NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 21 novembre 2021

Capitolo XLI: L’otto settembre 1943, l’Italia divisa.

 di Emilio Del Bel Belluz


 Il 25 luglio 1943 venne arrestato Benito Mussolini, una data che non potrà mai essere dimenticata, specialmente da quelli che lo avevano conosciuto. Carnera apprese la notizia dalla radio, e pensò al momento in cui lo aveva incontrato e alle  parole che Mussolini gli aveva detto quando lo ricevette  a Palazzo Venezia dopo l’incontro vittorioso sostenuto contro Paulino Uzcudm. Lo consolò per i fischi di qualche tifoso, perché  avrebbe voluto che Carnera battesse lo spagnolo per Ko e non ai punti. Mussolini gli disse: “ Primo non devi scoraggiarti se il pubblico pretende di più di quanto dovrebbe. Ma, oltre ad essere duro, il pubblico è anche volubile. Cambia opinione sovente, e non è da escludere che se oggi ti fischiano, domani ti applaudiranno”.  
La gente oggi ti ama e l’indomani non ti conosce più. Capita  che nel momento del bisogno le persone facciano finta di non conoscerti. Passano da una parte all’altra della barricata, come se fosse solo un gioco, che Primo non avrebbe mai fatto. Il giorno dell’arresto di Mussolini ne parlò con Pina, e gli dispiaceva che si fosse arrivati a questo. Nessuno conosceva dove Mussolini era stato portato. Lo tenevano nascosto  temendo che qualcuno volesse liberarlo. Pina non disse nulla, aveva molto da fare con i bambini, Carnera non volle continuare a parlare. Quel giorno se ne andò alla trattoria in cui era solito incontrare gli amici. Qualcuno aveva il giornale e stava leggendo a voce alta quello che era successo, Carnera non commentò l’accaduto con gli amici,  non era di buon umore. Si accorse che all’osteria avevano tolto la foto incorniciata di Mussolini, che stava vicino a quella del Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena, una donna che aveva sempre ammirato per la bontà e per il bene che aveva sempre fatto ai poveri. Tutti conoscevano questo lato del suo operato, ma non tutti la ricordavano con affetto. Una Regina che era venuta da lontano, dal piccolo regno del Montenegro. Quel giorno giocò con gli amici a carte e buttò giù qualche bicchiere di buon vino, per alleviare la tristezza che aveva dentro al cuore. Quel giorno di luglio era caldo, l’afa era opprimente, tutto aveva contribuito a infastidirlo. La sera rientrò tardi, Pina aveva già mangiato e i piccoli stavano dormendo placidamente. 
La casa gli sembrò più vuota, però lui non tolse il quadro incorniciato di Mussolini. Lo aveva conosciuto e non gli pareva giusto dimenticare quello che aveva fatto per l’Italia, almeno ci aveva provato a migliorarla e questo non era poco. Le settimane successive lo preoccuparono, perché alcuni impegni di lavoro furono annullati. Carnera lavorò nel suo giardino, aveva deciso in quei giorni di piantare degli alberi, voleva in questo modo ricordare i suoi figli, e per questo volle mettere a dimora due  cedri del Libano. Umberto e Giovanna Maria vedendoli crescere avrebbero potuto avere un punto di riferimento importante: gli alberi hanno una forza che bisogna imitare, ci dicono che nella vita bisogna lottare contro le avversità I cedri del Libano gli erano sempre piaciuti, come amava le querce, ne aveva piantate alcune in un pezzetto di terra che possedeva vicino alla vecchia chiesa. Quei mesi passarono con molte difficoltà. Dal mondo del cinema non lo avevano più chiamato, anche se continuava a sperare di poter recitare in qualche ruolo. Un produttore lo aveva chiamato, mandandogli anche il copione da studiare, ma poi non se ne era fatto nulla. La delusione fu appianata dalla grande forza che aveva accumulato in quegli anni. Non disperò, perché sapeva che la vita donava delle possibilità anche nei momenti che sembravano più duri. La sera  dell’otto settembre del 1943 avevano dato la notizia alla radio dell’armistizio. 
La voce del generale Badoglio doveva essere stata incisa in un disco, perché ascoltandolo gracchiava e diceva: “ Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo della forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze armate anglo-americane deve cessare da parte delle forze armate italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza ”. La guerra però non era finita, il Re e il suo seguito andarono via da Roma. La vita non sarebbe stata più quella di prima. Il 12 settembre con l’operazione “Quercia”, nome in codice, avvenne  la liberazione di  Mussolini dal Gran Sasso ad opera degli uomini di Hitler e , poi, fu fondata la Repubblica Sociale Italiana.  Carnera non era felice che  la guerra continuasse. Anche a Sequals arrivarono i tedeschi assieme ai cosacchi che occuparono il centro del paese. 
Bussarono anche alla casa di Carnera, i tedeschi e quelli della R.S.I. volevano conoscere il campione, farsi fare un autografo o una foto con lui. Ne avevano sentito parlare, e a molti sarebbe piaciuto che si fosse incontrato sul ring con Max Schmeling,  pure lui era stato campione del mondo dei pesi massimi, e  la Germania lo amava. Durante la guerra si era  arruolato con i paracadutisti.  Carnera  era un uomo molto generoso, non si negava a nessuno, aveva sempre la porta spalancata per tutti quelli che lo volevano vedere. Nella sua grande Villa viveva con la moglie, con i suoi due figli, con la mamma, con la cognata Marianna, moglie di Secondo. Il fratello si trovava internato nell’Isola di Man. Allora non era facile vivere, e bisognava in qualche modo adattarsi. Il rapporto che Carnera tenne con i tedeschi fu cordiale, e per loro fece delle esibizioni di boxe in qualche paese, ricevendo in cambio del cibo che non era mai sufficiente. In quel periodo dovette lavorare per i tedeschi, facendo strade, e soffrendo. Quando il pugile Max Schmeling venne a conoscenza che Carnera non se la passava bene s’i impegnò affinché venisse confortato economicamente e per questo lo volle, oltre che aiutare, anche incontrare. Il mondo del cinema si era trasferito da Roma a Venezia, e il tedesco volle che Primo fosse invitato ad un incontro.  
Carnera allora tornò alla ribalta, lo si vide con il puglie tedesco, sorridente che gli stringeva  la mano, e furono fotografati mentre erano in gondola. Lo scopo era quello di far vedere che ci fosse armonia tra i tedeschi e gli italiani. In quei giorni trascorsi a Venezia sotto i riflettori, Carnera gli sembrava d’essere tornato ai bei tempi. La gente lo salutava, lo applaudiva, gli dimostrava cordialità e tutto questo avveniva durante il periodo della Repubblica di Salò.  Primo era lontano dal ring da anni, ma aveva sempre il suo fisico possente, si teneva in forma con degli allenamenti nella palestra che era adiacente alla Villa ed aveva come insegna la scritte:” Mens sana in corporae sana”. In quel periodo difficile insegnava la boxe a  dei giovani, tra cui qualcuno della R.S.I. e qualche soldato tedesco della Wehrmacht, il tutto per raggranellare qualche soldo. La guerra continuava a mietere vittime e in paese, più di qualche famiglia piangeva i suoi cari caduti. Anche la lotta tra partigiani e tedeschi provocava morte e desolazione. Era difficile anche sfamarsi, e a Primo veniva in mente il periodo dell’infanzia, in cui patì la fame e lo costrinse ad emigrare in Francia. La sua casa era meta di persone che venivano a chiedere dei favori. Sapevano che Primo era una persona che contava e generoso com’era, non era capace di rifiutare un aiuto.  Una notte giunse da lui  una madre in pena, perché il figlio era stato fatto prigioniero dai tedeschi. Questa donna era disperata, non faceva altro che piangere, nei suoi occhi si leggeva  la paura dell’uccisione del figlio. Carnera venne a sapere che lo avevano trasferito a Udine e rinchiuso in carcere assieme al medico del paese e che li avrebbero inviati in Germania. L’intervento di Carnera presso le autorità tedesche fu determinante e il giovane Antonio detto “ Toni Musciu “ fu salvato, e riportato in famiglia. Il giovane della classe 1924 aveva solo 19 anni. 
I tedeschi fecero lavorare Primo nell’organizzazione Todt che si occupava della costruzione di strade. Era un lavoro pesante,  ma lui non si lamentava.  Adesso aveva una famiglia da mantenere. Aiutava anche Pina nell’accudire i figli, lei non poteva farcela da sola, avendo anche le incombenze domestiche. In tempo di guerra erano importanti anche i piccoli aiuti che venivano scambiati tra paesani. Primo ospitava anche dei vagabondi che non avevano un tetto sopra la testa. Carnera aveva simpatia per un vecchio che veniva a trovarlo. L’uomo poteva definirsi uno di quelli che portavano le storie di paese in paese. Il cantastorie aveva spesso raccontato la storia di Primo. L’uomo aveva studiato in passato in un collegio, sapeva disegnare molto bene, e raccolse in un libretto una quindicina di disegni a matita che raffiguravano la vita di Carnera. Tutte le volte che lo ospitava gli faceva dono di un nuovo disegno. Il campione era davvero felice nel vederlo, anche se nella sua vita aveva ammirato cose importanti, conosciuto molte persone, nutriva della simpatia per gli uomini che sapevano raccontare degli aneddoti. L’uomo si guadagnava la vita vendendo anche qualche santino della Madonna. Il cantastorie, nella sua semplicità, sapeva trasmettere una certa serenità di cui Carnera in quei tempi ne aveva bisogno. Fu proprio lui a raccontare a Carnera dell’uccisione da parte dei partigiani del grande pugile Bonaglia che era stato campione italiano ed europeo dei pesi mediomassimi. L’uccisione del boxeur era stata una vera e propria esecuzione. 
Gli spararono a bruciapelo, e l’uomo che era denominato lo spaccapietre aveva incontrato nella sua vita anche Max Schmeling a Berlino, e aveva perso per Ko alla prima ripresa. Quel match era stato seguito molto dagli italiani che speravano , invece, in una sua vittoria. Carnera aveva ascoltato le parole del vecchio, e dentro di sé sapeva che Bonaglia era amato da Mussolini ed era morto perché aveva aderito alla RSI. Quella sera l’uomo raccontò a Primo che aveva deciso di smettere con quella vita.  La povertà gli aveva fatto conoscere tante persone gentili, ma non aveva più voglia di lottare, e voleva ritirarsi da una sua parente che era rimasta sola al mondo e gli aveva chiesto d’andare ad abitare da lei. Aveva una casa grande e comoda, non era ricca ma aveva un pezzetto di terra che lavorava prima con il marito, e ora aveva bisogno di qualcuno. Il vecchio volle donare a Carnera quel libretto con i quindici disegni. Era come se avesse deciso di lasciare una parte del suo cuore ad una persona che gli voleva bene. L’indomani l’uomo partì e non lo vide più. Il quaderno lo volle mettere tra i ricordi  che avrebbe rivisto nell’età avanzata. Nei giorni che seguirono Carnera era pensieroso, il cantastorie gli aveva detto di stare attento perché la ritirata dei tedeschi avrebbe favorito le vendette dei partigiani verso i fascisti e i loro collaborazionisti. Carnera  nella sua vita non aveva mai danneggiato e fatto del male ad alcuno, ma non  si sentiva tranquillo. Temeva per il futuro della sua famiglia di cui rappresentava l’unico sostegno. Passarono alcune settimane e i bombardamenti degli aerei  anglo-americani provocarono delle vittime anche a Sequals e nei paesi limitrofi. Carnera aveva una grande fede nella Divina Provvidenza, gliela avevano insegnata sua madre, e la cara maestra. Non ci potevano essere dei momenti, dove la paura e lo sgomento si impossessavano di tutto. 
Ogni evento  lasciava trasparire una sua opportunità. La sua maestra  gli ripeteva spesso la frase:” Dio vede e Dio provvede” ed aveva scritto alla lavagna la citazione di Virgilio: “Labor omnia vincit improbus” e sotto l’aveva tradotta con calligrafia precisa: “ Con uno sforzo sufficiente si può ottenere  qualsiasi risultato”. Queste parole gli erano venute in mente perché aveva ripreso tra le mani un vecchio quaderno delle elementari, e lo aveva mostrato a Pina. La donna si era appassionata a queste parole piene di speranza, e quel giorno erano servite a scacciare la malinconia.  Carnera un giorno stava potando un albero, quando sentì il rumore di un aereo che stava passando proprio sopra la sua casa. Primo pensò subito di mettere in salvo la moglie e i figli, ma proprio in quel momento l’aereo lasciò cadere  una grossa cassa che non si ruppe. Carnera spaventato pensò che fosse una bomba, che sarebbe esplosa da un momento all’altro, invece, dopo aver allontanato i suoi famigliari, si avvicinò alla cassa, aprendola. Al suo interno trovò ogni ben di  Dio, vi erano delle scatolette di carne, di  tonno, della farina, della birra, e tanti altri cibi che da tempo non era abituato a vedere. Anche i famigliari accorsero, la moglie e la mamma gridarono al miracolo, qualcosa di bello e stupendo era successo. Con un carretto caricò la cassa e la portò a fatica in casa e notò che c’erano del latte in polvere, dello zucchero, e  del caffè, sufficiente per offrirne una tazza calda a tutto il paese. Quando ebbe tolto tutto questo ben di Dio si accorse che sul fondo c’era una lettera. Con emozione lesse il suo contenuto:” Caro Primo finalmente ti ho ritrovato.  
Sono il tuo amico Philph La Barba, abbiamo fatto tanta strada dall’ultima volta in cui ci siamo incontrati in America, dove tu sei riuscito a salire in cima al mondo nella categoria dei pesi massimi. Sono sempre stato un tuo ammiratore e questo tu lo sai bene. Il sangue italiano che ti scorre nelle vene è uguale al mio, anche se io ho scelto di rimanere in America. Allo scoppio della seconda guerra mondiale  mi sono arruolato, anche se ho un occhio solo. Per questo mi hanno dato un grosso incarico, sono addetto al vettovagliamento delle truppe americane. Ti assicuro che ho avuto difficoltà nell’individuare il luogo dove vivi. Dal  mio superiore che ti conosce molto bene, avendo assistito ad alcuni tuoi incontri, ho saputo che eri in difficoltà. Allora non ho pensato un solo istante e gli ho chiesto il permesso di mandarti questo primo pacco di cibo, e ti prometto che ne seguiranno degli altri. Il mio comandante  vuole da te una foto con dedica che gliela consegnerai al suo arrivo. All’interno della cassa vi ho messo delle bottiglie di ottimo liquore, bevile alla nostra salute e alla  nostra amicizia. La boxe non è fatta solo di pugni che si danno, ma anche di cameratismo”. Appena finito di leggere la lettera, Carnera ebbe un momento di commozione, si sentiva felice, perché anche dall’America non lo avevano dimenticato. La moglie quella sera per cena aprì delle scatole di carne e brindarono al loro amico.  L’indomani Carnera volle dividere quella cassa con le persone più bisognose del paese, e per questo si recò dal suo amico parroco per comunicargli l’arrivo del pacco di cibo.  Al curato non disse che in quella cassa avevano messo dei liquori, voleva fargli una sorpresa una volta che fosse venuto a  fargli visita. Nelle settimane successive per altre due volte dal cielo piovve quella mamma di Dio, accompagnata dal solito biglietto, che ancora una volta sorprendeva Carnera. Il cibo ricevuto era ancora più abbondante. 
Nella chiesa del paese più di qualche cero era stato acceso da quelli che avevano potuto godere di quei viveri. Intanto, si temeva l’acuirsi degli scontri nell’ultima fase della guerra.  Una mattina presto i tedeschi si ritirarono da Sequals, uno di loro che era amico di Carnera, essendo stato alcune volte in palestra volle salutarlo, sapeva qualche parola d’italiano, e il buon Primo gli augurò di poter fare ritorno nella sua patria sano e salvo. Il militare tedesco aveva una moglie e due figli che sperava non fossero morti nei tanti bombardamenti che c’erano stati. 


