NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 7 ottobre 2021

Raccoglimento: le voci del Milite Ignoto e del Re





di Aldo A. Mola

La voce del Milite Ignoto

“Vox clamantis in deserto...”. È la Voce del Milite Ignoto, sintesi ed emblema dell'unità degli italiani, del sacrificio sopportato dalle “popolazioni” lungo quarantun mesi di una guerra originariamente voluta da un'esigua minoranza e divenuta nazionale quando il 24 ottobre 1917 gli austro-germanici sfondarono il fronte a Caporetto e dilagarono sino a Udine. Nell'ora più difficile, quando molti dubitarono, la stragrande maggioranza voltò le spalle alle sirene dei disfattisti. In pochi giorni il Paese rispose. Compatto. Il 14 novembre alla Camera dei deputati intervennero gli ex presidenti del Consiglio, a cominciare da Giolitti. Ingiustamente sospettato di umori “neutralisti”, lo statista fu lapidario: guidati dal Re gli italiani avrebbero combattuto fino alla vittoria. Filippo Turati dichiarò che anche per i socialisti “la Patria” era sul Piave. Cancellò il monito del suo compagno di partito che mesi priva aveva ammonito: “Non un altro inverno in trincea.”

L'Italia intera divenne retroterra della trincea. Il nemico non avrebbe portato né pace né giustizia né libertà. Avanzava facendo terra bruciata. La documentazione delle infamie perpetrate ai danni della popolazione civile sono agghiaccianti. Così imbarazzanti che se ne è parlato pochissimo nel centenario della Grande Guerra, improntato da una vena di oblio che non aiuta affatto a capire la storia. Vittorio Emanuele III raccolse documentazione fotografica pubblicata su concessione della Principessa Maria Gabriella di Savoia in “Il Parlamento italiano”, edito sotto l'alto patronato del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, cattolico liberale fedele al Risorgimento.

 

Resistere, resistere, resistere

La riscossa costò risorse e vite umane. Al di là di circoscritti cedimenti per viltà, deplorati nel “Bollettino” del 28 ottobre, di circa 300.000 militari caduti prigionieri, 400.000 sbandati e l'abbandono forzato di copioso materiale bellico, la ritirata dall'Isonzo al Piave fu attuata secondo piani da tempo predisposti dal Comandante Supremo, Luigi Cadorna. La difesa, imperniata sul Monte Grappa (“Tu sei la mia Patria...” fu tra i canti di guerra più popolari), debitamente fortificato sino a risultare un’imprendibile Rocca di Gibilterra affacciata in posizione strategica sulla pianura, resse grazie al sacrificio consapevole di singoli reparti e di intere brigate (tra le altre spiccò la “Bologna” : ne ha scritto Carlo Felice Prencipe, ed. Mursia), che accettarono di battersi sino all'ultimo uomo. La parola d'ordine era “Resistere, resistere, resistere”. L'Italia ce la fece. Le bocche da fuoco perdute durante l'arretramento del fronte dall'Isonzo al Piave, in massima parte vetuste, furono sostituite con cannoni e mitragliatrici efficienti. L'aviazione, nata come “cavalleria volante”, con incursioni nel territorio occupato dal nemico e inseguimento in caso di successo, compì un balzo prima inimmaginabile, anche grazie alla dedizione di campioni quale Francesco Baracca. Ma l'industria bellica si era messa all'opera con larghissimo anticipo rispetto alla “politica” e a spese proprie, quando sin dal 1913 il groviglio delle “guerre balcaniche” fece percepire che il conflitto generale era sull'orizzonte e non si sarebbe chiuso con un paio di battaglie, a differenza di quanto era accaduto nel 1866 e nel 1870-1871. Tra i migliori “tecnici” la Ansaldo di Genova annoverò Federico Giolitti, figlio dello statista, uno scienziato da premio Nobel. Lo scontro non era tra “eserciti” ma tra interi popoli, forti delle loro risorse interne e di quelle degli imperi coloniali. L'Italia aveva poche colonie, tutte povere di materie prime (del petrolio libico in Italia nessuno sapeva nulla) e dipendenti dagli aiuti di Roma, senza contropartite positive. Come spiegò Cadorna, l'Italia avrebbe “riconquistato la Libia sul Carso”. Ai più avveduti era chiaro che cosa sarebbe accaduto in caso di una seconda battaglia perduta: gli Austriaci a Milano e i francesi sul Ticino, come ai tempi delle guerre tra Carlo V d'Asburgo e Francesco I di Francia. La lotta per la salvezza contò sullo sforzo gigantesco della macchina produttiva, sul “fronte interno”, sui prestiti nazionali e sull'indebitamento galoppante: il debito pubblico schizzò da 13 miliardi (contratti dal 1861 al 1913) a oltre 90 miliardi. In quelle condizioni, vincere sul campo era indispensabile ma non sarebbe bastato ad assicurare la piena e durevole sovranità, che è una variabile dell'indipendenza economica e finanziaria.

Altrettanto determinante fu l'impegno bellico nella “città militare”, estesa dalle retrovie alle trincee, alle vette alpine, teatro di guerra nel durissimo inverno 1917-1918, condotta senza quartiere come documenta, tra altri, Diego Leoni in La guerra verticale (ed. Einaudi). Contrariamente a quanto asserito da una diffusa leggenda, durante la “battaglia di arresto” chiusa a dicembre con la definitiva rinuncia degli “austriaci” a proseguire l'offensiva oltre il Piave, Armando Diaz, nominato Comandante Supremo il 9 novembre e fiancheggiato da Gaetano Giardino e da Pietro Badoglio, operò nel solco del predecessore, anche nell'applicazione dei codici militari, come documentano le statistiche sulle punizioni, pubblicate dall'Inchiesta sugli avvenimenti dall'Isonzo al Piave, 24 ottobre-9 novembre 1917, ristampata in edizione anastatica nel 2014 con prefazioni di Antonino Zarcone e di un collaboratore dell'US-SME, nota come “Inchiesta su Caporetto”.

 

Il Re, gli italiani, la Vittoria

Perno della resistenza fu Vittorio Emanuele III. Accettata la sostituzione di Cadorna, chiesta da Vittorio Emanuele Orlando quale condizione per assumere la presidenza del Consiglio in successione al vetusto Paolo Boselli, il Re mostrò il suo primato alla guida dell'Italia  l'8 novembre 1917 nell'incontro di Peschiera con i plenipotenziari degli Stati alleati: Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. La Russia era ormai travolta dalle Rivoluzioni che vi si susseguivano sino a quella bolscevica, capitanata da Lenin, che consentirono ai tedeschi di spostare le loro armate dal fronte orientale a quello occidentale e in soccorso all'Austria, anche con reparti di élite come i Cacciatori alpini tra le cui fila emerse il giovane Erwin Rommel.

Pur con la riduzione del fronte di centinaia di chilometri e il potenziamento della difesa, i caduti italiani rimasero elevatissimi, come ricorda Oreste Bovio nella sua esemplare Storia dell'Esercito italiano. Fermata l'ultima offensiva nemica nella “Battaglia del Solstizio” (giugno 1918), Diaz preparò accuratamente la riscossa. Pressato dagli Alleati che premevano per un 'offensiva italiana in funzione di alleggerimento sul loro fronte, Orlando si spinse a intimare a Diaz di attaccare, perché la stasi era peggio di una sconfitta. A differenza di Vittorio Emanuele III e di Diaz, il facondo presidente non capiva che una seconda batosta sarebbe stata definitiva. Quando il 26 ottobre l'esercito italiano iniziò l'avanzata lo fece per vincere. In una settimana gli austriaci volsero le spalle e si rassegnarono a chiedere l'armistizio. L'impero era nel caos. Malgrado gli estremi tentativi di Carlo d'Asburgo di salvare la corona con concessioni alle nazionalità per secoli ignorate, si stava sfarinando. Alla fame si aggiunsero le insorgenze. Come nella biografia di Diaz documentò il generale Gratton, nello strumento di resa l'Italia fece inserire il diritto di attraversare in armi il territorio nemico, in direzione della Germania, il cui nuovo governo, dopo la fuga del kaiser Guglielmo II in Olanda, si piegò firmando l'armistizio a Compiègne. In qualunque altro Paese una battaglia come quella vinta dagli italiani a Vittorio Veneto verrebbe ricordata perpetuamente nella toponomastica, come Roma e il Venti Settembre…

 

Eclissi d'Europa

La Grande Guerra (da europea divenuta mondiale con l'intervento degli Stati Uniti d'America, scesi frettolosamente in campo tre settimane dopo il crollo dello zar Nicola II) lasciò sul terreno i quattro imperi di Russia, Austria-Ungheria, Germania e turco-ottomano. La moltiplicazione degli Stati, talora minuscoli (come quelli baltici) o artificiosi (la Ceco-Slovacchia e il regno serbo-croato-sloveno), gettò le premesse per l'instabilità dell'Europa. Le lunghe e aggrovigliate trattative di pace posero le basi del revisionismo, del neo-nazionalismo fanatico, intossicato dal mito del “complotto” e del “tradimento” ispiratore del delirante Mein Kampf di Adolfo Hitler. Seguì la ripresa delle ostilità tra i popoli sino alla seconda fase della nuova Guerra dei Trent'anni che tra il 1914 e il 1945 con suggestiva coincidenza ripeté quella di tre secoli prima (1618-1648), causando la tuttora perdurante eclissi dell'Europa nel quadro planetario.

