Liberamente ispirata ad una vignetta di Giovannino Guareschi...

NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
sabato 31 gennaio 2015
giovedì 29 gennaio 2015
Colle, i monarchici: “Invece del presidente eleggiamo il re”
Napoli – In occasione delle dimissioni del Capo dello Stato è iniziato il “totopresidente della Repubblica” dove le principali forze partitiche fanno a gomitate per presentare le personalità gradite ai più, con una notevole esperienza politica alle spalle che possa assumere quel ruolo super partes che viene richiesto a gran voce.
E proprio in occasione di questo cambio di guardia fa sentire la sua voce l’Umi (Unione monarchia italiana) nelle vesti del suo presidente, avvocato Alessandro Sacchi, per proporre la monarchia come una valida alternativa.
[...]
http://www.pupia.tv/2015/01/home/colle-i-monarchici-presidente-eleggiamo-re/277517
Il tristo rito si compie...
Come sempre succede nelle elezioni dell'inquilino del Palazzo Reale si sottrae dall'oscurità un uomo qualunque, un frutto qualsiasi della prima ed unica repubblica, nella sua versione peggiore, quella crollata con Mani Pulite, e si inizia a verniciarne l'immagine con una patina di aggettivazioni che non trovano alcun riscontro presso il buon senso comune della gente.
"Prestigioso". "Di elevato profilo".
Che ha di prestigioso il candidato di Renzi? L'aver fatto una legge elettorale maggioritaria con quota proporzionale e "scorporo", il "mattarellum", che faceva ammattire gli italiani per quanto era complicata? Conferisce prestigio tutto quel bizantinismo? L'essere stato ministro di Ciriaco De Mita eleva il profilo di chicchessia?
Annoiati da un lato, disperati dall'altro, osserviamo il tristo rito della costruzione dal nulla di un capo di stato che garantirà gli interessi del centrosinistra cattocomunista, alla modica cifra di 261 milioni di euro all'anno, roba da pagarsi cinque Regine Elisabetta e una trentina di Re di Spagna.
Nessuno, ci pare, che garantirà gli interessi degli italiani.
mercoledì 28 gennaio 2015
E perché no un Re?
Articolo del 1962, tratto da "Critica Monarchica". Lo scenario internazionale è cambiato. Sconfitto dalla storia il comunismo adesso spaventano altri modi di pensare, altri stati o organizzazioni sedicenti tali, guarda caso sviluppatisi in nazioni che hanno perso il loro punto di riferimento naturale, il Re, che hanno riportato indietro le loro lancette della storia tornando ad un assurdo medioevo.
Ma a queste continue, penose, trattative di partiti che cercano il "loro" presidente continuiamo ad opporre l'idea, attualissima, di un arbitro che nulla debba ai partiti, ma solo alla Nazione.
«E perché no un Re?». Questa la scritta che apparve lungo le strade di Francia quando nel 1958 questa nazione credette poter risolvere la sua crisi politica e costituzionale, nonché il problema dell'Algeria, facendo appello ad un uomo - De Gaulle - con il duplice risultato, ormai quasi acquisito di perdere insieme Algeria e libertà. Ebbene questa frase, che con l'efficacia di uno slogan racchiude in sé tutto un profondo ragionamento politico, ci è venuta spontanea alla mente nel mentre seguivamo le contrastate fasi dell'elezione del Presidente della Repubblica, e ci siamo chiesti quanti altri italiani avrebbero tratto insegnamento dalle vicende cui assistevano in quei giorni per riproporre alla loro coscienza il problema dell'assetto istituzionale dello Stato. Non è infatti facile sciogliere il torpore nel quale si sono adagiati gli italiani per tutto quanto riguarda questi fondamentali problemi e portarli a discutere in termini politici e giuridici, in termine di «istituzione» dei vantaggi dell'una e l'altra forma istituzionale, invece che nei soliti termini di sentimento e di risentimento o di simpatia ed antipatia verso determinate persone, termini questi che sono alla base di tante inutili e marginali discussioni. E' chiaro che una volta incanalata la discussione nei termini sopra detti, forti dell'esperienza di sedici anni, non dovrebbe essere difficile vincere l'incomprensione che il problema istituzionale e la scelta monarchica incontrano in una società ed in un elettorato così diverso e lontano da quello che sul medesimo problema si pronunciò il 2 giugno 1946.
Ma a queste continue, penose, trattative di partiti che cercano il "loro" presidente continuiamo ad opporre l'idea, attualissima, di un arbitro che nulla debba ai partiti, ma solo alla Nazione.
