NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 12 settembre 2026

"Io, in visita dal Re dopo l’esilio". Fernanda nella villa di Umberto

"I principini giocavano in giardino con l’ex sovrano sullo sfondo dell’oceano" racconta nelle memorie. Viaggio per consegnare l’ultima bandiera sabauda ammainata dal Quirinale. I consigli del vinto al referendum.




La repubblica era nata, ma sul torrione del Quirinale sventolava ancora la vecchia bandiera con lo scudo sabaudo. Il 13 giugno 1946 Umberto II di Savoia lasciò l’Italia. Partì in aereo per il Portogallo. Un ufficiale di vedetta lo vide decollare e diede l’ordine di ammainare la bandiera. Da quel momento, di quella bandiera si perdono le tracce. Nessun verbale, nessuna riga nei libri di storia ne racconta la sorte. A sciogliere il mistero, ottant’anni dopo, è un diario del 1946, "Carissima Bandiera".

Lo scrive Fernanda Capece Minutolo (1897-1977), aristocratica legata all’alta nobiltà napoletana: "Il 14 Giugno non era più sulla torretta del Quirinale e il 18 partiva in volo con me verso l’Esilio!". È l’inizio di una storia dimenticata per ottant’anni: quella di una bandiera che, mentre l’Italia voltava pagina, scelse di attraversare il confine insieme a chi non era ancora pronta a farlo. Il 18 giugno 1946 Fernanda sale su un aereo e attraversa l’Europa in missione: nel bagaglio, avvolta come una reliquia, porta con sé quella bandiera. Destinazione Sintra, dove Umberto II vive in esilio volontario con la famiglia reale.

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"Io, in visita dal re dopo l’esilio". Fernanda nella villa di Umberto

3 settembre 1943 La resa senza condizioni


di Aldo A. Mola

 

Alle prese con cronache irrilevanti, i “media” hanno ignorato l'anniversario dell'evento che il 3 settembre 1943 cambiò la storia d'Italia, a conclusione della guerra contro Francia e Gran Bretagna, intrapresa con azzardo il 10 giugno 1940 e proseguita con errori rovinosi. Basti ricordare la dichiarazione di guerra contro l'Urss sulla scia di Adolf Hitler (giugno1941) e contro gli Stati Uniti d'America (11 dicembre 1941). La resa umiliante sottoscritta a Cassibile (Siracusa) ebbe conseguenze catastrofiche. Una certa Italia, ultranazionalista e fatua, mise a rischio l’indipendenza formale e sostanziale della Patria.

 

Un re costituzionale

Nell’estate del 1943 Vittorio Emanuele III esercitò i poteri di re costituzionale per smantellare il regime fascista, avviare trattative armistiziali con gli angloamericani e traghettare l’Italia dalla guerra a fianco della Germania di Hitler alla cobelligeranza con le Nazioni Unite. Il suo disegno riuscì solo in parte. Alla conferenza di Casablanca (14-26 gennaio), nella quale decisero l'attacco all'Italia, i vincitori avevano stabilito che i vinti dovevano arrendersi “senza condizioni”. L’Italia perse la guerra mentre tante sue forze armate erano in terre lontane dai confini nazionali. La 4a armata, in quel momento in Provenza, ricevette l’ordine di rientrare e fu sciolta. Dopo trattative complesse (fu il caso della futura “Garibaldi” in Jugoslavia) altri corpi passarono sull’altro lato.

Il 4 giugno 1943 Vittorio Emanuele III respinse il suggerimento di Dino Grandi (destituire Mussolini “con un colpo di forza”) e gli fece intravvedere un’altra via: «Oggi il Parlamento tace; è imprigionato, lo so; ma c’è anche il Gran Consiglio che potrebbe costituire un surrogato del Parlamento.» Dopo l’ennesimo inconcludente incontro di Mussolini con Hitler a Villa Gaggia presso Feltre lo stesso giorno del bombardamento angloamericano su Roma (19 luglio 1943), a fronte dell’incapacità del “duce” di separare le sorti dell’Italia da quelle della Germania, il re ne decise la revoca da capo del governo, da tempo in programma, e la sostituzione con il maresciallo Pietro Badoglio.

Il 22 luglio 1943, due giorni prima che il Gran Consiglio si riunisse a Palazzo Venezia, 63 senatori «presenti in Roma, sicuri interpreti di quanti hanno a cuore le gloriose tradizioni del Senato del regno […], data la gravità della situazione» chiesero al presidente Giacomo Suardo di convocare «in seduta plenaria» la Camera Alta che non si riuniva da ormai quattro anni.

Prima che fosse esaminata, la richiesta venne scavalcata dagli eventi, a cominciare dalla seduta del Gran Consiglio del fascismo, convocata da Mussolini per le 17 del 24 luglio e conclusa verso le 2:30 del 25 con l’approvazione a larga maggioranza (19 voti favorevoli, 9 contrari e 1 astenuto) dell’ordine del giorno presentato da Dino Grandi, con adesione di Giuseppe Bottai e Luigi Federzoni. Esso mirò a salvaguardare il Gran Consiglio, la Camera dei fasci e tutte le istituzioni del regime. Invitò «il Governo a pregare la Maestà del Re […] affinché Egli voglia per l’onore e la salvezza della Patria assumere con l’effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio della nostra Augusta Dinastia di Savoia». L’appello si risolveva nella richiesta dei gerarchi alla “monarchia fascista”, come recitò l'odg, di accollarsi il peso della guerra, che precipitava verso l’ormai inevitabile sconfitta e quindi di addossarsi la responsabilità del loro stesso fallimento: una proposta astuta ma irricevibile da parte della Corona, che da tempo approntava la separazione della monarchia dal regime che da quasi vent'anni ne insidiava le prerogative e la sminuiva nell'opinione pubblica interna ed estera. Vittorio Emanuele III agì certo per il trono e per la dinastia, ma altresì per l’Italia nata dal Risorgimento, dalle guerre per l'indipendenza e quasi tutta unificata dal 1918.

La mattina di domenica 25 luglio Mussolini chiese udienza al re, con un giorno di anticipo sul consueto incontro del lunedì. Alle cinque del pomeriggio il re lo ricevette. Premesso che l’Italia era “in tocchi”, in un brevissimo colloquio gli comunicò la revoca da capo del governo e la sua sostituzione con Pietro Badoglio, a lui inviso e allontanato dal potere il 4 dicembre 1940, al fallimento della guerra contro la Grecia. “Fermato” (non “arrestato”, a differenza di quanto solitamente si legge), Mussolini si dichiarò pronto a collaborare. Vittorio Emanuele III non ne aveva alcun bisogno.

 

 

Gli antifascisti dinnanzi alcolpo di Stato

Su tacito impulso del re e di concerto con il ministro della Real Casa Pietro d’Acquarone, il capo di Stato Maggiore generale Vittorio Ambrosio aveva allestito il piano per “far sparire” Mussolini. Non per ucciderlo, come taluno interpreta, ma isolarlo e renderlo irreperibile, in modo che non potesse capitanare movimenti fascisti eversivi. Il progetto del sovrano risultò analogo a quello prospettatogli il 2 giugno da Ivanoe Bonomi (1873-1951), un tempo socialriformista, democratico, già ministro della Guerra nell’ultimo governo presieduto da Giolitti, presidente del Consiglio (luglio 1920-febbraio1922) e collare della SS. Annunziata (e quindi “cugino del re”).

Benché non avesse motivo di fidarsene ciecamente, il re optò per Badoglio. Lo sapeva noto e anche apprezzato all’estero, in specie dai francesi, e non ne ignorava i contatti con gli inglesi, ai quali, documenta Elena Aga Rossi, il maresciallo aveva comunicato di non ritenersi più vincolato a Casa Savoia e di essere pronto a sostituire Mussolini. Il premier britannico Winston Churchill ne prese nota.

Il voto del Gran Consiglio colse di sorpresa gli antifascisti “moderati”. Il pomeriggio stesso della seduta, Bonomi venne informato dell’ordine del giorno Grandi dal massone Domenico Maiocco, su incarico dell'antico quadrumviro e monarchico Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon. Il 28 luglio in casa di Giuseppe Spataro gli esponenti di sei “correnti” (liberale, democratica, cattolica, di azione, socialista e comunista) incaricarono Bonomi di illustrare le «questioni – a loro avviso – urgenti» a Badoglio, capo del «governo militare del Paese, con pieni poteri». Il 29 si costituirono in comitato nazionale. Dalla mera “osservazione” passarono dunque al “colloquio” con il maresciallo, che a Bonomi parve di «molta inesperienza politica, ma molta buona volontà».

