­litico: il più grande e il più vasto fatto politico della nostra storia unitaria; un fatto politico che dura, vivente e palpitante, oltre la morte in esilio. Perché il Re, con tutti i suoi ideali, che sono quelli della Patria, con tutti i suoi problemi, che sono quelli del popolo, è ancora vivente nel nostro cuore, nella nostra mente, nella nostra coscienza.

Il centenario che si intitola a Vittorio Emanuele III corri­sponde quasi matematicamente al centenario dell'unità e indi­pendenza dell'Italia. Vittorio Emanuele nasce nel 1869: Roma viene liberata e annessa nel 1870. E la istituzione di Roma Capi­tale d'Italia e la cessazione del potere temporale dei papi, sono il primo, concreto principio dell'unità italiana.

Vittorio Emanuele III ha regnato per quarantaquattro anni: uno dei più lunghi regni dei tempi moderni. Egli successe al padre assassinato a Monza nel 1900, ed ebbe in tragica e pesante eredità, un Paese sconvolto dalla discordia e dai prodromi di una atroce guerra civile. L'ultimo decennio del secolo scorso era stato per l'Italia quasi insurrezionale, e si può dire che lo stesso regicidio fosse stato una conseguenza diretta delle condi­zioni anarcoidi in cui versava il nostro Paese e del disfacimento morale e materiale della classe dirigente.

Sotto l'arco del regno di Vittorio Emanuele III, nello spazio di quarantaquattro anni, si svolge una serie di grandi avveni­menti, quelli stessi che hanno non solo caratterizzato il secolo ventesimo, ma che hanno modificato, trasformato e mutato le condizioni dell'Italia, dell'Europa, del mondo, di tutta la società umana: la guerra di Libia che dette l'ultimo colpo all'Impero Ottomano e un impulso dinamico ai giovani popoli della Peni­sola Balcanica; la prima guerra mondiale e l'intervento del­l'Italia e la liquidazione degli Imperi Centrali, e la liberazione di Trento e Trieste; la rivoluzione di febbraio e quella di ottobre in Russia; la Rivoluzione Fascista, la conquista dell'Impero; l'in­tervento nella II guerra mondiale; la caduta del Fascismo, la disfatta, l'armistizio, la prima rinascita della Nazione. Questi i fatti che riempiono la prima metà di questo secolo. Troppi e troppo gravi per la vita di un solo Paese. Troppi, per la vita, sia pur lunga, di un solo Re.

Noi dobbiamo fissare la nostra attenzione, esercitare la no­stra riflessione, ed esprimere la nostra riconoscenza, su cinque momenti di questo cinquantennale Regno, tutti egualmente deci­sivi per il nostro Paese. Il primo, si colloca nel 1900, ed è l'av­vento al trono del giovane Re che «venne dal mare». Il secon­do è il Maggio Radioso. Il terzo è Caporetto o, diremo meglio, Peschiera. Il quarto è il 1922 con tutto quel che segue. Il quinto è il 25 luglio fino all'8 settembre e a Brindisi.

Negli ultimi anni del secolo scorso, la precipitosa ed irra­zionale liquidazione degli impegni africani e il brusco passag­gio, in politica interna, dal regime autoritario di Crispi alla più molle tolleranza di Di Rudinì, avevano gettato il Paese in un estremo disordine sociale. Gli scioperi, i tumulti, gli scontri di piazza con la forza pubblica divennero così numerosi e fre­quenti e sanguinosi, che si dovettero adottare misure di emer­genza. Al marchese Di Rudinì successe un generale di Corpo d'Armata, il Pelloux, che cominciò ad affrontare le agitazioni sociali con duro piglio militaresco. Milano ebbe un governatore militare, il Bava Beccaris. Difficilmente il più ottimista degli osservatori si sarebbe impegnato sulla durata della Monarchia in Italia. Negli ambienti parlamentari si faceva gran parlare di Costituente: lo Statuto Albertino pareva ormai inadeguato.

Ma, agli inizi dell'estate del 1900, un fatto nuovo venne a distrarre l'opinione pubblica; l'eccidio degli europei in Cina.

Molti marinai e molti missionari italiani avevano trovato la morte negli spaventosi massacri. Le potenze, sopraffatte in un primo momento, decisero di inviare immediatamente un corpo internazionale di spedizione. L'Italia, si può dire nelle ventiquat­tro ore, allestì e fece partire alcuni battaglioni, e si mise all'opera per preparare navi ed altre truppe.

L'impressione dell'opinione pubblica era enorme. Ogni gior­no i giornali avevano l'intera prima pagina occupata dalle no­tizie sulla Cina. Fatto impreveduto a così breve distanza dalle delusioni africane, la spedizione fu immediatamente popolare e venne accompagnata dalle generali simpatie, e persino dalla be­nedizione dei preti.

