NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 16 gennaio 2021

Io difendo la Monarchia cap X - 5


Le voci di critica preconcetta si erano spente e il vecchio Oriani e il vecchio Carducci avevano da tempo abbandonato le negazioni della Lotta politica e le birbonate di Enotrio Romano. Dopo l'altro dopoguerra, in presenza del fascismo e dei suoi primi risultati e della rinascente lotta contro la libertà, ricomparve la tendenza a negare il Risorgimento e i suoi frutti: né si può dare torto a Gobetti e ai suoi seguaci per questo. Forse l'accenno recente di Ferruccio Parri alla assenza di una vera democrazia in Italia, anche nel periodo aureo del Parlamento, è dovuto alla sua derivazione intellettuale da Gobetti e ai suoi ricordi giovanili. Ma non può maravi-gliare che esso sia parso del tutto inopportuno e inutilmente ardito e paradossale in un paese che recuperava infine, pur sotto forma di «consulta» e sotto la vigilanza straniera, una libera tribuna per i suoi dibattiti. Benedetto Croce rivendicava in tale occasione i benefici della libertà e della democrazia nell'Italia di ieri. Diceva, egli, nella seduta del 27 settembre 1945 alla Camera:

«La mia ammirazione e la mia gratitudine d'italiano per l'opera del Parri nella lotta eroicamente tenace contro i fascisti e tedeschi è così grande e così sincera che non solo non impedisce, ma vuole che io prenda la parola per ribattere nettamente un giudizio storico da lui pronunciato ieri e che ha destato non tanto scandalo, quanto stupore. Egli ha detto che già prima del fascismo l'Italia non aveva avuto governi democratici. Ma questa asserzione urta, in flagrante contrasto, col fatto che l'Italia, dal 186o al 1922 è stata uno dei paesi più democratici dell'Europa e che il suo svolgimento fu una non interrotta e spesso accelerata ascesa nella democrazia. Effetto evidente apparve che quel popolo o piuttosto quelle plebi, che i vecchi governi avevano lasciate miserabili e analfabete, e, anche nelle dimostrazioni esterne, vergognosamente servili, oltre che progredire nella salute fisica come comprovava annualmente e statisticamente il de­crescente numero degli scartati nelle leve, oltre la cre­scente diminuzione dell'analfabetismo, con la sempre più larga efficacia della scuola popolare, vennero acquistando carattere e sembianti di liberi cittadini, si riunirono in associazioni e camere di lavoro; poterono difendere i loro diritti, ottennero l'arma degli scioperi, ebbero leggi pro­tettive del lavoro, e, coi consecutivi allargamenti del­l'elettorato, giunsero fino al suffragio universale. E sor­sero partiti politici che formularono e propugnarono i diritti dei lavoratori, ed espressero i loro ideali, e i so­cialisti, dapprima uno o due, crebbero sempre più di numero nella camera dei Deputati, talché nelle ultime legislature erano, se mal' non ricordo, un centinaio e mezzo o più; e tra essi erano Giacomo Matteotti, che con l'Amendola e coI Gramsci, morirono per l'Italia demo­cratica. «Democrazia», senza dubbio «liberale», come ogni verace democrazia, perché se il liberalismo senza democrazia, langue privo di materia e di spirito, la de­mocrazia a sua volta, senza l'osservanza del sistema e del metodo liberale, si perverte e si corrompe e apre la vita alle dittature e ai despotismi: come le democrazie dei comuni medioevali ai tiranni del Rinascimento, e la prima e la seconda Repubblica francese al primo e se­condo Impero. Chi come me, nacque nei primi anni del­la nuova Italia libera ed una, vide ancora alcuni pitto­reschi aspetti di quelle plebi scalze che nella mia Napoli si chiamavano i «lazzari»; ma assistette anche al loro rapido sparire sicché la memoria ne rimase solo nella descrizione e negli aneddoti della storia. E chi come me, si educò nel fiorire democratico e liberale dell'Italia, non dimenticherà. mai che il meglio di se stesso deve a quei modo e a quel ritmo della vita italiana, che gli rese age­vole come non era stato alle generazioni precedenti, di formarsi senza compressione di nessuna sorta, di spaziare nel vasto mondo della cultura universale, di apprendere da tutti, italiani e stranieri, di tutte le più diverse scuole, di enunciare e di sostenere quello che egli stimava verità, di misurarsi con chiunque nella gara civile, di portare in quest'opera quel senso di onore che prima assai spesso si metteva in varie o poco oneste competizioni. E anche ora egli augura che l'Italia torni non certamente allo stato o alle condizioni di allora, perchè grandiosi e terribili eventi sono accaduti, e le condizioni di fatto non sono più quelle e problemi nuovi e diversi urgono nel nostro spirito, ma bene al modo di allora, che è poi l'eterno modo dell'alta vita umana: stare come diceva Faust, libero in libero popolo. E in questa coscienza in lui vivissima del debito che tutta l'Italia presente ha verso quel passato, è la ragione di questa sua difesa di oggi, come già egli difese, contro l'« Italietta » inventata e schernita dal fascismo l'Italia reale, l'Italia creata dai nostri padri del Risorgimento, che è sempre da venerare, quell'Italia nella quale avemmo a maestri di regola intellettuale e morale ed estetica un Francesco de Sanctis e un Giosuè Carducci ».

Il composto equilibrio tra Corona e Parlamento, tra il paese, i suoi partiti e la sua rappresentanza si interruppe negli anni 1919-1922 con l'insorgere di movimenti demagogici e con l'opposizione ad essi di un partito altrettanto popolare. Non la Corona e non, a dir vero, il Parlamento iniziarono quei movimenti e quella reazione. Essi si effettuarono nel paese e trasmodarono nella antica e tradizionale violenza. La lunga guerra aveva risvegliato antichi istinti che parevano sopiti se non definitivamente estinti nel nostro popolo. La lotta politica si trasferì così nelle piazze delle principali città e il Parlamento non seppe far prevalere la sua autorità, né seppe esprimere Governi capaci di contenere l'aspra lot­ta civile. La Corona non aveva nulla da guadagnare nel triste giuoco della contesa civile. Re Vittorio aveva rag­giunto, con la conseguita gloria di Vittorio Veneto, l'api­ce del suo Regno, aveva guadagnato all'Italia le sue frontiere naturali e il posto di grande Potenza tra i mag­giori Imperi del mondo. Nessuno può accusarlo di ec­cessive ambizioni o di tendenze dittatoriali o di imperialismo. Il quadro che l'italiano medio aveva fatto del suo Re era di un Re borghese e liberale: tutti ricorda­vano che egli aveva richiamato al Governo il Giolitti e che avea sonetto e confortato la esperienza liberale del suo Governo nel primo decennio del nuovo secolo. Che poi vi siano dei Salvemini che consideravano ieri Giolitti il ministro della mala vita e attribuiscono oggi a Re Vittorio le colpe di Mussolini, questo non è che un in­dice del disordine mentale purtroppo diffuso in questa epoca conturbata, anche in uomini di sicuro ingegno e di innegabile merito. Così tutti ricordavano che Re Vit­torio aveva desiderato fin dal 1902 di chiamare al Go­verno Filippo Turati e nel 1908 aveva insistito per ave­re Leonida Bissolati. Se un appunto veniva fatto al Re, esso veniva dagli elementi conservatori i quali lo giudi­cavano troppo democratico, troppo proclive ad abban­donare i privilegi del trono, insomma troppo poco Re e molto Presidente di una repubblica ereditaria. Questo era il giudizio corrente in Italia sino al 1922 su Re Vit­torio. Questo giudizio non può essere modificato dagli avvenimenti successivi. Certo egli considerò il fenomeno fascista un fatto storico che non si poteva contenere con i mezzi ordinari. La classe politica gli venne meno; gli intellettuali da d'Annunzio a Marconi, a Mascagni, a Pirandello a Panzini (i) ne celebrarono il genio; il Parla­mento non seppe esprimere un Governo durevole: "opi­nione pubblica italiana e straniera acclamò il nuovo Ce­sare e salvatore della civiltà latina. Il resto è noto ed è stato da noi diligentemente e obiettivamente descritto.

Ora si tratta di impedire che quello che è avvenuto nell'ottobre 1922 possa ancora ripetersi. E si tratta di stabilire se, a mantenere la lotta politica sul binario par­lamentare, convenga più la Monarchia costituzionale o la repubblica. Noi diremo in primo luogo che a difendere la libertà del Parlamento giova innanzitutto un più vi­gile e diffuso e ostinato sentimento. della libertà nei cit­tadini elettori ed eletti. Nessuno si farà più trascinare dal turbine demagogico che nel 1919-1922, sotto la bandiera del patriottismo, nascondeva la brama di potere di un avventuriero plebeo. Oggi tutti sanno che la più corrotta democrazia è preferibile alla più ordinata delle tirannidi.

Quando sia reso impossibile a un partito divenuto più forte, di asservire il Parlamento, la Monarchia e la Repubblica si equivalgono nella tutela dell'equilibrio dei poteri. Ma naturalmente si equivalgono una Monarchia costituzionale e una Repubblica democratica, borghese e parlamentare. Non si equivalgono allo stesso modo una Monarchia costituzionale e una repubblica giacobina o socialista o comunista per la elementare ragione che quest'ultima repubblica tende alla dittatura di una par­te, il proletariato, e quindi al partito unico e alla ditta­tura permanente. Quando il sig. Nenni dice che la Re­pubblica « sarà socialista o non sarà », egli esclude che la repubblica possa essere democratica e parlamentare.

(1) Non, parliamo naturalmente dei Bontempelli che accla­marono ieri al tiranno ricordando Augusto, così come oggi ap­paiono lusingati di frequentare l'anticamera di Togliatti.