La guerra però non era finita, dopo il ritiro dei tedeschi, molti soldati della RSI li seguirono, verso il confine. Temevano d’essere uccisi dai partigiani e non avrebbero in nessuno modo ceduto le armi. Carnera parlava di queste cose alla moglie, mentre dava da mangiare ai figli. Quello che preoccupava molti italiani erano i partigiani, che avevano dato inizio al tremendo periodo delle vendette.

venerdì 19 novembre 2021

“Maria Josè, l’ultima Regina d’Italia”

Come sempre affidiamo al senso critico dei nostri amici la lettura degli articoli che segnaliamo raccomandando la massima attenzione a distinguere i pettegolezzi dai fatti di storia.




All’OFF/OFF Theatre con Elena Croce. Moglie infelice e ferita, del marito si era innamorata al primo incontro


Nell’ultimo fine settimana di novembre, da giovedì 25 a domenica 28 novembre, l’OFF/OFF Theatre accoglie la storia di una donna controversa, l’ultima Regina d’Italia, la cui vita è essa stessa parte della storia di tutti noi. È Maria José, la sposa dell’ultimo sovrano italiano, Umberto II di Savoia, a capo di una nazione che dopo aver visto i due coniugi come regnanti, vivrà un’epoca totalmente nuova. La donna, il suo ruolo, la sua vita, tutto questo va in scena grazie all’interpretazione di un’intensa Elena Croce, protagonista nei panni di Maria José, nel testo scritto e diretto da Silvano Spada, nell’anno in cui ricorrono i vent’anni dalla sua scomparsa.