Dopo la partenza del primo convoglio, Umberto I e la Re­gina Margherita, ritornarono a Roma e poi a Monza, dove i So­vrani passavano gran parte dell'estate. Era il 29 luglio del 1900: i Sovrani avevano promesso di assistere alla manifestazione di trecento ginnasti delle società sportive. Faceva un gran caldo ed il Re non mise sulla pelle la piccola corazza d'acciaio che tutti i Re portavano in quel tempo di regicidi e di attentati, due dei quali avevano preso di mira proprio lui.

Alla manifestazione, il Re apparve di ottimo umore. Al ter­mine di essa, si congratulò col rappresentante di una società sportiva piemontese. Poi salì in carrozza. Sulla strada che me­nava alla Villa Reale, l'anarchico Bresci, arrivato appositamente dall'estero, gli sparò quattro colpi di rivoltella: tre lo colpirono, uno gli attraversò il cuore. Umberto I era morto.

L'attentatore venne sottratto al furore popolare. Erano le 22,30. Un mese prima a Pelloux era succeduto Saracco, uomo più sereno ed equilibrato. Il nuovo Re, Vittorio Emanuele III era assente: col suo piccolo yacht veleggiava in Egeo tra le Cicladi e le Sporadi. In sostanza, l'Italia era senza Re, un mese dopo la caduta di Pelloux che era stato battuto alla Camera per un disegno di legge restrittivo delle pubbliche libertà. Che cosa sa­rebbe accaduto in quelle circostanze? C'era effettivamente da aver paura. Invece, non accadde nulla di grave ed irreparabile. Anzi, secondo la intima logica del popolo italiano, le cose co­minciarono a raddrizzarsi. La crisi del regime unitario e di Casa Savoia era stata seguita con intima soddisfazione da larghi strati di scontenti: da coloro che rimpiangevano i Borboni, il Granduca, gli Asburgo-Lorena; dai cattolici ancora offesi dalla caduta del potere temporale; dai seguaci di Mazzini e di Cattaneo. Se si fosse adottato il suffragio universale ed ognuno avesse votato secondo il proprio sentimento, dopo Adua, il regime unitario sarebbe caduto sotto una larga maggioranza.

Senonché, la uccisione di Umberto I richiamò bruscamente e tragicamente gli Italiani al senso della loro responsabilità e dei loro interessi. La liquidazione si sarebbe fatta a vantaggio di chi? Non certo a profitto del passato. Essa avrebbe favorito la instaurazione di esperimenti radicali e socialisti che ripugna­vano alla maggioranza del Paese, che non era ancora sufficiente­mente maturo. Non mancava, nella pubblica opinione, la nota sentimentale. Dopo tutto, Umberto era stato davvero un Re buono. Che fosse un uomo di coraggio, nessuno lo metteva in dubbio: lo aveva provato sul campo di battaglia, e a Napoli, tra i colerosi.

Ci vollero due giorni per rintracciare la goletta di Vittorio Emanuele. Il nuovo Re, appena ebbe a disposizione un tele­grafo, — non aveva vicino uomini politici che lo consigliassero — telegrafò al Presidente del Consiglio per approvare il suo ope­rato e per concedergli la sua fiducia. Il primo suo pensiero, fu quello di rafforzare il Governo, che aveva, naturalmente, rice­vuto una terribile scossa.

Sbarcò a Reggio Calabria, attraversò la penisola in un treno dalle tendine abbassate, e arrivò finalmente alla presenza del Padre, che lo attendeva in un bagno di alcool. Senza un istante di esitazione, il giovane principe, che certa stampa legittimista francese aveva giudicato, pochi anni prima, incapace di regnare, lanciò al popolo italiano un proclama: «Al Re venerato e rim­pianto sopravvivono le istituzioni che Egli conservò lealmente e giunse a rendere incrollabili nei ventidue anni del Suo Regno.

«Queste istituzioni sacre a me per le tradizioni della mia Casa e per amore caldo di Italiano, protette con mano ferma ed energica, da ogni insidia o violenza da qualunque parte esse vengano, assicureranno, ne sono certo, la prosperità e la grandezza della Patria.       

«Così mi aiuti Iddio e mi consoli l'amore del mio popolo, perché io possa consacrare ogni mia cura di Re alla tutela della libertà e alla difesa della Monarchia, legate entrambe, con vin­colo indissolubile, ai supremi interessi della Patria».

Questo proclama, direi di prammatica in ogni successione ereditaria nelle monarchie costituzionali, era tutto di pugno e di pensiero del giovane Re, ed aveva un enorme significato poli­tico per l'Italia del tempo così vicina all'estrema rovina.

