NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 27 luglio 2015

"Io nipote dello zar vi dico: riportate in Italia il vostro re"


L'ultimo pretendente al trono russo: "Maria Gabriella di Savoia ha ragione Le spoglie di Vittorio Emanuele III devono riposare nella Penisola. Sono parte della storia del Paese"

di Fausto Biloslavo - Lun, 27/07/2015 

Sua Altezza Imperiale, il Granduca George Mikhailovich Romanoff, erede al trono di tutte le Russie, è nato in esilio a Madrid. A 34 anni vive a Bruxelles e va spesso in visita ufficiale nell'ex impero, ma ama l'Italia. Nel nostro Paese, che conosce bene, ha incontrato Rebecca, la sua fidanzata, difesa da un inattaccabile scudo di riservatezza.





Come ci si sente ad essere l'erede al trono dello Zar?

«Discendere da una famiglia dal passato così ricco di storia e gloria come i Romanoff è un onore. Mi rendo conto di come il nome che porto rievochi nelle mente delle persone di qualsiasi nazionalità e cultura qualcosa di forte. Per qualche motivo nell'immaginario collettivo la Russia ed i Romanoff sono avvolti da un'aurea di charme e mistero».

C'è spazio nella Russia di oggi per un ruolo, anche simbolico, dello zarismo?

«Nelle società moderne la politica è vista come un fatto “tecnico”, mentre nei confronti di un re si prova un sentimento diverso, come se egli incarnasse in tutto e per tutto lo Stato. Per questo arrivo a dire che in qualunque Paese si può ipotizzare un ritorno della forma monarchica, ovviamente con dei connotati molto diversi da quelli dell'assolutismo. E quando vado in Russia rimango sempre molto toccato dalle manifestazioni di affetto e nostalgia della gente comune nei confronti della Casa imperiale. Oggi, naturalmente, la monarchia deve inserirsi nel moderno contesto socio-economico-culturale in cui il re, attraverso un processo di identificazione, garantisce l'unità del popolo, del Paese e lo rappresenta nel contesto internazionale. In Russia, come in tutte le nazioni ex monarchiche c'è chi sostiene che la presenza di una rinnovata monarchia possa offrire dei vantaggi al Paese. Come ovvio sono decisioni che deve prendere il popolo e noi non abbiamo mai preteso nulla, ma se i cittadini ritenessero opportuno un ritorno della monarchia non mi tirerei indietro».

Il Giornale ha pubblicato la lettera della principessa Maria Gabriella di Savoia per riportare in Italia le spoglie del re «soldato», Vittorio Emanuele III, sepolto in Egitto. Cosa ne pensa?

«Sono assolutamente d'accordo. Un re è parte della storia di un Paese e della sua memoria collettiva, che rappresenta il tassello più importante di una società e del suo sviluppo. Non bisogna mai cancellare la storia perché riflette ciò che siamo».

Lei viene spesso privatamente in Italia. Cosa le piace del nostro Paese?

«Tutto! Fin dalle prime volte sono rimasto affascinato dalle bellezze della Penisola. E mi è persino difficile dire con certezza quale sia la parte che preferisco. L'Italia è bella tutta: dal nord al sud. Ed è bella la gente, la cultura, il modo di vivere, la cucina. Vado spesso a Roma dove non perdo occasione per visitare il Pantheon (con le tombe dei re d'Italia, ndr) , un monumento incredibile. Anzi, mi consenta di salutare proprio le Guardie d'onore del Pantheon, che mi hanno ricevuto con un affetto ed un calore indimenticabili».

Quali località italiane frequenta?

«Quando sono a Roma adoro andare in giro perdendomi nei vicoletti e scoprire qualche nuovo ristorantino sfizioso o una fontana mai vista. Roma è una città che riesce a stupirti sempre, anche quando pensi di conoscerla benissimo. Ormai me la cavo bene pure con l'italiano, una lingua così melodica che a parlarla sembra di cantare. Adoro la capitale ma vado ovunque: da Genova a Milano, da Napoli alla Sicilia... Non frequento un posto in particolare, ma luoghi dove ho amici o sono spinto da qualche motivazione professionale oppure, semplicemente, vengo invitato per uno specifico evento. Ogni scusa è buona».

Lei descrive solo un'Italia idilliaca...

«Purtroppo rispetto a qualche anno fa vedo che gli effetti della crisi sono sempre più tangibili in tutte le città italiane e ciò mi rattrista. L'aumento spropositato delle tasse a cui consegue la vendita del patrimonio storico, culturale ed economico di un Paese porta inesorabilmente a svendere anche la propria identità».

L'Italia sembra più attenta di altri Paesi verso la Russia. Possiamo avere un ruolo di ponte con Mosca?

«Storicamente la vicinanza tra i nostri Paesi è forte. Basta pensare che il cuore del Cremlino a Mosca, così come i palazzi imperiali di San Pietroburgo sono stati costruiti dagli italiani. La vostra è una nazione con un enorme vantaggio rispetto ad altre: per quanto le sue proporzioni siano piccole, se le si paragona alle dimensioni dei nuovi attori globali, i famosi Brics, è un concentrato di manifattura e manodopera incredibile. Il vostro tessuto produttivo non finisce mai di stupire per l'inventiva, la capacità di immaginare, di creare prodotti che ovunque nel mondo vengono riconosciuti ed apprezzati. Il Made in Italy è qualcosa che nessuno riesce a copiare ed è ciò che tutti, soprattutto i russi, desiderano. Anche dal punto di vista religioso le nostre due confessioni attraversano un periodo di intenso dialogo. Ho avuto l'onore di essere ricevuto in udienza dal precedente Pontefice e noto con piacere che anche Papa Francesco è molto aperto verso la nostra confessione ortodossa».

Ma di mezzo ci sono le sanzioni alla Russia per la crisi in Ucraina...

«L'attuale situazione politica ha reso le relazioni molto difficili e purtroppo i singoli Stati Ue non possono decidere autonomamente della propria politica estera, ma devono attenersi alla volontà dell'Europa. Un'impasse che speriamo si riesca a superare presto, perché pregiudica gravemente le vostre imprese. Non dimentichiamo che la Ue importa il 35% del suo fabbisogno energetico dalla Russia e l'Europa ha visto in un solo anno il livello delle sue esportazioni verso Mosca crollare da 120 miliardi di euro a poco più di 100. L'Europa dovrebbe valutare attentamente quali passi seguire, perché la Russia confina direttamente con le vostre frontiere ma anche con quelle di importanti Paesi asiatici. E forse sarebbe più saggio mantenere delle relazioni diplomaticamente distese con il mio Paese per evitare che si volti a cercare partnership più strette con nazioni come la Cina, che non sono i suoi naturali alleati».

Le sembra possibile una soluzione tipo Alto Adige per la crisi del Donbass, la regione orientale dell'Ucraina, filorussa, che non vuole saperne di Kiev?

«La pace deve tenere conto delle realtà geopolitiche e del rispetto delle minoranze linguistiche. Per questo sono favorevole al coinvolgimento degli osservatori internazionali nella questione, che potrebbe in effetti risolversi con un modello simile a quello altoatesino».

