NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 28 febbraio 2013

Juan Carlos e la monarchia spagnola


Dal Corriere della Sera

L'articolo «il declino di Juan Carlos e l'ombra dell'abdicazione» (Corriere, 25 febbraio) contiene una serie di inesattezze. 
1) E' inesatto affermare che la monarchia in Spagna fu «inaspettata mente riportata» nel 1975. Già nel 1947 una legge proclamava la Spagna monarchia, conferendo al caudillo Francisco Franco il compito di designarne il sovrano, cosa che avvenne nel 1969, con il conferimento al principe Juan Carlos della qualifica di erede al trono.
2) E' inesatta l'affermazione (a commento detta fotografia) che Alfonso Xiii «firmò la rinuncia ai diritti dinastici nel 1931». Alfonso XIII rinunciò a tali diritti il 15 gennaio 1941. poco prima di morire, designando il figlio quintogenito Juan a succedergli. 
3) E' inesatta l'affermazione (a commento della fotografia) che Francisco Franco costrinse Don Juan «ad abdicare in favore del figlio nel 1977». Franco mori nel 1975 e Don Juan - che non aveva mai voluto rinunciare ai suoi diritti in vita dei dittatore - vi rinunciò spontaneamente in favore di suo figlio nel 1977, due anni dopo la morte di Franco. 
4) E' inesatta l'affermazione che Juan Carlos «aveva sparato e ucciso il fratello maggiore, legittimo erede al trono». L'Infante Don Alfonso, nato a Roma il 31 ottobre 1941, ucciso accidentalmente da Juan Carlos all'Estoril il 29 marzo 1956, era di tre anni minore di Juan Carlos.
Leonardo Visconti di Modrone, Roma


Leonardo Visconti di Modrone, già ambasciatore d'Italia in Spagna ed erede di un'antica nobiltà, sa di cosa parlo. I suoi appunti dipingono però una realtà formale e non fattuale. I Borbone spagnoli, incapaci di evitare la crisi che portò alla terribile Guerra Civile, avevano perso il trono e il diritto (morale) a difenderlo nel 1931. La «restaurazione» avvenne per esclusiva decisione dei dittatore Francisco Franco. La dimostrazione sta nel fatto, umiliante per aristocratici e non, che Don Juan rinunciò ai suoi inutili «diritti dinastici» a favore di un figlio che già da due anni era re di Spagna per volere dei caudillo. 
Infine è invece verissimo, come già rettificato ieri, che Juan Carlos aveva tre anni più del povero Alfonsino quando lo uccise. Su questo scienze araldiche e realtà storica non confliggono.
Andrea Nicastro

Della democrazia dei democratici


I "Democratici", sempre più divertenti. Teorizzano il governo del popolo, che si esprime attraverso le elezioni.
Però il popolo ha da fare la sacrosanta cortesia di fare quello che dicono i "Democratici" : cioè non è che il popolo si possa prendere la libertà di votare uno che promette e almeno al momento non c'è motivo di dubitarne, di ridiscutere certe decisioni prese senza che il popolo venisse consultato.
Non è che il popolo possa dire che mille parassiti in parlamento sono troppi che la metà bastano e avanzano, che pagarli un quarto di quanto vengono pagati è grasso che cola per i tempi che viviamo.
Non è che qualcuno possa dire che la costituzione (mai sottoposta a referendum) non è perfetta e che magari una camera basta invece che due. Sono tanti gli italiani che si adattano a vivere in un monolocale perché i parlamentari no?
Non è che qualcuno possa pretendere che un referendum sul finanziamento ai partiti possa essere rispettato nella sua integrità e quindi i partiti se vogliono si finanziano da soli, come ha fatto Grillo.

No. Se fai tutto questo sei populista. E il populismo è cosa brutta: significa che c'è gente che vuole arrivare a fine mese,che pensa che i propri conti siano più importanti di quelli delle banche, che magari si vuole comprare una casa e crescerci dentro tranquillamente senza pagare allo stato l'affitto per averla comprata.

In sostanza i "democratici" sono tali solo quando la gente vota per loro. Guai a votare qualcun altro.
Sotto sotto credono ancora di essere quelli del Partito Guida, quelli dell'intellighentzia cooptata per stare al vertice del partito e magari anche di qualche banca.

Alla fine spero davvero che si arrendano. Come già gli intimavano 20 anni fa. 
Si arrendano ad essere dei cialtroni come tutti gli altri invece che gli spocchiosi, arroganti, saccenti, falliti che hanno sempre dimostrato di essere.

mercoledì 27 febbraio 2013

La Monarchia e il fascismo - III


La fondazione dei Fasci di Combattimento a carattere repubblicano

Interessante è seguire la costituzione dei Fasci di combattimento e più precisamente lo studio degli elementi che vi affluirono e di alcuni esponenti che al fascismo dettero l'impronta delle direttive e costituirono le sue prime salde affermazioni.
Il fascismo è stato un fenomeno repubblicano, impregnato di dottrine mazziniane ed alimentato dalle masse lavoratrici aderenti politicamente al partito così detto «storico», esso si dichiarò subito repubblicano, ammantato dal romanticismo avventuroso e scapigliato del futurismo e dell'arditismo. Il suo programma è schiettamente rivoluzionario e antiborghese con tutte le contraddizioni caratteristiche del temperamento e dello stile di Mussolini. Le adesioni all'iniziativa sono diffuse dislocate in tutta Italia gruppi sparsi qua e là, ma non è ancora la massa che lo segue. Manca soprattutto di penetrazione nelle organizzazioni economiche di resistenza delle masse operaie e contadine, e queste gli vengono  offerte dal movimento repubblicano, col quale nei primi passi della vita Politica svolge in armonia le sue dimostrazioni. Durante lo sciopero generale tentato nell'aprile per l'uccisione di Rosa Luxembourg e di Liebknecht,  un intervento a carattere fascista fá abortire il tentativo bolscevico. Al Ministero della Guerra parla Federzoni, e ad un comizio presieduto da Stradella aderiscono al movimento Armando Casalini e Giovanni Conti ambedue della direzione del Partito Repubblicano. Al termine della riunione un corteo percorre le vie della città e i vessilli dell'Associazione repubblicana a fianco dei gagliardetti del fascio sono in testa alla colonna. Un'altra adunata è organizzata dall'Unione Nazionale Ufficiali e Soldati, dominata da repubblicani fra i più intransigenti che, sotto gli auspici ed il patrocinio del Popolo d'Italia chiama a raccolta i combattenti. L'organo milanese si compiace continuamente dell'adesione dei repubblicani e rende, omaggio a futuristi, anarchici, internazionalisti, purché nell'ambito interventista. Si danno ampie relazioni dei loro convegni! specialmente a quelli di Romagna dove gli aderenti alla Voce Mazziniana., in stretti rapporti col P.R., tendono alla adesione ai fasci. Vi sono indubbiamente, fra i due movimenti identiche concezioni programmatiche di riavvicinamento, prima fra tutte la Costituente che dovrà sboccare nella Repubblica Sociale secondo la dottrina mazziniana:
«Il lavoro associato, il riparto dei frutti del lavoro. ossia del ricavato sulla vendita del prodotto fra i lavoratori in proporzione del lavoro e valore di quel lavoro », e tutto compiuto e del ciò, ottenuto « attraverso la rivoluzione ». Programma base che verra applicato poi dal fascismo nella Repubblica mussoliniana del Nord.

Il fascio di Bologna è fondato da repubblicani storici, e così fra gli animatori di quello di Forlí troviamo Mario e Guido Bergamo, ed è di quel periodo l'accordo di comune intesa fra P.R. e Unione Socialista Italiana aderente al movimento fascista, A Jesi, al «Fascio operaio repubblicano di azione sociale» parla Cipriano Facchinetti. Ad Alfonsine, all'Associazione repubblicana, affratellati sotto il segno del nascente fascio littorio, parlano Carlo Bazzi, Guido Bergamo e Francesco Giunta. A Bologna Viene costituita la Consociazione repubblicana romagnola a tendenza fascista di cui è segretario il Bazzi che è direttore dell'organo dei repubblicani storici di Ravenna.
Nel popolo d'Italia del 7 luglio si legge questa notizia da Ravenna « Gli amici nostri Celso Morigi ed Amedeo Giurin si sono subito messi all'opera per la costituzione, di un Fascio di combattimento. Essi hanno avuto colloqui con gli amici repubblicani, con i rappresentanti dell'Associazione mutilati e della Sezione, dell’Ardito i quali hanno dichiarato di essere, sulle nostre direttive e di essere ben lieti di cooperare alla costituzione del fascio». E così a Rimini trattano con gli stessi organismi. A Roma il Partito Mazziniano Italiano aderisce entusiasticamente al fascismo. In alcune sezioni si espelle, qualche socio perché aderente a certi « fasci di difesa nazionale » che hanno carattere borghese e monarchico ma non si toccano gli aderenti ai fasci di combattimento dichiaratamente repubblicani con tendenze insurrezionali. A Milano si costituisce, d'iniziativa del Popolo d'Italia il «Comitato d’intesa e, d’azione» (1) al quale aderiscono: Fascio, Unione Sindacale, Sezione del Partito Repubblicano Sezione dell'Unione socialista. Fascio di rinnovamento politico sociale, Associazione combattenti smobilitati, Associazione arditi, Volontari di guerra Circolo rivoluzionario Filippo Corridoni
Le correnti interventiste di sinistra si raccolgono sotto le ali di questo comitatone nel quale si esprime     un minimo comune denominatore - secondo la frase, di Mussolini - per concretare l'intesa e l'azione delle singole forze.
Lo stesso Mussolini propone subito, come base d'azione del Comitato una coalizione per le eventuali elezioni future, onde affrontare con maggiore vigore, il leninismo mediante la formula della Costituente, e subito a questa proposta aderisce Carlo Bazzi. Anche l'onorevole Ulderico Mazzolani, deputato repubblicano di Ravenna, si augura che le sinistre interventiste scendano unite in lotta nelle, future elezioni poiché esse «hanno il dovere categorico di intendersi per combattere in stretta e cordiale alleanza la battaglia elettorale per la difesa della guerra rivoluzionaria».