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https://www.farodiroma.it/

A Vicoforte Elena von Hessen, nipote di Mafalda di Savoia

 

Elena Von Hessen ritratta nella galleria d'arte del nostro amico Piero Renna

L’Istituto nazionale per la guardia d’onore alle reali tombe del Pantheon ha organizzato per sabato 27 novembre una giornata per la celebrazione di Re Vittorio Emanuele III, nel 152° anniversario della sua nascita e nel centenario della traslazione del Milite Ignoto al Sacello dell’Altare della Patria. Alle cerimonie prenderà parte anche Elena Von Hessen, nipote di Mafalda d’Assia, figlia del re tumulato al Santuario morta nel campo di concentramento di Buchenwald e ora sepolta vicino a Francoforte sul Meno.

 

Fonte: http://www.provinciagranda.it/monregalese/2021/11/17/news/a-vicoforte-elena-von-hessen-nipote-di-mafalda-di-savoia-7156/


giovedì 18 novembre 2021

Natale in Casa Savoia e visita al Castello Reale 2021

Dal 20 Novembre al 9 Gennaio 2022, tutti i sabati e le domeniche (aperture infrasettimanali specificate a calendario)




Un viaggio immersivo indietro nel tempo. La mostra percorso ha nel titolo già tutti gli elementi che la renderanno davvero particolare e imperdibile: il “Natale a Casa Savoia”.

Si avrà la possibilità di conoscere le particolarità introdotte proprio dalla casata reale e gli accessori indossati dalle dame fino ad arrivare all’albero di Natale della Regina Maria Cristina.

Non solo lusso però; nel percorso si tratteranno anche temi più intimi quali la cavalleria, i valori religiosi, le tradizioni militari e principi cavallereschi dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme.

Immancabili i riferimenti alla fede e al tema della Natività con un’esposizione di presepi. 

La storia del Castello di Govone è ricca di nomi importanti ed affascinanti che meritano di essere conosciuti, valorizzati ed approfonditi, ed un ampio e articolato progetto pluriennale intende riproporre in varie forme ed eventi proprio tali personaggi ed i rispettivi secoli.

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Di fronte alla corsa per il Quirinale conviene rivalutare la monarchia

ANTONIO GURRADO  

Pagine su pagine di retroscena e indiscrezioni, ipotesi di bis del presidente uscente, candidati ufficiali e ufficiosi, franchi tiratori, voti e soprattutto veti. La rivincita simbolica dei re di fronte al gran teatro per la carica più alta della Repubblica



In Italia quando dici che sei monarchico ti guardano tutti strano, nonostante che siano monarchie varie nazioni dalla storia grande almeno quanto la nostra, come Gran Bretagna e Spagna, ma anche l’Olanda, il Belgio, la modernissima Svezia, l’avveniristico Giappone; nonostante che in Europa i primi decisivi passi verso la democrazia siano stati mossi grazie all’evoluzione plurisecolare della monarchia; e nonostante che al mondo i principali Stati dittatoriali, paradittatoriali o illiberali, tipo la Cina, l’Iran, la Turchia, la Russia, l’Ungheria, per tacer dell’Africa, siano tutti repubbliche.

 

Credo sia perché da noi desta sospetto il sistema dell’ereditarietà del titolo di Capo dello Stato e garante della Costituzione, a fronte di un cristallino sistema di selezione che prevede mesi di retroscena, articolate esegesi di mezze frasi, proposta di rinnovo automatico del titolare, esclusione del rinnovo automatico da parte dell’interessato, candidati prematuri presentati apposta per essere bruciati, ipotesi alternative patafisiche, qualche donna da tirare in ballo per far vedere che si è moderni, escursioni nel semipresidenzialismo di fatto, richiami alla lettera della Carta, nessun pretendente ufficiale, tutti pretendenti sottobanco, franchi tiratori a iosa, voti a Giancarlo Magalli, plauso unanime dell’emiciclo al carro del vincitore, polemiche sotterranee sull’imparzialità dell’eletto, e così via. In Italia quando dici che sei monarchico ti guardano tutti strano, tranne una volta ogni sette anni.


https://www.ilfoglio.it/bandiera-bianca/2021/11/12/news/di-fronte-alla-corsa-per-il-quirinale-conviene-rivalutare-la-monarchia-3361120/

Mio padre ha visto…




Pacchi su pacchi di schede. “Così grossi – raccontava mio padre – che ci si potevano infilare le braccia”. Tutte schede già votate e tutte con la croce sullo stesso segno: a sinistra, sull’Italia turrita, che simboleggiava la Repubblica, contro la Monarchia rappresentata dallo scudo dei Savoia. Il giovane Brigadiere Beltotto vide quelle schede, negli scantinati del Ministero degli Interni. Era la notte del 4 giugno 1946 e i risultati del referendum non erano stati ancora annunciati, ma la voce, nei palazzi romani, già girava: vittoria alla Repubblica! Umberto II si preparava all’esilio di Cascais.
Di ombre su quel risultato si è sempre parlato. Ma ora, a settant’anni di distanza, arriva il ricordo di un testimone oculare dei brogli. Tommaso Beltotto allora aveva venticinque anni e già alle spalle una vita intensa. Controfirmò la relazione del Duca Giovanni Riario Sforza, Comandante in Capo dei Corazzieri Reali, con la descrizione minuziosa di quei sacchi nelle cantine del Viminale. E proseguì la sua vita da carabiniere. Sono passati settant’anni e Beltotto è morto nel 2001. Di quei sacchi non ha più parlato, se non in famiglia. E’ suo figlio Gianpiero a raccontare l’immagine, quasi fotografica, del referendum truccato, così come riferita dal padre. A cosa dovessero servire quei sacchi di schede truccate, il giovane Brigadiere non lo sapeva e non lo sappiamo noi oggi. Erano già state conteggiate come vere o dovevano servire, in caso di bisogno, per ribaltare un risultato sgradito? Di sicuro, erano la prova concreta di un referendum fasullo. Beltotto si era scandalizzato, a quella vista? Era un uomo concreto, realista, a detta del figlio. Quando in televisione o sui giornali qualcuno ipotizzava brogli nel referendum del 1946, sorrideva con ghigno ironico. “C’è poco da ipotizzare, i brogli li ho visti con i miei occhi”, diceva.
Il brigadiere Tommaso Beltotto non era lì per caso, la notte del 4 giugno. Nel settembre del 1943, quando comandava la Stazione dei Carabinieri di Monterotondo, aveva avuto l’ordine di arrendersi ai tedeschi e consegnare le armi. Se ne era ben guardato e si era unito alla Resistenza con i suoi fucili e i suoi militi. Fungeva da anello di collegamento tra le truppe partigiane di montagna e i reparti che operavano a Roma. Fu testimone dei vani tentativi del CLN di bloccare l’attentato di via Rasella. “Insomma – dice suo figlio – aveva la fama di persona equilibrata e devota. Sono convinto che il maggiore Riario Sforza quei sacchi di schede truccate li avesse già visti prima e che avesse bisogno di un testimone affidabile”. Qualcuno, cioè, che non andasse a raccontare al bar l’incredibile scoperta, ma che fosse pronto, nel momento del bisogno, ad attestarne la verità.
Così, quando il Duca Sforza (che pochi giorni dopo verrà ritratto nel salutare per l’ultima volta Umberto II che lascia il Quirinale), dovette scegliere qualcuno che controfirmasse il suo rapporto, la scelta cadde inevitabilmente su Beltotto, che non era suo subalterno, ma che aveva avuto modo di conoscere in quei frangenti delicati e complessi.




 http://www.weeklymagazine.it/2017/10/29/mio-padre-ha-visto/

giovedì 11 novembre 2021

Perché resta attuale il “De Monarchia” di Dante

Il testo dantesco rivela, soprattutto a chi lo esamini alla luce dei principi senza tempo della Tradizione, la sua valenza metapolitica e, dunque, mondato dalle contingenze storiche che ne accompagnarono la nascita, mostra la sua sostanziale attualità in un momento di crisi profonda nel quale il nostro futuro appare incerto e velato da ombre minacciose

di Roberto Russano  

 

Dante politico

Tra le opere composte da Dante Alighieri la Monarchia, o De Monarchia come viene tralatiziamente indicata, costituisce un trattato politico in tre libri risalente agli ultimi anni di vita del genio fiorentino con il quale egli intervenne per sostenere l’origine divina e diretta del potere imperiale contro le pretese papali che riconoscevano all’imperatore una semplice potestas indirecta in temporalibus. Papa Bonifacio VIII appena qualche anno prima della stesura dell’opera dantesca aveva ribadito la tesi pontificia con la bolla Unam Sanctam mentre Dante, da buon ghibellino, aveva sposato, con alcuni temperamenti formali, la “teoria dei due soli”, formulata sul finire del V secolo d.C dal Pontefice Gelasio I in una lettera all’imperatore d’Oriente Anastasio e l’aveva difesa, con dovizia di argomenti ricavati in massima parte dall’ autorità delle Sacre Scritture , nel terzo libro del suo trattato giungendo alla conclusione che “ la facoltà di conferire il potere nella sfera temporale è contraria alla natura della Chiesa”(III,XIV,9).

