NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 10 dicembre 2015

Mistero ad Asti, in centro si aggira il fantasma del Re

Quest'articolo lo riproponiamo per intero,invece di inserirlo nella rassegna stampa, per la sua delicatezza, per il suo rispetto delle maiuscole, per i riferimenti precisi ad una città che votò per il Re nel 1946


Quelli che hanno visto il fantasma, lo hanno descritto come elegante e ben educato, proprio come si conviene a un sovrano.
fantasma
Mistero ad Asti: il fantasma di Re Umberto per strada
Sono tutti dipendenti del Comune, e lo hanno visto per almeno quattro volte, sempre all’ora di cena: si tratta dell’ultimo Re d’Italia Umberto II, il “Re di Maggio” e unico “Luogotenente Generale del Regno“, morto in esilio a Ginevra, in Svizzera, nel 1983.
Il fantasma si sarebbe qualificato come “Principe di Napoli“, un titolo che, in verità, l’ultimo sovrano non possedeva, perché appannaggio di suo padre Vittorio Emanuele III, ed avrebbe chiesto informazioni su una famiglia proprietaria di un palazzo nei pressi di Corso Vittorio Alfieri.
Tanto é bastato affinché ad Asti venissero chiamati d’urtenza i membri del “National Ghost Uncover” di Riccione, una sorta di Ghost Hunters all’italiana, affinché indagassero sul fatto.
Coordinati dal direttore Massimo Merendi, gli acchiappafantasmi sono al lavoro proprio in queste ore, ma dal tempo della prima apparizione di quest’anno, risalente al 26 novembre, non c’é stata ancora una spiegazione plausibile al fenomeno.
La voce, intanto, ha cominciato a circolare, e allora si è saputo che è dal 2011 che il Re d’Italia si fa vedere in diverse occasioni, peraltro cercando il palazzo in questione citando il vecchio numero civico, non più in uso da parecchi anni.
Alcuni hanno dichiarato persino che Umberto avrebbe dichiarato di essere pronto a ripresentarsi nell’ormai prossimo 2016, mentre altri dipendenti del Comune hanno riportato di aver visto delle ombre nelle sale del municipio astigiano.
Comunque finirà la storia, questa del Re é sicuramente una storia curiosa, una che stavolta non viene dall’Inghilterra delle brughiere o dalla Scozia dei castelli, bensì dal cuore della provincia italiana, in una città che, forse, quel Re non l’ha mai dimenticato.


http://zon.it/mistero-asti-centro-aggira-fantasma-re/

martedì 8 dicembre 2015

Buona festa dell'Immacolata!

Questo è un blog laico, abbiamo rispetto per tutte le confessioni religiose.
Ma siamo felici e gelosi dell nostra. 
Felici e non gelosi della Nostra Madre Celeste.
I nostri auguri ai nostri lettori cattolici!
Buona festa agli altri!

sabato 5 dicembre 2015

DANTE ALIGHIERI E L’UNITA’ D’ITALIA

di Gianluigi Chiaserotti
Signor Presidente,
Signore, Signore, Amici,
devo essere ancora una volta molto, ma molto grato al nostro benemerito Circolo di Cultura e di Educazione Politica “Rex” per l’opportunità che quest’oggi mi ha offerto, ma sempre ed esclusivamente  da appassionato di quella Signora che viene denominata Storia, cioè maestra della vita [esattamente «Historia est testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis», come scrive Marco Tullio Cicerone (106 a. C.-43 a. C.) nel suo “de Oratore”], che ho l’onore di parlare a Voi.
Leggo e studio l’Alighieri da sempre, e ciò sin dai tempi del Liceo nel Nobile Collegio Nazareno essenzialmente sul commento e sulle interpretazioni del Padre Luigi Pietrobono (1863-1960), che, nel 2013, ho ricordato sia qui, che al Liceo “Conti-Gentili” di Alatri, sua città natale.
Pianificando l’incontro di oggi con il nostro Presidente, ingegner Domenico Giglio, abbiamo giustamente pensato di distaccarci dai canoni tradizionalmente danteschi, ma nel DCCL anno dalla sua nascita, analizzare e comprendere come Dante fu, senza dubbio, uno degli ispiratori dell’Unità d’Italia.
Ma egli fu il più grande Poeta che l’Italia abbia mai avuto. Poeta, appunto, Scrittore, Saggista, Storico, Filosofo, Umanista, Cronista. Uomo Politico che seppe cosa fosse l’esilio.
Dante fu colui che scrisse l’unica ed autentica profezia “ante eventum” della Divina Commedia, quella del Veltro, a cui accennerò verso la fine.
Dante Padre della Lingua Italiana, e quindi anche prototipo dell’Unità d’Italia.
Di Dante va’ riscoperta la sua attualità, il suo pensiero, la sua vita.    
E senza volerlo quest’anno è il CL anniversario che Firenze, città natale dell’Alighieri, divenne Capitale d’Italia.
Penso di procedere così:

A) Note biografiche del Sommo Poeta;
B) Dante e l’idea di Italia;
C) Conclusioni finali.