«E perché no un Re?». Questa la scritta che apparve lungo le strade di Francia quando nel 1958 questa nazione credette poter risolvere la sua crisi politica e costituzionale, nonché il problema dell'Algeria, facendo appello ad un uomo - De Gaulle - con il duplice risultato, ormai quasi acquisito di perdere insieme Algeria e libertà. Ebbene questa frase, che con l'efficacia di uno slogan racchiude in sé tutto un profondo ragionamento politico, ci è venuta spontanea alla mente nel mentre seguivamo le contrastate fasi dell'elezione del Presidente della Repubblica, e ci siamo chiesti quanti altri italiani avrebbero tratto insegnamento dalle vicende cui assistevano in quei giorni per riproporre alla loro coscienza il problema dell'assetto istituzionale dello Stato. Non è infatti facile sciogliere il torpore nel quale si sono adagiati gli italiani per tutto quanto riguarda questi fondamentali problemi e portarli a discutere in termini politici e giuridici, in termine di «istituzione» dei vantaggi dell'una e l'altra forma istituzionale, invece che nei soliti termini di sentimento e di risentimento o di simpatia ed antipatia verso determinate persone, termini questi che sono alla base di tante inutili e marginali discussioni. E' chiaro che una volta incanalata la discussione nei termini sopra detti, forti dell'esperienza di sedici anni, non dovrebbe essere difficile vincere l'incomprensione che il problema istituzionale e la scelta monarchica incontrano in una società ed in un elettorato così diverso e lontano da quello che sul medesimo problema si pronunciò il 2 giugno 1946.
Questa incomprensione per l'istituto e per coloro che politicamente ad esso si rifanno pur tra errori e manchevolezze ben note, si rileva negli scritti che numerosi commentatori politici hanno recentemente pubblicato, nei quali al sostanziale riconoscimento, che apprezziamo, dell'azione positiva svolta in passato dalla Monarchia non segue, e nemmeno viene esaminata e dibattuta, la necessità di essa nel presente, ma segue invece il concetto apodittico dell'inutilità e sterilità di qualsiasi riferimento ad essa. Dire che ciò ci addolora non è esatto, in quanto quella che viene offesa da questi categorici e deflinitivi giudizi, è la nostra intelligenza, non il nostro cuore, in quanto sappiamo bene come la Monarchia in numerosi paesi (i più progrediti, ripetiamolo magari fino alla noia) ancor oggi assolva in modo efficace alla Sua funzione, e come invece, dove è caduta, le siano succeduti regimi tirannici ed assolutisti, per lo più infeudati al comunismo internazionale o che cercano, a prezzo della libertà e del benessere dei cittadini, «vie nazionali per il socialismo», tra clamori retorici e nazionalisti sempre buoni a coprire gli insuccessi economici e la voracità delle nuove caste dirigenti. «Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma» è un concetto valido non solo nel campo della materia, ma anche in quello della vita dei popoli e pertanto è assurdo e ridicolo proclamare la definitiva «inattualità» di una qualsiasi istituzione, perché la storia è sempre pronta a smentire questi affrettati giudizi, dimostrando come, mutato aspetto esteriore e caratteri marginali, fedelmente si ripetano istituzioni, fenomeni economici e forme sociali. Perciò potranno essere inattuali ed inadatte al ventesimo secolo alcune forme assunte dall'Istituto Monarchico nei secoli scorsi (monarchia assoluta, monarchia teocratica, monarchia militare), sebbene esse si siano rivelate sempre migliori delle loro equivalenti repubblicane, ma non la Monarchia in sé e per sé. Di questo è necessario che si sia veramente convinti noi monarchici per dare a tutta la nostra azione quel tono di concretezza, di attualità, di indifferibilità dell'instaurazione di una rinnovata Monarchia che impedisca agli italiani di riaddormentarsi per altri sette anni, con il rischio di svegliarsi veramente troppo tardi per salvare lo Stato democratico e la stessa repubblica dal comunismo, che già oggi ne è padrone in compartecipazione con la Democrazia Cristiana, tramite il bifrontismo del Partito Socialista Italiano.
E la «rinnovata Monarchia» che può, che deve interessare gli Italiani, è la Monarchia tratteggiata in tutti i messaggi dell'attuale Sovrano, cioè la Monarchia Democratica.