Due esempi molto lontani

di Pier franco Quaglieni


Trump ha chiuso la sua presidenza nel modo peggiore, ricorrendo ai pretoriani teppisti che hanno invaso il Campidoglio e lamentando un broglio elettorale del tutto inventato.  Nel 1946 l’ultimo Re d’Italia Umberto II andò in esilio malgrado l’esito poco limpido, per non dire truffaldino, del referendum istituzionale del 2 giugno. L’arricchito,  rozzo, aggressivo e violento che viola anche il giuramento prestato non può certo  neppure essere accostato ad un Re, erede di una grande dinastia, che resta un esempio unico di stile e di patriottismo   che, presto o tardi, gli andrà riconosciuto da tutti,  anche se qualche sprovveduto, armeggiando di recente  per il ritorno intempestivo a Mondovì di Vittorio Emanuele III, ha interrotto il processo storico  già in atto  
La grandezza d’animo di Umberto è stata riconosciuta persino da Paolo Mieli. 
Il che  è tutto dire.

venerdì 15 gennaio 2021

Re e presidenti


dal sito www.unsognoitaliano.it


La recentissima squallida vicenda dell’assalto al Parlamento a Washington da parte di dimostranti praticamente aizzati dal presidente sconfitto fa immediatamente ricordare il ben diverso atteggiamento tenuto da un Re, un vero Re, un Re Signore, Umberto II di Savoia. Se il sistema elettorale statunitense è criticabile con il voto postale e/o anticipato, un sistema che può prestarsi ad imbrogli o scambi di persona, il tutto era da mettere in preventivo da parte del presidente uscente, ma una volta accettato preliminarmente non può essere discusso successivamente fino al punto di spingere alla violenza contro le istituzioni. Ben diversa invece fu la vicenda referendaria del 2 e 3 giugno 1946 in Italia, con provincie che non votarono, tanti certificati non consegnati o consegnati male, centinaia di migliaia di ex prigionieri di guerra, volutamente non rimpatriati, ed in più le modalità dello scrutinio, la conservazione delle schede, la stesura contraddittoria dei verbali, in molti casi con cancellature e mancanti di dati su voti nulli, ed infine lo scarto modesto a favore della repubblica tra gli elettori votanti, che diventava minoranza se rapportata all’intero corpo elettorale, davano argomenti di molto superiori al Re per non accettare il responso elettorale. Ma il voto repubblicano, come giustamente fatto notare da Domenico Fisichella nel suo libro “Dittatura e Monarchia” era nella sua stragrande maggioranza dovuto al voto comunista ed in grandissima parte a quello socialista di chi aveva gridato nella piazze “O la repubblica o il caos”, per cui la resistenza del Re significava guerra civile e spaccatura dell’unità, repubblica al Nord, Regno al Centro-Sud, per non ricordare i “titini” al confine orientale che già di fatto si erano impadroniti di Zara, Fiume e gran parte della Venezia Giulia. Il Re valutò tutto questo, non segui gli appelli pur accorati di tanti suoi sostenitori e scelse di lasciare l’Italia, non riconoscendo la repubblica, ma salvando unità ed indipendenza dell’Italia. 

È possibile un confronto?

Re si nasce, presidenti si diventa per scelta partitica.

Domenico Giglio


Andreotti cardinale laico: carte inedite sui rapporti con il Vaticano

Interessante articolo sul Corriere 

(segnalato dal nostro Ettore Laugeni)






Nuovi documenti sul leader democristiano nella riedizione della biografia scritta da Massimo Franco, da giovedì 14 in libreria per Solferino e in edicola con il «Corriere»

[...]


Il 28 dicembre 1947 era morto ad Alessandria d’Egitto Vittorio Emanuele III. E il suo patrimonio era passato agli eredi e alla vedova. Ma il 1° gennaio 1948 era entrata in vigore la nuova Costituzione italiana che stabiliva «l’avocazione allo Stato dei beni esistenti». Si era aperto un contenzioso sia in Italia sia con Londra. Lì Umberto I aveva sottoscritto un’assicurazione sulla vita alla fine dell’Ottocento. Non era mai stata riscossa da nessuno. Fu Vittorio Emanuele III, dopo l’abdicazione, a chiedere di poter disporre della somma e degli altri beni inglesi del padre, che il governo britannico aveva trattenuto e sequestrato come patrimonio dei nemici nella Seconda guerra mondiale: dopo l’armistizio, la Gran Bretagna aveva dissequestrato quei beni affidandoli alla Banca Hambros di Londra perché li distribuisse agli eredi.

Le quattro figlie del Re e lo Stato dovevano dividersi l’eredità, e sembrava tutto deciso: l’Avvocatura dello Stato aveva dato parere favorevole a una spartizione che tenesse conto delle richieste delle eredi. Ma il ministero delle Finanze si era opposto, smentendo l’Avvocatura e prendendo tutto il patrimonio. «Senza dubbio» si legge nella relazione che si trova negli Archivi vaticani, acclusa agli «Appunti», «da tale situazione è derivato un risveglio di ideologie monarchiche che evidentemente non aiutano a stabilire una solidarietà per il nuovo regime istituzionale, mentre si compie una ingiustizia nei confronti di persone che non hanno che benemerenze verso il Paese...».


www.corriere.it

Giulio Andreotti (1919-2013) nel 1948 all’inaugurazione di piazzale Clodio a Roma[]



giovedì 14 gennaio 2021

Esilio e morte di Umberto II di Savoia: il Re di Maggio

Un articolo sul sito Vanilla Magazine.
Ovviamente non ne condividiamo ogni sillaba essendo l'autrice vittima di qualche luogo comune duro a morire. 

Di Giovanna Francesconi



Il 13 giugno 1946, alle 15:40, Umberto II di Savoia lasciò il Quirinale per dirigersi all’aeroporto di Ciampino. Qui salì su un aereo che lo avrebbe portato lontano dall’Italia, destinazione Portogallo.

L’ultimo Re del Regno d’Italia non sapeva che non avrebbe rimesso più piede nel Paese. Pensava, infatti, si trattasse di un allontanamento temporaneo, com’era stato per altri regnanti europei, che dopo un breve esilio avevano fatto poi ritorno nei rispettivi paesi. Non poteva immaginare che nel 1947 sarebbe stato pubblicato un articolo della Costituzione che recitava: “I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive. Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno sul territorio nazionale“.

[...]

https://www.vanillamagazine.it/esilio-e-morte-di-umberto-ii-di-savoia-il-re-di-maggio/


lunedì 11 gennaio 2021

Carlo Cadorna con e oltre Cavour, un protagonista della storia d'italia

 

 

di Aldo A. Mola

 

Alla ricerca del Cadorna obliato

Nel “discorso di Capodanno” il presidente Sergio Mattarella ha detto che nel 2021 con Dante Alighieri andranno ricordati il 160° dell'unità nazionale (cioè la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d'Italia: 14/17 marzo1861) e la “collocazione” del Milite Ignoto all'Altare della Patria. Aggiungiamo che andrà anche rievocato il 150° dell'insediamento di Vittorio Emanuele II, del governo e delle Camere in Roma, finalmente capitale effettiva d'Italia, anche come “risarcimento danni” per l'oblio lo scorso riservato all'unione di Roma all'Italia. Il 20 settembre 2020 “Porta Pia” è scivolata sotto silenzio perché quel giorno (mostrando che, quando occorre, il voto non è affatto incompatibile con la pandemia) gli italiani furono chiamati a rinnovare alcuni consigli regionali e a confermare o meno, con referendum nazionale, quel “taglio” dei parlamentari che ha inferto un grave vulnus alle Camere attuali da quando i suoi stessi componenti, in un raptus masochistico, si dichiararono in sovrannumero. Il 150° della conquista di Roma manu militari, della (temporanea) debellatio dello Stato Pontificio e della generale astensione dei cattolici dalle urne sino al “Patto Gentiloni” del 1913 fanno parte della storia, anche se non vengono ricordati. Pesarono e pesano.

Nel settembre 1870 il governo Lanza-Visconti Venosta-Sella decise l'“affondo”. Ordinò al generale Raffaele Cadorna l'irruzione nella Città Eterna. Perché? Il 7 ottobre 1911 per giustificare la guerra contro l'impero turco il massimo statista della Nuova Italia, Giovanni Giolitti, sentenziò: “Vi sono fatti che si impongono come una vera fatalità storica, alla quale un popolo non può sottrarsi senza compromettere in modo irreparabile il suo avvenire. In tali momenti è dovere del governo di assumere tutte le responsabilità, perché una esitazione o un ritardo può segnare l'inizio della decadenza politica, producendo conseguenze che il popolo deplorerà per lunghi anni, e talora per secoli”. Fu quanto avvenne nella settimana precedente Porta Pia. L'Europa era in fiamme per la disputa sul trono di Spagna. Caduto Napoleone III prigioniero dei tedeschi, a Parigi era stata proclamata la repubblica: un'idea “contagiosa”. Roma ne aveva già viste due, nel 1798 e nel 1849. Aleggiava l'incubo di una terza repubblica nella Città Eterna, mazziniana o addirittura socialista. Il governo italiano varcò il Rubicone: “Ora o mai più”. Non era formato da politicanti improvvisati, inclini al “vedremo”, ma da personalità temprate in decenni di lotta per l'idea di Italia. Come aveva detto Cavour, senza Roma l'Italia non sarebbe mai stata Italia. Bisognava dunque andarci, “con” o “contro” il papa. Tocca agli storici documentare l' “ora delle decisioni irrevocabili”, ponendosi nei panni dei suoi protagonisti, senza pretendere di dare consigli al passato remoto ma al tempo stesso spiegando le conseguenze immediate e di lungo periodo di decisioni forzate dalla ridda degli eventi. La Storia procede a segmenti. Con una settimana in più di trattative diplomatiche e il riconoscimento della “vera indipendenza” promessa da Cavour su un chilometro quadrato qual è oggi la Città del Vaticano, la storia d'Italia avrebbe avuto altro corso.

Proprio per capire la complessità di quella vicenda giovano le biografie di quanti ne furono attori. È il caso di Carlo Cadorna, proposto all'attenzione nel 150° di Porta Pia da un ottimo volume del novantenne Franco Ressico (ed. BastogiLibri). Professore “di una volta” (la scuola è sacerdozio civile, non televendita) e a lungo docente di lettere nel ginnasio-liceo dell'Istituto Santa Maria di Verbania, già autore di articoli e saggi di storia locale, con questa sua “prima opera” Ressico esplora la dirigenza apicale dell'Italia unita e il travaglio che scandì le tappe dal Risorgimento alla vigilia della Grande Guerra.

