NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 21 aprile 2010

La resistenza monarchica in Italia

Queste è il testo di una conferenza tenuta presso l'U.M.I. di Napoli nel 1978 dal Conte Francesco Garzilli. E' interessante l'analisi ed il ricordo di quegli avvenimenti che furono poi completamente monopolizzati dalla sinistra, come se la componente Nazionale e Monarchica non fosse esistita.
Nell'imminenza del 25 Aprile ne proponiamo la prima parte.
Buona lettura.

Quella complessa serie di movimenti, di iniziative, di azioni particolari e generali, personali e più o meno collettive che si determinarono, in contrasto con la situazione esistente, nei territori occupati dalle truppe tedesche, prende generalmente il nome di Resistenza; ma per poterla intendere con esattezza occorre distinguere e molto, caso da caso, luogo da luogo, iniziativa da iniziativa.




Infatti la situazione giuridica, politica e militare è, ad esempio in Francia, diversa che in Norvegia ed in Italia, così come nella stessa Italia il fenomeno è diverso, per condizioni di luoghi e di tempi tra il Nord ed il Sud. Qui prevale l'impeto generoso che poi si organizza spontaneamente e alla meglio a differenza del Nord, dove prevale la organizzazione ed il coordinamento politico e militare - più importante politicamente che militarmente - con le truppe anglo americane operanti nella nostra penisola. E questo complesso di movimento e di fatti, unificati sotto il nome di Resistenza, per potere essere inquadrato storicamente con esattezza, richiede che i singoli fatti siano valutati ed inquadrati nelle particolari singole situazioni, di luogo e di tempo, personali e politiche, con una indagine minuta, più che mai particolare ed il meno possibile generalizzata. Io ho sempre ritenuto, ed ho avuto modo di scriverlo, che se è vero che le sintesi vaste, realizzate sopratutto dalla acuta indagine degli storici maggiori, rendono evidenti i fenomeni e li fissano più nettamente e stabilmente; è altresì vero che tali sintesi fondano i loro pilastri sugli avvenimenti essenziali e vastamente collettivi che ricollegano ed interpretano secondo schemi di pensiero (liberale, marxista, idealistico, materialistico ecc.) nei quali mai per intero entra la vita vera dei popoli, la quale è così multiforme, così ricca di valori diversissimi, da fuoriuscire dai limiti che ogni schema necessariamente impone. Vorrei affermare che i fatti essenziali, che caratterizzano, nel grande quadro, i tempi e le persone, sono tutti e ciascuno la risultante, la manifestazione finale o la crisi, degli infiniti, piccoli e trascurati fatti della vita di ciascun cittadino e di ogni piccola comunità di persone e che pertanto iniziarne la conoscenza, l'esame, la valutazione e la critica fin dalla prima origine arricchisce grandemente di valori umani la storia e la fa più vera.

Tale indagine, mai come nel caso del complesso fenomeno della Resistenza, è particolarmente interessante e capace di arricchimento illuminante, e va fatto, anche perché sia onorato, ove è il caso, l'apporto individuale di sacrificio, di volontà e di offerta di chi dal solo colloquio con la propria coscienza, illuminata dal dovere e dall'amore verso la Patria, ha tratto motivo per un determinato comportamento o per una iniziativa che non mirasse solamente a risultati di parte ma fosse a carattere generale, volta cioè al bene di tutti e alla salvezza della Patria e dei suoi grandi valori e perciò fosse degna e capace di sacrificio. A questo proposito sorge un bisogno di verità e di giustizia che induce ad accertare l'apporto personale e di gruppo, più o meno organizzato o spontaneo che i monarchici hanno dato alla Resistenza. E quando diciamo monarchici noi intendiamo non soltanto coloro che tali si proclamavano, ma anche tutti coloro che tali erano e rimasero, e che, fuori da formazioni di parte, ovvero isolati in esse, partecipavano alla azione per quello impulso patriottico di cittadino, formato storicamente dalla monarchia al senso del dovere verso la comunità nazionale, dignitosamente padrone della propria individualità e della propria persona e capace peraltro di sentirla come partecipe di quella più alta unità e verità che è la Patria.