L'on. Barzilai il più illustre ed autorevole deputato repubblicano rappresentante il collegio di Roma è anche favorevole a questa intesa. Intesa si capisce nell'atmosfera fascista che caratterizza lo spirito, interventista, l’interventismo di sinistra facente capo al Popolo d’Italia, duce Mussolini. L'armonia del Comitato è cosi stretta che questi lancia la proposta della fusione in un nuovo organismo di tutti gli interventisti di estrema sinistra nell'ambito della Patria e nell’orbita del Fascismo    e della fede mazziniana.
Scrive Mussolini in un articolo intitolato Verso l’intesa e l’azione: «I repubblicani di Romagna hanno immediatamente sentito questa necessità. Queste idee hanno trovato Immediata e simpatica eco fra l'elemento repubblicano. Lo provano infatti gli articoli dei loro giornali come il settimanale Il Lamone di Faenza, La Libertà di Ravenna, Il Popolo di Cesena ed una importante, deliberazione, del Circolo di Forlì. Del resto a Ravenna è già sorto un Fascio studentesco repubblicano» ed il partito non pensa affatto a scioglierlo. Negli appelli che Mussolini lancia continuamente ai fascisti, si aggiunge sempre la lista delle associazioni aderenti al movimento e       queste non manca mai la sezione locale del PR che conta fra gli aderenti l'on. Raimondo. Al congresso repubblicano di Novi Ligure, presieduto dall'on. Macaggi, si acclama «al gesto liberatore e, nobilmente rivoluzionario di d'Annunzio». Nei riguardi di Fiume le sezioni del partito vanno a gara nell'offrire la solidarietà a d'Annunzio e quella di Milano si schiera ufficialmente in suo favore. Lo stesso Eugenio Chiesa in visita a Fiume ne ritorna entusiasta e dichiara: « Bisogna riconoscere che se d'Annunzio ed i suoi volontari non avessero pensato e compiuto l'impresa, oggi a Fiume vi sarebbero gli jugoslavi ». E così vi aderisce Ergisto Bezzi, il mazziniano reduce di Mentana e di Aspromonte, il «Ferruccio del Trentino». Nella ricerca delle origini del fascismo e nella valutazione delle forze che lo hanno, nella prima formazione alimentato e consolidato, non sì può fare astrazione dal colpo di mano dannunziano. Nel primi sei mesi i Fasci di combattimento conducono vita piuttosto magra. Molto rumore di futuristi ed arditi, ma in complesso un lavoro alquanto negativo, di opposizione sia pure violenta al bolscevismo. Ma non c’è ancora la fiamma viva che susciti gli entusiasmi che commuova le anime generose. L'interventismo non è sufficiente per attirare i combattenti, anche se sono disillusi nella loro angosciosa stanchezza, della condotta degli alleati e al Wilson, solleciti soltanto a tarpare le ali della nostra vittoria. Fiume è invece la Fiamma che divampa nei cuori rialza le sorti depresse del patriottismo degli ufficiali e dei soldati, esalta la gioventù e richiamando i combattenti intorno al Fascio littorio contribuisce a creare un formidabile argine all'avanzarsi delle forze social comuniste. L’atmosfera di Fiume è quella che avvolge il nuovo movimento mussoliniano ed il programma dei fasci è in fondo quello dei nostri repubblicani storici. Nell'adunanza costitutiva a Piazza S. Sepolcro, una dichiarazione di Mussolini li aveva particolarmente commossi «Dalle nuove elezioni uscirà, una assemblea nazionale alla quale noi chiederemo che decida sulla forma di governo dello Stato italiano. Essa dirà repubblica o monarchia e noi che siamo stati sempre tendenzialmente repubblicani diciamo fin da questo momento: repubblica!». L'Iniziativa ne prende atto con piacere, lieto che «non si trovi altro di meglio che accettare ed esaltare il nostro programma». E conclude con un « Felicissimi!». I repubblicani aderiscono ai fasci sia iscrivendovisi sia fiancheggiandoli. Al primo Congresso fascista a Firenze (9-10-1919) Mussolini dichiara che «il problema monarchico che ieri non esisteva per noi in linea pregiudiziale, si pone oggi in tutti i suoi termini. La monarchia ha forse compiuta la sua funzione cercando ed in parte riuscendo ad unificare l’ltalia. Ora dovrebbe essere compito della repubblica di unirla e decentrarla regionalmente e socialmente, di garantire la grandezza che noi vogliamo di tutto il popolo italiano ». I repubblicani gongolano e battono le mani al sopraggiunto fratello. Del resto egli aveva scritto che i fasci « non vogliono, non possono essere. non possono diventare un partito ». Il fascismo movimento di realtà, di verità e di vita deve aderire alla vita. Il fascismo è pragmatista non ha apriorismi né finalità remote. Non promette i soliti paradisi dell'ideale lasciando « queste ciarlatanate alle tribù della tessera ». Secondo Mussolini il fascismo di quel tempo, il fascismo neonato. non presume nemmeno di vivere, molto. Vuol vivere, soltanto sino a quando non avrà compiuto l'opera che si è prefissa. Non può essere dunque un concorrente. Il suo accanimento per la Costituente rivoluzionaria lo fa apparire piuttosto un ottimo alleato; le sue intemperanze e quelle dei suoi uomini contro le istituzioni e contro la Chiesa portano acqua al mulino della Repubblica.


(1) Gli aderenti al Comitato erano abilmente convocati alla sede del Circolo repubblicano Carlo Cattaneo

martedì 26 febbraio 2013

Numero speciale di Italia Reale

Interamente dedicato a Re Umberto II nel 30° anniversario della Sua scomparsa

Mensile di politica, cultura ed informazione

dal 1967 il giornale dei monarchici

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lunedì 25 febbraio 2013

LE FOIBE E LE AMNESIE DI SANDRO PERTINI



In occasione della «Giornata del ricordo» che commemora i massacri delle foibe e l’esodo dei giuliani-dalmati mi sarebbe piaciuto rivedere le fotografie del nostro (?) presidente Sandro Pertini che, ai funerali di Tito, con aria affranta, toccava la bara del suo compagno. Firmato: sig. Caimati.
Baciava, caro Caimati: Pertini non si limitò a posare la mano sul feretro in segno di cordoglio. Lo baciò e così facendo baciò anche la bandiera jugoslava nella quale era avvolto. A dire la verità Pertini era solito sbaciucchiare bandiere e casse da morto e quindi quello che schioccò a Belgrado, in occasione dei funerali di Tito, potrebbe considerarsi normale routine. Siccome però non era la prima volta che con parole, gesti e fatti concreti l’allora presidente della Repubblica mostrava benevolenza nei confronti di chi, per ordine o per mano, aveva contribuito alla mattanza in Friuli e Venezia Giulia, viene da pensare il contrario. Non va infatti dimenticato che appena eletto presidente, si era nel 1978, Pertini concesse la grazia a quel Mario Toffanin, nome di battaglia «Giacca», che nel 1954 la Corte di Assise di Lucca condannò all’ergastolo (in contumacia, perché Botteghe Oscure riuscì a farlo riparare in Jugoslavia). Quel Toffanin che da capo partigiano della Brigata Osoppo si era aggregato, dandogli manforte, al IX Corpus titino responsabile delle foibe e che fu protagonista della strage di Porzûs. E che oltre all’ergastolo per i fatti di Porzûs avrebbe dovuto scontare anche trent’anni per sequestro di persona, rapina aggravata, estorsione e concorso in omicidio aggravato e continuato. Un criminale fatto e finito, dunque, al quale lo Stato, grazie alla famigerata «legge Mosca», elargiva persino la pensione.
Sandro Pertini gode di generale stima e talvolta, per fortuna solo talvolta, viene anche portato ad esempio. Con tutto il rispetto per i suoi ammiratori, resto però del parere che fu un mediocre presidente, assai poco indicato a rappresentare l’Italia e gl’italiani. Sul suo antifascismo ci si leva il cappello, ci mancherebbe altro; però me lo tengo ben calcato in testa alle sue gesta di antifascista a fascismo morto e sepolto. Quale fosse la caratura del suo reducismo antifascista è indicato chiaramente dal bacio al catafalco di Tito e dalla grazia a Toffanin, gesti che non possono non essere interpretati se non come espressione di consenso a quella particolare guerra partigiana, condotta con i metodi da macellaio, della Brigata Osoppo e del IX Corpus. Oltre tutto, che il condono della pena concesso a Toffanin non costituisse un misericordioso e circoscritto gesto di clemenza è confermato dal fatto che il beneficiato non ne approfittò per tornare in Italia dopo un quarto di secolo di latitanza. Restò in Jugoslavia (seguitando a percepire la pensione) fino alla morte, avvenuta nel gennaio del 1999.
(tratto da: Il Giornale, 16.2.2008)
***
Con massacri delle foibe si intendono gli eccidi perpetrati per motivi etnici e/o politici ai danni della popolazione italiana di Istria, Venezia Giulia e Dalmazia, durante ed immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, per lo più compiuti dall’ Esercito popolare di liberazione iugoslavo. Negli eccidi furono coinvolti prevalentemente cittadini di etnia italiana e, in misura minore e con diverse motivazioni, anche cittadini italiani di etnia slovena e croata. Il nome deriva dagli inghiottitoi di natura carsica dove furono gettati e, successivamente, rinvenuti i cadaveri di centinaia di vittime, localmente chiamati appunto “foibe”. Per estensione i termini “foibe” ed il neologismo “infoibare” sono in seguito diventati sinonimi degli eccidi, che in realtà furono, in massima parte, perpetrati in modo diverso. Nonostante la ricerca accademica abbia, fin dagli anni ’90, sufficientemente chiarito gli avvenimenti, nell’opinione pubblica italiana la conoscenza del tema delle foibe continua a essere influenzata da tesi di parte, che pongono l’enfasi sulle responsabilità che fascismo (prof. Mancini Roberto, istituto Nazareno) e comunismo hanno avuto nella vicenda.

