Orlando, De Nicola e
Gasparotto fra il sì e il no.
Orlando, De Nicola e
Gasparotto si dibattono in continue indecisioni, fra accettazione e rinunzia.
Nessuno osa apertamente passare all'opposizione, nessuno ha il coraggio di
parlar chiaro. Orlando finisce di accettare ed entra nel listone fascista con
la riserva che siano riconosciute quelle «idee liberali e democratiche che ho
sempre professate ed alle quali intendo rimanere fedele» ma che Mussolini aveva
già misconosciute e disprezzate proprio in quei giorni nel discorso di palazzo
Venezia, che fu un discorso di assoluta e violenta intransigenza anti-liberale.
L'accettazione di Orlando, pur con le riserve, è considerata una sottomissione
all'indirizzo politico del Governo in un momento decisivo per la vita
costituzionale della Nazione, quando cioè tutta la struttura del potere sta per
assumere forme nuove e pericolose, in antitesi assoluta a quelle di cui
l'Orlando fu maestro in passato. E' questo il momento in cui si preannuncia la
presa di possesso della dittatura. Infatti L'Impero, il cui linguaggio si
avvicina di più a quello dell'on. Mussolini, scrive testualmente proprio in
risposta alla dichiarazione di Orlando: «Il fatto del Comando è legato più che
intimamente all'Unico. Il comando ha necessità di solitudine, in quanto il capo
deve sapersi attentamente e fedelmente ascoltare; il comando ha bisogno dei «pieni
poteri», in quanto «deve essere pronto a tutte le velocità e a tutte le
sterzate».
L'atteggiamento di
Orlando non è gradito né ai fascisti per le sue platoniche riserve, né agli
oppositori che vedono in lui un complice della politica mussoliniana. Il
senatore Maffeo Pantaleoni, scrive a questo proposito sul Mezzogiorno dì
Napoli: «Nella vecchia Camera, allorché, dopo la marcia su Roma, venne al potere
Mussolini, com'è che allora Orlando si scordò di parlare sulla legge dei pieni
poteri, e com'è che non aperse bocca in difesa del parlamentarismo, della democrazia,
della Costituzione, della Monarchia, della libertà, del cittadino, allorché
vide e udì la Camera trattata per quello che valeva? Dove erano allora i suoi
ideali vissuti tutta la vita sua? L'aspide ha atteso nascosto nell'erba l'ora
sua. Per ora ha fischiato e sibilato. Voglio tagliargli la lingua prima che
punga e avveleni. La lingua? Certo la lingua, che se questa è tolta all'Orlando,
che cosa di lui resta?».
De Nicola dopo tanti sì
e tanti no finisce per accettare ed è autorizzato a compilare per la Campania
una lista di suo gradimento, assumendo le prerogative del Duce.
L'Avanti! commenta: «La
lettera di accettazione dell'ex presidente della Camera De Nicola è una lettera
pietosa»... « Egli prostituisce se stesso, il suo passato, la sua fede liberale
tante volle conclamata la sua dignità di uomo politico. De Nicola è al di
sotto, come figura morale e politica, dello stesso Orlando il quale almeno ha
mascherato il suo «obbedisco» con riserve di carattere politico che ha dato
come accettate dal governo. Il fatto preciso
e inconfutabile che noi oggi abbiamo il
dovere di rilevare è questo: De
Nicola, Orlando, De Nava e Pasqualino Vassallo nonostante le riserve di
qualcuno che, ripetiamo, non hanno che un valore esteriore e una portata insignificante, entrando nella lista
ministeriale hanno implicitamente accettato di combattere e lottare contro i
principi liberali e democratici dei quali vorrebbero far credere di essere
fedeli custodi. E' una verità inoppugnabile contro la quale invano tenteranno
manovre e speculazioni i nuovi lacchè di Mussolini e del Fascismo. Essi vanno
confusi coi vari Gasparotto, Casertano, Cermenati e altri che malgrado il
deciso atteggiamento del proprio partito, la democrazia sociale, non hanno esitato
a disertare le file della loro organizzazione per accedere all'invito foro
fatto di entrare nel listone».
Entra pure fra i
candidati del governo l'on. Porzio, che
si schiera con De Nicola contro la lista liberale di Amendola, Roberto Bracco e
Bencivenga, il cui coraggioso atteggiamento è stato veramente eroico.
