di Emilio Del Bel Belluz

NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
mercoledì 28 dicembre 2022
L’anniversario della morte di Re Vittorio Emanuele III
Il dono di natale del Re Umberto II
di Emilio Del Bel Belluz
lunedì 26 dicembre 2022
Il Re, i Soldati, il Generale che vinse, VIII parte
Riesce difficile a noi, oggi, dopo Mussolini, renderci conto dell'efficacia e della presenza del Re nella vita politica del Paese. La dittatura fascista ha trasmesso molte cattive, se non le peggiori, sue qualità alla vigente democrazia e tra queste anche il gusto del governo personale, del pratico annullamento della figura e funzione del Capo dello Stato. Drammatici particolari si apprenderanno da chi vorrà narrarli, sui conflitti tra Enrico de Nicola «capo provvisorio» e il presidente del consiglio Alcide de Gasperi, nel periodo seguente al a referendum del 2 giugno 1946: né si esclude che quel malessere costituzionale non si sia perpetuato con l'insediamento al Quirinale di un Presidente della Repubblica. La trascorsa democrazia non si faceva un problema dei rapporti tra il Capo dello Stato e il Presidente del Consiglio: essi erano regolati dallo Statuto, oltre che dalla fedeltà al Paese; non dall'osservanza agli interessi del proprio Partito. Nei peggiori momenti (si parla della crisi insorta attorno al dilemma sulla neutralità e l'intervento, nel 1911-15) tra il «dittatore» Giolitti e il Re, fu solo questione di «come» portare in buon porto la pericolante barca. Voglio dire che altre forze non interferivano a colorire di «europeismo» o di «universalismo cattolico» o di «internazionalismo», dei due tipi, gli interessi reali e permanenti dell'Italia. Noi abbiamo visto e vediamo scorrere sotto i nostri occhi una politica estera alla quale sono assai più interessati i paesi stranieri che il popolo italiano. Vediamo gli italiani esortati ad accettare uno stato di fatto assai simile a quello del «particulare» guicciardiniano; la morale del «Franza o Spagna... » con quel che segue sostituisce, poiché tutti i tentativi di risvegliarlo sono anche per legge puniti severamente, «quello spirito nazionale», non sinonimo di nazionalismo ma di qualche cosa di più e di meglio. Vittorio Emanuele attribuiva alla Triplice e alla politica estera «occidentale» dei suoi governi dei valori pratici e, a volte, immediatamente pratici. Bisognerebbe studiare con le statistiche alla mano i rapporti tra le esportazioni in Austria e in Germania dei vini pugliesi, toscani e piemontesi e l'Alleanza con gli Imperi centrali.
La ricostituzione dei vigneti ungheresi e la produzione su scala mondiale dei Tokaj influirono molto sulla discesa in guerra dell'Italia accanto all'Intesa. Così per la politica francofila di Prinetti e di Visconti Venosta: l'apertura del mercato borsistico di Parigi alla manovra della conversione della rendita aiutò potentemente, come dicono i rapporti di Barrère, la politica di «ralliément» di Palazzo Farnese, suggerita dallo Stato Maggiore. Anche il mercato delle vacche sui territori africani, dopo che esclusi dal Marocco ed esclusi dall'Egitto dovemmo accettare lo «scatolone di sabbia», non era più imperialismo di quel che fosse la spedizione d'Etiopia del 1935; non era altro che il proseguimento della politica dell'emigrazione adottata dal Re Vittorio e dai suoi governi, anche controvoglia, come Giolitti che dovrà pure condurre a buon fine la spedizione di Tripoli.
Ad aiutare il Re concorrevano in parte le istanze irredentistiche. I due imperatori associati e le loro cancellerie non ignoravano le simpatie franco russe di Vittorio e di Elena: anzi quel matrimonio con la principessa del Montenegro voleva dire più che non dicesse e giornali come osservatori austriaci ne avevano già parlato con diffidenza.
Un acuto risentimento personale per la mancata restituzione della visita di Francesco Giuseppe a Umberto I, impronterà poi tutta l'influenza che Re Vittorio eserciterà sulle relazioni con Vienna. Viaggi e brindisi di capi di Stato nell'Europa prima del luglio '14 descrivevano agli occhi del mondo lo stato d'animo delle nazioni. È interessante osservare nel carteggio diplomatico quanta importanza si attribuisse allora ad un aggettivo o ad un'allusione; tenendosi in gran conto, allora, le parole.
Il giro delle capitali iniziato da Vittorio Emanuele il 10 luglio 1902 (l'accompagnava il francofilo Prinetti, ministro degli esteri), da Pietroburgo passò per Berlino senza toccare Vienna. Alla stazione di Trento, in territorio austriaco il treno reale venne acclamato dalla popolazione. Era un primo contatto con l'irredentismo attivo; il secondo, agosto del 1903, avvenne al confine goriziano dove il Re aveva ordinato di effettuare le grandi manovre dell'Esercito e le folle, accorse da Gorizia e da Trieste, salutarono il «loro» Re. «Non si può andare avanti» disse Golucowsky; e Francesco Giuseppe a Bulow: «Le dimostrazioni dei goriziani a Vittorio Emanuele sono una sfida alla mia pazienza». I dispiaceri di Francesco Giuseppe non dispiacevano del tutto a Guglielmo II che nel maggio 1903 venne in Italia a restituire la visita. Con Nicola II andò diversamente. Le manifestazioni dell'estrema sinistra e delle masse operaie contro il «boia russo» e qualche pettegolezzo attorno alle dichiarazioni di Vittorio Emanuele sull'atmosfera carica di terrore poliziesco delle città zariste raffreddarono per un po' la relazione, sostanzialmente antitriplicista, che andava stabilendosi con la Russia, sotto l'occhio amichevole di Barrère. Indubbiamente l'irredentismo avrebbe potuto offrire a Vittorio Emanuele mille pretesti per denunciare la Triplice. Ma era votarsi ad un disprezzato e irreparabile isolamento. Riconfermare i principii e la vitalità di quell'Alleanza era necessario, di volta in volta. Così Tittoni, accusato dalle sinistre di piegarsi al ruolo di testa di legno della politica estera del Quirinale parlò di «dilettantismo irredentista universitario e parlamentare» a proposito dei moti di Innsbruck (maggio e novembre 1903) durante i quali, tra gli altri, venne ferito Cesare Battisti.
domenica 25 dicembre 2022
Riflessione sui mondiali di Calcio: Marocco e dintorni
I mondiali di calcio sono finiti, ogni nazionale è rientrata in Patria. Il poplo argentino ha tributato tanti onori a coloro che hanno vinto. Di questi mondiali rimarranno impresse tante immagini. Piccoli e grandi gesti del primo mondiale in un Paese arabo mussulmano, del primo mondiale giocato nel mese di Dicembre.
Non vi sono solo le immagini dei campioni del mondo ma, anche di coloro che hanno perso . Non potrò dimenticare la sequenza del Presidente Macron, che in modo spontaneo conformta la propria nazionale. Un gesto inusuale ma, per chi conosce bene la Francia anche abbastanza normale visto lo stretto legame tra Presidente e popolazione.
Vi è poi il quarto posto della nazionale del Marocco. La prima volta che una Nazione araba riesce ad arrivare tra le prime nazionali. Un squadra che ha suscitato tante simpatie, tanto che un giornale italiano ha dichiaratamente preso posizione in favore di questa nazionale. Una Nazione, il Marocco, che si appresta ad ospitare dall’ 1 all 11 Febbraio i campionati del Mondo di Calcio per Club e, nel quale gli inestimenti nel settore sportivo hanno dato i loro frutti.