Domenico Giglio
lunedì 26 gennaio 2015
Un viaggio oltre cortina
In occasione del 14° anniversario della sua scomparsa pubblichiamo un articolo tratto da "Critica Monarchica", Gennaio 1962, del Presidente del Circolo Rex , Ingegner Giglio, che ben descrive la figura della Regina Maria José, persona di elevata cultura, non convenzionale, che sarebbe stata perfetta, insieme a Re Umberto II nel periodo della ricostruzione materiale e morale dell'Ialia.

Volpe non può esistere un legittimismo sabaudo « ... negato nel
momento stesso che il Regno si costituiva
e per il modo come si costituiva... », non innalziamo a « mito » il Re e la Sua famiglia, ma con tutto ciò
per una questione di correttezza, Ai
buon gusto e nel caso particolare, anche di cavalleria, non
ci permetteremmo mai di scrivere quello che alcuni monarchici hanno invece
Scritto recentemente ad una repubblicana redattrice di un diffuso settimanale
di destra nei confronti della
Regina , a causa di un viaggio della Sovrana, che, fra l'altro
accompagnava la madre, Regina Elisabetta del Belgio, in alcuni
paesi oltrecortina. « Dolore indignazione, ex-regina » sono
i termini più blandi di queste lettere alle quali ha risposto sullo stesso
giornale con argomenti seri e validi, dando a tutti gli altri monarchici noi
compresi, una lezione di stile un monarchico, definitosi «comunista ».
Così la polemica epistolare potrebbe dirsi chiusa, se non si
prestasse invece a delle considerazioni più generali sulla frettolosità, sulla
ingenerosità, sull'incomprensione che certi giudizi e commenti denotano verso una
Donna, la Regina ,
dalle altissime qualità morali ed intellettuali, cui il destino, non certo
benevolo ha impedito di svolgere qui in Italia il Suo ruolo
di Sovrana, per il quale aveva tutte le doti, dal senso della Regalità, a
quello della Democrazia, e che Le avrebbe permesso di, farsi meglio conoscere e
di conseguenza apprezzare e stimare. L'esilio non ha giovato a questa
conoscenza della personalità di Maria Josè e forse poi nessuno degli
improvvisatisi giudici conosce e ha letto ad esempio il primo volume della
storia de «I tre Amedeo di Savoia VI, VII, VIII», scritto dalla Regina,
affettuoso e nobile tributo alla Casa nella quale Ella era entrata a far parte
con il matrimonio, e dedicato, con squisita sensibilità e senso di italianità,
«alla memoria del valoroso e cavalleresco Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta »
spentosi a Nairobi il 3 marzo 1942; libro, questo di alto valore storico e
scientifico, al quale, pochi mesi prima di morire, Benedetto Croce dettò una
commossa prefazione, in cui, in polemica con tanti sedicenti storici detrattori
di Casa Savoia esaltava, con precise argomentazioni e documenti, «...la
singolare unione di sovrani e di popolo propria della storia di Casa di Savoia»
e rendeva omaggio alla Regina per la
Sua fatica letteraria. Pochi poi sanno dei riconoscimenti che
numerose accademie e società culturali estere hanno tributate alla nostra
Sovrana e da questa ignoranza, non certo attenuata dalle corrispondenze
incomplete, inesatte, a volte tendenziose, spesso non documentate che sono
apparse più volte sulla stampa periodica, discendono le manifestazioni di
protesta come quelle surriferite.
Dopo la
Regina Margherita , che con la Sua vivace attenzione ai problemi artistici e
culturali e il Suo fascino Regale seppe conquistare alla Monarchia simpatie e
devozione di uomini cultura di idee democratiche non certo cortigiane,
assurgendo nella memoria dei posteri all'aspetto, di mito, quello de «l'eterno
femminino regale », dopo la
Regina Elena , che dei valori familiari, della carità e della
pace fece la missione della Sua vita sì da meritare il ricordo riconoscente di
tutto il popolo e ciò nonostante subì anch'essa le critiche di alcuni ambienti
monarchici, Maria Josè, la
Regina Maria , aveva ed ha anch'Essa un ruolo da assolvere,
quello che l'epoca e le necessità storiche impongono e cioè riconquistare all'ideale
della Monarchia democratica, apportatrice di vero progresso sociale, gli
esponenti più progressisti e moderni della nostra cultura, essendo
intellettuale fra gli intellettuali, letterata fra i letterati, artista fra gli
artisti. Ed allora per poter svolgere compiti, per accrescere la conoscenza dei
problemi di questo tormentato mondo contemporaneo e poter portare un
contributo, anche modesto, alla loro soluzione, non si deve avere paura di
viaggi «in partibus infidelium», quando si tratti appunto di viaggi di studio e
non politici, perchè questi ultimi o quelli di uomini d'affari, desiderosi solo
di concludere contratti apparentemente vantaggiosi, sono effettivamente, pericolosi!
