NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 31 maggio 2020

Alla ricerca di una festa nazionale: per chi suona il “due giugno”?

Due giugno. Festa perché? Festa per chi?
di Aldo A. Mola



Che cosa festeggiare questo 2 giugno 2020? La catastrofe del sistema scolastico italiano? Una vera vergogna nella storia d'Italia, come mostra lo sciopero generale fissato per l'8 giugno dal personale scolastico stufo di essere esposto al ludibrio e di finire colpevolizzato da allievi e famiglie quale complice di una ministra del tutto inadeguata, “esperti compresi”. Il collasso di migliaia di aziende e l'azzeramento di un milione di posti di lavoro? Il conflitto di competenze tra l'Esecutivo e le banche sulle quali Sua Emergenza Conte scarica la responsabilità della mancata corresponsione di mance una tantum? L'indifferenza del governo e della miriade di suoi “suggeritori”? La confusione dei “messaggi” quotidianamente diffusi con decreti-legge e decreti del presidente del Consiglio? I ritardi nelle grandi e piccole misure per prevenire, fronteggiare e contenere il contagio del Covid19? Quelli, anche più gravi, nel prevedere il baratro economico e la crisi sociale che ne deriverà? Il protervo soffocamento di libertà costituzionali col pretesto di tutelare la salute dei cittadini? Il rimpallo di responsabilità tra governo, regioni e comuni (quanto alle province, parce sepulto...)?
Dietro la mascherina (un addobbo facciale rapidamente fetido) si nasconde l'incapacità di governare, il timore di questa compagine transitoriamente al timone di presentarsi non alle videoconferenze ma alle urne. Sua Emergenza disse che attende il giudizio della Storia, quasi sia quello di un dio; verrà espresso dagli elettori, perché, piaccia o meno, prima o poi o verranno convocati o rovesceranno i “palazzi”. Come stupirsi se gli altri Paesi europei escludono dalle mete turistiche l'Italia, quando il suo governo, per primo, dichiara che essa è a rischio per i suoi stessi cittadini?
Perciò è inevitabile domandarsi cosa mai ci si sarebbe festeggiare questo Due giugno 2020.
I calendari a strappo dovrebbero avere migliaia di foglietti per richiamare tutti i “ricordi” ordinati o consentiti. Solo per stare al calendario civile dello Stato d'Italia, sono festivi le domeniche e altre ricorrenze religiose quali Capodanno (lo è dal 1874), Pasqua e il lunedì dell'Angelo, l'Assunta, Ognissanti, l'Immacolata Concezione. Quando mette in programma eventi dal valore legale (come gli esami e i concorsi pubblici) lo Stato tiene conto anche delle festività delle religioni che hanno stipulato le intese previste dalla Costituzione.
Lasciati dove sono i “Giorni” memoriali (alcuni passano in sordina, altri imperversano per settimane), il calendario è zeppo di festività (religiose e civili), di “giornate celebrative”, sostitutive di antiche “feste” (i Patti Lateranensi nel 1930 oscurarono Porta Pia, in vigore dal 1895; la Vittoria, durata dal 1922 al 1949; le ricorrenze del “regime”: il Natale di Roma dal 1923, la Marcia su Roma dal 1930, la proclamazione dell'Impero dal 1939, cioè due anni prima di perderlo) e di solennità civili, come il “25 aprile” noto come “festa della Liberazione”. In realtà quel giorno non finì affatto la guerra. Il “saldo” venne col trattato di pace del 10 febbraio 1947: punitivo e irridente nei confronti del contributo dell'Italia alla vittoria degli Alleati. Che cos'altro potevano toglierle in più?
Tra le ricorrenze civili un tempo fu in vigore persino la scoperta dell'America, oggi deplorata con tanto di rimozione delle statue di Cristoforo Colombo quasi fosse sterminatore degli amerindi e vessillifero della tratta dei negri.
Sulle poche festività civili sopravvissute al diserbante del pensiero politicamente ottuso ancora svetta il 2 giugno, “festa della Repubblica”. Precedentemente “mobile” e dal 1974 fissata in coincidenza della prima domenica di giugno (come era stata quella dello Statuto albertino, in realtà promulgato nel marzo 1848), con legge 23 novembre 2012, n. 222 essa ha assunto la veste attuale.
Ma il 2 giugno davvero è la festa di tutti? In realtà, a differenza del 4 luglio degli USA e del 14 luglio della Francia, quella data non rievoca affatto l'unanimità degli italiani: ricorda, invece, la loro profonda divisione tra il Nord quasi tutto repubblicano (con l'eccezione delle province di Cuneo, Asti, Bergamo e Padova) e il Mezzogiorno compattamente monarchico. Rimanda alle radici profonde della vittoria della repubblica che nel Centro-Nord molto deve ai due anni di martellante campagna antimonarchica della Repubblica sociale italiana. Nel 1946 comunisti, socialisti, ex azionisti, da un canto, ed eredi della RSI, dall’altro canto, erano divisi in tutto tranne che dall'odio nei confronti di Vittorio Emanuele III, del suo successore, Umberto II, e dei loro ministri, da Pietro Badoglio ai liberali come Benedetto Croce e Luigi Einaudi. I democristiani se la sfangarono perché i loro maggiorenti alla vigilia del voto di schierarono per la Repubblica mentre buona parte del clero, anche al Nord, sconsigliò il “salto nel buio”. Avevano già dato e non volevano finire sotto il calcagno dell'Armata Rossa.
Premesso che un giorno festivo fa sempre piacere alla quasi totalità di quanti se ne giovano, perché malgrado Ciampi, Napolitano e altri il 2 giugno ha stentato a entrare nelle corde della popolazione?Per comprenderlo occorre ripassare le cronache del referendum del 1946.
Una “festa” proclamata con anticipo di dieci giorni
“Né di venere né di marte non si sposa, non si parte né si dà principio all'arte”. 