Del ritorno in Patria dei “Leoni dell’Atlante ” che, nel 2028 festeggiaranno il centenario della fondazione, rimarranno impresse due immaggini. La prima dell’ autobus dei calciatori e la seconda del ricevimento dei giocatori di calcio da parte del Re. Due immagini che, ad un primo impatto possono apparire diverse, ma nella sostanza sono un tutt’uno.
Queste due foto rappresentano, in modo plastico, l’alleanza tra il Re ed il Popolo, rappresentano l’essenza stessa della Monarchia. Ovvero, come disse Sua Maestà Umberto II di Savoia ” La monarchia non è mai un partito. È un istituto mistico, irrazionale, capace di suscitare negli uomini, sudditi e principi, incredibili volontà di sacrificio… Non deve essere costretta a difendersi giorno per giorno dalle insidie e dalle accuse. Deve essere un simbolo caro o non è nulla”.
[...]
Riflessione sui mondiali di Calcio: Marocco e dintorni | Mediterranews
sabato 24 dicembre 2022
IL RIPOSO DEL RE
CINQUE ANNI A VICOFORTE
di Aldo A. Mola
Centosessantun anni di Capi
dello Stato: si ri-conoscono?
Dalla proclamazione del Regno
d'Italia (14 marzo 1861), genitore dell’Italia attuale, lo Stato ebbe quattro
Capi in 85 anni: Vittorio Emanuele II (1861-1878), Umberto I (1878-1900),
Vittorio Emanuele III (1900-1946) e Umberto II (maggio-giugno 1946). I primi
due riposano al Pantheon, in Roma. “Padre della Patria”, Vittorio Emanuele morì
a soli 58 anni. Suo figlio fu assassinato da un anarchico quando ne aveva 56.
Umberto II (1904-1983), nel 1948 iniquamente condannato all'esilio perpetuo,
dispose di essere sepolto nell'Abbazia di Altacomba, antico mausoleo della
Casa. Dal 1946 si sono susseguiti dodici altri capi dello Stato. Nel 150° della
nascita del regno d'Italia (2011) il presidente Giorgio Napolitano fu al
Pantheon.
Dal 15/17 dicembre 2017 le salme di Vittorio
Emanuele III e della Regina Elena, sua Consorte, riposano nel
Santuario-Basilica di Vicoforte (in provincia di Cuneo) monumento nazionale dal
1980. Chissà se un giorno un presidente della Repubblica visiterà il sepolcro
del suo predecessore? Ogni giorno di più la Storia insegna quanto sia pesante
il fardello del Potere Supremo, anche di un Paese a sovranità limitata qual è
l'Italia odierna. Motivo di più per riflettere sul passato, a cospetto delle
Tombe di Vicoforte, un borgo silente del Vecchio Piemonte, due passi da
Dogliani, eremo del primo presidente della Repubblica, Luigi Einaudi,
monarchico e liberale.
Finalmente,
quei giorni
Cinque anni orsono, il 15 e il
17 dicembre 2017, giunsero in Italia le salme della Regina Elena e di Vittorio
Emanuele III. La loro traslazione era stata per decenni in vetta alle richieste
di monarchici (partiti, movimenti, associazioni...), dell'Istituto nazionale
per la guardia d'onore alle Reali Tombe del Pantheon e di tanti italiani
rispettosi del passato. Verso fine Novecento, però, per i più prevalse il motto
“prima i vivi, poi i morti”. Fu data precedenza alla richiesta di abolizione
dell'esilio, in vigore dal 1° gennaio 1948, che colpiva Vittorio Emanuele di
Savoia da quando aveva undici anni, e suo figlio, Emanuele Filiberto, nato a
Ginevra il 22 giugno 1972. Il 23 ottobre 2002 il Parlamento approvò la legge
costituzionale (in vigore dal 10 novembre successivo) che esaurì gli effetti
dei primi due commi della XIII disposizione transitoria e finale della
Costituzione. Essi privavano dei diritti politici attivi e passivi gli ex re di
Casa Savoia, le loro consorti e i discendenti maschi e ne vietavano l'ingresso
e il soggiorno nel territorio nazionale. Rimasero in vigore l’avocazione allo
Stato dei loro beni esistenti nel territorio nazionale e l'annullamento di
trasferimenti e costituzioni di diritti reali sugli stessi avvenuti dopo il 2
giugno 1946, giorno “convenzionale” dell'avvento della Repubblica, che in
realtà data dal 19 giugno seguente, come ricorda Argenio Ferrari in “Lex et
Libertas in potestate Regis” (ed. BastogiLibri). La sorte delle Salme finì in
un cono d'ombra.
Alle 7.30 del 15 dicembre
2017, mentre appena albeggiava, il feretro della regina Elena di Savoia fu
estumulato nel cimitero Saint Lazare di Montpellier, la città ove era morta il
28 novembre 1952 ed era stata inumata il 30 seguente. La Famiglia della regina
fu rappresentata dall’avvocato matuziano Luca Fucini, componente della Consulta
dei senatori del regno, munito di apposita delega. Malgrado la raccomandazione
di assoluta riservatezza, la cerimonia fu ripresa dalle reti televisive France
2 e Montpellier Actualité, previamente informate dalla Maire, che officiò
da protagonista. Alle 17.30 il feretro giunse al Santuario Vicoforte. Fu
accolto dal conte Federico Radicati di Primeglio, delegato dalla Famiglia
Savoia “per tutti gli atti necessari a estumulazione, traslazione e ritumulazione
delle salme della regina e di Vittorio Emanuele III”, e dal Rettore del
Santuario, monsignor Bartolomeo (Meo) Bessone, vicario della Diocesi di
Mondovì. “Don Meo” impartì la benedizione di rito ed evocò la regina “Rosa
d'Oro della Cristianità”. Uno storico, che da mesi affiancava il conte
Radicati, aggiunse che per allietarsi dell'evento non era necessario essere
monarchici. Bastava sentirsi italiani. La lapide reca la scritta “Elena di
Savoia/ Regina d’Italia/ 1873-1952”.
Tempestivamente informata
dell'avvenuta traslazione, alle 17.45, poco prima che iniziasse la conferenza
stampa convocata dal sindaco di Montpellier, la principessa Maria Gabriella di
Savoia da Ginevra ne dette annuncio con una nota all'Ansa di Parigi. Ringraziò
monsignor Luciano Pacomio, vescovo di Mondovì, catechista insigne, il Rettore
del Santuario, quanti avevano operato “nella discrezione raccomandata dal
vescovo” e aggiunse: “A nome e per conto dei discendenti dei Sovrani che
vissero cinquantun anni di matrimonio in unione con gli italiani nella buona e
nella cattiva sorte e mentre ricordo mia zia Mafalda, morta tragicamente nel
campo di concentramento in Germania, ove era stata deportata dai nazisti,
esprimo profonda gratitudine al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella,
che propiziò la traslazione delle Salme dei Nonni in Italia, in prossimità del
70° della morte di Vittorio Emanuele III e nel centenario della Grande Guerra,
per la ricomposizione della memoria nazionale”.
La notizia fece supporre che
fosse imminente la traslazione della salma di Vittorio Emanuele III. Estumulato
nella notte del 16 dal retro dell'altare di Santa Caterina di Alessandria
d'Egitto, sempre presente l'infaticabile conte Radicati, il feretro arrivò in
aereo militare all’aeroporto di Cuneo-Levaldigi e giunse a Vicoforte sul
mezzogiorno del 17 dicembre. Fu tumulato con i dovuti onori e l'esecuzione del
“Silenzio”: mezzo secolo di storia, grande e drammatica. Sul marmo del sacello
è scritto “Vittorio Emanuele III / re d'Italia / 1869-1947”. Così il Re e la
Regina Elena vennero ricongiunti in Italia. Su entrambe le arche è incisa la
Stella d'Italia. A quanti domandarono perché fossero resi onori militari alla
salma del sovrano venne ricordato che Vittorio Emanuele III si era spento quattro
giorni prima che entrasse in vigore la Costituzione della Repubblica. Non morì
affatto “in esilio” ma cittadino italiano “all'estero”. Si congedò nella pienezza dei diritti politici e civili,
di ex capo dello Stato e comandante delle Forze Armate.