AI punto in cui siamo oggi nel mondo, tra il disfrenarsi di
nazionalismi xenofobi in quasi tutti i paesi extra-europei e l’espandersi, pur
con le inevitabili crisi interne, dell'imperialismo comunista, non sazio del
miliardo di uomini sui quali esercita già il proprio dispotico dominio, la
mentalità di chi pretende ignorare questa situazione e questi paesi è
semplicemente suicida ed antistorica, ed è proprio la causa dell'espandersi del
comunismo, che viceversa non ignora niente e non trascura nulla di quanto
avviene nei paesi liberi per trovare, cercare e se del caso creare le occasioni
ed i motivi di una sua sempre maggiore penetrazione negli stessi. Perciò noi
non ci siamo scandalizzati per quel viaggio, perciò riteniamo utile che una
persona colta come S.M. la
Regina abbia potuto vedere di persona qualcosa del «pianeta
Cina», giacchè siamo certi oltre tutto che non sì sarà fatta impressionare
dalle adunate ultraoceaniche, dalle poderose opere del regime (anche gli
Imperatori cinesi costruirono la Grande Muraglia !) e dai violenti discorsi
propagandistici che concludono tutte queste manifestazioni, ma avrà tratto da
tutto ciò dei preziosi elementi per meglio capire la psicologia di questi
popoli e le ragioni per le quali si è in essi affermato il comunismo. Conoscere
a fondo l'avversario è infatti essenziale in qualsiasi competizione e più che
mai in questo duello mortale tra mondo libero e mondo comunista, in cui siamo convinti
che la vittoria finale sarà della libertà, se la libertà avrà la forza di
essere coerente con se stessa, di fare a meno di certi difensori, che consciamente
o meno, con la loro ottusa negazione del mondo moderno, forniscono agli
avversari le armi e gli argomenti migliori per colpirla, di mobilitare invece
le energie e le intelligenze migliori e di rivalutare valori spirituali ed
istituti tradizionali, convenientemente adattandoli ai nuovi compiti ed alla
nuova mentalità.
venerdì 23 gennaio 2015
“Un militare dimenticato: Luigi Cadorna”
Domenica 15 febbraio 2014, ore 10,30,
per g. c. dell’Istituto Salesiano “Sacro Cuore”
“Sala Uno” - via Marsala, 42 Roma
il dott. Gianluigi Chiaserotti
terrà una “conversazione” sul tema:
“Un militare dimenticato: Luigi Cadorna”
(1850-1928)
La S. V. è invitata
giovedì 22 gennaio 2015
La nebbia sull’irto colle
di Ernesto Galli della Loggia
Segnaliamo l'articolo per l'ottima analisi politica, carente tuttavia della necessaria conclusione...
In nessun capitolo come in quello riguardante il capo dello Stato, la Costituzione materiale della Repubblica, cioè quella che vige di fatto, lungi dal forzarla o tradirla ha viceversa portato alle estreme conseguenze la Costituzione scritta.
Come si sa, la versione ufficiale è invece opposta. Si dice abitualmente, infatti, che proprio per ciò che riguarda il presidente della Repubblica vi è stato, sì, tra la lettera e la realtà uno scostamento significativo, per cui quello che avrebbe dovuto essere un disincarnato custode-garante della Legge si è trasformato sempre più spesso in padrone virtuale dell’intero meccanismo politico.
[...]
sabato 17 gennaio 2015
CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA “REX” LXVII CICLO DI CONFERENZE 2014-2015, II PARTE
SALA UNO
nel cortile della Casa Salesiana San Giovanni Bosco
con ingresso in Via Marsala 42
(vicino Stazione Termini)
INGRESSO: 10,15
ORA INIZIO CONFERENZE: 10,30
PROGRAMMA DELLE RIUNIONI 2015
25 gennaio 2015
Dott. Ing. Domenico
GIGLIO
“Dalla neutralità
all’intervento – 28 luglio 1914/24 maggio 1915”
8 febbraio 2015
Prof. Avv. Riccardo
SCARPA
“Premesse e
conseguenze politiche della Grande Guerra”
15 febbraio 2015
Dott. Gianluigi CHIASEROTTI
“Un militare dimenticato: Luigi Cadorna
(1850-1928)”
1 marzo 2015
Prof. Dott. Domenico FISICHELLA
“Il ruolo
dell’Italia nella genesi delle due Guerre Mondiali”
15 marzo 2015
Prof. Avv. Francesco CAROLEO GRIMALDI
“Giustizia oggi:
proposte governative e necessità effettive”
29 marzo 2015
Dott. Arch. Paolo
CAMPANELLI
“Genesi del Regno di Savoia”
N. B. Ingresso ore
10,15, inizio conferenza ore 10,30.
venerdì 9 gennaio 2015
MORMORAVA IL PIAVE ?