 

Badoglio al governo

Come documentano i verbali del Consiglio dei ministri pubblicati a cura di Aldo G. Ricci,, nella sua prima riunione, il 27 luglio 1943, il governo approvò schemi di decreti legge che voltarono pagina nella storia d’Italia: soppressione del Partito nazionale fascista, del Gran Consiglio del fascismo e del Tribunale speciale per la difesa dello Stato; scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni; sostituzione di Giacomo Suardo con il grande ammiraglio Paolo Thaon di Revel alla presidenza del Senato; nomina del generale Quirino Armellini al comando della Milizia volontaria di sicurezza nazionale, che assunse per distintivo le stellette dell’esercito al posto dei fasci. Carmine Senise fu nominato capo della Polizia, militarizzata e sottoposta alla legge penale militare. Una mole di misure così ampia e di vasta portata non fu frutto di improvvisazione. Nelle settimane precedenti “la svolta”, Badoglio era stato ripetutamente in udienza dal re.

Il maresciallo aveva due obiettivi: reprimere drasticamente prevedibili proteste a favore di Mussolini e del fascismo; mostrare all’estero di avere il controllo dell’ordine pubblico. Conseguì lo scopo e mostrò agli angloamericani che il “governo del re” era l’unico interlocutore affidabile e garante delle condizioni di resa, messe a punto dagli alleati prima ancora di sbarcare in Sicilia e di accelerare la crisi del regime.

Il 5 agosto il governo tenne la sua seconda seduta e varò altre importanti misure: cancellazione del fascio littorio, funzionamento della giustizia e del corpo diplomatico, organico dei carabinieri, reintegrazione di docenti ingiustamente rimossi dal regime e devoluzione dei patrimoni di non giustificata provenienza, mentre i giornali (i cui direttori erano di nomina post-fascista) denunciavano i “profitti di regime”.

 

Verso la fine della guerra: “armistizio” o “resa senza condizioni”?

Il 7 agosto il re autorizzò l’avvio di contatti con gli angloamericani per approdare a trattative armistiziali. Come scrisse nelle memorie, mai confutate al riguardo, il generale Giuseppe Castellano (1893-1977), il più giovane dell’esercito italiano e di piena fiducia del sovrano, si offrì di raggiungere in qualsiasi modo il comandante delle forze angloamericane sul fronte europeo, Dwight Eisenhower, «per far conoscere le nuove intenzioni dell'Italia dopo la caduta del fascismo», a cospetto della «già palese occupazione da parte dei tedeschi».

La mattina del 12 agosto il comandante supremo Vittorio Ambrosio gli ordinò di partire il giorno stesso per Lisbona con il compito di prendere contatto con il comando angloamericano. In un incontro del tutto casuale, il ministro degli Esteri Raffaele Guariglia gli raccomandò di non farsi scoprire e di chiedere agli Alleati di sbarcare a nord di Roma per metterla al sicuro dai tedeschi. Guariglia riteneva che le trattative armistiziali dovessero rimanere riservato dominio del corpo diplomatico. Non percepiva che per gli angloamericani la resa dell’Italia non era una questione politica ma prettamente militare. Contrariamente a quanto si pensava a Roma, l’Italia non aveva nulla da “trattare”. Doveva solo ricevere ed “eseguire” le condizioni che le sarebbero state dettate.

Privo di credenziali, a parte l’invito a riceverlo, scritto su un biglietto dall’ambasciatore britannico in Vaticano, Francis D’Arcy Osborne, al suo collega a Madrid, Samuel Hoare, Castellano partì con passaporto intestato a tale Raimondi, funzionario del ministero di Scambi e Valute. Poiché non conosceva l’inglese si valse quale interprete di Franco Montanari, nipote di Badoglio e console italiano a Lisbona. Il viaggio fu avventuroso. A Genova il loro vagone rischiò di essere dirottato verso Torino, donde sarebbe proseguito in direzione Bardonecchia-Modane: una linea interrotta da bombardamenti. Fortunatamente poté proseguire verso la Costa Azzurra. Partito da Roma il 12, Castellano giunse a Madrid il 15. Profittò di una sosta di poche ore per farsi ricevere dall’ambasciatore Hoare, conservatore e buon conoscitore dell’Italia, ove dal 1917 era stato in servizio per i servizi segreti militari britannici.

Fattosi riconoscere, Castellano fu accolto con cordialità ed espose con franchezza non solo le tragiche condizioni dell’Italia ma anche l’intento di combattere i tedeschi. Hoare gli dette un biglietto per il collega a Lisbona, Ronald Campbell, e gli assicurò che avrebbe tempestivamente informato gli Alleati del suo arrivo. Giunto a Lisbona alle 22 del 16 agosto il generale cercò il contatto con l’ambasciatore britannico. Accolto con formale cortesia, in un primo rapido colloquio ebbe la sensazione che Londra non fosse stata affatto informata e non lo avesse allertato. Rimase due giorni in attesa di convocazione tramite un messaggio firmato “du Bois”, che sarebbe stato recapitato a Montanari.

Solo alle 22:30 del 19 agosto Castellano fu finalmente ricevuto da Campbell, nel frattempo raggiunto dal generale Walter Bedell Smith, capo di Stato Maggiore del comando alleato ad Algeri, dall’incaricato d’affari statunitense George Kennan e dal generale Kenneth Strong, capo dell’Intelligence Service angloamericano: una delegazione del massimo livello, che lo salutò con un cenno del capo. Castellano cercò di esporre il suo punto di vista, da comunicare al comandante supremo Dwight Eisenhower: gli italiani intendevano concorrere alla guerra contro i tedeschi. Smith rispose freddamente leggendogli le condizioni della resa che l’Italia era tenuta a sottoscrivere senza obiezioni né riserve di sorta entro le 24 del 30 agosto (il cosiddetto “armistizio breve”) e gli illustrò la Dichiarazione redatta il giorno prima da Roosevelt e da Churchill nel corso della conferenza di Québec (14-24 agosto).

Castellano rifiutò di commentare i documenti che era tenuto a recare a Roma, ma se ne fece illustrare ulteriormente i contenuti e perorò uno sbarco angloamericano nelle vicinanze di La Spezia e uno presso Rimini per costringere i tedeschi ad arretrare per difendersi nell’Italia settentrionale, «abbandonando tutta la parte centro-meridionale». I suoi interlocutori lo ascoltarono «impassibili». Castellano aggiunse infine che «per condurre a termine i preparativi di una effettiva collaborazione» il governo italiano aveva bisogno che trascorressero almeno quindici giorni tra la firma segreta della resa e il suo annuncio. Al riguardo non ottenne alcun chiarimento. Fornito di una radio ricetrasmittente, di cifrario e di una “parola chiave” per aprire le comunicazioni, il 23 agosto partì in treno per Roma. Vi giunse il 27, tre giorni prima della scadenza fissata all’Italia per l’accettazione della resa. Poco dopo la sua partenza, con missione identica alla sua, approdarono a Lisbona i generali Francesco Rossi e Giacomo Zanussi, già addetto militare a Berlino e quindi ricevuto freddamente dagli interlocutori, che gli consegnarono sia lo strumento di resa già dato a Castellano sia clausole aggiuntive, il cosiddetto “armistizio lungo”, approntato, come il “corto”, molto prima che gli italiani contattassero gli alleati. Giunto a Roma Castellano consegnò i documenti al comandante supremo Ambrosio, che li comunicò a Badoglio.

Mentre continuavano i durissimi bombardamenti “pedagogici” sulle principali città italiane (il 13 agosto Roma, poi Torino, Milano, Napoli, Foggia…), appreso che il governo Badoglio si stava avviando alla resa, nel Memorandum di Quebec del 18 agosto 1943 il presidente degli Stati Uniti d’America Franklin Delano Roosevelt e il premier britannico Winston Churchill avevano dichiarato che «la misura nella quale le condizioni [di resa] saranno modificate in favore dell’Italia dipenderà dall’entità dell’apporto dato dal Governo e dal popolo italiano alle Nazioni Unite contro la Germania durante il resto della guerra». Gli italiani avrebbero ricevuto tutto l’aiuto possibile delle Nazioni Unite ovunque avessero combattuto contro i tedeschi. Al momento dell’armistizio il governo di Roma doveva ordinare alla flotta e agli aerei di consegnarsi agli alleati. Dai porti del Nord le navi dovevano recarsi «nei porti a sud della linea Venezia-Livorno». Roma ne dedusse che gli angloamericani si sarebbero attestati a nord di Roma e di Firenze a ovest e sulla costa romagnola a est.