Gli antefatti
della Traslazione. Perché Vicoforte?
La
tumulazione delle salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena a
Vicoforte fu il punto di arrivo di un lungo percorso. La scelta prese corpo in
una seduta della Consulta dei senatori del regno il 19 marzo 2011 a Roma. Fu
scartato il Pantheon per indisponibilità di spazi idonei alla dignità di Tombe
Reali e per previsti intralci di varia natura e perché non nacque come
Mausoleo, qual venne ideato il Vittoriano. Del pari non venne ritenuta idonea
la Basilica di Superga, ove sono sepolti i Re di Sardegna (a eccezione di Carlo
Emanuele IV, sepolto a Roma), mentre Vittorio Emanuele III fu re d'Italia.
Voluto nel 1596 quale Mausoleo della Casa da Carlo Emanuele I, duca di Savoia
dal 1580 al 1630, il Santuario-Basilica di Vicoforte sorge nel cuore della
Provincia Granda, seconda “culla” dei sovrani sabaudi che la vissero
intensamente, dai Castelli di Racconigi e Valcasotto alle case di caccia
disseminate nelle valli. Vittorio Emanuele III partì per l'Egitto il 9 maggio
1947 col titolo di conte di Pollenzo, il borgo che ospita la vasta tenuta regia
poco distante da Vicoforte, ove seguì personalmente i poderi modello avviati
sin da Carlo Alberto. Infine il Santuario, circondato dal verde e immerso nella
quiete propiziata dal vasto spazio tra la sua facciata e la Palazzata (fatta
erigere da Carlo Emanuele I), è affiancato dall'antico monastero cistercense,
poi dei gesuiti e infine seminario vescovile: un complesso identico nei secoli
e incontaminato. È il Grande Silenzio che si addice al riposo eterno.
Il 7 gennaio 2013, previ
ripetuti colloqui con il Rettore del Santuario, la principessa Maria Gabriella
di Savoia e il presidente della Consulta espressero al vescovo di Mondovì,
Luciano Pacomio, il “vivo desiderio di ricongiungere le salme di Vittorio
Emanuele III e della regina Elena in Italia” proprio nel Santuario di
Vicoforte, “che bene si addice ad accoglierle”. Prospettarono una cerimonia
funebre “in forma strettamente privata, così unendo in morte due italiani che
vissero insieme cinquantun anni di matrimonio”.
Anche per far meglio
apprezzare il Santuario da quanti ancora non lo conoscevano, il 16 marzo 2013
fu organizzato a Vicoforte il convegno di studi “Incontro Umberto II.
Trent'anni dopo” con la partecipazione di Amedeo di Savoia, duca di Aosta, che
nel 1997 vi aveva presieduto il convegno su “L'Italia nella crisi dei sistemi
coloniali fra Otto e Novecento”, con interventi di Eddy Sogno, Oreste Bovio,
Franco Bandini, André Combes, Fernando García Sanz, Antonio Piromalli e altri. Al
termine del convegno la presidente della Provincia, Gianna Gancia, poi
europarlamentare, esortò a esaudire il voto degli italiani non immemori della
storia: dare sepoltura in Patria al re e alla regina d'Italia. Il 22 aprile 2013, sentiti il
consiglio di amministrazione del Santuario e il suo rettore, il vescovo accolse
l’istanza. Ricordò che Carlo Emanuele I in visita al Pilone dal quale ebbe
origine la Basilica aveva affermato “questa terra è santa, deponiamo i vecchi
calzari”. Chiese però l'impegno a “mantenere il profilo strettamente privato”
della tumulazione, da attuare “nella forma più discreta, con la collaborazione
dei Responsabili del Santuario”. Avvalorò l'iniziativa alla luce della parola
del salmo 39,13: “Siamo tuoi ospiti, pellegrinanti, come tutti i padri nostri”.
Così andava fatto.
Quattro anni dopo, a
coronamento di lunghi preliminari sorti da fortunate convergenze, il 10 maggio
2017 il principe Vittorio Emanuele di Savoia e la principessa Maria Gabriella,
anche a nome delle sorelle Maria Pia e Maria Beatrice, scrissero al Presidente
della Repubblica, Sergio Mattarella, auspicando che il Centenario della
conclusione della Grande Guerra offrisse motivo per congiungere le salme del “Re Soldato” e della sua Consorte “in
Italia”. Previ numerosi incontri con il Rettore e il presidente della Consulta,
l'architetto Claudio Bertano approntò il progetto in fitto dialogo con la
Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per le Province di
Alessandria, Asti e Cuneo. Venne così avviato l'intervento nella Cappella di
San Bernardo per “la realizzazione di monumenti/arche funerarie in marmo” in
cui deporre “i resti di due persone meritevoli di speciali onoranze”, non
nominativamente specificate. Il 6 novembre il vescovo e il rettore inoltrarono
alla Soprintendenza il progetto, che fu approvato. Con rapidità e assoluta
riservatezza vennero espletate le complesse procedure previste dalla
deliberazione della Giunta Regionale del Piemonte 8 maggio 2012, n. 27-3831 per
il rilascio di “autorizzazioni concernenti l'individuazione di siti idonei a
tumulazione in località differenti dal cimitero ex art. 105 D.P.R. 10 ottobre
1990, n. 285 e art. 12 L.R. n. 2020/2007”. Acquisiti ope legis tutti i documenti necessari, in pochi giorni ebbero corso
estumulazione, traslazione e ritumulazione. Consiglieri Presidenziali
dall'occhio d'aquila, usi a intuire e a superare ostacoli altrimenti
insormontabili, vegliarono da lontano e da vicino affinché nulla fosse lasciato
al caso e tutto procedesse nel massimo riserbo. Come infatti avvenne.
Con pubblica dichiarazione il 17
dicembre, al termine della sepoltura di Vittorio Emanuele III, il conte
Radicati precisò che il rito si era svolto “nelle forme proprie di una
cerimonia privata”.
Alcune
incomprensioni
Alle 21 del 15 dicembre 2017
Vittorio Emanuele di Savoia emanò una “nota” sulla tumulazione della salma
della regina Elena “presso il Santuario di Vicoforte”. Deplorò che si fosse
svolta “in totale anonimato” (invero, il 17 ad attendere il feretro del re si
affollarono decine di giornalisti e radio/video operatori, garbati e compunti)
e rivendicò il Pantheon per “il riposo dei sovrani sepolti in esilio”. Con
encomiabile tempestività poco dopo rese omaggio alle tombe in Vicoforte. La
traslazione suscitò un ventaglio di dichiarazioni polemiche contro la figura di
Vittorio Emanuele III, colpevole dei tre “colpi di Stato” che lo “storico”
Luigi Salvatorelli, a volte indulgente a polemiche inconsistenti, gli attribuì
nel 1950: l'intervento dell'Italia nella Grande Guerra (24 maggio 1915); la
mancata proclamazione dello stato d'assedio e l'incarico a Mussolini di formare
il governo (28-31 ottobre 1922); la revoca del “Duce” (25 luglio 1943). Altri
aggiunsero la “fuga a Brindisi” (9 settembre 1943) e la firma delle leggi
antiebraiche (1938) dalle conseguenze di lungo periodo, in specie tra il 1943 e il 1945 nelle regioni governate
dalla Repubblica sociale italiana e di fatto occupate dai tedeschi (al di
fuori, dunque, da ogni responsabilità del re e del governo Badoglio).