Cosa pensa del presidente Putin, che molti chiamano il nuovo Zar?

«Un uomo preparato, saggio ed esperto, che sa come gestire uno Stato così grande e difficile come il nostro. Certamente non è uno Zar, visto che è stato eletto in modo democratico e il suo autoritarismo non è dissimile da quello di altri leader internazionali. Non era un compito facile, ma ha saputo traghettare il Paese dalla fase post comunista all'attuale contesto globale. La Casa imperiale supporta il presidente in tutto ciò che contribuisce al recupero delle tradizioni, alla conservazione del patrimonio storico, a rafforzare il benessere del Paese. Ovviamente su certi temi specifici non sempre sposiamo appieno le idee del presidente, ma, come le dicevo, io non faccio politica».

Da una parte gli americani pianificano l'invio di truppe e carri armati nei Paesi baltici. Dall'altra il Cremlino annuncia nuovi missili nucleari. Rischiamo qualcosa di peggio della guerra fredda?

«Le guerre “vecchio stile” sono superate. Oggi si fanno a colpi di economia, ma non creda che siano conflitti meno cruenti. Quanto all'annuncio dei nuovi missili nucleari è corretto dire che si tratta, appunto, solo di un annuncio. E comunque si troverebbero sul territorio nazionale russo, mentre gli Usa vogliono mandare carri armati e truppe sul territorio di uno Stato sovrano di un altro continente. Sarebbe come se la Russia inviasse soldati in America centrale».

In Crimea e nel Donbass abbiamo visto il ritorno dei cosacchi e delle bandiere con il volto dell'ultimo Zar. Come spiega questo revival?


«Senza dubbio tra i cosacchi, in Crimea e tra le milizie nel sud-est dell'Ucraina ci sono dei convinti monarchici, ma a volte i simboli imperiali vengono utilizzati dalle organizzazioni più disparate, persino da comunisti e nazionalisti radicali. Ciò avviene perché le bandiere imperiali simboleggiano la forza e la grandezza di un tempo. Da sempre nei momenti di crisi si attinge al simbolismo del passato più glorioso. Lo faceva anche Mussolini inneggiando ai fasti di Giulio Cesare».

domenica 26 luglio 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - XI

Benedetto Croce smentito da se stesso

Quali siano state le responsabilità del Partito Liberale nella creazione e nel potenziamento del fascismo lo abbiamo dimostrato alla luce dei documenti: come il fascismo non sarebbe nato senza il disordine bolscevico e senza l'iniziativa repubblicana, così senza l'appoggio liberale e democristiano Mussolini sarebbe caduto nel 1923-24 o quanto meno avrebbe seguito una via di moderazione.

Fra gli adulatori di Mussolini, fra i sostenitori con deboli riserve, contendono il primato ai democristiani gli uomini del Partito Liberale. Tutto quello che si è fatto dopo il delitto Matteotti contro l'Aventino per scagionare dalle responsabilità Mussolini è stato fatto col consenso dei due rappresentanti liberali nel Governo: Casati e Sarrocchi. In quanto all'opposizione assunta - nel nome del Partito - da Benedetto Croce, occorre tener presente che questo atteggiamento ha inizio col Manifesto degli intellettuali (maggio 1925), aspra critica alla natura del fascismo, al suo contenuto di «concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di sdilinquimenti mistici e di cinismo», ecc. ecc; ma il filosofo napoletano che era stato ministro di Giolitti quando questi fece il blocco elettorale coi fascisti, per oltre tre anni aveva dato a questi il suo appoggio e la incondizionata fiducia a chi li impersonava. Evidentemente Croce dimenticava che in una recensione ad un volume di Salvatorelli, Casa Savoia nella Storia d'Italia aveva scritto: «Il passato bisogna bensì intenderlo, ma non già presumere di censurarlo, né di somministrargli l'errata-corrige».

Tutti gli scritti di Benedetto Croce in materia politica sono una continua, patente contraddizione e noi ci limitiamo a farne qui una breve cernita.

Pensiero Politico e Politica attuale (Laterza, Bari). Parlando degli Aosta-Orleans che trescavano col fascismo e miravano a sostituire il ramo primogenito, dice che «questo sospinse il re alla sciagurata transazione col fascismo» (pag. 42). Il Croce votò in favore di questa transazione.

- «Il metodo liberale vuole la discussione e la persuasione, si vale dei mezzi morali ed esclude l'uso della forza» (pag. 26), ma per quattro anni egli assecondò ed approvò la forza e la violenza.

- Pranzando a Roma nell'ottobre del 1923 con Rajna dell'Università di Pisa, ed avendogli il Croce chieste delle novità di Firenze, si stupisce come il suo interlocutore non gli abbia enumerato certi fatti di sangue avvenuti tra fascisti e comunisti e cosi lo biasima: «Non si era accorto di nulla». (pag. 77). E non ricordava che nell’autunno del 1923 gli studenti a Napoli venivano arrestati in massa perchè dimostravano contro la riforma Gentile. Questi non era che un pretesto, ma il movente vero era l'avversione al Fascismo. La cittadinanza fu indignata contro queste severità ed i più illustri avvocati di colà si costituirono in collegio di difesa. Croce non si fece vivo che per difendere Gentile, cioè il fascismo. Non una parola commossa per gli studenti bastonati ed imprigionati. Non si era accorto di nulla!

- «... mentre l'annunziata marcia su Roma fu il contrario di una impresa guerriera, la prima di una lunga serie di tristi buffonate». (pag. 43). Quando essa venne annunciata a Napoli, al San Carlo, egli era presente e consenziente, con De Nicola, nella prima fila di poltrone...

- «Soltanto non posso far di meno come italiano di ricordare che in Italia l'imitazione di quel metodo russo già ci è stata e si è chiamata, ahimé,  il fascismo. Una imitazione senza dubbio tra canagliesca e buffonesca che ancora ci riempie di vergogna e di furente dolore; ma che imitazione pur fu». Sul Corriere della Sera nei suoi ricordi ( aprile 1949) scrive: «Assunto dunque atteggiamento avverso e combattente ( dopo il delitto Maettotti) non solo condussi la mia opposizione nella mia rivista e nei miei libri, nei giornali, e nei congressi liberali fin quando fu ancora possibile, e nelle discussioni e votazione del Senato, ma scrissi io, negli ultimi di aprile del 1925 la risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti».

Però due mesi più tardi e precisamente il 29 giugno del 1925 Croce dopo la risposta suddetta parlando al Consiglio Nazionale del Partito Liberale ed accennando alla ricerca manifestatasi nei paesi della Europa occidentale di un sistema «fuori del regime liberale», metteva in evidenza il fatto che l'Italia avesse preso il primo posto in questo tentativo cioè con l'esperimento fascista - e se ne compiaceva «per questo nuovo primato dell'Italia». Primato che diventa ora imitazione tra canagliesca e buffonesca.
Alle invettive postume contro il Re e contro il fascismo basterebbe contrapporre questa sua sentenza: «Un popolo non deve mai, come tutti sanno, dimenticare, e molto meno rinnegare, il suo passato per diversi che siano i suoi concetti e i suoi propositi nel presente».

