NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 19 novembre 2021

“Maria Josè, l’ultima Regina d’Italia”

Come sempre affidiamo al senso critico dei nostri amici la lettura degli articoli che segnaliamo raccomandando la massima attenzione a distinguere i pettegolezzi dai fatti di storia.




All’OFF/OFF Theatre con Elena Croce. Moglie infelice e ferita, del marito si era innamorata al primo incontro


Nell’ultimo fine settimana di novembre, da giovedì 25 a domenica 28 novembre, l’OFF/OFF Theatre accoglie la storia di una donna controversa, l’ultima Regina d’Italia, la cui vita è essa stessa parte della storia di tutti noi. È Maria José, la sposa dell’ultimo sovrano italiano, Umberto II di Savoia, a capo di una nazione che dopo aver visto i due coniugi come regnanti, vivrà un’epoca totalmente nuova. La donna, il suo ruolo, la sua vita, tutto questo va in scena grazie all’interpretazione di un’intensa Elena Croce, protagonista nei panni di Maria José, nel testo scritto e diretto da Silvano Spada, nell’anno in cui ricorrono i vent’anni dalla sua scomparsa.

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https://www.farodiroma.it/

A Vicoforte Elena von Hessen, nipote di Mafalda di Savoia

 

Elena Von Hessen ritratta nella galleria d'arte del nostro amico Piero Renna

L’Istituto nazionale per la guardia d’onore alle reali tombe del Pantheon ha organizzato per sabato 27 novembre una giornata per la celebrazione di Re Vittorio Emanuele III, nel 152° anniversario della sua nascita e nel centenario della traslazione del Milite Ignoto al Sacello dell’Altare della Patria. Alle cerimonie prenderà parte anche Elena Von Hessen, nipote di Mafalda d’Assia, figlia del re tumulato al Santuario morta nel campo di concentramento di Buchenwald e ora sepolta vicino a Francoforte sul Meno.

 

Fonte: http://www.provinciagranda.it/monregalese/2021/11/17/news/a-vicoforte-elena-von-hessen-nipote-di-mafalda-di-savoia-7156/


giovedì 18 novembre 2021

Natale in Casa Savoia e visita al Castello Reale 2021

Dal 20 Novembre al 9 Gennaio 2022, tutti i sabati e le domeniche (aperture infrasettimanali specificate a calendario)




Un viaggio immersivo indietro nel tempo. La mostra percorso ha nel titolo già tutti gli elementi che la renderanno davvero particolare e imperdibile: il “Natale a Casa Savoia”.

Si avrà la possibilità di conoscere le particolarità introdotte proprio dalla casata reale e gli accessori indossati dalle dame fino ad arrivare all’albero di Natale della Regina Maria Cristina.

Non solo lusso però; nel percorso si tratteranno anche temi più intimi quali la cavalleria, i valori religiosi, le tradizioni militari e principi cavallereschi dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme.

Immancabili i riferimenti alla fede e al tema della Natività con un’esposizione di presepi. 

La storia del Castello di Govone è ricca di nomi importanti ed affascinanti che meritano di essere conosciuti, valorizzati ed approfonditi, ed un ampio e articolato progetto pluriennale intende riproporre in varie forme ed eventi proprio tali personaggi ed i rispettivi secoli.

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Di fronte alla corsa per il Quirinale conviene rivalutare la monarchia

ANTONIO GURRADO  

Pagine su pagine di retroscena e indiscrezioni, ipotesi di bis del presidente uscente, candidati ufficiali e ufficiosi, franchi tiratori, voti e soprattutto veti. La rivincita simbolica dei re di fronte al gran teatro per la carica più alta della Repubblica



In Italia quando dici che sei monarchico ti guardano tutti strano, nonostante che siano monarchie varie nazioni dalla storia grande almeno quanto la nostra, come Gran Bretagna e Spagna, ma anche l’Olanda, il Belgio, la modernissima Svezia, l’avveniristico Giappone; nonostante che in Europa i primi decisivi passi verso la democrazia siano stati mossi grazie all’evoluzione plurisecolare della monarchia; e nonostante che al mondo i principali Stati dittatoriali, paradittatoriali o illiberali, tipo la Cina, l’Iran, la Turchia, la Russia, l’Ungheria, per tacer dell’Africa, siano tutti repubbliche.

 

Credo sia perché da noi desta sospetto il sistema dell’ereditarietà del titolo di Capo dello Stato e garante della Costituzione, a fronte di un cristallino sistema di selezione che prevede mesi di retroscena, articolate esegesi di mezze frasi, proposta di rinnovo automatico del titolare, esclusione del rinnovo automatico da parte dell’interessato, candidati prematuri presentati apposta per essere bruciati, ipotesi alternative patafisiche, qualche donna da tirare in ballo per far vedere che si è moderni, escursioni nel semipresidenzialismo di fatto, richiami alla lettera della Carta, nessun pretendente ufficiale, tutti pretendenti sottobanco, franchi tiratori a iosa, voti a Giancarlo Magalli, plauso unanime dell’emiciclo al carro del vincitore, polemiche sotterranee sull’imparzialità dell’eletto, e così via. In Italia quando dici che sei monarchico ti guardano tutti strano, tranne una volta ogni sette anni.


https://www.ilfoglio.it/bandiera-bianca/2021/11/12/news/di-fronte-alla-corsa-per-il-quirinale-conviene-rivalutare-la-monarchia-3361120/

Mio padre ha visto…




Pacchi su pacchi di schede. “Così grossi – raccontava mio padre – che ci si potevano infilare le braccia”. Tutte schede già votate e tutte con la croce sullo stesso segno: a sinistra, sull’Italia turrita, che simboleggiava la Repubblica, contro la Monarchia rappresentata dallo scudo dei Savoia. Il giovane Brigadiere Beltotto vide quelle schede, negli scantinati del Ministero degli Interni. Era la notte del 4 giugno 1946 e i risultati del referendum non erano stati ancora annunciati, ma la voce, nei palazzi romani, già girava: vittoria alla Repubblica! Umberto II si preparava all’esilio di Cascais.
Di ombre su quel risultato si è sempre parlato. Ma ora, a settant’anni di distanza, arriva il ricordo di un testimone oculare dei brogli. Tommaso Beltotto allora aveva venticinque anni e già alle spalle una vita intensa. Controfirmò la relazione del Duca Giovanni Riario Sforza, Comandante in Capo dei Corazzieri Reali, con la descrizione minuziosa di quei sacchi nelle cantine del Viminale. E proseguì la sua vita da carabiniere. Sono passati settant’anni e Beltotto è morto nel 2001. Di quei sacchi non ha più parlato, se non in famiglia. E’ suo figlio Gianpiero a raccontare l’immagine, quasi fotografica, del referendum truccato, così come riferita dal padre. A cosa dovessero servire quei sacchi di schede truccate, il giovane Brigadiere non lo sapeva e non lo sappiamo noi oggi. Erano già state conteggiate come vere o dovevano servire, in caso di bisogno, per ribaltare un risultato sgradito? Di sicuro, erano la prova concreta di un referendum fasullo. Beltotto si era scandalizzato, a quella vista? Era un uomo concreto, realista, a detta del figlio. Quando in televisione o sui giornali qualcuno ipotizzava brogli nel referendum del 1946, sorrideva con ghigno ironico. “C’è poco da ipotizzare, i brogli li ho visti con i miei occhi”, diceva.
Il brigadiere Tommaso Beltotto non era lì per caso, la notte del 4 giugno. Nel settembre del 1943, quando comandava la Stazione dei Carabinieri di Monterotondo, aveva avuto l’ordine di arrendersi ai tedeschi e consegnare le armi. Se ne era ben guardato e si era unito alla Resistenza con i suoi fucili e i suoi militi. Fungeva da anello di collegamento tra le truppe partigiane di montagna e i reparti che operavano a Roma. Fu testimone dei vani tentativi del CLN di bloccare l’attentato di via Rasella. “Insomma – dice suo figlio – aveva la fama di persona equilibrata e devota. Sono convinto che il maggiore Riario Sforza quei sacchi di schede truccate li avesse già visti prima e che avesse bisogno di un testimone affidabile”. Qualcuno, cioè, che non andasse a raccontare al bar l’incredibile scoperta, ma che fosse pronto, nel momento del bisogno, ad attestarne la verità.
Così, quando il Duca Sforza (che pochi giorni dopo verrà ritratto nel salutare per l’ultima volta Umberto II che lascia il Quirinale), dovette scegliere qualcuno che controfirmasse il suo rapporto, la scelta cadde inevitabilmente su Beltotto, che non era suo subalterno, ma che aveva avuto modo di conoscere in quei frangenti delicati e complessi.




 http://www.weeklymagazine.it/2017/10/29/mio-padre-ha-visto/

giovedì 11 novembre 2021

Perché resta attuale il “De Monarchia” di Dante

Il testo dantesco rivela, soprattutto a chi lo esamini alla luce dei principi senza tempo della Tradizione, la sua valenza metapolitica e, dunque, mondato dalle contingenze storiche che ne accompagnarono la nascita, mostra la sua sostanziale attualità in un momento di crisi profonda nel quale il nostro futuro appare incerto e velato da ombre minacciose

di Roberto Russano  

 

Dante politico

Tra le opere composte da Dante Alighieri la Monarchia, o De Monarchia come viene tralatiziamente indicata, costituisce un trattato politico in tre libri risalente agli ultimi anni di vita del genio fiorentino con il quale egli intervenne per sostenere l’origine divina e diretta del potere imperiale contro le pretese papali che riconoscevano all’imperatore una semplice potestas indirecta in temporalibus. Papa Bonifacio VIII appena qualche anno prima della stesura dell’opera dantesca aveva ribadito la tesi pontificia con la bolla Unam Sanctam mentre Dante, da buon ghibellino, aveva sposato, con alcuni temperamenti formali, la “teoria dei due soli”, formulata sul finire del V secolo d.C dal Pontefice Gelasio I in una lettera all’imperatore d’Oriente Anastasio e l’aveva difesa, con dovizia di argomenti ricavati in massima parte dall’ autorità delle Sacre Scritture , nel terzo libro del suo trattato giungendo alla conclusione che “ la facoltà di conferire il potere nella sfera temporale è contraria alla natura della Chiesa”(III,XIV,9).