L’Italia che
non termina mai
una guerra a
fianco di coloro
con cui l’aveva cominciata. L‘Italia
traditrice di patti
e delle alleanze. L‘Italia voltagabbana: a queste
ed altre frasi
di nessun valore
storico o veri
e propri falsi
storici o luoghi
comuni ripetuti senza
base alcuna, risponderà,
per iniziativa del
Circolo di Cultura
ed Educazione Politica “Rex”,
il dr. ing. Domenico Giglio,
"Dalla neutralità all'intervento dell’Italia in
guerra 28 luglio 1914 – 24 maggio 1915"
martedì 6 gennaio 2015
Libro consigliato: Voglio la mamma
“Appiccheremo fuochi per testimoniare che due più due fa quattro. Sguaineremo spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Non ci resterà quindi che difendere non solo le incredibili virtù e saggezze della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile: questo immenso, impossibile universo che ci guarda dritto negli occhi”.
Ogni volta che in una università provano a impedire berciando che io presenti il mio “Voglio la mamma”, ogni volta che organizzano una contestazione fuori dal teatro dove vado con il mio libro, ogni volta che qualche coglionaccio che si crede di sinistra perché vuole fare un figlio affittando un utero chiede che non mi venga concessa una sala istituzionale per incontrare la gente di un territorio interessata alla mie opinioni, ogni volta insomma che vogliono togliermi la parola, io rileggo come in un mantra quelle righe di Gilbert Keith Chesterton. Poi appicco fuochi, sguaino la spada e vado a dire, pensate un po': “Ognuno di noi è figlio di un uomo e di una donna”. Oppure: “Ogni bambino vuole la mamma”. Oppure: “Uccidere non è un diritto, esiste solo il diritto a vivere”. Robe così.
Cosa c’è di trascendentale? Non lo so. Fatto sta che da quando un paio di mesi fa è uscito il mio “Voglio la mamma – da sinistra contro i falsi miti di progresso”, nella mia vita si è scatenato il pandemonio. Da una parte, per un affetto che non so per quale via misteriosa si è alimentato, non passo giorno senza dover andare in una qualche città a presentare questo libro che parla di temi spinosi: famiglia, matrimonio gay, utero in affitto, diritti dei minori, transessualità, turismo sessuale, aborto, procreazione assistita, eugenetica, eutanasia (leggi l’intervista di Patrizia Pellegrino su adozioni e famiglia tradizionale). Non proprio un cinepanettone, insomma. Dall’altra non passa minuto senza che mi becchi un insulto su un social network, un invito per qualche litigata in qualche trasmissione, una contestazione alla porta del luogo dove vado a presentare il libro. Le accuse? All’università di Roma hanno scritto su uno striscione che non potevo parlare in un ateneo perché “omofobo e antiabortista”. Almeno c’era una mezza verità, perché antiabortista lo sono veramente, come Pier Paolo Pasolini, come Norberto Bobbio, come i “marxisti ratzingeriani” di Vacca e Tronti. Tutta gente di sinistra che la sinistra potente e prepotente ha tenuto ai margini. E allora provano a tenere ai margini anche me e il mio libro. Che li ha irritati moltissimo e sono pronti ad approvare la legge Scalfarotto per sbattermi in galera per omofobia e togliersi una soddisfazione maoista: colpirne uno per educarne cento.
Insomma nel mio Pd qualcuno non tollera che uno come me che quel partito lo ha fondato, è stato candidato alla segreteria nazionale, membro della direzione fino a un anno fa parlamentare del gruppo alla Camera, sostenitore di Matteo Renzi anche quando si perdeva e non oggi che sono tutti renziani, abbia deciso di indicare nella famiglia tradizionale che non arriva alla fine del mese, nel bambino magari malato che viene abortito, in quello sano che è oggetto di compravendita con gli uteri in affitto, nelle donne spesso di contesti nazionali disagiati che gli uteri se li affittano e i figli se li vendono, nell’anziano malatissimo che invece che curato e amato nella malattia deve essere soppresso per via eutanasica, i soggetti deboli da tutelare. Perché che cazzo sei a fare di sinistra se non studi per individuare il soggetto debole e agisci per tutelarne, estenderne, accrescerne i diritti? No, nel Pd non vogliono studiare. E allora qualcuno manda la gente a contestarmi. E Facebook mi censura il capitolo sul matrimonio gay. Salvo poi essere costretti a ripubblicarlo, dopo che li ha tampinati per un giorno Avvenire, godendosi il loro imbarazzo.
