NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 18 aprile 2026

Vita segreta al Quirinale IV parte




GIUNGONO I REDUCI

In quel periodo Maria José avrebbe voluto riprendere la propria vita attiva visitando cliniche e ospedali, in un ambiente più favorevolmente preparato dalle visi­te frequenti delle duchesse di Genova e di Ancona: ma dovette ri­nunciarvi, data la situazione. Dovette pure rinunciare ai con­certi, che tanto gradiva (la cosa le fu proibita dal generale Infante) limitandosi a vedere sempre le stesse persone intime, come la signora Jaccarino, che spesse volte  era trattenuta a pranzo, e le signo­rine di Cossilla e Miranda. Finalmente, qualche settimana più tardi, dalla Svizzera ritornaro­no i principi: Umberto andò loro incontro all'aeroporto, riabbracciandoli felice. Essi presero allog­gio nell'appartamento alla "Mani­ca lunga" già occupato dalla Regina Elena.

La domenica seguente, dopo la Messa (alla quale avevano parte­cipato gli addetti alle varie Corti residenti al Quirinale) Maria José presentò le principessine Maria Pia e Gabriella, mentre il Luogotenen­te presentava il principe Vittorio Emanuele con queste semplici pa­role: “Mio figlio".

Anche dopo il ritorno dei ragaz­zi, la vita della principessa dl Piemonte non mutò. Austera, senza visite ufficiali La risposta era sempre la stessa quando si chiedeva il perché di questo assenteismo: Durante la Luogotenenza non è contemplata la figura della mo­glie 

Maria José approfondì la pro­pria conoscenza della lingua rus­sa, che aveva cominciato a studia­re durante il soggiorno svizzero. Correvano allora voci di un'azione della principessa negli ambienti di Corte, in favore di una Reggenza: ma nulla avvalora questa Ipotesi alla luce dei fatti. E’ invece esatta una serie di visite misteriose al Quirinale fatte da una signora, attivissima propagandista del par­tito d'Azione; visite che sfuggiva­no al controllo del pur vigilantis­simo Infante, e che provocarono commenti e pettególezzi spiacevoli, non soltanto a Roma, originando appunto le voci di una Reggenza.

La principessa voleva ad ogni costo offrire la propria attività per opere benefiche. Ne parlò al professor Castellani, ricevette la con­tessa Vicino Pallavicino allo scopo di aprire un laboratorio per aiutare le famiglie dei prigionieri e dei reduci: interessò donna Carlotta Orlando Carabelli, interessò pure la stessa signora De Gasperi, ed in­sistette sulla necessità di fondi per aiutare tanti derelitti. Infine, ascoltato il comm. Paci, incaricato della beneficenza privata dei principi di Piemonte e che ormai aveva dato si può dire tutto, la principessa si reco dal Luogotenente ed ottenne la somma che occorreva, consegnandola alla signora De Gasperi. Quando la signora Gillet, del posto di ristoro della P.C.A. della stazione Termini, si recò dalla principessa in visita dl omaggio ed espose i desideri dei reduci. Maria José si rivolse ed ottenne dal ministro Lucifero la somma da mettere a disposizione della P.C.A. Ad ogni reduce, a nome di casa reale, fu­rono date lire 200.

Occorre ricordare che allora ar­rivavano dai ventimila ai trenta­mila reduci al giorno. Arrivavano stanchi, laceri, affamati: e molte volte il piccolo peculio che erano riusciti a raggranellare nei lunghi mesi di prigionia veniva loro ru­bato durante il viaggio. In generale conservavano ancor viva la fede monarchica. E fu un grave errore da parte monarchica, spe­cie dell'ammiraglio Garofalo, il non capire l'importanza che aveva que­sta massa di giovani. Ma la rispo­sta era sempre la stessa: "La mo­narchia non può farsi della récla­me, deve reggersi da sé, non deve ricorrere a forme commercialistiche di propaganda".