Dicevamo cittadini storicamente formati dalla Monarchia, e qui occorre sottolineare e chiarire.

L'Italia nella storia è stata per millenni divisa in più parti e le varie parti d'Italia non hanno vissuto o sopportato le medesime vicende, né hanno avuto il medesimo assetto: abbiamo avuto i Comuni, abbiamo avuto le Monarchie. Ora se voi vi soffermate ad osservare la condotta, gli impulsi, i comportamentí delle varie popolazioni delle varie zone d'Italia, voi avvertite come diverse esse siano e come la diversità di esse trovi particolare motivo di formazione nel sistema costituzionale amministrativo in cui hanno più lungamente vissuto. Si noterà, quanto alla spinta, all'elemento essenziale e fondamentale, che condiziona i vari sviluppi ed atteggiamenti, che nelle zone ove hanno prevalso i comuni è preminente l'elemento forza sullo elemento legge, il quale ultimo invece prevale nella mentalità e nella psicologia delle zone rette per secoli a Monarchia.

In realtà il potere nei Comuni viene assunto dalla fazione prevalente ed il prevalere era conseguenza della forza, anche se non assumeva sempre in partenza, aspetti e forme di violenza fisica ed anche se vi erano votazioni. La parte vincente poi esercitava normalmente il potere in modo da fare sentire il proprio peso all'altra parte, ritenendo del resto come diritto del più forte una maggiore partecipazione ai vantaggi del potere, ai quali appunto si mirava non essendovi motivi ideologici ma tuttalpiù, in qualche caso, motivi politici da sostenere o far prevalere, ed avendosi come unico vincolo, direi morale e generale, uguale per tutti, di mantenersi onesti; esercitare cioè la magistratura, gli uffici civili, con giustizia, la quale giustizia peraltro, nella psicologia del tempo, comune anche ai perdenti, teneva in sufficiente conto il maggior diritto della fazione vincente. Solo quando si verificavano continue e manifeste ingiustizie, tali da configurarsi e pesare come un vero e proprio sistema di oppressione, cominciava a coagularsi quello spirito generale, nel quale poteva prendere corpo, e utilizzarlo per manifestarsi, una diversa fazione, la quale peraltro è sempre alla forza e non al diritto che ricorreva per prevalere e proteggere i propri. E poi, pensate al fatto che, data la struttura comunale, la fazione vincente era essa a fare la legge ed essa stessa ad applicarla.