 

Nei due giorni seguenti al rientro di Castellano, il maresciallo Badoglio, Ambrosio, d’Acquarone e il generale Giacomo Carboni, comandante del corpo d’armata schierato a difesa di Roma, valutarono con lui le condizioni della resa. Informato il 29 agosto dell’esito della missione a Lisbona, il re ne colse l’aspetto fondamentale: mentre comunicavano le durissime clausole “senza condizioni” gli angloamericani chiamavano a risponderne il “governo del re”. Quindi la continuità istituzionale dell'Italia era salva, proprio quale garante della loro esecuzione. Pertanto, nell’impossibilità assoluta di invertire il corso della storia e nell’urgenza, anzi, di rompere l’alleanza con i tedeschi, ormai dilaganti nel Paese, Vittorio Emanuele III concluse che la resa andava sottoscritta così com’era imposta. Dopo la revoca di Mussolini e la decisione di avviare il contatto con gli angloamericani per l’armistizio, fu la terza decisione di fondamentale importanza per le sorti dell’Italia assunta nel volgere di 36 giorni da chi era “capo supremo dello Stato” in forza dell’art. 5 dello Statuto.

Il 31 agosto Castellano partì con Franco Montanari per l’aeroporto di Termini Imerese, indicatogli dagli Alleati, che ne scortarono il volo. Trasferito al loro campo presso Cassibile, illustrò il memorandum approntato dal ministro degli Esteri Raffaele Guariglia. Il governo aveva bisogno che l’annuncio della resa coincidesse con un massiccio sbarco degli Alleati (almeno quindici divisioni) a nord di Civitavecchia e con il lancio di una divisione di paracadutisti nei pressi di Roma a supporto delle divisioni italiane schierate a difesa della capitale e, implicitamente, del vulnerabilissimo Stato della Città del Vaticano.

Gli angloamericani si limitarono a promettere l’aviolancio di 2.000 uomini e intimarono l’accettazione immediata delle condizioni di resa senza alcuna obiezione. Rientrato in serata a Roma, il 1° settembre Castellano aggiornò Badoglio, Ambrosio e Carboni. Questi dichiarò impossibile la difesa di Roma per carenza di armi, munizioni e carburante, a differenza di quanto da lui affermato in precedenza. Nel pomeriggio il re sciolse ogni riserva. La resa era l’ineluttabile approdo del cammino intrapreso il 25 luglio.

Seguirono due giorni di confusione. Il 2 settembre, sempre affiancato da Montanari quale “official italian interpreter” e accompagnato dal maggiore Luigi Marchesi, Castellano volò per la seconda volta a Termini Imerese per essere condotto al Fairfield angloamericano di Cassibile. Poiché, però, si presentò senza le necessarie credenziali, dovette insistere ripetutamente affinché Badoglio ufficializzasse la sua missione di rappresentante del governo. A volte il maresciallo appariva l’ombra di sé stesso. Anche il principe ereditario Umberto di Savoia lo notò e ne rimase sfavorevolmente impressionato.

Sin dal 1° settembre il Comitato Centrale interpartitico antifascista era informato di quanto stava avvenendo tramite Luigi Rusca, amministratore delegato della casa editrice Mondadori, richiamato alle armi con il grado di tenente colonnello e addetto al Servizio Informazioni Militari. Per capire meglio, Bonomi chiese un colloquio con Badoglio, che però, giustamente allarmato dalla fuga di notizie implicita nelle sue domande, rimase silenzioso, «molto turbato e preoccupato».

Alle 17:15 di venerdì 3 settembre «per il Maresciallo Pietro Badoglio, capo del governo italiano» Castellano, «generale di brigata, addetto al Comando supremo italiano», e Walter B. Smith, maggior generale dell’esercito statunitense e capo di Stato Maggiore «per Dwight Eisenhower, generale dell’esercito degli USA, comandante in capo delle forze alleate», sottoscrissero le condizioni della resa (“surrender”) dell’Italia presentate per delega degli Stati Uniti e della Gran Bretagna e nell’interesse delle Nazioni Unite, comprendente l'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (URSS). Esse imposero il trasferimento immediato della flotta e degli aerei nelle località designate dal comandante in capo alleato, con i dettagli di disarmo da lui fissati, la garanzia immediata del libero uso da parte degli alleati di tutti gli aeroporti e porti navali in territorio italiano, l’immediato richiamo a proprio carico in Italia delle forze armate dislocate all'estero e la garanzia da parte del governo che, se necessario, avrebbe impegnato tutte le sue forze per assicurare la sollecita e precisa esecuzione delle condizioni della resa.

 

 

Aldo A. Mola

lunedì 24 agosto 2026

CINQUANTENARIO DEL REGNO D'ITALIA CON CHI E COME CELEBRARLO?

 

di Aldo A. Mola

Quando e dove nacque la Terza Italia? Torino o Roma?

 

Nel 1911 l'Italia celebrò solennemente il cinquantenario del regno. Dal 31 marzo 1910 il governo era presieduto da Luigi Luzzatti (Venezia, 1° marzo 1841-Roma, 29 marzo 1927), iniziato massone in una loggia milanese quasi mezzo secolo prima. Per festeggiare l'evento Luzzatti scelse il 27 marzo anziché il 14 marzo, giorno dell'approvazione della legge che nel 1861 proclamò Vittorio Emanuele II re d'Italia, o il 17, quando la legge fu pubblicata nella “Gazzetta Ufficiale”. Il 27 marzo era il cinquantenario del giorno in cui alla Camera del regno di Sardegna Camillo Benso conte di Cavour, presidente del consiglio dei ministri, aveva esortato Pio IX a rinunciare al potere temporale e ad accettare pacificamente che Roma divenisse capitale d'Italia. La scelta di Luzzatti, dunque, non fu casuale. Andò al punto: senza Roma la Terza Italia non sarebbe mai stata “consacrata”.

Nel 1911 le due sponde del Tevere rimanevano molto lontane. Su una vi era il regno nato dalla spoliazione dello Stato Pontificio e dall'irruzione nella Città Eterna, il Venti Settembre 1870, del corpo d’esercito guidato da Raffaele Cadorna; sull'altra il pontefice, che non riconosceva l'“usurpazione”. Papa Pio X, in carica dal 1903, era l'erede di Pio IX (sul Sacro Soglio dal 1846 al 1878), che aveva scomunicato Vittorio Emanuele II, il governo e tutta la dirigenza politica, complice del sacrilego misfatto. Il suo predecessore immediato, Leone XIII, papa dal 1878 al 1903, aveva ribadito la condanna e aveva più volte additato all'esecrazione il vero artefice del Risorgimento e dell'unificazione italiana: la massoneria, da lui bollata nell'enciclica “Humanum genus” (1884). Tra fine Ottocento e inizio Novecento dilagò il mito del complotto giudaico-massonico, propagato dai libelli di Léo Taxil e dal Congresso antimassonico internazionale celebrato a Trento nel 1896. Lì, in territorio ancora asburgico, per la prima volta si levarono dubbi sull'attendibilità del giornalista francese, probabilmente al soldo dei “servizi” d'Oltralpe, passato disinvoltamente dalla Lega anticlericale a roventi polemiche antimassoniche. Tra sfarzo regale e solennità ecclesiastiche, i congressisti tridentini ribadirono l'antica condanna della massoneria quale fomite del complotto occulto. La corruzione morale dei governi e dei popoli era tutta opera luciferina, ordita nelle logge, “sinagoghe di Satana”. Qualcuno ancora lo crede, come ricorda Luigi Pruneti in “Chiesa e Figli della Vedova” (BastogiLibri, 2026).

Le ripercussioni della disastrosa campagna italiana in Etiopia (nella battaglia di Abba Garima il 1° marzo 1896 il corpo italiano di spedizione venne sconfitto dalle orde di Menelik, negus d'Etiopia, che catturò migliaia di ascari e di militari italiani) e la sequenza di attentati alla vita di capi di stato e di governo, inclusa l'innocua Elisabetta, imperatrice d'Austria-Ungheria, scossero l'opinione pubblica moderata sino alla promozione del convegno romano dal quale nacque il primo coordinamento delle informazioni sulle trame di anarchici e internazionalisti rivoluzionari. L'Europa della “Belle Epoque” esigeva stabilità e un chiarimento di fondo nell'Estrema sinistra socialista e repubblicana intransigente, sempre ferma sulla soglia delle Istituzioni.