Così, dieci ufficiali reduci dal­la prigionia in Germania che si re­carono a Napoli per ossequiare Vittorio Emanuele III urtarono inutilmente contro questo muro di silenzio, cui faceva da scolta il fedele ma troppo formalistico ge­nerale Puntoni. I reduci vennero a Roma, ove non solo furono ricevuti direttamente dal Luogotenente, ma, date le loro condizioni, vennero anche ospitati per vari giorni al Quirinale. E se Umberto avesse avuto una maggiore disponibilità economica, avrebbe aiutato un nu­mero ancor maggiore di persone. Il conte Augusto Premoll potreb­be del resto dire con cognizione di causa quante volte ebbe l'inca­rico dal Luogotenente di vendere quadri e mobili di valore, onde ri­fornire la cassa della beneficenza che era sempre vuota.

La stessa colpevole negligenza da parte della burocrazia di Corte si dovette osservare allorché si trattò dei prigionieri di ritorno dalla Russia.

Il primo convoglio giunse a Ro­ma il 15 novembre del 1945 alle ore 7. Il giorno prima colonnello dei granatieri A., reduce dalla pri­gionia in Egitto, si presentò diret­tamente all'ufficiale di ordinanza del Luogotenente, capitano Avalle, chiese udienza per motivi urgen­tissimi, e venne subito ricevuto.

Umberto lo abbracciò commos­so, conoscendolo fin da quando era con lui al 1° Granatieri. Il visitato­re espose chiaramente il motivo della sua visita: accogliere i redu­ci, assisterli, riceverli al Quirinale.

In queste alternative di generosi tentativi per soccorrere i redu­ci e di intrighi per tener lonta­no da loro Umberto, passò tutto l'autunno e l'inizio dell'inverno '45-'46. Per il Natale il Luogotenen­te servì un pranzo ai bimbi pove­ri, coadiuvato, dietro sua richiesta, dai principi che risiedevano al Qui­rinale. Umberto di Savoia dette l'e­sempio dell'umiltà e della cordia­lità più piena verso i piccoli ospiti. Al pranzo parteciparono trecento bambini, scelti tra i più poveri e giunti dalla periferia in autocarro. Furono fatti salire per il grande scalone in fondo al cortile. Nella vasta sala erano state preparate lunghe tavole dalle finissime tova­glie di Fiandra; gli staffieri, in giacca e guanti, portavano i piatti nella sala ove si trovava il Luo­gotenente stesso, che distribuiva il vitto coadiuvato dai figli Maria Pia e Vittorio Emanuele. Il pasto era composto (l'un piatto di pasta a­sciutta al sugo, cinghiale e daino di Castel Porziano, arrosto con con­torno, un piccolo panettone, frut­ta, un bicchiere di vino. Molti ra­gazzi espressero il desiderio di por­tare una parte del pranzo ' alla mamma e le dame presenti li aiu­tarono a confezionare i pacchetti.

VERSO IL REFERENDUM

Dunque la Monarchia non era del tutto assente, specie il suo nuo­vo capo. Si poteva fare di più? Indubbiamente. Perché non fu fatto? Certo vi furono colpe, ma non vanno sopravvalutate: altre cause intervennero e queste ap­partengono alla fatalità degli even­ti, per cui ad un dato momento della storia è inevitabile che ciò che deve avvenire avvenga.

Ed ecco sorgere il fatale anno 1946. Si profilava all'orizzonte il referendum, fra nubi di tempesta e lampi d'odio. Fascisti non convin­ti della loro sconfitta, anche se or­mai ai margini della vita politica; antifascisti non sicuri della loro vittoria, anche se beneficiari qua­si assoluti d'una situazione non da essi soli conquistata; il comunista Valerio proposto per la medaglia d'oro, mentre mani anticomuniste scrivevano in Trastevere "arivolemo er puzzone", cioè proprio quel Mussolini che Valerio aveva ucci­so; gli uomini si armavano, le don­ne ottenevano il voto. Questo il clima in cui fu impostato e risol­to il problema istituzionale.

Dato ciò, non è da meravigliar­si se il problema stesso sembrava non interessare nessuno. «E che è?», si domandavano non pochi. L'impreparazione, l'agitazione e l'arrivismo, danzavano a braccet­to nell'ombra, mentre i partiti di destra e, più ancora, l'entourage del Quirinale, sonnecchiavano co­me si trattasse di cosa che non li riguardasse affatto.