I promotori della traslazione
avevano messo in conto la delusione dell'Istituto nazionale per la Guardia
d'onore alle Reali Tombe del Pantheon (agevolmente superabile con l'adozione,
in forma discreta, da convenire con le autorità competenti, della guardia anche
alle tombe di Vicoforte) e l'irritazione di chi indica nel re (anziché nel
Parlamento, come in effetti è) il “responsabile” delle leggi razziste. Qualcuno
ritenne uno sgarbo non essere stato previamente informato. Non tutti ebbero
chiaro che la deposizione delle Salme di Vittorio Emanuele III e della Regina
Elena nel Santuario di Vicoforte era un funerale privato, “della Famiglia”, non
della “Casa”. Esigeva il necessario massimo riserbo, sia nel rispetto di quanto
concordato con il vescovo di Mondovì, sia per scongiurare inopportuni
schiamazzi e/o manifestazioni ostili, che avrebbero turbato la solennità
dell'evento: la tumulazione del Re e della Regina sotto la cupola ellittica più
grande del mondo.
Già il 16 dicembre alcuni
sedicenti “monarchici” protestarono che “tutti i Reali d'Italia” dovevano
“quanto prima trovare sepoltura nell'unica sede ad essi deputata: la Basilica
del Pantheon”. La complessa e impegnativa tumulazione nel Santuario di
Vicoforte (da taluno sminuito a “chiesetta di campagna”) andava dunque
considerata del tutto effimera e sanata con altra immediata traslazione. Cinque
anni dopo qualcuno continua a ripeterlo. Parlare è facile. Tra tante
professioni di indignazione (certi “istituti storici”, parlamentari, circoli e
associazioni varie) il sindaco di una città di qualche peso nella “Granda”
affermò che non sarebbe mai andato a pregare in un santuario contaminato dalla
salma di quel re. Se così dovesse essere, chi mai pregherebbe nella basilica di
San Pietro a Roma, voluta da papa Giulio II che a ottant'anni indossò
l'armatura al grido “Fuori i barbari”? E poi la preghiera chiede forse un
“luogo” che non sia l'“anima”? A cospetto di tante esternazioni polemiche il
presidente della Repubblica Mattarella e quello del Consiglio dei ministri,
Paolo Gentiloni, motivarono il concorso pubblico alla traslazione come “gesto
umanitario”. Riecheggiò quanto proposto e sancito dal vescovo di Mondovì
monsignor Luciano Pacomio: la “carità” nei confronti di “due persone meritevoli
di speciali onoranze”, provate dal lutto (la morte della figlia Mafalda d'Assia
in campo di concentramento in Germania) al pari di tanti italiani,
“pellegrinanti, come tutti i padri nostri”.
Per prevenire gesti
inconsulti, il prefetto di Cuneo dispose che la cancellata della Cappella di
San Bernardo rimanesse chiusa sino a quando le tombe non fossero tutelate, come
sono, da videosorveglianza e sistema di allarme. Dal 28 dicembre 2017, 70°
della morte di Vittorio Emanuele III, esse furono e sono meta di un numero
crescente di “boni viri” d'ogni Paese che si raccolgono in meditazione su
monumenti evocativi della Storia e ripetono con Ugo Foscolo: “la vostra tomba è
un'ara”. Al di là di dispute irrilevanti, la traslazione delle reali salme a
Vicoforte propizia la rivisitazione storiografica del lungo e travagliato regno
di Vittorio Emanuele III e pacate risposte ai molti interrogativi ancora aperti
sulla storia d'Italia. Dalla Cappella intitolata a San Bernardo, il monaco
pellegrino fondatore dei cistercensi, venerato da cattolici, anglicani e
riformati, Vittorio Emanuele III e la Regina Elena ricordano che sin
dall'origine i Savoia furono europei, di un'Europa più ampia dell'attuale. Lo
ha ricordato l'Ambasciatrice del Montenegro, Milena Sofranac, che lo scorso 6
novembre rese omaggio alla regina d'Italia nata cristiana ortodossa a Cettigne.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: La Cappella di San
Bernardo del Santuario di Vicoforte ove da cinque anni riposano Vittorio
Emanuele III e la Regina Elena. La continuità tra il Regno d'Italia e la
Repubblica è documentata da Tito Lucrezio Rizzo, già Consigliere capo servizio
al Quirinale, nel corposo volume “Il Capo dello Stato dalla Monarchia alla
Repubblica (1848-2022)”, Roma, Herald Editore (heraldeditore@gmail.com), 2022.
domenica 18 dicembre 2022
Il Re, i Soldati, il Generale che vinse, VII parte
Era una democrazia, se ci si
passa il paragone, non distorta e rimodellata, al modo dei piedi, cinesi, negli
stampi di ferro dei grandi partiti. Lo stesso socialismo che presto mostrerà le
sue tare scismatiche non riuscirà mai a raggiungere la stabilità di grande
partito e solo nel periodo della direzione di Mussolini l’Avanti! raggiungerà
le sessantamila copie di tiratura.
Quella democrazia del
quindicennio conservava, così, tutta l'agilità necessaria al gioco del proprio
attuarsi. Anche se corrotti o dalle umane ambizioni e vanità o dalle loro
passioni e dall'affigliazione all'idolo Giolitti (il «sinistro della malavita»)
gli italiani serbarono intatto il principio della fedeltà al loro paese, ch'era
tutt'uno con altri principi comuni a repubblicani e monarchici, a Mazzini e
Cavour, a Gioberti e a Garibaldi e, persino, alla vigilia dell'Internazionale,
ai marxisti e sindacalisti che videro la guerra come un prolungamento della
lotta di classe (Italia proletaria contro Imperialismo tedesco e austriaco), in
cui le armi venivano fornite agli operai e ai contadini dal governo del Re. Il
rivoluzionario Giuseppe Di Vittorio baciò la bandiera sabauda sulla piazza di Cerignola
prima di partire bersagliere e il rivoluzionario Mussolini strinse la mano del
Re in un ospedaletto da campo. Quella guerra faceva gli italiani e completava
l'Italia: era un ideale (se possiamo ancora adoperare questa logora parola)
pertinente al senso comune: tutti lo afferravano, in altri termini. Anche se
l'eloquenza e le tragedie di d'Annunzio contribuivano a imbrogliare,
accendendole, le fantasie degli italiani, gli italiani capivano all'ingrosso,
che si trattava di una faccenda seria: completare la loro indipendenza e
aprirsi ad una più libera vita economica europea.
Negli atti, nei pensieri,
nelle parole degli uomini — di quasi tutti gli uomini eminenti di «quella
democrazia» — si scopre una rigorosa coerenza. L'unità morale degli italiani
offri resistenze insospettate in occasione del disastro di Caporetto in cui sì
volle, per amore di polemica, ricercare le responsabilità assai più nell'ambito
della politica interna che in quella della mera condotta tecnica e psicologica
della guerra Un più freddo esame, come è mostrato nel testo, indica il vero
'valore (che non contrasta o spezza l'omogeneità della democrazia di quel
tempo) di taluni deprecatissimi giudizi e discorsi, come quello del Treves,
nell'estate del 1917. Della lettera circolare di Benedetto XV ai capi dei
belligeranti si vedrà quale giudizio, anche se non tenero delle influenze
vaticane, lo stesso Vittorio Emanuele dette a Lloyd George e ai ministri e
generali alleati a Peschiera.