Dopo l'assassinio di Umberto I a Monza (29 luglio 1900) in Italia il mutamento si impose con maggior forza perché nell'ultimo decennio dell'Ottocento il Paese aveva vissuto la rovinosa sequenza di scandalo della Banca Romana, fallimento del presunto protettorato sull'Etiopia, insorgenza del movimentismo radical-socialista a Milano, Pavia, in Toscana e in altre plaghe dove il cresciuto benessere della borghesia riformistica cozzava con sacche di povertà, di endemie e pandemie (pellagra, malaria, colera...) e di ribellismo, represso con stati d'assedio, proprio nel cinquantenario dello Statuto. Nel 1898, mentre a Milano e in altre zone dilagavano insorgenze e sommosse, a Torino era stata inaugurata l'Esposizione Nazionale. Pensata per  mostrare il progresso compiuto dalla Nuova Italia nel mezzo secolo dallo Statuto Albertino, essa fu arricchita per la prima volta da una sezione di arte sacra: una mano tesa verso i cattolici conciliatoristi.

Il profondo “malessere di fine secolo” si era sostanziato nella litania di dieci governi in dieci anni (Crispi, Rudinì I, Giolitti, Crispi, Rudinì II, III, IV, V e Pelloux I e II), con l’inevitabile girandola di ministri e di sottosegretari, a tutto danno dell'immagine e dell'efficienza della “macchina” statuale. La sua solidità e il suo progresso, sia pure lento, era documentata dai censimenti (1891 e 1901) ma non dalla  “politica”. Decenni dopo ne scrisse Benedetto Croce nella “Storia d'Italia dal 1871 al 1915”. Ma subito lo intuirono e documentarono studiosi come il giovane Luigi Einaudi in “Il principe mercante” e Thomas Okey e Bolton King in “Italy to-day”.

 

Sul trono dall'assassinio del padre, Vittorio Emanuele III, più agnostico che libero pensatore, ebbe molti motivi per evitare che le feste del cinquantenario del regno avessero per concelebranti apicali due ebrei, per di più massoni: Ernesto Nathan (Londra, 5 ottobre 1845-Roma, 9 aprile 1921), sindaco di Roma, e Luigi Luzzatti, presidente del Consiglio. Bisognava decidere quale dei due sostituire, con il garbo necessario per mostrare che il cambio non era voluto dalla Corona ma dalle consuete vicende parlamentari, espressione indiretta del “popolo sovrano”.

Nel settembre 1910 il re ricevette Giolitti a colloquio riservatissimo nel Castello di  Racconigi, in Piemonte. Già tre volte presidente del Consiglio (1892-1893, 1903-1905, 1906-1909), in quel momento lo statista era un semplice deputato, ma dal vastissimo seguito parlamentare anche perché, come ministro per l'Interno, nel 1904 e nel 1909 aveva orchestrato il rinnovo della Camera dei deputati con i metodi deplorati da Gaetano Salvemini che lo bollò “ministro della mala vita”. Ovviamente il colloquio non lasciò traccia, ma gli eventi successivi ne fanno intendere il succo. Bisognava salvare il sindaco di Roma sino alla scadenza del mandato, perché aveva grande visibilità oltre i confini, specialmente nella sua nativa Gran Bretagna, e sacrificare il presidente del governo

 

Fratelli in fitta schiera?

La tensione dell'ultimo decennio dell'Ottocento e d'inizio Novecento si riverberò anche all'interno della Massoneria, con la pressione esercitata dalla frangia “democratica” sul gran maestro del Grande Oriente d'Italia (GOI), Adriano Lemmi, messo in discussione per la sua sospetta omonimia con il “ladro di Marsiglia”, cioè un altro Lemmi, condannato per un piccolo furto a un anno di carcere nel 1844 in Francia, e, soprattutto, per il fiancheggiamento da lui accordato a Crispi, d'intesa con Giosue Carducci, “maestro e vate della Nuova Italia”. Tale tensione fu portata all'estremo da Ernesto Nathan, che rifiutò di prendere parte alla giunta esecutiva del GOI sino a quando Lemmi non avesse sottoposto Crispi a processo massonico. La richiesta si concluse con le dimissioni di Lemmi da gran maestro e con l'elezione di Nathan. La sua condotta però non appagò le logge dissidenti, di lì a poco organizzate nel Grande Oriente Italiano, subito riconosciuto da quello di Francia come Comunità massonica sovrana in Italia. Per protesta il GOI ruppe i rapporti con il Grande Oriente d'Oltralpe dopo decenni di collaborazione fraterna. Ne ha scritto Luca Fucini in “I guardiani della Nuova Italia” (Sanremo, Leucotea, 2026).

Non è questa la sede per ripercorrere quel doloroso scisma della comunità massonica italiana. Esso nondimeno non va ignorato per le sue ripercussioni sul GOI sino alla Grande Guerra. Le forzate dimissioni di Nathan da gran maestro per l'implicazione nel processo a carico di Tullio Murri, imputato in una torbida vicenda, spianarono l'ascesa di Ettore Ferrari alla gran maestranza. Essa fu apprezzata dagli antichi avversari di Crispi e dai dissidenti, capeggiati da Malachia di Cristoforis, patriota milanese di tradizione democratica, che stipularono il ritorno in seno al GOI, e venne plaudita anche dal Grande Oriente di Francia, nel quadro delle nuove relazioni transalpine, suggellate dagli accordi commerciali caldeggiati da Luigi Luzzatti e, ancor più, dal viaggio di Stato di Vittorio Emanuele III a Parigi (1902) ricambiato da quello del presidente francese Emile Loubet, in carica dal 1899 al 1906. Per la prima volta un capo dello “Stato cristianissimo” visitò la Città Eterna e salì al Quirinale senza rendere omaggio al Papa. L'organizzazione del Congresso mondiale del Libero pensiero in Roma fu il segnale definitivo che la città capitolina era ormai laboratorio della scristianizzazione prospettata sin dall'Anticoncilio celebrato a Napoli il 9 dicembre 1869 in contrapposizione frontale al Concilio ecumenico vaticano aperto da Pio IX l'8 dicembre di quell'anno.

 

L'ascesa di Ernesto Nathan a sindaco di Roma, benché non fosse stato il più votato del blocco popolare che nel 1907 vinse le elezioni, evidenziò il disegno politico-culturale che lo vedeva operare con il pieno sostegno dei governi (presieduti da Sidney Sonnino, ebreo anglicano, e da Giolitti) e della Corona. La Terza Roma evidenziava la continuità tra patriottismo risorgimentale (il “figlio di Sarina”, come Nathan con maliziosa allusione era detto per i rapporti tra sua madre, Sara Levi, e Giuseppe Mazzini, ne era un modello) e la convergenza di liberali progressisti, radicali, socialriformisti e repubblicani transigenti, uniti nel sostegno delle istituzioni e, in specie, di quella suprema: la “Monarchia costituzionale” di lì a poco raffigurata da Davide Calandra nell'altorilievo in bronzo della presidenza della Camera dei deputati, che tutti vedono ogni giorno in televisione senza domandarsi che cosa rappresenti.

Per tutti questi motivi il Cinquantenario doveva avere tra le voci eminenti quella del sindaco di Roma. Nathan aveva dato prova di superiore intelligenza politica quando nell'ottobre 1909 si recò a Racconigi ove il re e Giolitti ricevettero lo zar di Russia Nicola II e il suo ministro degli Affari Esteri e concordarono la consultazione dei due Stati su tutte le questioni balcaniche, andando oltre gli steccati fra Triplice Alleanza Berlino-Vienna-Roma e Triplice Intesa anglo-franco-russa. La geografia dettava nuovi scenari politici nei Balcani e nel Mediterraneo centro-orientale. In quella rilevante occasione Ettore Ferrari arroccò invece il GOI nella denuncia dei “pogrom” antiebraici ancora in corso nei confini dell'impero russo e rifiutò qualsiasi omaggio allo zar, mostrando una rigidità estranea alla duttilità diplomatica ormai necessaria per chi, come il GOI, si ergeva a precursore, artefice e custode dell'unità nazionale. Eletto deputato per tre legislature nel collegio di Perugia II, Ferrari, in realtà, non era un “politico”. Rimaneva un artista. Era lo scultore del monumento di Giordano Bruno eretto in Campo dei Fiori a Roma (1889) qual perenne e solenne rampogna contro l'Inquisizione.