In quelle parti d'Italia, come il Piemonte e l'Italia Meridionale, rette invece per lunghissimi secoli a Monarchia noi, indagando, rileveremo che si radica nella generalità dei cittadini il principio della legge. E' la legge non la forza l'elemento prevalente e fondamentale che condiziona ogni sviluppo ed ogni atteggiamento sia particolare dell'individuo, che dei gruppi. E ciò avviene perché mentre nel Comune noi abbiamo un vinto ed un vincitore, il che divide il popolo in due parti; nelle Monarchie non esiste questo conflitto ed il popolo vive in unità, cioè non vi è una parte vinta rispetto a chi esercita i pubblici poteri; è tutto il popolo unitariamente che vive e lavora - anche se cambiano con le guerre le dinastie, il sistema rimane estraneo - ed ogni contrasto è sempre tra individuo e individuo o tra entità ed individuo o tra entità ed entità pubbliche (feudi e comuni ad esempio) e ciò perché il Monarca è al di fuori e al disopra della. competizione dei sudditi tra loro. Lo è non in una generica affermazione o formulazione teorica, affidata perciò alla maggiore capacità o moralità dell'individuo, ma lo è nello ordinamento, nella struttura stessa dello Stato. Infatti l'ordinamento non si sviluppa su due pilastri come nel Comune ma su tre. Sul medesimo territorio convivevano due poteri, quello del feudo e quello del Comune. Quello del feudo è esercitato dal barone, al quale dal potere regio - che è totale - vengono delegati alcuni poteri circa i primi e più semplici gradi dell'esercizio della giustizia (qualcosa tra il Conciliatore ed in poca parte il Pretore di oggi), circa il mantenimento dell'ordine, il controllo delle acque, la percezione di alcune imposte ed altri poteri amministrativi che, in parte, ancora oggi sono considerati separati dall'attività e dalla competenza dell'amministrazione comunale e che vengono, affidati al Sindaco non come capo della civica amministrazione ma come Ufficiale di governo poiché nel Sindaco la legge riconosce questa duplice figura e funzione. E questi poteri erano esercitati dal feudatario non soltanto sotto il controllo massimo del Re, bensì nell'ambito delle leggi emanate preventivamente dal Re, nonché nei limiti dei « capitoli », i quali variavano da accordo ad accordo, che ciascun feudatario firmava con l'amministrazione comunale (le Università) e si impegnava, con atto notarile, ad osservare; ed in definitiva, sotto il controllo dei vari tribunali centrali - estranei ai feudatari ed ai Comuni - tribunali ai quali ricorrevano, a seconda della competenza, i singoli cittadini che avessero da far valere un diritto. Sul medesimo territorio esercitava i poteri propri la civica amministrazione, i cui componenti erano eletti secondo le leggi e con suffragio, che chiameremo universale, poiché votavano tutti i capi famiglia, amministrazioni che provvederanno al mantenimento delle strade, dei servizi, della annona, alla percezione di alcune gabelle, ai mercati, a tutto quanto cioè fosse di interesse della cittadinanza. In una articolazione dello Stato quale quella accennata, il conflitto non era mai diretto tra l'individuo ed il potere, centrale dello Stato come nei Comuni, ma il cittadino faceva valere ogni sua eventuale pretesa - che non fosse strettamente privatistica per la quale vi erano gli appositi tribunali come peraltro anche in altri ordinamenti - nell'ambito della Comunità Comunale o presso il Feudatario o contro la prima o contro il secondo trovando sempre possibilità di tutela in appositi tribunali estranei alla parte, alla fazione, e al disopra dei quali era il Re, reso anche esso, comunque estraneo alle parti contendenti, dalla stessa struttura statale, e perciò più libero nell'esercizio dei suoi poteri di controllo, di esercizio e di finale giustizia. Tra le popolazioni rurali del Mezzogiorno d'Italia quando una persona è arrestata si usa dire « venne la legge e lo prese ». Il Carabiniere è la legge; mentre in zone dove prevale storicamente l'ordinamento politico comunale dicono: venne la forza e lo portò via. Qui il Carabiniere è la forza.

Educate e vissute per secoli in questa struttura monarchica le popolazioni del Mezzogiorno e del Piemonte hanno recepito lentamente quello accumulo, lento, quasi come un fenomeno geologico (il carbone che diventa diamante) - di certezze, di convinzioni, di comportamento che fanno il singolo più profondamente cittadino, sensibile ai valori collettivi di tutto il popolo e fermo nella convinzione che a garantire il meglio sia il Monarca, nel quale identificano, semplificando, tutto il sistema che meglio li garantisce. Questo sistema equilibrato, e funzionante, la Monarchia e solo la Monarchia consente che sia tale, per il carattere ereditario e quella successione automatica, che rende la persona del Sovrano, oltre che dedita e formata allo esercizio degli alti compiti cui deve assolvere, immune da contatti, attività, solidarietà e impegni opinabili, che sono nel corso della vita di chiunque; che lo rende altresì libero dalla necessità di accordi tra gruppi politici, transazioni, intese a concessioni, che ne limiterebbero sicuramente il prestigio e la possibilità di adempiere con la autorità necessaria ai propri alti compiti, cosa che avviene invece per un Presidente di Repubblica, il quale inoltre, risultando da una maggioranza, sarà sempre psicologicamente non proprio per il cittadino che a quella maggioranza non appartiene.

I vantaggi formativi del sistema Monarchico, unitario e articolato insieme, permanendo per così lungo periodo di secoli, esercitarono il loro benefico influsso anche al di là dei confini e delle popolazioni rette da quel sistema, concorrendo ad integrare la formazione di parte, dovuta all'altro diverso sistema politico e, pur rappresentando tali vantaggi formativi piccola parte nella complessa psicologia di quelle popolazioni, furono tuttavia la componente unificante che prevalse con la unità di Italia e concorse alla salda formazione di quegli italiani auspicati dal Cavour unificati monarchicamente in un secolo di vita unitaria in un sistema monarchico sapientemente articolato, idoneo anche alle nuove esigenze di sviluppo, e sotto la guida e l'esempio luminoso di gigantesche figure di Sovrani Sabaudí.