La vita dello stato e la
nostra storia si svolgevano secondo ragione: si continuava la drammatica lotta
per l'indipendenza, il processo formativo del Risorgimento confluiva nel
lavorio di trasformazione della società italiana, già tratta dalla rivoluzione
liberale dai suoi stati» economici medioevali e avviata per vigorosi e, a
volte, tragici, impulsi delle correnti socialistiche a conquiste sempre più
larghe.
Questa «trasformazione» fu il
motivo dominante del lungo regno di Vittorio Emanuele III. Per accelerarla i
suoi governi favorirono il sorgere è l'affermarsi di una borghesia industriale
nel settentrione, arbitra traverso il pilotaggio delle masse, della vita
economica del Paese; per offrirle lavoro e spazio, si imbarcarono nelle imprese
coloniali e per allargare (« il sacro egoismo ») le possibilità di espansione
economica di fronte alla gigantesca incombente industria germanica., l'Italia
entrò nella coalizione occidentale, destinata (nelle sue ultime finalità) a
ridurre il potenziale produttivo tedesco e a dissolvere l'impero austro
ungarico in unità nazionali, facili, ulteriori mercati per le potenze
vincitrici.
Il Patto di Londra e i
compensi in Africa allargavano le possibilità di una colonizzazione «interna»,
che poi, il Fascismo effettuò razionalmente; i diritti di prelazione dell'Italia
sull'Etiopia restavano intatti. Il complesso di queste finalità non mutò nel
periodo di «sospensione» della democrazia, nel ventennio 1922-1943. Mussolini
riassunse i motivi delineati nella politica estera italiana dall'avvento
all'intervento e li svolse. Appare sempre più ovvio il sarcasmo dell'imperialismo»
di quella politica che sebbene dell'imperialismo recasse i segni esteriori
usciva dal Patto di Londra e persino, indirettamente, dal «parecchio»
giolittiano. Sulla via di quell'u imperialismo» non ci spingevano, come
denuncia Miti, le stesse potenze occidentali, democratiche e liberali,
suggerendo una spedizione nientemeno che in Georgia, alla quale — eterni illusi
— ci preparammo, persino, e vi profondemmo inutilmente il denaro pubblico?
Come non condivise e non
approvò, probabilmente, le idee di suo Padre, Vittorio Emanuele III non mostrò
simpatie per la Triplice e una volta Re cominciò a demolirla lentamente.
Il trattato, in effetti, aveva
apportato all'Europa e all'Italia un trentennio di pace e di prosperità. Ma
prendeva in termini di libertà quanto offriva in termini di sicurezza e di
benessere.
All'ombra della Triplice
l'Italia compì la conversione della rendita e l'assodamento di una struttura
statale che il regno di Umberto I, tra moti sociali e guerra d'Africa, aveva
notevolmente indebolita. Probabilmente, però, le forze rivoluzionarie che
tendevano a disgregare la Triplice ripetevano i loro caratteri storici
dall'anno 1848. Sotto questo punto di vista Re Vittorio interpretava nel senso
più genuino la funzione e le origini del suo potere nato dalla rivoluzione
liberale. I due Imperatori associati non s'illusero mai molto sui suoi sentimenti,
sebbene Guglielmo abbia sperato sino agli estremi aneliti dell'Alleanza, telegrafando
al re d'Italia: «Ho la più completa fiducia in Te» e l'altro, evadendo
abilmente, a riaffermargli essere l'Italia intenzionata a rimanere in pace e in
amicizia con «tutti ».
Erano le parole con le quali
iniziò la politica estera del suo Regno (11 agosto 1900) nella constatazione
dell'unanimità di cordoglio fattasi sulla salma di suo padre. Era già una
dichiarazione di neutralità quel proporre l'Italia come «efficace strumento di
concordia» tra le nazioni. Dopo meno di un anno un ingegnere e commerciante
milanese, il Prinetti, va a ministro degli esteri. Il programma del Governo
(Zanardelli presidente e Giolitti agli Interni) conteneva la dichiarazione
concordata col Re: «serbare fede ai trattati e intrattenere rapporti di
amicizia cordiale con tutte le Potenze». Era quella politica che venne detta
dei due ferri al fuoco » o, con minore eleganza, del «cane del giardiniere»;
solo più tardi Bulow la dirà del «giro di valzer» e Giolitti, impagabilmente,
del «ballo sulle uova»; in definitiva la politica di un paese a limitata
indipendenza.
Vittorio Emanuele favorì in
ogni modo chi potesse aiutarlo a rendere sempre più larga quest'indipendenza.
Il suo intervento personale e costituzionale nelle decisioni maggiori non è più
da provarsi. Il Re regnava e crisi di poteri sino alla «sospensione» del
ventennio non se ne verificarono più. Il «torniamo allo Statuto» del Sonnino
aveva ridato colore e corpo alla figura piuttosto pallida del Capo dello Stato;
la personalità forte e dura, pratica e precisa di Re Vittorio quei poteri
rendeva più efficaci ed effettivi con l'esercizio di una sovranità dinamica non
soltanto nell'esteriore ma nel significato e nelle conseguenze politiche di
certe azioni.
Capitolo XXIX: La bellezza del Natale .
di Emilio Del Bel Belluz
La vita lungo il fiume
procedeva. Si avvicinava dicembre, il mese più freddo e meno pescoso. Vittorio
avrebbe impiegato il tempo libero ad ultimare dei lavori sulla sua casa che
necessitava sempre di ristrutturazioni. Una settimana la impegnò per sistemare
il tetto della casa che perdeva da troppo tempo. Il lavoro non fu facile, anche
a causa del freddo, e solo con l’aiuto d’un vicino il lavoro fu portato a
termine a regola d’arte. I bambini seguivano la scuola con diligenza ed
impegno, non occorreva dirli di studiare. Spesso alla sera si mettevano in cucina
vicino al fuoco per studiare. Erano così silenziosi che si sentiva solo lo
scoppiettio di un vecchio ceppo, che era pieno di tarli, che ardeva nel camino.
Vittorio e Elena aspettavano che andassero a letto, per sistemare le ultime
cose. Quell’inverno fu rigido, la legna non bastava mai, la casa poi era
vecchia e piena di spifferi, ma bastava pensare a chi stava peggio per sentirsi
più fortunati. Vittorio pensava a quella casa come se fosse una barca, una
gigantesca barca. Niente poteva metterla in difficoltà. Gli veniva in mente
spesso la storia di una famiglia che viveva in una grande barca rovesciata che
avevano trasformato in una casa. L’aveva letta in un libro di cui non ricordava
né l’autore, né il titolo, ma l’aveva letto con molto interesse, come tutto ciò
che riguardava la pesca. La famiglia viveva con la pesca, il loro mondo era
fatto di barche e di reti, per il resto andava come il buon Dio voleva. Spesso immaginava
di andare con loro a pesca, alla caccia di un grande e raro esemplare di pesce.