Volendo registrare le contraddizioni crociane occorrerebbe un intero volume. Ma per mettere in evidenza le animosità ond'egli è pervaso basta che ci soffermiamo sui suoi Ricordi. Egli pretende che il Re dovesse opporsi alla nuova legge elettorale votata nel 1923 da una Carnera che non era neppure fascista! In quanto alla sua vantata opposizione al fascismo appare chiaramente come sia fatta unicamente di pettegolezzi e di piccoli insignificanti episodi: «ho detto questo al tale, ho detto questo al tallaltro. Ho risposto così ad un certo ambasciatore   ecc. ecc.»
Nulla di geniale. Niente di coraggioso. Prudenza, grande prudenza e nulla più.

Benedetto Croce insiste sovente e volentieri sopra questo tema della sua opposizione al fascismo fatta sulla sua rivista. La verità è che, anche sulla “Critica” i suoi interventi contro il regime - sempre dopo il 1926 poiché fino alla metà di quell'anno egli fu favorevole, malgrado il Manifesto degli intellettuali furono blandi e senza energia. Ciò è tanto vero che la rivista venne liberamente pubblicata e non ebbe mai un solo numero di sospensione. Egli è l'unico scrittore ed editore non iscritto nei ranghi del fascismo che durante il ventennio poté liberamente scrivere e pubblicare. Ma si guardò bene dalla scrivere e dal pubblicare, contro Mussolini e contro il partito allora dominante, quello che ora scrive e pubblica contro il suo Sovrano. La sua rivista fu invece soppressa dagli Alleati ma Croce non protestò.
Egli scrive ancora: «La prima grave delusione che il Re dette ai liberali fu dopo il delitto Matteotti, quando il suo ritorno dalla Spagna, dove era andato a restituire la visita a quel sovrano, era atteso come risoluzione del nodo aggrovigliato, ed egli, invece di adoperarsi a scioglierlo o a tagliarlo, lo serbò intatto a salvazione del fascismo, raccomandando agli italiani tutti, indistintamente, la concordia». Croce in quei giorni votava non solo la fiducia a Mussolini ma anche la risposta al discorso della Corona, letto e approvato per alzata, all'unanimità, subito dopo il voto di fiducia. Diceva la risposta:

« Ora con Voi, Sire, invochiamo la concordia che la carità di Patria ansiosamente - consiglia ed urgentemente impone e che è come Voi diceste, elemento fondamentale di civile progresso» e «fonte di maggiore operosità delle varie classi sociali rese tranquille e liberate dalle insidie, dai contrasti irosi, dalle truci contese che aduggiavano e intiepidivano il lavoro in tutte le sue manifestazioni». L'indirizzo così concludeva: «L'Italia ha bisogno di lavoro, di concordia, di libertà nell'ordine e di pace. Voi, Sire, avete richiamata alla ferma disciplina di una vita civile, ed operosa. Ai Vostri voti, purché tutti adempiano il dovere nostro, essa non verrà meno».

Lo stesso Mussolini, dopo la lettura fatta del citato indirizzo, chiedeva la parola e così chiudeva il suo discorso: «Si levi di fronte alle vigilanti gelosie straniere il grido della concordia, fra quanti italiani sono pensosi sopratutto delle sorti della Patria». (Vivissimi, prolungati e ripetuti applausi a cui si associano anche le tribune) (1).

Dunque: Croce concede la sua fiducia a Mussolini e nella stessa seduta si associa agli applausi per le invocazioni del Senato alla concordia, consacra col suo voto all'indirizzo alla Corona l'appello del Re. Vent'anni dopo lo condannerà, dimentico della sua approvazione e della solidarietà col Sovrano e con Mussolini.

Sempre sul Corriere della Sera, egli qualifica Mussolini come «un cretino» ed «un povero diavolo». Ma allora come giudica gli italiani che lo hanno sostenuto ed acclamato con delirio per un ventennio?

In “Due anni di vita politica italiana” (Laterza, Bari) ci riferisce che interrogato da un giornalista risponde: «Penso che il fascismo non fu escogitato né voluto da alcuna singola classe sociale ne da una singola di queste sostenuto. Fu uno smarrimento di coscienza, una depressione civile e un'ubriacatura prodotta dalla guerra, che si avvertì in quasi tutti i popoli che vi avevano partecipato, e in Italia, ma non solo in Italia, ebbe il sopravvento effettivo mercè di illusioni, di inganni e di minacce. La classe operaia l’accettò non più certamente ma non meno delle altre tutte, depose l’arma potente che aveva dello sciopero e lasciò il capo del nuovo regime si presentasse ed aggirasse sicuro, e spesso tra applausi, perfino in ambienti di spiccato carattere operaio».

Sempre nello Stesso volumetto (pag. 91) parlando dei Pattí lateranensi, dopo aver accennato che in Senato nel 1929 fu il solo a manifestarsi contro. pur ammettendo di aver dichiarato essere Stato favorevole alla Conciliazione, aggiunge: «…la mia ripugnanza e opposizione si riferiva a quel caso particolare di conciliazione effettuata non con un'Italia libera ma con un’Italia serva e per mezzo dell’uomo che l’aveva asservita e che fuori di ogni spirito di religione come di Pace, compiva quell'atto per trarne nuovo prestigio e rafforzare la sua tirannia». Ci spiace rilevare che il nostro Maestro è caduto nel suo discorso al Senato in una Stridente contraddizione: approvò la Conciliazione ma ne criticava la rottura dell'equilibrio precedente. Ora approvando la prima doveva per conseguenza non rilevare la seconda. In quanto alle parole dure che oggi vuole fare apparire sotto l’aspetto di un atto di grande coraggio, come di opposizione a Mussolini ed alla sua tirannia, si nota che il Croce criticò bensì il modo, col quale si concluse il Concordato nella soluzione della Questione Romana ma non per i motivi ch’egli dichiara a circa vent’anni di distanza quando il suo antagonista è scomparso.

Egli avversò gli accordi per il timore che, potessero rinascere certi «eccessi di clericalismo» in modo da provocare «il più violento anticlericalismo». Niente dunque presa di posizione contro la «tirannia di Mussolini». E se anche così fosse stato, il suo discorso lasciò indifferenti i suoi colleghi poiché all'appello nominale cinque soli senatori lo seguirono.