Ora, amici, educati da così lungo, costante e vissuto tirocinio ad essere cittadini, nel modo più alto e più partecipe, in profondità, i monarchici hanno connaturato il senso dello Stato e sentono profondamente la Patria della quale peraltro vedono nel Re assommarsi, alla totalità del presente, tutti i valori, i sacrifici, le glorie e le conquiste dei secoli del proprio passato. Tutto ciò nella Monarchia avvertono raccolto e continuato, senza traumi e senza involuzioni, bensì sempre più rafforzante la unità del popolo e la sua capacità di progresso, immune da dispersioni. E per questo che essi sono i più pieni e disinteressati servitori della Patria, ossia dei più alti valori ed interessi del popolo.

Con questo spirito uniforme i monarchici partecipano a quel complesso di fatti di cui si diceva e che si indicano come «Resistenza». Essi pertanto non conoscono rappresaglie personali o di parte da eseguire vilmente in periodo di incertezza e di confusione; non conoscono assassinii a scopo personale o per determinare il terrore tra le popolazioni civili allo scopo di predisporsi una situazione, nella quale poter prevalere senza contrasti, al momento finale, per imporsi come rappresentanti veri ed unici di un popolo che dovrà accettarli perché terrorizzato; non conoscono l'assassinio di propri commilitoni fatto seguire poi dallo assassinio delle mogli dei trucidati, per impedirne le ricerche; non conoscono forme di violenza che si pongono, quali che siano le circostanze di tempo e di luogo, sempre fuori dalla umanità e vanno, in nome di questa, deprecati; essi, i monarchici, combattono, sia pure coi mezzi della clandestinità, col massimo rispetto possibile delle leggi dell'umanità e dell'onore.

Si potrebbe a questo punto osservare che per rendere sempre meno dura e dolorosa la guerra e per circoscriverla solamente a quanti sono apertamente e militarmente impegnati in essa, sono oramai codificati internazionalmente alcune norme di condotta, come il rispetto del prigioniero, l'obbligo di assistenza al ferito, il seppellimento dei Cadaveri e, tante altre norme tra le quali - riguardano quanto andiamo dicendo quelle che stabiliscono il rispetto dovuto dall'occupatore alla popolazione civile, nonché, in contropartita, il dovere della popolazione civile di rispettare l'esercito occupatore; il mantenimento delle autorità amministrative dei paesi occupati e la collaborazione con esse, nei limiti del possibile, delle autorità militari occupanti; e così sono convenute internazionalmente altre norme che possono apparire in contrasto con la legittimità, sia pure solamente morale, di una attività clandestina e contraria a tali norme, da parte di cittadini ligi e, come tali, seriamente formati, quali noi dicevamo essere sicuramente i monarchici.

Qui noi siamo profondamente convinti, che questa legittimità esiste, anche se essa non consente quelle azioni a carattere terroristico che non si sa, o a volte si sa perfettamente, se non siano più a danno della popolazione civile o a danno delle truppe occupanti, azioni queste sconosciute, come si diceva, certamente ai monarchici. La nostra convinzione trae motivo dalla situazione italiana. In Italia non abbiamo un paese occupato dal nemico (il Tedesco) ma un paese dove su parte del territorio, il Tedesco, precedentemente alleato, è rimasto apparentemente come tale ma sostanzialmente come nemico e come nemico esacerbato per la nuova situazione a lui fatta: situazione che egli chiama tradimento, perché non riesce ancora a percepire che le sorti della guerra sono chiaramente rivolte contro di lui e che dinanzi a situazioni totali e quando è in giuoco, non la vita di un singolo, ma la vita di tutto un popolo, l'insistere caparbiamente ancora, non è giustificato da ragioni di orgoglio o di onore o di lealtà verso alcuno ma è piuttosto frutto di una determinazione politica feroce, contro il proprio popolo stesso, determinazione fredda che vedendo, con la perdita dell'obiettivo postosi, crollare anche le sorti di una parte, le sorti di una particolare visione politica - errata o meno non importa - di una classe dirigente, di un partito, non ha presente, che la vita del popolo e della Patria deve continuare e non può non continuare, ed occorre perciò chiudere onorevolmente la partita perduta, non tanto per chi politicamente ha il peso del comando ma per l'intero Paese, con tutta la sua gente e con tutta la sua storia, così come possono costituzionalmente fare, come hanno il dovere di fare e come fanno i Re.