La “repubblicanizzazione” dell'Europa centro-orientale, acutamente descritta da François Fejto nell'insuperato Requiem per un'Europa defunta, segnò una svolta, le cui conseguenze graveranno a tempo indeterminato perché il vuoto lasciato dal marx-leninismo, dallo stalinismo e dal crollo del predominio russo sull'Europa centro-orientale è stato riempito da nuove ideologie, compresa la pseudocultura “verde”, impastata di visioni anti-scientifiche e da fanciullesche fiabe paleonaturalistiche.

Anche i governi degli Stati vincitori uscirono indeboliti dal conflitto. La Gran Bretagna fu a lungo teatro di scioperi al cui confronto impallidiscono quelli susseguitisi in Italia nel “biennio rosso”. Altrettanto avvenne in Francia. Gli Stati Uniti invece si ritrassero, rifiutando di far parte della Lega delle Nazioni (modesta invenzione del presidente Wilson, scopiazzata dalla ben più lungimirante Società delle Nazioni prospettata dal congresso delle massonerie a Parigi il 28-30 giugno 1917), benché lo statuto della Lega (comprendente la “dottrina Monroe”) fosse stato bizzarramente imposto quale premessa al testo delle cinque paci dettate ai vinti (Versailles, Saint-Germain, Neuilly, Trianon, Sèvres) tra il 28 giugno 1919 e il 10 agosto 1920 (non in quella di Losanna che il 24 luglio 1923 ratificò la dissoluzione dell'impero turco a beneficio di Francia e Gran Bretagna).

 

Il Patto tra Istituzioni e cittadini...

Il riconoscimento del sacrificio sofferto dai popoli nel corso della guerra non fu retorica ma necessità filosofica e storica. Certa “politica” però intralciò e rischiò di oscurare l'orizzonte.        

Per motivi diversi e calcoli opportunistici di notabili che misero le proprie ambizioni al di sopra del Paese venne lasciata libera stura a campagne di opinione contro i vertici militari, il servizio di leva e, “salendo per li rami”, le istituzioni supreme, in un crescendo di tensioni e disordini che infine divennero guerra civile a bassa intensità tra opposte fazioni in gran parte eterodirette. Pesò l'assuefazione alla violenza inoculata dall'esperienza di guerra di molti ex combattenti spaesati.

La rivendicazione della vera Italia fu opera del Re e del settantottenne Giolitti, tornato presidente del Consiglio e deciso a ripristinare l’ordine e a riequilibrare il bilancio con l'eliminazione degli sperperi. Il risanamento della pubblica amministrazione, a ogni livello, si accompagnò a quello della “coscienza nazionale”, con Benedetto Croce alla Pubblica istruzione. Di lì la valorizzazione della partecipazione delle “popolazioni italiane” alla Vittoria. Come in altri Stati, venne decisa la tumulazione in Roma della Salma del Soldato Ignoto, simbolo della miriade di caduti non identificati: non per contrapposizione del “fante” alle gerarchie (come altri avevano polemicamente proposto) ma quale conferma dell'unità nazionale nell'ora del bisogno, del Patto tra Corona e cittadini. La Festa delle bandiere del novembre 1920 precorse la Tumulazione del Milite Ignoto il 4 novembre 1921, terzo anniversario della Vittoria.

 

Da Aquileja all'Altare della Patria: Silenzio e rullo funebre di tamburi

L'“Operazione” fu complessa e studiata in ogni particolare. Quando si passò dalle ipotesi alla realtà, i suoi primi passi furono compiuti nel più rigoroso segreto. Tra la miriade di cadaveri occorreva sceglierne undici dagli altrettanti teatri di battaglie ove si fossero battuti fanti (dei quali facevano parte gli aviatori) e marinai. Perché quel riserbo assoluto? A distanza di tempo non tutti lo comprendono di primo acchito, come non l’hanno compreso per altre circostanze, quasi cent'anni dopo, come ricorda il prestigioso Annuario della Nobiltà Italiana curato da Andrea Borella. In un Paese lacerato com’era allora l'Italia, anche un solo grido, un fischio, un insulto nel corso dei Rituali avrebbe deturpato la memoria di tutti i caduti, noti o ignoti, dei loro famigliari, amici e conoscenti, dell'Italia intera. Le Salme andavano accolte nel Silenzio. Non è facile capirlo oggi giorno, quando ai funerali si applaude. Ricalcando l'età di Roma, gli statuti medievali vietavano persino di piangere alle esequie. Chi non se la sentiva, doveva astenersi dal parteciparvi. In quell'Italia avvenne il “miracolo”. Undici Salme furono raccolte dinnanzi all'altare della Basilica Patriarcale di Aquileja, presenti il ministro della Guerra, Luigi Gasparotto, e l'ex comandante della III Armata, Emanuele Filiberto duca di Aosta.

Scelta da Maria Bergamas, madre di un patriota accorso in difesa dell'Italia comprendente la sua terra irredenta, la Salma venne recata a Roma in treno appositamente allestito. Il seguito è noto. Con rare eccezioni polemiche strumentali di accalappiavoti, l'Italia partecipò unanime, emotivamente coinvolta.

Il Milite Ignoto era la “vox clamantis in deserto”: un appello alla concordia e all'unità in un'Europa dilaniata, necessario allora come oggi. Quale messaggio manda in questo Equinozio d'Autunno 2021? Chi lo ascolta? Chi lo traduce?

La Voce del Re Sacerdote

Manca l'altra voce: quella di Vittorio Emanuele III, che fu il regista non occulto della più grande sacra rappresentazione dell'Italia dal 1861 a oggi: la Tumulazione dell'“Ignoto Soldato” dinnanzi al Sacello della Dea Roma all'Altare della Patria, originariamente concepito quale sepolcro dei Re d'Italia provvisoriamente deposti al Pantheon.

Fu il Re a celebrare il Rito. La mattina del 2 novembre precedette solitario il corteo funebre che seguì il Feretro dalla Stazione Termini alla Basilica di Santa Maria degli Angeli. Il 4 attese all'Altare della Patria l'arrivo del Milite, decorato di Medaglia d'Oro al Valor Militare, e gli rese gli onori militari, mentre i tamburi rullavano con i cordoni abbassati su sua disposizione, in segno di lutto come per i funerali della Casa. Il Capo dello Stato e il Milite  Ignoto erano tutt'uno.

Non si può ricordare il 4 novembre di cent'anni orsono dimenticando Vittorio Emanuele III. Quel giorno la quasi totalità degli italiani lo sentì Pater Familias della Nuova Italia, degli ideali universali di indipendenza, unità e libertà che avevano ispirato il Risorgimento, senza il quale gli italiani sarebbero rimasti “volgo disperso che nome non ha”. Come tanti dall'estero volevano e vorrebbero fosse.

 

Aldo A. Mola

 


 

A Vicoforte memoria del Milite Ignoto

 

Non mancano iniziative memoriali per riproporre all'attenzione il significato profondo della Tumulazione del Milite Ignoto all'Altare della Patria il 4 novembre di cent'anni orsono. Il 26 settembre è tornato ad Aquileja il Tricolore che il 28 ottobre 1921 avvolse la sua bara nel lungo, lento viaggio sino alla Città Eterna. Molti Comuni gli hanno tributato la Cittadinanza onoraria.

Fresco di stampa è in libreria il volume “Il Milite Ignoto alle radici dell'identità italiana”, curato da Silvio Bolognini, direttore CE.DI.S. Università eCampus (ed. Mimesis). Comprende venti saggi che sottolineano la valenza simbolica del sacrificio quale archetipo della carducciana “itala gente da le molte vite”. Gli autori conducono dall'Oriente Antico all'attualità e coprono l'assordante silenzio dell'“accademia” per ora poco sensibile alla rievocazione di un momento fondamentale della storia d'Italia.

Sabato 9 ottobre si svolge a Vicoforte (Cuneo) il convegno su “Il re Soldato per il Milite Ignoto. La riscossa della monarchia statutaria (1919-1921)”. Si apre alle 10 con la visita alle Tombe di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. Intervengono, tra altri, Giuseppe Catenacci, presidente dell'Associazione Nazionale ex Allievi della Nunziatella, Carlo Cadorna, GianPaolo Ferraioli, Dario Fertilio, Luca G. Manenti, Tito Lucrezio Rizzo, Aldo G. Ricci, Giorgio Sangiorgi, i generali Antonio Zerrillo e Giorgio Blais, Carlo M. Braghero e Alessandro Mella. I lavori del convegno, promosso dall'Associazione di studi storici Giovanni Giolitti e dalla Consulta dei Senatori del Regno, con l'egida del Comando Regionale Esercito Piemonte e di altre Istituzioni, proseguono nell'Aula Beata Paola della Casa Regina Montis Regalis (attigua al Santuario).