 

Impero e Chiesa Cattolica

Una lettura superficiale del testo dantesco può trasmettere al lettore l’impressione di trovarsi in presenza di un lavoro inevitabilmente datato, destinato agli specialisti del pensiero politico medievale alla stregua della cospicua messe di scritti che nel corso del medioevo sostennero, nella lunga disputa per la supremazia che coinvolse il papato e l’impero, le ragioni dell’una o dell’altra istituzione o, al massimo dinanzi ad un testo certamente fondamentale per ricostruire il pensiero politico dantesco ma, in sostanza, privo di attualità.

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https://www.barbadillo.it/

11 Novembre

 


Figure del Risorgimento italiano


Il secolo XIX è l’epoca delle macchine e quindi l’epoca della borghesia, inizia e si sviluppa l’industria, in Inghilterra specialmente, successivamente in Francia, in Germania, il capitalismo è l’espressione di questa economia del lavoro operaio, dell’investimento di capitali, delle macchine, dell’industria che sostituisce l’artigianato, e nascono, appunto, nuove classi sociali, la classe operaia e la borghesia, quest’ultima possiede gli strumenti per produrre, le macchine, la terra, i capitali, il proletariato possiede esclusivamente il lavoro e non ha mezzi di produzione in suo possesso. In Italia, che ancora non esiste come Italia ma nelle sue divisioni più o meno regionali, esistono punte di capitalismo specialmente nel Nord ma anche nel Sud, qualcosa esisteva. La nascente borghesia si rende conto di non avere voce, rappresentanza, il potere essendo legato alle monarchie e all’aristocrazia, da ciò la ribellione, anzi la rivoluzione, cambiare sistema, evidentemente l’aristocrazia, l’alto clero, le monarchie si opponevano a concedere rappresentanza alla borghesia e a darle facoltà legislativa, meno ancora la concedevano al proletariato.
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lunedì 8 novembre 2021

Il Milite ignorato: storia o fiabe?


Un Centenario in tono dimesso

I Centenari ricorrono una volta al secolo. Ogni giorno se ne contano a bizzeffe, secondo popoli, paesi e “sensibilità” collettive e/o personali. I più scorrono via nell'indifferenza generale. Alcuni invece hanno un significato particolare perché  l'evento memorando è (o dovrebbe essere) nella coscienza generale. Ne abbiamo avuto esempio nel marzo 2011, quando venne ricordato il 150° del regno d'Italia, sia pure rievocato sotto l'etichetta impropria di “unità nazionale” (nel 1861 mancavano Venezia, Roma, Trento, Trieste...). Tutto lasciava credere che sulla scia del centenario dell'intervento nella Grande Guerra e della Vittoria del 4 novembre 1918 quello della Tumulazione del Milite Ignoto sarebbe stato ricordato degnamente. L'attesa, va detto con franchezza, è andata pesantemente delusa. Senza voler spargere sale sulle ferite, i due “manifesti” approntati con egida dei massimi livelli (inclusa la Presidenza del Consiglio dei ministri, ovvero l'ignaro Mario Draghi) sono risultati grossolanamente sbagliati: errori marchiani, imbarazzanti e inescusabili. Arrampicandosi sui vetri, l'apposita “struttura” ha addotto attenuanti risibili: i tanti impegni (un Centenario si improvvisa all'ultimo minuto...?) e addirittura la difficoltà di accedere a chissà quale “fonte” per sapere come era  fatto l'elmetto del fante italiano.

Fu così che nel “manifesto” del Ministero della Difesa (a quanto pare non affisso: le copie in circolazione diventeranno una sorta di “Gronchi-rosa”) è stato “stampato” un soldato con elmetto francese, anacronistiche stellette sul bavero e un tricolore stropicciato fra le mani, naturalmente senza ombra di scudo sabaudo. Fa il paio con il manifesto precedente, sul quale, anziché un Milite italiano, era raffigurato un soldato americano sullo sfondo di una carta geografica dell’America Latina...

Lo Stato non ha diritto di declassare la Storia a mera fiaba a fumetti. Men che meno nel ricordo del Milite Ignoto, simbolo del sacrificio della Nazione per il coronamento del Risorgimento.

Non bastasse la RAI la sera del IV novembre in “La scelta di Maria” ha narrato il Milite Ignoto focalizzando tre “personaggi”: Maria Maddalena Bergamas, deputata a scegliere la salma da tumulare all'Altare della Patria fra le undici raccolte nella Basilica di Aquileia; uno degli ufficiali incaricati della ricognizione delle sepolture e il ministro della Guerra all'epoca in carica, Luigi Gasparotto.

A parte gli spezzoni tratti da riprese d'epoca (gli unici meritevoli di essere visti), il filmato risulta del tutto privo di valore “didattico”. Il suo filo conduttore è la guerra dell'Italia contro “gli austriaci”, anziché, come in effetti fu, contro gli Imperi Centrali (austro-ungarico e germanico), quello turco-ottomano e il regno dei Bulgari: cioè un conflitto europeo prima ancora che l'Italia vi intervenisse, sbagliando la tempistica, senza adeguata preparazione e con retropensieri (l'arcaico “sacro egoismo”: moneta vecchia in un mondo nuovo) che suscitarono l'irritata diffidenza dei suoi nuovi alleati, in specie Gran Bretagna e Francia.

 

Gli errori del governo prima e dopo la Vittoria

Lo sceneggiato ha enfatizzato il ruolo del ministro Luigi Gasparotto quale artefice e regista della Cerimonia. Gli ha attribuito meriti che non sono affatto suoi e non ne ha ricordato il profilo politico autentico. Insomma, non ha fatto in alcun modo “storia”. Per quanto superfluo e ripetitivo, i primi a celebrare il loro Milite Ignoto furono gli inglesi e i francesi, che dalla Grande Guerra uscirono “più vincitori” non perché fossero prevalsi sul campo di battaglia ma perché seppero prevalere al tavolo della pace.

L'Italia fu la prima potenza in lotta a sconfiggere gli avversari sul fronte bellico, con la battaglia di Vittorio Veneto, che costrinse Vienna ad arrendersi alle condizioni chieste dal Comandante Supremo Armando Diaz: il diritto degli italiani ad attraversare in armi il territorio nemico per colpire la Germania da sud. Quella dell'Italia fu una “vittoria strategica”, come era stata immaginata da Luigi Cadorna sin dalla preparazione dell'ingresso in guerra: irrompere dell'Austria-Ungheria per far esplodere l'insurrezione dei “popoli oppressi” che da metà Ottocento guardavano al modello italiano di Stato nazionale. Sennonché, dopo l'arretramento del fronte dall'Isonzo al Piave tra il 24 ottobre e il 9 novembre 1917, il nuovo governo presieduto da Vittorio Emanuele Orlando, consentì che i vertici militari (Cadorna, il suo vice, Porro, il comandante della II^ Armata, Luigi Capello...) venissero sottoposti a una “Inchiesta” che si risolse in pesante accusa di incapacità, soprattutto nell'interpretazione di molti quotidiani.

Al Congresso di Versailles la delegazione italiana (Orlando, il ministro degli Esteri Sidney Sonnino e i loro pochi e non sempre adeguati consiglieri) si condussero secondo criteri prebellici, tanto da essere sfiduciati alla Camera ancor prima della firma del Trattato tra i vincitori e la Germania, il 28 giugno 1919, quinto anniversario dell'assassinio di Francesco Ferdinando d'Asburgo e della consorte a Sarajevo: quasi una firma in calce all'attentato.

Nei mesi seguenti la polemica imperversò e lacerò il Paese, specie quando, in risposta al Trattato di pace con l'Austria (detto di Saint-Germain) risultò che l'Italia non aveva ottenuto Fiume, da mesi indicata quale annessione indispensabile per non rendere mutilata la vittoria. Sotto la guida del poeta- guerriero Gabriele d'Annunziò, debitamente istruito da logge e da cospiratori in divisa, reparti militari e volontari di vario orientamento (parecchi repubblicani fanatici) decisero di andare a prendere quello che era stato negato. La “questione di Fiume” divenne “italiana” perché si riverberò sull’instabilità del governo presieduto da Francesco Saverio Nitti, più volte in crisi per l'opposizione di socialisti (parte dei quali filosovietici) e del neonato partito popolare italiano, capitanato da don Luigi Sturzo.