 

Impero e Chiesa Cattolica

Una lettura superficiale del testo dantesco può trasmettere al lettore l’impressione di trovarsi in presenza di un lavoro inevitabilmente datato, destinato agli specialisti del pensiero politico medievale alla stregua della cospicua messe di scritti che nel corso del medioevo sostennero, nella lunga disputa per la supremazia che coinvolse il papato e l’impero, le ragioni dell’una o dell’altra istituzione o, al massimo dinanzi ad un testo certamente fondamentale per ricostruire il pensiero politico dantesco ma, in sostanza, privo di attualità.

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https://www.barbadillo.it/

11 Novembre

 


Figure del Risorgimento italiano


Il secolo XIX è l’epoca delle macchine e quindi l’epoca della borghesia, inizia e si sviluppa l’industria, in Inghilterra specialmente, successivamente in Francia, in Germania, il capitalismo è l’espressione di questa economia del lavoro operaio, dell’investimento di capitali, delle macchine, dell’industria che sostituisce l’artigianato, e nascono, appunto, nuove classi sociali, la classe operaia e la borghesia, quest’ultima possiede gli strumenti per produrre, le macchine, la terra, i capitali, il proletariato possiede esclusivamente il lavoro e non ha mezzi di produzione in suo possesso. In Italia, che ancora non esiste come Italia ma nelle sue divisioni più o meno regionali, esistono punte di capitalismo specialmente nel Nord ma anche nel Sud, qualcosa esisteva. La nascente borghesia si rende conto di non avere voce, rappresentanza, il potere essendo legato alle monarchie e all’aristocrazia, da ciò la ribellione, anzi la rivoluzione, cambiare sistema, evidentemente l’aristocrazia, l’alto clero, le monarchie si opponevano a concedere rappresentanza alla borghesia e a darle facoltà legislativa, meno ancora la concedevano al proletariato.
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lunedì 8 novembre 2021

Il Milite ignorato: storia o fiabe?


Un Centenario in tono dimesso

I Centenari ricorrono una volta al secolo. Ogni giorno se ne contano a bizzeffe, secondo popoli, paesi e “sensibilità” collettive e/o personali. I più scorrono via nell'indifferenza generale. Alcuni invece hanno un significato particolare perché  l'evento memorando è (o dovrebbe essere) nella coscienza generale. Ne abbiamo avuto esempio nel marzo 2011, quando venne ricordato il 150° del regno d'Italia, sia pure rievocato sotto l'etichetta impropria di “unità nazionale” (nel 1861 mancavano Venezia, Roma, Trento, Trieste...). Tutto lasciava credere che sulla scia del centenario dell'intervento nella Grande Guerra e della Vittoria del 4 novembre 1918 quello della Tumulazione del Milite Ignoto sarebbe stato ricordato degnamente. L'attesa, va detto con franchezza, è andata pesantemente delusa. Senza voler spargere sale sulle ferite, i due “manifesti” approntati con egida dei massimi livelli (inclusa la Presidenza del Consiglio dei ministri, ovvero l'ignaro Mario Draghi) sono risultati grossolanamente sbagliati: errori marchiani, imbarazzanti e inescusabili. Arrampicandosi sui vetri, l'apposita “struttura” ha addotto attenuanti risibili: i tanti impegni (un Centenario si improvvisa all'ultimo minuto...?) e addirittura la difficoltà di accedere a chissà quale “fonte” per sapere come era  fatto l'elmetto del fante italiano.

Fu così che nel “manifesto” del Ministero della Difesa (a quanto pare non affisso: le copie in circolazione diventeranno una sorta di “Gronchi-rosa”) è stato “stampato” un soldato con elmetto francese, anacronistiche stellette sul bavero e un tricolore stropicciato fra le mani, naturalmente senza ombra di scudo sabaudo. Fa il paio con il manifesto precedente, sul quale, anziché un Milite italiano, era raffigurato un soldato americano sullo sfondo di una carta geografica dell’America Latina...

Lo Stato non ha diritto di declassare la Storia a mera fiaba a fumetti. Men che meno nel ricordo del Milite Ignoto, simbolo del sacrificio della Nazione per il coronamento del Risorgimento.

Non bastasse la RAI la sera del IV novembre in “La scelta di Maria” ha narrato il Milite Ignoto focalizzando tre “personaggi”: Maria Maddalena Bergamas, deputata a scegliere la salma da tumulare all'Altare della Patria fra le undici raccolte nella Basilica di Aquileia; uno degli ufficiali incaricati della ricognizione delle sepolture e il ministro della Guerra all'epoca in carica, Luigi Gasparotto.

A parte gli spezzoni tratti da riprese d'epoca (gli unici meritevoli di essere visti), il filmato risulta del tutto privo di valore “didattico”. Il suo filo conduttore è la guerra dell'Italia contro “gli austriaci”, anziché, come in effetti fu, contro gli Imperi Centrali (austro-ungarico e germanico), quello turco-ottomano e il regno dei Bulgari: cioè un conflitto europeo prima ancora che l'Italia vi intervenisse, sbagliando la tempistica, senza adeguata preparazione e con retropensieri (l'arcaico “sacro egoismo”: moneta vecchia in un mondo nuovo) che suscitarono l'irritata diffidenza dei suoi nuovi alleati, in specie Gran Bretagna e Francia.

 

Gli errori del governo prima e dopo la Vittoria

Lo sceneggiato ha enfatizzato il ruolo del ministro Luigi Gasparotto quale artefice e regista della Cerimonia. Gli ha attribuito meriti che non sono affatto suoi e non ne ha ricordato il profilo politico autentico. Insomma, non ha fatto in alcun modo “storia”. Per quanto superfluo e ripetitivo, i primi a celebrare il loro Milite Ignoto furono gli inglesi e i francesi, che dalla Grande Guerra uscirono “più vincitori” non perché fossero prevalsi sul campo di battaglia ma perché seppero prevalere al tavolo della pace.

L'Italia fu la prima potenza in lotta a sconfiggere gli avversari sul fronte bellico, con la battaglia di Vittorio Veneto, che costrinse Vienna ad arrendersi alle condizioni chieste dal Comandante Supremo Armando Diaz: il diritto degli italiani ad attraversare in armi il territorio nemico per colpire la Germania da sud. Quella dell'Italia fu una “vittoria strategica”, come era stata immaginata da Luigi Cadorna sin dalla preparazione dell'ingresso in guerra: irrompere dell'Austria-Ungheria per far esplodere l'insurrezione dei “popoli oppressi” che da metà Ottocento guardavano al modello italiano di Stato nazionale. Sennonché, dopo l'arretramento del fronte dall'Isonzo al Piave tra il 24 ottobre e il 9 novembre 1917, il nuovo governo presieduto da Vittorio Emanuele Orlando, consentì che i vertici militari (Cadorna, il suo vice, Porro, il comandante della II^ Armata, Luigi Capello...) venissero sottoposti a una “Inchiesta” che si risolse in pesante accusa di incapacità, soprattutto nell'interpretazione di molti quotidiani.

Al Congresso di Versailles la delegazione italiana (Orlando, il ministro degli Esteri Sidney Sonnino e i loro pochi e non sempre adeguati consiglieri) si condussero secondo criteri prebellici, tanto da essere sfiduciati alla Camera ancor prima della firma del Trattato tra i vincitori e la Germania, il 28 giugno 1919, quinto anniversario dell'assassinio di Francesco Ferdinando d'Asburgo e della consorte a Sarajevo: quasi una firma in calce all'attentato.

Nei mesi seguenti la polemica imperversò e lacerò il Paese, specie quando, in risposta al Trattato di pace con l'Austria (detto di Saint-Germain) risultò che l'Italia non aveva ottenuto Fiume, da mesi indicata quale annessione indispensabile per non rendere mutilata la vittoria. Sotto la guida del poeta- guerriero Gabriele d'Annunziò, debitamente istruito da logge e da cospiratori in divisa, reparti militari e volontari di vario orientamento (parecchi repubblicani fanatici) decisero di andare a prendere quello che era stato negato. La “questione di Fiume” divenne “italiana” perché si riverberò sull’instabilità del governo presieduto da Francesco Saverio Nitti, più volte in crisi per l'opposizione di socialisti (parte dei quali filosovietici) e del neonato partito popolare italiano, capitanato da don Luigi Sturzo.

 

I socialisti contro l'ordine costituito e la riscossa della monarchia 

L'acme della crisi politica si registrò il 1° dicembre 1919 quando i 156 deputati socialisti uscirono dall'Aula di Montecitorio cantando l'Internazionale proprio mentre Vittorio Emanuele III stava iniziando a pronunciare il Discorso della Corona per l'apertura della XXV legislatura. Da sociale ed economica la crisi stava precipitando in istituzionale. Nitti, che il 20 ottobre 1919 aveva proclamato festivo il 4 novembre rinviando però ogni festeggiamento in vista delle elezioni politiche del 16 novembre, dopo ripetuti rimpasti e il varo di un secondo governo (che durò poche settimane) cedette il campo al vero artefice della ricostruzione dell'Italia, il settantottenne Giolitti, monarchico e liberale senza se e senza ma, che operò di concerto con il re.