1) Atti parlamentari, Senato del Regno, Vol. 1, Pagg. 72, 74, 78, tornata 24 giugno 1924

sabato 25 luglio 2015

Sergio Boschiero: una vita per il Re

 di Emilio Del Bel Belluz

Il 3 giugno di quest’anno è morto Sergio Boschiero molto conosciuto, soprattutto nell’ambiente monarchico. La morte lo ha colto il giorno dopo la festa della repubblica. Sergio aveva dedicato la sua vita al servizio del Re. Era stato scelto da Re Umberto II, nel 1960 per guidare il Fronte Monarchico Giovanile. Da sempre ha indirizzato tutte le sue energie, alla causa del Sovrano. Credo che, salvo qualche eccezione non ci sia un altro che sia stato fedele all’idea e al Re meglio di lui. Ho appreso della sua morte dai quotidiani  -Il Tempo – di Roma che tra l’altro è stato l’unico quotidiano tra quelli nazionali a riportarne la notizia. Ho letto invece dei necrologi su - Il Giornale.  
Devo dire che la morte di Boschiero mi ha molto addolorato, è stato come perdere un punto di riferimento. In questi tempi così avari di ideali lui  personificava il motto “sarò fedele per sempre” . La sua fedeltà alla causa monarchica fu assoluta. Personalmente all’età di sedici anni lo sentii per la prima volta  parlare del Re Umberto II in una trasmissione televisiva gestita  dall’Unione Monarchica Italiana. Quella sera, che ricordo come fosse adesso, rimasi molto colpito per le sue parole, e alla fine della trasmissione trascrissi l’indirizzo della associazione. Successivamente scrissi una lettera a Boschiero esprimendogli il mio desiderio di iscrivermi all’associazione e lo pregai di inviarmi il giornale dei monarchici. Ricevetti poco tempo dopo il giornale che per anni continuò la pubblicazione, riportava le notizie dei vari gruppi di monarchici italiani. 
Conobbi molte realtà e per me fu come aprire una finestra nella mia vita. La bandiera del Re divenne la mia bandiera. Re Umberto II gli voleva bene, sapeva che poteva contare su di lui come uno dei suoi figli più sinceri. Lo vidi ai funerali del Re che parlava ai giornalisti immerso nel dolore per aver perso il so sovrano. Nella vita vi sono delle persone che come delle immagini. o dei quadri non sbiadiscono mai. Lo ripeto ho provato tanto dolore, nell’apprendere della sua morte, e ho provato delusione nel silenzio nella stampa. Mi pare impossibile che il mondo dimentichi così in fretta quello che uno ha rappresentato. Sergio Boschiero era nato nel 1936 a Berganze in provincia di Vicenza, si era trasferito a Roma nel 1960 per volontà del suo Sovrano. Aveva solo dieci anni quando il Re d’Italia dovette salire quella scaletta dell’aereo che lo portava in esilio. Mi sono sempre chiesto se la sua fede monarchica fosse iniziata già da bambino.
Quando si è fedeli ad un certo ideale, tutta la vita deve essere coerente ad esso. Un premio del destino è stato quello di morire il giorno successivo alla festa della repubblica. La vita di Re Umberto II è stata molto difficile, come ogni uomo che si trova a fare i conti con il lasciare la terra dei padri. Dall’esilio però ha avuto molte manifestazioni di lealtà, una di queste sicuramente è quella che ha potuto scrivere con la sua tenacia Sergio Boschiero. Solo i tempi duri sono quelli che ci fanno conoscere le persone speciali, quelle che ci comprendono. Re Umberto II,  nel suo esilio di Cascais, ha sempre saputo di poter avere un caro amico in Italia, che gli voleva bene.  La cerimonia funebre di Boschiero è stata officiata al Pantheon, luogo caro ai monarchici, dove sono sepolti i Re d'Italia . 
Nella cerimonia funebre, la bara di Sergio Boschiero è stata ricoperta dalla bandiera Sabauda, per la quale si è sempre battuto. Alla cerimonia erano presenti una ottantina di persone, molti politici sono mancati. Credo sia stata suonato l’inno reale. Mi auguro che le parole del sacerdote abbiano espresso quella lealtà che era alla radice della vita di Boschiero. Ora che la sua vita terrena è terminata, mi auguro che il suo ricordo non cada nell’oblio. Difficile dare dei giudizi sul suo percorso umano, ma quello che ha fatto per la monarchia, rimane. Non so se sia stato tumulato al suo paese natio, perché dal paese dove uno nasce eredita un pezzo di cielo. Ha lottato molto affinché il Re potesse tornare  dall’esilio ed essere sepolto al Pantheon. Se avesse potuto regnare Re Umberto II, sarebbe stato una buona guida, capace di stare al di sopra delle parti. Ora Sergio dal cielo potrà  incontrare il suo Re. Tutti gli anni il 2 giugno espongo dal mio terrazzo la bandiera del Re, d’ora in poi la lascerò sventolare anche il 3 giugno a memoria di Sergio Boschiero. Soldato leale al Re fino alla morte.  