 

I socialisti contro l'ordine costituito e la riscossa della monarchia 

L'acme della crisi politica si registrò il 1° dicembre 1919 quando i 156 deputati socialisti uscirono dall'Aula di Montecitorio cantando l'Internazionale proprio mentre Vittorio Emanuele III stava iniziando a pronunciare il Discorso della Corona per l'apertura della XXV legislatura. Da sociale ed economica la crisi stava precipitando in istituzionale. Nitti, che il 20 ottobre 1919 aveva proclamato festivo il 4 novembre rinviando però ogni festeggiamento in vista delle elezioni politiche del 16 novembre, dopo ripetuti rimpasti e il varo di un secondo governo (che durò poche settimane) cedette il campo al vero artefice della ricostruzione dell'Italia, il settantottenne Giolitti, monarchico e liberale senza se e senza ma, che operò di concerto con il re.

Mentre il colonnello Giulio Douhet (citato con elogio nel filmato RAI) mirava a contrapporre il Milite Ignoto alle gerarchie militari, alimentando una lacerazione che andava invece guarita, il governo puntò a restituire alle Forze Armate il prestigio conquistato sul campo. La prima grande “prova generale” avvenne il 4 novembre 1920, con la Festa delle Bandiere militari all'Altare della Patria. Per comprenderne l'importanza va ricordato che nel settembre precedente le regioni industrializzate (Piemonte, Liguria, Lombardia, qualche lembo della Toscana...) erano state teatro della “occupazione delle fabbriche” voluta dall'ala estrema del partito socialista italiano, capitanata dall'“Ordine Nuovo” di Antonio Gramsci, Angelo Tasca, Palmiro Togliatti “e simili...”, convinti che potesse scaturirne la rivoluzione politica sull'esempio di quanto era avvenuto in Russia nell'ottobre 1917 incluso lo sterminio della Casa Reale.

Come previsto da Giolitti, l'“occupazione” si esaurì. Pochi giorni dopo la Festa delle Bandiere la coalizione governativa registrò due successi di rilievo: la vittoria di blocchi nazionali alle elezioni dei consigli comunali e provinciali (che non si rinnovavano dal 1914) e il Trattato italo-jugoslavo di Rapallo che il 12 novembre restituì a Fiume lo stato di corpus separatum, favorevole al prevalere dell'influenza dell'Italia senza bisogno del ricorso alle armi. Quando fece sgomberare d'Annunzio da Fiume (dicembre 1920), il governo ebbe il consenso della generalità del Paese, avviato alla “normalità”.

Da quel momento anche in Italia venne accelerata la celebrazione del Milite Ignoto, non per contrapposizione tra soldati e gerarchie ma per la loro unione.

Dopo le elezioni politiche del 15 maggio 1921 e l'inaugurazione della XXVI legislatura (11 giugno) in un clima di ritrovata coesione civile e di disciplina (parola d'ordine del re e del presidente del Consiglio), il 20 giugno venne presentato il disegno di legge “per la sepoltura di un soldato ignoto” in Roma, senza indicazione della sede scelta per la tumulazione. La celebrazione, affermò il ministro della Guerra Giulio Rodinò di Miglione, deputato del partito popolare italiano, rispondeva “alla coscienza che un popolo civile, uscito vittorioso dalla guerra”, aveva maturato “non solo della forza acquistata ma anche dei propri doveri verso quanti nella guerra trovarono morte gloriosa”.

Dinnanzi al dissenso del gruppo parlamentare dei Democratici sociali, capitanati dal teosofo duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, Giolitti rassegnò le dimissioni. Ministro della Guerra del nuovo governo, presieduto da Ivanoe Bonomi, già socialista, poi socialista riformista e infine “democratico”, la più vaga delle etichette, fu nominato Luigi Gasparotto (Sacile, Udine, 3 maggio 1873 - Cantello, Varese, 29 giugno 1954).

 

Luigi Gasparotto: un “garibaldino” in cerca...

Quale fu il suo percorso politico? I videospettatori non ne hanno potuto capire nulla da “La scelta di Maria”. È quindi opportuno ricordarlo, poiché esso costituisce paradigma del marasma che dominò la vita pubblica italiana prima, durante e dopo la Grande Guerra. Figlio di un garibaldino fervente, seguace dell'Eroe nel 1866 e nella campagna del 1867 chiusa con lo sbandamento a Mentana sotto la fucileria francese, laureato in giurisprudenza a Padova, avvocato a Milano dal 1897, iscritto alla Società democratica lombarda, folta di massoni (ma non è affatto documentata la sua affiliazione: l'unico Gasparotto in loggia fu un Giuseppe, avvocato, iniziato il 1° dicembre 1892 alla “Arnaldo da Brescia”), a studi giuridici e ad articoli per la “Critica sociale” di Filippo Turati e Claudio Treves a sostegno del pubblico impiego (da lui definito “proletariato del pensiero”), Gasparotto unì militanza politica e ambizioni parlamentari.  

   Sconfitto nel 1909, fu eletto nel 1913 nel collegio Milano IV ove con 2214 voti prevalse sul cattolico moderato Carlo Ottavio Cornaggia per 134 preferenze su 6258 votanti e oltre 12.000 aventi diritto. Ottenne i il 20% dei voti potenziali. Avversario dell'“impresa di Libia” (per ostilità verso Giolitti più che per cognizione di causa), poi fautore dell'intervento nella Grande Guerra a fianco dell'Intesa anglo-franco-russa, il 27 maggio 1915 si arruolò volontario rinunciando all'esenzione riservata ai deputati e si condusse con valore meritando due medaglie d'argento, una di bronzo e due croci di guerra, cui si aggiunse la francese Legion d'Onore.

Da un Fascio all'altro

Dopo Caporetto fu tra i fondatori del “Fascio parlamentare di difesa nazionale” (10 dicembre 1917), che accomunò interventisti democratici (ignari dei vincoli sottoscritti dal governo) e nazionalisti ed ebbe il sostegno del “Popolo d'Italia” dell'ex socialmassimalista Benito Mussolini. “Fascio”, va ricordato, era un termine largamente usato dalla Sinistra radicale e repubblicana.  Tra i fondatori dell'Associazione nazionale combattenti, nel dopoguerra Gasparotto avversò i governi Nitti e Giolitti. In vista delle elezioni del 1919 propugnò il conferimento del diritto di voto attivo e passivo alle donne. Il disegno di legge, approvato dalla Camera il 5 settembre 1919, decadde per lo scioglimento della legislatura. Candidato nella lista degli ex combattenti e eletto a Milano e nella circoscrizione Udine-Belluno, optò per il secondo. Tra i componenti del gruppo parlamentare Rinnovamento nazionale, nelle elezioni politiche del 1921 fu candidato nelle circoscrizioni di Milano-Pavia e Udine-Belluno nelle file del Blocco nazionale comprendente liberali, democratici, ex combattenti e fascisti. Vicepresidente della Camera (13 giugno 1921), fu voluto da Bonomi al dicastero della Guerra (4 luglio 1921-26 febbraio 1922). La sua opera di ministro è sapidamente ripercorsa da Angelo Gatti. Gasparotto propugnò la “nazione armata”: riduzione della “ferma” a 12 mesi per formare un esercito bilanciato di 20 divisioni, sorrette da centri di mobilitazione permanente, pronti a mobilitarne altre 20 divisioni in caso di guerra. Dall'infanzia entrambi i sessi dovevano essere formati con esercizi pre-militari, da affiancare all'insegnamento scolastico orientato al culto della tradizione mazziniano-garibaldina. In concreto puntava alla militarizzazione permanente dei cittadini, poi propugnata dal regime, sino alla retorica mitizzazione degli “otto milioni di baionette”.

Come scrive il suo biografo Lucio D'Angelo, Gasparotto mostrò notevole indulgenza verso il fascismo, come la maggior parte dei demosociali e dei liberali. Il movimento era considerato utile per ripristinare l'ordine dopo il biennio rosso e il perdurante dilagare della scioperomania. D'intesa con Cesare Maria De Vecchi, futuro quadrumviro, e il nazionalista Luigi Federzoni, tra il settembre e l'ottobre 1921 Gasparotto condusse in porto la complessa ricerca del Milite Ignoto e la sua tumulazione al Sacello della Dea Roma sulla terrazza dell'Altare della Patria: una Cerimonia il cui “Sommo Sacerdote” non furono né lui né Bonomi ma il Re, Vittorio Emanuele III, pressoché ignorato dalla “Scelta di Maria” otre che dalle rievocazioni “ufficiali” del Centenario.

