NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 7 luglio 2014

La Monarchia e il Fascismo - settimo capitolo - I

(Prima metà del 1924)

Dopo la riforma elettorale si tenta la riforma costituzionale. 
Le elezioni del 6 aprile danno al Governo una maggioranza imponente, docile e servile. 
Il crollo dello Stato liberale.

Mussolini può fare a meno dei pieni poteri.
Dopo la riforma elettorale il governo tende alla riforma costituzionale che avvierebbe l'Italia ad una specie di Cancellierato. Il Re è già prigioniero della dittatura così come Mussolini è un poco prigioniero dei gerarchi ed il popolo italiano è vittima del suo stesso facile entusiasmo, della sua spensieratezza.
L'anno 1924 si apre con questo particolare programma annunciato a Brescia da Michele Bianchi: «La XXVII legislatura sarà forse chiamata a fare un codicillo all'ultima legge elettorale politica... E, vi sarà anche, o signori, da pensare se le attuali attribuzioni del Parlamento non debbano opportunamente subire qualche limitazione». Si prospetta insomma una riforma che intaccherebbe profondamente il funzionamento del sistema parlamentare e ferirebbe in tal modo le basi istituzionali dello Stato. E l’Impero del quale, è notorio, il Duce si serve con note politiche personali, si domanda: 
La salma di Lenin
«Ma a che cosa deve dunque tendere il fascismo se non a creare uno Stato fascista?». Si grida allo scandalo, eppure questa campagna fascista per la revisione della costituzione ha le sue origini nel 1919-1922 scatenata proprio dagli estremisti - socialisti e repubblicani quelli che ora fanno la voce più grossa si agitano e protestano. I socialisti poi, che imprecano tanto contro la dittatura di Mussolini, commemorano la morte di Lenin inneggiando alla dittatura del proletariato.

In questa atmosfera Mussolini emana il decreto di scioglimento della Camera, e fissa le elezioni per il 6 aprile. Commentando questa sua decisione in un discorso agli ufficiali della Milizia egli dice: «La ragione fondamentale della rinuncia dei pieni poteri è nella constatazione che l'opera è bene avviata e che oramai non è più possibile tornare indietro. C'è qualche cosa in Italia che è morto e ben morto». 
Mussolini, indette le elezioni parla ai gerarchi a Palazzo Venezia

E continua attaccando implacabilmente tutti i partiti politici senza alcuna distinzione ed identificando il fascismo col governo:
«Quando tutti gli avversari si saranno convinti che quella dell'ottobre 1922 non è stata una semplice crisi ministeriale, quando tutti gli avversari cominceranno a rendersi conto che noi non siamo soltanto un governo ma siamo dei portatori di un nuovo tipo di civiltà, quando insomma si renderanno conto dell'irrevocabile fatto compiuto, si potrà parlare di disarmare: prima no, sarebbe delitto e follia. Chi è contro il fascismo e contro il partito è necessariamente contro il governo e contro di me. lo giuro alla memoria di tutti i nostri martiri, e lo giuro sicuro di interpretare il vostro intimo pensiero, che noi ieri come oggi e oggi come domani, quando si tratta della Patria e del fascismo, siamo pronti ad uccidere e sia mo pronti a morire! ». Poi la chiusa drammatica del discorso: «Chi tocca la Milizia avrà del piombo».
Il discorso suscita profonda impressione, ma nessuno degli appartenenti ai partiti- popolari, democratici, demosociali e liberali si ribella. Anzi Salandra incita i suoi amici a «entrare nella lotta a fianco del governo fascista, per rafforzarne e fiancheggiarne l'opera, senza riserve mentali e con lealtà confessata: chi si sente ancora liberale non può avere altra condotta». Alberto Giovannini rifiuta di schierarsi con l'opposizione fiducioso in una rivalorizzazione degli istituti fondamentali dello Stato e nel rinnovamento del costume politico: «l'opera del Presidente del Consiglio a tale fine è manifesta, perciò non da oggi il Partito Liberale ne vuole il successo».

Benedetto Croce intervistato dal Corriere Italiano augura che sia largamente sentita la necessità di non compromettere l'opera di restaurazione iniziata dal Governo e che il Paese procuri di dare ad esso la compatta maggioranza che chiede. Aggiunge poi che il nuovo sistema elettorale può, in sostanza, normalizzare la situazione, perché guardando alla sostanza e non all'apparenza, solo traverso il nuovo sistema elettorale si può eliminare il dualismo fra rappresentanza legale del Paese e un partito che lo tiene sotto controllo: formata una nuova Camera e una maggioranza, è chiaro che si sarà rientrati nella legalità e nel buon sistema costituzionale. Avendogli il giornalista domandato se il fascismo poteva creare un sistema politico nuovo, il Croce ha detto: « Per parte mia, come storico e come filosofo, non escludo, in tesi generale, che qualche cosa di politicamente nuovo possa sorgere dal travaglio presente della vita italiana ed europea. Lo spirito umano è libero e creatore, e nessuno schema intellettuale può imprigionare questa sua forza creativa. Dunque, potrà ben darsi che il fascismo crei un sistema politico affatto diverso dal liberalismo. Ma, per ora, non ne vedo in modo definitivo neppure le prime linee. Se qualche cosa riesco a vedere, è invece lo spontaneo avviamento ad un ritorno, come si dice, alla legalità, cioè alle istituzioni nazionali» (1).

Rinnovati e violenti attacchi dei giornali fascisti  dello stesso ufficio stampa del partito frammisti a minacce di «una giustificata irrefrenabile violenza» portano un disorientamento fra i gruppi delle varie tendenze che vengono invasi dalla indecisione. I popolari adottano la formula «né opposizione né collaborazione», ma contro il centrismo equivoco di don Sturzo insorgono i filo-fascisti Meda, Micheli e Bertone. L'Osservatore Romano dal canto suo in una nota dice che il maggior bene del Paese è inseparabile dalla morale e dalla religione cattolica e se ne deduce che il Vaticano ha inteso invitare i cattolici a votare per il governo che difende la religione. Il giornale popolare Domani d'Italia inizia una campagna di astensione dalle elezioni come affermazione di antifascismo, ma la direzione del partito lo sconfessa.


(1) Questa intervista, di importanza enorme dato l'atteggiamento di ostilità accusatrice verso il Re assunto più tardi dal Croce, veniva riportata nella primavera del 1944 da un settimanale socialista Bandiera rossa di Napoli e mise in subbuglio il circolo di casa Croce e lo stesso filosofo dimentico oramai dell'apologia fatta del fascismo e del suo fondatore.

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