Alla fine gli schiavetti di Zuckerberg si sono scusati e hanno scritto che il mio capitolo del libro l’avevano censurato “per errore”. Figuriamoci, ci sono commessi delle librerie che nascondono “per errore” il mio “Voglio la mamma” per farlo sparire dagli scaffali e quelli che dicono che ci vuole un mese per ordinarlo. Io ho lettori tignosi, alla fine abbiamo attivato l’email adinolfivogliolamamma@gmail.com e il libro se lo ordinano lì, pagano via bonifico e il giorno dopo hanno il volume a casa. Alla faccia di tutti i boicottatori, alla faccia di tutti questi cialtroni che pensano che i diritti da tutelare sono quelli dei tizi che vanno a fare caciara al gay pride (leggi l’intervista a Vladimir Luxuria sul gay pride in Italia).
Quelli del locale trans Muccassassina hanno prodotto un video con tanto di magliette e insulto: Adinolfi fascista. Ne consiglio a tutti la visione, così capirete che gente vuole piazzare la propria confusione tra desiderio e diritto al posto della tutela di un bambino che vuole sempre una mamma, della necessità di aiutare una famiglia composta da genitori e figli a pagare meno tasse con il quoziente familiare facendone pagare di più a single e coppie senza figli, perché sfamare cinque o sei bocche è diverso che sfamarne una. Io continuo a subire la quotidiana contestazione, guardo questi buffoncelli e ne sorrido. Chiedono di essere difesi dalla discriminazione e mi scrivono insulti a centinaia basati sul fatto che sono grasso. Io li leggo e poi mi rileggo Chesterton: “Gli uomini coraggiosi sono tutti dei vertebrati. Sono morbidi nella superficie e duri in mezzo”.
E così sia. Il mio blog è www.marioadinolfi.ilcannocchiale.it
lunedì 5 gennaio 2015
Nuova pagina sul sito dedicato a Re Umberto II
Cari Amici, sul sito dedicato a Re Umberto la V parte della lunga intervista di Nino Bolla.
Impegni di famiglia ci hanno impedito di pubblicarla nel mese di Dicembre, come avremmo voluto.
Buon anno a tutti!
http://www.reumberto.it/bolla5.htm
Impegni di famiglia ci hanno impedito di pubblicarla nel mese di Dicembre, come avremmo voluto.
Buon anno a tutti!
http://www.reumberto.it/bolla5.htm
giovedì 1 gennaio 2015
L'eredità dei Savoia

L'articolo che segue è comparso su "Il Candido" di Giovannino Guareschi del 18 Maggio 1958, a firma di Giorgio Pillon, lo stesso giornalista che scrisse "I Savoia nella bufera", sempre sul Candido.
Purtroppo gli eventi non sono stati all'altezza delle previsioni.
Purtroppo gli eventi non sono stati all'altezza delle previsioni.
Roma,
maggio
«Avrebbe
dovuto vivere almeno altri quattro giorni», così Romita commentò con De Gasperi
la notizia della morte di Vittorio Emanuele III diramata dalla Reuter verso le
16 del 28 dicembre 1947. A
De Gasperi che lo guardava sorpreso, Romita spiegò: - Il primo gennaio andrà in
vigore la Costituzione :
se "il vecchio" (così Romita chiamava con evidente mal gusto l'ex Re
d'Italia) avesse aspettato a tirare le cuoia dopo l'entrata in vigore della
Costituzione, il suo patrimonio sarebbe automaticamente passato alla repubblica.
Invece ci toccherà litigare con tutti i Savoia. E ci sarà - questo è il colmo!
- qualche giudice che darà loro ragione».