Il I° gennaio vi fu la presentazio­ne degli auguri da parte dei rap­presentanti della Camera, del Se­nato e delle alte cariche dello Stato. Senza pompa, in forma democratica, come si disse. Quasi che nel passato sino all'avvento del fa­scismo, il nostro Paese e il suo sovrano non fossero stai giudicati i più democratici dell'Europa... Dopo aver ricevuto gli auguri degli uo­mini politici, il Luogotenente pas­sò in una delle sale prospicienti il cortile d'onore dove si trovavano adunati numerosi bimbi poveri ai quali fece gli auguri ed offrì, co­me otto giorni prima, un pranzo.

Ma qualche giorno più tardi avvenne un episodio che non do­veva certo giovare alla causa mo­narchica: a un convegno di re­duci al posto di ristoro della P.A.C. alla stazione Termini, il Luogote­nente, che aveva annunciato già una sua visita, all'ultimo momen­to non andò. I commenti furono infiniti e sfavorevoli e solo in se­guito si seppe che l'entourage di Corte l'aveva sconsigliato con in­sistenza, adducendo motivi che poi in parte si rivelarono falsi.

Mentre le cose, in Quirinale, sta­vano a questo punto, non meglio andavano fuori della Corte: gran parte della nobiltà, per paura od altro, si teneva lontano dal Luogotenente e non fu certo tra di essa che furono trovati i pochi disinte­ressati propagandisti delle tesi mo­narchiche. Non un soldo venne da­to dai grandi latifondisti che an­cora pochi anni prima sollecitava­no l'onore di una presentazione a Corte. Naturalmente vi furono ec­cezioni: furono generosissime, nel­la beneficenza e nella propaganda, la contessa Morozzo della Rocca, la marchesa Editta Dusmet, il prin­cipe Clemente Aldobrandini, la principessa Marianna Giovanelli, la contessa Martin Franklin. A Pa­lermo, il principe di Mirto; a Ca­tania, il principe di Sulmona; a Torino, Gianni Agnelli. Ma i più rimasero inerti.

Soprattutto grave era l'assentei­smo dell'ufficio stampa di casa rea­le; fra l'altro, in mancanza di ma­teriale, diciamo, dl propaganda, si ebbe l'ingenuità di far distribuire, a coloro che in quel tempo richiedevano fotografie del principe Vit­torio Emanuele, immagini di quan­do questi aveva tre anni. Non si era riusciti a trovarne altre più recenti.

Dopo le prime elezioni ammini­strative, al Nord, un senso di sco­ramento aveva invaso tutti. Sem­brava non ci fosse più nulla da fare. In questo periodo la primo­genita del Luogotenente, la prin­cipessa Maria Pia, si era iscritta alle "guide", prendeva parte a tut­te le esercitazioni, con la massima semplicità, affiatandosi con ragazze della sua età e di qualsiasi con­dizione. Anche ciò fu, si può dire, ignorato. La principessina si reca­va ogni giorno alla scuola pubbli­ca, ritornando al Quirinale sempre a piedi, accompagnata dalla governante signorina Paolini.

Vita segreta al Quirinale - III parte

 


LA MORTE DI MAFALDA

Il 1° maggio si sparse fulminea, al Quirinale, la notizia della morte in prigionia, nel tragico campo di concentramento di Buchenwald, della principessa Mafalda. La ra­dio confermò la notizia. I telefoni al palazzo reale squillavano inin­terrottamente: chi sperava, chi si disperava, ed era come un bran­colare nel buio.

Il Luogotenente quel giorno par­ve invecchiato di dieci anni, poiché era molto affezionato alla sorella. Per ventiquattr'ore si continuò in quell'angosciosa attesa dl smentite e di conferme, che, specie da Na­poli, venivano richieste con insi­stenza. La morte era entrata or­mai nella quieta dimora dei vecchi sovrani.

Sembra che la regina Elena ab­bia appreso la perdita della figlia a mezzo radio, svenendo. Il terzo giorno, tramite il Vaticano, la no­tizia fu definitivamente conferma­ta. Tutta la famiglia reale s'era sempre illusa che la principessa fosse ancora viva, per quanto privi di sue notizie dal 1943 ed allarmati dal modo con il quale era stata "prelevata" dai tedeschi.

