NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 30 luglio 2014

CELEBRAZIONE COMMEMORATIVA “GRANDE GUERRA”: CHI HA PAURA DELLA MONARCHIA?

Protesta il Conte Carlo Maria Ferrari di Valle Antica: “Sbagliato il logo delle celebrazioni".

Una lettera garbata, ma ferma nei suoi propositi. Il Conte Carlo Maria Ferrari di Valle Antica, non nasconde il proprio disappunto per quanto sta accadendo in questi giorni, in occasione delle celebrazioni commemorative per il centenario della Guerra del 1915/1918, la "Grande Guerra". 

"Quell'evento - spiega a nome dei monarchici umbri - vide la partecipazione di tutte le nazioni europee e dell'America e generò milioni di vittime. Fra essi anche cittadini ternani". Il Conte Ferrari di Valle Antica, ne cita uno quale esempio: "il 18enne Valentino Scarpettella, che cadde per la Patria donando la sua giovane vita all'Italia, a casa Savoia ed al suo Re, Vittorio Emanuele III".
Il suo nome è scolpito nel marmo del monumento ai caduti che si trova nei pressi dei giardini pubblici della Passeggiata, a Terni. "In quei tempi - scrive il Conte Ferrari - si andava all'attacco gridando 'Savoia' e fino al 1946 l'Italia era una monarchia, un regno retto da Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III. Per questo - afferma il Conte Carlo Maria Ferrari di Valle Antica, a nome dei monarchici umbri - ci sembra fuorviante il logo prescelto per queste celebrazioni, che raffigura un fante con un tricolore sullo sfondo. Per verità storica ed etica - conclude - la bandiera del Regno (perché in quel tempo vigeva la Monarchia) era sì un tricolore di origine repubblicana, ma con al centro la corona reale sopra la croce dei Savoia".













martedì 29 luglio 2014

Re Felipe: per reali no a lavoro con privati


Felipe VI cambia regole per i reali: più trasparenza nei conti della monarchia, un codice di condotta per chi lavora per la casa reale e, soprattutto, un divieto per i membri della famiglia - re, regina, i loro figli e gli ex re con le consorti - di lavorare per privati e ottenere compensi. 

Una misura quest'ultima che, se fosse stata in vigore durante il regno di Juan Carlos, avrebbe potuto impedire il coinvolgimento della sorella di Felipe, Cristina, nello scandalo che ha coinvolto il marito.

http://www.bresciaoggi.it/stories/Mondo/810389_felipeper_reali_no_a_lavoro_con_privati/?refresh_ce#scroll=500

lunedì 28 luglio 2014

La Monarchia e il Fascismo - settimo capitolo - II

Orlando, De Nicola e Gasparotto fra il sì e il no.

Orlando, De Nicola e Gasparotto si dibattono in continue indecisioni, fra accettazione e rinunzia. Nessuno osa apertamente passare all'opposizione, nessuno ha il coraggio di parlar chiaro. Orlando finisce di accettare ed entra nel listone fascista con la riserva che siano riconosciute quelle «idee liberali e democratiche che ho sempre professate ed alle quali intendo rimanere fedele» ma che Mussolini aveva già misconosciute e disprezzate proprio in quei giorni nel discorso di palazzo Venezia, che fu un discorso di assoluta e violenta intransigenza anti-liberale. L'accettazione di Orlando, pur con le riserve, è considerata una sottomissione all'indirizzo politico del Governo in un momento decisivo per la vita costituzionale della Nazione, quando cioè tutta la struttura del potere sta per assumere forme nuove e pericolose, in antitesi assoluta a quelle di cui l'Orlando fu maestro in passato. E' questo il momento in cui si preannuncia la presa di possesso della dittatura. Infatti L'Impero, il cui linguaggio si avvicina di più a quello dell'on. Mussolini, scrive testualmente proprio in risposta alla dichiarazione di Orlando: «Il fatto del Comando è legato più che intimamente all'Unico. Il comando ha necessità di solitudine, in quanto il capo deve sapersi attentamente e fedelmente ascoltare; il comando ha bisogno dei «pieni poteri», in quanto «deve essere pronto a tutte le velocità e a tutte le sterzate».