Il 13-14 ottobre l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito organizza a Roma (Scuola Ufficiali Carabinieri) il convegno su “Il Milite Ignoto: sacrificio del cittadino in armi per il bene superiore della nazione”.


domenica 3 ottobre 2021

CAPITOLO XXXVIII:Carnera incontra la donna della sua vita.

di Emilio Del Bel Belluz


Nella vita di Carnera ci sono stati momenti belli che  avrebbe voluto non finissero mai, ma ogni storia felice termina.  Un poeta scrisse: “Perché incontrarsi e dirsi addio?”.  Carnera aveva incontrato molte persone, grazie al mondo della boxe. Con il tempo aveva fatto molte cose importanti, che avevano reso orgoglioso il popolo italiano.  La bandiera italiana con lo stemma Sabaudo l’aveva portata ovunque, in ogni città dove aveva combattuto, ed era come avesse portato con sé una lembo della sua terra.  Tante volte aveva immaginato di non poter tornare nel suo paese natio , e ciò era vissuto come un incubo. Nel suo Paese si sentiva qualcuno, amato dai suoi connazionali, anche se aveva percepito l’invidia di persone meschine. Una sera Carnera guardava delle vecchie foto che lo raffiguravano attorniato da tanta persone. Per loro era un punto di riferimento, quanti italiani lo avevano seguito, ed applaudito. Pensava a coloro che si trovavano ancora all’estero e non potevano più tornare a casa per mancanza di denaro.  Gli piaceva sapere che tante persone avevano nelle loro case una sua foto. Carnera amava ricordare il passato, gli uomini illustri che aveva incontrato e che gli avevano lasciato un segno, tra cui Benito Mussolini. Aveva conosciuto l’uomo più importante d’Italia, la cui fama non aveva confini.  
“ Carnera che era diventato campione del  mondo di pugilato, categoria dei pesi massimi, a spese di Sharkey, proclamò : “ Soltanto Mussolini poteva impedirmi di batterlo”. (Racconto di un secolo - Enzo Biagi -). Carnera si ricordava ancora quando era diventato campione del mondo e aveva rivolto il suo primo saluto a Mussolini. Quanti momenti nella vita di Carnera erano stati memorabili. 
Gli sarebbe piaciuto diventare campione olimpico, nel 1932, ma non era stato possibile perché era già un pugile professionista. Mille volte aveva sognato di indossare da dilettante la maglietta azzurra con lo stemma Sabaudo e alzare le mani in segno di  vittoria. In quel caso lo avrebbe visto anche il Re Vittorio Emanuele III. Immaginava che per appuntargli la medaglia avrebbe dovuto usare una scaletta. La Regina Elena non avrebbe avuto problemi nel donargli la medaglia, era molto alta e aveva un sorriso che rispecchiava il suo buon cuore. 
La Regina d’Italia era amata dal suo popolo, e Carnera l’adorava con tutto il cuore. Una donna speciale che aveva provato molte avversità nella vita, ma aveva sempre trovato la strada del coraggio. Carnera pensava queste cose mentre aspettava il prete del paese. Si era messo nel suo solito posto vicino all’altare. Il sacerdote gli aveva chiesto di aspettare, doveva confessare alcuni  bambini.  Qualche giorno prima in quella chiesa si era sposato un suo amico, un compagno di classe. Il campione gli aveva fatto da testimone, e si era sentito molto onorato di ciò. Durante la cerimonia aveva   pregato di poter incontrare anche lui una donna da portare all’altare. Carnera sapeva che nella vita ogni attimo doveva essere vissuto come se fosse l’ultimo, e che per lui era giunto il momento d’incontrare la donna con cui costruire un futuro assieme. 
Quando arrivò il parroco Carnera era assorto nei suoi pensieri. Il prete nutriva per Primo un grande affetto, anche perché lo considerava una persona di buon cuore. Quel giorno il prete lo invitò in canonica, dove lo attendevano qualcosa di buono da bere, e  lo squisito dolce preparato dalla perpetua. Carnera raccontò che mentre lo aspettava si era immerso nel pensiero di poter un giorno portare all’altare una ragazza, e aveva sognato che  questo accadesse proprio nella chiesa di Sequals. Il vecchio prete gli rispose bonariamente che di sicuro una donna era già nata per lui, e che il buon Dio aveva disegnato una strada anche per loro. La risposta piacque al campione, e sperava che ciò accadesse al più  presto. Quella sera nel suo letto si immaginava la donna della sua vita. Doveva essere una brava giovane, che sarebbe stata amata con tutto sé stesso e con la quale avrebbe voluto avere dei figli. Nel 1938 la sua compagnia teatrale aveva avuto dei contratti per delle rappresentazioni in tutto il Friuli. La vita dell’attore non lo stancava mai, e gli piaceva indossare i guantoni  prima dello spettacolo per una esibizione. La gente lo applaudiva, e in quei momenti gli sembrava di non aver abbandonato il ring. Alla fine dello spettacolo tante persone passavano nel suo camerino per salutarlo; una volta anche sua madre venne a trovarlo e si commosse nel vedere che  la gente continuava ad apprezzarlo, anche se non era più campione del mondo. Proprio nei giorni in cui la compagnia si trovava in Friuli, Carnera si recò a Gorizia per l’inaugurazione di un negozio, incamerando così del denaro. Aveva, inoltre, chiesto ai suoi genitori di accompagnarlo. 
Sarebbe  stata per loro un’occasione  di distrarsi dal solito mondo in cui vivevano. I genitori di Carnera non avevano mai visto la città di Gorizia. Nel contempo potevano incontrarsi con gli amici Nardini che gestivano un bar nella città. Costoro erano stati in visita alla famiglia Carnera poche settimane prima. Avevano trascorso una lieta giornata, mangiando dei piatti prelibati e degustando dell’ottimo vino  che in quelle zone non mancava. Il 1938 stava per concludersi, era il mese di novembre, le foglie degli alberi cadevano formando un multicolore tappeto e si sentiva già il freddo che avrebbe richiesto l’accensione del fuoco. Carnera non avrebbe mai  pensato che quella giornata gli avrebbe riservato un incontro che gli avrebbe cambiato la vita. Si  era alzato presto, il viaggio verso Gorizia era stato molto tranquillo, con la mamma e il papà aveva scherzato e sorriso. La mamma  come sempre aveva detto a suo figlio di correre lentamente e con prudenza.  Quando giunsero a Gorizia la gente era lì che li aspettava. L’auto si fece largo tra i tanti che erano accorsi. Primo aveva voluto avvicinarsi al luogo dove si svolgeva  l’avvenimento per  cercare di non far fare molta strada alla mamma, perché faticava a camminare. Gli acciacchi dell’età si facevano sentire, ma la buona donna non se ne lamentava. Ad attenderli c’era anche la famiglia Nardini. All’ inaugurazione del negozio erano presenti molte persone che volevano conoscere Carnera, e lo  circondavano di mille attenzioni. Primo era contento del tanto entusiasmo di cui era attorniato.  Si sedette più volte a un tavolino per firmare gli autografi.  I padroni del negozio erano molto soddisfatti di quello che stava accadendo. Al rinfresco la gente aveva mangiato tutto quello che avevano preparato.  A Carnera venne presentata una ragazza alta, bruna, bella, e fu subito un colpo di fulmine. 
La giovane gli aveva dato la mano che si perse nella sua. Carnera le chiese se voleva prendere un caffè al bar. La ragazza accettò e Carnera volle chiamare i suoi genitori e i coniugi Nardini che tra l’altro conoscevano molto bene la giovane. Primo al bar chiese con voce vulcanica cinque caffè coretti con la grappa, anche se la ragazza, che si era presentata con il nome di Pina  Kovacic, non aveva mai bevuto un caffè corretto, ma quella volta trasgredì alle regole. Carnera al bar la travolse con una serie di domande,   le chiese se lo conosceva, se aveva sentito parlare di lui. La ragazza che era una persona sincera  gli disse che non aveva mai seguito il pugilato. Allora Carnera le parlò che in quel periodo faceva  l’attore in una compagnia teatrale con Renato Rascel e che stava girando in tutta Italia. I giornali ne parlavano ampiamente, come pure del film girato in America.  La ragazza lo guardava, i suoi occhi si specchiavano in quelli di Primo. Carnera le chiese subito di sposarla.  La giovane rispose che era fidanzata. Il campione replicò dicendole che non c’erano problemi, avrebbe dovuto lasciare il suo fidanzato, restituirgli l’anello di  e sposare lui. Carnera allora l’avrebbe sposata perché gli piaceva, e ne era stato colpito subito. La gente aveva circondato il tavolino dove Carnera stava seduto, e lo acclamò. 
A questo punto il campione si alzò e salutò le tante persone con la mano, mentre giungeva un grande urlo di evviva a Carnera. Qualcuno gli metteva davanti delle foto da autografare, e il campione con la sua stilografica che aveva comprato in America e che costituiva un grande ricordo di quel tempo, firmava contento. In cuor suo era felice di  far vedere alla ragazza che la gente lo amava, e gli voleva bene. In quel momento giunsero dei fotografi e dei giornalisti che immortalarono Carnera vicino alla ragazza che sorrideva. L’atmosfera che si respirava era gioiosa. Carnera nella sua vita aveva sempre mantenuto la caratteristica  di sorridere sempre, anche nei momenti difficili. Il suo sorridere spontaneo  piacque alla ragazza. Ad un certo punto Carnera accettò la proposta di spostarsi nella vicina casa dei Nardini. Era  pomeriggio inoltrato e anche Pina accettò di seguirlo. Nella casa dei suoi amici, la ragazza gli disse che abitava oltre confine, a Santa Maria D’isonzo, e che faceva la pendolare, giungendo con il treno a Gorizia, dove era impiegata alle poste. Un lavoro che la impegnava molto, ma le dava delle soddisfazioni. Nella vita era fidanzata con un giovane della sua zona. Il volto di Pina divenne triste mentre raccontava che aveva perduto la mamma in giovane età e questo dolore la tormentava tuttora. Una perdita che non poteva essere compensata dall’amore del padre che era un colonnello dell’esercito serbo, e che ora faceva il sindaco del paese. Pina descrisse il padre come una persona forte ed autoritaria che dopo la morte della mamma si era risposato. 