Il 17 dicembre 1922 Gasparotto votò a favore del presidente del Consiglio Benito Mussolini, fidente nel “suo cuore di soldato e di cittadino”. Del nuovo governo faceva parte il demosociale Colonna di Cesarò, ministro di Poste e Telegrafi. Già propugnatore dell'alleanza di liberali, nazionalisti, fascisti e demosociali nel rinnovo del consiglio comunale di Milano (dicembre 1922), alle elezioni del 6 aprile 1924 si presentò nelle file della Lista Nazionale comprendente nazionalfascisti e tanti “ex” liberali, come Orlando ed Enrico De Nicola, popolari, democratici... Eletto vicepresidente della Camera, Gasparotto rimase in Aula anche dopo l'”affare Matteotti”, come la pattuglia dei “liberali doc” (Giolitti, Marcello Soleri ed Egidio Fazio) e i Comunisti d'Italia.

Dopo lo scioglimento della Camera (1928) si appartò dalla vita politica. Sulla scia di Garibaldi, scrisse romanzi storici quasi subito obliati. Vi si riaffacciò nel 1942. Nominato commissario dell'Associazione nazionale ex combattenti da Pietro Badoglio (11 agosto 1943), riparò in Svizzera per sottrarsi al prevedibile arresto. Chiamato in Italia (come Luigi Einaudi e altri) su indicazione di Bonomi, presidente del consiglio in successione a Badoglio, Gasparotto fu ministro dell'Aeronautica e successivamente dell'Assistenza postbellica nel governo De Gasperi. Aderì all'evanescente Democrazia del Lavoro (come Bonomi e Meuccio Ruini). Candidato all'Assemblea Costituente per l'Unione democratica nazionale (comprendente anche monarchici) ebbe un esito modesto ma risultò eletto nel collegio unico nazionale.

Da laicista coerente, alla Costituente avversò l'inserimento dei Patti Lateranensi nella Carta e propose la sostituzione del servizio militare obbligatorio con un esercito di volontari. Senatore di diritto nella I^ legislatura repubblicana, declinò l'offerta della presidenza della Camera Alta propostagli dalla maggioranza governativa (democristiani, socialdemocratici, repubblicani e liberali) in vista della discussione della riforma elettorale che previde il “premio” in seggi alla coalizione che ottenesse il 50% dei voti più uno. Dai socialcomunisti e da brandelli di “laici” essa fu demonizzata come “legge truffa”. Avrebbe garantito quella stabilità di cui l'Italia aveva bisogno anche dopo la sua adesione all'Alleanza Atlantica e alla Nato, di cui egli era stato fautore.

La tormentata vita politico-partitica-parlamentare della prima metà del Novecento ebbe dunque in Luigi Gasparotto un esponente di seconda fila ma interessante, sia per la sua opera di deputato e di ministro, sia per far comprendere perché non rese corpo un partito “di centro” (liberale, democratico, riformatore) capace di ammodernare l'Italia. I “costituzionali” si frantumarono in tanti gruppi parlamentari, clan regionali, clientele di capifila contrapposti da animosità inestinguibili (Giolitti, Nitti, Orlando...) e a volte inetti (Facta). Il torto peggiore di quei “centristi” fu la loro incapacità di accettare lealmente l'istituto monarchico, a tutto vantaggio degli avversari del Risorgimento: clericali e socialcomunisti.  

Il figlio di Gasparotto, Poldo, comandante delle formazioni partigiane di “Giustizia e Libertà” in Lombardia, venne assassinato nel campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi: una pagina tragica. L'itinerario politico di Luigi Gasparotto i Luigi aiuta a comprendere l'ingovernabilità che anche oggi  affligge l'Italia, sempre in cerca di stabilità istituzionale e bisognosa non di “manifesti” erratici né di fiction televisive ma di verità storica.

Aldo A. Mola

venerdì 5 novembre 2021

E' scomparso il Professor Semerano


Lo Staff di Monarchici in Rete 
e del sito Dedicato a Re Umberto 
si uniscono al cordoglio per la scomparsa del Professor

Giovanni Semerano, 

già Segretario Generale dell'Unione Monarchica Italiana, membro della Consulta dei Senatori del Regno, 
presidente onorario dell'Unione Monarchica Italiana, collaboratore del Re e del suo ministro Falcone Lucifero.


giovedì 4 novembre 2021

100° anniversario della traslazione della salma del Milite Ignoto

 


di Emilio Del Bel Belluz

Quel giorno di cent’anni fa, davanti all’altare della basilica di Aquileia, erano allineate undici bare, ricoperte con la bandiera Sabauda, e Maria Bergamas avanzava con andatura incerta fino ad accasciarsi ansimante davanti alla penultima bara, riconosciuta come quella contenente le spoglie di suo figlio caduto durante la Grande Guerra. Fu una scena straziante: una mamma che rappresentava le tante madri che non avevano la possibilità d’avere davanti a sé la salma del proprio figlio caduto. Era la madre, il cui figlio indossò la divisa dell’imperatore Francesco Giuseppe e poi disertò, per andare a combattere per la bandiera del Re d’Italia, Vittorio Emanuele III. Questo valoroso soldato morì bagnando con il proprio sangue una terra che sarebbe stata sacra per sempre. Divenne la mamma di tutti quei caduti per la Patria, che spesso non sono ricordati come si dovrebbe. La mamma del Milite Ignoto riposa accanto alle restanti dieci bare sepolte nel cimitero di Aquileia e mi auguro che vengano onorate e ricordate con la deposizione di mazzi di fiori.  La casa dove la donna visse con la famiglia e da dove il figlio partì per la guerra esiste ancora e si trova nel paese di Gradisca d’Isonzo, in provincia di Gorizia. Sulla facciata dell’abitazione è stata posta una lapide che la ricorda.  Una volta la bandiera Sabauda orgogliosamente veniva posta sulle bare dei soldati che si immolavano per la patria. Al mio paese Motta di Livenza, nel trevigiano, non c’è una lapide che riporti i nomi dei 236 soldati che caddero da eroi durante la Grande Guerra.  Alcuni di loro riposano in qualche cimitero militare, qualcuno non ha una tomba, ma quella salma del Milite Ignoto che sta a Roma, potrebbe essere quella di un soldato partito da Motta di Livenza, il paese che lo ha dimenticato.   Mi consola pensare a quella iscrizione sulla tomba di un soldato romano caduto lontano dalla patria. “Qui giace un soldato romano: fermati viandante, e inchinati reverente: dove giace un soldato Romano è Roma”. Ogni preghiera che si dirà nei prossimi giorni, raggiungerà la tomba di tutti i soldati morti in battaglia, sotto le bandiere del re Vittorio Emanuele III. Per ricordare il Milite Ignoto, Pietro Domenichelli scrisse queste parole, che mi hanno sempre commosso e che propongo.

 

 “Il ritorno del Milite Ignoto. Quando nel 1921, dopo la Grande Guerra sanguinosa e vittoriosa, il Milite Ignoto passava per le terre d’Italia, i contadini lasciavano le opere, per assistere al Suo passaggio. I contadini andavano pii e silenziosi come ad una mesta funzione della loro pieve. E mentre essi procedevano, suonavano le campane della pieve, suonando a morto. Ma la tristezza era dolce per i cuori, perché il milite che si era perduto, si era ritrovato; perché dopo essere stato tanto lontano, or ritornava e ritornava per tutti. E passava per tutte le terre d’Italia. Ed era vivo perché era nel cuore di tutti. Ed era vivo perché era la gloria della Patria.  I contadini camminavano dunque pii e silenziosi come ad una mesta funzione della loro pieve: i fanciulli innanzi, poi le donne vestite di nero, e in coda gli uomini insieme con i vecchi.  I fanciulli recavano mazzi di fiori, e fra gli uomini c’erano coloro che avevano combattuto ed ora che andavano incontro al loro fratello, avevano il volto innocente come quello dei fanciulli. Appena furono in fondo ai campi, sul margine della strada ferrata, lungo la quale sarebbe passato il Milite Ignoto, nel lento convoglio, tutti si inginocchiarono nell’attesa. E quanto tempo rimasero lì, in ginocchio, sui solchi scuri della terra lavorata e seminata? Arrivò nell’ora dell’Ave il convoglio con il Milite Ignoto e quella pia gente era sempre lì in ginocchio. I fanciulli gettarono al passaggio i loro mazzi di fiori. Le donne vestite di nero, e i vecchi piansero. Piansero dolci lacrime. Gli uomini alzarono la mano destra in segno di saluto, e quelli che avevano combattuto, lo chiamavano fratello, il Milite che passava, e gli gettarono il cuore”. 

lunedì 25 ottobre 2021

La parabola dell'“Impero” L'ONU e le colonie italiane


di Aldo A. Mola

 

Un impero di soli cinque anni

Nascita e crollo dell'Impero coloniale italiano sono sintetizzati in tre date. Il 5 maggio 1936 le truppe comandate da Pietro Badoglio entrarono in Addis Abeba, capitale dell'Etiopia. Tre giorni prima l'imperatore Hailè Selassiè (1892-1975, cristiano copto), l'aveva lasciata. Sotto tutela inglese, non accettò la sconfitta e costituì un governo in esilio. Il 9 maggio Benito Mussolini annunciò l'istituzione dell'Impero, in capo a Vittorio Emanuele III Re d'Italia. Il 5 maggio 1941 Hailè Selassiè rientrò in Addis Abeba, con l'appoggio dei britannici. Pochi giorni dopo, prima, il 17 maggio, questi ottennero  la resa (con gli onori delle armi) degli italiani da un mese asserragliati sull'Amba Alagi agli ordini del viceré d'Etiopia, Amedeo di Savoia, III Duca di Aosta, deportato in un campo di concentramento in Kenia, ove morì. Una “parabola”, la sua, ripercorsa da Dino Ramella in “Il Duca d'Aosta e gli Italiani in Africa Orientale” (ed. Daniela Piazza).