 

Chi guardava lontano e doveva assumere decisioni tattiche funzionali all'obiettivo strategico – mostrare il cammino compiuto dalla Terza Italia nel mezzo secolo dalla nascita – non poteva nutrire dubbi sull’opportunità che l'Italia esibisse quali dioscuri del Cinquantenario il sindaco di Roma e lo statista piemontese Giovanni Giolitti, anche perché ai festeggiamenti progettati nella Capitale si aggiungeva l'Esposizione nazionale di Torino, orchestrata dal sindaco Teofilo Rossi, creato dal Re conte di Montelera, in stretta collaborazione con Tommaso Villa, massone di lungo corso, già deputato, ministro, senatore, genero dell'antico cospiratore Angelo Brofferio. In più Villa poteva vantare a proprio merito la recente espulsione dal Grande Oriente d'Italia per l'appoggio da lui dato con altri “fratelli” politicamente rilevanti a sostegno di un blocco moderato contro l'avanzata dell'estrema sinistra nella città subalpina che registrava il tumultuoso sviluppo dell'industria meccanica e metallurgica e gli spudorati intrecci con giochi in borsa a vantaggio degli industriali.

A Torino l'Esposizione del 1911 assunse i requisiti di ricomposizione unitaria delle forze liberali, inclusi i cattolici moderati, in sintonia con le congregazioni ecclesiastiche impegnate a sostegno dell'espansione coloniale italiana e operose negli enti provinciali e comunali, con speciale attenzione per l'insegnamento elementare e per le “classi numerose”, attratte in città dall'incremento delle opportunità di lavoro ma ricorrentemente penalizzate da crisi finanziarie e bancarie (come quella del 1907) e dalle pesanti ripercussioni su edilizia popolare e igiene urbana.

 

Il garbato “ben servito” di Giolitti a Luzzatti

 

Istruito dal Re sulla linea da tenere, in confidenze epistolari” destinate a circolazione ristretta per poi ispirare interventi alla Camera, dal novembre 1910 Giolitti confutò Luzzatti sui due disegni di legge con i quali il presidente del Consiglio pensava di passare alla storia: l'introduzione della parziale elettività del Senato e il varo di un modesto aumento del diritto di voto maschile. Lo statista piemontese scrisse a Urbano Rattazzi jr che, così com’era dal 1848 e dalla proclamazione del regno, la Camera Alta aveva attuato e avrebbe »reso grandi servizi al Paese e alla Monarchia«. Andava quindi cassata la »proposta di riforma lanciata con cinica leggerezza da Luzzatti»: una confidenza” da diffondere quale norma. Successivamente Giolitti disse alla Camera che il tempo era maturo per riconoscere il diritto di voto ai maschi maggiorenni, anziché fermarsi al progetto del presidente del Consiglio, che prevedeva un ampliamento da circa tre milioni di elettori a quattro milioni e mezzo. Occorreva la riforma poi da lui varata nel 1912: diritto di voto per tutti i maschi maggiorenni alfabeti, per chi avesse prestato servizio militare e per i trentenni anche se analfabeti. Erano stati a scuola dalla vita. Gli elettori balzarono a otto milioni.

 

Luzzatti galleggiò sino alla solenne celebrazione di Roma, pronunciata nell’aula massima di Palazzo Senatorio al Campidoglio. Lì Nathan si rivolse a Vittorio Emanuele III, ovrano nella vita di uomo, nella vita di cittadini Primo Cittadino d’Italia, a virtù ed a dovere coll’esempio incitante». Evitò cenni polemici contro il Vaticano. Altro, del resto, aveva detto il 10 marzo nella commemorazione di Giuseppe Mazzini, parimenti in Campidoglio, e ancora aggiunse il 4 giugno, festa dello Statuto, quando commemorò Vittorio Emanuele II ripercorrendo diverse fasi della questione romana. Riecheggiando Carducci (ma senza nominarlo), ricordò che il Padre della Patria tramite persone a lui devote aveva intessuto «relazioni con associazioni segrete a scopi patriottici intente» e non aveva avuto «timore di contaminarsi associandosi ai movimenti popolari»: un accenno cifrato alle collusioni tra monarchia e società segrete a metà Ottocento, ma destinato a cadere nel vuoto in tempi di monarchia costituzionale, quando la politica estera era deliberata dal triangolo Corona-presidenza del Consiglio-ministro degli Affari Esteri, lontano dal Parlamento e, talora, persino dal governo, ma sempre nei margini fissati dallo Statuto. All’ormai dimissionario Luzzatti il 30 marzo 1911 seguì il IV ministero Giolitti, che, come si vedrà in altro articolo, celebrò i riti maggiori del Cinquantenario del Regno, all’Altare della Patria e a Torino, prima capitale d’Italia.

 



venerdì 26 giugno 2026

80 anni-Assemblea Costituente. Il vizio mai domo di confondere democrazia con Repubblica







Se c’è una cosa che non si può sopportare è la narrazione ideologica che a ogni celebrazione importante e storica per noi (1 maggio, 25 aprile, 2 giugno), le più alte cariche dello Stato diano luogo a una versione della storia che sa, ancora oggi, di “ideologia della storia”. E ci dispiace.

Lo schema che anche ieri è stato affermato in pompa magna e ovviamente riportato con enfasi dai media è che festeggiando doverosamente gli 80 anni della prima seduta dell’Assemblea Costituente, si sia sancito il passaggio definitivo dalla dittatura alla democrazia. Giusto, se il riferimento riguarda la guerra civile e il fascismo. Ma dal 1943 (la caduta di Mussolini e il Regno del Sud) al 1946, qualcosa di nuovo era successo. Sbagliato, quindi, se si unisce la Monarchia “rinnovata” di Re Umberto al passato. Il proclama del Re, all’atto del suo insediamento, era proteso al futuro (“autogoverno di popolo, libertà individuale, giustizia sociale, autonomie locali”), non alla mera continuità col vecchio Statuto che tra l’altro, merito indubbio, ha anche normato legislativamente il processo risorgimentale, lo Stato unitario parlamentare e lo Stato sociale (il Welfare di Giolitti): un dato di modernizzazione non da poco.

Un invito: quando si semplificano fatti basilari come questi, la memoria collettiva di un popolo, bisogna affrontarli e riportarli dialetticamente in modo articolato, complesso e soprattutto obiettivo.

Nel 1946, non siamo passati dalla dittatura alla democrazia, ma dalla Monarchia alla Repubblica: due forme di governo che in quella fase erano entrambe garanzia di libertà e pluralismo. Anzi, se gli atti e i provvedimenti del governo di Re Umberto, prima luogotenente del Regno (con tanto di partecipazione dei partiti del Cln), erano acclarati e certificati, nero su bianco (l’indizione del referendum istituzionale, il voto alle donne, la scelta della festa del 25 aprile etc, non solo come atto del presidente del Consiglio Bonomi), stessa cosa non si poteva dire della nascente Repubblica, ancora un mistero e una novità in quanto ad attività e coerenza istituzionale.

Se da un lato, la Monarchia il 2 giugno 1946 pagò per le responsabilità, tutte da approfondire in sede accademica, di Vittorio Emanuele III; dall’altro, gli italiani confermarono il consenso alla Corona quasi per la metà del corpo elettorale, al netto delle contestazioni note e oggetto di studi e approfondimenti a 360 gradi: il calcolo relativo alla maggioranza legale che prevedeva la somma dei voti espressi, nulli e bianchi diviso due (che avrebbe ridotto la maggioranza repubblicana di poche centinaia di migliaia di voti), i 40mila ricorsi, la non omologazione dei risultati da parte della Corte di Cassazione, il Nord-Est che non ha votato, reduci compresi etc.

E come se non bastasse, Re Umberto II nel suo proclama e giuramento alla nazione, come detto, ribadì la sua fedeltà alla democrazia, alla legalità. Un forte richiamo all’identità e all’indipendenza nazionale che in quel momento le potenze vincitrici non potevano gradire: meglio una Repubblica da guerra fredda filo-Usa, che una Monarchia troppo svincolata dai controlli esterni.

Domanda: se nel referendum del 1946 avesse vinto Casa Savoia ci sarebbe stata la nuova Carta? La risposta è semplice quanto scontata.