Carlo Cadorna fu fratello del generale Raffaele, che ordinò l'irruzione dell'esercito italiano in Roma il 20 settembre 1870, a sua volta padre di Luigi Cadorna, Comandante Supremo nella Grande Guerra, il cui figlio, Raffaele, nel 1944-1945 comandò il Corpo Volontari della Libertà. Una dinastia per l'Italia. Lo ricorda un altro Cadorna, figlio di Raffaele, colonnello e studioso di strategia militare, di cui è uscito or ora il corposo Caporetto? Risponde Luigi Cadorna (BastogiLibri, pp. 352).

 

Il cursus honorum d un Uomo di Stato

Carlo Cadorna (Pallanza, 8 dicembre 1809-Roma, 2 dicembre 1891) fu una personalità superiore nel ricco paesaggio politico-culturale del tempo suo. Avvocato e giurisperito, non fu un “politicante” ma uno statista estraneo alle camarille e alle fazioni. Benvoluto dai più anche per i suoi modi naturaliter aristocratici, tipici della nobiltà sabauda – enigmatica nella genesi ma non nella vita e nei rapporti con lo Stato – , Cadorna fu sbrigativamente celebrato alla morte, ma presto dimenticato. Per i ruoli pubblici ricoperti, la molteplicità e varietà dei suoi scritti, la vastità dei suoi orizzonti e il riserbo che ne avvolse la vita privata (anche Ressico la lascia in ombra, con pochi cenni ai malanni che lo afflissero sin da giovane: per le fitte allo stomaco una volta svenne mentre presiedeva la Camera) svettò come i campanili che incombono sui borghi e inducono ad abbassare lo sguardo invece di incoraggiare a raggiungere la cella campanaria per condividerne la visuale e ascoltarne la voce.

  “Cospiratore culturale” a vent'anni e in confidenza con il teologo Vincenzo Gioberti, suo maestro di vita, dopo lustri di avvocatura a Pallanza e a Casale Monferrato, promotore di asili per l'infanzia sul modello propugnato da Ferrante Aporti, con Giovanni Lanza, Urbano Rattazzi e Filippo Mellana nel 1847-1848 promosse periodici come “Il Caroccio”, che concorsero a creare il clima propizio alla svolta costituzionale nel regno di Sardegna. Nell'autunno 1847 Carlo Alberto di Savoia rese elettivi i consigli comunali, provinciali e divisionali; e promise pubblicamente che si sarebbe posto alla guida della guerra per l'indipendenza. Con lo Statuto del 4 marzo 1848 il Re varò la monarchia rappresentativa fondata sul Parlamento bicamerale. Tornò qual era stato nel 1821, quando, su sollecitazione di “settari” (carbonari, massoni, adelfi...)  aveva varato la Costituzione spagnola, all'epoca la più liberale d'Europa. 

Eletto deputato nel collegio di Pallanza il 27 aprile 1848, il quarantenne Cadorna si erse a protagonista del dibattito politico. Ministro della Pubblica istruzione nel governo Gioberti (16 dicembre 1848), ministro “al campo” nelle ore cruciali della brumal Novara, la sera del 23 marzo 1849 assisté all'abdicazione di Carlo Alberto, che stemperò l'emozione abbracciandolo e gli strinse la mano.

Esponente del centro-sinistro, per la provata competenza dei suoi interventi in aula e il rigore lungimirante dei saggi e degli articoli che ne accompagnarono l'attività di deputato, fu apprezzato da Camillo Cavour, che gli affidò la difesa delle leggi contro le ingerenze del clero nella vita pubblica, qualificanti agli occhi di Londra, Parigi e della Svizzera (che contava più di quanto solitamente si pensi). Favorevole nel 1848 all'espulsione dal regno di Sardegna dei gesuiti (ne era stato allievo), il 2 gennaio 1858 Cadorna promosse l'inchiesta sull'abuso di strumenti spirituali da parte di ecclesiastici nella campagna per il rinnovo della Camera. A quel modo assecondò Cavour che fece decadere alcuni canonici eletti deputati.

Vicepresidente della Camera dei deputati dal 1855 e presidente dal gennaio 1857, dal 18 ottobre 1858 nuovamente ministro della Pubblica istruzione nel governo Cavour, il 29 agosto 1858 fu nominato senatore. Forte di solida maggioranza nella Camera elettiva, lo statista aveva bisogno di contare a Palazzo Madama su senatori preparati, assidui alle sedute e profondi conoscitori degli umori serpeggianti a Palazzo Carignano. Deputato da dieci anni, Cadorna era indicato per svolgere tale missione.

Onusto di cariche prestigiose, lasciato il ministero alle tempestose dimissioni di Cavour dopo l'armistizio di Villafranca (gli subentrò il milanese Gabrio Casati, che legò il nome alla prima legge organica sull'istruzione, poi passata dal regno di Sardegna a quello d'Italia), Cadorna ricoprì posizioni di alta responsabilità nella Camera Alta e nel Consiglio di Stato, di cui fu componente dal luglio 1859. Eletto vicepresidente del Senato, il 1° giugno 1865 fu nominato prefetto di Torino. La città era sconvolta dalla sanguinosa repressione delle comprensibili proteste contro il trasferimento della capitale del regno a Firenze per effetto della convenzione del 15 settembre 1864. Dopo il ravennate Giuseppe Pasolini occorreva un piemontese, una persona “dolce” (come Cadorna era solitamente descritto) ma al tempo stesso “ferma”. Giurista, procedeva nel solco della tradizione militare di famiglia. Suo padre, Luigi Giuseppe (1766-1848), era stato fedelissimo alla monarchia consultiva nella lunga guerra contro la Francia rivoluzionaria, ora documentata da Giorgio Enrico Cavallo e Marco Scarzello in “Fuite de Dijon. Deportazione e ritorno in patria dei nobili piemontesi nel periodo giacobino, 1799-1800 (Ed. Vivant, 2020).

Ministro per l'Interno dal 5 gennaio al 10 settembre 1868 nel secondo governo presieduto da Luigi Federico Menabrea, Cadorna resistette alla pressione di chi chiedeva misure straordinarie contro i disordini in Emilia-Romagna, in Sicilia e nel Napoletano. Bastavano le leggi vigenti.

 

Ambasciatore a Londra e Presidente del Consiglio di Stato

 

Vicepresidente del Contenzioso diplomatico dal 10 novembre 1868, su proposta del governo l'11 aprile 1869 il re lo nominò ambasciatore a Londra in successione a Emanuele Tapparelli d'Azeglio, che il 27 marzo 1861 aveva ottenuto il riconoscimento del neonato regno d'Italia da parte della Gran Bretagna. Benché non parlasse l'inglese (all'epoca la lingua della diplomazia era il francese), nel volgere di pochi mesi affrontò questioni di importanza europea. In primo luogo urgeva l'individuazione di un componente di Casa Savoia quale re di Spagna, su designazione delle Cortes e sollecitazione del generale Prim y Prats: un vero tormento per Vittorio Emanuele II. Il re dapprima aveva tentato di indurvi il principe Tommaso di Savoia, che si defilò con argomenti sconcertanti, documentati da Ressico. Seguirono la crisi franco-prussiana, precipitata nella guerra il 19 luglio 1870, e l'urgenza di assicurare il consenso della Gran Bretagna all'annessione di Roma e del Lazio. Al riguardo Cardorna molto si valse delle relazioni confidenziali instaurate con il premier britannico William Gladstone. Sul trono di Madrid ascese infine il secondogenito di Re Vittorio, Amedeo di Savoia, duca di Aosta, re sino all'inizio del 1873.

Il 4 febbraio 1875 Cadorna fu nominato presidente del Consiglio di Stato in successione a Luigi Francesco Des Ambrois de Nevache. Rimase in carica sino alla morte, alternando gli impegni che gliene derivavano con la pubblicazione di saggi e articoli sui temi di suo precipuo interesse, in specie sulla politica estera e sulla formula cavouriana “libera Chiesa in libero Stato”, da lui approfondita anche in disegni di legge, opuscoli e articoli che suscitarono la reazione stizzita del quindicinale della Compagnia di Gesù, “La civiltà cattolica”. Erano lavori preparatori alla summa del suo pensiero, Religione, Diritto, Libertà: due poderosi volumi di 1503 pagine, pronti per la stampa alla vigilia della morte e pubblicati postumi dal fratello Raffaele.

 

La duplice lealtà: cattolico e uomo di Stato

Carlo Cadorna visse la sua missione di politico statista con “sentimento” di cattolico devoto e membro di un “Consiglio legislativo”. Entrambi i poteri, lo spirituale (della Chiesa) e quello temporale (dello Stato) - egli argomentò - hanno origine divina: il primo nella Rivelazione, il secondo nella legge naturale, “la quale  è pure divina”. Ogni potere discende dal Creatore, il Grande Architetto che dal caos plasma l'Ordine, ma non da investitura papale.

Cadorna aveva motivo di ritenere che la Chiesa di Leone XIII, come quella di Pio IX, non fosse al passo con i tempi. Però a loro volta i pontefici avevano ragione di non subordinare il magistero petrino al “mondo moderno”. Lo storico Gianpaolo Romanato insegna che dal 1854 nell'enciclica Ineffabilis Deus papa Mastai Ferretti scrisse:“Auctoritate Domini Nostri Jesu Christi, beatorum Apostolorum Petri et Pauli, ac Nostra, declaramus, pronunciamus et definimus”. Il papa enunciava un dogma fondandosi sulla propria autorità, infallibile. Non aveva bisogno di alcun “benestare” per esercitare la sua piena potestà spirituale: né di un Concilio ecumenico, né, meno ancora, del regno d'Italia.

La debellatio dello Stato pontificio, sulla quale Carlo Cadorna fu pienamente in armonia con il governo oltre che con l'azione del fratello Raffaele, non fece che rendere più evidente l'impossibilità di “dialogo” tra principii opposti e inconciliabili. L’idea della separazione fra Stato e Chiesa, condivisa da Cadorna, rispondeva a una concezione della Rivelazione che la seconda non poteva condividere, perché la Verità di cui si riteneva (come si ritiene) depositaria sarebbe stata equiparata a quella delle tante denominazioni evangeliche e riformate e, in prospettiva, alle altre religioni abramitiche (mai riconosciute veridiche dalla Chiesa di Roma) e persino a quelle “naturalistiche”, al di fuori del Libro, basate sulla “ragione” e/o sul “libero pensiero”.