Romita,
almeno quella volta, vide giusto. Vittorio Emanuele morì proprio in tempo per
salvare il suo patrimonio alle figlie Jolanda, Giovanna e Maria nonché ai
nipoti (i figli di Mafalda) Maurizio, Enrico, Ottone e Elisabetta d'Assia. La
legge per l'avocazione dei beni siti nel territorio nazionale degli ex Re e
delle loro Consorti (disposizione XII delle norme transitorie e finali della Costituzione
repubblicana) entrò in vigore alle ore 0,1 del l° gennaio 1948. Chiudendo gli
occhi a "Villa Jela", al Cairo, il 28 dicembre il Re impedì
automaticamente che i cosiddetti "beni privati" passassero allo
Stato.
Vittorio
Emanuele III morì senza testamento. E ciò stupì non poco monarchici e
repubblicani. Giacché tutti concordemente riconoscevano al Sovrano una qualità:
la precisione.
Come
mai - si domandarono tutti in Italia - il Re non aveva pensato dì fare
testamento? Possibile che egli, tanto metodico e previdente sotto molti
aspetti, avesse trascurato questo ultimo gesto?
Il
Re era sempre stato un accorto amministratore del suo ingente patrimonio. E lo
aveva fatto osservando scrupolosamente le leggi. Quando nel 1936 il Ministro
delle Finanze Tahon de Revel aveva ordinato la denuncia dei titoli e dei valori
all'estero, il Re era stato tra i primi a presentare la sua documentazione. Il
fascicolo era finito sul tavolo di Mussolini. Il Capo del Governo lo aveva letto
e così postillato: «Credo che i titoli esteri di S. M. (tra l'altro Casa Savoia
possedeva un forte pacchetto d'azioni della società che gestiva il Canale di
Suez) siano da lasciare indisturbati. E’ giusto che un sovrano abbia un
gruzzolo (e Mussolini sottolineò la parola) al sicuro. Il destino delle monarchie
è spesso incerto e sarebbe poco degno se un popolo costringesse il proprio
Sovrano in esilio a chiedere l'elemosina allo straniero ».
Ma
Vittorio Emanuele III aveva effettivamente avuto tanta previdenza? Oggi, a
distanza di oltre dieci anni dalla sua morte, possiamo rivelare un episodio
estremamente significativo. Il Re aveva in animo dì fare testamento molto tempo
prima che avvenimenti eccezionali e non previsti lo avessero spinto, suo
malgrado, a cercare rifugio in terra egiziana. Nel 1944 aveva voluto consultare
un illustre giurista particolarmente esperto in diritto civile, Aveva così appreso
notizie estremamente interessanti. Come Sovrano - gli disse il giurista - egli
era protetto dall'articolo 20 dello Statuto Albertino. Questo articolo dichiara
inequivocabilmente che il Re non è tenuto alla osservanza delle leggi contenute
nel Codice Civile. Per questo motivo Vittorio Emanuele aveva potuto sempre
disporre del suo patrimonio privato, in modo diverso dal normale. Egli «aveva
potuto (per citare un fatto, oggi tornato di attualità) regalare al principe
ereditario, in data 7 dicembre 1929 (notaio Paolo Castellini, con studio a Roma
in via due Macelli numero 79), il reale possesso di Racconigi costituito dal
Castello e da fabbricati e terreni siti nei comuni di Racconigi,
Cavallermaggiore, Casalgrasso, Cavallerleone, Carmagnola, Pancalieri»: un insieme
di immobili valutati oggi oltre tre miliardi. Ed aveva fatto ciò senza
danneggiare gli altri eredi.
Ebbene
- e qui è tutto il gioco sottile giuridico messo in luce dall'illustre legale a
suo tempo consultato - morendo non più re, senza alcuna prerogativa sovrana,
Vittorio Emanuele avrebbe lasciato che la sua successione fosse regolata dalle
leggi civili. In tal caso tutti i suoi figli avrebbero concorso alla divisione
dell'asse ereditario, senza disparità di trattamento.
Questo
che avrebbe voluto dire? Il giurista precisò meglio: Nel caso che anche
l'allora Luogotenente del Regno fosse costretto a lasciare l'Italia dopo un
referendum nettamente favorevole alla proclamazione della repubblica, che
sarebbe successo, oltre al cambiamento della forma istituzionale? Tutti i beni
di proprietà di Vittorio Emanuele III e di Umberto di Savoia sarebbero stati
avocati dallo Stato. Racconigi regalata all'allora principe di Piemonte,
sarebbe passata di proprietà del Demanio.
Se
invece Vittorio Emanuele III fosse morto senza testamento, automaticamente
avrebbe potuto dagli eredi essere invocato l'articolo 737 del Codice Civile.