E' fuori discussione che il messaggio lanciato al Paese ri­spondesse esattamente all'idea che egli si era fatta sulla situa­zione politica. Se il proclama fosse stato redatto ed approvato dal Consiglio dei Ministri, sarebbe stato più che normale e costi­tuzionale. Viceversa, noi sappiamo per testimonianza degli stessi componenti del Ministero Saraceno che un proclama venne, sì, preparato dal ministro Gianturco, che si recò dal Re per sotto­porglielo. Senonché Vittorio Emanuele ringraziò il Ministro della sua fatica e gli porse il proclama che egli stesso aveva com­posto; i concetti in esso contenuti erano così chiari e corag­giosi, così aderenti alla realtà e agli interessi del Paese, che il Governo non poteva non essere d'accordo.

Intendiamoci. Gli ultimi dieci anni del secolo, culminati poi nel regicidio di Monza, si erano svolti attraverso gravissimi e sanguinosi travagli. Una corrente reazionaria c'era in Italia; ma non tale da giudicarsi come tutte le reazioni, come il partito dei retrivi e degli oscurantisti.

Gli esponenti più audaci e combattivi di questa «reazione», si chiamavano Ruggero Bonghi, Sonnino, Spaventa. Lasciamo da parte Crispi, che veniva invece dall'estrema sinistra e che può essere variamente giudicato. Nessuno, però, poteva mettere in dubbio il patriottismo di quei reazionari, né il loro sincero attac­camento alla causa dell'unità e ai miti del Risorgimento. Anzi, del Risorgimento e dell'unità essi erano i fanatici e alcuni di loro persino protagonisti.

Il dissidio politico più profondo verteva sul significato da dare allo Statuto Albertino. Secondo la lettera e lo spirito origi­nario, i ministri derivavano il loro potere dalla fiducia del Re, non da quella del Parlamento. La sinistra, invece, che aveva conquistato il potere nel 1876, chiedeva che il Re desse l'inve­stitura agli uomini designati dalla fiducia del Parlamento. Il dilemma era, dunque: monarchia parlamentare o regime par­lamentare? In realtà, conviene osservare per inciso che una monarchia costituzionale, come quella che auspicavano i «rea­zionari» dell'età umbertina, il Sonnino del Torniamo allo Sta­tuto, e il Bonghi dei Doveri del Principe, era possibile solo in teoria. Infatti, ci insegna la storia delle libertà parlamentari in­glesi, che basta una sola franchigia per mutare di fatto un regime costituzionale fermo, in un regime parlamentare progressivo. Basta che il Re acconsenta a privarsi del diritto di imporre tri­buti. Se egli non può imporre tributi senza il libero consenso di coloro che dovranno pagarli, i contribuenti hanno il mezzo per conseguire una dopo l'altra, tutte le libertà. Se la borsa rimane saldamente nelle mani dei cittadini, il Re dovrà neces­sariamente venire a patto con i suoi sudditi e delegare ai loro rappresentanti, una dopo l'altra, tutte o quasi tutte le sue pre­rogative.



domenica 7 marzo 2021

Non dimentichiamo i martiri del Risorgimento

 

G. Previati - L'esecuzione di Amatore Antonio Sciesa - dipinto - Museo del Risorgimento - Milano


Anche se c’è un risveglio di scrittori sul Risorgimento e sulla sua riaffermazione contro neo borbonici e neo austriacanti, ancora lo stesso non è arrivato al grosso pubblico per cui è opportuno ricordare i principali eventi ed i martiri che hanno onorato e “santificato” il cammino verso l’unità e l’indipendenza della nostra “umile Italia”, unendosi ai lontani caduti citati da Dante.

Ora limitandoci al mese di marzo del 1853, ad opera del benevolo e paterno impero d’Austria, abbiamo il 3 marzo l’impiccagione nel già tristemente noto vallone di Belfiore, presso Mantova di Tito Speri, Carlo Montanari e don Bartolomeo Grazioli, sacerdote ed il successivo 19 di Pietro Frattini, mentre tre giorni prima, il 16 erano stati impiccati a Milano, Angelo Galimberti, Pietro Colla, Angelo Bisi, nomi meno noti e dimenticati. Per non essere da meno, sempre il 16 marzo, sempre per sentenza austriaca venivano fucilati a Ferrara, per mancanza del materiale per l’impiccagione, Domenico Malagutti, Giacomo Succi e Luigi Parmeggiani, per il delitto di “patriottismo”.

E questo genere di bilancio si sarebbe ripetuto fino al 1866 e non secondo all’Impero Austro- Ungarico sarebbe stato il Regno delle Due Sicilie, che già dagli anni ’40 aveva represso nel sangue le continue insurrezioni. Ed in questi nominativi sono presenti tutte le classi sociali, con prevalenza di artigiani ed altri di modeste condizioni sociali. E questo per smentire l’altra favola del Risorgimento senza, se non contro, il popolo.