La ragazza agli occhi di Carnera aveva tutto quello che un uomo potesse desiderare. Gli sarebbe piaciuto sposarla subito ed avere dei figli. Quando si fece una certa ora la ragazza salutò Carnera, gli diede la mano, e  notò che gli occhi di Primo ricordavano quelli della madre. Carnera le chiese l’indirizzo perché voleva scriverle, Si sarebbero rivisti se lei l’avesse desiderato. Carnera l’avrebbe abbracciata, sollevata da terra e baciata. Quella giornata l’aveva fatto sognare, le sembrava  così tutto irreale, ma non era così. Quella sera giunse tardi a casa, il padre che era un uomo severissimo la rimproverò duramente e le fece  mille domande. Pina, quasi piangendo, si ritirò nella sua stanza, e si mise a dormire. L’indomani appena alzata trovò sulla tavola dei fiori, delle rose stupende che gli aveva mandato Carnera e , vicino, un giornale che riportava una foto che la ritraeva assieme a lui. Il volto del padre era paonazzo dall’ira, ma la figlia disse che non era successo niente e che aveva bevuto solo un caffè con Carnera. Il padre, davanti alla matrigna che cercava di mettere pace, si mise a urlare che lui non meritava questo,e  disse “ Hai macchiato l’onore della famiglia e ora devi pagare . Intanto rimarrai in casa fino a nuovo ordine. Bisogna evitare la curiosità della gente. Saremo sulla bocca di tutti. Che vergogna!”  Le mostrò il titolo del giornale che diceva: “ Carnera non è venuto a  Gorizia solo per il nuovo supermercato ma per incontrare la signorina della quale è innamorato”.
 La ragazza cercava di spiegare che non era successo niente e che si trattava solo di una conoscenza, aveva soltanto preso un caffè con Carnera, e mentre lo diceva pensava a lui, e al suo sorriso. Quelle foto le avevano scattate dei fotografi  senza chiedere il permesso, non se ne erano neanche accorti. Qualche tempo dopo Pina ritornò a lavorare alle poste di Gorizia, e incontrò un amico di Carnera che le portava delle notizie del pugile. Le spiegò che non si era potuto fare vivo in quelle settimane a causa del lavoro e che si sarebbero visti nei prossimi giorni. La carriera di Carnera era al culmine. Doveva presenziare a degli eventi, aveva firmato dei contratti con dei registi, e lo spettacolo con Renato Rascel continuava ad avere successo. Per Carnera questo era un periodo fortunato  che non voleva lasciarsi scappare. Nei giorni successivi  andò a trovarla e con il consenso del direttore della posta ebbero del tempo per stare assieme. La giovane gli manifestò le difficoltà che aveva con il padre, ma Primo non volle sentire ragioni, era la donna della sua vita e la voleva sposare subito. Questa volta l’amore che provava era fortissimo, la pensava tutto il giorno, e si sentiva molto attratto da lei.  La mamma di Primo sarebbe stata contenta d’averla in famiglia.  
L’unico problema era rappresentato dal padre che era irremovibile nella sua decisione. Alla fine dopo una tremenda lite le disse: “ Ricordati che se esci da questa porta e sposi Carnera qui non potrai rimettere piede, mai. Sono certo che un giorno ti pentirai. Ma questa porta rimarrà sempre chiusa per te ”. La svolta definitiva a tutto questo venne dalla matrigna che convinse suo marito a lasciare che la ragazza facesse autonomamente la sua scelta. La giovane raccontò a Primo che tutto s’era appianato e costui decise di farle conoscere il suo paese dove sarebbero andati  a vivere. Una mattina di dicembre la giovane futura sposa venne accompagnata al paese. Era una giornata fredda, il sole era nascosto da delle nubi minacciose, ma i due giovani avevano il sole nel loro cuore.  Dopo il saluto alla famiglia, Primo le fece visitare il suo paese, la gente li fermava e rimaneva affascinata dalla bellezza di Pina. Pareva un sogno di quelli che almeno una volta nella vita si realizzavano. La portò a vedere la chiesa dove  si sarebbero sposati. Vennero accolti dal sacerdote di Sequals e con lui fissarono la data delle nozze. Il parroco, che era il confessore di Primo, li prese sottobraccio e si soffermò su delle riflessioni sul sacramento del matrimonio. Il vecchio prete aveva assistito alla vita di Carnera fino dalla nascita, e gli voleva un mondo di bene. Anche Pina sentì questo suo attaccamento. Li condusse in canonica e fece aprire dalla perpetua una bottiglia di buon vino, che lui e Primo bevvero. La futura sposa non lo assaggiò, perché non aveva ancora dimenticato il caffè con la grappa che aveva bevuto a Gorizia che le causò delle vertigini. 
La visita a Sequals si concluse nella serata e Carnera la riaccompagnò a casa. Il giorno del matrimonio venne  fissato per il 13 marzo dell’anno prossimo. In quella data finalmente Carnera avrebbe coronato il suo sogno: sposare una ragazza che aveva amato fin dal primo momento. I preparativi furono davvero molto impegnativi. Carnera chiamò un sarto tra i più famosi e si fece confezionare un vestito molto elegante e la sposa non fu da meno. Il cuore dei  due giovani battevano all’unisono. I giornali avevano dato la notizia del matrimonio, e la gente condivideva la gioia dei due giovani. Carnera che aveva ricevuto dalla vita delle grandi soddisfazioni, tra cui la conquista  del titolo mondiale, non era mai parso così felice come in quel periodo.  Il matrimonio era per lui il traguardo più bello da raggiungere, ma sentiva, a volte, la paura che tutto potesse svanire. Lo confidò anche al prete che doveva sposarli, e questi lo rassicurò che erano emozioni che tutti provavano prima di compiere il grande passo. Aveva, inoltre, aggiunto che  la famiglia era la cosa più importante, era un fuoco che si accendeva e doveva essere continuamente alimentato dall’amore di entrambi.  Nella sua vita Pina aveva letto molti libri d’amore, lo scaffale della sua camera era pieno di queste opere che aveva deciso di portare con sé. Il baule dei libri fu l’unica cosa che prese, assieme ad una foto della mamma, che la ritraeva in un momento di felicità, uno di quei momenti che non si potevano in nessun modo dimenticare. Un giorno presa da una profonda tristezza per un ulteriore diverbio con suo padre chiese ad una sua amica di accompagnarla al cimitero, dove la mamma riposava. Questa visita la commosse e le lacrime velarono il suo viso.  La mamma era sempre stata presente finché il buon Dio la tenne in vita, e il dialogo con la mamma non era finito con la morte. Prima di addormentarsi il suo ultimo pensiero andava alla madre che le sembrava che l’accompagnasse come un angelo custode. Il prete del paese le aveva consigliato di rivolgersi a lei nei momenti difficili e colmi di preoccupazioni perché sicuramente avrebbe trovato consolazione e forza per continuare. 
Aveva, inoltre, aggiunto che la mamma non muore mai nel cuore di una figlia. Quella sera dopo la vista al cimitero e dopo aver ben riflettuto, decise che nessuna cosa al mondo poteva separarla da Primo. Quell’uomo l’aveva ispirata con la sua dolcezza e con quel sorriso che non poteva in nessun modo dimenticare. Con lui si sentiva protetta, e le pareva d’avere una roccia su cui poggiare il capo.  Nella sua vita non aveva mai provato dei sentimenti così forti, e questo era sicuramente amore. Il padre aveva più volte cercato di dissuaderla perché Primo non aveva un lavoro che le garantisse un futuro, ma a lei queste cose non importavano. La vita dura non la spaventava, non aveva mai temuto di sporcarsi le mani, il lavoro s’era fatto con il cuore non era neppure faticoso. Quello che immaginava con Primo era di allietare la loro unione con la presenza dei figli. Aveva nel suo cuore molto amore da donare. Quella sera scrisse a Primo una lunga lettera, nella quale concludeva la missiva dicendogli che non vedeva l’ora di diventare sua moglie e di poter avere la benedizione di Dio . Il matrimonio si svolse a Sequals nella magnifica chiesa dove Carnera aveva ricevuto il battesimo, aveva fatto la prima comunione e la cresima. Primo Carnera coronava il sogno della sua vita, assieme alla sua amata, che contro il volere del padre aveva cambiato il cognome italianizzandolo. Questo aveva creato un ulteriore ostacolo  tra il padre e lei, ma non le importava. “ Il sindaco e colonnello Giuseppe Kovacic non sa trattenere il suo sdegno. Come deve odiare il povero, innocente  Carnera. “ E’ arrivato a farle cambiare anche il nostro nome di famiglia! ” protesta. E rifiuta di assistere alla cerimonia. La sposa, in bianco, molto graziosa, elegante, accetta di  cingersi il petto con una fascia tricolore offerta… dal podestà Gino Zanelli. Carnera ha uno smoking di taglio americano, colletto duro, farfalla, un garofano all’occhiello, fazzoletto sciolto nel taschino, le mani enormi rese più grandi dai guanti bianchi. Le sue scarpe sembravano barche. La sua pettinatura è un inno reclamistico alla brillantina. 
Per oltre un’ ora è stato sulle spine e ha temuto che la sua Pina non venisse, che avesse rinunciato in extremis a sposarlo. L’attendeva alle nove e mezzo. Alle undici non si vedeva ancora. Un incidente , poi si è saputo, aveva bloccato la sua auto. E come non bastasse, pochi chilometri dopo, una bambina del suo paese incaricata di tenerle lo strascico, si é sentita male. Altra sosta, dunque. Per nascondere il proprio nervosismo, Carnera ha fatto visitare ai giornalisti la palestra della villa, con il ring al centro, e le pareti tappezzate da centinaia di foto. Carnera con Greta Garbo, con Charlie Chaplin, con Maurice Chevalier, Carnera pugile, Carnera showman. Poi, alle undici e dieci, Pina è arrivata. Dio sia lodato. Primo respira di sollievo. Ed eccoci alla cerimonia. Il corteo passa in un viale dove sono allineati enorme sagome di legno con i ritratti a torso nudo  del campione in posa di combattimento. Un gruppo di fanciulle in costume attende la coppia davanti alla chiesa. E’ la chiesa dove Primo fu  battezzato, nel 1906. Sono le 11,30 . Ora Pina Cavazzi dà il braccio al Cavalier Attilio Marchi, ispettore di zona del partito fascista, testimone  dello sposo con il ragioniere Ruggero Grandis. Primo è accompagnato dalla futura cognata, Maria Kovacic. Per lei non è stato necessario cambiare cognome. La cerimonia è stringata, come il resoconto della “ Gazzetta dello Sport ”. 
Leggiamone qualche riga: “ La sposa, quando il parroco Don Giuseppe Dalla Pozza le ha rivolto la domanda sacramentale, ha risposto un “ si” , beatissimo. Carnera ha risposto con due ” si”. Il corteo alla fine, si è ricomposto: davanti Primo Carnera con la sposa vestita tutta di bianco. Lo strascico  era tenuto da due ragazzine, pure, candide…  A piedi gli sposi sono ritornati alla Villa dove li attendeva il pranzo nuziale. Durante il tragitto vennero lungamente acclamati dalla popolazione, mentre gli operatori cinematografici del Luce e della Paramount inquadravano la scena … E’ seguito un pranzo di trenta coperti…” .
( Primo Carnera – L’uomo più forte del mondo- di Aldo Santini)

