Di Nino Bolla
Tra le tante visite che
l'allora principe di Piemonte fece nei primi mesi del 1945, va ricordata
quella a Taranto, quando sbarcò la divisione garibaldina di ritorno dalla
Jugoslavia: era quanto rimaneva della gloriosa "Julia". Gli alpini
erano comandati dal colonnello Ravnich, giovane e ardimentoso, decisissimo, e
che per molti e lunghi mesi aveva diviso con i suoi "veci" e rischi e
fatiche.
Quasi tutti veneti, tagliati
fuori all'improvviso dalla patria, senza notizie delle famiglie, in una terra
impervia ed ostile avevano tenuto alto il nome dell'Italia. Portavano, è vero,
la cravatta rossa; ma in omaggio a Garibaldi, non ad altri. Il Luogotenente
assistette al loro sbarco, accompagnato dall'aiutante di campo e da due
ufficiali d'ordinanza: venne salutato al grido di "Savoia", mentre i
reduci levavano i fucili con sopra il cappello alpino, scolorito e slabbrato.
Erano laceri, semi-scalzi, ma avevano ancora le stellette e le fiamme verdi.
I FATTI DI TARANTO
Il governo.,
informato del viaggio di Umberto; aveva inviato sul posto il ministro della
guerra, antimonarchico. Il colonnello Ravnich presentò al principe la divisione
schierata in ordine perfetto sulla banchina. Il ministro della guerra si avvicinò
al colonnello e gli disse: “Per il vostro eroico comportamento siete nominato
generale di brigata per merito di guerra”. Imperturbabile l'alpino rispose: “Signor
ministro, io non accetto promozioni per merito di guerra che da Sua Maestà;
altrimenti preferisco rimanere colonnello per tutta la vita”.
La sera, quando gli alpini
ebbero la libera uscita, andarono nelle osterie vicino al porto, e, data la
loro cravatta rossa, furono scambiati per comunisti; numerosi
"compagni" si fecero loro incontro con donne che recavano mazzi di garofani
fiammanti, inneggiando a Stalin. Volarono pugni e ceffoni. Ed i reduci
gridarono: “Se dovessimo, tornando al paese, trovare le nostre donne
trasformate in comuniste, preferiremmo non vederle più!”
L'impressione a Taranto fu notevole.
I giornali di sinistra sorvolarono sull'episodio; mentre quelli di destra,
come al solito, si lasciarono sfuggire l'occasione per parlarne. La
divisione, composta di circa 2.000 uomini, doveva rimanere dieci giorni a
Taranto; ma la sua partenza venne affrettata, con meta Viterbo e proibizione di
sosta a Roma. In alto loco si era infatti venuti a sapere, per quanto la cosa
fosse stata tenuta segreta, che il Luogotenente, dopo la propria visita, aveva
disposto che la duchessa di Genova si recasse nelle Pugile per portare doni ai
reduci.
Il viaggio degli alpini in
tradotta durò undici giorni. Il colonnello Ravnich si recò a Roma per chiedere
l'onore di far sfilare i propri uomini per le vie della capitale: ma all'ultimo
momento gli fu notificato il veto del ministro della guerra. Dopo due mesi di
sosta a Viterbo, la divisione venne sciolta. prima che il Nord fosse liberato.
Col ritorno della primavera vennero ripresi i combattimenti, interrotti
all'inizio del duro inverno; e Bologna, la città che tanto aveva sofferto, fu
liberata. Tra i primi ad entrarvi fu il Luogotenente, accolto trionfalmente.
Lo stesso sindaco comunista Dozza prese parte alla manifestazione; ed uno dei
più accesi partigiani rossi, postosi al fianco di Umberto, disse all'ufficiale
d'ordinanza: «Bisogna vigilare, non si sa mai, ci potrebbe essere qualche
pazzo ad attentare alla vita del Re! Talvolta le mani si alzavano con il pugno
chiuso, tal'altra nel saluto romano, ma nel complesso il Luogotenente ricevette
da ogni parte omaggi che parevano sinceri.