Quindi, per favore basta con le versioni che non fanno onore alla storia d’Italia e alla pacificazione nazionale. Lungi da me il tentativo di criticare le più alte sfere delle istituzioni (non dubito che nella elaborazione culturale si avvalgano di studiosi e insigni esperti). Mi limito modestamente a ricordare il rimprovero che Montanelli fece a Bruno Vespa, quando il giornalista veicolò più o meno il medesimo concetto: “Nel 1946 abbiamo scelto la libertà”. E Montanelli lo corresse con un altro concetto: “Abbiamo scelto tra due libertà”. Visto che lui voto non pentito per la Monarchia.

E se proprio vogliamo insistere sulla libertà, al di là dei presunti brogli del 1946 (comunque un vizio di origine), non è che la nostra Costituzione così idolatrata in tante parti sia totalmente perfetta. Altrimenti non avrebbe avuto bisogno dell’articolo 139 che dichiara eterna la Repubblica, a dispetto della sovranità che appartiene al popolo, secondo l’articolo 1. E non avrebbe avuto bisogno di comminare il reato di cognome per i Savoia (si pensi all’esilio per i discendenti maschi, previsto dalla 13esima norma transitoria e finale).

Riflettiamo e meditiamo prima di dire che “La Repubblica è di tutti”.

E a proposito di Monarchia bandiera di retroguardia e di autoritarismo, guardiamo alle 10 Corone europee, che tutelano maggiormente la democrazia, di quanto facciano alcune Repubbliche, definite sinonimo di modernità, diventate invece, regimi dittatoriali, comunisti o teocratici.


domenica 21 giugno 2026

Il Re costava meno - I

 

Dotazione della Corona e Lista civile - Principi giuridici - Origini degli appannaggi, assegni e doti.

La Dotazione della Corona era costituita:

a)   dall'assegno annuo che lo Stato concedeva al Sovrano per le sue spese personali in danaro contante — costituente la Lista civile — del quale poteva disporre a suo piacimento;

b)   dai beni mobili ed immobili — costituenti i Beni della Corona — dei quali ne aveva l'uso: palazzi, ville, tenute, castelli, con quanto in essi vi era di arredamento, di proprietà del Demanio ed in certi casi, non ben definiti, di proprietà del Sovrano stesso o di terzi, e che egli doveva amministrare e conservare al decoro della Nazione, tutto a sue spese senza diritto ad alcun rimborso dallo Stato, nemmeno per le migliorie apportatevi, diritto contemplato invece dal Codice Civile in favore del privato cittadino.

c)   Riferiamo a maggiore chiarezza quanto si legge in proposito sul Nuovo Digesto Italiano:

d)   Art. 1. — «Il complesso dei beni assegnati al Capo dello Stato per l'adempimento delle sue alte funzioni forma la cosiddetta Dotazione della Corona. Questa chiamasi anche con termine derivato dalla terminologia costituzionale inglese Lista civile. Essa comprende una somma annua di danaro (la lista civile propriamente detta) e beni mobili e immobili. Fanno parte della Dotazione anche le chiese cappelle o basiliche palatine».

e)   Sono, in altri termini, quei servizi attraverso i quali la Corona esercita le sue attribuzioni sovrane e che debbono considerarsi come un vero e proprio servizio pubblico.

f)    Art. 2. — «L’assegno in danaro ha la natura giuridica e fondamentale di stipendio; come tale, quando è acquisito al Re, entra nel suo patrimonio privato e diventa consumabile. Se non che differisce dallo stipendio in questo: esso è assegno, più che alla persona del Re, alla sua funzione, di guisa che fino a quando è in possesso dello Stato è indisponibile per qualsiasi effetto; laddove gli stipendi degli impiegati pubblici sino ad un certo limite e per certi titoli sono disponibili, cioè cedibili, pignorabili, sequestrabili».

g)   Art. 6. — «Distinto dalla Dotazione della Corona è il patrimonio privato del Re, cioè il complesso dei beni che egli possiede come un qualunque privato, che egli possedeva come tale prima dell'avvento al trono e che acquista a titolo gratuito e a titolo oneroso durante il suo regno».

h)   Il regime giuridico che regola il patrimonio privato del Re è quello applicato ad ogni altra proprietà privata, salvo l'eccezione relativa alla quota disponibile, di cui al primo capoverso dell'articolo 20 dello Statuto, per il quale il Re può disporre del suo patrimonio privato «senza essere tenuto alle leggi civili che limitano la quantità disponibile».

Nei Principati assoluti il sovrano disponeva dei beni e delle rendite dello Stato senza alcun controllo da parte di questo; erano quindi variabili a seconda delle circostanze, e non sempre esisteva differenza fra le spese personali del Principe e della sua famiglia e quelle dei servizi pubblici; patrimonio privato, lista civile e patrimonio dello Stato, questi tre elementi si confondevano l'uno con l'altro. Ma nemmeno per le proprietà demaniali vigevano norme precise: il patrimonio dello Stato ebbe per secoli contrasti fra la sua inalienabilità e la necessità di alienarlo; poi vennero le leggi formate per correggere il fatto delle alienazioni, cioè la massima del riscatto ed i provvedimenti effettivi di ricupero della parte venduta e fu così creata la Cassa di redenzione. Venne proclamata l'inalienabilità del demanio quando gli ordini imperfettissimi della cosa pubblica ne rendeva facile il disperdimento. La Cassa doveva provvedere a raccogliere fondi per riscattare al demanio beni ceduti a vil prezzo che, caduti in mano a feudatari e ad inesperti amministratori rappresentavano altro che una vastissima manomorta. La prima dichiarazione di inalienabilità come massima fondamentale l'abbiamo con la lettera patente del 22 aprile 1445 del Duca Ludovico di Savoia là dove accenna a beni «da non donarsi al di fuori della tua discendenza né alienarsi in alcun modo in qualsiasi parte della sua giurisdizione o appellativo». Tale disposizione può ritenersi l'estensione del primo codice di leggi emanate nei famosi Statuti del padre Amedeo VIII il primo Principe Sabaudo che dette allo Stato savoiardo una vera legislazione a tutela del cittadino contro i soprusi dei feudatari.

La nostra lista civile assegnata in Italia al Sovrano, trae la sua origine dal così detto «appannaggio» che egli concedeva al primogenito o anche ad altri figli maschi oppure ai fratelli. Le notizie più remote di appannaggio risalgono ad Amedeo IV il quale destinava con atto del 1235 al fratello Tommaso «sotto legge di investitura il territorio di Avigliana, appannaggio del quale godettero poi i Principi d'Acaja, ed alla estinzione di questo ramo nel 1418 si riuniva alla Corona. Ne contiamo in seguito una ventina che rileviamo da una «Serie» compilata per il Re Carlo Alberto dal Primo Presidente della Sua Regia Camera dei Conti: quello del ramo di Vaud (estintosi nel 1350), di Nemours (1659), di Chiablese (1808) ed altri come quelli costituiti per i Duchi d'Aosta, Monferrato, Genevese, Moriana, ecc.; deceduti in stato nubile o senza prole mascolina. Salito al trono Carlo Alberto, l'appannaggio — di cui egli ed i suoi ascendenti avevano goduto per oltre due secoli — doveva essere assegnato al suo secondogenito Ferdinando Duca di Genova, ma in seguito alla Convenzione del 16 maggio 1832 di cui vedremo più avanti esso veniva abolito.

La lista civile attuale risale dunque di qualche secolo. Fu il Duca Carlo Emanuele I il quale, volendo fondare, come già altri sovrani, un ramo collaterale

1 Archivio di Stato di Torino, posizione Editti originali, mazzo I, fascicolo V.

della stirpe Sabauda affinché non mancassero per l'avvenire — estinguendosi quello principale — successori al trono, stabiliva con istrumento 17 settembre 1620 un appannaggio — «che dovesse durare perpetuamente costituito» — non al primogenito, ma al Principe Tommaso quinto dei suoi figli, ascendente alla annua rendita complessiva di scudi d'oro 40.000; modificato poi con successive transazioni.

È da questo atto di costituzione d'appannaggio che venne istituito il ramo Savoia-Carignano famiglia separata da quella Reale e di cui il Principe Tommaso è capostipite. Con questo annuo assegno i Principi che si succedettero nei trecento e più anni volta a volta andavano migliorando il loro patrimonio con stabili, di modo che il castello di Racconigi e l'attiguo parco potevano riuscire, quale sono oggi, una villeggiatura degna della Sovrana residenza. Il patrimonio pertanto si accresceva per via d'eredità e d'acquisti provenienti specie dalla Casa di Soissons nel vicino regno di Francia ma che gli avvenimenti del 1789 riducevano all'estremo, mentre Napoleone I ne annullava l'appannaggio, ricostituito però in seguito alla sua caduta.