giovedì 23 luglio 2015

Riportiamo in patria i Re d’Italia


Principessa Maria Gabriella di Savoia
di Cristina Siccardi
Dopo il recente attentato al Consolato italiano in Egitto, un accorato e composto appello è giunto dalla Principessa Maria Gabriella di Savoia, che ha inviato una lettera al Direttore de il Giornale, Paolo Granzotto, il quale il 16 luglio scorso l’ha prontamente pubblicata con il titolo: Non lasciamo all’Isis la tomba del Re Soldato (www.ilgiornale.it ).
Scrive Maria Gabriella: «Quest’anno si celebra il centenario del primo conflitto mondiale nel corso del quale mio nonno, il Re Soldato, a unanime giudizio degli storici, si portò in maniera esemplare, favorendo il compimento del processo di unificazione col riunire all’Italia gli ultimi lembi di territorio in mano straniera. In considerazione delle gravi tensioni e violenze che stanno interessando l’Egitto, ritengo che per un dovere civile e morale sia giunto il momento di procedere al rientro delle salme di Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena: per salvarne la loro e la nostra collettiva memoria. Molte nazioni oggi repubblicane ma che furono monarchie hanno provveduto al rimpatrio delle salme dei loro regnanti e ciò non solo in segno di pacificazione nazionale, ma anche nel rispetto della tradizione storica. Perché il nostro paese non può fare altrettanto?».
L’appello è stato presentato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella «certi che da risoluto e generoso rappresentate dell’unità nazionale qual è, non ne resterà sordo», ha scritto Granzotto il 16 luglio stesso, «D’altronde quello che lei chiede è un atto di carità, di rispetto e di giustizia: Vittorio Emanuele III lasciò l’Italia senza che ne fosse obbligato da una ordinanza di esilio (lo stesso può dirsi, del resto, per Umberto II)».
Il timore di Maria Gabriella di Savoia non è certo infondato, visto che il rimpatriato Bruno Dalmasso, ultimo custode italiano del cimitero di Hammangi (dove sono sepolti 7.800 caduti italiani), ha denunciato le profanazioni e le distruzioni delle lapidi dei seguaci dei tagliagole islamici, e ha affermato: «Portiamo in Italia quei resti. Gli estremisti islamici li hanno profanati due volte» (www.ilgiornale.it ).
Legittima e coraggiosa è la richiesta di Maria Gabriella, nonostante sia ben cosciente dell’ostracismo perdurante nei confronti di Casa Savoia. Un ostracismo innescato dalle sinistre (1943), che hanno incanalato gran parte dell’opinione pubblica verso l’odio non solo per Vittorio Emanuele III, ma anche nei confronti dell’istituto monarchico stesso, che è stato eliminato con i brogli elettorali manovrati da Palmiro Togliatti nel Referendum istituzionale del 1946 (due milioni di voti sottratti).
I consensi per la Monarchia, nell’Italia della seconda Guerra mondiale, sono rintracciabili non solo nella storiografia e nelle cronache, ma erano la preoccupazione costante di Adolf Hitler, che ordinò la cattura e la deportazione della figlia del Re, Mafalda di Savoia, che morì assassinata nel lager di Buchenwald il 28 agosto 1944.
Il giorno dopo l’appello di Maria Gabriella, il 17 luglio, è andato in onda su Rai 3, nel programma La grande storia, un servizio non certo atto alla sensibilizzazione per il rimpatrio delle salme dei sovrani d’Italia, ma dedicato all’esaltazione della socialista e liberale Maria José, nella quale la principessa belga poi «Regina di maggio» è risultata, come nella tradizionale vulgata progressista, l’eroina, a fronte di un Umberto II definito, negli anni del doloroso esilio a Cascais e a causa della sua cattolicità, «penoso» e «bigotto».
La Regina Elena trasmise ai figli Jolanda, Umberto, Giovanna, Mafalda, Maria una grande fede cristiana, che madre e figli hanno manifestato ampiamente nelle loro esistenze, alcune delle quali tanto tragiche quanto esemplari. Quattro ore dopo aver abdicato (9 maggio 1946), Vittorio Emanuele III era già a bordo del Duca degli Abruzzi, diretto verso l’Egitto. Re Farouk gli aveva offerto ospitalità nel suo palazzo di Qubbè Sarayi, al Cairo, ma Vittorio Emanuele, che prese a farsi chiamare conte di Pollenzo, scelse per sé e la moglie Elena un’anonima villetta a Shuma, sobborgo di Alessandria d’Egitto.
I Savoia non potevano (come sempre accade nelle rivoluzioni che smantellano le monarchie) accedere al patrimonio personale, che con la XIII Disposizione finale della Costituzione lo Stato avocò a sé, perciò Vittorio Emanuele partì povero, così come partirà il figlio per il Portogallo: sarà Re Farouk a sostenere il conte di Pollenzo e saranno gli italiani fedeli al Re a sostenere Umberto II, al quale il Venerabile Pio XII donò una somma di denaro per i primi duri tempi di Cascais.
Vittorio Emanuele che affrontò, nel bene e nel male, quattro guerre (due mondiali, quella di Libia e quella di Etiopia) e che regnò 46 anni, morì il 28 dicembre del 1947, il giorno seguente la promulgazione della Costituzione repubblicana. Nonostante l’offerta del sovrano d’Egitto di una sontuosa cappella nel cimitero latino, la Regina Elena, senza smentire la sua indole umile e riservata, scelse la piccola chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d’Egitto, dove la salma venne tumulata dietro l’altare maggiore, in un loculo dove è riportata la semplice scritta: «Vittorio Emanuele di Savoia 1869-1947».
Elena morì il 28 novembre del 1952 a Montpellier, in Francia, dove si era trasferita per sottoporsi alle cure mediche del professor Lamarque. Come era stata stimata e amata in Italia, la «bonne Dame noire» venne stimata e amata in Francia per il suo povero stile di vita e per la sua disarmante carità, sempre vigile sugli infelici: fu sepolta, come suo desiderio, in una comune tomba del cimitero cittadino. L’intera città si fermò per assistere e partecipare al suo funerale, al quale presero parte 50 mila francesi. I montpelliérains sono ancora oggi riconoscenti alla Regina Elena, morta in concetto di santità, e la sua tomba è sempre fiorita.
La vulgata innescata dal tribunale antimonarchico è stata impietosa nei confronti di Vittorio Emanuele III, del quale, nonostante alcuni gravi errori di valutazione, non si può, con onestà intellettuale, ricordare che fu contro l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra mondiale, contro le leggi razziali (ma non poté che ratificarle, dopo 2 veti), contro la persona e l’agire di Hitler.
Per quanto riguarda l’8 Settembre 1943, il Re Soldato, formato alla ferrea disciplina del Generale Egidio Osio, preservò l’indipendenza italiana e la monarchia, trasferendo la sede del Governo a Brindisi: il termine «fuga», infatti, venne coniata dai nemici della corona, per screditarla. Non furono, infatti, fughe quelle del governo francese da Parigi a Bordeaux nel 1916, dei governi belgi, olandesi, norvegesi e polacchi nel 1939, bensì trasferimenti per non cadere incoscientemente nelle mani del nemico.
Molte cose avrebbe da dire (e in vita le disse) la Medaglia d’oro al Valor Militare Edgardo Sogno (1915-2000), anticomunista e coraggioso alfiere della monarchia, del quale proprio quest’anno ricorrono cento anni dalla sua nascita… ma «La grande storia» di Rai 3, sebbene gli furono decretati i funerali di Stato, si guarda bene dal celebrarne la memoria.
Riportare le salme dei Reali in Italia, oltre ad essere carità cristiana, di rispetto, di giustizia, sarebbe dovere civico e storico di una nazione che non ripudia se stessa e la sua «grande storia». (Cristina Siccardi)


















giovedì 16 luglio 2015

Non lasciamo all'ISIS la tomba del Re Soldato


Lettera di S.A.R. la Principessa Maria Gabriella pubblicata su Il Giornale di oggi.
Le preoccupazioni della Principessa le avevamo già espresse diverso tempo fa. 
Se l'Italia della repubblica non riconosce la naturale destinazione del Pantheon, aggiungiamo noi, si riuniscano le salme dei Sovrani ad Hautecombe. 
Ringraziamo dal profondo del cuore la Principessa per l'iniziativa.