§ 1. Note biografiche di Dante Alighieri -  
Secondo riferimenti indiretti è possibile risalire alla data di nascita di Dante nel periodo compreso tra il 14 maggio e il 13 giugno del 1265. Tuttavia, se sconosciuto è il giorno della sua nascita, certo invece è quello del battesimo: il 27 marzo 1266, Sabato Santo (il prossimo anno sarà proprio il giorno di Pasqua). Quel giorno vennero portati al sacro fonte tutti i nati dell'anno per una solenne cerimonia collettiva. Dante venne battezzato con il nome di Durante, poi sincopato in Dante, in ricordo di un parente ghibellino. Giovanni Boccaccio raccontava che la sua nascita fu preannunciata da lusinghieri auspici.
Dante nacque nell'importante famiglia fiorentina degli Alighieri, legata alla corrente dei Guelfi, un'alleanza politica coinvolta in una complessa opposizione ai Ghibellini; gli stessi Guelfi si divisero poi in Guelfi Bianchi ed in Guelfi Neri.
Dante credeva che la sua famiglia discendesse dagli antichi Romani (Inf. XV, 76), ma il parente più lontano che egli nomina è il trisavolo Cacciaguida degli Elisei (Par. XV, 135), vissuto intorno al 1100. Dal punto di vista giuridico perciò la presunta nobiltà derivantegli da questa ascendenza, già di per sé dubbia, si era comunque estinta da tempo. L’avo paterno, Bellincione, era un popolano, ed un popolano sposò la sorella di Dante.
Suo padre, Aleghiero o Alighiero di Bellincione, svolgeva la non gloriosa professione di cambiavalute, con la quale riuscì a procurare un dignitoso decoro alla numerosa famiglia. Era un guelfo ma senza ambizioni politiche: per questo i Ghibellini, dopo la battaglia di Montaperti (4 settembre 1260) non lo esiliarono come altri guelfi, giudicandolo un avversario non pericoloso.
La madre di Dante era Bella (diminutivo di Gabriella) degli Abati che  era un'importante famiglia ghibellina. Di lei si sa poco e Dante non ne parlò o non ne scrisse mai al riguardo.
Morì quando Dante aveva cinque o sei anni, ed Alighiero presto si risposò con Lapa di Chiarissimo Cialuffi, da cui ebbe Francesco e Tana (Gaetana), e forse anche - ma potrebbe essere stata anche figlia di Bella degli Abati - un'altra figlia ricordata dal Boccaccio come moglie del banditore fiorentino Leone Poggi e madre del suo amico Andrea Poggi. Si ritiene che a lei alluda Dante nella Vita Nova (XXIII, 11-12), chiamandola «donna giovane e gentile [...] di propinquissima sanguinitade congiunta».
Quando Dante aveva dodici anni, nel 1277, fu concordato il suo matrimonio con Gemma, figlia di Messer Manetto Donati, che successivamente sposò all'età di vent'anni.
Politicamente Dante apparteneva alla fazione dei Guelfi Bianchi, che, pur trovandosi nella lotta per le investiture schierati con il Papa, contavano molte famiglie della nobiltà signorile e feudale più antica ed erano contrari ad un eccessivo aumento del potere temporale papale.
Da Gemma, Dante ebbe tre figli: Jacopo, Pietro ed Antonia.
A Firenze ebbe una carriera politica di discreta importanza. Dopo l'entrata in vigore dei regolamenti (1293) di Giano della Bella (seconda metà del Sec. XIII-1311-14 ca.), che escludevano l'antica nobiltà dalla politica, permettendo ai ceti intermedi di ottenere ruoli nella Repubblica, purché iscritti a un'Arte, Dante si iscrisse a quella dei Medici e degli Speziali.
L'esatta serie dei suoi incarichi politici non è conosciuta, poiché i verbali delle assemblee sono andati perduti. Comunque, attraverso altre fonti, si è potuta ricostruire buona parte della sua attività. Fu nel Consiglio del popolo dal novembre 1295 all'aprile 1296; fu nel gruppo dei “Savi”, che rinnovarono le norme per l'elezione dei priori (dicembre 1296), cioè dei massimi rappresentanti di ciascuna Arte; dal maggio al settembre del 1296 fece parte del Consiglio dei Cento. Fu inviato talvolta nella veste di ambasciatore, come nel maggio del 1300, a San Gimignano. Lo stesso anno fu priore dal 15 giugno al 15 agosto.
Nonostante l'appartenenza al partito guelfo, egli cercò sempre di osteggiare le ingerenze del suo acerrimo nemico il Pontefice Bonifacio VIII [Benedetto Caetani (nato nel 1235 ca.) 1294-1303]. 
Con l'arrivo del cardinale Matteo d'Acquasparta (1240-1302), inviato come paciere, almeno nominale (in realtà spedito dal Papa per ridimensionare la potenza della parte dei Guelfi Bianchi, in quel periodo in piena ascesa sui Neri), Dante cercò, con successo, di ostacolare il suo operato. Egli stesso si recò dal Papa al fine di cercare di trovare un compromesso alla pace; ma durante il viaggio venne bloccato e condannato in contumacia.
Quale membro del Consiglio dei Cento, fu tra i promotori del discusso provvedimento che spedì ai due estremi della Toscana i capi delle due fazioni. Questo non solo fu una disposizione inutile (in quanto tornarono) ma fece rischiare un colpo di stato da parte dei Neri, che stavano per approfittare della situazione,  quando i Bianchi erano senza capo, ritardando oltre misura l'inizio del loro esilio. Inoltre il provvedimento attirò sui responsabili, Dante compreso, sia l'odio della parte nemica sia la diffidenza del c. d. “amici”, e da lui stesso fu definito come l'inizio della sua rovina.
Con l'invio di Carlo di Valois (1270-1325) in Firenze, mandato dal Papa come teorico paciere, ma di fatto conquistatore, la Repubblica spedì a sua volta a Roma un'ambasceria di cui era parte essenziale Dante medesimo, accompagnato da Maso Minerbetti, uomo senza volontà propria, e da Corazza da Signa, tanto Guelfo.
Dante si trovava quindi a Roma, sembra trattenuto oltre misura da Bonifacio VIII, quando Carlo di Valois, al primo subbuglio cittadino prese pretesto per mettere a ferro e fuoco Firenze con un colpo di mano. Il 9 novembre 1301 Cante Gabrielli da Gubbio (1260 ca.-1335 ca.) fu nominato Podestà di Firenze. Questi appartenente ai Guelfi Neri, diede inizio ad una politica di sistematica persecuzione degli esponenti politici di parte bianca ostili al Papa, e che si risolse alla fine nella loro uccisione o nell'esilio. Con due condanne successive (quella del 27 gennaio e quella del 10 marzo 1302), le quali colpirono inoltre numerosi esponenti delle famiglie dei Cerchi e soprattutto dei Gherardini di Montagliari (di cui l'amico Andrea Gherardini), il poeta fu condannato da Cante Gabrielli, in contumacia, al rogo e alla distruzione delle case. Dante fu raggiunto dal provvedimento di esilio a Roma e non rivide mai più Firenze.
Fuoriuscito da Bologna, Dante riparò probabilmente a Pistoia, presso l'amico Cino. Poi si trasferì in Romagna, ove fu quindi ospite di diverse corti e famiglie, fra cui gli Ordelaffi, signori ghibellini di Forlì, e dove probabilmente si trovava quando l'imperatore Enrico VII di Lussemburgo (1275-1313) entrò in Italia. Qui è possibile che abbia conosciuto le opere del famoso pensatore ebreo Hillel ben Samuel (1220-1295), che era da poco morto, dopo aver trascorso a Forlì gli ultimi anni della sua vita. Dopo altre peregrinazioni, il Nostro tornò a Forlì nel 1310-1311, ed ancora nel 1316 (data incerta, quest'ultima).
Dante terminò le sue peregrinazioni a Ravenna, dove trovò asilo presso la corte di Guido Novello da Polenta (1275 ca.-1333), signore della città, tuttavia i rapporti con Verona non cessarono, come testimoniato dalla sua presenza nella città veneta il 20 gennaio 1320, per discutere la “Quaestio de aqua et terra”, ultima sua opera latina.
Celeberrimi sono i versi del Canto XVII del Paradiso (58-60) in cui Cacciaguida prevede l’esilio del Poeta ed il suo peregrinare: «[…] Tu proverai sì come sa di sale/lo pane altrui, e come è duro calle/lo scendere e ’l salir per l’altrui scale […]».  
Dante morì in Ravenna il 14 settembre 1321 di ritorno da un'ambasceria a Venezia, avendo contratto la malaria in quel di Comacchio.
I funerali, in pompa magna, vennero officiati nella chiesa di San Pier Maggiore (oggi San Francesco) a Ravenna, dove, sotto un portico laterale, venne posto il primo sarcofago del Poeta. Intorno al sarcofago nel 1483 venne costruita una cella, su progetto dello scultore Pietro Lombardo (1430-1515); nel 1780, l’archietto Camillo Morigia (1743-1795), su incarico del cardinale legato Luigi Valenti Gonzaga (1725-1808), progettò il tempietto neoclassico tuttora visibile.