Vittorio con la sua barca aveva pescato dei pesci piuttosto grandi ma non
sempre erano sufficienti per arrivare a fine mese. C’erano dei momenti in cui
calava la rete e si rivolgeva a Dio chiedendogli aiuto che non gli aveva mai
negato. Confidava sempre nella Divina Provvidenza. Dicembre è il mese più
magico dell’anno perché si festeggia il S. Natale e le case vengono allietate
dalla presenza del presepe. In quei giorni aveva parlato con i suoi ragazzi,
dove collocare il presepe. Lo scorso anno aveva detto che avrebbero cambiato
qualcosa, la stalla dove Gesù era nato doveva essere fatta in modo diverso. La
piccola stalla doveva avere un posto più ampio per gli animali del presepe. Il
figlio più grande si era impegnato a scolpire qualche statuina in legno. Da
settimane lo si vedeva con uno scalpello che modellava un pastore con una
pecora sulle spalle e un vagabondo con una lampada. Queste due statuine
dovevano in qualche modo arricchire il presepe. Il ragazzo aveva avuto delle
difficoltà e per questo si era rivolto con molta umiltà al suo maestro. L’uomo
lo aveva accolto con molta gentilezza nella sua casa e si erano messi a
lavorare accanto al fuoco. Il vecchio viveva solo e riusciva a campare con
qualche semplice lavoretto, la gente lo cercava perché sapeva quanto fosse
bravo. La visita del ragazzo lo fece felice, stava preparandosi la cena, sul
fuoco borbottava una pentola con la minestra di fagioli. Il profumo intenso si
mescolava con l’odore del tabacco, l’uomo aveva sempre tra i denti la sua pipa.
Il profumo che si era espanso nella casa era piacevole. L’uomo si fece mostrare
le due statuine e le prese tra le mani. Si accorse subito che qualcosa non
andava, l’errore non era grave, e si poteva sistemare. Il vecchio con la pipa
in bocca e il cappello da marinaio si mise a raccontare una storia che gli era
capitata proprio nel periodo della Grande Guerra. Una volta mentre si trovava
in trincea fu colpito da una scheggia di bomba che gli aveva procurato una
ferita lacerante sul braccio. Fu ricoverato in un convento che era stato
adibito ad ospedale. Nella stanza dove fu collocato c’era una dozzina di letti.
L’ambiente era saturo dell’odore dei disinfettanti. Quell’ospedale era un luogo
molto tranquillo, non si sentiva il rombo della guerra, sembrava che tutto si
fosse fermato, ma a ricordare che il conflitto non era finito era il continuo
sopraggiungere di nuovi feriti dal fronte. Le infermiere che si prendevano cura
di loro erano le suore del convento, e una rigida superiora che vigilava sul
loro operato. Costei non scherzava mai e il suo volto era serio e voleva che ci
fosse ordine in ogni cosa che si faceva. In quel periodo venne ricoverato un
soldato che presentava una ferita alla testa, una persona dal volto gentile,
che non si lamentava mai. Una notte stava male ed era salita la febbre. La
superiora aveva avvertito il medico che, una volta visitatolo, aveva espresso
una prognosi sfavorevole. Disse inoltre che per la sua guarigione ci sarebbe
voluto un miracolo. La superiora non disse nulla, chiamò una suora che
rimanesse vicino al soldato che stava male. Gli diede delle indicazioni, dal
mio letto vedevo il volto di questa suora che era molto bello, doveva avere non
più di vent’anni. La osservavo e non dicevo nulla, spesso la suora mi guardava
e ad un certo punto mi chiese come stavo. Fu così che ci scambiammo qualche
parola. Le diedi una mano per sollevare il ferito che si lamentava in
continuazione per i dolori. Il soldato aveva superato la notte e ciò era di
auspicio per una facile guarigione. Alla mattina la suora mi salutò con un
sorriso, da tempo non vedevo un volto sorridente e dolce. Quel soldato con il
passare dei giorni divenne sempre più forte e si ristabilì. Ebbi modo di
parlare con lui del periodo bellico e della speranza che nutrivamo che tutto
quell’orrore potesse finire. Era un maestro di scuola, poi aveva dovuto andare
in guerra. Questo giovane mi confidò che la prima notte in cui la suora lo
aveva assistito non aveva mai perso conoscenza e sentì tutto quello che ci
eravamo detti. Non vedemmo più quella suora così giovane e così gentile,
sapemmo che era stata spostata in una struttura diversa, e questo ci
dispiacque. Nei giorni successivi il giovane mi insegnò a disegnare e a
scolpire il legno, divenne un mio maestro. Mi trasmise la passione per la
scultura. In quel periodo in cui eravamo ricoverati in ospedale, ottenemmo il
permesso di costruire una Madonna in legno, che ci impegnò per dei giorni.
Questa statua poi fu collocata nella chiesetta dell’ospedale e posta vicino al
presepe. Passarono degli anni, e un giorno mi trovai casualmente a passare
vicino al convento dove ero stato ricoverato durante la guerra e sentii
l’esigenza di entrare a rivedere quel posto. Allora suonai alla porta, venne ad
aprirmi una suora che con molta gentilezza mi chiese cosa desiderassi. Costei
mi sorrise, era quella dolce suora che aveva assistito quel ferito grave che
doveva morire. Le dissi che mi ricordavo di lei e dopo pure lei si rammentò di
quella notte che assistemmo il mio amico, di cui non avevo avuto più notizie.
Le chiesi se quella Madonna in legno che avevamo scolpito fosse ancora in
chiesa. La suora mi fece entrare, il convento era diventato una scuola, tanti
bambini festanti giocavano. La suora mi portò nella chiesa e vidi la Madonna messa
in un piedistallo vicino all’altare. Per un attimo sentii che la guerra
qualcosa di buono aveva portato. La suora sorrise come aveva fatto la prima
volta. Prima di andarmene volli toccare la statua della Madonna e sentii che la
guerra era finta per sempre. La suora volle regalarmi un rosario prima di
andarmene e salutandomi mi sorrise come allora.
lunedì 12 dicembre 2022
Lo Statuto albertino: la prima Costituzione degli italiani
Per la retorica dominante, la nostra nazione esiste nella misura in cui si fonda sulla Carta del 1948. Le cose, però, sono molto più complesse. Per vederci chiaro, partiamo dall’inizio
L'evoluzione delle forme di Stato e di governo che, dal 1861 al 1948, si sono susseguite in Italia richiede un’analisi puntuale e dettagliata al fine di comprendere non solo le scelte adottate in seno all’Assemblea costituente tra il 1946 ed il 1947, ma anche le successive trasformazioni tacite intervenute senza alcuna modifica della Costituzione formale attualmente vigente. A questo scopo è sufficiente iniziare l’indagine dallo Statuto albertino del 1848 giacché, come è stato rilevato (Paladin), i sistemi configurati dalle prime carte costituzionali della Penisola, cioè dalle costituzioni giacobine degli anni in cui gli eserciti francesi travolsero le preesistenti monarchie assolute, non hanno rappresentato che un fenomeno effimero, senza precedenti storici e senza conseguenze che si siano proiettate al di là della caduta dell’impero napoleonico. Viceversa, a seguito della proclamazione del Regno d’Italia avvenuta con la legge 17 marzo 1861, n. 4761, lo Statuto albertino divenne il primo testo costituzionale dello Stato italiano.
Un luogo comune sullo Statuto albertino
La qualifica di Costituzione «flessibile» attribuita allo Statuto albertino del 1848, vigente fino al 1944 per essere abrogato dalla cosiddetta Costituzione «provvisoria» (decreto legislativo luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151), nonostante il preambolo lo definisse «legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile della monarchia», si ricollega tradizionalmente alla forza formale della Carta in relazione alla legge ordinaria statale e alla sua posizione nella gerarchia delle fonti di produzione del diritto. Pertanto, è considerato flessibile quel testo nella quale le norme costituzionali, sebbene logicamente e politicamente sovraordinate rispetto alle norme legislative ordinarie, possono in qualunque momento essere modificate, abrogate o derogate con leggi ordinarie.
[...]