L'atteggiamento di Orlando non è gradito né ai fascisti per le sue platoniche riserve, né agli oppositori che vedono in lui un complice della politica mussoliniana. Il senatore Maffeo Pantaleoni, scrive a questo proposito sul Mezzogiorno dì Napoli: «Nella vecchia Camera, allorché, dopo la marcia su Roma, venne al potere Mussolini, com'è che allora Orlando si scordò di parlare sulla legge dei pieni poteri, e com'è che non aperse bocca in difesa del parlamentarismo, della democrazia, della Costituzione, della Monarchia, della libertà, del cittadino, allorché vide e udì la Camera trattata per quello che valeva? Dove erano allora i suoi ideali vissuti tutta la vita sua? L'aspide ha atteso nascosto nell'erba l'ora sua. Per ora ha fischiato e sibilato. Voglio tagliargli la lingua prima che punga e avveleni. La lingua? Certo la lingua, che se questa è tolta all'Orlando, che cosa di lui resta?».

De Nicola dopo tanti sì e tanti no finisce per accettare ed è autorizzato a compilare per la Campania una lista di suo gradimento, assumendo le prerogative del Duce.

L'Avanti! commenta: «La lettera di accettazione dell'ex presidente della Camera De Nicola è una lettera pietosa»... « Egli prostituisce se stesso, il suo passato, la sua fede liberale tante volle conclamata la sua dignità di uomo politico. De Nicola è al di sotto, come figura morale e politica, dello stesso Orlando il quale almeno ha mascherato il suo «obbedisco» con riserve di carattere politico che ha dato come accettate dal governo. Il fatto    preciso e  inconfutabile che noi oggi abbiamo il dovere di      rilevare è questo: De Nicola, Orlando, De Nava e Pasqualino Vassallo nonostante le riserve di qualcuno che, ripetiamo, non hanno che un valore esteriore e una portata  insignificante, entrando nella lista ministeriale hanno implicitamente accettato di combattere e lottare contro i principi liberali e democratici dei quali vorrebbero far credere di essere fedeli custodi. E' una verità inoppugnabile contro la quale invano tenteranno manovre e speculazioni i nuovi lacchè di Mussolini e del Fascismo. Essi vanno confusi coi vari Gasparotto, Casertano, Cermenati e altri che malgrado il deciso atteggiamento del proprio partito, la democrazia sociale, non hanno esitato a disertare le file della loro organizzazione per accedere all'invito foro fatto di entrare nel listone».

Entra pure fra i candidati del governo l'on. Porzio,      che si schiera con De Nicola contro la lista liberale di Amendola, Roberto Bracco e Bencivenga, il cui coraggioso atteggiamento è stato veramente eroico.
Ma De Nicola si ritira improvvisamente dalla lotta      proprio nel giorno che avrebbe dovuto pronunciare il    discorso elettorale alla vigilia delle elezioni. In questo discorso comunicato poi ai giornali, De Nicola dice essere «ingiusto e pericoloso far risalire all'istituto parlamentare le mende e gli errori che
erano del periodo anormale che la Nazione traversava» e continua assumendo la difesa del      fascismo il quale, secondo lui, «sorse come protesta di un eccesso di violenza sovvertitrice della vita nazionale s'affermò e vinse come protesta contro un     eccesso di debolezza. Le intemperanze dell'ala estrema del Partito Socialista gli diedero vita; la instabilità e, l'atonia dei governi minacciati più da scogli nascosti che da venti avversari, costretti a sciupare tempo ed energia nella propria difesa, piuttosto che nella difesa dello Stato contro i pericoli della rivo1uzione e della stessa controrivoluzione, gli assicurarono la vittoria».
I comunisti affermano in un loro comunicato ed egli lo conferma che il motivo del ritiro di De Nicola è stato provocato dalla richiesta di un contraddittorio, richiesta determinata dalla speranza di poter esporre il proprio pensiero in un momento in cui non è loro possibile tenere riunioni, e sopratutto per dimostrare «come si spieghi con esito perfetto l'unione del movimento liberale col movimento fascista nell'attuale circostanza storica, senza alcuna contraddizione». De Nicola non smentisce le sue aderenze al fascismo e cinque anni più tardi accetterà da Mussolini - in pieno regime corporativo e totalitario (il che significa piena adesione alla dittatura) la nomina a senatore.

A Milano entrano nel listone l'avv. Boeri, l'on. Gasparotto, il «don Chisciotte della democrazia liberale milanese», assieme a Mussolini, Farinacci, Ezio Maria Gray, Teruzzi, Gioacchino Volpe, Alfieri e Massimo Rocca. Il Gasparotto sconsiglia anche la lista autonoma della democrazia sociale poiché ciò significherebbe opposizione al governo ed egli non vuol recare dispiacere a Mussolini.