L'appannaggio era un diritto del primogenito, gli altri godevano soltanto di assegni se maschi, e doti alle Principesse.

Nel Piemonte precostituzionale già esisteva pertanto nella linea diretta di Casa Savoia la distinzione della privata proprietà del Re, parallelamente alla distinzione della sua lista civile e con un Editto del dicembre 1818 emanato da Vittorio Emanuele I veniva fatta espressa e distinta menzione così della dotazione immobiliare della Corona sarda come del privato patrimonio del regnante. Anche il Re Carlo Felice continuò a tenere distinte le sue spese personali e della Reale Famiglia da quelle dello Stato, mantenendole in una media di L. 4.200.000 all'anno. Come vedremo in seguito, da questa somma egli ed i suoi successori detraevano buona parte per istituzioni benefiche e per raccolte di opere d'arte ancora oggi famose e insuperate.


venerdì 19 giugno 2026

Presentazione del libro "Tra storia e sogni"

A Roma si è svolta con ottimo afflusso di pubblico la prima presentazione del libro Curato Da Franco Cerccarelli ed Emiliano Procucci che raccoglia in unico volume tutti i racconti "monarchici" di Giovannino Guareschi.




La cosa ci fa piacere tante volte, per la gioia di ritrovare tutti i racconti che ci hanno commosso in un'unica edizione, per il rinnovato omaggio alla memoria del nostro Giovannino, per l'amicizia pluridecennale con Franco Ceccarelli. 
Il nostro "in bocca al lupo!" in attesa delle prossime presentazioni.









 



mercoledì 10 giugno 2026

Tra storia e sogni. I racconti monarchici di Giovannino Guareschi

 


Abbiamo il piacere e l'orgoglio di presentare il lavoro di un nostro carissimo amico, Franco Ceccarelli, già segretario di Alleanza Monarchica, che raccoglie in un unico volume tutti i racconti del nostro Giovannino Guareschi che fanno riferimento al Re e alla Monarchia.

Pensiamo alla Signora Cristina che viene portata a spalla in Chiese dai comunisti col fazzoletto rosso al collo con la Bandiera del Regno... Pensiamo a "Ultimo saluto"... Pensiamo a "Colpo di Stato"... Pensiamo a Peppone che cita nello stesso discorso  il Piave, l'Esercito, la Repubblica ed il bene indissolubile del Re e della Patria

Tutti racconti che abbiamo finito di leggere con gli occhi lucidi dalla commozione. Alcuni visti e rivisti mille volte nei film di Peppone e Don Camillo.

Con pazienza certosina sono stati raccolti e ripubblicati tutti insieme per la nostra gioia. Gioia a cui si unisce la soddisfazione del bel lavoro fatto da un amico di oltre 40 anni.

ll libro entro questa settimana dovrebbe essere ordinabile su tutte le piattaforme on line o anche direttamente dal sito della casa editrice 

www.dreambookedizioni.it

Vita segreta al Quirinale VI parte

 



* ULTIMA PUNTATA *

In quei giorni il consiglio dei ministri sedeva in permanenza; e anche molte notti vennero trascorse intorno al lungo tavolo di noce nella gran sala del Viminale. Qualcuno domandava: «Che cosa faranno al Quirinale?» E al Quirinale taluno si domandava: «Cosa macchineranno al Viminale?». Pareva una farsa, ed era invece l'inizio di un dramma.

In effetti, gli avvenimenti precipitavano. Il re era tacciato d'illegalità, mentre a sua volta sosteneva di essere ancora il capo dello Stato. Si temeva un suo atto di forza. mentre Umberto rifiutava, in effetti, ogni proposta di intervento armato in difesa della monarchia.

Evidentemente il segreto del suo atteggiamento era legato In gran parte all'ultimo colloquio con l'ammiraglio Stone. Tre mesi fa a Cascais Umberto stesso ebbe a dire:

«Nell'istante in cui lottavo maggiormente con me stesso, fra la scelta di subire quello che consideravo un sopruso, od usare a mia volta e con maggiore tempestività un atto di forza per difendere non tanto una situazione personale quanto la giusta richiesta che mi veniva negata (cioè non anteporre la decisione del governo alla decisione finale della Corte Suprema), mi pervenne da fonte ineccepibile la notizia che nel caso di un urto fra la monarchia ed il governo, le divisioni di Tito avrebbero marciato su Trieste, proseguendo anche oltre. Di fronte alla prospettiva di nuovo sangue, versato nella nostra città più martoriata, decisi di sacrificare me stesso, pur che Trieste fosse salva».

La "fonte ineccepibile" era quasi sicuramente Stone. Chi lo aveva informato? Temeva Tito? Sono tutti interrogativi ai quali forse non sarà mai data risposta.

OPINIONI ANGLOAMERICANE

L'8 giugno alle ore 17 uscirono dal Quirinale tre grosse automobili scure. Il Re, seguito da parte della Casa civile e della Casa militare si recava in visita di congedo dal Pontefice. A stento le vetture poterono aprirsi un varco tra la folla compatta che gremiva il grande cortile e la piazza antistante.

Per quanto tale visita fosse stata tenuta completamente nascosta, anche in piazza San Pietro molta folla s'era adunata. L'automobile del Re venne circondata, quasi non poteva proseguire.

L'udienza presso Sua Santità durò mezz'ora. Che cosa si siano detti Pio XII e Umberto, non si sa, ma recentemente l'ex primo aiutante di campo di Umberto II affermò d'aver appreso da fonte attendibile che dopo la visita del sovrano il Pontefice esclamasse: «Era un re molto comprensivo e molto umano...».

Da quel giorno, cioè dal 9 giugno 1946, il dramma si fece acuto, avviandosi alla soluzione. Si serrarono i cordoni della polizia per arginare le manifestazioni dei monarchici, che aumentavano e s'infittivano, come rivoli umani, lungo il vicolo Scanderbeg, via XXIV Maggio, via XX Settembre e ai piedi della Datarla. È forse interessante riportare il dialogo svoltosi allora fra il maggiore inglese R., dell'intelligence Service, sincero amico dell'Italia, ed un alto dignitario del Quirinale, cosi come questo lo ebbe successivamente a riferire.

«Non è possibile fare nulla », disse l'inglese Il referendum è stato male organizzato, per colpa anzitutto dei liberali che hanno accettato di far convogliare due elezioni nello stesso giorno. Quanto ai monarchici, non hanno saputo prendere le loro misure a tempo; e poi, come lei sa meglio di me, non tutti dell'entourage del Re...». S'arrestò un istante, quasi intendesse significare: "non tutti sono persone fidate".

Il dignitario in questione osservò: «Ma se il re parte, l'Italia sarà divisa... ».

«È già divisa, non potrà non essere divisa anche in seguito ».

« Ma se il re parte », insistette l'italiano, «non tornerà più: nessun sovrano è mai tornato ».

«Uno di noi due, evidentemente, non conosce bene la storia!», rispose l'arguto britannico. Ed aggiunse: «La storia è il banco di prova delle forze effettive. Dipenderà molto dal confronto tra la democrazia cristiana e il comunismo...».

S'affrettò a spiegare: «Una eredità vale, non tanto per il modo con il quale la si riceve, quanto per il modo con il quale la si sa tenere!».

«Ma questa è mia politica di attesa, che stanca, adatta soltanto peri popoli nordici, freddi e compassati; mentre l'italiano è mediterraneo, uso alle rapide realizzazioni...».

«Nulla da fare per il momento. Dovevate organizzarvi meglio prima. Ma... remember it went be so bad! ». (Ricordate, non sarà poi tanto male in definitiva!).

Diversi erano invece i commenti dei diplomatici americani allora accreditati a Roma.

«La colpa è anzitutto degli alleati, lo ammetto, disse allora uno di essi: «appena sbarcati appoggiarono quel Partito d'Azione che si presumeva contasse molto mentre contava poco ed oggi non conta quasi più nulla; e non s'allarmarono del Partito Comunista che era il vero pericolo».

