NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 28 luglio 2014

La Monarchia e il Fascismo - settimo capitolo - II

Orlando, De Nicola e Gasparotto fra il sì e il no.

Orlando, De Nicola e Gasparotto si dibattono in continue indecisioni, fra accettazione e rinunzia. Nessuno osa apertamente passare all'opposizione, nessuno ha il coraggio di parlar chiaro. Orlando finisce di accettare ed entra nel listone fascista con la riserva che siano riconosciute quelle «idee liberali e democratiche che ho sempre professate ed alle quali intendo rimanere fedele» ma che Mussolini aveva già misconosciute e disprezzate proprio in quei giorni nel discorso di palazzo Venezia, che fu un discorso di assoluta e violenta intransigenza anti-liberale. L'accettazione di Orlando, pur con le riserve, è considerata una sottomissione all'indirizzo politico del Governo in un momento decisivo per la vita costituzionale della Nazione, quando cioè tutta la struttura del potere sta per assumere forme nuove e pericolose, in antitesi assoluta a quelle di cui l'Orlando fu maestro in passato. E' questo il momento in cui si preannuncia la presa di possesso della dittatura. Infatti L'Impero, il cui linguaggio si avvicina di più a quello dell'on. Mussolini, scrive testualmente proprio in risposta alla dichiarazione di Orlando: «Il fatto del Comando è legato più che intimamente all'Unico. Il comando ha necessità di solitudine, in quanto il capo deve sapersi attentamente e fedelmente ascoltare; il comando ha bisogno dei «pieni poteri», in quanto «deve essere pronto a tutte le velocità e a tutte le sterzate».

L'atteggiamento di Orlando non è gradito né ai fascisti per le sue platoniche riserve, né agli oppositori che vedono in lui un complice della politica mussoliniana. Il senatore Maffeo Pantaleoni, scrive a questo proposito sul Mezzogiorno dì Napoli: «Nella vecchia Camera, allorché, dopo la marcia su Roma, venne al potere Mussolini, com'è che allora Orlando si scordò di parlare sulla legge dei pieni poteri, e com'è che non aperse bocca in difesa del parlamentarismo, della democrazia, della Costituzione, della Monarchia, della libertà, del cittadino, allorché vide e udì la Camera trattata per quello che valeva? Dove erano allora i suoi ideali vissuti tutta la vita sua? L'aspide ha atteso nascosto nell'erba l'ora sua. Per ora ha fischiato e sibilato. Voglio tagliargli la lingua prima che punga e avveleni. La lingua? Certo la lingua, che se questa è tolta all'Orlando, che cosa di lui resta?».

De Nicola dopo tanti sì e tanti no finisce per accettare ed è autorizzato a compilare per la Campania una lista di suo gradimento, assumendo le prerogative del Duce.

L'Avanti! commenta: «La lettera di accettazione dell'ex presidente della Camera De Nicola è una lettera pietosa»... « Egli prostituisce se stesso, il suo passato, la sua fede liberale tante volle conclamata la sua dignità di uomo politico. De Nicola è al di sotto, come figura morale e politica, dello stesso Orlando il quale almeno ha mascherato il suo «obbedisco» con riserve di carattere politico che ha dato come accettate dal governo. Il fatto    preciso e  inconfutabile che noi oggi abbiamo il dovere di      rilevare è questo: De Nicola, Orlando, De Nava e Pasqualino Vassallo nonostante le riserve di qualcuno che, ripetiamo, non hanno che un valore esteriore e una portata  insignificante, entrando nella lista ministeriale hanno implicitamente accettato di combattere e lottare contro i principi liberali e democratici dei quali vorrebbero far credere di essere fedeli custodi. E' una verità inoppugnabile contro la quale invano tenteranno manovre e speculazioni i nuovi lacchè di Mussolini e del Fascismo. Essi vanno confusi coi vari Gasparotto, Casertano, Cermenati e altri che malgrado il deciso atteggiamento del proprio partito, la democrazia sociale, non hanno esitato a disertare le file della loro organizzazione per accedere all'invito foro fatto di entrare nel listone».