Tipologia delle vittime

Tra i caduti figurano non solo personalità legate al Partito nazionale fascista, ma anche ufficiali e funzionari pubblici, parte dell’alta dirigenza italiana contraria sia al comunismo, sia al fascismo, tra cui compaiono esponenti di organizzazioni partigiane o anti-fasciste, sloveni e croati anti-comunisti, collaboratori e nazionalisti radicali e semplici cittadini.

Modalità delle esecuzioni

Nelle foibe sono stati gettati cadaveri sia di militari che di civili. In alcuni casi, com’è stato possibile documentare, furono infoibate persone non colpite o solo ferite. Sebbene quest’ultima modalità di esecuzione fosse, come già detto, solo uno dei modi con cui vennero uccise le vittime dei partigiani di Tito, nella cultura popolare divenne il metodo di esecuzione per eccellenza ed un simbolo del massacro. In realtà la maggior parte delle vittime, date per infoibate, sono stati inviate nei campi di concentramento jugoslavi dove molte furono uccise o morirono di stenti o malattia.

Quantificazione delle vittime

Nel dopoguerra e nei decenni immediatamente successivi non furono mai effettuate stime scientifiche del numero delle vittime, che venivano usualmente indicate in 15.000 (e talvolta aumentate fino a 30.000). Studi rigorosi sono stati effettuati solo a partire dagli anni novanta. Una quantificazione precisa è impossibile a causa di una generale mancanza di documenti. Il governo jugoslavo (e successivamente quello croato) non ha inoltre mai accettato di partecipare a inchieste per determinare il numero di decessi. Alcuni commentatori ritengono inoltre che una parte della documentazione sia tuttora secretata negli archivi, in particolare dell’ex Partito comunista italiano[. Gli studi effettuati recentemente valutano il numero totale delle vittime (comprensive quindi di quelle morte durante la prigionia o la deportazione) come compreso tra poco meno di 5.000 e 11.000

Testimonianze

Furono poche le persone che riuscirono a salvarsi risalendo dalle foibe comunque tra questi Graziano Udovisi, Giovanni Radeticchio e Vittorio Corsi hanno raccontato la loro tragica esperienza a storici e/o emittenti televisive.
« Dopo giorni di dura prigionia, durante i quali fummo spesso selvaggiamente percossi e patimmo la fame, una mattina, prima dell’alba, sentii uno dei nostri aguzzini dire agli altri “facciamo presto, perché si parte subito”. Infatti poco dopo fummo condotti in sei, legati insieme con un unico filo di ferro, oltre a quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo i soli pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze. Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un filo di ferro, ci fu appeso alle mani legate un masso di almeno 20 k. Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera. Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, c’impose di seguirne l’esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il filo di ferro che teneva legata la pietra, cosicché, quando mi gettai nella foiba, il masso era rotolato lontano da me. La cavità aveva una larghezza di circa 10 m. e una profondità di 15 sino la superficie dell’acqua che stagnava sul fondo. Cadendo non toccai fondo e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole “un’altra volta li butteremo di qua, è più comodo”, pronunciate da uno degli assassini. Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott’acqua schiacciandomi con la pressione dell’aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutive, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese, per tema di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo. »
Questa testimonianza, della primavera del 1945, fu pubblicata la prima volta il 26 gennaio 1946 sul periodico della Democrazia Cristiana triestina La Prora e poi fu riportata integralmente nell’opuscolo Foibe, la tragedia dell’Istria, edito dal CLN dell’Istria; è stata dopo spesso citata dalla pubblicistica del dopoguerra. Anche questa testimonianza non è passata indenne di fronte alle polemiche politico-storiografiche: recentemente Pol Vice, un saggista che si richiama espressamente all’ideologia rivoluzionaria di Marx, ha pubblicato un saggio critico all’interno del quale sottopone il testo di Udovisi ad una serrata critica, giungendo ad affermare che siamo in presenza di un falso testimone.

LA GUARDIA D’ONORE IN TESTA CON IL VESSILLO SABAUDO AL CORTEO PER CONDANNARE L’ATTO VANDALICO DI GENOVA CONTRO IL MONUMENTO INTITOLATO AI MARTIRI DELLE FOIBE.




Il 10 febbraio, per la Legge n° 92 del 2004, è il «Giorno del ricordo» che ogni anno commemora le vittime dei massacri delle foibe e dell'esodo giuliano - dalmata. Nello stesso giorno ignoti, con un vile atto vandalico, danneggiavano la lapide in ricordo delle Vittime delle Foibe  posta nel cimitero monumentale di Staglieno a Genova.
Il Presidente dell’Amministrazione Provinciale di Savona Angelo Vaccarezza                                                               ha deplorato e condannato il gesto e ha lanciato un’iniziativa nella sua città, Loano,                                             “per non dimenticare”.
 “Non ci sono parole per descrivere lo sdegno, non si può rimanere inermi di fronte a questo vilipendio – ha affermato Vaccarezza - A questo proposito, lo affermo con orgoglio,                                       la nostra provincia è detentrice di un primato: oltre quindici anni fa, periodo in cui ricoprivo                          la carica di vice Sindaco, fui tra i promotori dell’intitolazione a Loano proprio                                              di una strada dedicata ai Martiri delle Foibe. Loano fu quindi la prima città italiana a compiere questo doveroso gesto verso tutti coloro che sono stati perseguitati e uccisi”.

E proprio la Città di Loano, il 15 febbraio, ha ospitato nel centro storico una manifestazione                     per ricordare le vittime delle Foibe, popolata da molte bandiere tricolore e con in testa  il vessillo sabaudo portato dall’ “alfiere” Fabrizio Marabello Ispettore Nazionale per la Comunicazione dell’Istituto accompagnato dalle GG. d’ O. Marco Melgrati (Consigliere Regionale della Liguria), Franco Scrigna (Assessore Comunale di Villanova d’Albenga), Umberta Bolognesi Galati e da una rappresentanza della Guardia d’Onore della Delegazione Provinciale di Alessandria.

Un centinaio i partecipanti al corteo che, una volta partito da Piazza Rocca,                                            è giunto in Via Martiri delle Foibe, preceduto dal cerimoniale della bandiera ammainata.
Presenti una quindicina di Sindaci del savonese, folta la rappresentanza degli Alpini.                                              Come ribadito dallo spirito dell’iniziativa non è apparsa alcuna bandiera politica.                                                  Un momento dedicato alla memoria della storia italiana e un “Onore ai Caduti!”                                                        che si è sentito per le vie della cittadina rivierasca.
“Nessun altro simbolo come la nostra bandiera può onorare la memoria dei Martiri                                       dell’Istria e della Dalmazia che pagarono con la vita e con l’esilio il loro essere italiani”,                                                           aveva osservato il Presidente della Provincia di Savona.
“Spezziamo questo silenzio – aggiunge Marabello - Non possiamo ignorare la violenza di chi vuole eliminare ciò che è stato. Ricordare è un dovere per non restare prigionieri del passato.
Altresì bene ha fatto Maurizio Marrone, Consigliere Comunale torinese di “Fratelli d’Italia”,                                           a scagliarsi contro l’Anpi per aver organizzato il «Presidio antifascista per la pace e la democrazia contro i neofascismi», invitando alla mostra «Fascismo, foibe, esodo» e diramando un comunicato nel quale si ritiene «che il "Giorno del Ricordo" non possa trasformarsi in celebrazioni dell'orgoglio fascista, con volgari strumentalizzazioni, ignorando la tragedia vissuta dalle popolazioni slave con le precedenti violenze fasciste, alle quali hanno fatto seguito il tragico massacro delle foibe di migliaia di italiani e la successiva sofferenza dell'esodo.                           
Infatti, il Consigliere Marrone – prosegue Marabello - li accusa di celebrare il 10 febbraio                            «dalla parte del boia Tito. Sulla bacheca Facebook dell'evento, l'Anpi ha postato il link                                        a un sito revisionista e negazionista che condanna il riconoscimento dello Stato italiano                                agli infoibati, definendo le vittime "criminali di guerra. E nel presidio è stata allestita una mostra che dipinge lo sterminio delle foibe e l'esodo giuliano - dalmata come una reazione giustificata  al regime fascista.
Una vergogna – conclude Marabello - che offende e uccide le vittime per una seconda volta”. 

domenica 24 febbraio 2013

Elezioni


-Vorremmo tingere le bandiere come quella lì.
- Mi spiace. Quella non è tinta. E' originale.