mercoledì 22 settembre 2021

Il sito dedicato a Re Umberto II cambia

Carissimi, 

dopo 18 anni di onorato servizio il sito di Re Umberto subisce una  rivoluzione.
Il sito, artigianale, empirico quasi, era diventato impossibile da aggiornare con programmi semplici, per un profano quale io sono, ma ormai vetusti. 

Di fatto il sito non veniva più rilevato da Google (che è praticamente come non esistere) e letto solo da chi già ne conosceva l'esistenza .
Adesso si presenta con una nuova veste grafica e con ambizioni maggiori.

Richiederà tempo ed attenzione riportare in maniera schematica ed organica tutto il materiale in esso contenuto ma conto, con l'aiuto del mio amico Marcello, eccezionale creatore di siti internet oltre che collega di lavoro, di riuscire a farlo in tempi accettabili.

Invito gli amici e gli affezionati a segnalare ogni problema sì da poter riportare il sito alla sua funzionalità originale.

Cambia la veste ma non la dedizione alla memoria del nostro Re ed anche a quella degli amici che al sito hanno collaborato che sono recentemente scomparsi: l'Ambasciatore Camillo Zuccoli, il Dottor Alberto Foracchia, l'Ingegnere Domenico Giglio, presidente del Circolo Rex.

Seguiteci ancora.

Viva il Re!


www.reumberto.it

lunedì 20 settembre 2021

Il Re Soldato per il Milite Ignoto: la riscossa della Monarchia Statutaria



Il 4 novembre 1921 venne tumulata all'Altare della Patria la Salma del Milite Ignoto. Fu e rimane la manifestazione di unità nazionale più ampia e partecipata della storia d'Italia. Scelta il 28 ottobre da Maria Bergamas, madre di un Caduto, tra undici salme di militari non identificati raccolte nella Basilica di Aquileja, la Salma fu trasferita a Roma in treno tra due ali ininterrotte di cittadini in preghiera e meditazione. Il 2 novembre dalla Stazione Termini fu traslata a Santa Maria degli Angeli, seguita da un corteo aperto dal Re. La mattina di due giorni dopo Vittorio Emanuele III attese la Bara all'Altare della Patria, dinnanzi al Sacello della Dea Roma, ove fu tumulata nell'immensa commozione dei presenti e di tutti gli italiani, idealmente presenti col suono delle campane echeggianti da tutto il Paese. Il Re celebrò l'unione tra istituzioni e popolo. Quale messaggio inviò l'Ignoto Milite ai compatrioti? Dopo tre anni di disordini e polemiche iniziava l'era della pacificazione e della solidarietà civile?

 [...]

Fonte Cuneo Cronaca


domenica 19 settembre 2021

Capitolo XXXVII Carnera lascia la boxe.

 


Di  Emilio Del Bel Belluz

Primo iniziò il 1938 senza il mondo della boxe. Erano passati dieci anni dal suo primo approccio con la noble art. Carnera appariva stanco di quell’ambiente, non era più sicuro di nulla. Nel 1938 aveva 32 anni, ed effettivamente, non era troppo anziano, anche se aveva già sostenuto quasi un centinaio di match. Doveva assolutamente trovare un lavoro, ma l’unica cosa che era capace di fare era quella di boxare.   La notte, talvolta, si sognava dei molti incontri che aveva combattuto e delle persone conosciute. Gli era capitato di sognare un suo avversario che lo aveva battuto, e gli era piaciuto che si fosse avvicinato per informarsi sulle sue condizioni fisiche, così come apprezzò la sua visita in ospedale. La boxe gli aveva dato tanto, ma tanto gli aveva tolto. Il mondo l’aveva girato in lungo e in largo e non poteva lamentarsi di questo. I tifosi venivano lo stesso a Sequals per conoscerlo, e per farsi raccontare le sue imprese pugilistiche. L’unico episodio di cui parlava poco e con amarezza era rappresentato dal tragico match contro Ernie Shaaf. Tante volte di notte si era svegliato di soprassalto e aveva urlato il suo nome. Continuava a scrivere alla madre di Ernie chiedendole perdono e inviandole delle somme di denaro. La donna gli rispondeva sempre, invitandolo a dimenticare l’accaduto perché la morte del figlio non era attribuibile ai suoi pugni. Il nuovo futuro di Carnera stava incominciando a delinearsi: alcuni registi lo avevano chiamato affinché interpretasse alcuni ruoli nei loro film. Carnera per questo si era spostato a Roma e in questo modo riusciva a guadagnare dei soldi. Quella vita non poteva durare a lungo ma era pur sempre un modo di accumulare del denaro in modo onesto.  Primo cominciò a riflettere seriamente su quello che da tempo gli ripeteva sua madre, ovvero, di trovarsi una brava ragazza per formarsi una famiglia. Ma la vita di attore lo stava assorbendo molto, aveva fatto tappa in molte città d’Italia, lavorando anche in teatro con Renato Rascel. La sera del debutto con il comico era pensieroso, perché prima dello spettacolo doveva fare una ripresa di esibizione pugilistica con un volonteroso sparring-partner. Questa sua dimostrazione richiamava tanti spettatori che riempivano il teatro. Era la gente che continuava ad amarlo come pugile, come uomo forte e anche lui stesso finiva per sentirsi ancora un boxeur. Il successo e gli incassi facevano ben sperare, aveva trovato la strada della gloria. A Primo faceva ricordare i tempi passati e, precisamente, il suo inizio, nel circo francese, quando doveva esibirsi quasi tutte le sere con degli uomini che volevano sfidarlo. Il nuovo ambiente dello spettacolo gli piaceva.  Tutto questo veniva svolto con la massima passione. I registi sapevano che il campione aveva un seguito di pubblico che voleva conoscere la sua vita. I giornali parlavano ancora di lui, non come boxeur, ma come attore di teatro e di cinema. La gente andava volentieri a vedere i suoi film. Solo sua madre voleva vederlo sotto una nuova veste lavorativa.  Con il cinema aveva avuto la possibilità di conoscere degli attori molto importanti e delle attrici di rara bellezza. Costoro erano parecchio incuriositi di conoscere il periodo americano di Primo. L’America gli aveva dato tanto, aveva conosciuto uomini importanti, quali il Presidente e vari politici di quello stato. Ma aveva ricevuto tante delusioni da parte di persone che lui considerava buoni amici. Nel trattare i suoi affari in America non erano stati molto accorti perché s’era fidato di persone che si erano rivelate poi dei truffatori. Nella sua gestione finanziaria era andato Ko, da cui era stato impossibile rialzarsi facilmente. 

