NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 1 marzo 2026

Saggi storici sulla tradizione monarchica - XVI

 


LE FONTI

1) LE FONTI CLASSICHE

Si può ben dire che il principio monarchico sia vecchio quanto il mondo; fino alle porte misteriose della preistoria, fin dove giunge l'occhio dello storico è sempre presente il concetto immutabile del supremo reggitore terreno la cui 'autorità è partecipazione di quella divina, di ordinamenti umani strettamente legati a quelli celesti.

Così in Oriente, là dove sorsero le prime grandi civiltà storiche, i Re sono dei, o figli, o pupilli di divinità e come queste possono esercitare un potere assoluto dispotico; i Faraoni egiziani e i Re babilonesi, come più tardi quelli assiri, venivano considerati come padroni assoluti della vita e dei beni dei loro sudditi e nello stesso tempo dovevano procurare a questi il necessario alla loro vita ed al loro benessere: il loro governo di carattere paternalistico a tendenza totalitaria, mirava a regolare giuridicamente i rapporti economici ed a stabilire o controllare prezzi, salari tassi, attraverso una porzione di prodotti incamerati dai Sovrano, tanto grande da formare quasi dei monopoli regi.

In Europa, più 'antico ricordo monarchico è costituito s'alla ci‑

viltà cretese (3000-1200 a. C.) che fiorì nell'isola del Mediterraneo e di cui la tradizione serba Fil ricordo attraverso la leggenda del mitico Re Minosse, e quindi dalle monarchie d'Argo e di Micene, cantate dai poemi del ciclo titolo= omerico.

Gli avanzi che ancora oggi restano a testimoniare gli splendori di Creta, di Micene e di Troia, la tradizione orale e scritta, n cui primeggiavano i due grandi poemi di Omero: l'Iliade e l'Odissea, possono

 

darci anche un'idea abbastanza precisa di quale fosse il sistema politico su cui queste civiltà poggiarono ed in esso sempre primeggia,

il concetto del Re definito araldo di Giove» pastore di popoli in una parola rappresentante della divinità e da questa investito del suo potere sopra gli altri uomini. Molti di questi antichi sovrani sono anche parenti degli Dei, benché mortali, come benché figlio di Giove, Achille figlio di Veti e le sorelle Elena e Clitennestra sorelle dei Divine Dioscuri e figlie di Giove; tuttavia queste divine parentele non implicano quasi mai un concetto d'infallibilità o d'immortalità perché anche i Re sono soggetti alle passioni e agli errori propri dell'umana natura, ed ugualmente debbono soggiacere alla vecchiaia e alla morte.

Passando all'epoca storica, troviamo le monarchie ellenistiche ed ancora prima greche. come quella spartana, in cui sempre assoluta è l'autorità sovrana talvolta appena mitigata da consigli di anziani o di generali. I Re sono quasi sempre figure di prima grandezza di eroi come Leonida e Codro, ambedue sacrificatisi per la loro città (rispettivamente Sparta ed Atene) o addirittura passando nell'ambito propriamente storico come Alessandro che, figlio di Filippo di Macedonia, fondò il grande impero i cui confini giunsero fino all’Eufrate e a Babilonia.

Costante è nella tradizione il tentativo di trovare per questi Uomini una origine divina che ne legittimi in un certo senso l'autorità assoluta e per questo Alessandro Magno non disdegnò di far diffondere una voce che lo spacciasse come figlio di Giove.

Maggiori sviluppi ebbe questa tendenza nelle monarchie ellenistiche, sorte dalla divisione dell'impero del grande Alessandro, favorita specialmente del carattere mistico delle popolazioni orientali. In Egitto, in Siria, ed in Asia Minore, i Sovrani continuano a presentarsi come inviati della divinità ed alimentano queste credenze popolari attraverso la pompa, esteriore e complicate regole di cerimoniale destinate a fare del Sovrano il centro di una specie di liturgia pagana e di una venerazione singolare a cui tutto il popolo doveva partecipare; nel recesso delle segrete stanze della reggia, vive il Re nascosto quasi ai suoi sudditi, davanti ai quali appare soltanto in una scenografia fantastica e suggestiva.