Lo Statuto albertino: la prima Costituzione degli italiani (ilprimatonazionale.it)
domenica 11 dicembre 2022
Luigi di Savoia Aosta, Duca degli Abruzzi
di Marco Valle
Un uomo, tante vite e tanti sogni che divennero imprese. Ecco Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi, un personaggio poliedrico, affascinante e decisamente anticonformista. Anche troppo per i suoi reali parenti. Con l’eccezione di uno spirito libero come la regina Margherita, moglie di re Umberto e tutrice di Luigi dopo la morte, a soli trent’anni della madre, gli altri membri di Casa Savoia faticarono a comprendere Luigi o non lo capirono del tutto. Racchiusi in logiche dinastiche passatiste, per tutti o quasi i Sabaudi il terzogenito di Amedeo, l’effimero re di Spagna, venne visto come un simpatico eccentrico, il parente eroico ma bizzarro. Talvolta ingombrante, persino fastidioso.
Il cugino Vittorio Emanuele III, che pur lo stimava e gli era a suo modo (ovvero ad intermittenza e parsimonia…) amico, gli negò pervicacemente il permesso per sposare Katherine Elkins, il grande amore di Luigi. La ragazza, figlia del senatore statunitense Davis Elkins magnate del carbone e dell’acciaio, era pur sempre una borghese, certamente ricchissima ma protestante e cosmopolita mentre Vittorio voleva appioppare a Luigi una granduchessa dei Romanov o qualche aristocratica balcanica. Risultato niente nozze e tanti flirt in giro per il mondo con una sorpresa finale (ma lo vedremo dopo).
[...]
Luigi Amedeo di Savoia Aosta, il principe avventuroso (e rubacuori) (ilgiornale.it)
venerdì 9 dicembre 2022
Il Re, i Soldati, il Generale che vinse, VI parte
Il nome del generale Armando Diaz, tratto dalla oscurità di un comando di corpo d'armata, apparve all'improvviso in primo piano.
Si vedrà nel testo, per quali
vie si concretasse quella decisione, sebbene non tutte le circostanze siano
chiare. Vittorio Emanuele si vantò della scelta come di un personale successo
(ed effettivamente lo era), ma la natura di questa scelta e i criteri che la
dettarono rimasero imprecisati. In distanza possiamo dire ch'essa partecipava
tanto di una ispirazione improvvisa quanto di una meditata riserva mentale. Il
«Re fotografo», dimostrò di essere effettivamente il «Re vittorioso».
L'episodio in sé, contribuisce
a chiarire ancora una volta l'interventismo risolutivo del carattere di Re
Vittorio. Egli, quasi sempre scarsamente fiducioso negli altri, impiegava —
alla fine — i poteri a sua disposizione per «muovere» la storia del suo Regno.
In questo senso non si capisce come possa attribuirglisi un «partito di corte»,
simile a quello che Umberto I tollerò ed ebbe. Vittorio Emanuele III « regnò»,
ma in talune circostanze emergenti «governò» poiché toccava a lui. Nessuno
penserà che la crisi di Caporetto sia stata superata dall'on. Orlando o la
liquidazione del fascismo determinata dal duca d' Acquarone che eseguiva, non
si sa ancora se bene o male, ordini precisi.
Né la cosiddetta «dittatura»
di Giolitti può considerarsi e capirsi «fuori» della diretta influenza del Re
Vittorio, che per un lungo decennio e più controllò Mussolini direttamente e,
dobbiamo crederlo, in termini non blandi se il dramma della Diarchia (al quale
era sfuggito Giolitti) si annunciò tanto presto e così virulento.
Dalle righe seguenti si vedrà come
si pervenne alla demolizione della Triplice alleanza e si potrà osservare,
sebbene di volata ed esposto con inevitabile aridità, quel quindicennio della
politica estera in cui non si saprebbe ignorare il costante, attentissimo e,
direi, esclusivo contributo del Re.
Difficilissima politica quella
delle «alleanze» e delle «amicizie»: alleanze con le Potenze centrali e
amicizie con l'Intesa occidentale. Si trattava di resistere alla lusinga sempre
più perentoria dell'«invincibilità» tedesca e austroungarica e a non «credere»
a quella, troppo interessata ai fatti compiuti, della Francia. Tutto ciò mentre
crisi sociali (ch'erano crisi di crescenza) non contribuivano al «prestigio»
così detto dell'Italia e gli ambasciatori stranieri (compreso lo stesso
Barrère, pur così assiduo corteggiatore delle simpatie italiane) tenevano nei
nostri confronti un linguaggio da sprezzanti ospiti di colonie tropicali.
In qualche modo il Re che
capiva di dover avviare alla vita statale le masse contadine e quelle operaie,
di più complessa composizione, non si preoccupò del «prestigio».
I termini della politica
estera italiana nel quindicennio tra l'avvento al trono e l'intervento,
recavano nomi assai più concreti e sostanziosi: si chiamavano «conversione
della rendita», a risoluzione di massima dei problemi operai», a «posto al sole»,
in Africa, identificazione di finalità pratiche che troviamo, quasi tutte,
nelle scarne linee delle memorie di Giovanni Giolitti.
Quelle finalità non cesseranno
con la sospensione degli ordinamenti liberali del ventennio fascista: verranno
perseguite dal Mussolini al quale, effettivamente, nell'animo di molti in
Italia si prestò sin quasi allo spirare del primo decennio fascista,
l'intenzione di adottare come uniforme, sebbene di taglio aggiornato, il
palamidone di Giolitti. Preferì, ahinoi, i gradi di caporale di onore.
Quella indifferenza al «prestigio»,
in un mondo in cui la corsa agli armamenti era cominciata il giorno della
presentazione a Napoleone III del primo cannone Krupp a tiro rapido, veniva
compensata dalla crescente forza militare e specialmente navale dell'Italia. La
guerra dì Tripoli, inizio del ciclo di guerre continentali non ancora chiuso,
controllata dalla diplomazia franco inglese da un lato, austro tedesca
dall'altro (a il ballo sulle uova» di cui parla il Giolitti) servì a porre in
allarme l'Inghilterra per quello, che, sul mare, gli italiani, se non allora,
avrebbero più tardi dimostrato di saper fare.
L'amicizia dell'Italia in un
eventuale conflitto contro le Potenze centrali o qualsiasi altro avversario a
oriente fu ricercata e dettata da circostanze strategiche immutabili: per la
Francia la necessità di sguarnire la frontiera sudorientale delle Alpi, e per
l'Inghilterra quella di non trovare nel bel mezzo della strada per le Indie un
avversario temibile. S'era già lontani dalla cinica e piuttosto orgogliosa
dichiarazione di chi disse, a proposito della nascita nel Mediterraneo di una
Italia unitaria e indipendente: «Tanti più porti avrete tanto più sarete
vulnerabili dalla squadra inglese»,
Anche tra i due fronti di
questa politica estera, insomma, una forza reale, indiscutibile, crescente,
sosteneva e coronava l'opera del Re e della democrazia traverso la quale egli
governava.