 

 

 

Nel suo girovagare con il teatro aveva sempre un seguito di persone che lo volevano salutare, e gli ponevano mille domande.  Carnera anche nei momenti più dolorosi aveva dentro di sé una grande forza, non si lasciava travolgere dalla disperazione e sorrideva sempre stupito davanti a tutto. Da uomo forte come una quercia sapeva, anzi, aveva imparato a distinguere quelli che gli volevano bene, da quelli che ceravano di sfruttarlo. Anche nei contratti che stringeva nel mondo del cinema, aveva imparato a destreggiarsi molto bene.   La vita dell’attore aveva i suoi vantaggi, uno di questi era quello che il suo nome lo trovava spesso nei giornali e così continuava ad essere ricordato. Quando rientrava in albergo dopo lo spettacolo, gli era capitato di trovare anche delle donne che lo attendevano, che volevano la sua compagnia, ma non era quello che desiderava. La sola donna che voleva in quel periodo era quella che sarebbe diventata sua moglie. Il Duce tassava quelli che non si sposavano e il gigante di Sequals quella gabella non voleva pagarla. Scherzava spesso su questo con i suoi amici, a volte diceva che la donna adatta a lui non era ancora nata. Ogni tanto pensava alla ragazza del bistrot, ma riteneva che i ricordi legati a quel periodo dovessero essere riportati alla mente solo quando si è avanti negli anni per sentirsi ancora vivi. Ricordava con nostalgia anche i difficili esordi pugilistici in terra francese, seppure gli avevano riservato qualche soddisfazione inaspettata, come quella di essere applaudito calorosamente in terra straniera.

sabato 18 settembre 2021

Incontro di studio e di ricerca

 

INCONTRO DI STUDIO E DI RICERCA
PASSEGGIATA ALL’ARIA APERTA



CONOSCERE LA STORIA ATTRAVERSO IL MONUMENTALE

SIETE INVITATI A UN INCONTRO DI STUDIO E DI RICERCA, PER CONOSCERE E RIVIVERE INSIEME L’EVENTO STORICO DELLA BRECCIA DI PORTA PIA DEL 20 SETTEMBRE 1870, EVENTO CHE SOLLEVO’ ROMA A CAPITALE D’ITALIA.

OSSERVANDO DAL VIVO IL MONUMENTO AL BERSAGLIERE, LEGGEREMO SU QUESTO LIBRO DI PIETRA E DI BRONZO LA STORIA DEL PROCESSO DI UNIFICAZIONE NAZIONALE, CON PARTICOLARE RIFERIMENTO A PORTA PIA.

         

ILLUSTREREMO LE CARATTERISTICHE ARCHITETTONICHE DELLE DUE FACCIATE DELLA MONUMENTALE PORTA PIA, SINTESI DELLA STORIA D’ITALIA.

       

CI SOFFERMEREMO AL MONUMENTO ALLA BRECCIA PER RICORDARE IL MOMENTO DELL’ENTRATA DEGLI ITALIANI A ROMA, E LEGGEREMO LE SIGNIFICATIVE PAROLE SULLE TARGHE, A PERENNE RICORDO PER LE GENERAZIONI FUTURE.


DUE SORPRESE

1.    LA SIGNIFICATIVA TARGA INAUGURATA IL 20 SETTEMBRE 2020 IN OCCASIONE DEL 150° ANNIVERSARIO DI PORTA PIA DA PARTE DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE ARTIGLIERI D’ITALIA, A MEMORIA DEL LUOGO, UN BOSCO ANCORA OGGI VISIBILE, DA DOVE PARTI’ IL PRIMO COLPO DI CANNONE CHE APRI’ LA BRECCIA.

2.    VEDREMO INOLTRE UNA PALLA DI CANNONE ANCORA INCASTONATA NELLE MURA AURELIANE RISALENTE AL 20 SETTEMBRE 1870 


IL PERCORSO SI SVOLGERA’ ALL’APERTO

APPUNTAMENTO LIBRERIA HORAFELIX VIA REGGIO EMILIA 89 ROMA (VICINO A PORTA PIA)

DOMENICA POMERIGGIO 19 SETTEMBRE 2021 ALLE ORE 16,30

L’INCONTRO SI RIPETERA’ PER CHI LO DESIDERA

LUNEDI’ POMERIGGIO 20 SETTEMBRE 2021 ALLE ORE 16,30

DURATA CIRCA UN’ORA

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA POSTI LIMITATI

EMAIL: terzanavigazionefutura@gmail.com

TELEFONO: 3384714674

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PROF. MASSIMO FULVIO FINUCCI
D.SSA CLARISSA EMILIA BAFARO

 

 

mercoledì 15 settembre 2021

90 anni orsono l'Italia giurò fedeltà al regime

Tra i colpi messi a segno da Mussolini per subordinare lo Stato al Pnf vi fu l'accostamento universale del fascio littorio allo scudo sabaudo, incluso lo stemma del Regno dall'11 aprile 1929.


Anniversari scomodi

La Monarchia non è una persona. È un sistema

“L'istituto monarchico non funzionò a tempo, perché non era più abbastanza monarchico. Oggi, anziché ad abbatterlo per punire la persona che lo incarna (Vittorio Emanuele III) bisognerebbe mirare a reintegrarlo. Bisognerebbe principalmente convincersi che la Monarchia non è una persona, è un sistema, al quale tutta la Nazione e i singoli cittadini sono interessati, e riconoscere che il sistema era stato distrutto da Mussolini e dal partito, e che se il re non aveva potuto e saputo opporsi, nessuno ne aveva preso le parti contro l'usurpazione. Su questo punto essenziale hanno sbagliato tutti; anche quei pochi che, come me, si sono sforzati di difendere l'autorità, il prestigio, vorrei dire la poesia della Corona. Noi stessi, confessiamolo, non abbiamo abbastanza compreso quella verità che oggi appare lampante: l'irriducibile antitesi, almeno nella civiltà politica attuale, fra Monarchia e Stato totalitario”.

Questo amaro bilancio autocritico tracciato da Luigi Federzoni mentre, per sfuggire alla vendetta di Mussolini, era rifugiato nella soffitta dell'Ambasciata del Portogallo presso la Città del Vaticano contiene una parte della verità storica: quella che all'indomani del 25 luglio e dell'8 settembre 1943 appariva a chi, come lui, il 29-31 ottobre 1922 aveva accettato con molte riserve l'ascesa di Mussolini a presidente del Consiglio ma poi ne aveva condiviso il percorso, nascondendo a se stesso il proposito ultimo del “duce”, cioè la subordinazione dello Stato al partito nazionale fascista, nato e morto repubblicano (di Federzoni v. Diario inedito, 1943-1944, a cura di E. Ciccozzi, con saggio di Aldo G. Ricci, ed. Pontecorboli)

Anche in posizioni apicali di potere (all'indomani dell'affare Matteotti” gli venne affidato era il ministero dell'Interno, quale garanzia contro l'assalto allo Stato da parte dei “ras” e dei consoli della Milizia volontaria di sicurezza nazionale), come altri gerarchi di matrice liberal-nazionalistica Federzoni visse per un ventennio nell'ambiguità: preferì non vedere l'“irriducibile antitesi” tra monarchia statutaria e regime di partito unico. Carducciano cattolico, avvolse la realtà nelle bende della retorica nazional-fascista e concorse a sgretolare giorno per giorno le fondamenta della monarchia e ad elevare il monumento al fascismo e al suo “duce”, sino a farne l'uomo del Destino (o “della Provvidenza” come scrisse Pio XI).

   Nell'articolo su La legge del Gran Consiglio scritto all'indomani della “costituzionalizzazione del Regime” (1928) Giovanni Gentile plaudì all'“inizio” della “nuova storia, a cui tutti gli italiani sono invitati a collaborare sotto l'emblema del Littorio. Non più fascisti e antifascisti, ma Italiani; non più uomini della Rivoluzione, e conservatori del vecchio regime; ma cittadini tutti della nuova Italia, stretti dal comune proposito di concorrere ciascuno per la sua parte alla grandezza e potenza della Nazione. Dentro lo Stato, la libertà con la disciplina; fuori, niente. Dentro la nuova legge ogni diritto è sacro perché è un dovere. È un dovere del cittadino verso se stesso, perché è un dovere verso la Patria. È il nuovo ideale cui guarda e deve guardare il Partito Fascista, che nel suo trionfo sente il peso enorme della responsabilità che si è assunta”.

In realtà, l'invenzione del Gran Consiglio, “organo supremo del Regime sorto dalla Rivoluzione dell'ottobre 1922” (legge 9 dicembre 1928, n. 2693), non sanò affatto il dualismo fra la Corona e il partito unico. Quest'ultimo aspirò, senza però riuscirvi, ad avocare la somma del Potere. Latente sotto la maschera della apparente “diarchia”, il contrasto era destinato a esplodere quando il re avesse deciso, come fece il 25 luglio 1943, di sconfessare l'“armistizio” del fascismo verso la monarchia, enunciato unilateralmente da Mussolini nel discorso di Udine del 20 settembre 1922, pronunciato per ottenere l'avallo dei monarchici al suo ingresso nel governo. A conferma della fragilità dell'interpretazione gentiliana del ruolo del Gran Consiglio basti ricordare che dal novembre 1926 egli prese parte alle sue sedute solo come presidente dell'Istituto nazionale fascista di cultura, la cui stessa insegna pretendeva di ingabbiare la cultura (che in sé non è nazionale ma universale) negli steccati del “fascismo”. Ricalcate in Dottrina politica e sociale del fascismo  ( ed nell'Enciclopedia italiana), le pagine di Gentile divennero premessa dello Statuto del Pnf deliberato dal Gran Consiglio in una delle sue ultime riunioni, l'11 marzo 1938.