Dal "Candido" di Giovannino Guareschi.
Testo citato a memoria. Ci scusiamo per eventuali imprecisioni.

Aggiornato il Sito di Re Umberto II



Carissimi amici, 

s'avvicina il 30° anniversario della morte in esilio del Re. 
Il sito a lui dedicato lo ricorda "solennemente" con la pubblicazione di quella che, al momento, risulta essere la prima intervista rilasciata dall'esilio portoghese, nel Dicembre 1946, appena sei mesi dopo il golpe che lo costrinse all'esilio che perdura ancora dopo 67 anni, prima ancora di trasferirsi nella residenza di Cascais.


Con il prossimo mese ci sarò la seconda parte dell'intervista ed i file con le immagini del giornale.


Nel giorno in cui, con le elezioni per il parlamento, nelle condizioni in cui ci troviamo, celebriamo l'ennesimo fallimento di questa repubblica, il nostro pensiero ancora si rivolge all'esempio del Re che ha donato tutta la sua vita all'Italia.

Il periodico ci è stato donato dall'Ambasciatore Camillo Zuccoli, che ringraziamo di cuore.

Lo staff

www.reumberto.it/benedettini46.htm


La Monarchia e il Fascismo - II



Il Partito Popolare (democristiano) con don Sturzo «dittatore borbonico».

Nel grande confusionismo dei partiti e delle tendenze un poco di chiarificazione - per lo meno nello schieramento - lo abbiamo nella costituzione del Partito Popolare (20-1-1919) e nella fondazione dei Fasci di Combattimento (23-3). Il Partito Popolare sorge come crede della Democrazia Cristiana, organizzazione tentata da don Romolo Murri e stroncata da Papa Sarto Pio X. Ma esso ripeteva anche le sue origini da un Comitato del 1900 nel quale figurava già don Sturzo. Dal non expedit a Gentiloni, da Gentiloni a don Sturzo. Con la tessera di un partito i cattolici scendono in campo con programma minimo e massimo di socialismo. Il nuovo partito appare subito come la genuina espressione politica del Vaticano, l'organizzazione elettorale che doveva irreggimentare i cattolici. Vi era bensì già una Unione Popolare, ma questa non aveva fondamento politico poiché - da quanto si legge in un indirizzo presentato al Papa dal presidente Dalla Torre - essa è stata «istituita per garantire, difendere, promuovere i sommi principii di civiltà cristiana fra il popolo, nella famiglia, nella scuola, nel Paese». Con la costituzione del Partito Popolare la Chiesa si appresta lo strumento onde concorrere alla conquista del potere e dello Stato.

Nelle polemiche scatenatesi in quei giorni per questa presa di posizione dei cattolici, l'Osservatore Romano interviene a spiegare che «certamente nel pensiero del Vaticano vi è sempre di render la Chiesa indipendente dalla potestà civile italiana, ed in ciò appunto consiste la questione romana». Ed alla Tribuna la quale chiede al Partito Popolare se in caso di conflitto fra il Vaticano e l'Italia il nuovo schieramento «sarà italiano od altrimenti», l'Osservatore risponde che i cattolici devono restare uniti col Vaticano. E Filippo Crispolti (fatto poi senatore da Mussolini) che al Consiglio comunale di Torino aveva un giorno protestato per l'occupazione di Roma e per la festa del XX settembre, rileva che la caratteristica del P.P. consiste nella lotta contro il liberalismo. In un periodo tragico come quello dell'immediato dopo guerra e degli anni successivi nei quali si vive nella affannosa ricerca di un minimo di ordine politico e morale, questo nuovo partito, lungi dal sostenere le vecchie impalcature dello Stato nazionale specula soprattutto sul disagio economico delle classi lavoratrici e si diletta a fiancheggiare il bolscevismo, non fosse altro per far dispetto al liberalismo ed impedirgli la riorganizzazione dello Stato. I liberali ammoniscono i popolari che, accomunandosi coi socialisti potrebbero da un momento all'altro mettere in pericolo la compagine stessa della nazione, ma l'organo Vaticano difende l'estremismo socialista ed il P.P. come « partiti che hanno in sé le ragioni essenziali di ordine di moralità e di giustizia e di vera libertà». E continua a denigrare quello spirito di cui i liberali sono alla ricerca e che il Paese dimostra averne urgente bisogno esso nega che possano arrogarsi il monopolio dell'ordine, «cosa che fra altro ben poco si meriterebbero». Ed aggiunge: «Il progresso  nell'applicazione dei principii di moralità e di giustizia, non fu mai il suo forte, e gravi responsabilità ricadono sul Partito Liberale nell'aumento della delinquenza, nella decadenza completa di ogni rispetto della fede pubblica e privata»; termina la concione col pistolotto finale affermando che i veri patrioti sono invece quelli che «in fatto di elezioni aderiscono ai cattolici». Più tardi l'Osservatore arriva a scrivere che « non siamo mai riusciti a comprendere come certi cattolici possano in qualche caso adattarsi a formare un tutt'uno coi liberali». E per essere aderente e conseguente alle proprie convinzioni manda due deputati popolari nel ministero Nitti composto unicamente di aborriti liberali «fautori della delinquenza».

Eppure le divergenze fra liberalismo e cattolicesimo non dovrebbero nutrirsi soltanto di contenuto tattico politico contingente, ma soprattutto di prinripii dottrinari, i quali fanno nascere i socialisti da una razionale deduzione, nati dallo stesso errore liberale, ma, come tutti i figli dell'errore, in antitesi con chi li ha generati poiché i socialisti altro non fanno che contrapporre alla società individuale del liberalismo quella collettiva del socialismo. Espressione tipica di questa antitesi è la proprietà: per i liberali uguale per tutti nel diritto, per i socialisti uguale per tutti nel possesso. Ora, la Chiesa ritiene il concetto classico della proprietà individuale un concetto pagano perpetuato per opera del liberalismo e rimodernato dal socialismo. Ma nella sua continua opera quotidiana di denigrazione del liberalismo e quindi dello Stato, l'organo magno del Vaticano si dimentica o non vede che la proprietà individuale, cioè liberale della terra è il concetto prevalente, è l'ossessione dei propagandisti del P.P. che si rivolgono di preferenza ai piccoli proprietari, cioè al ceto medio, il ceto pagano per eccellenza, almeno nel senso inteso dal giornale nell'attaccamento e nella concezione del diritto di proprietà privata individuale ed assoluta, ciò che del resto è ammesso dalla Rerurn Novarum di Leone XIII, anche se questi augura che »la terra, sebbene divisa tra privati resti nondimeno a servizio e beneficio di tutti, non essendovi uomo al mondo che non riceva alimento da quella ». Ecco perché le conclusioni dell'Osservatore Romano sulla socializzazione della proprietà, posta fra l'individualismo da una parte ed il collettivismo dall'altra, sono semplicemente un assurdo dottrinario in contrasto con la tattica dei suoi stessi organi politici.

La costituzione del nuovo partito ha destato soprattutto l'allarme nel campo socialista dove più facilmente esso può mietere preceduti. Così commenta l'Avanti!:

« I promotori del Partito Popolare sono tutti degli ex democratici cristiani adattatisi - i più per opportunismo - ai compromessi giolittiani, pontefice Pio X. Hanno tutti fornicato con i conservatori e con gli agrari nelle elezioni politiche del 1904, 1909, 1913, assicurando i voti delle organizzazioni cattoliche alle alleanze politiche e amministrative, non schivando i compromessi elettorali col conservatorume massonico ed ebreo. Durante le grandi agitazioni classiste tra il 1904 ed il 1908 hanno sostenuto le leghe gialle (repubblicane), facendo opera di crumiraggio. Prima e durante la guerra libica sono stati alleati coi protezionisti e coi nazionalisti ed il Banco di Roma li asservì alla politica giolittiana.

«Nell'attuale guerra i clericali sono stati, come sempre, degli oppositori politici. Neutralisti durante la neutralità perché neutralista la enorme maggioranza dei futuri elettori, difensori della Triplice per i rapporti amichevoli del Vaticano con la corte di Vienna e per la secolare avversione per la Francia, sostenitori del «parecchio» giolittiano e del «sacro egoismo» prima e patrioti a guerra dichiarata, per sfruttare l'alleanza col governo e l’armistizio con la democrazia massonico-intesista. Spaventati dall'accusa di «disfattismo» che li univa, nelle responsabilità ai socialisti neutralisti, dopo la rotta di Caporetto, si affrettarono a fare professione di fede alla monarchia ed alla Patria gridando con impeto turatiano il loro: «Sul Grappa è la Patria! ».