Domenico Giglio.

Capitolo XVIII: Carnera affronta Riccardo Bertazzolo

di Emilio Del Bel Belluz

 


Il 30 agosto 1930 Carnera affrontò il pugile italiano Riccardo Bertazzolo, proveniente dal Veneto e che era già stato molte volte sul ring. Riccardo aveva conquistato il titolo italiano dei pesi massimi, togliendoglielo a un pugile importante come Erminio Spalla, che fu anche il primo italiano a conquistare la corona dei pesi massimi europea. Bertazzolo godeva di una certa fama, anche perché aveva un fisico forte e tra tanti italiani, che avevano preso la nave per venire in America a combattere, era il più richiesto. Carnera lo conosceva solo di fama, gli avevano parlato di lui, aveva voglia di conoscerlo e di batterlo, perché la scalata al titolo mondiale richiedeva di sostenere dei combattimenti importanti. In America c’erano molti italiani che stravedevano per Carnera, era amato perché era un uomo del popolo, aveva un buon cuore, pensava agli altri ed aiutava le persone in difficoltà. 

Un giornale aveva raccontato l’episodio in cui Carnera aveva fatto visita in un ospedale ad un suo connazionale che aveva tentato il suicidio. Costui, avendo perso il lavoro e non sapendo come fare per andare avanti, aveva scelto di morire. All’ingresso dell’ospedale, fu subito circondato da persone che lo acclamavano. Entrò nella stanza del poveretto e con una mano grande come un badile gli fece una carezza, supplicandolo di pensare alla vita. L’uomo si commosse, nella stanza c’era anche sua moglie ed iniziò a raccontare la sua storia. Carnera lo ascoltò, seduto accanto al letto del poveretto, lo incoraggiò dicendogli che anche lui aveva provato la povertà e che nella vita si dovevano accettare anche i periodi bui perché poi passano e che il buon Dio non ci abbandonava mai. La moglie proseguì il racconto, dicendo che gestivano una bottega ma con la recessione dovettero chiudere. Avrebbero desiderato fare ritorno in Italia, ma non avevano i soldi per sostenere il viaggio, anche perché avevano tre figli. Carnera che era un uomo pratico, estrasse da una tasca della giacca una busta contenente del denaro e la porse alla moglie, dicendole che non era un prestito, ma un regalo di un italiano ad un altro italiano. Si fece poi assicurare dal marito che non avrebbe mai più tentato un gesto disperato. 

Entrambi espressero a Carnera parole di gratitudine. Fuori della stanza si erano raccolte delle persone, arrivarono anche il primario e delle suore, tra cui una italiana che lo aiutò a comprendere quello che gli veniva detto in inglese. Alla fine un giornalista scattò anche delle foto. Carnera con la sua mano salutò tutti e a poco a poco riuscì a guadagnare l’uscita dell’ospedale. Fuori c’erano in una macchina ad aspettarlo il suo allenatore Paul Journée e Léon Sée, che non vedendolo arrivare si erano preoccupati . Il campione salì in auto, e con la sua mano che sembrava toccare il cielo, salutò la gente che lo applaudiva. Carnera continuava a vivere il suo sogno americano. Qualche giorno dopo Primo incontrò sul ring di Atlantic City, il connazionale Bertazzolo. Una grande moltitudine di persone era corsa a vedere l’incontro. I biglietti si esaurirono subito. Attorno al ring c’erano molti giornalisti ed italiani attratti dall’avvenimento. Carnera entrò e la folla applaudiva ed urlava il suo nome. Primo rimase molto contento dell’entusiasmo che lo circondava e notò con piacere le tante bandiere italiane che sventolavano. 

Negli ultimi mesi Carnera aveva combattuto tante volte e sempre vincendo. Anche ora voleva continuare questa scia di vittorie. Bertazzolo era già salito sul ring, pensava che il match non sarebbe stato facile, perché voleva vincere a tutti i costi per ottenere la possibilità di continuare a combattere, guadagnando delle buone borse. In Italia non c’erano delle possibilità così allettanti. I giornalisti erano convinti che avrebbe fatto un buon incontro, perché era un pugile forte, determinato ed aggressivo. Bertazzolo aveva fatto un buon contratto, aveva stabilito una buona borsa, superiore a quella di Carnera. Quella mattina durante le operazioni di peso Bertazzolo aveva registrato 212 libbre, contro le 253 di Primo Carnera. Questo incontro era determinante per tutti e due i campioni. 