In questo stato d'animo e con le spinte particolari del carattere germanico, le inframmettenze, le pressioni, gli sconfinamenti, le interpretazioni di una ancora esistente formale alleanza nelle zone occupate d'Italia, creavano diffuse e generalizzate infrazioni a quel rispetto fondamentale dell'uomo e delle popolazioni, che si vuole garantire con le norme internazionali a cui abbiamo accennato. Esempio: l'arresto e la deportazione degli ebrei che pur erano cittadini italiani, facenti cioè parte della popolazione civile; il reclutamento violento degli uomini per condurli fuori dalla Patria o anche in Patria a lavorare per supporto alle azioni belliche; la diretta esecuzione di tali ordini con intervento e soppressione fisica fatta dalle truppe occupanti contro chi a tali obblighi, illeciti, si sottraeva; aggiungendosi altresì alla illiceità della chiamata la illecita sostituzione alle autorità italiane, che pur se avevano sottoscritto a volte ordini del genere era chiaro che non di collaborazione si trattasse ma di minacciosa imposizione; a questi comportamenti generalizzati altri ancora possono aggiungersi. Riteniamo che siano limpidamente sufficienti tali motivi a giustificare e fare degna la resistenza e trovare logica la partecipazione ad essa dei monarchici. E ciò senza riferirsi alle rappresaglie le quali sono internazionalmente previste, entro determinati limiti, come contromisura alle azioni proditorie contro i militari, effettuate da civili.

Fu quindi piena e legittima e da cittadini che avvertivano l'interesse generale del Paese, la partecipazione alla Resistenza da parte dei monarchici e nulla toglie che monarchici vi fossero anche dall'altra parte, poiché, uomini di onore anche essi erano, e adempivano al proprio dovere in una diversa situazione che in un frangente grave, quale quello in cui vivevano, rendeva ugualmente pericolosa ed ardua la loro condotta, volta a mantenere il carattere italiano del territorio, la sua massima integrità possibile, il minore depauperamento possibile delle strutture industriali e dei beni nazionali, ed a dar tempo, vorrei sottolineare, che l'ex alleato e reale taglieggiatore, si rendesse storicamente conto che l'Italia, non aveva abbandonato una guerra, volgendola in sconfitta, ma rivelandosi più sensibile agli eventi e libera nella valutazione, aveva percepito che la sconfitta era in atto e che perciò andava abbandonata una guerra diventata senza speranze e senza più obiettivi, per evitare altre inutili distruzioni e lutti e ottenere il meglio che fosse possibile al popolo, così come possono fare le Monarchie

cioè eliminando - indipendentemente dalla esistenza o meno di colpe - la situazione politica che aveva condotto la guerra; cosa che non poteva fare e non fece un Fhurer il quale era parte viva di quella situazione politica e non aveva in sé i valori e la posizione che stabiliscono la continuità di vita dello Stato, così come invece è peculiare del Monarca costituzionale al quale particolarmente fanno capo l'Esercito, la Magistratura e tutti i poteri estranei al potere politico il quale rimane, in questi casi, il solo soccombente.

Siamo pertanto certi che la partecipazione dei monarchici alla resistenza fu giusta, cioè non contraria alla loro formazione di cittadini ed al loro dovere; che questo fatto non esclude dalla nostra considerazione e non mortifica chi in altra diversa situazione si comportò da italiano e da monarchico; che i monarchici mirarono sempre a fini nazionali riguardanti tutto il popolo e non una parte sola di esso; che il loro apporto non fu ideologico ma nazionale onde l'anelito di libertà non aveva valore generico ed intellettualistico ma si legava strettamente alla vita della comunità nazionale concretandosi così in una realtà certa. Passiamo ora brevemente a vederli operare nella resistenza.