Mentre il colonnello Giulio Douhet (citato con elogio nel filmato RAI) mirava a contrapporre il Milite Ignoto alle gerarchie militari, alimentando una lacerazione che andava invece guarita, il governo puntò a restituire alle Forze Armate il prestigio conquistato sul campo. La prima grande “prova generale” avvenne il 4 novembre 1920, con la Festa delle Bandiere militari all'Altare della Patria. Per comprenderne l'importanza va ricordato che nel settembre precedente le regioni industrializzate (Piemonte, Liguria, Lombardia, qualche lembo della Toscana...) erano state teatro della “occupazione delle fabbriche” voluta dall'ala estrema del partito socialista italiano, capitanata dall'“Ordine Nuovo” di Antonio Gramsci, Angelo Tasca, Palmiro Togliatti “e simili...”, convinti che potesse scaturirne la rivoluzione politica sull'esempio di quanto era avvenuto in Russia nell'ottobre 1917 incluso lo sterminio della Casa Reale.

Come previsto da Giolitti, l'“occupazione” si esaurì. Pochi giorni dopo la Festa delle Bandiere la coalizione governativa registrò due successi di rilievo: la vittoria di blocchi nazionali alle elezioni dei consigli comunali e provinciali (che non si rinnovavano dal 1914) e il Trattato italo-jugoslavo di Rapallo che il 12 novembre restituì a Fiume lo stato di corpus separatum, favorevole al prevalere dell'influenza dell'Italia senza bisogno del ricorso alle armi. Quando fece sgomberare d'Annunzio da Fiume (dicembre 1920), il governo ebbe il consenso della generalità del Paese, avviato alla “normalità”.

Da quel momento anche in Italia venne accelerata la celebrazione del Milite Ignoto, non per contrapposizione tra soldati e gerarchie ma per la loro unione.

Dopo le elezioni politiche del 15 maggio 1921 e l'inaugurazione della XXVI legislatura (11 giugno) in un clima di ritrovata coesione civile e di disciplina (parola d'ordine del re e del presidente del Consiglio), il 20 giugno venne presentato il disegno di legge “per la sepoltura di un soldato ignoto” in Roma, senza indicazione della sede scelta per la tumulazione. La celebrazione, affermò il ministro della Guerra Giulio Rodinò di Miglione, deputato del partito popolare italiano, rispondeva “alla coscienza che un popolo civile, uscito vittorioso dalla guerra”, aveva maturato “non solo della forza acquistata ma anche dei propri doveri verso quanti nella guerra trovarono morte gloriosa”.

Dinnanzi al dissenso del gruppo parlamentare dei Democratici sociali, capitanati dal teosofo duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, Giolitti rassegnò le dimissioni. Ministro della Guerra del nuovo governo, presieduto da Ivanoe Bonomi, già socialista, poi socialista riformista e infine “democratico”, la più vaga delle etichette, fu nominato Luigi Gasparotto (Sacile, Udine, 3 maggio 1873 - Cantello, Varese, 29 giugno 1954).

 

Luigi Gasparotto: un “garibaldino” in cerca...

Quale fu il suo percorso politico? I videospettatori non ne hanno potuto capire nulla da “La scelta di Maria”. È quindi opportuno ricordarlo, poiché esso costituisce paradigma del marasma che dominò la vita pubblica italiana prima, durante e dopo la Grande Guerra. Figlio di un garibaldino fervente, seguace dell'Eroe nel 1866 e nella campagna del 1867 chiusa con lo sbandamento a Mentana sotto la fucileria francese, laureato in giurisprudenza a Padova, avvocato a Milano dal 1897, iscritto alla Società democratica lombarda, folta di massoni (ma non è affatto documentata la sua affiliazione: l'unico Gasparotto in loggia fu un Giuseppe, avvocato, iniziato il 1° dicembre 1892 alla “Arnaldo da Brescia”), a studi giuridici e ad articoli per la “Critica sociale” di Filippo Turati e Claudio Treves a sostegno del pubblico impiego (da lui definito “proletariato del pensiero”), Gasparotto unì militanza politica e ambizioni parlamentari.  

   Sconfitto nel 1909, fu eletto nel 1913 nel collegio Milano IV ove con 2214 voti prevalse sul cattolico moderato Carlo Ottavio Cornaggia per 134 preferenze su 6258 votanti e oltre 12.000 aventi diritto. Ottenne i il 20% dei voti potenziali. Avversario dell'“impresa di Libia” (per ostilità verso Giolitti più che per cognizione di causa), poi fautore dell'intervento nella Grande Guerra a fianco dell'Intesa anglo-franco-russa, il 27 maggio 1915 si arruolò volontario rinunciando all'esenzione riservata ai deputati e si condusse con valore meritando due medaglie d'argento, una di bronzo e due croci di guerra, cui si aggiunse la francese Legion d'Onore.

Da un Fascio all'altro

Dopo Caporetto fu tra i fondatori del “Fascio parlamentare di difesa nazionale” (10 dicembre 1917), che accomunò interventisti democratici (ignari dei vincoli sottoscritti dal governo) e nazionalisti ed ebbe il sostegno del “Popolo d'Italia” dell'ex socialmassimalista Benito Mussolini. “Fascio”, va ricordato, era un termine largamente usato dalla Sinistra radicale e repubblicana.  Tra i fondatori dell'Associazione nazionale combattenti, nel dopoguerra Gasparotto avversò i governi Nitti e Giolitti. In vista delle elezioni del 1919 propugnò il conferimento del diritto di voto attivo e passivo alle donne. Il disegno di legge, approvato dalla Camera il 5 settembre 1919, decadde per lo scioglimento della legislatura. Candidato nella lista degli ex combattenti e eletto a Milano e nella circoscrizione Udine-Belluno, optò per il secondo. Tra i componenti del gruppo parlamentare Rinnovamento nazionale, nelle elezioni politiche del 1921 fu candidato nelle circoscrizioni di Milano-Pavia e Udine-Belluno nelle file del Blocco nazionale comprendente liberali, democratici, ex combattenti e fascisti. Vicepresidente della Camera (13 giugno 1921), fu voluto da Bonomi al dicastero della Guerra (4 luglio 1921-26 febbraio 1922). La sua opera di ministro è sapidamente ripercorsa da Angelo Gatti. Gasparotto propugnò la “nazione armata”: riduzione della “ferma” a 12 mesi per formare un esercito bilanciato di 20 divisioni, sorrette da centri di mobilitazione permanente, pronti a mobilitarne altre 20 divisioni in caso di guerra. Dall'infanzia entrambi i sessi dovevano essere formati con esercizi pre-militari, da affiancare all'insegnamento scolastico orientato al culto della tradizione mazziniano-garibaldina. In concreto puntava alla militarizzazione permanente dei cittadini, poi propugnata dal regime, sino alla retorica mitizzazione degli “otto milioni di baionette”.

Come scrive il suo biografo Lucio D'Angelo, Gasparotto mostrò notevole indulgenza verso il fascismo, come la maggior parte dei demosociali e dei liberali. Il movimento era considerato utile per ripristinare l'ordine dopo il biennio rosso e il perdurante dilagare della scioperomania. D'intesa con Cesare Maria De Vecchi, futuro quadrumviro, e il nazionalista Luigi Federzoni, tra il settembre e l'ottobre 1921 Gasparotto condusse in porto la complessa ricerca del Milite Ignoto e la sua tumulazione al Sacello della Dea Roma sulla terrazza dell'Altare della Patria: una Cerimonia il cui “Sommo Sacerdote” non furono né lui né Bonomi ma il Re, Vittorio Emanuele III, pressoché ignorato dalla “Scelta di Maria” otre che dalle rievocazioni “ufficiali” del Centenario.

Il 17 dicembre 1922 Gasparotto votò a favore del presidente del Consiglio Benito Mussolini, fidente nel “suo cuore di soldato e di cittadino”. Del nuovo governo faceva parte il demosociale Colonna di Cesarò, ministro di Poste e Telegrafi. Già propugnatore dell'alleanza di liberali, nazionalisti, fascisti e demosociali nel rinnovo del consiglio comunale di Milano (dicembre 1922), alle elezioni del 6 aprile 1924 si presentò nelle file della Lista Nazionale comprendente nazionalfascisti e tanti “ex” liberali, come Orlando ed Enrico De Nicola, popolari, democratici... Eletto vicepresidente della Camera, Gasparotto rimase in Aula anche dopo l'”affare Matteotti”, come la pattuglia dei “liberali doc” (Giolitti, Marcello Soleri ed Egidio Fazio) e i Comunisti d'Italia.

Dopo lo scioglimento della Camera (1928) si appartò dalla vita politica. Sulla scia di Garibaldi, scrisse romanzi storici quasi subito obliati. Vi si riaffacciò nel 1942. Nominato commissario dell'Associazione nazionale ex combattenti da Pietro Badoglio (11 agosto 1943), riparò in Svizzera per sottrarsi al prevedibile arresto. Chiamato in Italia (come Luigi Einaudi e altri) su indicazione di Bonomi, presidente del consiglio in successione a Badoglio, Gasparotto fu ministro dell'Aeronautica e successivamente dell'Assistenza postbellica nel governo De Gasperi. Aderì all'evanescente Democrazia del Lavoro (come Bonomi e Meuccio Ruini). Candidato all'Assemblea Costituente per l'Unione democratica nazionale (comprendente anche monarchici) ebbe un esito modesto ma risultò eletto nel collegio unico nazionale.