Un pezzetto d’Italia era presente in America. All’angolo di Primo c’era il suo allenatore che, come in ogni incontro, sembrava più nervoso dell’ avversario di Carnera. Il match ebbe inizio, non durò molte riprese. Al terzo round, l’ex campione italiano dei massimi Riccardo Bertazzolo veniva sconfitto dal suo connazionale Primo Carnera. L’arbitro lo dichiarava vincitore, alzandogli il braccio verso il cielo. Alla sera i due connazionali si ritrovarono a cenare assieme. Bertazzolo raccontò a Carnera che sperava di poter combattere in America, e di farsi una vita. Era stato alle Olimpiadi a rappresentare l’Italia nel 1924, ed era stato battuto dal vincitore dell’alloro olimpico Otto Von Paret. Carnera
davanti ad una buona bottiglia di vino e ad una bistecca grande come un vassoio, disse che gli sarebbe piaciuto partecipare alle Olimpiadi, indossando la maglia con lo scudo Sabaudo. Per lui era molto importante portare i colori dell’Italia in giro per il mondo, e far vedere che il suo Paese era una nazione forte. Bertazzolo gli raccontò che, dopo la conquista del titolo italiano, aveva cercato di farsi strada in Europa, e si era battuto per il titolo europeo contro Phil Scott, ma gli era andata male con suo grande dispiacere. Il suo sogno era quello di scrivere il suo nome tra i pesi massimi italiani che si erano imposti in Europa. 

Il primo peso massimo era stato Erminio Spalla, che lui aveva sconfitto. Carnera lo ascoltava in silenzio, mentre la bistecca che aveva davanti era finita. Il cameriere ne portò subito un’altra, perché era stato avvertito che la fame di Carnera era davvero insaziabile. Consumarono anche dell’ottimo vino. Primo si mise a parlare di Mussolini. Da un giornale italiano aveva letto la sua storia, quella di un uomo determinato a risollevare l’Italia, a portarla al centro del mondo. A Carnera gli sarebbe piaciuto incontrarlo. Aveva saputo da un giornalista che Mussolini e i suoi figli amavano la boxe, e seguivano il pugilato. La noble art era l’immagine della forza che gli atleti portavano in giro per il mondo. Aveva constato che i giornali americani dedicavano dello spazio a Mussolini. 

Ricordava precisamente il suo volto dalla mascella volitiva, lo sguardo penetrante, la sua uniforme ed il saluto romano. Carnera parlava come se avesse conosciuto personalmente Mussolini. Bertazzolo disse che lo aveva visto a Roma, era l’uomo affidato dal destino per rendere grande l’Italia. Il fascismo era diventato una realtà, e ci si sentiva fieri di portare l’Italia nel cuore. Nella Grande Guerra aveva combattuto da eroe, era stato ferito, e aveva dimostrato un grande coraggio. Bertazzolo disse che aveva letto spesso degli articoli su di lui, e il suo potere aumentava sempre di più. A tavola con Carnera e Bertazzolo, oltre agli allenatori, vi era Léon Sée che quella sera era stanco più dei due pugili che erano saliti sul ring, non parlava e il suo pensiero era legato ai prossimi incontri. Bertazzolo e Primo si salutarono con una stretta di mano, si augurarono ogni bene e un fotografo volle immortale il momento.


venerdì 5 marzo 2021

Io difendo la Monarchia cap X - 6

 


Non si equivalgono allo stesso modo una Monarchia costituzionale e una repubblica giacobina o socialista o comunista per la elementare ragione che quest'ultima repubblica tende alla dittatura di una par­te, il proletariato, e quindi al partito unico e alla dittatura permanente. Quando il sig. Nenni dice che la Repubblica «sarà socialista o non sarà», egli esclude che possa essere democratica o parlamentare. È allora evidente che la repubblica giacobina del signor Nenni rispetterà le libertà individuali e le garanzie parlamentari, a quel modo che la recente legislazione dei Comitati di liberazione nazionale e i sistemi da loro inau­gurati e la storia di tutti i regimi giacobini possono far pensare. Le intimazioni ai giornali del nord da parte di tali comitati, la pratica dell'assassinio ad opera delle milizie di parte, la scomparsa e deportazione di citta­dini ai quali la polizia regolare e i carabinieri non han­no nessun addebito da fare, i tumulti popolari, sorretti da schiere di armati e il tentativo di risolvere tutti i pro­blemi con l'impiego della forza, possono far comprende­re come una siffatta repubblica rispetterebbe i diritti del Parlamento. E non parliamo della repubblica che sareb­be attuata dal comunismo o da quella coalizione delle sinistre che troverebbe necessariamente la sua direzione e l'iniziativa e la più rigorosa organizzazione e la milizia di parte, nel comunismo. Da 28 anni questo partito ha strappato il potere in Russia e lo regge con la dittatura permanente e con un sistema rigorosamente totalitario.