   La concezione di Carlo Cadorna insegna dunque che la vera “breccia” del “mondo moderno” nella percezione e nella pratica della dottrina della chiesa non fu quella aperta in modo spettacolare a Porta Pia il 20 settembre 1870. Essa era già nelle coscienze e non venne chiusa neppure con il Concordato, che riguardò “i metalli” e il loro governo, con il pieno ripristino della sovranità temporale, funzionale al libero esercizio di quella spirituale. Ne è documento la sua “Dichiarazione di fede cattolica” in cui scrisse: “Alle opinioni dei teologi e dei dottori non attribuisco altro valore fuori di quello delle ragioni che recano in mezzo per provare la verità”. Professata massima riverenza al Papa, rivendicò il primato della propria coscienza, “alla quale voglio garantita piena e assoluta libertà, non accettando verun intermediario tra essa e Dio, ma assumendo io medesimo tutta intera davanti a lui la responsabilità”.

Anche per questa sua testimonianza di alta spiritualità Cadorna risulta protagonista di spicco della Terza Italia, come già osservò Romano Ugolini, indimenticabile ultimo presidente dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Nel 150° di Porta Pia merita di essere proposto alla riflessione odierna, quale invito a calarsi appeno nel dramma dei cattolici d'Italia.

Per quanto superfluo, occorre sottolineare, infine, la moralità civica di Carlo Cadorna e della sua famiglia, votata al servizio del bene inseparabile del re e della patria. Emerge a luce meridiana da una lettera del 9 giugno 1870 citata da Franco Ressico: “Né io, né Raffaele, dopo tanti anni di vita pubblica, non abbiamo migliorato neppure di un centesimo le nostre sostanze”. Quelli erano gli uomini che costruirono la Nuova Italia. La nostra.

 

Aldo A. Mola

domenica 10 gennaio 2021

Capitolo X: L’incontro con l’amico del circo

 di Emilio Del Bel Belluz

I giorni, che Carnera aveva a disposizione prima del suo terzo match contro Salvatore Ruggirello, non erano molti. Bisognava incominciare subito la sua preparazione, il suo allenatore gli aveva parlato come se fosse suo padre, gli aveva detto di non pensare che all’incontro, di evitare qualsiasi distrazione, perché il prossimo match non sarebbe stato facile. Paul aveva notato che Primo aveva bisogno di diventare più agile sul ring, e di aumentare la massa muscolare. Carnera pensava al momento in cui sarebbe risalito sul ring e, specialmente, ai cinquemila franchi che avrebbe preso come borsa. La somma sarebbe stata spedita quasi interamente alla madre, sapeva di farla felice, e di renderla più tranquilla per il futuro. Il mattino dopo incominciarono gli allenamenti. Era l’inizio di ottobre, il mese che a Carnera faceva pensare alla scuola e alla sua vecchia maestra che gli aveva insegnato molte cose, ma soprattutto a diventare una persona leale e disponibile. Portava sempre nel suo cuore la sua vecchia insegnante e ogni tanto pregava per lei la sera, anche se non serviva, di sicuro era in paradiso con il buon Dio. Il suo allenatore faticava a star dietro a Primo quando correva e decise che avrebbe usato una bicicletta per poter stargli accanto. Paul  non era più giovane e i combattimenti effettuati avevano fiaccato il suo fisico.  Carnera in quel periodo era felice, perché ogni giorno faceva colazione  nel solito bistrot, e sapeva d’aver conquistato la simpatia della cameriera. Gli aveva riservato un tavolino, dove veniva preparata una colazione da campione. Questo trattamento insospettì Paul che raccomandò al suo pupillo di non imbarcarsi in storie sentimentali, l’avrebbero distratto, invece, Primo doveva mantenere la massima concentrazione. Alla fine della giornata  volle andare a trovare il vecchio prete, non solo per pregare con lui, ma per sapere come aveva risolto il problema dell’alloggio per l’ufficiale dello zar. Il curato fu felice di vedere Primo, e senza che lui dicesse nulla, gli raccontò che aveva trovato una soluzione definitiva: il vecchio ufficiale dello Zar era stato alloggiato in una stanza vicino alla canonica che apparteneva alla chiesa e stava lavorando come sacrestano. Con i soldi di Carnera gli aveva comprato alcuni abiti, da sostituire agli stracci che indossava. La perpetua provvedeva a consegnargli a pranzo e a cena una gavetta ricolma di cibo; era stato proprio l’ufficiale a chiederle di usare quel contenitore, perché non voleva dimenticare come mangiava nel periodo della guerra. Con la gavetta gli veniva consegnato anche del pane e della frutta. L’uomo aveva in questo modo cambiato la sua vita, finalmente, non doveva più dormire sotto le stelle, ma in una stanza riscaldata e confortevole.  Paul Journée aveva sentito la conversazione e nel suo cuore di guerriero questa storia avevano fatto breccia: il suo pupillo aveva un grande cuore. Lasciando la chiesa, dove aveva pregato ancora una volta rivolgendosi alla Madonna, diede al curato ancora dei soldi, e lo abbracciò con affetto. Furono dei giorni duri, alla mattina gli piaceva correre lungo l’argine, la nebbia lo avvolgeva, quasi lo proteggeva e lo consolava. Correva su un tappeto formato dalle foglie portate dal vento, sentiva il profumo del fiume ed osservava i pescatori che ritiravano le reti. Quando trovava qualche persona che lo salutava, gli sembrava, almeno per un attimo, d’essere a Sequals, il paese del cuore. Pensava al piccolo mondo che aveva lasciato: a sua madre che alla mattina faceva il pane, preparava il cibo con quelle mani che avevano tanto lavorato, e ai fratelli che si alzavano presto per sistemare gli animali nella stalla, e poi prendere la via dei campi. Paul Journée in palestra lo aveva messo sotto pressione con una serie di allenamenti che gli dovevano permettere di affrontare anche le dieci riprese, perché sul ring non si vince sempre per KO come era successo all’inizio.  Ogni giorno il suo allenatore vedeva che faceva dei progressi, stava affinando la tecnica e si  dimostrava un ottimo allievo di cui essere soddisfatto. In palestra arrivavano sempre delle persone che volevano assistere agli allenamenti, e rimanevano in silenzio, come se dovessero guardare una proiezione di un film. Carnera non si sentiva affatto imbarazzato nell’essere osservato, e gli sarebbe  piaciuto parlare con queste persone. Un giorno Primo ebbe una gradita sorpresa, venne a trovarlo il suo amico del circo, il clown Antonio, a cui era cui era molto affezionato. Questi entrato in palestra si era messo a urlare il nome di Carnera, che richiamato dalle forti grida , si fermò e decise di fare una pausa, contro la volontà di Paul Journée. Andò verso il suo amico e lo abbracciò. Non lo vedeva da tanto tempo, e lo sollevò come un fuscello, sotto lo sguardo stupito dei suoi amici pugili e del pubblico che erano accorsi per vederlo. Tra coloro che stavano guardando gli allenamenti c’era un giornalista con un fotografo che immortalò l’abbraccio tra i due amici.  Il circo si era acquartierato proprio in paese, e l’amico nano aveva letto dai giornali che il gigante si stava allenando per preparare la sua nuova sfida, ed era corso, pertanto, da lui. Il proprietario del circo gli aveva chiesto di salutargli il lottatore; da quando non c’era più Carnera le cose non andavano più bene, il pubblico non era più quello di una volta e la vita era diventata assai dura. Primo sentendo queste cose si rattristò,  perché lasciandoli li aveva provocato un disagio economico. Carnera chiese al suo amico di scusarlo, ma doveva riprendere gli allenamenti, promettendogli che si sarebbero rivisti. Mentre lo accompagnava, gli chiese il permesso di donargli dei franchi, erano un piccolo aiuto a un grande amico, con il quale aveva passato tanti giorni nella speranza che qualcosa cambiasse.  Il nano lo ringraziò, e gli disse che il suo buon cuore non era cambiato. L’indomani, la foto che aveva immortalato Carnera e l’amico del circo fu nella prima pagina della gazzetta sportiva. Il giorno dopo Carnera ebbe la felicità di vedere la sua foto sul giornale e leggere  la storia di una grande amicizia, perché il giornalista era stato a trovare il suo amico Antonio che  gli aveva raccontato la loro storia.


sabato 9 gennaio 2021

Una mistificazione sistematica


di Domenico Giglio

La campagna propagandistica neoborbonica ha diversi decenni di vita per cui riflettendo ed esaminandola in una prospettiva storica, possiamo individuarne sia alcuni temi di riferimento, sia gli autori, ex giornalisti e nessuno vero storico, e definirla come una vera e propria strategia antisabauda, perché il referendum istituzionale del 1946,non aveva posto un generico dilemma monarchia – repubblica, ma aveva indicato una ben precisa monarchia e dinastia essendo il simbolo monarchico, sulle schede elettorali, costituito dallo scudo sabaudo e corona reale...