Giolitti parlando a Dronero giustifica l'avvento fascista, accusando i popolari di avere posto il «veto» al suo ritorno al potere e i socialisti di aver reso impossibile il funzionamento del Parlamento poiché i   deputati dell'estrema avevano per programma di votare contro qualunque governo. «Dopo questa ripetuta constatazione - egli dice - della impotenza alla quale era stato ridotto il Parlamento a costituire e sostenere un governo, vi è forse da meravigliare che un'altro governo sia sorto fuori dell'orbita parlamentare E di questa deviazione del regime parlamentare hanno forse ragione di dolersi i dirigenti del Partito Socialista, del Partito Popolare, proprio essi che hanno reso impossibile un governo parlamentare? Poteva il Paese restare senza governo»?


Anche d'Annunzio fa sentire la sua voce, ma non si comprende bene quali siano le sue impressioni sul fascismo, se non attraverso deduzioni: in un telegramma agli scrittori francesi contro la deportazione di Unamuno egli staffila De Rivela come un «soldataccio che sbuffa e scalpita, incrociando la sua sciabola di legno dipinto, con la sottile e formidabile penna del grande scrittore». Al ministro Cicerin telegrafa: «Salute al popolo russo, che vedrà tutte le mie divinazioni e tutte le mie previsioni avverarsi e compiersi. Fui il primo a vedere nell'orrore di ieri la luce di domani». E' il periodo di crisi... filo-bolscevica del Comandante dei legionari fiumani. Egli attento alla tragedia del popolo russo e sensibile a quella del popolo spagnolo ma non sente la situazione italiana. Eppure è il solo In Italia che potrebbe parlare, sia pure con atteggiamento di artista ma con accento di patriottismo alto ed elevato e senza bisogno di trasferirsi da una parte o dall'altra della barricata. Messaggeri di tutti i partiti vanno a lui sottoponendosi a lunghe, attese, a snervanti anticamere per poi essere delusi da certi suoi atteggiamenti melodrammatici. E preferisce tacere.

lunedì 7 luglio 2014

La Monarchia e il Fascismo - settimo capitolo - I

(Prima metà del 1924)

Dopo la riforma elettorale si tenta la riforma costituzionale. 
Le elezioni del 6 aprile danno al Governo una maggioranza imponente, docile e servile. 
Il crollo dello Stato liberale.

Mussolini può fare a meno dei pieni poteri.
Dopo la riforma elettorale il governo tende alla riforma costituzionale che avvierebbe l'Italia ad una specie di Cancellierato. Il Re è già prigioniero della dittatura così come Mussolini è un poco prigioniero dei gerarchi ed il popolo italiano è vittima del suo stesso facile entusiasmo, della sua spensieratezza.
L'anno 1924 si apre con questo particolare programma annunciato a Brescia da Michele Bianchi: «La XXVII legislatura sarà forse chiamata a fare un codicillo all'ultima legge elettorale politica... E, vi sarà anche, o signori, da pensare se le attuali attribuzioni del Parlamento non debbano opportunamente subire qualche limitazione». Si prospetta insomma una riforma che intaccherebbe profondamente il funzionamento del sistema parlamentare e ferirebbe in tal modo le basi istituzionali dello Stato. E l’Impero del quale, è notorio, il Duce si serve con note politiche personali, si domanda: 
La salma di Lenin
«Ma a che cosa deve dunque tendere il fascismo se non a creare uno Stato fascista?». Si grida allo scandalo, eppure questa campagna fascista per la revisione della costituzione ha le sue origini nel 1919-1922 scatenata proprio dagli estremisti - socialisti e repubblicani quelli che ora fanno la voce più grossa si agitano e protestano. I socialisti poi, che imprecano tanto contro la dittatura di Mussolini, commemorano la morte di Lenin inneggiando alla dittatura del proletariato.