 
Risposta di Granzotto
 
 
Trasmettiamo il suo appello al Presidente Sergio Mattarella, gentile Principessa, certi che da risoluto e generoso rappresentate dell'unità nazionale qual è, non ne resterà sordo.
D'altronde quello che lei chiede è un atto di carità, di rispetto e di giustizia: Vittorio Emanuele III lasciò l'Italia senza che ne fosse obbligato da una ordinanza di esilio (lo stesso può dirsi, del resto, per Umberto II). Quattro ore dopo aver abdicato era già a bordo del Duca degli Abruzzi diretto verso l'Egitto. Re Farouk gli aveva offerto ospitalità nel suo palazzo di Qubbè Sarayi, al Cairo, ma Vittorio Emanuele, anzi il conte di Pollenzo, la sua nuova identità, scelse per sé e per la moglie Elena una anonima villetta a Shuma, sobborgo di Alessandria d'Egitto.
Partito con le tasche vuote, senza poter accedere al patrimonio personale - che con la XIII Disposizione finale della Costituzione lo Stato avrebbe poi avocato a sé - poté contare solo sulla generosità del monarca egiziano. Conducendo una vita ritirata, passeggiando, ricevendo i parenti che saltuariamente gli facevano visita, leggendo, pescando lungo il Delta.
Morì il 28 dicembre del 1947, il giorno seguente alla promulgazione della Costituzione repubblicana. Essendo esclusa la possibilità di seppellirlo in Italia, rifiutata l'offerta di Farouk per una sontuosa cappella nel cimitero latino, la Regina Elena, non smentendo la sua inclinazione per la semplicità e la riservatezza, scelse la piccola chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d'Egitto, dove la salma fu tumulata dietro l'altare maggiore, in un loculo sovrastato dalla scritta: «Vittorio Emanuele di Savoia 1869-1947».
Elena morì qualche anno dopo, nel novembre del 1952. Affetta da un tumore si era da poco trasferita a Montpellier, in Francia, per affidarsi alle cure del professor Lamarque, nel quale riponeva le sue ultime speranze. In quella città fu molto amata - une grande dame discrète, così la ricordano - perché col poco che disponeva prese subito a dedicarsi ad opere caritatevoli, a far del bene al prossimo, virtù che era nella sua natura. I montpelliérains glie ne furono sempre riconoscenti.
Quando morì, l'intera città francese partecipò alle esequie e le dedicò un viale al cui imbocco posero un suo busto marmoreo.
«L'Italia è il solo Paese al mondo nel quale non potrei entrare per deporre un fiore sulla tomba dei miei genitori, ma continuerò a battermi perché possano riposarvi: quel che accadrà a me non ha importanza», ebbe a rammaricarsi da Cascais Umberto II. In verità qualcosa parve muoversi quando il governo Andreotti sembrò prendere in considerazione l'ipotesi di una traslazione delle salme (anche quella di Elena cadeva sotto i vincoli della XIII Disposizione), ma alla fine non se ne fece nulla. Elena riposa a Montpellier, Vittorio Emanuele in una tomba malamente coperta da un groviglio di impolverati fiori di plastica, dimenticata dietro all'altare di Santa Caterina. Ed è ora, questo è l'appello rivolto al Capo dello Stato, che quelle spoglie tornino in Italia. Le spoglie di una donna la cui colpa risiederebbe nell'essersi unita in matrimonio a un Savoia. Di un uomo che agli inizi del secolo scorso favorì la svolta democratica di Giolitti, che per aver trascorso al fronte gli anni della Grande Guerra si meritò il titolo di Re Soldato, che congedò Mussolini col quale collaborò, certo, ma da monarca costituzionale fedele alle leggi, sostenendo di avere nelle Camere, come puntigliosamente soleva ripetere, «i miei occhi e le mie orecchie». E che comunque, in ogni modo, nel bene o nel male è un capitolo della storia d'Italia, della nostra storia.

lunedì 13 luglio 2015

Scomparso a Roma il Marchese Fausto Solaro del Borgo


Il compianto Marchese Fausto Solaro del Borgo, seduto dietro alla Principessa Maria Gabriella di Savoia, durante la manifestazione dell'Unione Monarchica Italiana a Roma, nel 2011, per celebrare i 150 anni dalla fondazione del Regno d'Italia.
E' scomparso a Roma il Marchese Fausto Solaro del Borgo, devoto collaboratore e fedele amico del Re Umberto, come tradizione della sua Famiglia che ebbe numerosi Collari della SS. Annunziata, ultimo suo padre Alfredo che la ricevette dal Re nel Natale 1982.

Al Marchese Fausto il Re affidò importanti e delicati incarichi di fiducia tra i quali quello della consegna allo Stato italiano, all'inizio del 1983, delle ultime due casse di monete della imponente collezione numismatica del Re Vittorio Emanuele III donata dal Re all'Italia, al momento della partenza da Napoli per l'Egitto il 10 maggio 1946, con una lettera al Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi.

Con quell'incarico affidato a Fausto Solaro, e da lui con successo eseguito in collaborazione con l'allora Presidente del Consiglio Amintore Fanfani, Re Umberto assicurò così l'unità e la completezza - evitando ogni possibile pericolo di dispersione - della più importante collezione numismatica al mondo.

Purtroppo il Marchese Solaro non riusci, con suo grande dispiacere, a vedere rispettata - come è noto - la volontà del Re di depositare presso il Museo del Risorgimento, al Vittoriano di Roma, i Collari storici e numerati della SS. Annunziata.



Il Marchese Solaro del Borgo alle spalle della LL AA RR la Principessa Maria Gabriella ed il Principe Ajmone.

 
Fausto Solaro del Borgo


Febbraio 1983:


Consegna al Governo italiano
della parte della collezione delle monete
del Re Vittorio Emanuele III
rimasta in possesso del Re Umberto II

            In occasione di uno dei miei incontri con S.M. il Re Umberto II a Ginevra, nel febbraio del 1982, il Re mi accennò al problema delle monete della collezione donata da Suo Padre, il Re Vittorio Emanuele III, al Popolo Italiano (con lettera al Presidente del Consiglio, On. Alcide De Gasperi, scritta a Napoli il 9 maggio 1946), rimaste in Suo possesso dopo la morte del Genitore. Si trattava di due cassette contenenti i pezzi più preziosi, in quanto  più antichi, che il vecchio Re, partendo per l’esilio in Egitto, portò con se (rilasciandone regolare ricevuta alla Presidenza del Consiglio) al fine di riordinarne la catalogazione. Queste monete si trovavano ad Alessandria d’Egitto al momento della morte del Re Vittorio Emanuele III, avvenuta il 28 dicembre 1947, quattro giorni prima della entrata in vigore della nuova Costituzione che prevedeva l’avocazione dei beni dell’ex Sovrano. Esse rappresentavano l’unico bene patrimoniale importante su cui la Famiglia Reale, che rischiava di restare senza mezzi di sostentamento, potesse contare sicché fu  deciso di non procedere alla restituzione. 
            Il Re Umberto mi precisò che intendeva affidare a me l’incarico di concordare con il Governo Italiano la restituzione delle due cassette conservate nel caveau del Credit Suisse di Losanna, che doveva essere effettuata in via riservata senza coinvolgere alcuno dei Suoi Consiglieri e Familiari, tutti ancora contrari a restituire un bene di così rilevante importanza patrimoniale al Paese che aveva espropriato l’intero patrimonio del Sovrano.
            All’inizio dell’estate 1982, in occasione della mia visita a Cascais del 27 luglio, fu deciso che avrei avviato in autunno i contatti con il Governo Italiano per individuare le procedure per la restituzione. L’aggravamento della malattia del Re ai primi di agosto e il Suo ricovero a Londra provocò, come tutti ricorderanno, un’ondata di simpatia per il Malato in esilio, sicché da molte parti si invocava un provvedimento del Parlamento che consentisse ad Umberto II di morire in Italia. In relazione a ciò, con la signorilità, la sensibilità e la bontà che hanno sempre caratterizzato le Sue azioni, il Re mi invitò ad astenermi dall’avanzare proposte di restituzione delle monete,  perché non voleva che un tale Suo spontaneo gesto venisse interpretato come una forma di “do ut des”.
            Nei mesi dell’autunno 1982 non parlammo della questione nei nostri incontri alla clinica londinese, se non saltuariamente, sempre sentendomi confermare la preoccupazione per una possibile interpretazione che il gesto fosse legato all’ipotetico rientro in Italia. Da parte mia continuavo a notare un peggioramento delle condizioni di salute del Re con il rischio conseguente che, con la Sua scomparsa, le monete per le quali  non avevo disposizioni scritte non venissero, dagli Eredi, più restituite all’Italia. Il 23 gennaio 1983, in occasione di una delle mie visite alla London Clinic, presi il coraggio a due mani e feci capire al Re che, date le circostanze ed i rischi connessi ad ulteriori rinvii, occorreva procedere e quindi aprire il negoziato con il Governo.
L’amor di Patria e la grande delicatezza del Re Umberto II si manifestarono ancora una volta quando volle suggerirmi di contattare, per un consiglio sulla procedura da seguire, il Sen. Giovanni Spadolini, all’epoca  Ministro della Difesa del Governo Fanfani, dicendomi “Ė il presidente del partito repubblicano, ma sono certo che, da uomo di cultura, metterà da parte in questa occasione  le sue idee politiche”. Mi diede anche la precisa disposizione che unica condizione da porre era che nessuna notizia in merito alla riconsegna fosse data prima della Sua morte.   Tornato a Roma, tramite un’amica che lo conosceva molto bene,  chiesi un incontro con il Ministro della Difesa. Il Sen. Spadolini, per incontrarmi, mi fece chiedere di che cosa intendevo parlargli e, saputolo, mi fece dire che “non vedeva la ragione perché ci si rivolgesse a lui per una questione che riguardava Casa Savoia”. Chiusa questa porta, non avendo rapporti con il mondo politico, mi rivolsi all’amico Marcello Sacchetti che mi propose di incontrare l’On. Nicola Signorello, Ministro del Turismo e Spettacolo. Eravamo intanto arrivati al 18 febbraio e l’On. Signorello, che mi ricevette subito, udito quello di cui si trattava mi disse che ne avrebbe parlato in via confidenziale con il Presidente del Consiglio Sen. Fanfani che doveva incontrare, di lì a poco, in Consiglio dei Ministri. Questo avveniva intorno alle ore 16 del venerdì 18 febbraio.
       Descrivo sinteticamente la cronologia degli avvenimenti che portarono al rientro in Italia delle monete mancanti alla collezione donata al Popolo Italiano dal  Re Vittorio Emanuele III.