§ 2. Dante e l’idea di Italia - 
Senza dubbio l’idea di una Italia unita era molto, ma molto antecedente ai Secoli XVIII e XIX.
La nostra penisola era, da secoli, divisa e per nulla tenuta in considerazione. Quindi  le grandi  e potenti nazioni d’Europa avevano trovato un campo aperto alle loro ambizioni.
L’Italia era considerata una semplice espressione geografica.
Tutti  si erano lanciati verso l’Italia, come, oserei dire, su una facile preda: Francia, Spagna, Austria erano venute a conquistarvi intere provincie: le due più  grandi città d’Italia, Milano e Napoli, erano cadute in mano straniera. Ed i superstiti piccoli Stati Italiani, anche se di nome avevano conservato la loro indipendenza, di fatto finivano con il gravitare, come satelliti, intorno ai pianeti europei.
Gli Italiani non erano più nessuno in casa propria.
Ed è veramente triste affermarlo!
Per lunghi, lunghissimi anni (più di trecento), nelle più fiorenti regioni italiane, francesi, tedeschi o spagnoli vi comandavano.
In questa situazione, anche attraverso i secoli, si erano levate voci che incitavano gli italiani a riconquistare la libertà perduta. Voci di poeti, di storici, di politici che testimoniavano la rivolta morale della parte più nobile del paese.
Ma perché l’Italia si risollevasse dalla decadenza, non bastava il richiamo di pochi spiriti eletti.
Era necessario che il risveglio penetrasse profondamente nell’animo della nazione.
Era necessario che gli italiani si trasformassero, si facessero, per così dire, un’anima nuova. Per acquistare la libertà, necessitava che negli animi sorgesse il desiderio, il bisogno della libertà.
Per raggiungere l’unità, era opportuno superare le divisioni, acquistare la coscienza di formare un’unica famiglia, affratellata in un’unica sorte. Per ottenere l’indipendenza, gli italiani dovevano apprendere  quello che, nei secoli, avevano dimenticato: a lottare, a combattere, a morire per la loro causa.
Scriveva Francesco Petrarca (1304-1374) nell’Epistola “Ad Italiam”: «O nostra Italia! Salve, terra santissima cara a Dio, salve, terra ai buoni sicura, tremenda ai superbi, terra più nobile di ogni altra e più fertile e più bella, cinta dal duplice mare, famosa per le Alpi gloriose, veneranda per gloria d’armi e di sacre leggi, dimora delle Muse, ricca di tesori e di eroi, che degna d’ogni più alto favore reser concordi l’arte e la natura e fecero maestra del mondo».
Il sogno dell’Unità politico-istituzionale del territorio che va dalle Alpi alla Sicilia è stato cullato per oltre due millenni da generazioni successive di giovani e di intellettuali, convinti che, senza unità, questo territorio non avrebbe mai trovato pace e prosperità. Diviso politicamente, sarebbe stato, come lo è stato per secoli, debole e fragile, facile preda degli appetiti di quelle Nazioni vicine più grandi, più forti e potenti, come lo sono state, di volta in volta fin dal Medioevo, la Germania, la Francia, la Spagna e l’Austria. Per non aver realizzato lo Stato Unitario, come abitanti della Penisola, siamo stati - come recita il nostro inno nazionale – per secoli «calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché divisi».
Una terra di antichissima civiltà e cultura, che era stata teatro di eventi divenuti nel canto di Omero non solo alta poesia ma modello di vita civile; e che, con il filosofo-matematico Pitagora (in lingua greca “Πυθαγόρας”,  570 a. C. ca.-495 a.C. ca.)  ed il medico Alcmeone (in lingua greca “Аλκμαίων”) in Crotone, con la poetessa Nosside (IV-III sec. a. C. ca.) in Locri, con il filosofo Archita (in lingua greca “Аρχύτας”,  428 a. C.-360 a. C.)  e il musicista Aristosseno (in lingua greca “Αριστόξενος”, 375 a. C. ca.-322 a. C.)  in Taranto, con i filosofi Empedocle (in lingua greca “Εμπεδόκλñς”, 495 a. C.-430 a. C.)  in Akragas (gr. “Ακράγας) (l’attuale Agrigento), e Parmenide (in lingua greca “Παρμενίδης”, 515/510 a. C. ca.-544/514 a. C. ca.) in  Elea, aveva fatto scuola nella più antica civiltà greca, era divenuta terra di saccheggio.
Era, come si afferma «il paese più frequentemente invaso del mondo».
Considerata dai patrioti del Secolo XIX, voluta da Dio come Nazione unitaria, per avere confini naturali, per il mare che l’avvolge per tre lati e per la protezione delle Alpi al Nord, l’Italia sembrava incapace di trasformare la molteplicità delle diverse città e piccole patrie in fattore di unità e di prosperità.
Il primo “italiano” ad avere chiaro nella mente la necessità e l’utilità di utilizzare il modello dialettico dell’unità e della molteplicità sul piano politico, è stato Niccolò Machiavelli (1469-1527). E lo ha applicato a una realtà geograficamente molto più vasta che non la Penisola italiana. La molteplicità degli Stati all’interno dell’Europa, indicata come unica entità geografica e culturale, per il Segretario Fiorentino è fonte e garanzia di virtù, di libertà e di umanità della storia.
«Chi considererà adunque la parte d’Europa» – scrive l’autore del Principe -,«la troverà essere piena di repubbliche e di principati, i quali, per timore che l’uno aveva dell’altro, erano costretti a tener vivi gli ordini».
A garantire la libertà e, quindi, l’equilibrio tra i diversi Stati in Europa erano le stesse tensioni che li garantivano nella Roma repubblicana, laddove, come annota ancora il Segretario Fiorentino, «i tumulti intra i Nobili e la Plebe […] furono prima causa del tenere libera Roma» perché «le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione».
Era «l’Europa esaltata dal conflitto, sale della politica».
Era proprio questo far convivere dialetticamente la molteplicità di tante piccole patrie nell’unità di un’unica grande Patria il sogno millenario degli Italiani, realizzato poi a prezzo di sacrifici e di vite donate da giovani e talvolta giovanissimi, che hanno vissuto sofferto e glorificato il Risorgimento Italiano. Era il desiderio di realizzare di nuovo l’Italia unita e pacificata dagli antichi Romani, come è testimoniato dalle parole con le quali  Augusto (63 a. C. – 14 a. C.) nel suo testamento, riassunse il plebiscito del 32 a. C.: «L’Italia tutta mi giurò fedeltà, spontaneamente» 
Era l’Italia che voleva risorgere e ritornare alla sua antica grandezza e prestigio.
Era l’Italia considerata da Dante Alighieri come una, pur nella diversità delle tradizioni e dei costumi dei suoi abitanti, minuziosamente elencati, regione per regione, nel suo “De vulgari eloquentia” (I, X).
I Siciliani, gli Apuli, i Calabri, i Napoletani, i Toscani, i Genovesi, i Sardi, i Romagnoli, i Lombardi, i Trevigiani, i Veneziani, tutti elencati da Dante nel suo grande libro sulla lingua volgare, pur nella loro grande diversità, con la poesia e la letteratura fiorita tra il ‘200 ed il ‘300 hanno raggiunto ciò che cercavano, una lingua «volgare, illustre, cardinale, regale e curiale», che sembra non appartenere a nessuno perché deve essere comune a tutti.
Era l’Italia che Alessandro Manzoni (1785-1873)  nella poesia “Marzo 1821”  dedicata a Teodoro Köerner (1791-1813), poeta e soldato della indipendenza germanica (nome caro a tutti i popoli che combatterono per difendere o per conquistare una patria), circa sei secoli dopo Dante, auspicava «Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor», un’Italia unita politicamente, con un solo esercito, una sola lingua nazionale, una stessa religione, una sola memoria storica, una stessa origine e identici sentimenti.
Un’Italia dove «non fia loco ove sorgan barriere tra l’Italia e l’Italia mai più». Un’Italia «che tutta si scote, dal Cenisio alla balza di Scilla». Un’Italia che ritorna al patrimonio spirituale dei suoi avi, al suo retaggio, e «il suo suolo riprende».
Nell’ode manzoniana è contenuta una fortissima carica emotiva e sentimentale verso una patria largamente vagheggiata ma mai, fino a quel momento, progettata avendo in prospettiva concrete possibilità di realizzazione.
La coscienza unitaria nel tempo intercorso tra Dante e Manzoni non si appannò, non cessò di essere vigile e operativa.
L’anelito a vedere l’Italia politicamente unita in un solo Stato, dopo il 1494, cioè dopo la discesa di Carlo VIII di Francia (1470-1498) nella penisola senza incontrare resistenza, era molto forte.
Machiavelli, nel cap. XXVI del Principe dal titolo eloquente “Esortazione a pigliare la Italia e liberarla dalle mani dei barbari”, fa vibrare in maniera energica il potente sentimento di italianità. Incita i Medici a compiere l’opera di unificazione della Penisola, attraverso i versi della canzone Italia mia di Petrarca: «Vertù contra furore/ prenderà l’arme; et fia ‘l combatter corto:/ ché l’antiquo valore/ ne gli italici cor’ non è anchor morto».
Ma torniamo a Dante.
La grandezza dell’Italia nel passato e la penosa situazione che ha sotto gli occhi portano il Sommo Poeta ad una violenta invettiva contro il nostro Paese. Nel Canto VI del Purgatorio, l’affettuoso incontro di due concittadini mantovani,  i poeti Sordello da Goito (1200/1210 ca.-1269) e Virgilio (70 a. C.- 19 a. C.), suscita in Dante una amara e spietata apostrofe contro l’Italia del suo tempo, terra di tiranni, di dolore e di malcostume, simile ad una nave senza capitano nel mare in tempesta, la quale inizia con il verso
«Ahi, serva Italia, di dolore ostello, […]».
Gli abitanti di una medesima città si odiano e si dilaniano e non c’è pace in nessuna zona.
L’opera dell’imperatore Giustiniano, che aveva dato adeguate leggi all’Italia, risulta inutile, perché le leggi non vengono fatte rispettare.
Gli ecclesiastici, invece di dedicarsi alle cose sacre, si appropriano del potere laico, in mancanza dell’autorità politica voluta da Dio stesso per tenere a freno l’Italia, simile ad una cavalla selvaggia.
Manca l’autorità imperiale, perché Rodolfo d’Absburgo (1218-1291) e suo figlio Alberto (1255-1308) non si interessano all’Italia, giardino dell’Impero.
Dante quindi invita il suo successore, Enrico VII di Lussemburgo, a venire a vedere la discordia che regna in Italia, un paese che, come una sposa abbandonata, lo attende piangendo notte e giorno.
Sembra che anche Cristo l’abbia dimenticata, forse per un bene maggiore futuro.
L’invettiva contro l’Italia si conclude con un’ironica sferzata a Firenze, la quale legifera con leggi che non durano da ottobre a novembre.
La sferzata all’Italia nasce da uno sconfinato amore dell’Alighieri per quello che proprio lui ebbe a definire “Il Bel Paese”, e ciò nel Canto XXXIII, v. 80, dell’Inferno («del bel paese là dove ‘l sì sona»).
«Che Dante non amasse l’Italia» spiega Ugo Foscolo (1778-1827) «chi mai vorrà dirlo? Anch’ei fu costretto, come qualunque altro l’ha mai veracemente amata, o mai l’amerà, a flagellarla a sangue, e mostrarle tutta la sua nudità, sì che ne senta vergogna».
L’Italia (“umile”) sognata da Dante ha un modello: Camilla, la leggendaria vergine guerriera, di cui parla il Libro IX dell’Eneide di Virgilio. Camilla rievoca le amazzoni Ippolita e Pentesilea, Giuturna la sorella di Turno amata da un Dio, la saracena Clorinda, la puzella d’Orleans Santa Giovanna d’Arco (412-431).
Emula di Diana, alla quale il padre la consacrò ancora in fasce, Camilla rappresenta il popolo italico che lotta per la propria libertà e Dante le rende onore nella “Divina Commedia” (Inf. I, 106-107) ricordandola come la prima martire della nostra Patria: «[…] di quella umile Italia fia salute/per cui morì la vergine Cammilla».
Ed eccoci, come dicevo poc’anzi, al  Risorgimento che rappresentò, come sappiamo, il riscatto di un popolo diviso al suo interno ma profondamente unito dalla lingua, dalla tradizione, dalla cultura. Per la risoluzione di tale processo storico fu di fondamentale importanza il contributo ideologico, passionale e romantico che la letteratura e la filosofia profusero.
Il primo indiscusso precursore dell’Unità d’Italia non puo’ non essere considerato il Sommo Poeta.
Dante non aveva il concetto di stato nazionale secondo i parametri che si sarebbero andati definendo nella storia moderna.
La sua teorizzazione dell’Italia risentiva ancora dell’esperienza, mitizzata nel Medio Evo, dell’Impero Romano.
Benché gli studiosi siano molto discordi sull’argomento, in lui non è difficile cogliere il desiderio di unità nazionale. Dante idealizza l’Italia, la presenta in numerose opere e soprattutto nella Divina Commedia, con le formule più disparate, lascia presagire un certo qual immaturo desiderio di unità tra le varie componenti della Penisola.
Nell’Epistola XI, inviata ai cardinali in conclave, Dante parla di «Italia nostra» e idealizza la proposta di un idioma unitario rispondente a quattro caratteristiche: illustre, aulico, cardinale e curiale.
Al riguardo il Poeta vi ritorna nel suo “De vulgari eloquentia” quando, con fare frasi da profeta dell’unità linguistica italiana, al capitolo XV sostiene l’adozione di una parlata che sia l’estrema sintesi di quelle migliori presenti nella Penisola.
Il Poeta non viene meno di accennare anche ad altri importanti aspetti che caratterizzano ed unificano il potenziale popolo italiano nei capitoli XVI, XVII e XVIII del Libro I.
Dante non si limita, come fin qui ho cercato di far notare, ad esempi o teorie fittizie che quasi vogliono esplicitare i tratti comuni degli italiani.
Nella Commedia è particolarmente ricorrente un modo di vagheggiare l’Italia che ha quasi sempre un sapore romantico, proprio dell’innamorato più che del patriota.
Nel canto VI del Purgatorio, come detto, l’Alighieri dice senza mezzi termini che emerge in maniera chiara e nitida una visione dell’Italia molto, ma molto a carattere ideale e certamente prematura, ma sicuramente già recante in sé tratti importanti su cui la tradizione successiva poté trovare un terreno alquanto fertile.
L’idea della nazione italiana compresa nei suoi confini geografici era di già maturata nella mente dell’abate/pensatore Gioacchino Fiore (1130 ca.-1202) definito dal Nostro «[…] il calavrese abate Giovacchino/di spirito profetico dotato» (Par. XII, vv. 140-141), che ne aveva rilevato il primato fra le nazioni essenzialmente per la presenza della Chiesa Cattolica: idea poi rilanciata da Vincenzo Gioberti (1801-1852) (una confederazione di Stati con a capo il Papa).
La “renovatio” auspicata da Fiore per l’umanità, ma soprattutto per l’Italia e fatta propria da Dante, in realtà preludeva ad un’altra rinascita bramata da tanti e tanti personaggi.
Ecco nuovamente il Risorgimento.
Dunque Dante è stato il poeta-profeta dell’Unità d’Italia.
Per questo motivo nell’’800 il suo culto veniva proibito da certi governi tirannici della Penisola, specialmente da quelli facenti capo all’Austria, tanto che diversi patrioti furono arrestati ed imprigionati solo perché nelle loro case possedevano ed esponevano qualche ritratto dantesco.
Quando i trentini, riuscendo a farlo accettare al regime austriaco, nell’omonima piazza davanti alla stazione ferroviaria e di fronte alle Alpi (che il divino poeta con la mano indica come confine italiano), eressero il maestoso monumento a Dante (1896), nell’iconografia che lo arricchisce posero in evidenza l’incontro già ricordato con Sordello da Goito e ciò per proclamare a gran voce che Trento è una città della terra di Dante, e quindi italiana, come dimostra anche il sovrastante mausoleo di Cesare Battisti (1875-1916) poi eretto in vista del monumento dantesco.
Ecco perché la dissacrazione e denigrazione del Risorgimento offende anzitutto Dante, come offende tutti gli altri intellettuali (da Petrarca a Machiavelli, da Foscolo al Manzoni ecc….) che con il loro magistero morale e civile contribuirono a formare una coscienza nazionale e propiziarono un’unificazione politica.
Gli ideali ed i valori danteschi sono quelli dell’Italia: e Dante medesimo è un grandissimo valore per l’Italia.
In tutto il mondo Dante è considerato il simbolo dell’Italia e dire “Dante” significa dire “Italia”.
Egli indicò chiaramente i confini nazionali della nostra patria, includendovi già nel ‘300 l’Istria ed il Tirolo Meridionale. Celebri i versi nel Canto IX dell’Inferno: «[…] sì com’a Pola, presso del Carnaro/ch’Italia chiude e suoi termini bagna, […]». Intuì, interpretò ed alimentò la coscienza nazionale. Ne deplorò le divisioni interne. Portò la lingua e la letteratura italiana ad un altissimo prestigio che dura tuttora.