Il cammino dell'Italia sulla via dell'Impero fu segmentato. L'11-14 aprile 1935 si svolse a Stresa, sul Lago Maggiore, la conferenza diplomatica anglo-franco-italiana. Occorreva arginare l'aggressività della Germania. Hitler, forte dei pieni poteri dopo la morte di Hindenburg (2 agosto 1934), era deciso a realizzare la “grande Germania”: annessione dell'Austria e avocazione dei germanofoni assegnati dai Trattati di pace (Versailles e Saint-Germain, 28 giugno e 10 settembre 1919) a Stati sorti dalla dissoluzione degli imperi germanico e austro-ungarico. Per la Francia il revanscismo tedesco faceva intravvedere la rivendicazione dell'Alsazia e della Lorena e altro ancora: una guerra secolare.

 

Un percorso sinuoso

Dopo reciproci atti ostili e tentativi di mediazione da parte della Società delle Nazioni (SdN, con sede a Ginevra), il 3 ottobre 1935 il governo di Roma dichiarò guerra all'imperatore d'Etiopia, “cugino del re” da quando Vittorio Emanuele III gli aveva conferito il Collare dell'Annunziata. Poiché l'Etiopia, uno dei rari Stati africani indipendenti, era membro della Società, ne ottenne la solidarietà. Il 10 ottobre la SdN deliberò sanzioni economiche contro l'Italia a decorrere dal 18 novembre. In previsione il governo di Roma aveva attivato linee di rifornimento delle materie prime indispensabili per la produzione industriale e per l'approvvigionamento alimentare, ancora lontano dall'autosufficienza malgrado dieci di anni di “battaglia del grano”.

L'“assedio delle Nazioni”, come le sanzioni furono dette, fornì a Mussolini il destro per una gigantesca campagna d'opinione a sostegno del regime, identificato con lo Stato. La raccolta dell'“oro alla patria”, ottenne adesione universale, dalla regina Elena ad antifascisti come Benedetto Croce. Altri avversari del fascismo rientrarono in Italia dall'esilio, previe trattative con Mussolini. Fu il caso di Arturo Labriola, già ministro del Lavoro nel V governo Giolitti (1920-1921) e nel 1930-1932 gran maestro del Grande Oriente d'Italia costituito in Francia.

La proclamazione dell'Impero irritò quasi tutti i governi europei, la maggior parte dei quali, a cominciare da Gran Bretagna e Francia da secoli vantava vastissimi domini coloniali. Il re del minuscolo Belgio dal 1885 possedeva l'immenso Congo. L'Olanda aveva l'arcipelago delle Indie Orientali. Il Portogallo dominava Angola, Mozambico ed enclaves in India, di concerto con la Gran Bretagna che aveva propiziato la restaurazione della sua indipendenza dalla Spagna nel remoto 1640. Spogliata del vastissimo impero coloniale nell'America centro-meridionale, nel 1898 Madrid aveva perso anche Cuba e le Filippine a beneficio degli Stati Uniti d'America, ma combatteva per riaffermare il suo dominio sul Marocco. Il possesso di imperi non costituiva solo una risorsa economica ma anzitutto un'affermazione politica.

Privata del cospicuo impero coloniale (Tanganika, Togo, Camerun, Africa del Sud-Ovest...) all'indomani della Grande Guerra, la Germania non aveva motivo di osteggiare l'espansione italiana nell'Africa orientale. Poiché incontrava l'ostilità dei franco-britannici avrebbe costretto Roma ad accostarsi a Berlino, anche senza bisogno delle convergenze ideologiche affastellate nel 1938 (antisemitismo compreso), premessa del Patto d'Acciaio.

 

Le geografia detta la storia: gli antecedenti

L'impero proclamato il 9 maggio 1936 fu dunque l'ultimo in ordine cronologico tra quelli degli Stati europei. Nacque sulla scia della politica coloniale avviata dal regno d'Italia ancor prima dell'inaugurazione del Canale di Suez. Fu la Sinistra Storica, erede di Mazzini e Garibaldi, a dar corpo all'“impresa”. Lo volesse o meno, l'Italia era al centro del Mediterraneo per metà ancora turco-ottomano. Una volta unificata, non poteva tenersi fuori dalla lotta per la spartizione degli spazi afro-asiatici. A scatenare la gara fu la Francia. Napoleone III allungò le mani sulla Cocincina ancor prima di sconfiggere l'Austria nella pianura padana essendo alleato di Vittorio Emanuele II, mentre con la cinica “guerra dell'oppio” la Gran Bretagna aveva messo le grinfie sul Celeste Impero e sanguinosamente represso la rivolta degli indiani. Nel 1881 Parigi impose il protettorato sulla Tunisia, irritando Garibaldi e la Sinistra, incluso il gran maestro del Grande Oriente d'Italia, Adriano Lemmi. La Francia a Tunisi era causa immanente di guerra: termine dai giornali modificato in imminente.

Dopo lunghe tergiversazioni Roma varcò il Rubicone, con lo sbarco a Massaua, sulla costa del Mar Rosso (1885), un anno dopo l'ingresso dei fanatici seguaci del Mahdi in Khartoum, ove il governatore Charles George Gordon fu barbaramente assassinato. La costituzione della colonia di Eritrea (1890, affidata al governatore civile Ferdinando Martini che ne scrisse in L'Affrica italiana), la conquista della Somalia (elevata a colonia nel 1907) e quella di Tripolitania e Cirenaica (1911-1912), deliberata da Vittorio Emanuele III che dettò a Giolitti il calendario delle operazioni, furono le tappe dell'espansione vaticinata anche da Giuseppe Mazzini per la realizzazione della “missione civile ” dell'Italia. Il caso della Libia fu paradigmatico. Non se ne poteva fare a meno se non a rischio di vedersela sottrarre da altre potenze europee. La dichiarazione della sovranità italiana su Tripoli e Bengasi chiuse il cerchio di un programma avviato dalla Sinistra storica con Agostino Depretis (1876-1887) e Francesco Crispi (1887-1891 e 1893-1896), travolto dal disastro del corpo di spedizione comandato da Oreste Baratieri ad Abba Garima, presso Adua (1° marzo 1896), sbaragliato dal caotico esercito del negus Menelik: una sconfitta che pesò a lungo sull'opinione pubblica e sul desiderio di rivincita.

 

Il programma di Mussolini

Nel discorso pronunciato all'Augusteo di Roma il 9 novembre 1921 per la fondazione del Partito nazionale fascista Mussolini percorse rapidamente gli antecedenti della politica estera italiana e prospettò mete e metodi. A parte la “questione di Fiume”, più in generale dell'Adriatico e quindi dell'Albania, materia incandescente, ricordò: “Durante gli ultimi decenni di travaglio nazionale l'Italia ebbe un uomo solo (…) Parlo di Francesco Crispi. Egli solo seppe proiettare l'Italia nel Mediterraneo con anima e pensiero imperialistico. Ma quando parlo di imperialismo non intendo riferirmi a quello prussiano; intendo un imperialismo economico di espansione commerciale...”. Secondo Dino Grandi il congresso era “la prefazione di un grande libro” che la generazione successiva avrebbe scritto. “Il mito deve prepararsi a diventare storia”. La politica estera sarebbe stata il vero banco di prova del fascismo.

Mentre nel corso della Grande Guerra Luigi Cadorna aveva affermato che l'Italia avrebbe (ri)conquistato la Libia sul Carso, Mussolini ritenne che solo la conquista dell'Etiopia avrebbe affermato l'Italia quale protagonista nel “grande gioco degli imperi” acutamente analizzato da Giorgio De Rienzo. All'opposto, dai primi mesi dell'intervento in guerra contro Gran Bretagna e Francia (10 giugno 1940) risultò chiaro che l'Italia rischiava di perdere il rango di grande potenza proprio perché non era in grado di difendere l'impero coloniale, a cominciare, appunto dall'Africa Orientale. Le forze armate avevano bisogno di essere alimentate dalla madrepatria.

 

L'ONU e l'amara sorte delle colonie (1943-1955)

Senza entrare nel merito né della guerra d'Etiopia (3 ottobre 1935-5 maggio 1936) né delle vicende belliche concluse con il rientro di Hailè Selassiè in Addis Abeba, merita attenzione la sorte delle colonie italiane tra la sconfitta dell'estate 1943 e la vigilia dell'ingresso dell'Italia nell'Organizzazione delle Nazioni Unite, nel 1955. Se ne parla nel volume XV° di “Il Parlamento Italiano, 1861-1992” (ed. Nuova Cei). In quel dodicennio i governi italiani brigarono invano per rivendicare le colonie. Il terzo punto della Carta atlantica (1941), infatti, aveva affermato che gli Alleati “rispettano il diritto di tutti i popoli a scegliersi la forma di governo sotto la quale desiderano vivere e intendono che diritti sovrani e governo autonomo vengano restituiti a coloro che ne sono stati privati con la forza”. Era il caso dell'Etiopia.