Dopo avere esaminate le varie situazioni nelle quali i cattolici agirono sempre per opportunismo elettorale l'articolista conclude: «Il Partito Popolare italiano esce da una fittissima rete di istituti di credito, di casse rurali, di speculazioni finanziarie e di interessi politici, di organizzazioni e di giornali e posa sulla poderosa impalcatura della Chiesa cattolica e sulle masse cattoliche inquadrate in un esercito compatto e disciplinato».

Ma gli strali maggiori sono diretti verso don Sturzo che del P.P. ne è il segretario politico oltre ad esserne la più tipica espressione. Un giornale del suo paese, la Gazzetta di Caltagirone, in un articolo che ha per titolo «Chi è don Sturzo», così lo definisce: «Guardiamo a questa figura di sacerdote che di questi giorni tutte le gazzette d'Italia fanno a gara a presentare come una verità, un prodigio, un rompicapo, una sfinge al pubblico. Dal momento che egli è diventato una specie di redentore di questo povero mondo politico italiano per gli allocchi, una specie di gran maestro per gli intriganti, una specie di Napoleone - proprio un piccolo Napoleone lo ha chiamato qualcuno - per tutte le disperse schiere dei partiti politici, sarà bene che Caltagirone dica anche la sua e lo presenti: Caltagirone che gli ha dato i natali ed ha assistito a tutto il suo svolgimento d'amministratore e di uomo politico e deve conoscerlo perciò un po' meglio del restante pubblico italiano. Don Sturzo è sempre l'uomo della coscienza sdoppiata: trenta minuti in Chiesa con Dio, ventitre ore e mezzo della giornata un politicante avanzato, un ambizioso sfrenato, un agitatore deciso. Veste la tonaca talare per diletto e tornaconto, nascondendovi le sue colpe, cinge la fascia tricolore ma fà scempio delle leggi e dei regolamenti statutari.

«Predica democrazia - anche cristiana - nei congressi e comizi, vanta i famosi referendi popolari nei programmi elettorali, ma sgoverna dispoticamente e già ogni suo atto afferma la sua natura di signorotto feudale. E' il segretario politico di un partito mirante alla riforma radicale di tutte le istituzioni, al rinnovamento delle coscienze, alla libertà d'insegnamento e chi più ne ha più ne inetta, raccogliendo da tutti i partiti politici ma soprattutto da quelli estremi. E' l'equivoco di questo partito e l'ibridismo fatto sistema per dare la scalata al Parlamento e governare l'Italia in nome di chi non poté riuscirvi per la sconfitta degli Asburgo.

«Don Sturzo è un amministratore autocrate e prepotente; la sua Caltagirone non fà più parte del Regno d'Italia da 14 anni: egli ne è il dittatore borbonico: se avesse potuto, avrebbe istituito la forca austriaca » (1).

(1) Il Partito Popolare di don Sturzo è, com'è noto, la ripresa della Democrazia Cristiana di don Romolo Murri. A sua volta quella di De Gasperi non è altro che la rinascita dello stesso P.P. Nel corso di questa storia verranno quindi adoperate indifferentemente le qualifiche di Partito Popolare oppure di Democrazia Cristiana dal momento che esprimono la stessa cosa e poi perché si riferiscono alla stessa organizzazione confessionale.