Alla domanda del dignitario. dl Corte, su che cosa si potesse ancora fare per tentare di salvare, sia pure in extremis, la situazione, rispose: «Petizioni a Stone, regolarmente redatte su carta da bollo e presentate da tutti i partiti conservatori».

Ma numerosissime petizioni, regolarmente firmate, vennero presentate recentemente e non ottennero alcun effetto!».

«Non erano redatte su carta da bollo!». E poiché l'altro lo fissava incredulo, chiari:  Stone è un burocratico, non un uomo politico...».

Quanti furono i votanti al referendum?, ci si domandò allora e poi. Secondo le cifre fornite dal ministro Nenni, furono 24.900.000. Ma se il numero degli elettori, tenuto conto dei morti in guerra e per cause di guerra, dei detenuti e degli epurati, dei prigionieri, eccetera, non poteva superare i 20 milioni e 900.000, i 4 milioni: in più da quale prolifica e progressista matrice erano stati generati? Questi interrogativi tenevano in agitazione tutti gli ambienti, soprattutto, è ovvio, quelli monarchici.

La mattina del 9 giugno il generale Anders, comandante le truppe polacche in Italia, andò al Quirinale accompagnato dal conte Tieskiewich, presidente della Croce Rossa polacca; e pare abbia detto ad alcuni dignitari di Corte: «Le dernier mot n'est pas encore dít!». Ma l'ultima parola a chi sarebbe toccata? Al re, a De Gasperi, agli alleati, od al binomio allora operante: Togliatti-Tito?

LA CASSAZIONE NON DECIDE

Sparsasi la voce dell'imminente partenza del sovrano, varie personalità monarchiche del Nora vennero a Roma; molti erano pronti alla lotta, anche estrema; e, fu poi risaputo, nella notte fra il 9 e il 10 giugno un forte gruppo ventilò l'idea di un colpo al ministero degli interni, con l'arresto di tutti i ministri. Ma il Re, impassibile, non defletteva dalla sua decisione di partire. E non certo per paura, poiché il coraggio del giovane sovrano era a tutti noto.

Il 10 giugno l'atmosfera era realmente elettrica; si sentiva nell'aria una irrequietezza che pareva precorrere il temporale: Roma pareva più una città in istato d'emergenza che una capitale soddisfatta di un così radicale mutamento politico.

Intanto giungevano da Napoli notizie di nuovi moti, in un ritmo crescente, e soffocati con crescente durezza dalla polizia. Si pensava che il Re non partisse prima del 18, cioè soltanto dopo l'annunciato verdetto finale della Cassazione: e si diceva che, In rapporto al preannuncio dato dal sovrano nel suo proclama, in caso di non forte maggioranza monarchica si sarebbe avuto un nuovo referendum, e parimenti sarebbe accaduta la stessa cosa nella eventualità d'una forte maggioranza repubblicana.

Nella mattinata del 10 giugno, per quanto si avesse la certezza che il re sarebbe rimasto fino al 18, le edizioni straordinarie dei giornali annunciarono all'improvviso che la Cassazione si sarebbe riunita quello stesso pomeriggio per decidere in merito al referendum. Evidentemente erano stati accorciati i tempi. Da chi? Perché?

Sia il presidente della Corte, S. E. Pagano, sia S. E. Pilota, erano d'avviso che quel pomeriggio non vi sarebbe stata alcuna proclamazione e che la Corte si sarebbe limitata a comunicare il risultato del referendum, pur riconoscendo che per rivedere i verbali delle varie sezioni sarebbero occorsi dei mesi.

Ed ecco la Corte a Montecitorio, nella sala della Lupa, locale angusto, gremito in quell'afoso pomeriggio. Alle 18 precise S. E. Pagano lesse il verbale, la Corte fece le sue riserve sulla mancanza di tempo per l'esame dei documenti, dei voti nulli, delle schede mancanti, eccetera; poi, di scatto si alzò ed usci. Era nata la repubblica? Viveva ancora la monarchia? Forse nessuno Io sapeva.

De Gasperi comunicò al Quirinale il verbale, e prospettò che, di diritto, il presidente provvisorio dello Stato era ormai lui stesso. Il Re, sempre più chiuso a sua volta, e non tanto esausto quanto stanco, informando unicamente il fidatissimo capitano Avalle, quella notte dormi fuori Palazzo Reale, in casa di persone sicure.

I signori Lignana, che quella sera ospitarono il sovrano, riferirono poi che Umberto, affacciandosi al balcone verso la villa Massimo (la casa era in via Verona 3), amareggiato per quanto era accaduto ed accadeva, indicando gli alberi ondeggianti al forte vento
mormorò: «Anche il mio animo è incerto e senza pace».

Quella notte stessa fu redatto il proclama che il 13 sera venne let­to alla radio dal ministro Lucife­ro. Invitava alla pacificazione ed alla concordia.

Intanto al Quirinale, a tarda ora, il maresciallo Berté, che aveva in custodia il sovrano, non sapeva se far chiudere il portone del palazzo o lasciarlo aperto, poiché igno­rava dove fosse il Re e temeva per la sua vita. Il capitano Avalle, no­tato il suo orgasmo, gli diede l'or­dine di chiudere: ne avrebbe as­sunta lui la responsabilità. Il pri­mo aiutante di campo, che veglia­va nel suo studio, chiamò il capi­tano, ingiungendogli di dire dove fosse il Re. Ma Avalle, nonostante ogni pressione, tacque, e per tut­ta la notte Infante ignorò dove si trovasse Umberto.

I giornali estremisti del mattino annunciarono con sollievo che il Re si era già allontanato da Roma.

Alle ore 730, però, Umberto II si ripresentava al Quirinale... Le misure di pubblica sicurezza intor­no al palazzo in quella notte erano state raddoppiate; nonostante ciò, la folla continuava ad assieparsi dietro i cordoni della polizia.

LA PARTENZA

L'11 giugno, mentre il governo sedeva in permanenza al Viminale, la giornata trascorse in un'atmo­sfera resa febbrile dalle notizie più contraddittorie o più nere. Altri moti a Napoli, con morti e feriti... Roma taceva. Ma la calma era più apparente che reale. Nel pomerig­gio del 12 ebbe luogo una manife­stazione monarchica a piazza del Popolo: venne sciolta con decisio­ne dalla Celere. Molti feriti e nu­merosi contusi: la piazza del Quirinale non fu potuta raggiungere. Il re sembrava ormai un prigio­niero.

Il 13 giugno nell'interno del Qui­rinale, fin dalle prime ore, l'ani­mazione apparve insolita, specie se paragonata alla calma del giorno precedente. I portoni esterni erano, chiusi, sorvegliati dalla polizia e dai corazzieri affiancati. Affiancati, ma coi mitra. D'un tratto corse voce che Infante stava cercando di convincere il Re a partire in gior­nata: vera o non vera la notizia, poco dopo si seppe che effettiva­mente Umberto aveva deciso di la­sciare Roma quel giorno stesso. Qualcuno aggiunse che il sovrano sarebbe rimasto però in Italia fino al 18: e non andando in Sicilia, come taluno ventilava, ma in Sar­degna. Ci furono dei piloti che si offrirono per accompagnarlo, ma il primo aiutante di campo aveva già disposto altrimenti prendendo ac­cordi con Cevolotto. Nelle prime ore del pomeriggio Umberto salu­tò tutti 1 dipendenti della Real Casa.

Gli onori vennero resi al sovra­no per l'ultima volta dai corazzie­ri; poi, tre vetture uscirono dal portone principale. La bandiera stemmata sventolava ancora sulla torretta.

A Ciampino vi fu una sosta im­provvisa: per quanto il marchese Graziani avesse preventivamente preso accordi con il generale Low del R.A.C., chiedendo il permesso che alcune vetture di Casa reale potessero accedere all'aeroporto, furono chiesti ed esaminati tutti i documenti. Il re venne riconosciu­to: bastò questo perché una picco­la folla si adunasse e seguisse l'automobile.

Fiori vennero raccolti e gettati verso il sovrano, che, pur conser­vando come d'abitudine il perfetto dominio di sé, appariva visibilmen­te commosso. La risposta di Umberto II, a chi gli diceva di non partire, era solo un triste sorriso. «Non voglio un trono macchiato di sangue! La mia partenza deve segnare un periodo di, pace e di concordia fra tutti gli italiani...».

Mentre l'aereo si levava alto sul cielo di Roma, sulla torretta del Quirinale la bandiera con lo scudo sabaudo veniva ammainata,

5 - (Fine)  Nino Bolla