La Repubblica in Italia prese corpo un martedì: l’11 giugno 1946. 
Sabato 8 giugno, tre giorni prima che la Suprema Corte di Cassazione comunicasse l'esito del referendum Monarchia/repubblica, il presidente del Consiglio dei ministri, Alcide De Gasperi, democristiano, informò il governo che avrebbe assunto “i poteri di Capo Provvisorio di uno Stato repubblicano”. Il liberale Leone Cattani, ministro per i Lavori pubblici, si oppose fermamente. Altri ministri liberali e demolaburisti, come il torinese Manlio Brosio (ministro per la Guerra) e Mario Cevolotto (Aeronautica), nonché l'ammiraglio Raffaele De Courten (Marina) erano per la repubblica. Quel giorno il socialista Pietro Nenni (ministro per la Costituente, probabilmente non “al di sopra delle parti”) propose che martedì 11 fosse dichiarato festivo “a tutti gli effetti civili”.
Doveva essere la prima celebrazione della Repubblica. La storia, però, ebbe altro corso.
Alle 20 del 10 giugno il governo si radunò per decidere cosa fare dinnanzi allo stallo generato dal  rinvio dei risultati finali a martedì 18 giugno. Secondo Mario Bracci, esponente del Partito d'azione (già sminuzzato in vari frammenti) e ministro per il Commercio con l'estero, l'esito ormai era indiscutibile e quindi i poteri di capo dello Stato dovevano passare subito a De Gasperi. Con lui, a parte Cattani, si schierarono tutti i presenti, tra i quali il socialista Giuseppe Romita, ministro dell'Interno, e il democristiano Giovanni Gronchi. De Gasperi propose che un ministro riferisse al Re che a parere del governo l'esito del referendum aveva prodotto la decadenza della Monarchia.
Cattani obiettò che toccava a lui recarsi dal sovrano, per individuare la soluzione atta a “salvare le pretese di ogni parte e salvare così la pace del paese”. Il Consiglio riprese alle 0.45 di martedì 11.
De Gasperi riferì l'esito del colloquio con il Re. Umberto II era disposto a delegare i poteri al presidente del Consiglio e ad allontanarsi da Roma in attesa dell'esito finale, nel rispetto della legge.
Inizialmente Nenni e altri videro con favore la soluzione: De Gasperi avrebbe avuto funzione di “Luogotenente”. Però il segretario del partito comunista Palmiro Togliatti la respinse, poiché avrebbe significato un’“investitura” da parte del sovrano. Ebbe il sostegno di Bracci, Brosio, Cevolotto e De Courten. Alle 2.30, con il voto contrario di Cattani, il governo approvò un “comunicato” che sanciva la vittoria della Repubblica e proclamava festivo il giorno ormai iniziato.
Come farlo sapere alla popolazione? In realtà ben altro premeva. In Italia il clima non era affatto esultante. In molte città si verificavano manifestazioni di monarchici, duramente represse dalla polizia a Napoli. A Taranto militari monarchici si scontrarono con commilitoni repubblicani. Si riaffacciava lo spettro della guerra civile mentre tutti sapevano che il partito comunista aveva una corposa riserva di armi bene oliate: non decisive ma pericolosissime in caso di coinvolgimento di potenze estere.
Lo stesso martedì 11 il governo si radunò tra le 12 e le 13, poi alle 18 e alle 21. La terza seduta fu decisiva. Bracci propose di conferire a De Gasperi i poteri di capo dello Stato. Secondo il democristiano Mario Scelba ormai il Re non era che “un privato cittadino”. Quindi era intollerabile che De Gasperi si recasse ancora a colloquio con lui. De Gasperi obiettò che era “vero in teoria”, ma politicamente sarebbe stato un errore: non era il momento di “fare un passo che può determinare la guerra civile”.