sabato 23 febbraio 2013

Nel discorso sulle tombe reali al Pantheon va ripensata l’identità italiana

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Scritto da Dino Cofrancesco   
domenica 14 novembre 2010
l'Occidentale - Un altro tormentone, tra poco, rimbalzerà sui giornali: il ritorno in Italia delle salme di Vittorio Emanuele III e della moglie, rispettivamente, da Alessandria d’Egitto e da Montpellier. Si prevede una ‘guerra dei simboli’ che ancora una volta sarà lo specchio fedele di una cultura civica sempre più lontana dall’Occidente. Per i fondamentalisti del ‘republicanism’ – ne fu un prototipo Alessandro Galante Garrone fieramente avverso al rientro dei Savoia in Italia – le spoglie devono restare dove si trovano, non potendosi perdonare al vecchio monarca la complicità col fascismo, la firma delle leggi razziali, la rassegnazione alla guerra a fianco della Germania nazista. Per i monarchici, le bare non solo devono tornare in patria ma venir tumulate al Pantheon, dove riposano i primi due re d’Italia e la regina Margherita. Sennonché è forse venuto il momento di chiedersi come mai quello che Stendhal definiva “il più bel resto dell’antichità romana”, il simbolo per antonomasia della romanità imperiale (lo fece costruire da Augusto nel 27 a.C. e restaurare Adriano fra il 118 e il 128), ospiti, assieme alle tombe reali, un servizio permanente di Guardie d’onore, non molto lontano dal Quirinale su cui sventola la bandiera della Repubblica italiana. Che i nostalgici della monarchia abbiano tutto il diritto di coltivare la memoria dei Savoia è scontato ma che lo facciano in un monumento pubblico è per lo meno anomalo. I numerosi turisti stranieri che lo visitano, qualora fossero minimamente interessati alla nostra storia, potrebbero legittimamente chiedersi :”Ma che razza di repubblica è questa che pone sugli altari un Re e sia pure il fondatore dello Stato nazionale (Vittorio Emanuele), e assieme a lui il figlio (Umberto I) e la nuora (Margherita di Savoia) ma non consente in nessun angolo di terra italiana la sepoltura del nipote (Vittorio Emanuele III) e del pronipote (Umberto II)?” 
La decisione di trasformare il tempio di tutti gli antichi dei – Pantheon, appunto –  in una sorta di Santa Croce della nuova e definitiva capitale, presa dopo la morte del primo re d’Italia, non solo ne alterava, sotto il profilo estetico, l’interno – già manomesso ,all’inizio del VII secolo, dalla sua ‘conversione’ in chiesa cristiana, Santa Maria ad Martyres – ma rivestiva un trasparente significato simbolico: la continuità tra la Roma dei Cesari e la Roma… dei Savoia, la realizzazione, ad opera della monarchia, del sogno mazziniano della Terza Roma (al quale, in definitiva, con segno ideologico alquanto mutato, si richiamava la stessa dittatura fascista, restaurando l’impero sui ‘colli fatali’).
Il simbolo romano, com’è noto, contrappose, negli anni del Risorgimento, i liberali, e soprattutto i cattolici liberali, ai democratici. E’ emblematico, a tal riguardo, il discorso pronunziato in Senato il 23 gennaio1871 da Stefano Jacini, in difesa di Firenze capitale: “Firenze non solo è, per lo meno, pari a Roma, come grande città moderna, ma la supera grandemente per salubrità di clima, locché parmi cosa non indifferente. […] Firenze concilia mirabilmente le esigenze dell’Italia settentrionale con quelle della meridionale, mentre Roma s’accosta troppo al mezzogiorno. Or bene, l’ubicazione non può mancare di far sentire i suoi effetti sui rapporti civili e sociali di un paese. […] Io sono Lombardo, ma se le circostanze avessero fatto sì che si fosse proposto di trasportare la capitale, p. es., a Milano o a Piacenza, io mi sarei opposto, non solo come Italiano, ma ben anche come Lombardo; imperocché son convinto che il bene di una parte della patria italiana sia inseparabile dal bene del complesso e che solo un equo equilibrio può conciliare il bene delle singole parti col bene di tutta la Nazione”. E così spiegava la romanomania: “Nelle lotte nazionali i tedeschi avrebbero invocato il nome d’Arminio; i Francesi, di Giovanna d’Arco; gli Svizzeri, di Guglielmo Tell. Noi che avremmo potuto ricorrere alle memorie della Lega Lombarda, il nome di chi invocammo? il nome del distruttore di Cartagine. Noi eravamo deboli, noi eravamo sconsiderati dall’Europa press’a poco come i Raia della Turchia, i Fellah d’Egitto o gli Indiani soggetti alla Compagnia delle Indie. Noi eravamo un popolo taillable et corvéable à merci. Questo ci bastava! La prima idea di Roma capitale è dunque un prodotto della rettorica, di quella rettorica la di cui influenza, ad Italia costituita, dovrebbe essere la prima cosa da abolire, se vogliamo veramente prendere posto tra le nazioni moderne più civili”.
Ben prima del lombardo Jacini, il piemontese Massimo D’Azeglio, aveva scritto in Questioni urgenti. Pensieri 1861: “Chi ha proclamato in quest’occasione Roma capitale d’Italia, ha speculato sull’effetto rettorico-classico che produce ancora quel nome sulle moltitudini, le quali in fatto di coltura intellettuale non son venute più in qua del Campidoglio. Ha stimato che nessuno avrebbe forse osato prendere ad esaminare il valore di una simile idea; ma io oserò sempre, e molti altri con me oseranno discutere gli affari del paese; e se io mi sento in qualche modo legato al pensiero degli amici, non mi sento però punto sbigottito dalla maestà della Rupe Tarpea. l’Italia e il mondo hanno finalmente il diritto di domandare se ha da durare eternamente questo Campidoglio. Hanno il diritto di presentare i loro nuovi titoli e domandare se l’eguaglianza avanti la legge, la legittimità fondata sul consenso dei popoli, se il sistema delle rappresentanze nazionali, della pubblicità degli atti amministrativi ecc. ecc. non valga in materia politica tutta l’antica sapienza romana; se il rispetto reciproco delle nazioni fra loro, il fiorire de’ commerci, delle industrie e del benessere generale non valga i trionfi che ingombravano di schiavi la Via Sacra, e che pel vinto terminavano colle tenebrose torture del carcere Mamertino; se finalmente alle moli degli anfiteatri, ed al diletto di veder sull’Arena palpitare le membra de’ Reziarii, de’ bestiari ecc. ecc. non sia preferibile lo spettacolo di una locomotiva che trasporta colla rapidità del vento una massa d’uomini tutti eguali, tutti liberi, bastante a popolare un paese?”
Ben diverso era l’atteggiamento di Giuseppe Mazzini e del suo discepolo e rivale, Giuseppe Garibaldi. Ne L’iniziativa del 1870, come in molti altri scritti, il profeta genovese così rievocava la ‘romanità’, che il suo seguace Goffredo Mameli, nell’Inno nazionale,che porta il suo nome, avrebbe voluto far rivivere: “La magnifica parola religiosa dell'evangelista Giovanni: Perché tutti siamo uno in noi come tu, Padre, sei in me e lo sono in te, s'era fatta realtà nella patria romana. Ogni uomo credeva nei fati di Roma: sentiva dentro sé una scintilla della grande anima di Roma; Roma s'era incarnata in ciascuno de' suoi figli, e ciascuno si sentiva forte della sua forza e mallevadore dei suo avvenire. Per questo Roma diede spettacolo unico ai secoli d'una città conquistatrice del mondo. Ed è questa fede, questa facoltà d'immedesimarsi nella patria come in un pensiero vivente destinato a svolgersi nell'indefinito dei tempi; questa potenza d'amore che abbracci in uno passato, presente e futuro d’Italia; questa coscienza d’esser ministri a una tradizione di grandezza iniziata da Dio e che deve, attraverso ogni ostacolo, continuare nella vittoria – questa fede un raggio della quale fu dato, sullo spirare dell’ultimo secolo, alla Francia repubblicana e bastò a farla più forte di tutta l’Europa congiunta a’ suoi danni – che manca tuttavia agli Italiani”.
Né era da meno l’eroe dei due mondi che, rievocando, ad esempio, nei Mille, i simboli di Giunio Bruto, che aveva condannato “a morte i propri figli, perché creduti implicati in una congiura contro lo Stato”, e di Manlio dittatore,che fece “decapitare in sua presenza il valoroso suo figlio vincitore d’un gigante latino, che aveva sfidato a pugna singolare i migliori dell’Esercito Romano, perché aveva trasgredito il divieto dittatoriale di non uscire dalle fila commentava, traboccante di ammirazione: “Questi due fatti d’insuperabile disciplina, sono forse la chiave di quella severissima disciplina Romana che condusse le Legioni su tutto l’orbe conosciuto e di cui si trovò un saggio sotto le ceneri di Pompei, d’un Legionario che, coll’arma al piede, lasciossi coprire dalle ceneri senza muoversi. […] Roma!... in te spero, in te che lavata dall’immondizia di cui sei insudiciata oggi, riapparirai risplendente dell’aureola della libertà come a’ tempi de’ tuoi Cincinnati, non più per aggiogar le nazioni, ma per chiamarle alla fratellanza universale”.
Il cuore dei liberali non batteva per Roma ma per la Lotaringia, per quell’Europa di mezzo – ricomprendente, grosso modo, l’Olanda, il Belgio, l’Alsazia, la Borgogna, la Svizzera francese, il nord-ovest italiano – in cui erano nate le nazioni moderne e si erano affermate la sacralità e la dignità della persona umana col corollario di diritti civili e politici che ne sarebbe derivato. Era l’Europa di Benjamin Constant e di Alessandro Manzoni – che com’è noto sempre ebbe in uggia la romanità e il “misero orgoglio d'un tempo che fu” – , il crogiuolo del moderno liberalismo legato al cristianesimo protestante (Ginevra, Losanna) e a quello cattolico con venature giansenistiche (Piemonte, Lombardia, Toscana). Era la grande ‘communitas’ spirituale, al di sopra delle ‘nationes’, che aveva inventato l’istituto moderno della ‘rappresentanza’ fondandolo su una ‘libertas’ nata dalle ‘libertates’ e aveva contrapposto al gubernaculum, il complesso dei poteri di cui il re poteva disporre nel reggere il suo popolo, poteri nei quali la sua volontà era assoluta, la iurisdictio, e cioè il potere di rendere giustizia, nell’esercizio del quale il re non era libero, ma vincolato dalle antiche consuetudini e, in seguito, dalle carte costituzionali. In quest’ottica, Firenze, Milano, Torino erano assai più vicine alla Lotaringia di quanto non lo fosse la ‘città eterna’, sicché, indipendentemente dalle preoccupazioni di garantire al papa un brandello di potere temporale per poter assolvere la sua missione di Vicario di Cristo e non rischiare di ridursi a cappellano di qualche dinasta, venivano sentite come città italiane. Soprattutto Firenze che aveva visto nascere la lingua e in cui si erano manifestate le prime espressioni, ad un alto livello retorico-letterario, di un’identità spirituale e politica da recuperare. Dai versi di Dante “Ahi serva Italia, di dolore ostello,| nave sanza nocchiere in gran tempesta, | non donna di province, ma bordello!” (Canto VI del Purgatorio) a quelli di Petrarca, citati nella chiusa del Principe di Machiavelli : “Vertú contra furore | prenderà l'arme, et fia 'l combatter corto: | ché l'antiquo valore | ne gli italici cor' non è anchor morto”. (Italia mia, benché 'l parlar sia indarno).
Al mito (democratico) di Roma si lega non tanto il complesso del tempo perduto mentre gli altri paesi europei percorrevano decisamente le strade della modernità, quanto un orgoglio ritrovato – “Gino, eravam grandi e là non eran nati”, per citare Giuseppe Giusti. Ha rilevato il compianto Giuseppe Are, ne L’Italia e i mutamenti internazionali 1971-1976 (Ed. Vallecchi 1977): “E’ noto che l’evento più importante della nostra storia moderna, il Risorgimento, fu concepito e compiuto con la volontà di “ricongiungere l’Italia all’Europa vivente”, per usare la splendida espressione del Cattaneo […] Nei momenti più involutivi di questa storia ha prevalso invece la convinzione che non avessimo nulla da imparare dagli altri, ritardi da recuperare: che anzi fossero le nostre particolari esperienze nazionali ad avere un valore esemplare anche per gli altri paesi” Aggiungerei: non solo “nei momenti involutivi” ma, altresì, in quelli ‘creativi’ quando la fiducia nelle proprie forze e nello stellone d’Italia ingenera in molti la sensazione che il ritardo stesso sia una condizione di partenza fortunata in quanto consente di cominciare da zero e tanto meglio se confortati da quanto fummo in grado (noi chi?) operare in un passato lontano.
 E tuttavia va riconosciuto che se lo stesso Manzoni, ormai prossimo alla dipartita, votò a favore di Roma capitale, vi doveva essere qualche ‘buona ragione’ a favore di tale soluzione. L’aveva illustrata del resto il gran Conte nel famoso discorso alla Camera del 25 marzo 1861. “La questione della capitale non si scioglie, o signori, per ragioni né di clima, né di topografia, neanche per ragioni strategiche; se queste ragioni avessero dovuto influire sulla scelta della capitale certamente Londra non sarebbe capitale della Gran Bretagna, e forse nemmanco Parigi lo sarebbe della Francia. La scelta della capitale è determinata da grandi ragioni morali E’ il sentimento dei popoli quello che decide le questioni ad essa relative. Ora, o signori, in Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali che devono determinare le condizioni della capitale di un grande stato. Roma è la sola città d'Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d'oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio, di una città, cioè destinata ad essere la capitale di un grande Stato. Convinto, profondamente convinto di questa verità, io mi credo in obbligo di proclamarlo nel modo più solenne davanti a voi, davanti alla nazione, e mi tengo in obbligo di fare in questa circostanza appello al patriottismo di tutti i cittadini d'Italia e dei rappresentanti delle più illustri sue città, onde cessi ogni discussione in proposito, affinché noi possiamo dichiarare all'Europa, affinché chi ha l'onore di rappresentare questo paese a fronte delle estere potenze possa dire: la necessità di aver Roma per capitale è riconosciuta e proclamata dall'intiera nazione. Io credo di avere qualche titolo a poter fare quest'appello a coloro che, per ragioni che io rispetto, dissentissero da me su questo punto; giacché, o signori, non volendo fare innanzi a voi sfoggio di spartani sentimenti, io lo dico schiettamente: sarà per me un gran dolore il dover dichiarare alla mia città natia che essa deve rinunciare risolutamente, definitivamente ad ogni speranza di conservare nel suo seno la sede del Governo”.
L’argomento addotto da Cavour per cui “Roma è la sola città d'Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali” viene ripreso nel II Capitolo – L’idea di Roma – di uno dei capolavori della storiografia italiana del Novecento, la Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896 (Ed. Laterza 1951). Trattando delle conseguenze del Venti Settembre, Federico Chabod faceva rilevare che “Una nuova forza s’imponeva, con Roma capitale, nella appena iniziata storia dell’Italia unita, una forza capace di bene e di male; potente incitamento e vessillo di raccolta e segno di individualità nazionale ne’ giorni in cui la patria non era ancora una, e sempre atta ad ispirar alte idealità, chi volesse accoglierla a guisa di comandamento morale che una grande tradizione imponeva alla nuova Italia; ma pure capace di influire sinistramente sui destini della patria, chi si lasciasse invece abbagliare e insuperbire e sognasse ritorni impossibili”. E concludeva: “Solo a Roma si poteva sul serio e continuativamente pensare a’ fantasmi antichi, che altrove avrebbero, rapidamente, perso forza ed efficacia. Per rinnovare l’invocazione goethiana alle pietre e agli alti palazzi, per attendere da loro la parola incitatrice, bisognava, anzitutto, aggirarsi tra quelle pietre e quei palazzi. Ora, il ceto politico a cui erano affidati i destini dell’Italia unita stava per trasferirsi definitivamente tra le antiche pietre”.
Tornando alle tombe reali, l’opinione pubblica saggia e liberale, umiliata nel 1876 dall’avvento della Sinistra storica, avrebbe dovuto proprio non farsi “abbagliare e insuperbire”, sognando “ritorni impossibili” ed esigere la sepoltura di Vittorio Emanuele II sotto l’Altare della patria, dal momento che il ‘Re Galantuomo’ era stato determinante nel riunire le sparsi membra della penisola – come l’onesto Garibaldi gli riconobbe anche in momenti di ‘antagonismo’ politico e di netto rifiuto delle istituzioni parlamentari e liberali, peraltro mal funzionanti. Non avrebbe mai dovuto consentire, però, che le tombe dei Savoia venissero collocate nel tempio legato ai nomi dei più eccelsi imperatori romani (Augusto e Adriano) e che, oltretutto, evocava un’idea, quella di impero appunto, screditata nell’epoca che vide il trionfo del ‘principio di nazionalità’ . Tale principio, va ricordato, delegittimava secolari compagini statuali ,come l’Austria-Ungheria, pur se “avevano per secoli adunato e disciplinato le genti di gran parte dell’Europa, e indirizzatele al lavoro del pensiero e della civiltà”, come annotava nel suo diario Benedetto Croce nel novembre del 1818, in una delle Pagine sulla guerra che andrebbe considerata tra i più alti documenti spirituali del XX secolo. (v. L’Italia dal 1914 al 1918. Ed. Laterza 1965). In un’ottica di sobrio e non retorico patriottismo, gli italiani che si stavano rimboccando le mani negli anni della prosa, avrebbero dovuto esigere la sepoltura di Umberto e Margherita in una basilica medievale o rinascimentale che, in qualche modo, evocasse l’”italianità culturale” e, possibilmente, il forte legame dell’Urbe con la città di Dante, di Petrarca, di Boccaccio, dell’umanesimo civile e di Machiavelli, che era stata la culla della civiltà letteraria italiana e aveva fatto rivivere, nell’Europa moderna, lo splendore artistico e culturale dell’antica Atene.