Da laicista coerente, alla Costituente avversò l'inserimento dei Patti Lateranensi nella Carta e propose la sostituzione del servizio militare obbligatorio con un esercito di volontari. Senatore di diritto nella I^ legislatura repubblicana, declinò l'offerta della presidenza della Camera Alta propostagli dalla maggioranza governativa (democristiani, socialdemocratici, repubblicani e liberali) in vista della discussione della riforma elettorale che previde il “premio” in seggi alla coalizione che ottenesse il 50% dei voti più uno. Dai socialcomunisti e da brandelli di “laici” essa fu demonizzata come “legge truffa”. Avrebbe garantito quella stabilità di cui l'Italia aveva bisogno anche dopo la sua adesione all'Alleanza Atlantica e alla Nato, di cui egli era stato fautore.

La tormentata vita politico-partitica-parlamentare della prima metà del Novecento ebbe dunque in Luigi Gasparotto un esponente di seconda fila ma interessante, sia per la sua opera di deputato e di ministro, sia per far comprendere perché non rese corpo un partito “di centro” (liberale, democratico, riformatore) capace di ammodernare l'Italia. I “costituzionali” si frantumarono in tanti gruppi parlamentari, clan regionali, clientele di capifila contrapposti da animosità inestinguibili (Giolitti, Nitti, Orlando...) e a volte inetti (Facta). Il torto peggiore di quei “centristi” fu la loro incapacità di accettare lealmente l'istituto monarchico, a tutto vantaggio degli avversari del Risorgimento: clericali e socialcomunisti.  

Il figlio di Gasparotto, Poldo, comandante delle formazioni partigiane di “Giustizia e Libertà” in Lombardia, venne assassinato nel campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi: una pagina tragica. L'itinerario politico di Luigi Gasparotto i Luigi aiuta a comprendere l'ingovernabilità che anche oggi  affligge l'Italia, sempre in cerca di stabilità istituzionale e bisognosa non di “manifesti” erratici né di fiction televisive ma di verità storica.

Aldo A. Mola

venerdì 5 novembre 2021

E' scomparso il Professor Semerano


Lo Staff di Monarchici in Rete 
e del sito Dedicato a Re Umberto 
si uniscono al cordoglio per la scomparsa del Professor

Giovanni Semerano, 

già Segretario Generale dell'Unione Monarchica Italiana, membro della Consulta dei Senatori del Regno, 
presidente onorario dell'Unione Monarchica Italiana, collaboratore del Re e del suo ministro Falcone Lucifero.


giovedì 4 novembre 2021

100° anniversario della traslazione della salma del Milite Ignoto

 


di Emilio Del Bel Belluz

Quel giorno di cent’anni fa, davanti all’altare della basilica di Aquileia, erano allineate undici bare, ricoperte con la bandiera Sabauda, e Maria Bergamas avanzava con andatura incerta fino ad accasciarsi ansimante davanti alla penultima bara, riconosciuta come quella contenente le spoglie di suo figlio caduto durante la Grande Guerra. Fu una scena straziante: una mamma che rappresentava le tante madri che non avevano la possibilità d’avere davanti a sé la salma del proprio figlio caduto. Era la madre, il cui figlio indossò la divisa dell’imperatore Francesco Giuseppe e poi disertò, per andare a combattere per la bandiera del Re d’Italia, Vittorio Emanuele III. Questo valoroso soldato morì bagnando con il proprio sangue una terra che sarebbe stata sacra per sempre. Divenne la mamma di tutti quei caduti per la Patria, che spesso non sono ricordati come si dovrebbe. La mamma del Milite Ignoto riposa accanto alle restanti dieci bare sepolte nel cimitero di Aquileia e mi auguro che vengano onorate e ricordate con la deposizione di mazzi di fiori.  La casa dove la donna visse con la famiglia e da dove il figlio partì per la guerra esiste ancora e si trova nel paese di Gradisca d’Isonzo, in provincia di Gorizia. Sulla facciata dell’abitazione è stata posta una lapide che la ricorda.  Una volta la bandiera Sabauda orgogliosamente veniva posta sulle bare dei soldati che si immolavano per la patria. Al mio paese Motta di Livenza, nel trevigiano, non c’è una lapide che riporti i nomi dei 236 soldati che caddero da eroi durante la Grande Guerra.  Alcuni di loro riposano in qualche cimitero militare, qualcuno non ha una tomba, ma quella salma del Milite Ignoto che sta a Roma, potrebbe essere quella di un soldato partito da Motta di Livenza, il paese che lo ha dimenticato.   Mi consola pensare a quella iscrizione sulla tomba di un soldato romano caduto lontano dalla patria. “Qui giace un soldato romano: fermati viandante, e inchinati reverente: dove giace un soldato Romano è Roma”. Ogni preghiera che si dirà nei prossimi giorni, raggiungerà la tomba di tutti i soldati morti in battaglia, sotto le bandiere del re Vittorio Emanuele III. Per ricordare il Milite Ignoto, Pietro Domenichelli scrisse queste parole, che mi hanno sempre commosso e che propongo.

 

 “Il ritorno del Milite Ignoto. Quando nel 1921, dopo la Grande Guerra sanguinosa e vittoriosa, il Milite Ignoto passava per le terre d’Italia, i contadini lasciavano le opere, per assistere al Suo passaggio. I contadini andavano pii e silenziosi come ad una mesta funzione della loro pieve. E mentre essi procedevano, suonavano le campane della pieve, suonando a morto. Ma la tristezza era dolce per i cuori, perché il milite che si era perduto, si era ritrovato; perché dopo essere stato tanto lontano, or ritornava e ritornava per tutti. E passava per tutte le terre d’Italia. Ed era vivo perché era nel cuore di tutti. Ed era vivo perché era la gloria della Patria.  I contadini camminavano dunque pii e silenziosi come ad una mesta funzione della loro pieve: i fanciulli innanzi, poi le donne vestite di nero, e in coda gli uomini insieme con i vecchi.  I fanciulli recavano mazzi di fiori, e fra gli uomini c’erano coloro che avevano combattuto ed ora che andavano incontro al loro fratello, avevano il volto innocente come quello dei fanciulli. Appena furono in fondo ai campi, sul margine della strada ferrata, lungo la quale sarebbe passato il Milite Ignoto, nel lento convoglio, tutti si inginocchiarono nell’attesa. E quanto tempo rimasero lì, in ginocchio, sui solchi scuri della terra lavorata e seminata? Arrivò nell’ora dell’Ave il convoglio con il Milite Ignoto e quella pia gente era sempre lì in ginocchio. I fanciulli gettarono al passaggio i loro mazzi di fiori. Le donne vestite di nero, e i vecchi piansero. Piansero dolci lacrime. Gli uomini alzarono la mano destra in segno di saluto, e quelli che avevano combattuto, lo chiamavano fratello, il Milite che passava, e gli gettarono il cuore”. 

lunedì 25 ottobre 2021

La parabola dell'“Impero” L'ONU e le colonie italiane


di Aldo A. Mola

 

Un impero di soli cinque anni

Nascita e crollo dell'Impero coloniale italiano sono sintetizzati in tre date. Il 5 maggio 1936 le truppe comandate da Pietro Badoglio entrarono in Addis Abeba, capitale dell'Etiopia. Tre giorni prima l'imperatore Hailè Selassiè (1892-1975, cristiano copto), l'aveva lasciata. Sotto tutela inglese, non accettò la sconfitta e costituì un governo in esilio. Il 9 maggio Benito Mussolini annunciò l'istituzione dell'Impero, in capo a Vittorio Emanuele III Re d'Italia. Il 5 maggio 1941 Hailè Selassiè rientrò in Addis Abeba, con l'appoggio dei britannici. Pochi giorni dopo, prima, il 17 maggio, questi ottennero  la resa (con gli onori delle armi) degli italiani da un mese asserragliati sull'Amba Alagi agli ordini del viceré d'Etiopia, Amedeo di Savoia, III Duca di Aosta, deportato in un campo di concentramento in Kenia, ove morì. Una “parabola”, la sua, ripercorsa da Dino Ramella in “Il Duca d'Aosta e gli Italiani in Africa Orientale” (ed. Daniela Piazza).

Il cammino dell'Italia sulla via dell'Impero fu segmentato. L'11-14 aprile 1935 si svolse a Stresa, sul Lago Maggiore, la conferenza diplomatica anglo-franco-italiana. Occorreva arginare l'aggressività della Germania. Hitler, forte dei pieni poteri dopo la morte di Hindenburg (2 agosto 1934), era deciso a realizzare la “grande Germania”: annessione dell'Austria e avocazione dei germanofoni assegnati dai Trattati di pace (Versailles e Saint-Germain, 28 giugno e 10 settembre 1919) a Stati sorti dalla dissoluzione degli imperi germanico e austro-ungarico. Per la Francia il revanscismo tedesco faceva intravvedere la rivendicazione dell'Alsazia e della Lorena e altro ancora: una guerra secolare.