I vincitori non si lasciarono abbagliare dalla modesta e discussa vittoria repubblicana sulla monarchia il 2-3 giugno 1946 né dalla rivendicazione della cobelligeranza contro i nazi-fascisti e neppure dalla “guerra partigiana”. L'Italia rimase esclusa dall'ONU. Il mortificante Trattato di pace imposto a Parigi il 10 febbraio 1947 incluse esplicitamente la completa rinuncia di Roma a tutti i territori d'Oltremare, quali ne fossero l'epoca della conquista e lo status. La mancata sottoscrizione del Trattato da parte dell'URSS aprì uno spiraglio. I governi De Gasperi archiviarono qualsiasi “nostalgia” di impero, cancellarono tanta parte della storia recente e antica anche con la “defascistizzazione” dei programmi scolastici, della toponomastica, dell'intitolazione di istituti ed edifici pubblici (a imitazione del precedente regime), ma non poterono ignorare le sorti dei militari ancora prigionieri e degli italiani ammassati in campi “per profughi”. Il 16 settembre 1947, quando il Trattato di pace entrò in vigore, De Gasperi fece sentire la sua “voce accorata ma ferma anche negli accampamenti dei profughi dell'Africa e fra gli italiani rimasti nelle antiche colonie, che furono rinnovate economicamente ed elevate a civiltà dal tenace lavoro e dal duttile ingegno dei nostri colonizzatori”. Auspicò che “a nome di tutti” l'Italia potesse continuare la sua opera “onde preparare i popoli nativi all'autogoverno”. Quei “tutti” erano i diciotto Stati vincitori, tra i quali figuravano l'Ucraina e la Bierlorussia.

Il 25 marzo 1948, alla vigilia delle elezioni che sancirono la vittoria della Democrazia cristiana sul Fronte popolare social-comunista, per confutare l'accusa che l'URSS fosse il principale ostacolo al riconoscimento del ruolo dell'Italia Oltremare il segretario del PCI, Palmiro Togliatti, chiese che la Gran Bretagna mostrasse la sua amicizia verso l'Italia non sulla questione (per lui imbarazzante) del confine italo-jugoslavo ma dichiarando “di essere d'accordo che rimangano all'Italia le sue vecchie colonie”.

Malgrado le denunce di neocolonialismo lanciate da Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Riccardo Lombardi e altri, l'apposita Commissione quadripartita delle Grandi Potenze incaricata di verificare le condizioni delle ex colonie italiane concluse che le loro popolazioni rivelavano grave carenza di preparazione politica e assoluta dipendenza sul piano economico. Perciò andavano “assistite” da un Paese in grado di promuoverne lo sviluppo. Chi meglio dell'Italia, che vi aveva profuso capitali e posto radici profonde più di quanto avessero fatto altri Stati europei nei loro domini afro-asiatici? Ministro degli Esteri nell'ult governo Giolitti (1920-1921) e nuovamente con De Gasperi, Carlo Sforza propose di affidare l'Eritrea a un mandato collettivo europeo (anche per sottrarla alle mire plurisecolari dell'Etiopia) e di erigere la Tripolitania a Stato indipendente ma unito all'Italia da “atto contrattuale”. La necessità di tenere sotto controllo la “quarta sponda” aveva una motivazione che andava molto oltre gli interessi nazionali esclusivi di Roma. In caso di aggressione dell'Europa centro-occidentale da parte dell'Urss la Libia sarebbe stata la base per la riorganizzazione delle forze armate, come lo era stata l'Africa nord-occidentale nel 1942-1943 per l'offensiva contro l'Asse italo-germanico. In pochi anni la “guerra fredda” mutò gli scenari planetari, a vantaggio dell'Italia che, per iniziativa di Vittorio Emanuele III e di Badoglio, si era arresa agli anglo-americani: i nemici più “comprensivi”, garanti della sua integrità territoriale.

Il 5-6 maggio 1949 Sforza concordò con il ministro degli Esteri  britannico Ernest Bevin la tripartizione della Libia sotto una guida comune anglo-franco-italiana, la divisione dell'Eritrea tra Etiopia e Sudan (inglese) e l'assegnazione della Somalia all'Italia in amministrazione fiduciaria su mandato dell'ONU. L'Assemblea generale però il 17 maggio respinse il piano con un solo voto di scarto: precisamente quello di Haiti, che non era una grande potenza.

Il 21 novembre 1949 andarono deluse le speranze del governo De Gasperi, comprendente democristiani, socialdemocratici (con Giuseppe Saragat vicepresidente), repubblicani (l'atlantista Randolfo Pacciardi alla Difesa) e liberali (Porzio vicepresidente, dopo l'elezione di Einaudi alla presidenza della Repubblica). L'Assemblea dell'ONU con 49 voti favorevoli e nove astenuti raccomandò di elevare la Libia a Stato sovrano entro il 1° gennaio 1952 e di affidare la Somalia in amministrazione fiduciaria all'Italia per la durata di dieci anni sotto la sorveglianza di un Consiglio formato da Egitto, Colombia e Filippine, tre Stati dal non specchiatissimo abito civile. A Mogadiscio l'11 gennaio dell'anno precedente si erano verificati “gravissimi incidenti” nell'inerzia della British Military Administration: 52 italiani vennero linciati e moltissimi altri feriti da parte dei “Giovani Somali”. Ne hanno scritto  Annalisa Urbano e Antonio Varsori in “Mogadiscio 1948. Un eccidio di italiani fra decolonizzazione e guerra fredda” (il Mulino). Per assicurarvi l'ordine pubblico Pacciardi chiese di inviare un corpo di 6500 militari ma De Gasperi gli osservò che a suo tempo il quadrumviro Cesare Maria De Vecchi l'aveva governata in piena sicurezza con soli 4271 uomini, comprendenti appena 71 italiani, pochi ma sufficienti.

Episodi altrettanto funesti si erano verificati in Libia, ove il 4 e 7 novembre 1945 la comunità ebraica fu vittima di un massacro a opera di islamici fanatici: circa 140 vittime, incendio di sinagoghe, violenze ai danni di donne sposate e adolescenti. I “liberatori” non garantirono agli ebrei la tranquillità assicurata dal governatore Italo Balbo, il quadrumviro massone nettamente contrario alle leggi antisemite. Anche l'Eritrea fu teatro dell'assassinio di alcuni italiani. Il 25 novembre 1949 essa venne “federata” con l'Etiopia sotto la corona del negus che ebbe il controllo di esteri, difesa, moneta, finanze, commercio e comunicazioni. In tal modo l'Italia perse definitivamente ogni legame con la sua prima colonia, come del resto previsto dal Trattato di pace del 10 febbraio 1947. I suoi articoli 23, 33 e seguenti dettarono gli obblighi di Roma nei confronti dell'Etiopia. Il paragrafo 1 dell'allegato XIV del Trattato tagliò netto: l'Italia rinunciava a “rivendicare qualsiasi interesse speciale o qualsiasi influenza particolare in Etiopia”. In forza dell'articolo 37 Roma era tenuta a restituire “tutte le opere d'arte, tutti gli oggetti religiosi, gli archivi e gli oggetti di valore storico appartenenti all'Etiopia o a suoi cittadini, asportati dall'Etiopia dopo il 3 ottobre 1935” e a pagare l'astronomica indennità di 185 milioni di sterline, ridotti a 6,25 milioni dopo un negoziato durato dieci anni.

La parabola dell'Impero

La formazione del dominio coloniale italiano (nominalmente impero per la durata di appena un quinquennio) non fu frutto di improvvisazione ma di una visione politica di lungo periodo. Essa però venne drasticamente rimossa dalla memoria, quasi costituisse una vergogna, una macchia indelebile. Del tutto estrapolata dal contesto storico, rimase ai margini dell'attenzione storiografica, a parte opere polemiche (come quelle di Angelo Del Boca) che ne denunciarono gli aspetti più cruenti quasi siano stati gli unici avvenuti nel corso dell'espansione coloniale europea e degli imperialismi di Giappone, Cina e Urss. Paradossalmente si contano più opere di condanna del colonialismo italiano (ultimo venuto, anacronistico, ecc.) che sulla decolonizzazione di cui furono protagonisti Francia, Gran Bretagna, Olanda e Belgio. Motivo in più per tornare a riflettere sulla politica estera dell'Italia prima e dopo quel Trattato di pace che proietta la sua ombra lunga anche sull'Italia odierna, bisognosa di recuperare il “senso della Storia”, tutt'uno con quello “dello Stato”.