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giovedì 21 febbraio 2013

Citazione sulla Monarchia

Esistono delle idee che, per via della loro radice metafisica, sovrastano i tempi, non sono di ieri, di oggi o di domani ma posseggono una perenne attualità. 
A seconda delle circostanze, tali idee possono essere realizzate o meno, in forma ora più pura, ora più condizionata, senza che ciò, comunque pregiudichi il loro intrinseco valore, la loro dignità, il loro rigoroso carattere normativo. 
Fra tali idee, retaggio di quel mondo che noi chiamiamo il mondo della Tradizione rientra la Monarchia.

J. Evola

mercoledì 20 febbraio 2013

La Monarchia e il Fascismo



Comincia oggi  la pubblicazione di "La Monarchia e il Fascismo", introvabile libro di Mario Viana, del 1951, che ripercorre gli eventi che portarono la Democrazia liberale al suicidio consegnandosi al Fascismo.
Il libro è interessantissimo e ci terrà compagnia per qualche mese.

Lo staff



La Monarchia e il Fascismo



IMPORTANTE


Il lettore troverà qui la obiettiva e inoppugnabile documentazione sulle responsabilità dei partiti e di uomini politici nei tristi avvenimenti nazionali dell'ultimo trentennio.
Fu invece additata la Monarchia quale capro espiatorio al fine evidente di sfuggire al giudizio della Storia.
Occorre pertanto rilevare che a molti mesi dall'uscita del volume nessuna delle persone colpite ha finora respinto queste responsabilità né ha tentato di giustificare il suo operato.


L'AUTORE


Roma, 31 Marzo 1954


1) FASCISMO, FENOMENO SOCIALISTA E REPUBBLICANO  (1919)



- I partiti estremi con la loro Intolleranza provocano la reazione fascista. 

- Atto di nascita: sindacalisti rivoluzionari, arditi, futuristi, combattenti, repubblicani storici, massoneria e democrazia sociale, reclamano la Costituente.

- I repubblicani «storici» precursori della Repubblica Sociale del Nord.



Si scatena la lotta politica


Il repubblicano storico Giuseppe Marcora, presidente della Camera dei deputati, inaugurando il 20 novembre 1918 le sedute al Parlamento, così comincia il suo


«Il voto di Vittorio Emanuele  II che, raccogliendo il grido di dolore dell'Italia intera fu iniziatore della nostra redenzione, è, per virtù di Vittorio Emanuele III, soddisfatto». E chiosa così le parole del generale Diaz espresse nel Comunicato della Vittoria: «La guerra contro l'Austria - Ungheria ebbe, sotto l'alta guida di Sua Maestà il Re Duce Supremo, l'Esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta». Dopo avere accennato alla memoria di Mazzini, da lui conosciuto negli anni della sua giovinezza, accomunando il suo spirito alle glorie sabaude, auspica per l'Italia una nuova era di fortuna.


Ma gli auspici, le aspirazioni generose e le speranze del venerando mazziniano non sono appagate da risultati confortanti, e questo per colpa degli inconcepibili atteggiamenti sia dei suoi correligionari che dei variopinti partiti politici italiani, i quali si sono divisi in fautori della neutralità contro quelli che la guerra avevano voluto o solamente appoggiata. In tanto accanirsi, neutralisti ed interventisti sono tutti ugualmente solidali intorno ad una questione: la Costituente. Il trattato di pace non è ancora firmato, gravi interessi - interessi vitali - i frutti della vittoria sono in contesa alla Conferenza di Parigi, ed i partiti parlano di rivoluzione, di violenza barricadiera, di riscosse popolari, di dittatura del proletariato. L'Avanti! è tutto inteso a svalutare la vittoria e quanto vi è stato di nobile e di generoso nel sacrificio dei soldati e della nazione; la Giunta socialista della città di Verona rifiuta la Croce di guerra assegnatale dal Re; il caricaturista Scalarini si affanna a ricercare nelle sue illustrazioni sull'Avanti! quanto può deprezzare ogni virtù cittadina o militare: solo il borghese è grasso ben pasciuto e rubicondo, solo il lavoratore manuale è smunto, stracciato, morto di fame. E l'esercito italiano è rappresentato con le sembianze di una jena in divisa e dall'aspetto feroce e ributtante. «La guerra - dice il direttore Serrati - è rivoluzionaria solo se, come proclamammo a Kienthal, conclude con un disastro». Luigi Polano, segretario della Federazione giovanile socialista, al convegno internazionale di Berlino aveva detto che i socialisti italiani rivendicavano Caporetto come una loro gloria e nulla avevano fatto poi per contribuire alla resistenza sul Piave. Sono quotidiani incitamenti a colpi di mano alla rivoluzione integrale, alla dittatura del proletariato, accompagnati da beffarde intimazioni alla borghesia di prepararsi alla sua ultima ora.


Al Congresso della Confederazione Generale del Lavoro, aderente al Partito Socialista, si auspica ai Sovieti, «che danno il diritto elettorale alla classe operaia e lo sopprimono alle altre classi». Articoli di fondo scritti da autentici borghesi incitano il popolo a sopprimere la borghesia: sembra che la missione del Partito Socialista sia quella di distruggere per distruggere. Si ha la sensazione di essere tornati al socialismo anarcoide dell'80, ispirato dalla predicazione di Nicola Bakunin. Ma mentre in piazza predicano la rivolta e la necessità di rovesciare il regime borghese, in Parlamento affermano di non essere maturi per assumere il potere. Le varie tendenze del socialismo nostrano non sono che variopinte contraddizioni ispirate dal cieco furore e dal rancore. Nel manifesto di calendimaggio il Partito Socialista Ufficiale fa appello al proletariato per la sommossa onde scatenare ove occorra la guerra civile, ma la Confederazione del Lavoro invece auspica una Costituente, cioè «il trapasso pacifico e legale del potere politico dal capitalismo al proletariato senza sopraffazioni inutili e assurde». Posizioni antitetiche che si distruggono a vicenda. In mezzo a tanta degenerazione una voce di saggezza l'on. Turati, dopo aver dichiarato che il leninisino non ha niente di comune col socialismo, ospita nella sua Critica Sociale un articolo del dott. Totomianz veterano della cooperazione russa: «I bolscevichi hanno cercato in fin dei conti non già una vera democrazia, bensì la dominazione della plebaglia, che non si arresta davanti a nessun mezzo terroristico in una guerra di sterminio contro la borghesia e gli intellettuali». Egli stesso, in un suo articolo sulla Costituente (4-2-1919) nel quale ribadisce il principio tradizionale della dottrina del riformismo, conclude di non ritenere un problema pratico ed urgente quello della forma istituzionale. Le trasformazioni istituzionali non possono costituire un programma aprioristico, avulso dal corso della storia. Ma la sua voce è sommersa dal clamore incomposto della piazza, concorde soltanto nel sabotare la vittoria. Combatte il culto sciocco e fanatico della violenza, ma la sua voce si perde nel deserto. E quando tutta Italia trepida per Fiume, tanto chi approva il gesto di d'Annunzio come chi lo disapprova per le conseguenze che potrebbe portare, un giornale socialista di Bologna, La Squilla, rispondendo ad Augusto Murri che difende l'italianità di Fiume, scrive: «Il nostro cuore è sulla Neva» . L'Avanti! chiama le terre liberate «terre depredate». Del resto le esaltazioni di Lenin e di Trotski arrivano ad un fanatismo tale che i loro nomi sono imposti ai neonati figli dei compagni più scalmanati.