Diversamente accadde poco dopo,
durante la visita a Milano. Quanto alla mancata visita a Torino non appena
liberata, il motivo deve imputarsi al fatto che il campo di Venaria Reale, ove
l'aereo del principe avrebbe dovuto atterrare, era in mano ai francesi; i quali
avevano allora larvate idee annessionistiche. Umberto non volle perciò creare
complicazioni od urti con il comando alleato. Gli altri due campi, poi, quello
di Mirafiori e dell'aeronautica d'Italia, erano ancora minati.
Se non gli fu permesso di volare
su Torino, il Luogotenente sorvolò tuttavia Milano a bassissima quota, mentre
le ultime colonne tedesche si ritiravano e nel cielo s'incrociavano
fittissimi i colpi della contraerea.
PARTIGIANI AL QUIRINALE
La liberazione del Nord, che
da tutti gli italiani era stata attesa come una salvezza perché si sperava
avrebbe portato un equilibrio nella vita nazionale, non dissipò l'incubo ma
scatenò, sotto lo specioso motivo della politica, gli odi più tremendi: e in
Alta Italia furono nuovi lutti e nuovi dolori.
Ivanoe Bonomi avvertì la ventata
di odio e di vendetta che calava dal settentrione, non dovuta alle pur provatissime
popolazioni ma attizzata in base a un piano accuratamente stabilito dai capi
dei partiti estremisti; e nonostante la sua buona volontà, alla fine fu obbligato
a dare le dimissioni iniziando quella lunghissima crisi che durò circa due
mesi: dalla montagna degli equivoci fu partorito il topo della conciliazione a
rovescio: Ferruccio Parri.
In questa rovente e
difficilissima atmosfera Umberto continuò le visite nelle terre liberate, e
invero non fu mai male accolto. Certo, le popolazioni avrebbero voluto poterlo
avvicinare di più, per esporgli i singoli bisogni e le singole pene, giacché lo
si sapeva proclive al bene e portato verso gli umili.
Invece, una eccessiva prudenza
una voluta atmosfera di assenteismo ufficiale, fecero sì che il Luogotenente
contrariamente all’aspettativa, si muovesse sempre meno.
Intanto, lungo le strade
malsicure continuavano le aggressioni, i depredamenti gli eccidi; ed
era molto difficile ottenere il permesso degli alleati per recarsi al Nord. Con
il pretesto della poca sicurezza lungo le vie di comunicazione, il permesso fu
negato alla duchessa di Genova che desiderava recarsi a Torino per salutare la
propria famiglia; mentre Invece venne facilmente concesso ad altri, per motivi
assai meno chiari.
Proprio In questo periodo,
agli Inizi dell'estate 1945, tre Partigiani si presentarono una mattina al palazzo
reale, vestiti si può dire da "bravi", col berretto calato sugli
occhi, Il fazzoletto al collo ed un'aria spavalda non eccessivamente rassicurante.
Quello che agiva come capo si chiamava Lippo. Erano quel giorno di servizio
presso il Luogotenente, II maggiore Gallone, ed il capitano Avalle,
i quali, preoccupati se introdurre o non introdurre presso il capo dello Stato,
individui dall'aspetto così poco rassicurante, decisero di non lasciar
solo li Principe durante il colloquio. I tre entrarono con facce truci e l'espressione
decisa, Umberto andò loro incontro, tese la mano, affabilmente, ed i tre non seppero
cosa dire o cosa fare; apparivano impacciatissimi e desiderosi
soltanto di andarsene al più presto. Il Luogotenente li interrogò, interessandosi
alla loro attività di partigiani: mentre il maggiore Gallone fingendo di
ricercare alcune carte sul tavolo, non tralasciava di sorvegliare gli
"Ospiti„ con una mano sul calcio della rivoltella. L'udienza fini ed i tre
uscirono. Il capitano Avalle udì quello più anziano dire:” Perché fargli del
male? Mi pare sia un brav’uomo anche se ci hanno detto il contrario…”.