 

Un percorso sinuoso

Dopo reciproci atti ostili e tentativi di mediazione da parte della Società delle Nazioni (SdN, con sede a Ginevra), il 3 ottobre 1935 il governo di Roma dichiarò guerra all'imperatore d'Etiopia, “cugino del re” da quando Vittorio Emanuele III gli aveva conferito il Collare dell'Annunziata. Poiché l'Etiopia, uno dei rari Stati africani indipendenti, era membro della Società, ne ottenne la solidarietà. Il 10 ottobre la SdN deliberò sanzioni economiche contro l'Italia a decorrere dal 18 novembre. In previsione il governo di Roma aveva attivato linee di rifornimento delle materie prime indispensabili per la produzione industriale e per l'approvvigionamento alimentare, ancora lontano dall'autosufficienza malgrado dieci di anni di “battaglia del grano”.

L'“assedio delle Nazioni”, come le sanzioni furono dette, fornì a Mussolini il destro per una gigantesca campagna d'opinione a sostegno del regime, identificato con lo Stato. La raccolta dell'“oro alla patria”, ottenne adesione universale, dalla regina Elena ad antifascisti come Benedetto Croce. Altri avversari del fascismo rientrarono in Italia dall'esilio, previe trattative con Mussolini. Fu il caso di Arturo Labriola, già ministro del Lavoro nel V governo Giolitti (1920-1921) e nel 1930-1932 gran maestro del Grande Oriente d'Italia costituito in Francia.

La proclamazione dell'Impero irritò quasi tutti i governi europei, la maggior parte dei quali, a cominciare da Gran Bretagna e Francia da secoli vantava vastissimi domini coloniali. Il re del minuscolo Belgio dal 1885 possedeva l'immenso Congo. L'Olanda aveva l'arcipelago delle Indie Orientali. Il Portogallo dominava Angola, Mozambico ed enclaves in India, di concerto con la Gran Bretagna che aveva propiziato la restaurazione della sua indipendenza dalla Spagna nel remoto 1640. Spogliata del vastissimo impero coloniale nell'America centro-meridionale, nel 1898 Madrid aveva perso anche Cuba e le Filippine a beneficio degli Stati Uniti d'America, ma combatteva per riaffermare il suo dominio sul Marocco. Il possesso di imperi non costituiva solo una risorsa economica ma anzitutto un'affermazione politica.

Privata del cospicuo impero coloniale (Tanganika, Togo, Camerun, Africa del Sud-Ovest...) all'indomani della Grande Guerra, la Germania non aveva motivo di osteggiare l'espansione italiana nell'Africa orientale. Poiché incontrava l'ostilità dei franco-britannici avrebbe costretto Roma ad accostarsi a Berlino, anche senza bisogno delle convergenze ideologiche affastellate nel 1938 (antisemitismo compreso), premessa del Patto d'Acciaio.

 

Le geografia detta la storia: gli antecedenti

L'impero proclamato il 9 maggio 1936 fu dunque l'ultimo in ordine cronologico tra quelli degli Stati europei. Nacque sulla scia della politica coloniale avviata dal regno d'Italia ancor prima dell'inaugurazione del Canale di Suez. Fu la Sinistra Storica, erede di Mazzini e Garibaldi, a dar corpo all'“impresa”. Lo volesse o meno, l'Italia era al centro del Mediterraneo per metà ancora turco-ottomano. Una volta unificata, non poteva tenersi fuori dalla lotta per la spartizione degli spazi afro-asiatici. A scatenare la gara fu la Francia. Napoleone III allungò le mani sulla Cocincina ancor prima di sconfiggere l'Austria nella pianura padana essendo alleato di Vittorio Emanuele II, mentre con la cinica “guerra dell'oppio” la Gran Bretagna aveva messo le grinfie sul Celeste Impero e sanguinosamente represso la rivolta degli indiani. Nel 1881 Parigi impose il protettorato sulla Tunisia, irritando Garibaldi e la Sinistra, incluso il gran maestro del Grande Oriente d'Italia, Adriano Lemmi. La Francia a Tunisi era causa immanente di guerra: termine dai giornali modificato in imminente.

Dopo lunghe tergiversazioni Roma varcò il Rubicone, con lo sbarco a Massaua, sulla costa del Mar Rosso (1885), un anno dopo l'ingresso dei fanatici seguaci del Mahdi in Khartoum, ove il governatore Charles George Gordon fu barbaramente assassinato. La costituzione della colonia di Eritrea (1890, affidata al governatore civile Ferdinando Martini che ne scrisse in L'Affrica italiana), la conquista della Somalia (elevata a colonia nel 1907) e quella di Tripolitania e Cirenaica (1911-1912), deliberata da Vittorio Emanuele III che dettò a Giolitti il calendario delle operazioni, furono le tappe dell'espansione vaticinata anche da Giuseppe Mazzini per la realizzazione della “missione civile ” dell'Italia. Il caso della Libia fu paradigmatico. Non se ne poteva fare a meno se non a rischio di vedersela sottrarre da altre potenze europee. La dichiarazione della sovranità italiana su Tripoli e Bengasi chiuse il cerchio di un programma avviato dalla Sinistra storica con Agostino Depretis (1876-1887) e Francesco Crispi (1887-1891 e 1893-1896), travolto dal disastro del corpo di spedizione comandato da Oreste Baratieri ad Abba Garima, presso Adua (1° marzo 1896), sbaragliato dal caotico esercito del negus Menelik: una sconfitta che pesò a lungo sull'opinione pubblica e sul desiderio di rivincita.

 

Il programma di Mussolini

Nel discorso pronunciato all'Augusteo di Roma il 9 novembre 1921 per la fondazione del Partito nazionale fascista Mussolini percorse rapidamente gli antecedenti della politica estera italiana e prospettò mete e metodi. A parte la “questione di Fiume”, più in generale dell'Adriatico e quindi dell'Albania, materia incandescente, ricordò: “Durante gli ultimi decenni di travaglio nazionale l'Italia ebbe un uomo solo (…) Parlo di Francesco Crispi. Egli solo seppe proiettare l'Italia nel Mediterraneo con anima e pensiero imperialistico. Ma quando parlo di imperialismo non intendo riferirmi a quello prussiano; intendo un imperialismo economico di espansione commerciale...”. Secondo Dino Grandi il congresso era “la prefazione di un grande libro” che la generazione successiva avrebbe scritto. “Il mito deve prepararsi a diventare storia”. La politica estera sarebbe stata il vero banco di prova del fascismo.

Mentre nel corso della Grande Guerra Luigi Cadorna aveva affermato che l'Italia avrebbe (ri)conquistato la Libia sul Carso, Mussolini ritenne che solo la conquista dell'Etiopia avrebbe affermato l'Italia quale protagonista nel “grande gioco degli imperi” acutamente analizzato da Giorgio De Rienzo. All'opposto, dai primi mesi dell'intervento in guerra contro Gran Bretagna e Francia (10 giugno 1940) risultò chiaro che l'Italia rischiava di perdere il rango di grande potenza proprio perché non era in grado di difendere l'impero coloniale, a cominciare, appunto dall'Africa Orientale. Le forze armate avevano bisogno di essere alimentate dalla madrepatria.

 

L'ONU e l'amara sorte delle colonie (1943-1955)

Senza entrare nel merito né della guerra d'Etiopia (3 ottobre 1935-5 maggio 1936) né delle vicende belliche concluse con il rientro di Hailè Selassiè in Addis Abeba, merita attenzione la sorte delle colonie italiane tra la sconfitta dell'estate 1943 e la vigilia dell'ingresso dell'Italia nell'Organizzazione delle Nazioni Unite, nel 1955. Se ne parla nel volume XV° di “Il Parlamento Italiano, 1861-1992” (ed. Nuova Cei). In quel dodicennio i governi italiani brigarono invano per rivendicare le colonie. Il terzo punto della Carta atlantica (1941), infatti, aveva affermato che gli Alleati “rispettano il diritto di tutti i popoli a scegliersi la forma di governo sotto la quale desiderano vivere e intendono che diritti sovrani e governo autonomo vengano restituiti a coloro che ne sono stati privati con la forza”. Era il caso dell'Etiopia.