Il governo camminava su una corda esile 
Chi aveva votato per chi? Il caos dello scrutinio e della verifica Appena un giorno prima, alle 18 di lunedì 10, il presidente della Corte di Cassazione aveva comunicato l'esito del referendum: 12.672.767 voti per la Repubblica contro 10.688. 905 per la Monarchia. Ufficialmente mancavano i dati di circa 150 seggi. Il Presidente si riservò di emettere in altra adunanza il giudizio definitivo su contestazioni, proteste e reclami e di comunicare il numero complessivo degli elettori votanti, le loro scelte e quello dei voti nulli, che in prima battuta nessuno si era preso la briga di computare.
Il governo sapeva bene che in realtà mancavano i dati definitivi di almeno 21.000 sezioni.
Pendevano molti ricorsi. Nessuno aveva conteggiato le schede bianche, nulle, contestate e non assegnate. Per venirne in chiaro sarebbe stato necessario controllare le schede; ma secondo Togliatti questa verifica era impossibile perché, come egli seraficamente asserì ai colleghi, forse erano già state distrutte. Il governo era al bivio: attendere la pronuncia della Suprema Corte annunciata per mercoledì 18 giugno, come chiedeva il Re, o varcare il Rubicone?
Gli elettori erano 28 milioni. Secondo Nenni alle urne ne andarono circa 24.837.000. Più di tre milioni furono esclusi: i militari ancora prigionieri di guerra, gli abitanti di province “in forse” (Bolzano, l'intera Venezia Giulia e le altre città italiane ormai nelle grinfie della Jugoslavia di Tito), i cittadini privati del diritto di voto per motivi politici o non reperiti dagli uffici elettorali comunali.
La repubblica aveva ottenuto il consenso del 52% dei voti validi ma appena del 42% del corpo elettorale. Era manifestamente minoritaria. Che fare? Il Consiglio si riunì alle 0.30 di mercoledì 12.
Togliatti avvertì allarmato che se fosse stato accolto il ricorso presentato da Enzo Selvaggi la maggioranza si sarebbe ridotta di molto. Bracci prospettò allora che a decidere la partita potesse essere l'ammiraglio Ellery Stone. La decisione ultima andava rimessa agli anglo-americani.

Quando De Gasperi assunse le funzioni di capo dello Stato 
Il governo tornò a riunirsi alle 21 dello stesso mercoledì 12 giugno. Togliatti informò che le verifiche dei ricorsi avrebbero richiesto quattro giorni e ammise: “C'è del caos”. Per sveltire le procedure si computavano solo i voti validi. Dopo ore di dibattito al calor bianco e un’interruzione, De Gasperi preparò la dichiarazione in forza della quale assumeva le funzioni (non i poteri) di capo
dello Stato e alle 23.45 ne dette lettura. Curiosamente il testo non è allegato ai Verbali del Consiglio dei ministri pubblicati nel 1996 a cura di Aldo Giovanni Ricci, all'epoca sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato (vol. VI, 2, p. 1388). Il suo testo è in Il referendum Monarchiarepubblica del 2-3 giugno 1946 (ed. Bastogi Libri con prefazione della Principessa Maria Gabriella di Savoia). Esso afferma che sulla base della comunicazione dell'esito provvisorio dei risultati del referendum (10 giugno) l'esercizio delle funzioni di capo dello Stato spettava al presidente del Consiglio sino a quando l'Assemblea costituente non avesse nominato il presidente provvisorio della repubblica. Ancora una volta Cattani si dichiarò contrario ed esortò a “evitare la guerra civile”.
Dal canto suo Epicarmo Corbino, ministro per il Tesoro, domandò a De Gasperi se la decisione rispondesse al suo pensiero intimo. Il presidente democristiano confermò: “accipio”. Così nacque la Repubblica. Era ormai il 13 giugno. Per gli scaramantici quella cifra non porta bene, ma a Roma il giovedì è giorno di trippa.