§ 3. Conclusioni finali –
Ed ora mi avvio alla conclusione con qualche breve considerazione.
Le nazioni civili, specialmente quelle che hanno dovuto affrontare una lunga ed ardua lotta per l’unità e quindi l’indipendenza, amano esaltare un proprio personaggio/eroe ed identificarsi in lui, nel quale assommano e riassumono il loro passato, le loro glorie, le loro amarazze.
Questo personaggio diviene quindi un mito ed assurge alla Nazione medesima.
L’Italia esalta Dante Alighieri ed in lui si riconosce.
Pressappoco il Sommo Poeta è per gli italiani come Mosè per gli ebrei; Omero per i greci; Virgilio per i romani; Maometto per gli arabi; Cervantes per gli spagnoli; Shakespeare per gli inglesi; Moliére per i francesi; Washington per gli americani, ed, infine, Goethe per i tedeschi.
Quindi, come abbiamo visto, fu anche l’Alighieri a contribuire ad edificare un’idea dell’Italia sulla tradizione romana e cattolica, mediterranea e poetica.
Ma fu soprattutto il filosofo Giovanni Gentile (1875-1944), in un suo scritto del 1918, a vedere in Dante il profeta dell’Italia risorgimentale e moderna.
Egli riconobbe nel Nostro non solo il Sommo Poeta, ma anche il filosofo e la divergenza con Benedetto Croce (1866-1952) fu netta. Codesta divergenza solitamente la si riconduce sul piano storico al dissidio tra fascismo ed antifascismo e sul piano filosofico al divario tra razionalismo liberale di Croce e l’irrazionalismo “mistico” di Gentile.
Ma Dante non è solo l’Italia, è ovunque nel mondo, anche grazie alle quattrocento sedi della Società “Dante Alighieri”, fondata nel 1889.
Dante è nella lingua che parliamo, è nella cadenza poetica di buona parte degli autori contemporanei, è nelle suggestioni di innumerevoli pittori dal Botticelli al Dalì e fino al Guttuso.
E Dante non è attuale è anche contemporaneo nella sua personale formulazione dell’idea di Europa.
Un grande sogno che il Poeta accarezzò per anni, al quale dobbiamo legare la sua visione non solo della libertà di Firenze dalle fazioni, ma dell’Italia e poi l’illusione di un’Europa-Impero ove il monarca illuminato placasse gli odi tra i comuni, all’interno delle città, così come aveva fatto Giulio Cesare 1300 anni prima, avendo intuito che la Repubblica aveva esaurito la sua funzione ed alimentava le guerre civili.
Egli unì l’Europa sotto le insegne dell’Aquila di Roma e sotto il suo immenso prestigio. Giulio Cesare ha dato alla politica i fondamenti millenari futuri ed a Roma la pace interna che durerà fino alle invasioni barbariche ed all’ultimo imperatore Romolo Augustolo.
Ed infine Dante, se con il suo “De vulgari eloquentia” ricerca  (ma in latino) una lingua volgare illustre, nella “Divina Commedia”, la lingua volgare accantona ogni complesso di inferiorità verso la blasonatissima lingua latina e diviene un esperimento raffinato e popolare, accessibile ed altissimo.
Immortale, oserei dire.
Desidero concludere con forse il momento più attuale, più interpretato della “Divina Commedia”.
La profezia “ante eventum” (l’unica del Poema) del Veltro.
Esso è un cane da caccia agile e scattante (identificato nel levriero), così chiamato in lingua mediovale,  ma sostanzialmente caduto in disuso, ma viene ricordato per via della famosa profezia che Dante pone all'inizio della Divina Commedia, nel I Canto dell'Inferno, in cui Virgilio, riferendosi alla lupa che rappresenta la cupidigia, afferma che:
« Molti son li animali a cui s'ammoglia
e più saranno ancora, infin che 'l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccerà per ogne villa
fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno
là onde 'nvidia prima dipartilla. »
In questi versi il veltro rappresenta un'azione di riforma, evidentemente ma probabilmente promossa da Dio, che perseguiti la cupidigia nelle sue forme ristabilendo in tutto il mondo ordine e giustizia.
Il significato letterale è: la lupa (della quale si parlava nei versi precedenti e che rappresenterebbe l'avidità) si accoppia a numerosi animali (forse intesi come altri vizi), sempre di più finché il veltro arriverà, e la ucciderà con dolore. Esso non avrà bisogno né di terra né di denaro (“peltro”), ma di sapienza, amore e virtù, e la sua origine sarà umile. “Feltro” puo’ essere inteso come panno di poco pregio, ma anche come un'indicazione geografica: tra Feltre e Montefeltro.
Il veltro sarà la salvezza (“salute”) dell’Italia, per la quale morirono Camilla, Turno, Eurialo e Niso (tutti personaggi dell’”Eneide” virgiliana), come ho di già detto.
Il veltro caccerà la lupa di città in città, finché la ricaccerà nell'inferno, da dove l'invidia primordiale di Lucifero (il riferimento è alla storia dell'angelo ribelle) l'aveva fatta uscire.
Molti hanno cercato un'identificazione con un personaggio reale [ad es. Cangrande della Scala (1291-1329)], Uguccione della Faggiuola (1250-1319), recentemente anche sulla base di un passo della celebre “Chanson de Roland “ dove è menzionato un veltro all'interno di una visione; altri invece hanno pensato genericamente a una carica (il papa, l'imperatore…), ma i versi sono volutamente oscuri ed è oggi ritenuto improbabile che Dante pensasse ad un personaggio particolare piuttosto che semplicemente all'azione di riforma in se stessa.
Una curiosità: tra i primi esegeti della "Commedia", Benvenuto da Imola (1330-1388) - che affronta il tema con molto impegno, quasi con sofferenza:
«est ergo, reiectis opinionibus vanis, ad istum passum arduum totis viribus insistendum», («respinte le vane opinioni, occorre cimentarsi con ogni energia su questo arduo passo») - finisce col ritenere «quod Virgilius loquatur de Augusto», insomma che «Virgilio con la figura allegorica del Veltro voglia indicare Augusto».
Anche chi ha pensato di poter identificare il veltro liberatore con il Cristo nulla ha potuto di fronte all'argomento insuperabile per cui Dante avrebbe dovuto parlare di un "tornare", e non di un "venire". Né ha offerto migliori argomenti l'interpretazione di coloro che hanno voluto vedere nel paladino la figura di Dante, cioè il suo Poema, la “Commedia”.
Francesco Di Montresor detto "Veltro" fu cavaliere di ventura di origini franco-veronesi, accompagnato spesso da un falco ed un levriero con cui andava a caccia fu forse la figura che contribuì ad associare nell'immaginario collettivo l'iconografia del veltro con il mito europeo della Caccia Selvaggia.
In ogni epoca, l’umanità ha dovuto combattere contro il c.d. “male”, che potevano essere i barbari nell’antica Roma, gli infedeli ai tempi delle Crociate, la cupidigia appunto.
Sarà venuto codesto “Veltro”.
Ed ora, richiamando, come è mia consolidata tradizione, i versi di Virgilio (Georg. III, 284), fulgida guida dantesta, nella loro perenne e duratura validità: «fugit interea, fugit inreparabile tempus […]», taccio e chiudo codesta mia sommaria e forzatamente molto incompleta esposizione, ma permettetemi di tacere con un mio ben modesto consiglio.
Ciascuno di noi abbia a consultare un’edizione, anche tascabile, della “Divina Commedia” e, rileggendola, applichi i versi  alla nostra vita giornaliera, ma anche analizzi, confronti quanto l’Alighieri è attuale, e quanto egli aveva previsto, e con netto anticipo, per i secoli dopo di lui.