I vincitori non si lasciarono abbagliare dalla modesta e discussa vittoria repubblicana sulla monarchia il 2-3 giugno 1946 né dalla rivendicazione della cobelligeranza contro i nazi-fascisti e neppure dalla “guerra partigiana”. L'Italia rimase esclusa dall'ONU. Il mortificante Trattato di pace imposto a Parigi il 10 febbraio 1947 incluse esplicitamente la completa rinuncia di Roma a tutti i territori d'Oltremare, quali ne fossero l'epoca della conquista e lo status. La mancata sottoscrizione del Trattato da parte dell'URSS aprì uno spiraglio. I governi De Gasperi archiviarono qualsiasi “nostalgia” di impero, cancellarono tanta parte della storia recente e antica anche con la “defascistizzazione” dei programmi scolastici, della toponomastica, dell'intitolazione di istituti ed edifici pubblici (a imitazione del precedente regime), ma non poterono ignorare le sorti dei militari ancora prigionieri e degli italiani ammassati in campi “per profughi”. Il 16 settembre 1947, quando il Trattato di pace entrò in vigore, De Gasperi fece sentire la sua “voce accorata ma ferma anche negli accampamenti dei profughi dell'Africa e fra gli italiani rimasti nelle antiche colonie, che furono rinnovate economicamente ed elevate a civiltà dal tenace lavoro e dal duttile ingegno dei nostri colonizzatori”. Auspicò che “a nome di tutti” l'Italia potesse continuare la sua opera “onde preparare i popoli nativi all'autogoverno”. Quei “tutti” erano i diciotto Stati vincitori, tra i quali figuravano l'Ucraina e la Bierlorussia.

Il 25 marzo 1948, alla vigilia delle elezioni che sancirono la vittoria della Democrazia cristiana sul Fronte popolare social-comunista, per confutare l'accusa che l'URSS fosse il principale ostacolo al riconoscimento del ruolo dell'Italia Oltremare il segretario del PCI, Palmiro Togliatti, chiese che la Gran Bretagna mostrasse la sua amicizia verso l'Italia non sulla questione (per lui imbarazzante) del confine italo-jugoslavo ma dichiarando “di essere d'accordo che rimangano all'Italia le sue vecchie colonie”.

Malgrado le denunce di neocolonialismo lanciate da Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Riccardo Lombardi e altri, l'apposita Commissione quadripartita delle Grandi Potenze incaricata di verificare le condizioni delle ex colonie italiane concluse che le loro popolazioni rivelavano grave carenza di preparazione politica e assoluta dipendenza sul piano economico. Perciò andavano “assistite” da un Paese in grado di promuoverne lo sviluppo. Chi meglio dell'Italia, che vi aveva profuso capitali e posto radici profonde più di quanto avessero fatto altri Stati europei nei loro domini afro-asiatici? Ministro degli Esteri nell'ult governo Giolitti (1920-1921) e nuovamente con De Gasperi, Carlo Sforza propose di affidare l'Eritrea a un mandato collettivo europeo (anche per sottrarla alle mire plurisecolari dell'Etiopia) e di erigere la Tripolitania a Stato indipendente ma unito all'Italia da “atto contrattuale”. La necessità di tenere sotto controllo la “quarta sponda” aveva una motivazione che andava molto oltre gli interessi nazionali esclusivi di Roma. In caso di aggressione dell'Europa centro-occidentale da parte dell'Urss la Libia sarebbe stata la base per la riorganizzazione delle forze armate, come lo era stata l'Africa nord-occidentale nel 1942-1943 per l'offensiva contro l'Asse italo-germanico. In pochi anni la “guerra fredda” mutò gli scenari planetari, a vantaggio dell'Italia che, per iniziativa di Vittorio Emanuele III e di Badoglio, si era arresa agli anglo-americani: i nemici più “comprensivi”, garanti della sua integrità territoriale.

Il 5-6 maggio 1949 Sforza concordò con il ministro degli Esteri  britannico Ernest Bevin la tripartizione della Libia sotto una guida comune anglo-franco-italiana, la divisione dell'Eritrea tra Etiopia e Sudan (inglese) e l'assegnazione della Somalia all'Italia in amministrazione fiduciaria su mandato dell'ONU. L'Assemblea generale però il 17 maggio respinse il piano con un solo voto di scarto: precisamente quello di Haiti, che non era una grande potenza.

Il 21 novembre 1949 andarono deluse le speranze del governo De Gasperi, comprendente democristiani, socialdemocratici (con Giuseppe Saragat vicepresidente), repubblicani (l'atlantista Randolfo Pacciardi alla Difesa) e liberali (Porzio vicepresidente, dopo l'elezione di Einaudi alla presidenza della Repubblica). L'Assemblea dell'ONU con 49 voti favorevoli e nove astenuti raccomandò di elevare la Libia a Stato sovrano entro il 1° gennaio 1952 e di affidare la Somalia in amministrazione fiduciaria all'Italia per la durata di dieci anni sotto la sorveglianza di un Consiglio formato da Egitto, Colombia e Filippine, tre Stati dal non specchiatissimo abito civile. A Mogadiscio l'11 gennaio dell'anno precedente si erano verificati “gravissimi incidenti” nell'inerzia della British Military Administration: 52 italiani vennero linciati e moltissimi altri feriti da parte dei “Giovani Somali”. Ne hanno scritto  Annalisa Urbano e Antonio Varsori in “Mogadiscio 1948. Un eccidio di italiani fra decolonizzazione e guerra fredda” (il Mulino). Per assicurarvi l'ordine pubblico Pacciardi chiese di inviare un corpo di 6500 militari ma De Gasperi gli osservò che a suo tempo il quadrumviro Cesare Maria De Vecchi l'aveva governata in piena sicurezza con soli 4271 uomini, comprendenti appena 71 italiani, pochi ma sufficienti.

Episodi altrettanto funesti si erano verificati in Libia, ove il 4 e 7 novembre 1945 la comunità ebraica fu vittima di un massacro a opera di islamici fanatici: circa 140 vittime, incendio di sinagoghe, violenze ai danni di donne sposate e adolescenti. I “liberatori” non garantirono agli ebrei la tranquillità assicurata dal governatore Italo Balbo, il quadrumviro massone nettamente contrario alle leggi antisemite. Anche l'Eritrea fu teatro dell'assassinio di alcuni italiani. Il 25 novembre 1949 essa venne “federata” con l'Etiopia sotto la corona del negus che ebbe il controllo di esteri, difesa, moneta, finanze, commercio e comunicazioni. In tal modo l'Italia perse definitivamente ogni legame con la sua prima colonia, come del resto previsto dal Trattato di pace del 10 febbraio 1947. I suoi articoli 23, 33 e seguenti dettarono gli obblighi di Roma nei confronti dell'Etiopia. Il paragrafo 1 dell'allegato XIV del Trattato tagliò netto: l'Italia rinunciava a “rivendicare qualsiasi interesse speciale o qualsiasi influenza particolare in Etiopia”. In forza dell'articolo 37 Roma era tenuta a restituire “tutte le opere d'arte, tutti gli oggetti religiosi, gli archivi e gli oggetti di valore storico appartenenti all'Etiopia o a suoi cittadini, asportati dall'Etiopia dopo il 3 ottobre 1935” e a pagare l'astronomica indennità di 185 milioni di sterline, ridotti a 6,25 milioni dopo un negoziato durato dieci anni.

La parabola dell'Impero

La formazione del dominio coloniale italiano (nominalmente impero per la durata di appena un quinquennio) non fu frutto di improvvisazione ma di una visione politica di lungo periodo. Essa però venne drasticamente rimossa dalla memoria, quasi costituisse una vergogna, una macchia indelebile. Del tutto estrapolata dal contesto storico, rimase ai margini dell'attenzione storiografica, a parte opere polemiche (come quelle di Angelo Del Boca) che ne denunciarono gli aspetti più cruenti quasi siano stati gli unici avvenuti nel corso dell'espansione coloniale europea e degli imperialismi di Giappone, Cina e Urss. Paradossalmente si contano più opere di condanna del colonialismo italiano (ultimo venuto, anacronistico, ecc.) che sulla decolonizzazione di cui furono protagonisti Francia, Gran Bretagna, Olanda e Belgio. Motivo in più per tornare a riflettere sulla politica estera dell'Italia prima e dopo quel Trattato di pace che proietta la sua ombra lunga anche sull'Italia odierna, bisognosa di recuperare il “senso della Storia”, tutt'uno con quello “dello Stato”.

 

Aldo A. Mola

 

giovedì 21 ottobre 2021

L'ingegnosa storia di Federica di Grecia, la regina che raccolse 104 reali sulla stessa nave


L’evento mondano più chiacchierato del 1954 si è svolto su una nave da crociera e non aveva paragoni, perché mai nella storia si erano imbarcati tutti insieme 104 reali europei, il motivo per cui quel viaggio verrà ricordato come La crociera dei re. La nave si chiamava Agamennone - versione moderna dell’omonimo veliero da guerra da cui nel 1857 si provò per la prima volta a gettare i cavi sottomarini per mettere in comunicazione con il telegrafo nazioni separate dal mare - ed era stata costruita nei cantieri dell’armatore greco greco Eugene Euginides. A metterci sopra tutto quel sangue blu ci pensò ufficiosamente Federica di Hannover, meglio nota come Federica di Grecia, la moglie di Paolo di Grecia, terzo figlio di re Costantino I che compariva ufficialmente come promotore ufficiale. Federica, o Frederica/Frederika, come era il suo nome alla nascita, non lo fece solo per divertimento, ma anche per mettere in atto una strategia da fare invidia agli esperti di marketing. Ma chi era questa donna così versatile nelle public relation, e anche nella cura dei propri interessi?
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