Tutti i Metodi di polizia del nazismo e del fascismo furono copiati da Mosca (la polizia politica, i campi di concentramento, le esecuzioni sommarie, il colpo alla nuca, la fossa comune, ecc.) e ora che il fascismo e il nazismo sono andati distrutti noi dovremmo introdurre in Italia il loro modello? Ma ecco i liberali di sinistra, i democristiani, i demolaburisti, gli azionisti sostenere che essi vogliono attuare una repubblica parlamentare, una repubblica che chiameremo di destra (1). In che modo?

Essi fanno parte di una coalizione che riceve vigore, impulso, programmi, masse dai partiti socialista e comunista. Questa coalizione in ogni città, in ogni villaggio, in ogni azienda, in ogni ufficio, in ogni commissione si inchina a una sola decisione, si affretta ad accogliere un solo parere, quello socialcomunista. In che modo questa situazione potrebbe cambiare? La giustizia ordinaria e quella straordinaria sono nel­le mani del partito socialista e di quello comunista: così l'epurazione che tormenta centinaia di migliaia di per­sone è nelle loro mani. L'illegalità e l'ingiustizia di tali procedimenti sono evidenti e clamorose (2).

Rimane a questo punto un interrogativo. Perché le autorità di occupazione inglesi e americane che hanno probabilmente compreso questa situazione, continuano a favorire, tenendola al potere, una coalizione che non può avere altro sbocco logico che consegnare l'Italia al socialcomunismo e cioè a quella Russia che i Governi di Londra e di Washington devono fronteggiare già in con­dizioni di estremo sfavore, in Polonia, in Austria, in Cecoslovacchia, in Romania, in Ungheria, in Bulgaria, in Jugoslavia, nel Levante, nel Medio Oriente?

Ma supponiamo — per amor di polemica — che si possa arrivare ad una repubblica parlamentare sul modello francese. In che modo tale Repubblica potrebbe impedire lo slittamento verso la dittatura quando un partito più forte d'ogni altro si impadronisse del potere?

I partiti in Italia, come altra volta le fazioni, non si affidano ai soli dati razionali nella lotta politica. Essi vi introducono la fantasia e il sentimento e le passioni delle moltitudini, così da mutare il significato e i termini della contesa. A tale impetuosa corrente non poté far fronte né il Parlamento nel 1919-1922, né la Corona; né alcun altro istituto tradizionale: come potrebbe resistere una repubblica che è usa a scegliere il suo Presidente tra uomini politici rappresentativi dei partiti di governo?

 

(1) Nel settimanale L'Indice del 10 settembre 1945 veniva posto acutamente il problema in un articolo, dal titolo: "La Repubblica di destra ": a Alcuni suggeritori di fiducia hanno insinuato nelle mani dei nostri repubblicani di destra volumi ben rilegati e brani di enciclopedie edite dall'alta borghesia francese, dai quali si apprende senza eccessivo sforzo intellet­tuale che il celebre politico marsigliese A. Thiers, dopo la di­sfatta della Francia a Sédan, provocata dalla follia dittatoriale del terzo Napoleone, riuscì a edificare sulle macerie imperiali una repubblica conservatrice borghese, le cui forme diedero, si, ampia e sufficiente soddisfazione al rivoluzionarismo generico del popolo, che non ne poteva più di avventure militari; ma il cui contenuto diede amplissima e sufficientissima garanzia di salvezza e di durata alla ricchezza francese, ricchezza che voleva; sopravvivere a qualunque costo. La repubblica di Thiers è il modello dello Stato oligarchico moderno, il cui comando viene trasmesso, di generazione in generazione, ai rappresen­tanti di gruppi finanziari, industriali e affaristici. Il sogno del­l'oligarchia conservatrice capitalistica dell'Italia del Nord è questo : facciamoci la nostra repubblica, e terremo il potere ben più saldamente di quanto non ci sia stato concesso nei 50 anni di monarchia costituzionale. Se Thiers riuscì a costrui­re rapidamente, con materiale sostanzioso di destra, una re­pubblica la cui facciata era di sinistra, perchè non dovrebbero pervenire al medesimo risultato i Parri e le banche, gli Alber-tini e le industrie, i Carandini e gli agrari, i Tupini e i catto­lici, i Cingolani e l'ex aristocrazia nera, i Brosio e i professio­nisti piemontesi? I nostri repubblicani di destra non hanno un Thiers, è vero, questo nei loro conciliabili lo riconoscono : ma noi pensiamo francamente che manca loro, oltre un Thiers, tantissima altra roba necessaria per imbastire, oggi in Italia, una repubblica di destra con l'etichetta di sinistra. Manca qua­si tutto ». E dopo una dettagliata esposizione della nostra mi­seria l'A. continua : « Ed è con questa miseria che i gruppi set­tentrionali, che trent'anni fa costituivano la consorteria clerico-moderato-liberale lombarda, vogliono costruire ora una repub­blica di destra? Stolta illusione! La miseria è sostanza di sini­stra, rivoluzionaria, livellatrice, ugualitaria, atea, antiborghese, anticapitalista. Se in Italia si fa la repubblica, si fa soltanto e necessariamente la repubblica di Nenni e Togliatti. Non è vero che manca solo Thiers: o meglio Thiers manca, non perché la borghesia italiana non lo dà„ ma perché mancano completa­mente le condizioni e i presupposti che potrebbero generare un Thiers italiano. Thiers fu l'espressione francese individuale e superficiale di una realtà collettiva e profonda: la repubblica di Thiers fu la vera repubblica dei francesi. La repubblica detta di destra, sarebbe la repubblica di alcune... quasi sovrane fa­miglie, e dei loro più immediati accoliti di parentado, di regio­ne, di mentalità), di passato politico — e non sarebbe la repub­blica di nessun altro. La repubblica di Nenni sarebbe solo quel­la sognata dalle masse ingannate; resterebbe la repubblica del­la povera gente rivoluzionaria per fame. La repubblichina del­l'ex Corriere della Sera si rivelerebbe subito per un malinconico episodio effimero, solitario e prealpino, e avrebbe un solo risul­tato veramente concreto, tangibile, non rimediabile, di lunga durata: quello di distruggere lo Stato Monarchico, di privare l'Italia di quella realtà, nazionale che si chiama ed è un trono che aveva in nome di Dio, eccellenti prove storiche…