La propaganda neoborbonica ha la sua origine in alcuni scrittori meridionali, a prescindere dall’ipotesi di una regia o di una sollecitazione di poteri forti repubblicani di distruggere la base del voto monarchico referendario in tutto l’ex regno delle Due Sicilie, a favore di Casa Savoia, per impedirne un possibile ritorno, nonché del voto politico a favore del partito monarchico. Non dimentichiamo tutte le manovre governative della Democrazia Cristiana, purtroppo riuscite, di dividere il movimento monarchico, preoccupata per i graduali successi elettorali del Partito Nazionale Monarchico, dopo li 1948, nelle elezioni regionali siciliane e sarde, e nel 1951 e 1952 nelle elezioni amministrative e nelle elezioni politiche del 1953, successi che insidiavano il suo primato proprio nel Mezzogiorno. In questa ottica fa riflettere la legittimazione statale repubblicana della concessione degli ordini dinastici borbonici e la conseguente loro diffusione particolarmente tra gli esponenti delle nostre Forze Armate, dimentichi di essere eredi e successori di quell’Esercito Italiano, nato con il Regno d’Italia nel 1861, esercito che ebbe un ruolo determinante nelle estromissione delle dinastie straniere preunitari e particolarmente proprio di quella borbonica. Quanto all’inizio di questo movimento contestatore e critico del Risorgimento i neoborbonici si rifanno ad un romanziere, Alianello, con i suoi libri nostalgici, “L’eredità della priora” e “L’alfiere”, pubblicati nel dopoguerra, e ad alcune riviste, poi vennero appunto dei giornalisti, improvvisati storici, (non certo della capacità e cultura di un Montanelli), che trovarono editori non secondari pronti a diffondere i loro libelli antirisorgimentali, tutti da titoli altisonanti che facessero presa sul pubblico, il che è puntualmente avvenuto, mentre i veri storici, diversi dei quali repubblicani, di cui cito a titolo indicativo e non esaustivo Moscati, Omodeo, Villari, Galasso, Romeo, Scirocco, Spellanzon, Fisichella, Perfetti, ed i più recenti Pinto, Lupo, Desiderio, Maro Vigna e Barbero erano e sono su nette posizioni risorgimentali ed unitarie, per non parlare dei De Santis, Settembrini, Volpe. Croce, Fortunato e Rodolico, guarda caso un irpino, un napoletano, due abruzzesi, un lucano ed un siciliano, tutti profondamente risorgimentali, totalmente e volutamente ignorati dai neoborbonici perché ritenuti sorpassati, non più attendibili, se non prezzolati, dai “poteri forti” sabaudi ( quali ? ) e qui siamo all’offesa personale da querela per diffamazione se queste persone fossero ancora in vita !

Questa prima fase neoborbonica, insieme con i lamenti sulla “disinformazione” risorgimentale del regno borbonico, ignorando l’imponente bibliografia esistente e consultabile, venne impostata sui “primati” delle Due Sicilie, elencati partendo dalle ferrovie, ai ponti più audaci, alle navi più moderne, alla produzione industriale, agli studi, ma questo tipo di propaganda fu via via controbattuta, o smentendo alcuni dati o mostrando come alcuni di questi primati, vedi particolarmente la ferrovia del 1839, fossero rimasti come tali, non essendo seguiti da un organico sviluppo, come era invece avvenuto in altri stati italiani, particolarmente in Piemonte, che all’atto della unificazione vantava ben 802 chilometri di strada ferrate, mentre nelle più vaste Due Sicilie si raggiungevano appena 123 chilometri, o 139,42 chilometri di linee costruite, come afferma uno scrittore neoborbonico. E lo stesso vale per le strade normali, decisamente insufficienti e sottodimensionate rispetto a quelle di tutti gli altri stati preunitari, con 1500 comuni su 1800, come scrive lo storico Candeloro, privi di collegamenti stradali, e per il servizio postale altrettanto insufficiente, forse perché, dato l’elevatissimo grado di analfabetismo ben pochi potevano scrivere, per cui le Due Sicilie furono l’ultimo stato italiano ad usare la nuova formula della affrancature preventiva con francobolli, il che avvenne nel 1858 per Napoli e nel 1859 per la Sicilia, mentre negli altri stati preunitari, questi pezzettini di carta erano in corso dal 1850,( Lombardo-Veneto), 1851,( Regno di Sardegna) e 1852 per Toscana, Modena, Parma e Stato Pontificio. Logicamente, perciò, gli uffici postali esistenti nel 1861 erano 238 per tutte le Due Sicilie, mentre il Regno di Sardegna ne contava bel 865 ! E quanto alle banche ricordiamo che oltre le sedi di Napoli e Palermo, le due capitali, Bari per avere una filiale bancaria dovette attendere il 1857! E per le compagnie di assicurazione, strumento necessario se non indispensabile per la protezione delle attività agricole ed industriali, nel regno borbonico ne esisteva solo una risalente agli anni ’30 del 1800, poi scomparsa, quando a Torino, dal 1825, esisteva la “Reale Mutua”, tuttora operante, autorizzata dal Re Carlo Felice, e la Compagnia di Torino, anno 1831, autorizzata dal Re Carlo Alberto, assorbita da altra compagnia verso la fine del secolo scorso. Nel Lombardo-Veneto pure dal 1825 esisteva la Compagnia di Milano, nel Trentino l’ITAS ancora esistente ed a Trieste dal 1831 le Assicurazioni Generali, leader ancor oggi del mercato assicurativo italiano, e, sempre a Trieste, dal 1838 la Riunione Adriatica di Sicurtà, il cui nome non appare più oggi in quanto acquistata dalla bavarese “’Allianz” alla fine del secolo scorso.

Per gli stessi periodi di cui si vantavano i “primati”, vi era però uno strano silenzio sui livelli dell’istruzione, per cui nel primo censimento del 1861, gli analfabeti nel Sud erano l’87,1%, contro il 67% del Nord, e così pure sul minore numero delle scuole dei vari ordini e grado, nonché sulle vicende politiche, come nulla fosse avvenuto in quei decenni e le istituzioni fossero anch’esse talmente all’avanguardia da non dovere essere necessario parlarne. Questo silenzio era invece studiato perché i neoborbonici sapevano che quelli erano i punti deboli della dinastia, almeno dal 1799 al 1861, con costituzioni giurate e poi rinnegate, vedi quella della Sicilia, del 1812,e quelle di Napoli, del 1820 e 1848, con interventi stranieri, inglesi in Sicilia, ( anni dal 1799 al 1815) e austriaci a Napoli ( dal 1820 al 1827), con repressioni sanguinose, specie nel 1799 a Napoli ed in centri minori, ma importanti come Altamura, Termoli, Casacalenda, Gravina, Martina Franca, Andria e Potenza dove, triste esempio, il 24 febbraio 1799, il locale Vescovo, Giovanni Andrea Serrao fu assassinato da una banda della armata sanfedista mossasi dalla Calabria per schiacciare la repubblica partenopea. Nulla poi dicono del regime ancora feudale, assolutista e poliziesco esistente nelle Due Sicilie e delle continue rivolte e sollevazioni popolari, dopo la restaurazione del 1815,con Decreti prospettanti punizioni durissime, quale quello di Ferdinando I,n.110 del 30 agosto 1821,e relative repressioni militari, rivolte dal Cilento nel 1827, su cui ritorneremo ed a Cosenza e Penne nel 1837, l’Aquila nel 1841, nuovamente Cosenza nel 1844 e poi nel 1847 in Calabria con i “martiri di Gerace” e la rivolta a Reggio Calabria del 2 settembre. Poi nel 1848 rivolte in numerose e varie parti del regno, iniziando da Lucera e nuovamente nel Cilento ed in Sicilia, dove il Parlamento, in una storica seduta dell’8 maggio 1848 addirittura votò la decadenza dei Borboni “spergiuri”. Ricordiamo, nel silenzio dei neoborbonici, poi il caso clamoroso dell’assedio di Messina, essendo la città insorta il 29 gennaio 1848, da parte dell’esercito e della marina napoletana, assedio che durò fino al 7 settembre, avendo i messinesi combattuto strenuamente, sopportando incessanti bombardamenti che spianarono interi quartieri, chiese comprese, suscitando la sdegno dell’Arcivescovo Francesco di Paola Villadecani, oltre alle violenze sulla popolazione civile che ebbe numerosi morti. E sempre nel 1848 non ricordano il ripensamento di Ferdinando II, che prima manda le sue truppe a combattere contro l’Austria, per poi richiamarle, ripensamento non meno grave di quello sulla Costituzione concessa ed abrogata ! Quanto poi al 1859, non ricordano un Decreto n.424 del 24 ottobre 1859 di Ferdinando II contro il brigantaggio, mentre nulla ancora ricordano dei mercenari svizzeri dell’esercito borbonico, già distintisi nelle violenze di Messina e del 15 maggio 1848 a Napoli ( questa data dice nulla ai neoborbonici ? ), che ammutinatisi a Napoli saccheggiarono e massacrarono la popolazione del Borgo di Capo di Chino. Vergogna che uno stato italiano avesse ancora nel suo esercito truppe straniere, oltretutto con pesante onere per l’Erario ! Se poi vi era stato il “terrore” nella repubblica francese contro i “realisti” ed i Vandeani, il regno di Napoli, nel 1799, non fu certo secondo nei confronti dei “repubblicani” napoletani, sia lasciandoli fare a pezzi letteralmente da parte del popolaccio, sia impiccando o decapitando ( cortesia per i più nobili) centinaia degli stessi, rei di un peccato di “opinione”, tra cui, indicativamente e non esaustivamente, ecclesiastici ( il Vescovo Michele Natale), nobili (Gennaro Serra di Cassano, Ascanio Filomarino della Torre, Ferdinando Pignatelli, principe di Strongoli), intellettuali (Mario Pagano, giurista, Domenico Cirillo, medico e professore), militari, ( dice nulla il nome di Francesco Caracciolo, anche se qui vi fu la mano di Nelson, che, per i suoi meriti ebbe il feudo di Bronte!), e gentildonne (Luisa Sanfelice ed Eleonora Fonseca Pimentel ). “Un bel tacer tutta la vita onora.” ed i neoborbonici così tacendo non onorano né la vita, né la verità!

Da questa prima fase propagandistica, controbattuta con dati inoppugnabile, di cui però i neoborbonici continuano a non tenere conto, si è passati al periodo 1860-1865 per sferrare, sempre secondo loro, il colpo decisivo contro lo stato unitario, il cui punto forte è la rivendicazione del brigantaggio e l’esecrazione della repressione “piemontese”, dove è usato questo termine “razzista” con acrimonia ed ignoranza, in quanto era già nato il Regno d’Italia e l’armata sarda era divenuta esercito italiano, con un Ministro della Guerra, il generale Manfredo Fanti ed un comandante, il generale Cialdini, entrambi modenesi, e non “piemontesi”. Come contorno a questo piatto forte si è aggiunto, secondo i neo, il trattamento riservato ai soldati dell’esercito borbonico, lasciati morire di stenti in varie località fra cui primeggia il forte di Fenestrelle, dimenticando invece l’inserimento di numerosi ufficiali provenienti dall’esercito napoletano nei ranghi del Regio Esercito, dove raggiunsero posti elevati di comando come Pianell, che comandò una Divisione a Custoza nel 1866, ricevendo dal Re l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia e Cosenz, anche lui a Custoza al comando di una divisione, terminando la sua carriera come Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito !

Cominciando da questo “eccidio” di Fenestrelle, “lager dei Savoia” storici moderni, non sabaudi, vedi l’accurato studio di Alessandro Barbero, hanno dimostrato, consultando le fonti archivistiche, che i morti furono dell’ordine di decine, non di migliaia, per cause naturali, e vi erano stati portati perché non vi erano le condizioni per l’immediato rientro nei ranghi del nuovo esercito italiano. Mentre se vi era stata una prigione lager questo era il carcere borbonico di Montefusco in provincia di Avellino, di cui, logicamente, non parlano, né ricordano quanto delle carceri borboniche scrisse l’uomo politico inglese Gladstone ( forse prevenuto, ma documentato), ed un duca napoletano, Sigismondo Castromediano ! Quanto al brigantaggio, lo stesso era un fenomeno endemico del meridione, già in epoca borbonica, con intervento repressivo dell’esercito, proseguito nel breve periodo napoleonico murattiano, ammantandosi in questo periodo di un falso patriottismo. Brigantaggio ripreso dopo il 1815 e di questa presenza massiccia, una località per tutte, ricordiamo l’importante centro di Bovino (FG), lungo la strada per Foggia, dove imperavano i briganti a testimonianza, di una situazione generale di degrado, ma di questa e di altre località i neoborbonici si sono ben guardati di parlare, come pure non parlano degli alberi abbattuti ai bordi delle strade che oggi definiremmo “provinciali” perché potevano nascondere i briganti”, né della banda Vardarelli, in terra d’Otranto, che fu repressa in maniera draconiana, come dal Decreto sopra ricordato e già sottolineato, e sempre dalla parte governativa, dei metodi inumani usati sugli abitanti della Calabria Citra dall’Intendente Borbonico De Mattheis, tanto che alla fine lo stesso governo fu costretto ad arrestarlo e processarlo ! Ora su questa situazione criminale preesistente si inserì la sbandamento di diversi militari del disciolto esercito napoletano, insieme con una ventata di legittimisti europei accorsi in difesa dei detronizzati Borbone, come successivamente avvenne anche nello Stato Pontificio, a difendere, fino al 1870, un antistorico potere temporale, ingenui ed illusi rappresentanti di nobili casate, nonché militari stranieri, anche qui un nome per tutti, Borjes. Non ultimo e secondario appoggio al brigantaggio fu poi’ l’invio da Roma, dove si trovava Francesco II, con un simulacro di governo, di mezzi economici non indifferenti, da parte dell’esule monarca, a sostegno di queste rivolte ( un esempio accertato fra tanti, i 50.000 ducati, mandati a Tagliacozzo per incitare alla rivolta)., ma sull’effettiva consistenza del brigantaggio, sulla sua legittima repressione a mettere in chiaro la realtà è recentemente apparso un accurato e documentato lavoro storico di Marco Vigna :” Brigantaggio italiano. Considerazione e studi nell’Italia Unita” con presentazione di Barbero (edizioni Interlinea- Novara 2020 euro 28). L’altro colpo propagandistico, ritenuto decisivo sempre da parte dei neoborbonici è stato la presentazione dell’eccidio di Casalduni e Pontelandolfo, con la falsificazione della realtà, che ha indotto in clamorosi errori gli stessi uomini di governo della attuale repubblica, andati a piangere e scusarsi per fatti avvenuti in modo ben diverso. Questo quando non si è mai fatto cenno, da parte neoborbonica, della sistematica distruzione di un paese del Cilento, Bosco, praticamente raso al suolo nel 1827 e cancellato dall’albo dei comuni del regno, con i promotori della rivolta, avvenuta sotto il regno di Francesco I, condannati a morte,compreso un sacerdote, con la totale dispersione degli abitanti, con decine di condannati all’ergastolo, e della strage, non unica, avvenuta anni ed anni dopo ad Ariano Irpino, settembre 1860, di ben 140 guardie nazionali e borghesi patrioti trucidati selvaggiamente dai rivoltosi ! E che dire dei “monumenti di giustizia” (sic!), borbonici, ovvero delle teste mozze dei condannati infilate su una picca, ed esposte in “gabbie di ferro”, riprendendo gli usi dei rivoluzionari francesi! Ma, per i neoborbonici non contano i morti dei risorgimentali, né contano gli incendi e le devastazioni nei Municipi effettuate da queste bande, più anarchiche che legittimiste, termine di cui nella loro ignoranza non conoscevano il significato!

 

Ora per Pontelandolfo e Casalduni, come Barbero per Fenestrelle, dopo una accurata confutazione, anni or sono, di Sergio Boschiero, abbiamo finalmente uno studio completo dello storico Giancristiano Desiderio, che ha recentemente pubblicato presso l’editore Rubettino, di Soveria Mannelli, lo studio “Pontelandolfo 1861 – Tutta un’altra storia”, dove, dopo una attenta analisi documentale smonta totalmente la favola delle centinaia e poi migliaia (!), di morti, per riportarli a 13 ( !), in quanto se ci fu un eccidio questo fu quello dei 40 soldati del Regio Esercito, mandati in perlustrazione e caduti in una imboscata, massacrati dai briganti che fecero anche scempio dei loro cadaveri. Perché se furono ordinate da parte del legittimo governo italiano delle repressioni, talvolta anche dure, queste avvennero sempre e solo per ripristinare la legge e l’ordine dopo i già accennati incendi, le imboscate, l’assalto ai municipi, con relativa distruzione di documenti, da parte di queste bande. Del resto di questa “usanza” dello scempio dei cadaveri vi è una testimonianza di Francesco Nullo, che aveva con sé Alberto Mario, e che racconterà la tragedia in pagine stupende intitolate “I Sanniti moderni”, quando, nell’ottobre 1860, una colonna di volontari garibaldini, vicino Sora, accerchiati in una gola di montagna, riuscirono con difficoltà a salvarsi ed a raggiungere Napoli, sconvolti per la vista delle mutilazioni inflitte ai cadaveri di loro commilitoni da parte degli insorti.

Così pure viene deformata la vicenda di Bronte, dove l’eccidio, il 2 ottobre 1860, fu opera dei contadini, sia pure oppressi ed angariati da tempo. Furono così massacrati quindici borghesi e possidenti, fra i quali anche un bambino solo perché figlio di un notaio, per cui gli inglesi chiesero a Garibaldi di sedare la rivolta e difendere le terre di proprietà britannica. Infatti la “ducea di Bronte”, come già accennato, era stato un grazioso dono di Ferdinando IV di Borbone, all’ammiraglio Nelson, per ringraziarlo di averli salvati dai giacobini, trasportando tutta la casa reale borbonica da Napoli a Palermo, dove la flotta inglese garantiva la loro incolumità. Perciò Garibaldi non poteva esimersi da questa repressione, mandando prima il colonnello Poulet, la cui azione non fu ritenuta sufficiente dal console inglese. Allora il 6 ottobre giunge Nino Bixio che ordina la requisizione delle armi dei contadini, arrestandone un notevole numero che fu poi sottoposto anni dopo ad un regolare processo, con comminati 37 ergastoli, mentre fu fucilata una sola persona, Niccolò Lombardo. E questo sarebbe l’eccidio di Nino Bixio !

Tutte queste accuse, espresse con tono apocalittico, parole altisonanti, come “genocidio”, di centinaia di migliaia di morti, di centinaia di paesi incendiati, rimangono sempre nel vago, senza altri nomi, oltre quelli citati e ripetuti, come pure per le accuse di “manomissioni” perpetrate dallo Stato unitario, quando si parla ad esempio di chiusura dei cantieri navali di Castellammare di Stabia, che invece continuarono ed anzi aumentarono la loro attività con la costruzione delle più grandi navi da guerra delle giovane Regia Marina ed egualmente per altre attività che non furono smantellate, se non per motivi economici, come nel caso della acciaieria di Mongiana, situata nel centro della Calabria, vicino Serra San Bruno, a 1000 metri sul livello del mare, per cui i manufatti dovevano scendere lentamente verso Pizzo e la costa, per decine e decine di chilometri, a dorso di mulo, giusto sulle mulattiere, che erano le strade dell’epoca.

Tutto questo insieme di volute dimenticanze sul regime poliziesco esistente nel Regno, sui processi, uno per tutti quello di Carlo Poerio, nome sconosciuto ai neoborbonici, sull’esilio di altri intellettuali, di deformazioni, di falsificazioni, di ribaltamenti di eventi ha però provocato assurde recriminazioni e rivendicazioni e scavato un solco tra italiani che non sarà facile colmare, anche per il maggiore spazio dato ai negatori del Risorgimento specie da certi editori, stampa e siti locali, rispetto alle documentate smentite e precisazioni che vengono da veri storici e studiosi, già citati, in maggioranza proprio meridionali, dimenticando poi, come accennato all’inizio, i risultati del referendum del 1946, dove la Monarchia, rappresentata dallo Scudo Sabaudo, vinse nettamente, con percentuali oscillanti tra il 60 e il’70%, proprio nei comuni e nelle provincie dove maggiore era stata l’attività dei ”Briganti”, e questo ha un notevole significato storico perché nel 1946, per motivi anagrafici non votavano certamente gli abitanti del 1861, ma sicuramente i loro figli e nipoti, che da soldati dell’esercito italiano avevano valorosamente combattuto nelle due guerre mondiali ed avevano ascoltato la vera storia dei loro paesi dalla viva voce di genitori e nonni, e non le fandonie attuali.