Entra pure fra i candidati del governo l'on. Porzio,      che si schiera con De Nicola contro la lista liberale di Amendola, Roberto Bracco e Bencivenga, il cui coraggioso atteggiamento è stato veramente eroico.
Ma De Nicola si ritira improvvisamente dalla lotta      proprio nel giorno che avrebbe dovuto pronunciare il    discorso elettorale alla vigilia delle elezioni. In questo discorso comunicato poi ai giornali, De Nicola dice essere «ingiusto e pericoloso far risalire all'istituto parlamentare le mende e gli errori che
erano del periodo anormale che la Nazione traversava» e continua assumendo la difesa del      fascismo il quale, secondo lui, «sorse come protesta di un eccesso di violenza sovvertitrice della vita nazionale s'affermò e vinse come protesta contro un     eccesso di debolezza. Le intemperanze dell'ala estrema del Partito Socialista gli diedero vita; la instabilità e, l'atonia dei governi minacciati più da scogli nascosti che da venti avversari, costretti a sciupare tempo ed energia nella propria difesa, piuttosto che nella difesa dello Stato contro i pericoli della rivo1uzione e della stessa controrivoluzione, gli assicurarono la vittoria».
I comunisti affermano in un loro comunicato ed egli lo conferma che il motivo del ritiro di De Nicola è stato provocato dalla richiesta di un contraddittorio, richiesta determinata dalla speranza di poter esporre il proprio pensiero in un momento in cui non è loro possibile tenere riunioni, e sopratutto per dimostrare «come si spieghi con esito perfetto l'unione del movimento liberale col movimento fascista nell'attuale circostanza storica, senza alcuna contraddizione». De Nicola non smentisce le sue aderenze al fascismo e cinque anni più tardi accetterà da Mussolini - in pieno regime corporativo e totalitario (il che significa piena adesione alla dittatura) la nomina a senatore.

A Milano entrano nel listone l'avv. Boeri, l'on. Gasparotto, il «don Chisciotte della democrazia liberale milanese», assieme a Mussolini, Farinacci, Ezio Maria Gray, Teruzzi, Gioacchino Volpe, Alfieri e Massimo Rocca. Il Gasparotto sconsiglia anche la lista autonoma della democrazia sociale poiché ciò significherebbe opposizione al governo ed egli non vuol recare dispiacere a Mussolini.

Giolitti parlando a Dronero giustifica l'avvento fascista, accusando i popolari di avere posto il «veto» al suo ritorno al potere e i socialisti di aver reso impossibile il funzionamento del Parlamento poiché i   deputati dell'estrema avevano per programma di votare contro qualunque governo. «Dopo questa ripetuta constatazione - egli dice - della impotenza alla quale era stato ridotto il Parlamento a costituire e sostenere un governo, vi è forse da meravigliare che un'altro governo sia sorto fuori dell'orbita parlamentare E di questa deviazione del regime parlamentare hanno forse ragione di dolersi i dirigenti del Partito Socialista, del Partito Popolare, proprio essi che hanno reso impossibile un governo parlamentare? Poteva il Paese restare senza governo»?


Anche d'Annunzio fa sentire la sua voce, ma non si comprende bene quali siano le sue impressioni sul fascismo, se non attraverso deduzioni: in un telegramma agli scrittori francesi contro la deportazione di Unamuno egli staffila De Rivela come un «soldataccio che sbuffa e scalpita, incrociando la sua sciabola di legno dipinto, con la sottile e formidabile penna del grande scrittore». Al ministro Cicerin telegrafa: «Salute al popolo russo, che vedrà tutte le mie divinazioni e tutte le mie previsioni avverarsi e compiersi. Fui il primo a vedere nell'orrore di ieri la luce di domani». E' il periodo di crisi... filo-bolscevica del Comandante dei legionari fiumani. Egli attento alla tragedia del popolo russo e sensibile a quella del popolo spagnolo ma non sente la situazione italiana. Eppure è il solo In Italia che potrebbe parlare, sia pure con atteggiamento di artista ma con accento di patriottismo alto ed elevato e senza bisogno di trasferirsi da una parte o dall'altra della barricata. Messaggeri di tutti i partiti vanno a lui sottoponendosi a lunghe, attese, a snervanti anticamere per poi essere delusi da certi suoi atteggiamenti melodrammatici. E preferisce tacere.

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