Viene indicato come Resistenza, lo abbiamo detto prima, quel complesso di azioni e di fatti posti in essere dai civili contro il nemico occupante ed abbiamo anche detto con quale mentalità e con quale spirito i monarchici parteciparono alla resistenza. Approfondiamo e precisiamo meglio la conoscenza di questo vario complesso di fatti che è la Resistenza.

Un primo accenno alla partecipazione dei civili, riuniti in bande lo si ha in una lettera del 21 giugno 1942 di Winston Churchill a Stalin nella quale si compiace dell'azione dell'esercito russo e dei partigiani in territorio Russo. Qui sono civili russi riuniti in bande organiche che agiscono su territorio Russo esclusivamente contro l'esercito tedesco invasore e non contro le autorità civili del territorio e quindi «partigiani» perché partecipano, prendono parte, alla guerra, in supporto alle proprie forze armate, sul proprio territorio e servono a rafforzare numericamente l'esercito, nonché a dare ad esso elementi locali con maggiore conoscenza dei luoghi e con possibilità di operare e di sparire, certamente più facilmente di quanto non possa una armata in campo. Bande idonee alle azioni saltuarie di disturbo e note alla popolazione, nella quale non hanno motivi politici per determinare il terrore; e non so, ma non escludo che concorrendo tutte queste circostanze, potessero essere anche regolarmente mobilitati come militari regolari e forniti di qualche distintivo accettabile come uniforme, cosa che se fosse, escluderebbe anche la infrazione alle norme internazionali; infrazione peraltro discutibile in questo caso, anche perché, esse come sembra, operavano sulla linea del fronte come truppe operanti contro truppe operanti.

Negli altri paesi come la Norvegia, il Belgio, l'Olanda, la Francia ecc. la questione è diversa. In questi paesi abbiamo la occupazione da parte del tedesco e quanti si aggruppano in bande o divisioni o quale che sia il nome che assumono, non operano sulla linea del fuoco accanto a truppe operanti contro truppe operanti, ma con episodi sporadici e saltuari, ripetuti in vari luoghi e modi, mirano a creare situazioni di preoccupazione, di difficoltà e di paura nell'occupatore quando non cercano di terrorizzare anche la popolazione. Accenniamo cosi sommariamente, per grossi schemi e senza approfondire, anche per questi paesi, la peculiarità di ciascun movimento ed in ciascun movimento nazionale le varietà del suo manifestarsi. Ricorderemo perciò che in Norvegia, si trattò di gruppi limitati che rappresentano piuttosto gruppi di azione, tipo spionaggio, i quali collegati con i propri concittadini all'estero e presso il comando Alleato di Londra, eseguiranno alcune operazioni di sabotaggio di primaria importanza e molto influenti ai fini della condotta di tutta la guerra. In Francia ha un posto che potremmo chiamare di onore l'attività di sabotaggio dei ferrovieri, i quali fortemente uniti da spirito nazionale, svolsero una azione pressoché continua, per ritardare treni, deviarne il percorso, avviarli su linee pericolose complicando, in maniera molto influente alla condotta della guerra, il trasporto dei materiali bellici tedeschi. E ciò non fu senza pericolo poiché molte e varie furono le vittime tra gli agenti delle ferrovie, sospettati o scoperti. I ferrovieri francesi, occorre anche notare, evitarono sempre azioni dirette contro le persone e cercarono di ridurre al minimo le vittime umane. Ma la situazione di paese occupato non è esattamente quella dell'Italia, dove come abbiamo precedentemente visto, le truppe alleate erano rimaste solamente su parte del territorio, con quello stato d'animo e quella tendenza a sconfinamenti nei rapporti con gli italiani, sconfinamento che, come abbiamo visto, li ponevano sostanzialmente e generalmente fuori dalle norme internazionali di rispetto tra esercito occupatore e popolazione civile del paese occupato. Per tali motivi divenivano lecite le iniziative contro questo occupatore sui generis, che occupatore non era, ma alleato nemmeno era, tuttavia si serviva di questa qualifica per alterare la condotta di occupatore, ma contemporaneamente alterava il comportamento di alleato con una inframmettezza e con delle iniziative le quali, per essere fuori da quelle e da queste norme, divenivano esclusivamente atti di violenza a volte esasperati fino alla ferocia. Vogliamo vedere ora il vario manifestarsi della Resistenza e il grande apporto dato volta a volta dai monarchici e troviamo subito Napoli, la nostra Napoli, preceduta, come fatto parziale ma dovuto allo stesso spirito, da Matera, dove le truppe in ritirata, uccidono civili, minano edifici, prendono ostaggi, saccheggiano. Da un episodio di saccheggio il 21 settembre 1943 prende il via a Matera l'indignazione popolare e vengono uccisi due tedeschi che portavano via la loro preda da una oreficeria; e la voce passa, è raccolta, è riecheggiata, le armi vengono fuori dalle case e da qualche centro militare sguarnito, e vengono usate; si cerca di impedire la soppressione di ostaggi, le ulteriori uccisioni, e per tutta una giornata Matera è in agitato e preoccupato impegno per sostenere la situazione da cui viene fuori il giorno successivo con l'arrivo dei reparti Canadesi avanzanti.