In questa atmosfera Mussolini emana il decreto di scioglimento della Camera, e fissa le elezioni per il 6 aprile. Commentando questa sua decisione in un discorso agli ufficiali della Milizia egli dice: «La ragione fondamentale della rinuncia dei pieni poteri è nella constatazione che l'opera è bene avviata e che oramai non è più possibile tornare indietro. C'è qualche cosa in Italia che è morto e ben morto». 
Mussolini, indette le elezioni parla ai gerarchi a Palazzo Venezia

E continua attaccando implacabilmente tutti i partiti politici senza alcuna distinzione ed identificando il fascismo col governo:
«Quando tutti gli avversari si saranno convinti che quella dell'ottobre 1922 non è stata una semplice crisi ministeriale, quando tutti gli avversari cominceranno a rendersi conto che noi non siamo soltanto un governo ma siamo dei portatori di un nuovo tipo di civiltà, quando insomma si renderanno conto dell'irrevocabile fatto compiuto, si potrà parlare di disarmare: prima no, sarebbe delitto e follia. Chi è contro il fascismo e contro il partito è necessariamente contro il governo e contro di me. lo giuro alla memoria di tutti i nostri martiri, e lo giuro sicuro di interpretare il vostro intimo pensiero, che noi ieri come oggi e oggi come domani, quando si tratta della Patria e del fascismo, siamo pronti ad uccidere e sia mo pronti a morire! ». Poi la chiusa drammatica del discorso: «Chi tocca la Milizia avrà del piombo».
Il discorso suscita profonda impressione, ma nessuno degli appartenenti ai partiti- popolari, democratici, demosociali e liberali si ribella. Anzi Salandra incita i suoi amici a «entrare nella lotta a fianco del governo fascista, per rafforzarne e fiancheggiarne l'opera, senza riserve mentali e con lealtà confessata: chi si sente ancora liberale non può avere altra condotta». Alberto Giovannini rifiuta di schierarsi con l'opposizione fiducioso in una rivalorizzazione degli istituti fondamentali dello Stato e nel rinnovamento del costume politico: «l'opera del Presidente del Consiglio a tale fine è manifesta, perciò non da oggi il Partito Liberale ne vuole il successo».

Benedetto Croce intervistato dal Corriere Italiano augura che sia largamente sentita la necessità di non compromettere l'opera di restaurazione iniziata dal Governo e che il Paese procuri di dare ad esso la compatta maggioranza che chiede. Aggiunge poi che il nuovo sistema elettorale può, in sostanza, normalizzare la situazione, perché guardando alla sostanza e non all'apparenza, solo traverso il nuovo sistema elettorale si può eliminare il dualismo fra rappresentanza legale del Paese e un partito che lo tiene sotto controllo: formata una nuova Camera e una maggioranza, è chiaro che si sarà rientrati nella legalità e nel buon sistema costituzionale. Avendogli il giornalista domandato se il fascismo poteva creare un sistema politico nuovo, il Croce ha detto: « Per parte mia, come storico e come filosofo, non escludo, in tesi generale, che qualche cosa di politicamente nuovo possa sorgere dal travaglio presente della vita italiana ed europea. Lo spirito umano è libero e creatore, e nessuno schema intellettuale può imprigionare questa sua forza creativa. Dunque, potrà ben darsi che il fascismo crei un sistema politico affatto diverso dal liberalismo. Ma, per ora, non ne vedo in modo definitivo neppure le prime linee. Se qualche cosa riesco a vedere, è invece lo spontaneo avviamento ad un ritorno, come si dice, alla legalità, cioè alle istituzioni nazionali» (1).

Rinnovati e violenti attacchi dei giornali fascisti  dello stesso ufficio stampa del partito frammisti a minacce di «una giustificata irrefrenabile violenza» portano un disorientamento fra i gruppi delle varie tendenze che vengono invasi dalla indecisione. I popolari adottano la formula «né opposizione né collaborazione», ma contro il centrismo equivoco di don Sturzo insorgono i filo-fascisti Meda, Micheli e Bertone. L'Osservatore Romano dal canto suo in una nota dice che il maggior bene del Paese è inseparabile dalla morale e dalla religione cattolica e se ne deduce che il Vaticano ha inteso invitare i cattolici a votare per il governo che difende la religione. Il giornale popolare Domani d'Italia inizia una campagna di astensione dalle elezioni come affermazione di antifascismo, ma la direzione del partito lo sconfessa.


(1) Questa intervista, di importanza enorme dato l'atteggiamento di ostilità accusatrice verso il Re assunto più tardi dal Croce, veniva riportata nella primavera del 1944 da un settimanale socialista Bandiera rossa di Napoli e mise in subbuglio il circolo di casa Croce e lo stesso filosofo dimentico oramai dell'apologia fatta del fascismo e del suo fondatore.