Questo articolo precisa che «ogni figlio o discendente che concorre alla
successione insieme con i fratelli o con le sorelle o con i loro discendenti,
ha l'obbligo di conferire ai coeredi tutto ciò che ha ricevuto dal defunto per
donazione, salvo che il donante o il testatore abbia altrimenti disposto ».
E
con ciò?, chiederà il lettore sprovveduto di cultura giuridica. La risposta non
è difficile, purché si tengano presenti due punti: 1) La donazione di Racconigi
fatta da Vittorio Emanuele al figlio il 7 dicembre 1929, nella imminenza delle
nozze con Maria José del Belgio. 2) L'avocazione allo Stato di tutti i beni
appartenenti a Umberto di Savoia, sancito dalla Costituzione repubblicana.
Racconigi,
dunque, essendo sin dal 1929 di proprietà di Umberto di Savoia avrebbe dovuto
automaticamente essere incamerata dallo Stato Italiano (e lo fu, infatti, però
illegalmente). Morendo Vittorio Emanuele III senza lasciare alcun testamento,
invece, tutti i suoi eredi avrebbero potuto invocare non lo Statuto Albertino
ma il Codice Civile Italiano.
Così
Vittorio Emanuele decise di morire senza lasciare alcun testamento, sicuro di giovare
alle figlie e ai nipoti. Numerose cause sostenute più tardi dai Savoia contro
lo Stato Italiano confermarono la lungimiranza del Re. L'Amministrazione delle
Finanze perse una dopo l'altra due cause, quella che avrebbe voluto contrastare
in Inghilterra la restituzione ai Savoia di una polizza di assicurazione
stipulata a suo tempo da Umberto I (un deposito di molte migliaia di sterline
conservato dalla banca Hambro di Londra) e quella che avrebbe voluto avocare
allo Stato l'intero patrimonio dei Savoia. Il 6 marzo 1953 la Corte d'Appello di Roma dava
torto al Ministro delle Finanze, rappresentato e difeso dall'Avvocatura
Generale dello Stato e precisava che solo un quinto dei beni doveva essere
avocato, quale quota dell'ex-re Umberto di Savoia.
Fu
così che Jolanda di Savoia in Calvi di Bergolo, Giovanna di Savoia, vedova di
Boris III Sassonia Coburgo Gotha, Maria di Savoia in Borbone Parma e i figli di
Mafalda di Savoia in d'Assia (morta a Buchenwald) Maurizio, Enrico, Ottone e
Elisabetta d'Assia si videro assegnare in parti eguali quattro quinti di una
eredità valutata diversi miliardi
Da
allora però una nuova battaglia venne ingaggiata dagli avvocati Giovanni Andrea
Serrao e Carlo d'Amelío, intelligenti difensori dei Savoia: bisognava ottenere
che il possesso eli Racconigi venisse dichiarato (proprio in virtù
dell'articolo 737 del Codice Civile) non di proprietà unica di Umberto di Savoia
ma parte della massa ereditaria comune a tutti.
Questa
è la causa che sì discute attualmente alla prima sezione civile della Corte
d'Appello di Roma (consigliere istruttore dottor Alfredo Albanese). Già una
precedente sentenza ha dato ragione ai Savoia. Se la Corte d'Appello di Roma riterrà
valide le ragioni sostenute dagli avvocati d'Amelio e Serrao, Racconigi, con il
suo castello e le sue terre (un complesso valutato, secondo i valori di stima
determinati dall'Amministrazione delle Finanze, tre miliardi, 78 milioni e 680
mila lire), verrà diviso in quattro parti eguali e destinato alle tre figlie di
Vittorio Emanuele III Jolanda, Giovanna e Maria e ai quattro d'Assia.
In
pratica però ciò non avverrà. Una persona molto vicina ai Savoia ci ha detto: «Noi
non vogliamo anticipare le conclusioni della Magistratura. Ma se tutto andrà
come si spera, Racconigí sarà uno di quei "beni" che non verrà mai diviso.
Il Castello diverrà, sicuramente, il Museo dei Savoia, il sacrario della Casa
Reale. Aperto al pubblico richiamerà con la sua armeria, i suoi quadri i suoi
preziosi cimeli, folle di visitatori Forse nel laghetto vicino torneranno i
cigni, anche ha per ricordare i 35 eleganti pennuti che a colpi di mitra
vennero uccisi nel 143 mentre ignoti vandali devastavano il castello,
provocando in poche ore di saccheggio danni per oltre un miliardo e perdite di
importanza storica non facilmente valutabili.
GIORGIO
PILLON
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