 

Aldo A. Mola

 

giovedì 21 ottobre 2021

L'ingegnosa storia di Federica di Grecia, la regina che raccolse 104 reali sulla stessa nave


L’evento mondano più chiacchierato del 1954 si è svolto su una nave da crociera e non aveva paragoni, perché mai nella storia si erano imbarcati tutti insieme 104 reali europei, il motivo per cui quel viaggio verrà ricordato come La crociera dei re. La nave si chiamava Agamennone - versione moderna dell’omonimo veliero da guerra da cui nel 1857 si provò per la prima volta a gettare i cavi sottomarini per mettere in comunicazione con il telegrafo nazioni separate dal mare - ed era stata costruita nei cantieri dell’armatore greco greco Eugene Euginides. A metterci sopra tutto quel sangue blu ci pensò ufficiosamente Federica di Hannover, meglio nota come Federica di Grecia, la moglie di Paolo di Grecia, terzo figlio di re Costantino I che compariva ufficialmente come promotore ufficiale. Federica, o Frederica/Frederika, come era il suo nome alla nascita, non lo fece solo per divertimento, ma anche per mettere in atto una strategia da fare invidia agli esperti di marketing. Ma chi era questa donna così versatile nelle public relation, e anche nella cura dei propri interessi?
[...]

mercoledì 20 ottobre 2021

Petardi di stato


Complotti leggendari per rovesciare Mussolini

 

di Aldo A. Mola

 

Da un valico alpino a una missione planetaria

Nel 1938 Vittorio Emanuele III aveva 69 anni. Erano passati più di nove secoli da quando Umberto Biancamano aveva iniziato le fortune della Casa. Sul trono da 38 anni, era Re d'Italia, imperatore d'Etiopia e, nominalmente, di Cipro, Gerusalemme... L'Italia possedeva un impero coloniale che andava dall'Africa Orientale (Etiopia, Eritrea e Somalia) alla Libia. Aveva Rodi e il Dodecanneso. Agnostico, Vittorio Emanuele III conosceva ogni dettaglio della “storia di famiglia” e di quella generale. Aveva motivo di ritenere che al di sopra di ogni sovrano della Casa vi fosse una Volontà. Quella dei Capi Famiglia che si erano succeduti di maschio in maschio per tante generazioni. La loro ascesa da conti di un valico alpino a sovrani di un impero trenta volte più grande dell'Italia non era solo frutto di indistricabili intrighi. Avevano svolto un “missione”?

Sotto il segno di Satana

“Veritas vos liberat” si diceva una volta. Ma adesso dov'è la “veritas”? La bulimia di “notizie” genera dis-informazione. Succubi di una valanga di “messaggi”, tanti brancolano nel buio della ragione, che, come noto, genera mostri. Suscita sospetti e inocula il virus del complottismo, malattia infantile dell'irrazionalità. Malgrado le diffuse illusioni, che sono l'altra faccia della stessa medaglia, la storia non è affatto un percorso rettilineo che da chissà quale abisso conduce verso chissà quale meta luminosa e sublime. Procede a strappi. Alcuni hanno il privilegio di credere che dopotutto gli uomini siano liberi, sia di fare il bene sia il male. Altri corrono dietro al primo pifferaio che li induce in tentazione. Un’esigua minoranza si conforta ripetendo “Ordo ab chao”. Quasi nessuno si rassegna a non cercare spiegazioni, pago di vivere e lasciar vivere. Perché sono appena una manciata? La loro ricetta andava bene nei secoli di Epicuro e di Lucrezio o del cinico Diogene. Ad Alessandro Magno, che gli domandò che cosa potesse fare per lui, il filosofo gli rispose che si scansasse perché gli faceva ombra.

L'osservazione pacata del “flusso della storia” (espressione cara all'insuperato e oggi pressoché dimenticato Riccardo Bacchelli) era possibile nei secoli andati: pochi abitanti, molte guerre di sterminio e pestilenze, cittadine e castella murate e di dimensioni ridotte, cavalli (pochi e costosi), asini, carrette, navigli fragili e audaci per trasporto di uomini e cose. Nel mondo odierno, ove tutto è a portata di mano in un battibaleno, a tanti pare ovvio che la storia non sia troppo diversa dal “pacco” che arriva a casa poche ore dopo l'ordinazione: tutto sotto controllo, “tracciato”, dall'ordine alla consegna. Se tutto è così agevole e razionale perché non dovrebbe esserlo anche la storia? E se non va per il verso diritto di chi sarà la colpa? Del complotto, di una congrega di perfidi cospiratori, che intralciano, avvelenano, corrompono. Sono gli adoratori di Satana.

Giobbe: portare pazienza...

Il sospetto che le cose non siano così facili venne già all'autore del “Giobbe”, primo dei libri poetici e sapienziali dell'Antico Testamento. Se non fossimo in silenzio elettorale raccomanderemmo di leggere e rileggere nella Bibbia i versetti 10,1-2 dell'“Ecclesiaste”. Recitano: “Il cuore del saggio va a destra/ma il cuore dello stolto va a sinistra./ Qualunque direzione lo stolto prenda/ il suo cuore viene meno e ognuno dice di lui: È matto”. Ma torniamo a Giobbe, che viveva nella terra di Uz. Uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male, aveva sette figli e tre figlie, settemila pecore, tremila cammelli, cinquecento paia di buoi, altrettanti asine, servitù molto numerosa e una vasta famiglia che viveva in perfetta armonia. Ma...

“Accadde un giorno che i figli di Dio vennero a presentarsi a Jahve (cioè a Dio) e tra di loro andò anche Satana”, reduce da una “passeggiata sulla terra” nella quale aveva notato Giobbe, l'uomo più facoltoso di tutti i figli d'Oriente. Jahve ordinò a Satana di stendere la sua mano su tutte le cose di Giobbe tranne che sulla sua persona. Dopo innumerevoli disgrazie e altre missioni da Jahve affidate a Satana per piegarne l'integrità, Giobbe concluse che: “L'uomo, nato da donna,/ ha vita breve e piena di affanni./ Come un fiore sboccia e appassisce...”. Ci arrivò millenni prima di Giacomo Leopardi. Dopo una geremiade di sofferenze e strazi, mostrata la sua totale fede in Jahve (“Io so che tu puoi tutto/ e niente per te è difficile...”) il paziente Giobbe venne ricompensato. Ebbe il doppio degli animali perduti, altri quattordici figli e tre figlie bellissime, visse ancora 140 anni, pari a quattro generazioni, e morì vecchio e sazio di giorni.

Non maledire il Re e non cospirare, perché Ciano prende nota

La storiografia? È anni luce lontana dalla forza poetica e sapienziale condensata nell'Antico Testamento che, fra altro, insegna: “Non maledire il re nemmeno con il pensiero/ e nel segreto della tua stanza non maledire un potente,/ perché gli uccelli del cielo portano la voce/ e un alato riferirà le parole”: senza bisogno di intercettazioni telefoniche, controllo delle chat e altri sortilegi da Grande Fratello, del tutto ovvi in Italia ove l'“ascolto” dei telefoni venne introdotto da Giolitti, presidente del Consiglio e ministro dell'Interno, non appena, a inizio Novecento, il “filo” prese piede, come documentò Ugo Guspini. Perciò nella sua casa a Cavour non lo fece mai installare. Meglio incontri a quattr'occhi e biglietti inviati in buste anonime.

Ma non sempre le “confidenze” fanno davvero storia, né si traducono in “colpi di Stato”, di cui è pieno l'Antico Testamento. Tra le molte, assai enfatizzate, figurano i “complotti” orditi per rovesciare Benito Mussolini tra il 1938 e il 1940. Li ha richiamati Paolo Mieli in un articolo estivo ora riproposto in Il tribunale della storia. Processo alle falsificazioni (Rizzoli). Vi rievoca un mai veramente documentato incontro nel Castello di Racconigi tra la principessa Maria José, consorte di Umberto di Piemonte, principe ereditario, con il maresciallo d'Italia Pietro Badoglio. Secondo una narrazione la Principessa propose “un bizzarro colpo di Stato” (parole di Mieli): arresto di Mussolini, forzata abdicazione di Vittorio Emanuele III e rinunzia al trono di Umberto a favore del figlio, Vittorio Emanuele principe di Napoli, di appena un anno, con lei come Reggente. Poiché v'era bisogno di un capo di governo, venne preconizzato l'ignoto avvocato milanese Carlo Aphel, uno dei legali del cofondatore e proprietario della Fiat, Giovanni Agnelli. Il racconto non è affatto nuovo. Ne scrisse Luciano Regolo in Così combattevamo il duce. L'impegno antifascista di Maria José di Savoia nell'archivio inedito dell'amica Sofia Jaccarino (ed. 2013), dal quale ha attinto anche Paolo Cacace nel recente Come muore un regime. Il fascismo verso il 25 luglio (il Mulino).