 

Domenico Giglio

venerdì 8 gennaio 2021

L’otto gennaio 1873 nasceva a Cettigne in Montenegro la Regina d’Italia: Elena di Savoia.


di Emilio del Bel Belluz

In un’antologia delle superiori, che mi è capitata tra le mani, ho trovato un grande scritto sulla Regina Elena di Montenegro. La scrittrice del profilo è Sofia Bisi-Albini di Milano, scrittrice dell’arte semplice e sobria. Una donna che ha scritto opere di grande umanità, di grande sentimento che arrivano al cuore dei giovani. Questa sua opera le valse la pensione Milli, destinata un tempo alle scrittrici di meriti eccezionali. Questa premessa mi ha dato la possibilità di conoscere la bellezza dell’anima della Regina d’Italia, Elena.

In questo tempo sono pochi i riferimenti che si fanno a donne di grande umanità, come la Regina. Eppure si dovrebbero ricercare quelle persone che, con il loro modo di agire, hanno dato all’Italia l’esempio per le generazioni future. Quando penso alla Regina Elena, la vedo sempre che si prodiga, instancabilmente, verso gli altri.  Una donna che era nata e vissuta in una realtà difficile,  come la terra povera del Montenegro. Credo che la semplicità della Regina e il suo attaccamento a quelli che soffrivano, fossero innati in lei.  

Una sua caratteristica era quella che non temeva nulla, perché il suo cuore era colmo di bellezza e di generosità. Quando vedeva delle persone che soffrivano, sentiva una forza che la portava ad avvicinarsi per soccorrerle. Una donna instancabile, tenace, che non si fermava davanti alle tante difficoltà della vita, per Lei era importante esserci e consolare. Questa opportunità la ebbe con i soldati feriti che giungevano dal fronte, a cui aveva aperto le porte e le stanze del Quirinale. Quella gente doveva essere assistita, consolata, amata. 

Quando un soldato invocava aiuto, la sua mano si confondeva con la sua. Questa Regina sembrava discepola della grande Santa Maria Teresa di Calcutta. Le persone che muoiono hanno bisogno di sapere che c’è qualcuno che sta loro accanto, e questo amore lo mandava il buon Dio che le aveva toccato il cuore. Quando la Chiesa parla di esempi da imitare dovrebbe ricordare anche la Regina Elena. Penso a San Leopoldo Mandic’, anche lui nacque in Montenegro, sotto lo stesso cielo della Regina. Sembra che abbiano avuto un destino comune nella vicinanza ai poveri, alle persone umili. Il frate confessò per tutta la vita in un’ umile stanzetta del convento. Visse per l’amore dei poveri, ai quali faceva sentire la sua voce sempre, in qualsiasi ora. 

Quello che è davvero sorprendente è  che questa sua umiltà fosse uguale a quella della Regina. Si pensi che San Leopoldo non chiese mai nulla di importante per sé; gli bastava, alla sera, una ciotola di latte con un pezzetto di pane. Si accontentava di poco, il suo pensiero era rivolto al buon Dio e alla Madonna che pregava con devozione.

Quando mi capita di pensare alla Regina, vorrei che la Chiesa la potesse elevare agli onori degli altari, ne guadagnerebbe il mondo cristiano, perché si arricchirebbe di una persona vera e sincera. Sono anni che attendiamo un passo in avanti del Vaticano, ma nulla accadde, forse, perché la Regina d’Italia ha già il suo manto di Santità. 

mercoledì 6 gennaio 2021

La lezione di Luigi Einaudi (1874-1961), monarchico, liberale, presidente della repubblica


di Aldo A.Mola

 

Se il Capo dello Stato si risveglia...

Il 12 maggio 2018 il Capo dello Stato Sergio Mattarella rievocò Luigi Einaudi a Dogliani nel 70° del suo insediamento a primo presidente effettivo della Repubblica italiana. Disse che lo Statista ebbe “il compito di definire la grammatica della democrazia italiana appena nata”. Come già aveva fatto nel 1945 in correzione di Ferruccio Parri, se fosse stato in vita Benedetto Croce avrebbe osservato che anche l'Italia pre-fascista, quella di Luigi Zanardelli e di Giovanni Giolitti, era stata una democrazia, vegliata da Vittorio Emanuele III. Mattarella evocò alcuni capisaldi del suo predecessore, “a partire dall'esercizio del potere previsto dall'articolo 87 della Costituzione, che regola la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa governativa”. Einaudi non esitò a rinviare alle Camere due leggi perché “comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell'articolo 81 della Costituzione”. Che cosa direbbe e farebbe oggi Einaudi a cospetto dello scempio del Parlamento e del debito pubblico? A Dogliani Mattarella ricordò che il 12 gennaio 1954 Einaudi lesse ad Aldo Moro e a Stanislao Ceschi una “nota verbale” sulla corretta interpretazione dell'articolo 92 della Carta, motivata dal “dovere del presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”. Per lui il Capo dello Stato non è succubo dei partiti. Di lì la sua avversione nei confronti del “governo di assemblea, che vuol dire tirannia del gruppo di maggioranza”.

Storico di alto profilo, Einaudi capì e spiegò la grandezza di Vittorio Emanuele III quando il 25 luglio 1943 esautorò Mussolini: “La prerogativa sovrana può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti dal popolo da sé non sono capaci di affrontare o per stabilire l'osservanza della legge fondamentale, violata nella sostanza, anche se osservata nell'apparenza”. Un mònito più che mai attuale in questo difficile inizio dell'Anno Nuovo che coincide il 60° della morte dello Statista cuneese.

 

Ma chi fu Einaudi?

Luigi Einaudi (Carrù, 24 marzo 1874 - Roma, 30 ottobre 1961) fu eletto primo presidente effettivo della Repubblica italiana al quarto scrutinio l'11 maggio 1948, con 518 suffragi su 871 votanti. Liberale e monarchico, egli non aveva “studiato” da capo dello Stato. Aveva studiato. Perso a dodici anni il padre, esattore delle imposte (recandole nottetempo in calesse dalle Langhe a Cuneo in certi tratti armava la rivoltella), crebbe in casa dello zio Francesco Fracchia, notaio a Dogliani. Nel 1922 ne raccolse gli Appunti per la storia politica ed amministrativa di Dogliani. Allievo nel collegio dei Padri Scolopi a Savona, nel 1888 fu proclamato “Principe dell'Accademia” su indicazione del geografo Arcangelo Ghisleri, massone. Einaudi fu cattolico praticante, ma senza ostentazione e rispettoso delle altre confessioni. Per comprenderne la cultura bisogna visitarne le terre d’origine, le stesse di Giolitti e di Marcello Soleri, narrate da suo nipote Roberto in Radici montane (ed. Aragno). Il suo mondo era ispirato dai principi all’epoca comuni non solo alla classe dirigente diffusa (deputati, senatori, consiglieri provinciali, sindaci consiglieri comunali, “notabili”...), ma tra tutte le persone perbene, anche umili genere natae. I loro motti erano “aiuta te stesso” e “volere è potere”, come insegnò il naturalista Michele Lessona.

Laureato in giurisprudenza a Torino appena ventenne, dopo un breve impiego alla Cassa di Risparmio di Torino dal 1896 iniziò a scrivere per “La Stampa”, fu professore all’Istituto Tecnico “Franco Andrea Bonelli” di Cuneo e al “Germano Sommeiller” di Torino. Divenne “il maggiore economista liberale del Novecento” a giudizio di Francesco Forte, docente nella sua stessa cattedra di Scienze delle Finanze. Aveva già alle spalle opere prestigiose, come Un principe mercante. Studi sull'espansione coloniale italiana, sulla finanza nello Stato sabaudo e sulle imposte. A lungo collaboratore della rivista “Critica sociale” di Filippo Turati e Claudio Treves, crebbe nel laboratorio della “Riforma sociale” promossa a Torino dal pugliese Salvatore Cognetti de' Martiis e ne assunse la direzione nel 1908. Dal 1903 nel “Corriere della Sera” e dal 1922 nell'“Economist”, Einaudi polemizzò aspramente contro i “trivellatori dello Stato” e rimproverò a Giolitti di utilizzare il potere per mediare tra le parti sociali e garantire una costosa “stabilità di governo” a beneficio di “clienti” e opportunisti. Docente straordinario di scienza delle finanze a Pisa nel 1902, lo stesso anno fu chiamato dall'Università di Torino.

Credeva nella “bellezza della lotta”, cui intitolò un saggio nel 1923. Interventista nel 1914-1915, il 6 ottobre 1919 fu nominato senatore su proposta di Francesco Saverio Nitti. Nel 1922 appoggiò il governo di coalizione nazionale presieduto da Benito Mussolini, che sino alla notte fra il 29 e il 30 ottobre si propose di averlo ministro delle Finanze affinché potesse attuare i suoi insegnamenti: ridurre drasticamente la spesa pubblica “clientelare”, ripristinare il prestigio dello Stato, assicurare i servizi, azzerare mafie, camorre e tagliare le unghie agli opposti corporativismi: imprenditori “pescicani” e sindacati parassitari. Rimasto escluso dall'esecutivo, ne commentò l'ondivaga condotta con articoli sempre più severi. Al fervore scientifico unì la passione civile per le libertà. Già direttore delI'Istituto di Economia “Ettore Bocconi” di Milano, pubblicò una raccolta di saggi per il giovane editore torinese Piero Gobetti, strenuo oppositore e vittima del regime incipiente.

All'indomani dell'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) per mano di una squadraccia fascista, Einaudi deplorò pubblicamente “il silenzio degli industriali”. L'anno seguente sottoscrisse il “Manifesto” degli intellettuali antifascisti scritto da Benedetto Croce. Le sue opere ormai erano note anche oltre Atlantico. Come Giovanni Agnelli e Attilio Cabiati, nel 1918 aveva giustapposto al sogno della Società delle Nazioni la più realistica e urgente Federazione europea per scongiurare che dal collasso degli imperi nascessero devastanti nazionalismi. Tornò da altro versante a scriverne in Dei diversi significati del concetto di liberismo economico e dei suoi rapporti con quello di liberalismo, in controcanto con il “giolittiano” Benedetto Croce, autore della Storia d'Italia (1928). Sarebbe però errato ritenere che Einaudi fosse un “liberista assoluto”. Tra le sue massime spicca “l'uomo libero vuole che lo Stato intervenga”. Il suo era “liberalismo senza aggettivi”. Come ha ricordato Tito Lucrezio Rizzo nel suo profilo biografico, Einaudi ammonì: “la scienza economica è subordinata alla legge morale”.

