di Pierluigi Battista
A Roma e a Napoli in questi giorni si rischia di oltrepassare una soglia, di smarrire il senso del limite e di cadere in una sorta di smania iconoclastica
Da sempre la toponomastica significa lotta politica con altri mezzi.
Accade
sempre, dappertutto, quando i regimi crollano, quando si chiude con dolore e
violenza un capitolo della storia: non c’è da scandalizzarsene. Ma a tanti anni
di distanza si rischia di esagerare, di smarrire il senso del limite. Certo che
ha un senso se, come è accaduto in questi giorni, a Roma si chiede di cambiare
l’intestazione delle vie dedicate a chi promosse e diede parvenza
pseudoscientifica ai provvedimenti razzisti sfociati nelle leggi del ’38. Ma
invocare la damnatio memoriae per
Vittorio Emanuele III, come ha proposto e deliberato il sindaco di Napoli de
Magistris, oltrepassa una soglia, si trasforma in smania iconoclastica, come se
l’azzeramento del passato in blocco potesse redimere il presente e la
purificazione toponomastica potesse ricreare un mondo senza brutture. E senza
storia.
[...]
Ma oggi, dopo tanti decenni, che senso ha? Ha un senso che non sia
premiato chi firmò il «Manifesto della razza», non ne ha la cancellazione di autorità
di Casa Savoia, che pure qualche ruolo nella nascita dell’Italia unita nella
quale viviamo lo ha esercitato. O no? Per cui la guerra toponomastica, a meno
di casi clamorosi e indifendibili, dovrebbe chiudersi qui. La memoria del
fascismo e dei suoi orrori non viene rafforzata dalle esagerazioni e dai colpi
mediatico-propagandistici. Anzi.
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