Che il principe ereditario e la consorte non fossero affatto proni al regime era notorio ed è stato ampiamente documentato. Tra le molteplici fonti rimane fondamentale il ghiotto Diario (1937-1943) di Galeazzo Ciano, genero di Mussolini (ne aveva sposato la figlia Edda) e all'epoca ministro degli Esteri. Sotto la data del 4 maggio 1938 annotò il proprio fastidio perché in occasione della visita di Stato di Hitler in Italia la Corte reale non aveva abdicato al suo ruolo primaziale e si era rivelata “di ingombrante inutilità agli occhi del popolo”, deluso perché Mussolini, “fondatore della potenza politica italiana”, non era a fianco del capo di Stato germanico. Lo avevano percepito anche i tedeschi. Secondo Ciano “tutto l'ambiente è ammuffito: una dinastia che è vecchia di mille anni non ama l'espressione di un regime rivoluzionario. Ad un Hitler, che per loro non è altro che il parvenu, preferiscono un qualsiasi reuccio, magari di Danimarca o di Grecia”. Al ministro degli Esteri tedesco, Joachim von Ribbentrop, che lamentò alcuni sgarbi sofferti da Hitler, il duce fece rispondere che avesse pazienza perché da sedici anni anch'egli pazientava. Giobbe in camicia nera, attorniato da repubblicani scalpitanti, lo era egli stesso; ma riteneva che la monarchia fosse “a scadenza”, come aveva fatto intendere dal 1919 alla nomina a capo del governo nel 1922.

Quando Mussolini sperava che “la natura” lo liberasse dal Re

Il 20 giugno 1938 Ciano annotò che la Principessa Maria José “cercava notizie circa la questione monarchica”, cioè sulla legge che aveva conferito al Gran Consiglio il potere di esprimere il parere sulle norme di successione al trono. “Ha detto che se non fosse che è quella che è, sarebbe contraria alle dinastie. A suo figlio insegnerà molti mestieri, perché pensa che un giorno il ragazzino dovrà lavorare e vivere del suo lavoro. I Savoia credono nel diritto divino. Lei no”. Due giorni dopo la pubblicazione del famigerato Manifesto della razza (14 luglio 1938) Mussolini scalpitò perché Vittorio Emanuele III si opponeva all'introduzione del saluto romano nelle forze armate: “C'è voluta la mia pazienza con questa monarchia rimorchiata. Non ha mai fatto un gesto impegnativo verso il regime. Aspetto ancora perché il Re ha settant'anni e spero che la natura mi aiuti”. Ciano aggiunse: “. È sempre più deciso a sbarazzarsi dei Savoia alla prima possibilità”.

A separare il sovrano da Mussolini era la “questione ebraica”, le leggi razziste volute dal duce anche per suscitare l'ostilità di Francia e Gran Bretagna ma avversate dal Re come da Pio XI, contro il quale il duce si riservava di “scatenare tutto l'anticlericalismo di questo popolo (italiano), il quale ha dovuto faticare non poco per ingurcitare un Dio ebreo”. A ore alterne tornava a esser l'antico socialmassimalista, con venature paleocarducciane e vagamente anarcoidi. Di lì anche la sua crescente avversione nei confronti del sovrano, che il 20 ottobre gli ripeté “il suo scetticismo sui tedeschi che giudica infidi e pericolosi e la sua simpatia per gli inglesi che sanno stare ai patti come sapeva fare la Vienna degli Asburgo”. Da metà marzo l'Austria era stata annessa alla Germania, con plebiscito confermativo pressoché unanime. Al Brennero l'Italia non confinava con la piccola e innocua repubblica austriaca sorta dallo smembramento dell'impero astro-ungarico ma direttamente con il Terzo Reich. La minaccia era incombente. Motivo in più per coltivare l'amicizia con la Gran Bretagna e smussare ogni “incomprensione” con la Francia, tanto più che questi due “campioni della democrazia” ormai riconoscevano la vittoria di Francisco Franco in Spagna e guardavano con preoccupazione agli equilibri nel Mediterraneo, mentre l'Europa centrale era squassata dal movimentismo revisionistico hitleriano. Se ne ebbe conferma alla Conferenza di Monaco di Baviera a fine settembre, quando Berlino ottenne l'annessione dei Sudeti, sottratti alla repubblica cecoslovacca.

Il 4 novembre 1938 Mussolini convocò il genero a Palazzo Venezia e gli parlò delle “difficoltà che presenta sempre più la 'diarchia' del fascismo e della monarchia”. Il giorno precedente nella rituale cerimonia all'Altare della Patria “le cose si erano messe male” tra lui e Vittorio Emanuele III perché la folla (debitamente suggestionata) aveva inneggiato esclusivamente al duce e non era stata eseguita la Marcia Reale. Mussolini disse al re che era “una dimenticanza occasionale”. Il sovrano replicò “in tono secco, che in otto secoli erano sempre stati resi gli onori ai Sovrani di Casa Savoia”. A Ciano il duce fece capire che non si sarebbe lasciata sfuggire l'occasione di “liquidare questo stato di cose”.

I poteri effettivi del Gran Consiglio? Esprimere “pareri”

Il conflitto tra Corona e Mussolini era dunque netto, anche se la resa dei conti veniva rinviata per le nubi che si addensavano sull'orizzonte. La questione ebraica era tra i motivi di insanabile dissenso. Il 28 novembre Ciano annotò che “il Duce era indignato col Re” perché Vittorio Emanuele III per tre volte aveva ripetuto a Mussolini di provare “infinita pietà per gli ebrei” e tra le persone perseguitate aveva citato il generale Emanuele Pugliese che “vecchio di ottant'anni e carico di medaglie e ferite doveva rimanere senza domestica”. All'obiezione che 20.000 italiani “con la schiena debole” si commuovevano sulla sorte degli ebrei, il Re replicò che egli era tra quelli. Il generale Pugliese, autore del fondamentale volume Io difendo l'Esercito aveva il comando della Divisione militare di Roma a fine ottobre 1922 e aveva assicurato l'ordine pubblico nella capitale fermando le “squadre” a decine di chilometri da Roma. Lo stesso Mussolini nel viaggio in vagone letto da Milano verso Roma a Civitavecchia era stato costretto a cambiare treno perché i binari erano stati divelti e un convoglio colmo di sabbia bloccava la circolazione. Emanuele Pugliese non era un caporale. Fu in quella tratta che, su pressione dei nazionalisti, Mussolini aggiornò la lista dei ministri da proporre al Re: sostituì Luigi Einaudi con Alberto De Stefani e cancellò il socialista Gino Baldesi, assolutamente pronto a partecipare al governo, come il duce ricordò alla Camera il 16 novembre 1922.

Ma la legge istitutiva del Gran Consiglio era davvero una sorta di spada di Damocle sulla Corona? Mussolini affermò al genero che la Principessa di Piemonte aveva “un sacrosanto timore di lui” e andava spesso a chiedergli istruzioni. “Una volta tirò fuori un libriccino e segnando con un dito il capoverso domandò al duce che cosa significasse il fatto che il Gran Consiglio doveva pronunciarsi in materia di successione della Corona. Mussolini rispose che ciò avverrebbe in mancanza di continuità della linea diretta o per vicende eccezionali. Lei parve soddisfatta. Ma la domanda prova che la preoccupazione del futuro alberga nel petto dei membri di Casa Reale”.

Chi non se ne dava pensiero era invece Vittorio Emanuele III perché, a differenza di tanti “storici”, sapeva leggere e distinguere tra norme e leggende. La legge istitutiva del Gran Consiglio è di chiarezza cristallina. Recita che doveva essere “sentito” il suo “parere” su “tutte le questioni aventi carattere istituzionale”, quali le proposte di legge su “la successione al trono, le attribuzioni e le prerogative della Corona”. Il Gran Consiglio non aveva alcun potere sulla successione, chiarita una volta per tutte dallo Statuto del 4 marzo 1848 e in vigore sino al 31 dicembre 1947. Era chiamato a esprimere un “parere” (non necessariamente vincolante, perché quel che il legislatore vuole lo dice) su “proposte di leggi”: neppure dunque sulle leggi approvate dalle Camere ma sui relativi disegni. Dal 1928 al 1943 non fu presentata alcuna proposta di legge di quel genere.

Una cosa sono i vagheggiamenti cospirativi, un'altra la decisone di voltar pagina. La narrazione dei complotti orditi in colloqui non avallati da alcun potere certificato intorbida le acque e spaccia i sogni come fossero realtà.

Su quegli anni difficili vi è un'unica certezza: Vittorio Emanuele III tentò invano di trovare una personalità decisa a sostituire Mussolini. Il duca Pietro d'Acquarone “tastò” anche Galeazzo Ciano, che però si ritrasse. Di buon temperamento, parlava moltissimo, scriveva parecchio, faceva meno. Purtroppo per lui, fu tra i firmatari dell'ordine del giorno Grandi -Federzoni che chiese al Re di esercitare tutti i poteri statutari temporaneamente assunti da Mussolini. Giudicato complottista e traditore venne fucilato al Poligono di Verona sulla base di una sentenza iniqua pronunciata dal solito tribunale straordinario fascista repubblicano.

Quando venne l'ora, il 25 luglio 1943 il Re mise a segno la revoca e la sostituzione di Mussolini da capo del governo. Non fu un petardo, a differenza dei vari “complotti” qui e là ventilati da altri, e neppure un “colpo di Stato” ma l'applicazione delle norme statutarie, come acutamente scrisse Luigi Einaudi.

Al pari di Giobbe, anche Vittorio Emanuele III fu assediato più e più volte dai Satana del tempo suo. Però, a differenza del paziente biblico, non ebbe riscatto. Né in vita né in morte. La sua lunga e drammatica biografia, tutt'uno con la storia d'Italia della prima metà del secolo scorso, rimane in attesa di essere meglio conosciuta.

 

Aldo A. Mola