Sabato 19 febbraio.

-          Ore 9,00: mi chiama al telefono il Professor Damiano Nocilla, Capo dell’Ufficio Legislativo della Presidenza  del Consiglio dei Ministri, pregandomi di recarmi a Palazzo Chigi.
-          Ore 10,30: incontro il Prof. Nocilla, il quale mi comunica di aver avuto incarico dal Presidente Fanfani di chiedermi chiarimenti su quanto a lui comunicato, il pomeriggio precedente, dal Ministro Signorello. Dopo avermi ascoltato mi chiese - essendo completamente all’oscuro su quanto concerneva la donazione del Re Vittorio Emanuele III che risaliva al 1946 - qualche ora di tempo per aggiornarsi sulla pratica.
-          Ore 15,00: seconda convocazione a Palazzo Chigi da parte del Prof. Nocilla, il quale nel frattempo aveva trovato gli incartamenti originali della donazione, compresa la ricevuta con la quale il Re Vittorio Emanuele dichiarava di portare con se le due cassette per l’aggiornamento della catalogazione, sicché  potemmo finalmente affrontare nei dettagli l’esame della procedura da seguire per la riconsegna. Durante il colloquio mi chiese di allontanarsi per andare a riferire al Presidente Fanfani che, indisposto, era a letto nell’ appartamento di Palazzo Chigi riservato al Presidente del Consiglio.
-          dopo circa mezz’ora il Prof. Nocilla mi informa che il Presidente Fanfani, pur febbricitante,  era sceso nel suo studio e desiderava parlare con me.
-          Ore 16: il Presidente, che da anni era in rapporti molto amichevoli con mio Padre Alfredo, mi accoglie nel suo ufficio con grande cordialità, esprimendo tutta la sua ammirazione per il gesto che il Re morente intendeva fare nei confronti del Popolo Italiano e, dopo essersi fatto esporre in dettaglio la situazione, con la mia richiesta di riservatezza sul mantenimento della quale mi diede la sua personale assicurazione, mi comunicò che intendeva assentarsi e mi pregava di attendere il suo rientro.
-          Intorno alle 17 il Presidente Fanfani rientra a Palazzo Chigi e mi informa che il Presidente della Repubblica Pertini, dal quale si era nel frattempo recato, anche lui riconoscente per il gesto di Umberto II,  aveva disposto che la riconsegna delle  monete avvenisse nel più breve tempo possibile, mettendo a mia disposizione l’aereo presidenziale per il loro trasporto a Roma.
-          Da questo momento in poi, seduto davanti alla sua scrivania, ho l’occasione di sperimentare l’efficienza dell’uomo Fanfani:              
§  Siamo ormai nel tardo pomeriggio, ed il Presidente del Consiglio chiama alla Farnesina l’Ambasciatore Malfatti, Segretario Generale del Ministero Affari Esteri, il quale arriva nel giro di un quarto d’ora.
§  Nel frattempo concorda con il Prof. Nocilla le modalità legali per la consegna da farsi, a Losanna, attraverso l’Ambasciatore d’Italia a Berna.
§  Chiede che l’Ambasciatore a Berna, Rinieri Paulucci di Calboli Barone, venga convocato a Roma e, a seguito dell’osservazione dell’Amb. Malfatti che si poteva parlargli per telefono, saputo che io lo conoscevo bene, lo chiama direttamente e, senza fornirgli spiegazioni, gli da disposizioni di recarsi a Losanna con il suo Cancelliere il martedì  successivo per incontrarsi con me e fare quanto gli avrei indicato.
§  Concorda con i presenti, per salvaguardare le disposizioni di massima segretezza dell’intera operazione, fino alla morte di Umberto II, di rivolgersi ai Carabinieri: il Presidente Fanfani chiama al telefono il Comandante Generale dell’Arma e gli chiede di organizzare il deposito a Roma.
-          Intorno alle 19,30 mi congedo dal Presidente Fanfani assicurandogli che avrei fatto il possibile per concludere l’operazione entro il martedì successivo e ricordo bene che lo stesso, avendo appreso da me delle gravissime condizioni in cui versava il Re Umberto, mi disse “Caro Solaro, faccia in modo che il tutto avvenga prima della morte di Umberto II e si ricordi che, se questo non dovesse avvenire, sarà solo colpa sua”.
-          Dopo aver definito meglio con il Prof. Nocilla gli aspetti legali da osservare, e predisposta una bozza di verbale di riconsegna, lascio Palazzo Chigi intorno alle 22. Viene deciso che, per garantire la massima regolarità, non avendo io alcun mandato scritto del Re, la parte formale sarebbe stata svolta da mio Padre nella sua qualità di Procuratore Generale di Umberto II, ed anche perché, non volendo coinvolgere l’Amministratore del Sovrano, era l’unico ad avere accesso al caveau del Credit Suisse dove si trovavano le cassette.

Domenica 20 febbraio.