 

La Camera dei Fasci e delle Corporazioni (1939)

Il “compromesso” del 1922 fu ribadito all'inaugurazione della XXX legislatura, I della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, il 23 marzo 1939, anno XVII dell'era fascista. Presenti il principe ereditario Umberto di Savoia, i principi del sangue con le rispettive Case militari e civili, la regina imperatrice (che rispose al grido “Viva la regina” salutando romanamente), nonché un gruppo di Sansepolcristi e una rappresentanza della Falange Spagnola, il re rispose col saluto romano alle “vivacissime prolungate acclamazioni” e dopo il giuramento collettivo dei “Consiglieri nazionali”, nuova denominazione dei “deputati”. Vittorio Emanuele III rievocò anzitutto la conquista dell'Etiopia (riconosciuta da Londra il 16 novembre 1938) e la creazione dell'Impero, le sanzioni economiche deliberate dalla Società delle Nazioni contro l'aggressione italiana a uno Stato suo membro e l'uscita dell'Italia da “un organismo che ormai sopravvive a se stesso per forza di inerzia e senza alcuna particolare utilità per il mondo”. Ricordate le “relazioni particolarmente amichevoli” con Ungheria, Jugoslavia, Polonia, Svizzera e Albania, l'“Asse Roma-Berlino” e i motivi di tensione con la Francia, il sovrano assicurò che l'Italia desiderava che la pace regnasse “il più a lungo possibile”. Del resto (non lo disse) essa era uscita spossata dalla guerra d'Etiopia e dall'intervento del Corpo Truppe Volontarie in Spagna (senza adeguata contropartita politica) a sostegno dei “Quattro generali”, contro il governo repubblicano di Madrid. Accennò all'imminente Carta della Scuola e alla riforma del codice civile, “specie nella sua parte che si occupa del diritto familiare e di tutti i problemi afferenti alla difesa della nostra razza”, alla quale “dal suo inizio” il regime aveva dedicato “le sue più costanti energie”. Concluse con un cenno alla “intesa e collaborazione” tra Stato e Chiesa”, “nella sfera delle reciproche attribuzioni e responsabilità”, e all'“avvenire garantito dalle armi e dalla sempre più profonda coscienza unitaria nazionale temprata alle dure prove della guerra e ai compiti non meno arditi della pace”. Prima di sciogliersi, senatori e consiglieri nazionali – narra la cronaca pubblicata nella “Gazzetta Ufficiale” del 23 marzo 1939 – “intonarono in coro vibrante gli inni della Rivoluzione”.

Venti giorni dopo, il 6 aprile 1939, scattò l'aggressione dell'Italia contro l'Albania la cui corona il 16 fu assunta dal re, mentre quattro notabili del Paese delle Aquile furono nominati senatori per la 20 categoria (“illustrazioni della patria”).

 

Come e quando nacque il Regime

Inizialmente appagata dall'ascesa del partito al potere, la componente repubblicana del partito premeva nel tempo premette sempre più su Mussolini per un “cambio di passo” nei confronti della monarchia. Il duce però si condusse Mussolini con prudenza e più volte ribadì la priorità dello Stato rispetto al partito. Il 13 giugno 1923 da presidente del Consiglio il telegrafò ai prefetti: “Unico solo rappresentante autorità Governo nella Provincia è il Prefetto e nessun altro fuori di lui (…) Fiduciari provinciali fascisti nonché diverse autorità partito sono subordinate Prefetto. Intendesi che essendo Fascismo partito dominante Prefetto dovrà tenere contatti con fascio locale per evitare dissidi e tutto ciò che possa turbare ordine pubblico”. All'epoca, va ricordato, dopo la fusione con i nazionalisti (febbraio 1923), il gruppo parlamentare del PNF contava meno di 50 dei 545 deputati in carica e il partito era ancora lontanissimo dall'essere “dominante” rispetto al socialista, al popolare, ai demo-sociali e alla ondivaga pletora di “costituzionali”. Sennonché con l'uso sistematico della violenza ai danni degli oppositori i suoi militanti occupavano “nei fatti” lo spazio che non avevano sul piano meramente numerico dei seggi.

Neppure con le elezioni del 6 aprile 1924 i deputati iscritti al Pnf risultarono maggioritari. Se ne contarono 227 su 545. Molti arrivavano dalle file di liberali, popolari, “democratici”. Però sin dalla convalida degli eletti, nel corso di una seduta tumultuosa, fu chiaro che il partito non esitava a imporsi per intimidire gli incerti e isolare le opposizioni residue. In quei frangenti e sino all'inizio del 1926 le reiterate sollecitazioni al sovrano a intervenire per ripristinare l'equilibrio dei lavori parlamentari, in specie alla Camera dei deputati, rimasero senza risposta perché non era provato che essi fossero in contrasto con lo Statuto. Non era il re a doverlo dire, ma le Camere. Esattamente come avviene oggi. Nessun presidente della Repubblica ha mai pubblicamente censurato le squallide piazzate inscenate nei due rami del Parlamento.

Il 5 gennaio 1927, dopo aver messo a segno le leggi “fascistissime” (a cominciare dall'obbligo dei dipendenti pubblici, militari compresi, di dichiarare la propria appartenenza ad associazioni), compreso il ripristino della pena di morte per attentati alla sicurezza dello Stato e ai titolari sommi del potere, Mussolini ribadì: “Il prefetto, lo riaffermo solennemente, è la più alta autorità dello Stato nella provincia. Egli è il rappresentante diretto del potere esecutivo centrale”. Più di ogni altro, i fascisti gli dovevano quindi “rispetto ed obbedienza” perché era il “più alto rappresentante politico del regime”. Avocata all'esecutivo la facoltà di emanare norme giuridiche, sostituiti i consigli comunali elettivi con l'ordinamento podestarile e quelli provinciali con presidi (poi rettori), imbrigliata la stampa periodica, costrette le associazioni massoniche a sciogliersi per evitare rappresaglie ai loro affiliati, vietati i partiti d'opposizione, dichiarati decaduti i deputati assenti ingiustificati alle sedute e preso sotto controllo l'apparato dello Stato, il “capo del governo” (in forza della legge 24 dicembre 1925, n. 2263) aveva motivo di anteporre lo Stato, “formato” in massima parte da dirigenti e funzionari cresciuti nell'età giolittiana e durante la Grande Guerra, ai quadri di partito dalla spesso posticcia preparazione culturale e giuridica, come documenta Guido Melis in La macchina imperfetta ed. il Mulino, Premio Acqui Storia).

Il 26 maggio 1927, nel cosiddetto “discorso dell'Ascensione”, messe nel conto le residue “frizioni” (“la natura umana, disse il duce con spunto autobiografico, non è facilmente addomesticabile”), Mussolini dichiarò alla Camera: “ad ogni modo io non darà mai la testa di un prefetto a nessun segretario federale, e soprattutto se questo prefetto viene dal Partito Nazionale Fascista, e se è, come deve essere, un probo funzionario, servitore devoto del regime”. Ambiguità? Doppiezza? Scaltrezza? Temporeggiava. La “sua” repubblica nondum matura erat.

L'instaurazione del regime non avvenne né il 28 (o, più esattamente il 31) ottobre 1922, con l'insediamento del governo di convergenza costituzionale, né alla fusione dei nazionalisti nelle file dei fascisti, né con la vittoria della Lista nazionale (6 aprile 1924) ma, passo dopo passo, con con le leggi varate dal Parlamento nel quadriennio seguente, sino alla riforma elettorale propugnata da Alfredo Rocco, con la sola opposizione significativa di Giolitti, secondo il quale, eliminando alla radice la libertà di scelta dei rappresentanti alla Camera, essa costituiva un vulnus insanabile dello Statuto. Non gli venne obiettato, però, che la Carta albertina aveva istituito l'elezione dei deputati, demandando al legislatore l’approvazione la legge elettorale; sicché la responsabilità politica di quel vulnus non andava imputata al sovrano, ma ricadeva sui parlamentari in carica e soprattutto sui deputati, inclini a farsi male da soli.

 

L'imposizione del giuramento di fedeltà: a quale fascismo?

Forte dello straripante successo ottenuto nelle elezioni del marzo 1929, preceduto dalla Conciliazione Stato-Chiesa dell'11 febbraio precedente, Mussolini ribadì i principi cardini: “Il partito non è che una forza civile e volontaria agli ordini dello Stato, così come la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale è una forza armata agli ordini dello Stato”.

L'ordinamento della Milizia e lo statuto del Pnf risultarono autoreferenziali e conculcarono le competenze della magistratura ordinaria. I nuovi iscritti al partito, infatti, erano tenuti a giurare davanti al segretario politico (elevato a garante pubblico della moralità politica) “di eseguire senza discutere gli ordini del Duce e di servire con tutte le forze e, se necessario, col sangue la causa della Rivoluzione Fascista”, con la divisa “fede, coraggio, disciplina e onestà”. Ripetutamente aggiornati, gli statuti del PNF e della Milizia non contennero mai alcun riferimento né al re, né alla monarchia. A quel modo perdurò l'ambiguo compromesso del 1922. Il fascista espulso dal Partito andava messo al bando dalla “vita pubblica” senza che fosse precisato se per tale si intendeva solo quella “politica” o comprendesse anche l'accesso a impieghi pubblici, l'esercizio di attività private (commerciali, agrarie, industriali, bancarie...) e le libere professioni. I dati disponibili dicono che nel 1943 a Torino solo un decimo degli avvocati era iscritto al Pnf.

L'ambiguità era nelle norme. I deliberati del Gran Consiglio, dopo la sua costituzionalizzazione (9 dicembre 1928) assunsero valore pubblicistico: di esso facevano parte il capo del governo, i presidenti delle Camere, i ministri, una serie di dignitari e di gerarchi, nominati e revocati su proposta del capo del governo ma “con decreto reale”.

La lunga marcia mussoliniana mirante a usare il partito per impadronirsi dello Stato dal suo interno seguì un percorso sinuoso, non sempre coronato dal successo. Mentre ottenne che il fascio littorio, contrassegno del partito, fosse accostato allo scudo sabaudo sia nello stemma dello Stato sia nelle insegne degli edifici pubblici, il duce fallì nel proposito di inserirlo nella bandiera del Regno per la ferma contrarietà di Vittorio Emanuele III.