A Napoli dunque il 27 settembre 1943 prendono avvio quelle che si indicheranno luminosamente nella storia come le Quattro Giornate di Napoli, per ricordare ancora una volta come sia vivo e presente il popolo di Napoli nei momenti gravi della storia, e pronto a compiere ogni più eroica offerta. A Napoli non si insorge perché nessun piano è predisposto; nessuno ha lanciato fili o tessuto reti più o meno convincenti, o ricattatorie di singoli, come a volte altrove è avvenuto; nessuno ha predisposto armi; nessuno ha predisposto agguati proditori, nessuno è inconsapevole che la guerra comporta un peso anche doloroso e di sangue. Ma un vecchio popolo che ha in se il senso del giusto e dell'ingiusto ed il senso dell'umano, stratificatosi lentamente e nobilmente nei millenni a formarne lo spirito, di fronte a certi fatti che avverte come ingiusti o antiumani, sente spontanea la ribellione che si manifesta uguale e contemporaneamente in tutti ed in ciascuno, e si manifesta in spontanea unitarietà con la veemenza della indignazione e con la travolgenza di una vera, vissuta e sentita unità di popolo. E questo fu il caso di Napoli, cui vennero dopo, armi e capi, ovunque cercate le prime, spontaneamente manifestatisi nei frangenti del pericolo, i secondi. Furono quindi dei cittadini monarchicamente ligi alla legge e fedeli alla solidarietà di popolo in un momento grave della Patria che assunsero una posizione nuova e di battaglia proprio per riempire il vuoto, colmare il trauma, determinato da quella mancanza di rispetto alla popolazíone civile ed alle norme internazionali che le proteggono, mancanza di rispetto da parte delle truppe germaniche, prima con il reclutamento forzato e poi con la razzia per la deportazione dei giovani e degli uomini. Non era permesso, non era dovuto e perciò risultava solamente come antiumano e spregiativo, e l'anima e il cuore di Napoli allora si rifiuta, si ribella e combatte. Si difendono al Vomero alcuni giovani razziati e ad essi si uniscono altri e nel conflitto trovano la morte alcuni soldati germanici. Scatta la reazione, accorrono altri tedeschi, cinque giovani vengono fucilati sul posto e cinquanta vengono chiusi come ostaggi nel campo sportivo del Vomero; allora la città tutta sa, informata, palpita in un palpito solo e l'impeto generoso di ribellione unisce gente di tutti i ceti sociali, di ogni provenienza, di ogni livello e si manifestano i primi Capi che prenderanno contatto tra loro e cercheranno di dare una organizzazione e un obiettivo, sia pure variabile caso per caso, una almeno elementare strategia all'impeto grande e generoso, che aveva la grandezza di una offerta ma che rimanendo tale non avrebbe lasciato sperare in nulla di concreto e di protettivo.

Il testo  della II parte si trova al seguente link.

http://monarchicinrete.blogspot.it/2010/04/la-resistenza-monarchica-in-italia-ii.html