Il Presidente Fanfani mi fa pervenire una lettera indirizzata a mio Padre, quale Procuratore Generale del Re, confermando l’accettazione delle monete ed esprimendo la riconoscenza del Governo e del Paese per il gesto del Sovrano morente.

 Martedì 22.

Alle nove mi incontro all’Hotel Palace di Losanna con l’Ambasciatore d’Italia a Berna, Rinieri Paulucci de Calboli Barone, che trovo abbastanza seccato per il modo in cui era stato trattato dal Presidente del Consiglio e, senza mezzi termini, mi dichiara che mai durante la sua carriera gli era stato chiesto di mettersi a disposizione di un “laico”, portando con se il Cancelliere Capo dell’Ambasciata, il sigillo e la ceralacca. Gli spiego tutto quanto era stato concordato a Roma ed i motivi, purtroppo molto tristi, che avevano richiesto l’adozione di una procedura di particolare urgenza con tempi brevissimi a disposizione.
Con lui e con il Cancelliere mi reco al Credit Suisse, dove incontriamo mio Padre e l’Avvocato dello Stato addetto alla Presidenza del Consiglio, Raffaele Tamiozzo, accompagnato dal Colonnello dei Carabinieri Giovanni Danese, arrivati da Roma con l’aereo presidenziale. La consegna non richiede molto tempo in quanto io avevo preteso ed ottenuto a Roma che le cassette  venissero aperte solo dopo la morte del Re, in mia presenza. 
Terminata l’apposizione dei sigilli ai due contenitori e la sottoscrizione del verbale da parte di mio Padre per la consegna, dell’Ambasciatore d’Italia per il ritiro, e dei due funzionari presenti, le cassette sono caricate sulla macchina dell’Ambasciata, vengono trasportate all’aeroporto di Ginevra e imbarcate sul DC9 presidenziale. All’arrivo a Ciampino le cassette vengono prese in consegna dal Colonnello Comandante della Legione Carabinieri di Roma e portate nella Caserma del Reparto Operativo di Via Garibaldi, dove concludono il loro periglioso peregrinare durato 37 anni da Roma ad Alessandria d’Egitto, a Cascais,  a Ginevra e, finalmente, di nuovo a Roma.
Il 25 febbraio, vedendo avvicinarsi la fine, i Figli organizzarono il trasporto del Genitore  in Svizzera all’Hôpital Cantonal di Ginevra, e  il 13 marzo  i medici  mi permisero di entrare nella Sua stanza per comunicargli l’avvenuta riconsegna delle monete; ricordo le poche parole che riuscii ad udire  “Grazie… è la più bella notizia che potevi darmi”  che mi confermarono, ancora una volta, che gli unici pensieri di quell’Uomo in fin di vita erano per il Suo Paese.
Il Re Umberto II muore a Ginevra il 18 marzo 1983. La Sua ultima parola percepita è stata “Italia”.
Il 21 dello stesso mese il Governo Italiano emette un comunicato ufficiale con il quale, dando notizia dell’avvenuta consegna delle  due cassette di monete, ricorda la generosità del gesto compiuto dal Re prima della Sua morte.
Il giorno 28 vengo convocato per l’apertura delle due cassette, che avviene alla presenza del Colonnello Ivo Sassi, Comandante della Legione Carabinieri di Roma, del Professor Damiano Nocilla, Capo dell’Ufficio Legislativo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, della Dottoressa Silvana Balbi de Caro, Direttrice del Museo Nazionale Romano, Museo delle Terme, e di altri Funzionari del Ministero degli Esteri e dell’Avvocatura dello Stato.
La storia non finisce ancora in quanto, una volta aperte le due cassette dalla Direttrice del Museo, Dottoressa Balbi de Caro, comincia l’esame delle monete seguendo il vecchio catalogo del Re Vittorio Emanuele III (Corpus Nummorum Italicorum) e, dove dovevano esservi delle monete d’oro, si trovavano solo delle bustine vuote. Dopo circa mezz’ora in cui, proseguendo nella ricerca, si continuavano a trovare bustine vuote, nell’imbarazzo generale, si decide di sospendere il trasferimento delle cassette dalla Caserma dei Carabinieri al Museo delle Terme, per riferire al Presidente del Consiglio. Io non potevo nemmeno considerare l’ipotesi che il Re Umberto avesse trattenuto le monete d’oro senza farmene cenno; comunque, dovevo arrendermi all’evidenza. Alcuni giorni  dopo mi chiama personalmente al telefono il Presidente Fanfani, che aveva saputo del mio dramma da Nocilla, e mi informa che tutte le monete erano state trovate  in una parte della cassetta dove, evidentemente, il Re Vittorio Emanuele le aveva  raggruppate per la nuova catalogazione.
Finalmente, con la sottoscrizione di un ultimo verbale e con il trasferimento delle monete al Museo delle Terme, dove era conservato il resto della collezione donata dal Re Vittorio Emanuele III, finisce il mio coinvolgimento in una operazione fortemente voluta dal Re Umberto che mai aveva pensato di appropriarsi di quanto donato da Suo Padre al popolo italiano.

Una decina di giorni dopo ricevetti una telefonata da Palazzo Chigi: il Presidente del Consiglio Fanfani mi comunicava che, a seguito di una valutazione del complesso dei beni da me riportati in Italia per conto di un Signore a cui la Repubblica aveva confiscato tutto il patrimonio, era stato appurato che il loro valore  superava i venti miliardi di lire. Alla mia domanda se si conosceva il valore dell’intera collezione, il Presidente Fanfani mi disse che lo stesso superava i cento miliardi (anno 1983).  



sabato 11 luglio 2015

giovedì 9 luglio 2015

MOSTRE: 'Una principessa sul Cervino', il Breuil celebra Marià José di Savoia

Volle salire in vetta alla Gran Becca e ci riuscì. Oggi un volume e una mostra celebrano l'impresa della principessa Maria José di Savoia: è stata inaugurata oggi e sarà visitabile sino al 9 settembre, al ristorante Alpage di Cervinia, l'esposizione fotografica 'Una principessa sul Cervino', immagini che ritraggono Maria José di Savoia nei due giorni di ascensione alla vetta, nel settembre del 1941.
Giovedì 9 luglio, alle ore 17, sarà presentato il catalogo della mostra, curato da Mirko Fresia Paparazzo, delegato per la Valle d'Aosta degli Ordini Dinastici di Casa Savoia. Racconta Fresia Paparazzo, nella prefazione del catalogo, che alla fine del mese di agosto del 1941 Maria José di Savoia era ad Aosta per far visita ad amici e qualcuno le domandò quale avventura avrebbe desiderato realizzare in Valle. La Principessa rispose senza esitazioni: “Scalare il Cervino!”.
Al colloquio era presente anche Albert Deffeyes il quale consigliò un po’ più di allenamento e ulteriori ascensioni preparatorie. Maria José iniziò l’addestramento alpino e il 9 settembre raggiunse senza difficoltà le placche Rey, poi conquistò la Punta Tzan: si poteva dir pronta al cimento più difficile: la Gran Becca. La mostra narra i due giorni trascorsi tra Cervinia e la conquista della vetta, con immagini inedite di quelle giornate.