(2) Nella rivista La civiltà cattolica del 1 settembre 1945 il padre gesuita Lener scrive: «Vi sono, senza dubbio respon­sabilità specifiche di singoli individui per azioni obbiettivamente considerate dal diritto comune come fonti, appunto di responsabilità penale, politica, amministrativa. Questo è il ter­reno solido su cui attuare una genuina e severa giustizia in modo che nessun disonesto, nessun delinquente, nessun respon­sabile della folle dichiarazione di guerra, se ancora ne soprav­vivono, resti impunito, o peggio, stipendiato dallo Stato». In un acuto studio sul "Diritto e politica nelle sanzioni contro il fascismo" lo stesso Lener scrive: «...Se fosse vero che tutti o i principali esponenti del regime furono ladri omicidi, concussori e via dicendo, non si comprende per qual motivo sfasi ritenuto necessario per colpirli, ricorrere a disposizioni eccezio­nali, a nome mai udite come quelle che li puniscono appunto non in quanto delinquenti, ma membri del patrio governo o attivamente partecipi alla vita politica di un partito che co­stituì l'unica attività politica possibile in Italia per oltre venti anni! ».

mercoledì 3 marzo 2021

Il libro azzurro sul referendum - XXI cap - 3

 


III. - Autocritica di un elaborato critico

Stabiliti i criteri da seguire, ho compiuta una prima analisi dei risultati del Referendum, sulla base dei dati comunicati alla stampa dal Ministero dell'Interno, in data 7 giugno 1946, riassumendone deduzioni e rilievi in una «memoria» che aveva il precipuo scopo di richiamare l'attenzione sulle appariscenti incongruenze dei «dati» ministeriali.

Infatti vi ponevo in evidenza che 28.000.000 di elettori erano indubbiamente eccessivi allorché il 60% di una popolazione, calcolata aggirarsi sui 43 milioni - essendone escluse le Provincie di Bolzano e della Venezia Giulia - •denunciava una cifra di elettori non superiore ai 25.800.000; rilevavo che da questa cifra di elettori occorreva dedurre il numero degli elettori esclusi di diritto o di fatto, per varie cause normali o arbitrarie, dall'esercizio del voto, cosicché avendoli calcolati con un calcolo presuntivo sommare complessivamente dai tre ai tre milioni e trecentomila, la cifra di elettori in possesso legittimo di certificato elettorale doveva ridursi a 22.500.000; osservavo che questa cifra doveva ulteriormente ridursi di un 10% per arrivare a stabilire il numero dei votanti, che risultarono conseguentemente aggirarsi sui 20 milioni, e notavo che diventava inspiegabile come i dati ministeriali denunciassero 23.500.000 voti validi per il «referendum», ai quali dovendosi aggiungere almeno un milione di voti nulli, i «votanti» avrebbero sommato a 24.500.000, cifra evidentemente incredibile di fronte agli stessi 25.800.000 elettori «teorici» di cui avrebbe rappresentato il 95%, e sbalorditiva di fronte ai 22.500.000 elettori «probabili», fatte le deduzioni degli esclusi, ed ai 20 milioni di votanti probabili. Concludevo che se le cifre ministeriali erano vere, occorreva supporre che tre milioni e mezzo o quattro milioni di elettori «non muniti di certificato elettorale» avessero votato «per interposta persona».