In Europa occidentale, e precisamente a Roma, la figura. del Re assume nel primo periodo di vita della città, un carattere più semplice ma non meno autorevole. Nel periodo monarchico di Roma, che si può porre approssimativamente fra il 753 ed il 509 a. C. il Re non è solo il suprem capo politico e militare ma soprattutto II detentore degli «auspicia» il designato dalla divinità.

 

E tale carattere sacro è tanto forte, direi quasi indelebile, che quando — per ragioni che sarebbe troppo lungo illustrare e comunque esulano dal carattere di queste pagine — la monarchia decade per la­sciare il posto ad una forma nuova di governo, il rex resta come «rex sacrorum» ovvero capo religioso; la monarchia viene cioè spogliata, del suo carattere politico ma non del suo contenuto e della funzione reli­giosa, che le è propria.

Il Re romano non è come i Sovrani orientali un idolo nascosto, ma piuttosto come gli antichi eroi omerici, un pastore di popoli ed anche di armenti; i sette re che la tradizione ci mostra come condottieri del­l'antica Roma, che in realtà dovettero essere assai di più, condussero una vita semplice inframmezzata da guerre e da scaramucce con i popoli vicini, e le loro vicende restarono avvolte nella leggenda tan­to che nella lunga parentesi repubblicana di circa cinque secoli, du­rante i quali Roma da misero villaggio di pastori divenne la capitale di tutto il mondo conosciuto, sembrò quasi che la tradizione monar­chica fosse a poco, a poco restata sepolta sotto il lento fluire dei seco­li ed il rapido avanzare degli avvenimenti, delle conquiste guerriere e delle vicende politiche, ma quando per un fatale complesso di circo­stanze il nipote di Giulio Cesare, il giovane Ottaviano, s'impadronì dello Stato e ne divenne di fatto, se non di nome, il Sovrano assoluto, ecco riapparire gli elementi della tradizione monarchica più vitale e più attuale di prima.

Cesare aveva rifiutato la corona offertagli durante i Lupercali da Antonio e neppure Ottaviano volle incoronarsi Re, ma nonostante que­sto eccolo riportare alla luce la leggenda di Enea, che in Virgilio ebbe il suo poeta aulico, secondo la quale Ottaviano attraverso l'eroe troiano discenderebbe da Venere. Il desiderio di dare un concetto della sacra­lità del suo potere, di trovare un diritto risalente ai privilevi della divi­nità, lo spinsero a questo come ad assumere il nome di Augusto che appunto significa: «Colui che è sacro per designazione divina».

Il carattere sacro dell'imperatore venne poi sempre più accentuato sotto i successori tanto che prima nell'ambito dei «clientes» e poi in tutto il popolo si diffuse il costume di prestare l'adorazione al «ge-nius» dell'imperatore divinizzato, come era accaduto per Romolo, con­siderato dio sotto il nome di Quirino, anche Cesare ebbe dopo la morte un tempio nel centro del Foro, là dove il suo cadavere era stato arso, e tutti i successori vennero alla, loro morte considerati assunti in cielo come divinità e tale culto fu tributato anche alle loro virtù divinizzate, come dimostrano le memorie di un tempio eretto in memoria della «Clementia Caesaris».


Tali forme che ebbero uno sviluppo sotto il principato, raggiunsero l'acme sotto l'impero assoluto, favorite ancora una, volta dallo spostarsi del centro dell'impero verso oriente, cioè a Nicomedia dove Diocleziano pose la sua sede, rafforzando il concetto teocratico dell'im­periale potestà assumendo il titolo di «Iovius» ed attribuendo al col­lega Massimiano quello di «Herculius». Così alla fine del III sec. d. C. mentre più nessuno o quasi conservava la fede dei padri nelle divinità, dell'Olimpo pagano, ancora la forza morale del potere monarchico ve­niva legata alla religione ufficiale dello Stato di cui l'Imperatore rap­presentava non soltanto il sommo sacerdote ma anche una delle divi­nità pretendendo quindi dai sudditi, non solo l'obbedienza ed il rispetto, ma la vera e propria adorazione.

Mentre la corona veniva strappata da generali insanguinati, forti della acclamazione delle loro legioni, bastava che questi illegittimi de­tentori se ne adornassero per acquistare un carattere sacro ed inviolabile, davanti al quale non si fermavano però i congiurati e le loro trame.