Maramaldi...
E il Re? Posto dinnanzi al dilemma se arroccarsi al Quirinale, appellarsi ai monarchici, lasciare temporaneamente Roma o allontanarsi dall'Italia e protestare contro il “gesto rivoluzionario”, optò per quest’ultima soluzione. Gli anglo-americani gli fecero sapere che non ne avrebbero garantito l'incolumità personale. Tutto voleva tranne che uno spargimento di sangue. Dal 5 giugno aveva ordinato alla Regina Maria José di raggiungere Napoli con i quattro figli e di salpare per il Portogallo con lo stesso incrociatore che aveva recato Vittorio Emanuele III e la Regina Elena ad Alessandria d'Egitto. Nel corso di una cena al Quirinale chiese ai congiunti di lasciare l'Italia. Già si era congedato da Pio XII in visita privata. Ne ottenne un piccolo prestito per le minute spese perché partiva senza una lira. Restituì. Alle 15 di giovedì 13 lasciò il Quirinale e poi il suolo d'Italia, da Ciampino alla volta del Portogallo.
Sciolse dal giuramento di fedeltà alla Monarchia, ma non alla Patria, quanti l'avevano prestato.
Per milioni e milioni di italiani fu un giorno di profonda mestizia. Aprì anni amari. La sola esposizione del tricolore con lo scudo sabaudo divenne reato.
Il 18 giugno la Suprema Corte compì un colpo di stato linguistico: a maggioranza, contro il parere del Procuratore Generale Massimo Pilotti e del presidente Pagano, essa stabilì che per votanti si intendono i voti validi. Ignorò le schede bianche, nulle, non assegnate. In tal modo la differenza tra le due opzioni sarebbe rimasta di circa 2 milioni, anziché di soli 250.000 voti, e nessuno avrebbe insistito per il controllo delle schede. D'altronde il Re era ormai all'estero, seppur nella convinzione di tornare prima o poi in Italia. Ma la Costituente interdisse il rientro e il soggiorno a lui, alla Regina e ai discendenti maschi, confondendo discendente con erede al trono. Altre severe misure furono adottate contro i militanti monarchici, che presto si divisero in fazioni. Sin dalla sua prima visita clandestina in Italia Luigi Federzoni distinse tra monarchici e monarchisti, tra quanti nella Corona vedevano l'Italia e chi invece dell'ideale monarchico fece “un mestiere”, un “partito”. Purtroppo nel corso dei decenni i monarchici uguagliarono il Partito repubblicano nella lotta fratricida.

Repubblica senza scudo
La repubblica non venne mai “proclamata” perché la legge sul referendum prevedeva solo la “comunicazione” dei risultati elettorali. Per radicarsi essa si dovette dotare di “attributi” e mostrarli festevolmente negli anni: un inno provvisorio per il giuramento dei militari il IV novembre, la bandiera (strappò lo stemma sabaudo dal Tricolore) e un emblema. Quest'ultimo è di interpretazione così ardua che in l'“Italia immaginata. Iconografia di una nazione” (il Mulino) Giovanni Belardinelli scrive che esso consta di “una stella dentro una croce dentata”, mentre, come sappiamo, la stella (antico simbolo d'Italia, della Monarchia, della massoneria e persino della Madonna) insiste in una ruota dentata: quella del Rotary, come venne spiegato a De Gasperi quando negli Stati Uniti d'America gli venne impartito un corso accelerato di tolleranza nei confronti di rotariani e di “fratelli” come l'ambasciatore Alberto Tarchiani.
Fra gli altri emblemi di quando in quando tornati in auge per evocare l'Italia vi sono anche i corbezzoli a suo tempo cantati da Giovanni Pascoli: arbusto patriottico dalle foglie verdissime, fiori bianchi e frutti rossi. Ai corbezzoli ci si può afferrare per scongiurare i guai del passato, del presente e quelli che attendono l'Italia al varco: non in autunno ma dalle settimane prossime se il governo continuerà a mostrarsi del tutto al di sotto delle attese minime per risalire la china. In questo Due giugno non si sente alcun bisogno di feste che ricordano la divisione degli italiani in fazioni contrapposte e la sopraffazione dei vinti da parte dei vincitori, maramaldi. Lo sussurrano sommessamente Vittorio Emanuele III e la Regina Elena dalle loro tombe nella quiete del Santuario di Vicoforte.
Emblema della Repubblica Italiana. Bozzetto di Paolo Antonio Paschetto (885-
1963), vincitore del primo concorso su 346 candidati e oltre 600 proposte. Approvato da apposita commissione presieduta dal demolaburista Ivanoe Bonomi e formata da artisti già affermati durante il regime, come Duilio Calbellotti ma bersagliato da critiche (ad alcuni parve una tinozza rovesciata) esso non non fu realizzato. Paschetto prevalse su 197 candidati anche nel secondo concorso. Approvato dall'Assemblea costituente il 31 gennaio 1948 il nuovo bozzetto (in bianco e nero) fu  sostituito con quello varato a fine aprile del 1948. Esso non è stemma (gli stemmi includono uno scudo) ma “emblema”. Artista versatile e di vasta cultura, docente di Ornato all'Accademia di Belle Arti di Roma, Paschetto professò la religione valdese.  


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