giovedì 8 dicembre 2022
L’anniversario della morte della Regina Elena. seconda parte
di Emilio Del Bel Belluz
Nel 1937 ricevette la Rosa
d’oro della Cristianità da parte del papa Pio XI, che riconobbe in Lei la donna
della carità. “Si era dedicata alla cura dell’encefalite letargica, per la
quale volle far venire dai Balcani, una speciale erba ritenuta salutare. Questa
sua passione le fece conferire l’Ordine Supremo della Croce Rossa Tedesca nel
1937, ed a guerra iniziata, nel 1941, le verrà conferita una laurea “ad honorem
“in medicina, dall’Università di Roma. Amò anche indossare spesso il camice ed
assistere ad operazioni chirurgiche”. (Historia –Guido Pietriccione)
Nel corso della seconda guerra
mondiale cercò in tutti i modi di fermare la guerra. Scrisse pure una lettera
alle mogli dei sei sovrani ancora neutrali, chiedendo loro di intervenire per
la pace. Il dramma della guerra colpì ancora una volta la sua vita. Uno dei
capitoli più difficili fu la perdita della figlia Mafalda, la sua
secondogenita. Morì nella solitudine di un campo di concentramento, dove era
stata richiusa da Hitler. La principessa Mafalda morì senza aver avuto la
fortuna di poter rivedere i figli, e il marito che era lontano. La morte la
colse il 28 agosto del 1944. Elena venne a sapere della scomparsa dell’adorata
figlia solo un anno dopo. La Regina Elena non poté mai portare un fiore sulla
tomba della figlia e questo fu un grande dispiacere. Alla Regina Elena non fu
risparmiato nulla dalla vita, ogni tipo di dolore, ma ella con la sua forza
seppe sempre superare, considerando ogni cosa come una prova che Dio le metteva
davanti e che doveva accettare. Quando dovette salire su una nave assieme al
marito Re Vittorio Emanuele III, e andare in Egitto ospite di Re Faruk, accettò
questa sua sorte e ancora una volta sostenne le sue prove con il massimo
impegno come sempre aveva fatto.” Il 12 maggio 1946 “Duca degli Abruzzi “entrava
nel porto di Alessandria d’Egitto, pavesato a festa; 101 colpi di cannone
salutarono l’arrivo di Elena e Vittorio in terra d’Egitto e re Faruk, ancora
giovane, ancora snello, ancora trionfante di magnificenza orientale, era venuto
a riceverli in persona “non come sovrani in esilio, ma come amici in visita”.
Il mare ancora una volta era vicino a lei, una
presenza che non l’abbandonava mai. Il Re Faruk che li ospitava fu davvero una
persona straordinaria, gentile e dotato di un cuore d’oro. Nel mondo non è
facile essere capiti e aiutati, quello che fece il sovrano d’Egitto Re Faruk
non è facile da spiegare, uomo di grande umanità che trattò i Savoia come se
fossero i suoi genitori. Aveva una grande simpatia per la Regina che sapeva
essere donna di cuore. Nel momento della sventura molti fingono d’essere
dispiaciuti, e non lo fanno con il cuore. La vita in Egitto fu quella di due
persone che dovettero mutare le loro abitudini e dimenticarsi di come vivevano
in patria. Quello che alla fine fece breccia nel cuore dei sovrani in esilio,
fu la grande fede in Dio che non li avrebbe mai abbandonati. Il periodo più
difficile fu quello del Santo Natale del 1947 in cui il Re si era dovuto
mettere a letto, non si sentiva bene, gli anni non erano molti ma le battaglie
che aveva fatto per il bene della sua patria erano davvero tante. Il dolore
dell’esilio fu grande perché molti lo avevano dimenticato troppo presto. La sua
morte è descritta molto bene nei libri. Fu un triste Natale quello del 1947,
molto diverso da quelli che aveva passato fino ad ora in Italia, con la sua
gente. Dicembre è il mese più magico dell’anno e per i cattolici è il mese
della nascita del Salvatore che scende in terra per portare la pace, e la
serenità. La morte del sovrano fu confortata dalla presenza della Regina Elena
che gli era rimasta accanto sempre in tutti i momenti difficili, che non lo
aveva mai lasciato solo, anche nelle decisioni importanti. Quel matrimonio
benedetto da Dio nel lontano 1896, che aveva resistito alle tante burrasche e
che ora continuava anche dopo la morte del re. Terribile il momento della sua
morte, e irrefrenabile il pianto della Regina Elena. Nel cuore della stessa
risuonavano le parole di conforto che le aveva detto al morente padre Ludovico
Foschi che aveva impartito l’estrema unzione. Il Re teneva la propria mano in
quella della sua amata Elena, la sovrana sentì attraverso la mano la morte che
arrivava. Erano le 14.30 del 28 dicembre 1947. Al capezzale non era giunto in
tempo il Re Umberto II, e questo era un segno del destino. I funerali vennero
fatti in forma militare, la cassa fu posta su un fuso di cannone come si faceva
per i personaggi. Un pezzo d’Italia lo pianse e il suo corpo fu sepolto in
Egitto, in una tomba dove furono incisi il nome e cognome e la data di nascita
e di morte. La sua esistenza si chiudeva in modo semplice, fu un uomo a cui
nulla era stato risparmiato. I suoi meriti dopo l’avvento della repubblica
furono cancellati, come si fa di solito per chiudere un periodo storico. In
Italia molti dei suoi soldati che avevano combattuto erano ancora vivi e almeno
loro lo ricordavano, per il suo coraggio e la determinazione su alcune scelte
del Paese. Dopo la sua morte la Regina Elena, su insistenza dei figli e degli
altri parenti, venne a vivere in Francia a Montpellier. La vita della Regina è
stata spesso raccontata dalla gente italiana che viveva come lei lontana dal
Paese, si trattava di italiani che lavoravano in Francia. Trascorreva i suoi
giorni nell’aiutare coloro che abbisognavano di ogni cosa per vivere; diede
fondo a tutti i suoi averi. Vedeva negli ultimi delle persone che potevano
ancora migliorarsi, se aiutate e supportate da qualcuno. In poco tempo molti si
accorsero di chi fosse davvero questa regina che vestiva in modo semplice e che
passava in mezzo al dolore fermandosi a portare soccorso. Il mare era anche per
lei il luogo dove si dedicava alla pesca, una sua grande passione e magari,
immaginava il proprio figlio Umberto II, in esilio a Cascais che alla sera era
intento ad ammirare il mare. Quando scrutava una nave pensava che fosse
italiana e che lo riportasse in Patria. Il Sovrano non conosceva la parola odio
che spesso veniva usata per diffamarlo. Il mare e i pescatori rappresentavano
il suo mondo. La Regina Elena qualche anno dopo raggiunse il marito. Il suo
ultimo pensiero lo rivolse alla famiglia e agli italiani, e a quella patria che
l’aveva amata e onorata. Quando la morte la raggiunse il buon Dio ha raccolto
il bene che ha fatto e le sofferenze che ha subito dalla vita. Quello che aveva
fatto più male alla regina era di non poter rivedere l’Italia e abbracciare il
suo popolo. Nessuna colpa le poteva essere attribuita: aveva sempre fatto il
bene del Paese e quello di tanti bambini che non l’avrebbero dimenticata. Al
suo funerale parteciparono cinquantamila francesi che avevano capito la sua
grandezza e tanti italiani giunti da più parti d’Italia per darle l’ultimo
saluto alla mamma d’Italia. Sono passati settant’ anni dalla sua morte e gli
italiani attendono con impazienza che la Regina d’Italia, Rosa d’Oro della
Cristianità nel 1937. e Serva di Dio dal 2001, possa essere fatta Beata. Questo
sarebbe un riconoscimento ad una donna che Dio aveva creato per servire il
popolo, non come Regina, ma come mamma che è il più grande titolo che una donna
possa avere dalla vita. Per i settant’ anni dalla sua morte i giornali, eccetto
rare eccezioni, non ne hanno parlato, ma a Motta di Livenza un grande artista
ha dipinto un quadro che la ricorda, un’altra persona ha stampato un Santino
che sul davanti riporta la foto della regina Elena vestita da crocerossina e
sul retro è raffigurato S. Leopoldo Mandic’, anche lui proveniente dalla terra
del Montenegro, una terra umile che ha dato i natali a due persone di grande
umanità. Per l’anniversario della sua morte alcuni poeti Le hanno dedicato
delle poesie. La dolcezza dei versi accompagna la sovrana Elena che amava pure
lei scrivere delle poesie. Questi poeti sono: Omar Battiston, Monia Pin, e
Antonella Montagner.