giovedì 3 dicembre 2015

Re Umberto II e l’alluvione


di Emilio Del Bel Belluz


Nella mia vita ci sono state  esperienze positive  che mi hanno dato sempre la felicità in momenti in cui ero convinto d’averla perduta. Quando ero studente alla facoltà di legge a Trieste avevo ritrovato la gioia in un plico che mia madre mi aveva tenuto nascosto, perché se mi avesse detto che il postino mi aveva recapitato un pacco giunto dalla dimora del Re, mi sarei precipitata a casa senza attendere la fine delle lezioni.  
Una notizia simile mi avrebbe distolto da ogni cosa. Per me Umberto II era il mio Sovrano, che avevo amato ancora di più, quando seppi che era stato costretto all’esilio da uno Stato che nulla aveva a che fare con la democrazia. “I Re non si mandano mai via”, aveva detto la maestra Cristina nel libro di Guareschi. 
Anche nel film avevo amato la figura di quella brava maestra che aveva insegnato a leggere e a scrivere  a tutto il paese. Una donna, che chiese che sopra la sua bara, vi fosse la bandiera del Re Umberto II. Con questo racconto Guareschi aveva commosso milioni di persone. Sin da piccolo mi rifugiavo nella lettura di racconti che parlavano del mio Re. Quel plico conteneva un libro che il Re mi aveva inviato dal suo esilio, all’interno la sua firma fatta con lo stesso colore con cui mi aveva dedicato una sua foto. 
Ho sempre considerato questi suoi doni i più belli ed emozionanti della mia vita. Ero solo un povero studente che sognava di far tornare il Re dall’esilio, affinché potesse ritrovare la sua terra, la sua bella Italia. Un Re che aveva dedicato la sua vita per questa patria così ingrata e capace solo di infangare quel casato che aveva fatto l’Unità d’Italia. Il libro che mi inviò era stato scritto dal Ministro della Real  Casa, Falcone Lucifero. 
Raccoglieva anche delle lettere che gli italiani gli avevano scritto. Molti italiani chiedevano al Re un aiuto, e il sovrano cercava di fare il possibile. Era un Re che si sentiva vicino al suo popolo, anche se dimorava a tanti chilometri  di distanza. Non mi soffermo sulla sofferenza che il Re ha patito durante l’esilio perché non credo che ce  ne possa essere una più grande di questa. Lontano dalla patria che lo aveva visto nascere.  
Mi vengono in mente i versi di una canzone di Sergio Endrigo: “Vorrei essere come un albero che sa dove nasce e dove muore”. Leggendo quel libro scoprii una notizia che mi sorprese molto. Una lettera che era stata inviata da un mottense al Re, nella quale lo ringraziava per gli aiuti economici ricevuti durante l’alluvione. Infatti il 4 novembre 1966, Motta di Livenza fu sommersa dalle acque dopo la rottura degli argini. Allora aveva solo sette anni e ricordo la disperazione dei miei genitori che perdevano ogni loro avere. Avevamo un negozio di alimentari ben avviato, una casa, e l’acqua invase ogni cosa. Per Motta di Livenza fu un doloroso momento e molti da quella crisi non riuscirono più a risollevarsi. 
Il Re d’Italia tramite il suo ministro Falcone Lucifero aveva aiutato economicamente alcune famiglie. 
Gli sarebbe tanto piaciuto accorrere personalmente a confortare queste persone. Questo atto di grande umanità non fu divulgato alla gente del paese, io dopo anni, venuto a conoscenza del fatto, informai i giornali e lo scrissi anche su un libro. Per me era ammirevole la figura di questo sovrano che volle condividere il dolore  della  gente colpita per questa   calamità naturale. Un fatto analogo, successe nel dicembre del 1959, a Fréjus in Francia. Il settimanale Gente dello stesso periodo riportava una foto in cui appariva Re Umberto in compagnia del suo fedele Ministro che fanno visita ai luoghi dove avvenne l’alluvione. 
Sotto la foto vi era scritto : “Umberto di Savoia, accompagnato dal marchese Falcone Lucifero Ministro della Real  Casa si reca in visita ai sinistrati italiani della grande alluvione che ha travolto, la settimana scorsa, la cittadina della Costa Azzurra. Umberto, che era reduce da una visita alla tomba di sua madre Elena di Savoia a Montpellier, ha recato ai nostri connazionali un aiuto materiale e parole di conforto”.  Anche in momenti così difficili, il dolore veniva alleviato dalla figura del sovrano. 
Anche il mio paese, Motta di Livenza, avrebbe potuto essere visitato dal suo Re, Mi sono immaginato la tristezza del sovrano che non ha potuto essere presente. L’Italia  non è mai stato in grado di riconoscere gli alti valori e la ricchezza morale di questo suo Re. La città di Motta e la cittadina di Fréjus non potranno mai dimenticare la testimonianza d’affetto manifestata da Re Umberto II. 