La lotta politica scatenatasi furibonda dopo la fine del conflitto è una continua rissa combattuta fra 
i partigiani dell'intervento e quelli di parte contraria. Lotta che assurge talvolta ad aspetti di somma drammaticità in momenti in cui la situazione internazionale reclama la solidarietà degli italiani. Il linguaggio dei giornali di partito è di una violenza impressionante e talvolta disgustosa. L'Avanti! chiama criminali ufficiali e generali, mercanti di carne umana gli industriali fornitori di guerra Mussolini è l'«innominabile» venduto alla borghesia, nuovo arricchito di guerra, il Griso; i repubblicani sono i giullari del politicantismo, profittatori della carrozza di Sua Maestà» ed il Popolo d'Italia delizia l'on. Giolitti del grazioso epiteto di «bandito di Dronero» «labbrone», «agente tedesco», «brigante Tiburzi da mettersi alla gogna », mentre l'organo giolittiano La Stampa è chiamato «la lurida bagascia»; e poi vi sono «le carogne del passato», le «pozzanghere verminose, la diarrea degli avversari». La censura è chiamata «la sgualdrina» e così via. L'Iniziativa, organo del Partito Repubblicano chiama Nitti «il gallinaccio di Muro Lucano» e «don Ciccio porco schifoso». E divide le azioni in due ben distinte categorie: quelle andate male, colpa della Monarchia; quelle andate bene, merito del popolo. In un articolo intitolato «L’insulto parricida» l'Osservatore Romano scrive: «E la campagna oscena e parricida continua tuttavia: mossa e fomentata da quei giornali e su quei giornali che, sorti col pretesto della difesa di interessi dei combattenti, si sono d'un tratto mutati in volgari lanzichenecchi dell'odio più basso e del più bieco livore massonico contro il Papa».


In mezzo a tanta violenza verbale che ha sovente gravi ripercussioni nell'opinione pubblica, lo schieramento dei partiti si va delineando. Da una parte socialisti ufficiali, massimalisti, comunisti ed anarchici se pure sono in astiosa lotta fra di loro, rappresentano l'Estrema Sinistra che guarda a Mosca donde deve venire la rivoluzione redentrice, ed esaltano Lenin come il nuovo messia. Dall'altra i partiti che aderirono alla guerra, con Mussolini in testa: sindacalisti rivoluzionari usciti dalla scuola di Filippo Corridoni, socialisti riformisti, nazionalisti, una grossa frazione di liberali, repubblicani «storici». Come vi sono liberali ancora irrigiditi sulla posizione della neutralità, seguaci di Giolitti che fanno capo alla Stampa di Frassati, così vi sono divergenze in campo repubblicano: mentre qualche elemento della direzione centrale del partito, cui fa capo il settimanale L'Iniziativa e crede nel verbo di Lenin, è a tendenze bolsceviche, uno fra i suoi più autorevoli e noti esponenti, l'on. Napoleone Colaianni, scrive ad Armando Casalini segretario del partito: «Dalla guerra è sorto un pericolo sociale forse più grave di quello monarchico: quello del leninismo. Se oggi con la nostra azione affrettassimo la caduta della Monarchia ho la ferma convinzione che andremo incontro ad una disastrosa prova di leninismo alla russa favorita dalla propaganda del socialismo disfattista, e dalle condizioni economico - sociali create dalla stessa guerra quantunque vittoriosa». Egli scriveva questa lettera alla fine del 1918 per scusarsi di non avere partecipato al Congresso repubblicano di Firenze, giustificando la sua assenza col timore che l’assemblea «spingesse ad una azione che in questo momento mi sembra assai pericolosa». Cioè la caduta della Monarchia. Ma gli elementi bolscevizzanti in seno alla direzione del partito fanno appello ai socialisti per l'ultima decisiva battaglia contro le istituzioni e per la Repubblica sociale, mentre il Colajanni invoca l'intervento in Russia contro i bolscevichi rammentando che Mazzini stigmatizzò come nefasto egoismo la dottrina del non intervento. «La grave situazione italiana - dice il Colajanni - è in grandissima parte la conseguenza della guerra. I nostri amici vorrebbero eliminare le conseguenze e addossarle alla Monarchia, assai ingiustamente perché il Re, che personalmente forse la guerra non voleva, durante la guerra fu rispettosissimo della costituzione e alla guerra dette tutto quello che personalmente poteva dare». Alla la direzione del partito, imperterrita, diffida gli onorevoli Chiesa e Comandini, autorevoli repubblicani storici a dimettersi dalla carica di ministri del Re, alla quale sembrano molto attaccati. Il contrasto fra la direzione - nella quale peraltro non tutti i componenti sono filo bolscevichi - e alcuni esponenti del partito non è di sfumature ma di sostanza. Gli adepti del Partito Repubblicano sono divergenti sia per il fiumanesimo che per il fascismo.


Fra i dissidenti uno ne emerge soprattutto che riassume tutte le caratteristiche dì queste divergenze: Pietro Nenni, il focoso repubblicano che la crisi della guerra non farà più tornare all'ovile. Direttore nel 1918 del Giornale del Mattino di Bologna a carattere massonico -borghese, polemizzando con quelli dell'Avanti!, «questa vergogna politica che è il Partito Socialista Ufficiale», scriveva: «Oggi pure dinnanzi al Re d'Italia sentiamo che non può esserci che il partito degli italiani e nella persona del Re che simboleggia la Nazione, acclamiamo noi pure con tutto il tradizionale censo di ospitalità della nostra città e con tutta la libera coscienza di italiani». (9-6-19l8). E poi ancora: «Caporetto non è una battaglia perduta, è il frutto di due tradimenti, quello della Russia in Oriente e quello delle mezze coscienze nel Paese ».


Una dimostrazione popolare contro l'amministrazione comunale gli fa sfuggire parole roventi contro i dimostranti «...Giungevano intanto le prime falangi della teppa ...». Un'altra volta concludeva con amarezza: «...se tutti i lavoratori non fossero ubriacati di vino cattivo all'osteria dell'Avanti!». Nel maggio, proprio quando iniziano le devastazioni alle camere del lavoro socialiste lo troviamo fra gli squadristi e i fondatori del Fascio di Bologna con Ferruccio Vecchi, Arpinati, coi repubblicani Mario Bergamo e l'avvocato De Cinque e sul Giornale del Mattino si legge che il gagliardetto di seta nera offerto agli arditi - il nerbo del primo squadrismo fascista - «è intessuto da donna Carmela Nenni», offerto dal marito in riconoscenza di una grande spedizione punitiva contro i braccianti rossi. Ciò avviene il 28 aprile di questo 1919, cioè dopo soli dodici giorni dalla distruzione dell’Avanti! compiuta a Milano dai fascisti e che il Nenni pienamente giustifica sul suo giornale. Egli è oramai maturo per la carriera gerarchica del nuovo movimento politico: ha militato nel «fascio interventista», è stato redattore capo del Popolo d'Italia nel 1916 a sostituire Mussolini chiamato alle armi, e firma gli articoli di fondo sia col proprio nonché con lo pseudonimo «ennepi», è esponente del «Fascio di Combattimento» con aspirazioni nobiliari e tendenze monarchiche poiché nega l'esistenza di un problema istituzionale. Brilla infine per il suo intervento: il 28 luglio 1918 il Giornale del Mattino aveva infatti pubblicato la notizia: «Il Duce Nenni (diceva proprio Duce) parte per il fronte per rimanere sulla linea di fuoco». Quattro giorni dopo, però, tornava a passeggiare sotto il Pavaglione. Quale sia stata la determinante della nuova crisi dì coscienza del Nenni e la improvvisa rinuncia all'ambito titolo di duce del fascismo padano e l'abbandono degli atteggiamenti francofili, antirussi, nazionalisti e monarchici, non è ancora stata rivelata. Sta di fatto che nel maggio egli si iscrive al Partito Socialista Ufficiale a dirigere l'osteria dell'Avanti! e ubbriacandosi del suo vino cattivo chiederà la Costituente deprecando al Sovrano dopo averlo tanto esaltato. Ma il fenomeno Nenni non è un fenomeno isolato di disorientamento e di diserzione. La maggioranza dei repubblicani guarda prima a d'Annunzio per la sua aspirazione alla Repubblica corporativa del Carnaro e poi a Mussolini non fosse altro che per la violenza di linguaggio con la quale sul Popolo d'Italia si chiede la Costituente e si inneggia alla rivoluzione che dovrà spazzare via la Monarchia.