Ma De Nicola si ritira
improvvisamente dalla lotta proprio
nel giorno che avrebbe dovuto pronunciare il discorso
elettorale alla vigilia delle elezioni. In questo discorso comunicato poi ai
giornali, De Nicola dice essere «ingiusto e pericoloso far risalire all'istituto
parlamentare le mende e gli errori che
erano del periodo anormale che la Nazione traversava»
e continua assumendo la difesa del fascismo
il quale, secondo lui, «sorse come protesta di un eccesso di violenza
sovvertitrice della vita nazionale s'affermò e vinse come protesta contro un eccesso di debolezza. Le intemperanze
dell'ala estrema del Partito Socialista gli diedero vita; la instabilità e,
l'atonia dei governi minacciati più da scogli nascosti che da venti avversari,
costretti a sciupare tempo ed energia nella propria difesa, piuttosto che nella
difesa dello Stato contro i pericoli della rivo1uzione e della stessa
controrivoluzione, gli assicurarono la vittoria».
I comunisti affermano
in un loro comunicato ed egli lo conferma che il motivo del ritiro di De Nicola
è stato provocato dalla richiesta di un contraddittorio, richiesta determinata
dalla speranza di poter esporre il proprio pensiero in un momento in cui non è
loro possibile tenere riunioni, e sopratutto per dimostrare «come si spieghi
con esito perfetto l'unione del movimento liberale col movimento fascista
nell'attuale circostanza storica, senza alcuna contraddizione». De Nicola non
smentisce le sue aderenze al fascismo e cinque anni più tardi accetterà da
Mussolini - in pieno regime corporativo e totalitario (il che significa piena
adesione alla dittatura) la nomina a senatore.
A Milano entrano nel
listone l'avv. Boeri, l'on. Gasparotto, il «don Chisciotte della democrazia
liberale milanese», assieme a Mussolini, Farinacci, Ezio Maria Gray, Teruzzi,
Gioacchino Volpe, Alfieri e Massimo Rocca. Il Gasparotto sconsiglia anche la
lista autonoma della democrazia sociale poiché ciò significherebbe opposizione
al governo ed egli non vuol recare dispiacere a Mussolini.
Giolitti parlando a
Dronero giustifica l'avvento fascista, accusando i popolari di avere posto il «veto»
al suo ritorno al potere e i socialisti di aver reso impossibile il
funzionamento del Parlamento poiché i deputati
dell'estrema avevano per programma di votare contro qualunque governo. «Dopo
questa ripetuta constatazione - egli dice - della impotenza alla quale era
stato ridotto il Parlamento a costituire e sostenere un governo, vi è forse da
meravigliare che un'altro governo sia sorto fuori dell'orbita parlamentare E di
questa deviazione del regime parlamentare hanno forse ragione di dolersi i dirigenti
del Partito Socialista, del Partito Popolare, proprio essi che hanno reso impossibile
un governo parlamentare? Poteva il Paese restare senza governo»?
Anche d'Annunzio fa
sentire la sua voce, ma non si comprende bene quali siano le sue impressioni
sul fascismo, se non attraverso deduzioni: in un telegramma agli scrittori
francesi contro la deportazione di Unamuno egli staffila De Rivela come un «soldataccio
che sbuffa e scalpita, incrociando la sua sciabola di legno dipinto, con la
sottile e formidabile penna del grande scrittore». Al ministro Cicerin
telegrafa: «Salute al popolo russo, che vedrà tutte le mie divinazioni e tutte
le mie previsioni avverarsi e compiersi. Fui il primo a vedere nell'orrore di
ieri la luce di domani». E' il periodo di crisi... filo-bolscevica del
Comandante dei legionari fiumani. Egli attento alla tragedia del popolo russo e
sensibile a quella del popolo spagnolo ma non sente la situazione italiana.
Eppure è il solo In Italia che potrebbe parlare, sia pure con atteggiamento di
artista ma con accento di patriottismo alto ed elevato e senza bisogno di
trasferirsi da una parte o dall'altra della barricata. Messaggeri di tutti i
partiti vanno a lui sottoponendosi a lunghe, attese, a snervanti anticamere per
poi essere delusi da certi suoi atteggiamenti melodrammatici. E preferisce
tacere.
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