La storia di un popolo è anche quella di onorare chi nel momento del dolore ha aiutato gli italiani a sopportare il peso della croce. Ho tra le mani quel libro che mi è così caro e il rileggerlo mi rende sempre felice come se fosse la prima volta. Mi consola questa citazione di un filosofo greco che dice: “Colui il quale soffre l’ingiustizia è meno infelice di colui il quale commette l’ingiustizia”. 

mercoledì 2 dicembre 2015

Intervista al “ghost-hunter” forlivese Massimo Merendi che è sulle tracce del fantasma del Re Umberto II

Continua, tra grossolane imprecisioni e contraddizioni, la saga del fantasma di Re Umberto II


L'ectoplasma del Re di maggio sarebbe apparso nelle scorse settimane ad Asti

ASTI. Il fantasma del Re Umberto II di Savoia è apparso più volte, nelle scorse settimane, nei pressi del Municipio di Asti. Per indagare sul fenomeno è stato chiamato il “ghost-hunter” forlivese Massimo Merendi, fondatore e coordinatore dell'associazione National Ghost Uncover, nata nel 2010 e che conta una novantina di partecipanti. Abbiamo raggiunto il signor Merendi al telefono.

Signor Merendi, è proprio il “Re di maggio” quello che appare ad Asti?
Noi ci facciamo tamburini di quello che dicono i testimoni, dopo averne verificato l'affidabilità. Abbiamo fatto una serie di controlli per verificare che non siano d'accordo tra loro e che siano in buona fede. In tre casi su quattro la figura di Umberto II di Savoia era evidentissima. Viene descritto come alto più di due metri. Ed effettivamente, anche da vivo, era piuttosto alto.
Secondo alcuni potrebbe trattarsi non di Umberto II, ma di Vittorio Emanuele III. Da cosa nasce questa discrepanza?
Il dubbio era venuto perché in un paio di queste testimonianze ha parlato di Napoli e in due occasioni ha detto che era il principe di Napoli. Tale titolo veniva usato dopo l'Unità d'Italia alternativamente dagli eredi che erano disegnati a diventare ereditari. Vittorio Emanuele III era stato principe di Napoli. Noi abbiamo riportato quello che hanno detto i testimoni.
Quante testimonianze avete avuto dell'apparizione?
Diverse. Abbiamo ricevuto ulteriori chiamate in questi giorni, dopo una prima uscita sulla stampa nazionale.
Dove si è visto il Re?
Questa figura si è palesata nei pressi del Comune e addirittura in un giardino interno.
Che cosa fa? Cosa sta cercando?
Ha chiesto, in tre occasioni, un indirizzo specifico di una abitazione che si trova in via Vittorio Alfieri. In una occasione ha anche indicato il numero civico che c'era prima della Seconda Guerra Mondiale.
Ora che farà signor Merendi?
Contatterò, con la dovuta discrezione, la famiglia che vive in quella casa. Il fantasma del Re ha detto che tornerà nel 70esimo della sua uscita dall'Italia, ovvero il 19 giugno del 1946. Ancora non si sa se nella notte tra il 18 e il 19 o tra il 19 e il 20. In base alle testimonianze, il Re deve fare visita ad una persona che, in qualche maniera, le era cara.

lunedì 30 novembre 2015

Aggiornata la rassegna stampa sul presunto fantasma di Re Umberto II


Le notizie sulle presunte apparizioni  del presunto fantasma di Re Umberto II si susseguono. Qualcuno dice  che ad Asti siano terrorizzati.

Noi crediamo che solo chi non è a posto con la propria coscienza possa provare terrore  al comparire di una persona come Re Umberto, checché fantasma.


http://www.lanuovaprovincia.it/stories/cronaca/33790_nuovi_testimoni_per_lo_spettro_di_umberto_ii_in_municipio/

http://it.blastingnews.com/cronaca/2015/11/asti-il-fantasma-di-re-umberto-ii-terrorizza-il-municipio-00675501.html

http://atnews.it/curiosita/5425-umberto-ii-e-i-suoi-fratelli-e-l-italia-si-scopre-un-crocevia-di-fantasmi

http://www.news-24h.it/2015/11/il-fantasma-del-re-avvistato-ad-asti/

http://www.ansa.it/piemonte/notizie/2015/11/25/fantasma-umberto-ii-appare-ad-asti_544d5a3e-31ae-4a18-9b70-c3695b1d21de.html

http://www.lanuovaprovincia.it/stories/cronaca/33735_lo_spettro_di_umberto_ii_in_municipio_indagano_gli_acchiappafantasmi/

http://www.consumatrici.it/26/11/2015/attualita/00050365/ce-un-fantasma-in-comune-il-mirror-avverte-asti-e-arrivano-i-ghostbuster

http://www.quotidianopiemontese.it/2015/11/26/ghostbuster-a-caccia-del-fantasma-di-umberto-ii-ad-asti-in-comune/#.VlcUA_kvfcs

http://stadio24.com/2015/64406/fantasma-umberto-ii-appare-ad-asti/

http://www.lastampa.it/2015/11/26/edizioni/asti/nel-centro-di-asti-si-aggira-il-fantasma-di-umberto-ii-ioliZJJN9XPj0ZEdsanBKK/pagina.html

http://torino.repubblica.it/cronaca/2015/11/26/news/asti_il_fantasma_di_umberto_ii_in_alcuni_uffici_del_comune-128192051/

http://www.diregiovani.it/rubriche/fotogallery/45946-asti-mistero-fantasma-umberto-ii-apparizione.dg

http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/asti-avvistato-fantasma-umberto-ii-ghost-hunter-indagano-2329094/

http://www.ilsecoloxix.it/p/cultura/2015/11/27/AS8yEaZ-umberto_compare_fantasma.shtml

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Un-fantasma-ad-Asti-I-ghost-hunter-cercano-re-Umberto-II-66b54b01-d9b9-4ea2-814a-b22c40904027.html

    domenica 29 novembre 2015

    sabato 28 novembre 2015

    Vittorio Emanuele III, Re e soldato - seconda parte

    Il Re sull'Audace, prima di sbarcare a Trieste
    Lapidario nelle sue memorie è  appunto  Lloyd  George: “Rimasi impressionato  dalla  calma  forza  d’animo  che  il  Re  mostrò  in  un  momento in cui il suo  paese e la sua Corona erano in  giuoco: non diede  alcun  segno di  timore  e  di  depressione….”, mentre  a  dimostrazione  del  carattere  del  Re, della  sua  modestia, lo  stesso  parlando  di  Peschiera  con  un  suo  aiutante  di  campo, il  generale  Scaroni, con  tono  distaccato  ebbe  a  dire: “A  Peschiera"? Quello che ho fatto io? Hanno esagerato  parecchio… Tutti  quelli che ne hanno  parlato…”. In  fondo  il  Re  voleva  dire  “ho  fatto  solo  il  mio  dovere”, ma  si  sa  che  in  Italia, anche  fare  solo  il  proprio  dovere , diventa  qualcosa  di  eccezionale !! Sempre in  tale occasione  Vittorio  Emanuele  che  aveva  inviato  diversi  messaggi di  compiacimento   alle  forze  armate  negli  anniversari  del  24  maggio  ed  in  occasione  della  conquista  di  Gorizia, indirizzò  alla  intera  Nazione, un  messaggio  di  suo  pugno, come  lo  era  stato  il  primo  messaggio  all’atto  della  sua  ascesa  al  Regno, dopo  l’assassinio  del  padre,  del  quale  riportiamo  la  parte  finale: 

    “Italiani, cittadini, soldati ! Siate  un  esercito  solo. Ogni  viltà  è  tradimento. ogni  discordia  è  tradimento. Ogni  recriminazione  è  tradimento. Questo  mio  grido  di  fede  incrollabile  nei  destini d’ Italia  suoni  così  nelle  trincee  come in  ogni  più  remoto  lembo  della  Patria, e  sia  il  grido  del  popolo  che  combatte  e  del  popolo  che  lavora. Al  nemico, che  ancor  più  che  sulla  vittoria  militare  conta  sul  dissolvimento  dei  nostri  spiriti  e  della  nostra  compagine, si  risponda  con  una  sola  coscienza, con  una  voce  sola : tutti  siamo  pronti  a  dar tutto,  per  la  vittoria  e  per  l’onore  d’Italia!” (dato  dal  Quartier Generale  il  10  novembre  1917 ). 