Né ebbero successo i ripetuti progetti di rendere il Senato parzialmente elettivo, come ventilato da Luigi Luzzatti dal 1910. Come ampiamente documentato, l'iscrizione all’Associazione fascista dei senatori non comportò adesione ideologica al regime né, meno ancora, subordinazione alle sue direttive. La Camera Alta rimase estremo bastione della monarchia.

Riordinato il non facile rapporto tra la Milizia e l'Esercito, altri tentativi di subordinare la macchina dello Stato alle gerarchie e alle direttive del partito ebbero modesti nelle Forze Armate. Però nel 1931, in vista del decennale dell'avvento al governo, Mussolini impresse l'accelerazione per subordinare lo Stato al partito. Col regio decreto n. 1277 del 28 agosto fu imposto anche ai docenti degli istituti superiori di istruzione ed universitari di pronunciare la formula di giuramento già in uso per i pubblici impiegati: “Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l'ufficio di insegnante e adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concili coi doveri del mio ufficio”.

Novant'anni orsono i chierici dell'Educazione nazionale giurarono in massa. Come ricorda Ruggero Zangrandi in Il lungo viaggio attraverso il fascismo (amaro regolamento di conti all'interno dei tanti fascio-comunismi pullulati in un'Italia sempre in crisi d’identità), nella Storia del fascismo Luigi Salvatorelli scrisse “certamente non che tutti i giuranti fossero o fossero divenuti di convinzione fascista. E neppure che tutti giurassero per semplice tornaconto o comodità. Vi furono quelli attaccati all'insegnamento come attività personale e come missione. Dio solo giudica i cuori”. Per rispetto nei suoi confronti si può ritenere che nell'età dei totalitarismi il Grande Architetto dell'Universo avesse altre priorità. L'anno seguente un fiume di “intellettuali” montò la guardia alla Mostra del Decennale. Il Re faceva la spola tra San Rossore e Roma, sempre più isolato: futura vittima sacrificale del ritinteggio di una miriade di camicie nere che nel 1943-1948 divennero rosse, bianche, verdi…: tutto fuorché azzurro Savoia.

 

Aldo A. Mola

martedì 14 settembre 2021

Re Umberto II e il Pantheon negato

di Emilio Del Bel Belluz

In questi giorni ho preso tra le mani un libro di Giovannino Guareschi, il grande scrittore che con le sue opere riuscì a far sorridere e a dare felicità a molti italiani che si ritrovavano nella sua prosa. 
La mia attenzione si è fermata all’ episodio commovente, in cui si vede  don Camillo e il sindaco comunista Don Peppone che si trovano al capezzale della signora maestra Cristina, la donna che ha insegnato a leggere a tutto il paese. 
La maestra dona al sindaco  le sue poche cose, e lascia i libri a lui perché si istruisca e impari i verbi. Davanti al parroco chiede che al giorno dei suoi funerali sulla sua bara sia stesa la bandiera con  lo stemma Sabaudo, che la maestra non ha mai voluto dimenticare. 
La povera donna rimprovera il sindaco e quelli come lui che hanno mandato in esilio il Re e i suoi figli. Riporto: “ Tu e gli altri bolscevichi come te avete mandato via il Re, relegandolo  in un’isoletta lontana per farlo morire di fame assieme ai suoi bambini”, … “ Vi hanno informata male” spiegò dolcemente . “ Son tutte bugie. Né isole deserte né morti di fame. Tutte bugie e ve lo assicuro”… “ E poi,” esclamò Peppone “ mica soltanto noi, l’abbiamo mandato via! C’è stata la votazione ed  è risultato che erano più quelli che non lo volevano che quelli che lo volevano, e allora è andato via e nessuno gli ha detto o fatto niente. Così funziona la democrazia!” “ Ma che democrazia!” rispose severa la signora Cristina. “ I Re non si mandano mai via!”.
 Queste poche righe mi fanno ritornare alla mente il referendum istituzionale, in cui ci furono dei brogli elettorali e un Re che lasciò l’Italia per evitare lo spargimento di sangue. Nessuno agì come lui, pensando più alla Patria che a sé stesso. Non dimentichiamo che quasi la metà degli italiani si espresse a suo favore. Il Re Umberto II lasciò il suo Paese, gli era stato detto che si trattava di poco tempo, quando le acque si fossero calmate, avrebbe potuto fare ritorno. Il Re aveva una sola parola, era un gentiluomo che aveva sempre agito con correttezza, nessuno si sarebbe comportato  da Re come fece lui. La storia poi la si conosce, la povera signora Cristina del libro di Guareschi, aveva ragione. Il re  e la sua famiglia se ne andarono in Portogallo, vissero dei momenti difficili. 
La casa dove andarono non era adatta per ospitare una famiglia, mancava tutto, anche l’energia elettrica ma il Re e i suoi familiari si adattarono anche a questo. In questa nostra Italia, pochi raccontano che il figlio di Re Umberto II, il principe Vittorio Emanuele IV, dovette rimanere in esilio per decenni, senza poter far rientro in Italia, come suo figlio il principe Emanuele Filiberto. Questo esilio che dovettero portare sulle spalle non è stato altro che una vendetta dei comunisti, i patrocinatori della libertà, che anche adesso continuano a nutrire  astio  verso Casa Savoia,  anche se sono passati oltre settant’ anni. 
L’Italia, paladina delle libertà di altri Paesi, non ha mai trovato il tempo per riconoscere gli errori compiuti verso questa dinastia. Il Re Umberto II  e la Regina Maria José si trovano sepolti ancora in terra d’esilio. Non sarebbe ora di farli riposare al Pantheon? 
E’ stato un Re che ha amato fino agli ultimi atti della sua vita, la cara Italia. Spero che le generazioni future ricordino Casa Savoia come merita. E’ stata una dinastia con una storia millenaria, ha unificato l’Italia, invece, la Repubblica che ha settant’ anni dimostra tutte le sue crepe e non credo che possa arrivare al millennio.

giovedì 9 settembre 2021

La famosa mamma degli imbecilli che figlia sempre e non si stanca mai

Chi glielo spiega a quei dementi che nella Resistenza c'era tanta gente fedele al Re?


Ceresole Reale, l’ira dell’Anpi sulla bandiera monarchica sul Mila e il vessillo viene rimosso


Qualcuno dell’associazione l’ha notata e scritto al gestore: «Siamo una Repubblica e il rifugio è intitolato a un esponente della Resistenza»

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La sentinella del Canavese


mercoledì 8 settembre 2021

Una principessa di Casa Savoia (figlia di Umberto II, ultimo Re d’Italia) all’Artistica di Savigliano

Maria Pia di Savoia Borbone ha esaminato testi e foto del suo libro sulla dinastia

SAVIGLIANO

di DEVIS ROSSO

È entrata negli uffici de «L’Artistica di Savigliano con un sorriso smagliante, un vestito rosso e una semplicità sbalorditiva, dispensando saluti e sguardi per tutti. Maria Pia di Savoia Borbone, figlia maggiore dell’ultimo Re d'Italia Umberto II e della Regina Maria José, quindi si è accomodata accanto all’addetta grafica di turno e, pagine di bozza in mano, ha iniziato a commentare e visionare i testi e le fotografie del volume che porterà la sua firma.

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www.lastampa.it

Umberto II di Savoia: l’ultimo Re d’Italia



La storia dell’ultimo monarca di Casa Savoia, Umberto II è segnata dalle vicende che portarono l’Italia al collasso durante il Secondo conflitto mondiale.

Eppure spesso si tende a dimenticare il suo impegno democratico nel post-guerra. Il Re sabaudo, infatti, era intenzionato a mettere a rischio la Monarchia e lo Statuto Albertino pur di trovare una nuova forma di Stato all’Italia.

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Mole24.it

martedì 7 settembre 2021

La Prima Guerra d’Indipendenza: un primo passo verso il Risorgimento

Con il 1848, il Regno di Sardegna portò l‘Italia sempre più vicina all’unificazione


“Fare un 48”, “far scoppiare un 48“, parliamo di espressioni che usiamo tutti giorni e che convenzionalmente indicano una situazioni di confusione e di subbuglio.

Un anno, il 1848, che ha completamente stravolto la storia dell’ Europa come la conosciamo oggi e del mondo stesso.

Un anno “terribile” sotto tutti i punti di vista che ha visto il Piemonte e tutta la penisola italiana come protagonisti nella Prima guerra d’Indipendenza.

In Italia infatti, tutti i governanti, percepito lo spirito di rivolta popolare in aumento, promulgarono progressivamente la Costituzione. A partire da Ferdinando II delle Due Sicilie, poi Leopoldo II, Papa Pio X.

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https://mole24.it/2021/08/30/prima-guerra-d-indipendenza-verso-il-risorgimento/

venerdì 3 settembre 2021

Nel trigesimo dell'ingegnere Giglio il ringraziamento della Famiglia

 3 agosto - 3 settembre 2021



Ad un mese dalla salita in cielo del marito, papà e nonno Domenico, la famiglia Giglio, commossa, ringrazia Tutti coloro che con scritti, ricordi, presenza e parole profonde hanno dimostrato partecipazione sincera al suo dolore.

E' sicura che Domenico, accanto al Dio che lo ha chiamato a sé, da Lui impetra convinzione e forza per proseguire sulla strada che Dio stesso ha tracciato per Tutti noi.​
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A Tutti, ancora una volta, affettuosa gratitudine.

Maria Antonietta Giglio Castagnola​