Di vasto respiro e profondità documentaria e critica spiccano due sue opere degli Anni Trenta: La condotta economica e gli effetti sociali della guerra (1933), scritta quindici anni dopo la fine della Grande Guerra, e Teoria della moneta immaginaria nel tempo da Carlomagno alla rivoluzione francese (1936). Dopo l'arresto e la breve detenzione dei figli Giulio e Roberto (il terzo, Mario, era migrato negli Stati Uniti d'America) e la forzata chiusura della “Riforma sociale”, Einaudi fondò la dotta e prestigiosa “Rivista di storia economica”, pubblicata dalla casa editrice di suo figlio Giulio e protratta sino al 1943. Nel 1938 fu tra i dieci senatori che votarono contro la legge “per la difesa della razza” e si pronunciò contro l'antisemitismo e l'incipiente vassallaggio ideologico-diplomatico-militare del governo Mussolini nei confronti della Germania di Adolf Hitler. Tenuto come tutti i pubblici dipendenti a dichiarare la propria “stirpe” rispose che la sua gente era da sempre “ligure” con apporti di altri popoli nel corso del tempo.

Dopo molte edizioni dei fondamentali Principii di scienza della finanza condensò decenni di studi in Miti e paradossi della giustizia tributaria (1938). Come ha scritto Ruggiero Romano nella introduzione ai suoi Scritti economici, storici e civili (Meridiani Mondadori, 1973) Einaudi fu “il più grande demitizzatore” italiano del Novecento, non solo su teorie e pregiudizi economicistici, ma con riferimento alla vita sociale: abolizione delle “maiuscole”, dei “titoli” vanesii, dei formalismi pomposi ostentati per celare il vuoto.

 

Tra esilio e dopoguerra

Al crollo del regime mussoliniano (25 luglio 1943) Einaudi fu nominato rettore dell'Università di Torino, mentre Filippo Burzio assunse la direzione della “Stampa”. Con la proclamazione della resa senza condizioni (8 settembre 1943), quando l'Italia rimase “divisa in due” (formula poi usata da Croce) e le regioni centro-settentrionali furono rapidamente occupate dai tedeschi, appreso di essere ricercato Einaudi riparò in Svizzera. Vi pubblicò, tra l’altro, I problemi economici della Federazione europea. Sulla fine dell'anno seguente fu chiamato a Roma dagli Alleati e dal governo presieduto da Ivanoe Bonomi, che il 4 gennaio 1945, d'intesa con il ministro del Tesoro Marcello Soleri, lo nominò governatore della Banca d'Italia in successione a Vincenzo Azzolini, arrestato per presunta collusione con gli occupanti germanici in danno della Banca stessa. Quale direttore generale volle a fianco Donato Menichella, che non conosceva di persona ma la cui formidabile competenza sulle relazioni tra banca e industria molto apprezzava. Lo attese un compito immane. Aveva pubblicato Lineamenti di una politica economica liberale. Il governo era sotto tutela della Commissione Alleata di Controllo. L'amministrazione era a sua vola subordinata ai governatori militari. L'Italia meridionale era inondata dalle Am-Lire. La moneta circolante era quasi venti volte superiore a quella d'anteguerra. L'inflazione galoppava. Il prodotto interno in molte regioni era dimezzato. In tante plaghe la popolazione era alla fame. I sei partiti presenti nel Comitato Centrale di Liberazione Nazionale (in quello dell'Alta Italia mancava la Democrazia del lavoro) e al governo erano divisi, nell'immediato e nelle prospettive ultime. Il capo del governo, Pietro Badoglio, aveva sciolto la Camera; l'alto commissario per l'epurazione aveva privato quasi tutti i senatori del rango e dei diritti politici e civili. Il governatore dovette quindi valersi di cariche e poteri ulteriori a sostegno dalla propria opera. Fu nominato membro della Consulta Nazionale che preparò la Costituente ed eletto per il partito liberale all’Assemblea Costituente (2-3 giugno 1946). Tornato dal “viaggio di istruzione” negli Stati Uniti d'America (1947), il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi lo volle vicepresidente e ministro del Bilancio. Con apposito decreto fu confermato governatore della Banca d'Italia e poté tessere la tela quotidiana della Ricostruzione.

Consapevole delle drammatiche difficoltà nelle quali versava il Paese, anziché vagheggiare progetti tanto vasti quanto irrealistici puntò a interventi “a pezzi e bocconi”, come narrato dal suo fido segretario particolare, Antonio d'Aroma. Doveva ristrutturare un edificio occupato da persone che non potevano esserne allontanate, la “romana burocrazia nostra sovrana”. Per attuare il risanamento monetario a suo avviso non esistevano “mezzi taumaturgici”. Dopo il prestito nazionale promosso da Marcello Soleri, che gli dedicò gli ultimi febbricitanti mesi di vita con patriottismo esemplare, Einaudi lasciò che il tempo facesse tramontare propositi inattuabili, quali il “cambio della lira” che avrebbe provocato la fuga dei pochi capitali disponibili e scoraggiato investimenti dall'estero. Come da lui previsto, in un paio d' anni le speculazioni si esaurirono e l'inflazione si ridusse a indici accettabili con la ripresa, favorita dai giganteschi prestiti senza oneri concessi dagli USA nell'ambito del Piano Marshall. Capita una volta ogni 60 anni..., ma occorre chi sappia investirli.

Contrario a imposte straordinarie, contrarissimo a tasse patrimoniali che avrebbero colpito media e piccola proprietà (se ne era occupato nel magistrale saggio del 1920 su Il problema delle abitazioni), Einaudi mirò alla riesumazione della classe media, della scuola (pubblica o privata, purché seria, formativa, rigorosa: oggi purtroppo corre su banchi a rotelle verso l'abisso), di quanti servivano lo Stato con dedizione alimentata dal ricordo delle sofferenze vissute nelle due guerre e a prezzo di tante vite. Monarchico libero da feticismi, poté presto salutare il plebiscito del “quarto partito”: i risparmiatori, spina dorsale della Nuova Italia. Nella sua immane opera ebbe collaboratori il biellese Giuseppe Pella, futuro presidente del Consiglio, e l'insigne economista Gustavo Del Vecchio.

Alla Costituente pronunciò discorsi appassionati e taglienti. Componente della Commissione dei Settantacinque che redasse la bozza della Carta, ottenne l'approvazione dell'articolo 81, che recita: “Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese. Ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.Nominato membro di diritto del Senato della Repubblica (22 aprile), all'indomani delle elezioni, prese parte all'inaugurazione della prima legislatura, chiamata a eleggere il Capo dello Stato.

 

Attualità di un antico Capo dello Stato

Alle 6 del mattino del’11 maggio 1948 Giulio Andreotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, andò a informarlo che De Gasperi lo avrebbe fatto votare presidente della Repubblica per superare lo stallo sul nome di Carlo Sforza, per tre volte sostenuto senza successo. Il settantaquattrenne statista non gli ricordò di aver votato monarchia; lo aveva fatto anche Andreotti. Osservò invece che, claudicante e minuto qual era, avrebbe dovuto sfilare dinnanzi ai corazzieri. Fu eletto e nessuno trovò alcunché da obiettare. I corazzieri non avevano dimenticato Vittorio Emanuele III.

Capo dello Stato, Einaudi lasciò memoria del suo operoso settennato in Lo scrittoio del Presidente e in Prediche inutili. Continuò a studiare, a pubblicare e a promuovere ricerche per unire gli italiani, come poi fece negli anni seguenti, restituito alla cattedra universitaria ad vitam con speciale decreto. Improntò l'esercizio del suo ruolo alla discrezione, al rigore, alla continuità. Lo si vide con l'istituzione del Segretariato Generale, nel solco del Ministero della Real Casa. Nulla di enfatico, tutto volto al pratico, con la misura dell’austerità. All'inizio del 1945 aveva tracciato le linee del nuovo liberalismo: “quando siano soppressi i guadagni privilegianti derivanti da monopolio, e siano serbati e onorati i redditi ottenuti in libera concorrenza con la gente nuova, e la gente nuova sia tratta anche dalle file degli operai e dei contadini, oltre che dal medio ceto; quando il medio ceto comprenda la più parte degli uomini viventi, noi non avremo una società di uguali, no, che sarebbe una società di morti, ma avremo una società di uomini liberi”.

Qual è l'eredità di Einaudi? Quando sentiva (talora anche da persone “di casa”) vagheggiare di ideologie “sovietiche” neppure rispondeva: batteva il bastone per terra per dire che era impossibile dialogare. Anch'egli coltivò propositi mai attuati, a cominciare dall'abolizione del valore legale dei titoli di studio (più che mai urgente, visto il degrado del sistema scolastico) e dalla confutazione del mito dello “stato sovrano”: pagine, queste, pubblicate nella Piccola antologia federalista, con scritti di Jean Monnet, Denis de Rougemont e altri.

Cultore profondo del “senso dello stato” che, spiegò Benedetto Croce, ministro dell’Istruzione con Giolitti, non è solo “liberismo”, è “liberalismo”, Einaudi ne indicò i fondamenti nella tradizione civile sorta dalla cultura classica e dall'illuminismo, alla cui riscoperta critica si dedicarono egli stesso, bibliofilo appassionato, e Franco Venturi. Da presidente dell’associazione dei piemontesi a Roma, promossa nel 1944 da Renzo Gandolfo, nel 1961 presentò i due poderosi volumi Storia del Piemonte (ed. Casanova).

Quali pionieri e numi tutelari del federalismo europeo vengono solitamente citati Altiero Spinelli, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman, autore del piano che dette vita alla Comunità europea del carbone dell'acciaio. Tra i profeti e artefici della Nuova Europa va però posto e ricordato in primo luogo proprio Luigi Einaudi, capace di conciliare concretezza e profezia, sulla base irrinunciabile dello studio della storia, della scienza delle finanze e dell'economia politica, senza la quale la politica economica è vaniloquio.