Debbo però confessare che in quella prima «memoria» ero incorso in un errore materiale, in quanto, avendo calcolato separatamente per ciascuno dei periodi 1936-1940 e 1941-1945 le cifre di probabile accrescimento della popolazione, allorché per il periodo bellico 1941-1945 ho calcolato la cifra di probabile «diminuzione naturale» mi è accaduto, nella operazione aritmetica riepilogativa, di omettere per una svista la correlativa cifra di accrescimento. Il calcolo rettificato, dovendosi tener conto in diminuzione anche dei morti in zona di operazione, valutati oltre 500.000, avrebbe elevato la cifra di popolazione a circa 44.300.000, e la corrispondente popolazione elettorale a circa 26.580.000. Correlativamente si sarebbero modificate le altre cifre per valori da seicento a settecentomila, compensati in parte da circa mezzo milione di voti nulli in più di quelli da me presupposti sulla base dei risultati di elezioni precedenti: senza peraltro modificare la sostanza dei miei rilievi.

Il 13 giugno 1946, il Ministro dell'Interno aveva comunicati i «suoi» dati «ufficiali» per il «referendum»: voti validi 23.361.772, votanti 24.887.300. Nel frattempo, mi era riuscito di trovare una pubblicazione che pareva divenuta clandestina: il Bollettino Mensile dell'Istituto Centrale di Statistica, da cui rilevai che la popolazione del Regno era «valutata» alla data del io luglio 1943 in 45.681.000, e quindi 44.373 .449 deducendone le Provincie di Bolzano e della Venezia Giulia.

Ne elaborai nuovi «rilievi» che sostanzialmente confermavano i precedenti, ponendosi in evidenza che, pur considerandosi elevata a 26.700.000 la cifra della «popolazione elettorale», le differenze risultanti incidevano minimamente sulle primitive deduzioni.

        Alla fine, la sera del 18 giugno 1946, la Suprema Corte di Cassazione comunicava - senza alcuna «proclamazione» quale era prevista dalla legge, e che doveva fondarsi sul presupposto di risultati indubbi — le somme filiali delle votazioni per il «referendum» : Repubblica voti validi 12.717.923; Monarchia : voti validi 10:719.284. Totale voti validi, 23.437.207. Voti nulli, 1.498.136. Totale votanti, 24.935.343. La sera stessa, il Ministro dell'Interno annunciava: Elettori inscritti, 28.021.375. Votanti, l'89%.

Poiché la cifra che avevo definito «cervellotica» era ufficialmente consacrata, elaborai un ulteriore commento ai miei precedenti rilievi statistici per illustrare la «falsità» di quella cifra — che naturalmente l'Istituto Centrale di Statistica aveva il dovere di accettare ad occhi chiusi - di fronte alla irrealtà di correlativi 46.700.000 abitanti, contraddetta dal dato di popolazione al 10luglio 1943 calcolato dall'Istituto Centrale di Statistica in circa 44.500.000 a cui non potevano corrispondere più di 26.700.000 «legittimi» elettori.

Le mie considerazioni conseguenti concludevano col prospettare la probabilità di una cifra effettiva di votanti non superiore ai 22.500.000; il che induceva a considerare a esuberanti o 2.500.000 voti, sui 25 milioni circa di votanti ufficialmente comunicati.

Evidentemente soltanto carattere polemico poteva avere, ed aveva, la supposizione di una «ricostruzione dei risultati» che, ipotizzando l'attribuibilità alla Monarchia del milione e mezzo di voti nulli, e la sottraibilità alla Repubblica dei due milioni e mezzo di voti «esuberanti», induceva, per un facile giuoco aritmetico, all'esatto capovolgimento dei risultati ufficiali.

La finalità serena, il risultato obiettivo di quei miei «Rilievi», erano tuttavia espressi dalle parole conclusive di quel mio studio: volte ad affermare che i risultati del Referendum comunque, lasciano i soccombenti fautori della Monarchia, logicamente dubbiosi e insoddisfatti i fautori della Repubblica.

E concludevo osservando: «Sull'incertezza e il sospetto non può ovviamente reggersi un Regime che comunque la stragrande maggioranza degli Italiani avverte nato da una consultazione popolare insincera se non pur viziata da una preordinata frode. Ragioni morali e di onestà politica esigono che ogni incertezza sia sanata, ogni dubbio eliminato; e ciò non può conseguirsi se non col ripetersi del «referendum», in un clima di pacificazione degli animi, con la partecipazione indiscriminata di tutti i cittadini, con ogni e più ampia garanzia di libertà di propaganda, e di voto».