    Ed  al  suo  alto  senso  del  dovere  e  di  umanità  si  deve il  rifiuto  di  accettare  una  Medaglia  d’Oro al  Valor  Militare  con  questa  lettera  autografa : “…..a parte qualunque questione  intorno al conferimento, troverei   profondamente ingiusto che  mi venisse una così alta  decorazione, mentre  ho  fatto  molto, ma  molto  meno  di  tante  migliaia  di  semplici  soldati  ai  quali  non  toccherà  nessuna  ricompensa.”, per  cui  accettò  solo  la  Croce  al  Merito  di  Guerra.
    Abbiamo  parlato  di  visite  quotidiane  in  quanto, tutti  i  giorni, Vittorio  Emanuele, alle  8  del  mattino  prendeva  posto sull’auto  di  servizio  e  solo  allora  dava  all’autista  l’indicazione  dell’itinerario  deciso e conosciuto da Lui solo, per  ovvii  motivi  di  sicurezza  e  segretezza, ed  anche  perché le sue visite  improvvise ed impreviste consentivano una  genuina  conoscenza  dell’andamento  reale  delle  cose, e  con  sistematicità  visitava  zona  per  zona  tutto  il  fronte, fermandosi  sia  presso  i  locali comandi, sia  con i soldati di cui visitava trincee e  camminamenti, con  la  sua  inseparabile  macchina  fotografica, (vedi bibliografia  n.12)  che  gli  permetteva  poi  di  ricordare  i  particolari  delle  località  visitate, incurante  dei  tiri  d’artiglieria  austriaci, come  nel  caso  dell’ 8  ottobre  1917, durante  una  visita  sul  basso  Isonzo, sulla  strada  da  Ronchi a Sels e Debeli, quando  gli  austriaci, avvistata  l’automobile,  cominciarono  a  bersagliarla  con  la  loro  artiglieria, evento così  riportato  dal  Solaro  del  Borgo   suo  Aiutante  di  Campo : “….una  granata  scoppiò  dietro  l’automobile. Proseguiamo. Un’altra  granata  ci  raggiunse  cadendoci  davanti. Ci  fermiamo  e si  scese  per   proseguire  a  piedi  in  un  camminamento. Appena  a  terra  una  nuova granata  scoppiò  ancor  più  vicino… Il  tiro  sempre  più  nutrito  era  diretto  al  camminamento, ma il  Sovrano  imperturbabile  tirò  dritto  per  la  strada  prefissasi… Ho  sempre  viva  e  presente….la  impassibile  freddezza  del  Re  di  fronte  al  pericolo……”. Questa  descrizione  così  precisa  è  la  conferma  delle  doti  di  coraggio e  della  padronanza  di  nervi  del  Re, durante  tutto  il  conflitto  e  di  cui  aveva  già  dato  prova  nel  1912, in  occasione dell’attentato  effettuato  dall’anarchico  D’Alba, fortunatamente  mancato, e che  vide  nell’omaggio  e  nelle  visite  al  Quirinale  dei  parlamentari, per  lo  scampato  pericolo, la  presenza, per  la   prima  volta di  tre  parlamentari  socialisti : Leonida  Bissolati, Ivanoe  Bonomi  ed  Angiolo  Cabrini, della  corrente  riformista, di  cui  uno  il  Bissolati, interventista  e  volontario  di  guerra  nel  1915,  divenne  Ministro  nel  1916, nel  governo  Boselli e  confermato  nel  successivo  governo  Orlando  e  Bonomi, divenne  Presidente  del  Consiglio  nel  1921  e  poi  nel  1944-1945.
    Quanto  alla  semplicità  e  naturalezza di  vita  è  conferma  la  colazione  del  Re  in  queste  sue  escursioni, che  non  erano  dei  pic-nic  come  scritto  da  qualche  sedicente  storico: due  uova  sode  o  una  frittata, carne  fredda, formaggio  e  frutta, stese  su  di  una  tovaglietta,  per  cui  uno  scrittore  del  valore  di  Rudyard  Kipling, dopo  avere  conosciuto  di  persona  il  Re, così  scriveva: ”…Egli  incede  sobrio, leale, pronto, con  una  rigida  semplicità  tra  i  suoi  soldati  e  tra  i  molti  pericoli  della  guerra…”. E  sempre  riguardo  a  riconoscimenti  esteri  sono  particolarmente interessanti  e  significativi  i  giudizi  della  stampa  francese , logicamente  repubblicana, che  dedicò  al  Re, quando  Vittorio  Emanuele, accompagnato   dal  giovane  Principe  Umberto, si  recò  a  Parigi, nel  dicembre  1918, dal  “Petit  Parisienne”, al  “Matin” che  dice: “ Vittorio  Emanuele  non  pensa  che  a  mettere  in luce  il  suo  popolo”  e  non  se  stesso, il  “Figaro”  che ricorda  essere  il  Re  “nobilmente  vissuto  durante  la  guerra  in  mezzo  ai  suoi eserciti  ove  trascorse  eroicamente  la  stessa  esistenza  dei  soldati” e l’ “Intransigeant”  che addirittura si riferisce agli  anni che precedettero la  guerra  in  cui  “…Il  Re  era  rispettato  per  la  sua  saggezza, per  il  suo  governo impersonale, per il suo  rispetto alla  costituzione… per  amore  di  questo  Re, presente  nelle  battaglie,  i  soldati  si  arrampicavano  sin  sulle  cime  inaccessibili, da  dove scorgevano   ciò  che  sarà  la  vera  frontiera  d’Italia …”. Ritornando   poi  nel  pomeriggio  alla  sua  residenza, riceveva  la  relazione  giornaliera  inviataGli  dal  Comando  Supremo, la  cui  sede  era  vicina, ma  separata, ed  aveva  non  molto  frequenti  incontri  con  il  generale  Cadorna, spesso  mediando  e  risolvendo  i   purtroppo  numerosi  contrasti  sorti  tra  lo  stesso  e  gli  uomini  politici, anche  del  Governo. Rapporti  invece  molto  diversi  ebbe  invece  il  Re  con  il  generale  Diaz,  dopo  la  sua  nomina, il  10  novembre  1917  a  Capo  di  Stato  Maggiore, con  incontri  che  divennero  addirittura giornalieri. La   nomina  del  Diaz aveva  sorpreso, in  quanto  trattavasi  del  comandante  di  un Corpo  d’Armata, il  XXIII, quando  vi  erano  generali  di  Armata  tra  i  quali  il  Duca  d’Aosta, comandante  della  Terza  Armata, ma  il  Re  aveva  scartato  questa  soluzione, non  per  gelosia  verso  il  Cugino, ma  perché  lo  stesso  avrebbe  dovuto  ricoprire  ben  altro  incarico, nel  caso  della  sua  abdicazione  per  ulteriori  sconfitte, che  non  vi  furono  fortunatamente, essendo  il  Principe  Umberto, erede  al  trono  e  quindi  automatico  successore, minore d’età, avendo 13  anni, per  cui  sarebbe  stata  necessaria  una  Reggenza. Il  Re  era  l’unico  che  conoscesse  bene  Diaz, per  le  sue  visite  al  fronte  ed  ai  comandi, e  proprio  in  occasione  di un  incontro  avuto  a  Cassigliano, il  16  luglio  1917, aveva  detto, con  la  consueta  serenità  di  giudizio, evidentemente rimasto favorevolmente colpito dalla  personalità  di  Diaz, “ Questo  generale  un  giorno ( Caporetto  era  lontana  ed  impensabile) potrà servire”, e  così  fu. Sempre  a  proposito  di  visite, il  Re  non  poteva  dimenticare  la  Regia  Marina, per  cui  si  recò  nel  marzo  del  1917  tra  i  marinai  a  Taranto, principale  base  della  nostra  flotta  da  battaglia, ed  a  Brindisi, ed  in  un  momento  di  stasi  del  fronte, il  25  aprile  1918,  visitò  le  bonifiche  ravennati,  effettuate su terreni di proprietà  di una Cooperativa socialista, accolto da sindacalisti  ed  esponenti locali socialisti, che  non  potevano non  prendere  atto  della  sollecitudine del  Re  anche  per  problemi  agricoli, e  che  ne  dettero  ampio  rilievo, con  fotografie  del  Re, nel  loro  giornale  “Romagna  Socialista”.
    Perché  sono  necessarie  tutte  queste  precisazioni? Perché, mentre  nelle  varie  biografie  dedicate  a  Vittorio  Emanuele, da  autori  monarchici, in  primo luogo  Gioacchino  Volpe, che  si  trovava  al  fronte, come  ufficiale, ( vedi  bibliografia n.13, 14 , 15  e  16) e  repubblicani, ( vedi  bibliografia  n. 17,18, 19 , 20  e 21 )  viene  sempre   ricordata  positivamente  la  sua  presenza  ed  azione  al  fronte, dove  si  proponeva  come  la  massima  autorità, che  condivideva  l’esperienza  della  truppa , nell’attuale  pubblicistica, uscita  nel  centenario  della  Grande  Guerra, il  nome  e  l’operato  di  Vittorio  Emanuele  III, sono  sottovalutati, se  non  addirittura  taciuti, compresa  Peschiera, e  così  pure  nelle  numerose  mostre  celebrative  è  difficile  trovare  una  fotografia  od  un  ritratto  del  Re, tanto  da  far  pensare  che  l’Italia, allora, non  fosse  un  Regno, malgrado  le  bandiere  con  lo  scudo  di Savoia e  Corona  Reale, e  che  non  esistesse  un  Capo  dello  Stato!  Questo  nei  migliori  casi, quando  poi, invece, non  vengono  pubblicate  tesi  assurde, se  non  ridicole, quale  quella  che  l’azione  di  comando  di  Cadorna  venisse  elusa  dalla  “casta”  degli  “alti  ufficiali  nobili”, che  si  ritenevano  protetti  e  tutelati  dal  Sovrano, in  quanto nobili , quando  sono  documentati  i  numerosi  avvicendamenti  ed  esoneri, per  non  dire  “siluramenti”  che  Cadorna, che  a  sua  volta  era  conte,  effettuò  anche  negli  alti  gradi, compresi  generali  d’armata, a  cominciare dal  Nava, comandante  la  prima  armata  all’inizio  delle  ostilità. Infatti  a  proposito  dei  comandanti  delle  armate  del   nostro  esercito, che  dalle  iniziali  quattro, divennero  ben  dieci, nel  corso  della  guerra, tranne  logicamente  il  Duca  d’Aosta, che  rimase  sempre  al  comando  della  Terza  Armata,  non  vediamo  grandi  gradi  di  nobiltà, ma  solo  diversi  conti  come   Pecori  Giraldi,  Nicolis  di  Robilant, Frugoni, Tassoni, mentre  altri  quali  Brusati, Nava, Capello ,Giardino, Montuori, Caviglia, Mambretti e Pennella, avevano solo titoli e  benemerenze  militari, e  che, anche  questo  è  importante  ed  interessante, avevano  avuto  i  natali  in  diverse  regioni  italiane, e  non  solo  in  Piemonte !
    Il  Re, dopo  che  l’esercito  sul  Piave, quella  famosa  linea  difensiva  da Lui  stesso  patrocinata  a  Peschiera  difendendo  l’onore  del  soldato  italiano, aveva  respinto  l’ultima  grande  offensiva austroungarica  del  giugno  1918, capiva  che  era  necessaria  una  decisa  azione  offensiva  per  la  quale  Diaz,  stava  preparando  i  piani  con  i  suoi  principali  collaboratori, il  generale  Badoglio  ed  il  colonnello  Cavallero, e  da  qui  venne , ad  un  anno  da  Caporetto, la  battaglia  di  Vittorio  Veneto, nella  quale  l’esercito  austroungarico  si  difese  tenacemente  per  più  giorni , una  vera  battaglia  sanguinosa  con  elevate  perdite  da  ambo  le  parti, che   è  bene  precisare  dato  che  qualcuno   ritiene  non  esserci  stata, che  pose  fine  alla  guerra  con  l’armistizio  di  Villa  Giusti, il  3  novembre, armistizio  che  portò   giorni  dopo,  l’11  novembre, a  quello  che  a  sua  volta  richiese  l’ impero  germanico, e  che  Diaz, il  4  novembre,  annunziò  con  il  famoso  bollettino, che  troviamo esposto  in  bronzo  o  in  marmo  in  tutte  le  caserme  ed  in  numerose  sedi  di  Provincie  e di  Comuni, che  iniziava: “La  guerra contro  l’Austria- Ungheria, che  sotto  l’alta  guida  di  S.M. il  Re …..iniziò  il  24  maggio  1915… è  vinta”, per  terminare, dopo  la  precisazione  delle  forze  in  campo, a  dimostrazione  del  peso  secondario  nella  battaglia  finale  avuto  dalle  divisioni  francesi, inglesi  e  cecoslovacca, con la  scultorea  frase : “i  resti  di  quello  che  fu  uno  dei  più  potenti  esercito  del  mondo, risalgono  in  disordine  e senza  speranza  le  valli  che  avevano  disceso  con  orgogliosa  sicurezza.”
    Ed  il  Re , il  successivo  9  novembre, diramava  ai  Soldati  ed  ai  Marinai  un  ordine  del  giorno, fulgido  coronamento  di  gloria ,  dove  affermava  che: “Il  ciclo  delle  guerre, iniziate  dal  mio  proavo, sempre  contro  lo  stesso  avversario, si  è  chiuso….con  la  vittoria  di  tutti  i  popoli  liberi..”, ed  auspicava  una  pace  fondata  sulla  giustizia, abbattendo  quanto  ancora  esisteva  di  prepotenza  e  di  orgoglio, concludendo  con  la  gratitudine  della  Patria  ai  soldati  e  marinai, ”…perché  per  voi  fu  raggiunta  la  meta”, ed  il  successivo  10  novembre  sbarcava  a  Trieste  accolto  trionfalmente  da  una   sterminata folla  in  delirio  e  non  pensava  che quel  giorno  di  festa  sarebbe  stato, forse,  l’ultimo  della  sua  vita, che  sia  pure  terminata  ventinove  anni  dopo, non  avrebbe  più  visto  intorno  a  Lui  un  simile  entusiasmo  di  popolo , unanime, spontaneo, autentico  e  sincero.

    Domenico  Giglio

    Bibliografia
    1. Maria Josè  di  Savoia – “ Amedeo  VI  e  Amedeo  VII  di  Savoia” – Editore  Mondadori- 1956
    2. Maria Josè  di  Savoia -  “ Emanuele  Filiberto  di  Savoia” . Editore  Rusconi – 1994
    3. Mario  Bondioli  Osio – “ La  giovinezza di  Vittorio  Emanuele  III – Editore  Simonelli – 1998 Indro  Montanelli – “ L’ Italia  di  Giolitti – 1900-1929 “- Editore  Rizzoli – 1974
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    5. Marco  Grandi – “Il  ruolo  e  l’opera  del  Capo  di  Stato  Maggiore  del  Regio  Esercito  -1894-1907”- Editore  Brigati -1999
    6. Letizia  Argentieri – “ Il  Re  borghese “ – Editore  Mondadori – 1996
    7. Giacomo  Perticone – “ L’Italia  Contemporanea -1871-1948 “ – Editore  Mondadori – 1962
    8. Michele  Falzone  del  Barbarò –“Vittorio  Emanuele  III – album  di  guerra  1915-1918” –Editore  Alinari  e  Comune  di  Venezia - 1985
    9. Enrica  Loddolo – “ I  Savoia “ – Editore  PIEMME – 1998
    10. Leonardo  Malatesta- “ Il  piccolo  Re  e  la  grande  guerra. Verità  e  leggende. “ –articolo  dai  diari  inediti  del  Conte  Azzone  degli  Avogadro - n.1  del  gennaio-febbraio  2010 – della  rivista  “ Nuova  storia  contemporanea”  diretta  da  Francesco  Perfetti. –
    11. Vittorio  Solaro  del  Borgo – “ Giornate  di  guerra  del  Re  Soldato “ –Editore  Mondadori – 1931
    12. Aldo  Valori – “ Vittorio  Emanuele  III “- Editore  Bompiani - 1940
    13. Francesco  Cognasso – “ I  Savoia “ – Editore  Corbaccio - 1999
    14. Gioacchino  Volpe – “Vittorio  Emanuele  III- Dalla  nascita  alla  Corona  d’ Albania”- con  introduzione  di  Domenico  Fisichella- Editore  Marco -2000
    15. Domenico  Fisichella – “Dal  Risorgimento   al  fascismo “ – Editore  Carocci – 2012
    16. Domenico  Bartoli -  “Vittorio  Emenuele  III “ – Editore  Mondadori – 1947
    17. Silvio  Bertoldi – “Savoia – Album  di  una  Dinastia – Editore  Rizzoli – 1996
    18. Gianni  Oliva – “ I  Savoia “ – Editore  Mondadori  - 1998
    19. Antonio  Spinosa – “Vittorio  Emanuele  III – L’ astuzia  di  un  Re” – Editore  Mondadori – 1990
    20. Paolo  Rossi – “ Storia  d’Italia  dal  1914  ai  nostri  giorni.” – Editore  Mursia – 1973
    21. Pierangelo  Gentile – “ Vittorio  Emanuele  III “ – Editore  “Il  Sole  24  ore “ -  2014
    22. Articolo  “Il  Re  …a  Parigi”  da  “ La Guerra  Italiana- rassegna  settimanale-“  del  29  dicembre  1918 –N.11 – VIII serie