Non appena Il Luogotenente eb­be conferma della morte della so­rella, si recò a Napoli con i propri ufficiali d'ordinanza. La scena che avvenne, quando Umberto s'incon­trò coni genitori, fu quanto di più drammatico si possa immaginare. La regina, scorgendo il figlio, si accasciò, e un pianto disperato la tenne smarrita per vario tempo. Si temette per la sua ragione, un occhio le s'indebolì fin quasi a spe­gnersi. Vittorio Emanuele III, spet­trale nella sua rigidità silenziosa, non riusciva a pronunciare una sola parola. In quella grande villa ove i vecchi sovrani erano allog­giati, e che guardava sul golfo partenopeo avvolto quel giorno dal sole e all'azzurro, la regina con­tinuava a piangere, in una spasmo­dica tensione.

Il funerale di Mafalda ebbe luogo nella Cappella Paolina, presenti tutti gli ambasciatori accreditati presso la Corte, ed alcuni membri del governo e personalità politi­che, compreso, V. E. Orlando.

La cerimonia ebbe luogo la mat­tina del 9 maggio alle ore 10. Tutte le principesse reali residenti a Ro­ma erano invitate. Il Luogotenente entrò nella cappella dando il brac­cio alla duchessa di Genova. Do­veva intervenire alla cerimonia la principessa Adelaide Massimo Savoia-Genova, ma dopo mezz'ora di attesa il Luogotenente decise di far iniziare la funzione. Dopo al­cuni giorni si seppe che il mastro delle cerimonie di servizio aveva dimenticato d'invitarla.

La funzione non fu molto lunga, ma molto triste. Aleggiava su tutti lo spirito della infelice principessa. I giornali di allora, occupatissimi nelle polemiche dei partiti l'un, contro l'altro armati, non ebbero una parola di rimpianto per lei, morta fra atroci sofferenze; anzi. Non mancò qualche foglio che irrise al dolore della disperata madre.

Solamente più tardi, dietro inte­ressamento di donna Carlotta Or­lando e del marchese Carlo Grazianl, che era stato devotissimo alla scomparsa, fu fatta conoscere all'opinione pubblica la verità sul­la fine di Mafalda nell'inferno di Buchenwald. I registri, che erano stati messi nella portineria del Quirinale, si riempirono allora ra­pidamente di firme.

All'improvviso, intanto, ai primi di maggio, voci confuse e contrad­dittorie si sparsero a mezzo della radio, e raccolte dai giornali con versioni legate ai differenti colori politici: la principessa di Piemon­te era tornata in Italia dalla Sviz­zera, attraversando la frontiera a piedi, sola.




Sarebbe stato invero difficile ri­conoscere in quella giovane donna, senza cappello, con gli occhiali neri, il sacco sulle spalle, le grosse scarpe chiodate, la consorte di Um­berto di Savoia. Raggiunto Il ca­stello di Sarre, in Val d'Aosta, vi si chiuse nel più ermetico silenzio, e fece bene perché non lontano fi­schiavano ancora le pallottole del­le ultime pattuglie tedesche in riti­rata: e guai se fosse stata ricono­sciuta. Certo, se gli addetti alla Corte della principessa in Svizze­ra avessero avuto più spirito orga­nizzativo, avrebbero potuto pren­dere accordi con numerosi italiani residenti in territorio elvetico che si erano offerti di scortare Maria José in Italia, al momento della liberazione. Ma ciò non fu fatto.

MARIA JOSÉ A TORINO

Primi a presentarsi al castello di Sarre furono gli americani, a mezzo del maggiore F. P., del servizio segreto, il quale passando da Tori­no aveva fatto salire sulla propria jeep un'amica della principessa, la contessa A., correndo il rischio, du­rante il viaggio, di finire entrambi nelle mani delle retroguardie tedesche.

Scesero nel cortile del castello, e la contessa, pratica del luogo, cercò subito di avviarsi verso l'appartamento della principessa. Ma venne fermata dal prof. N., che aveva accompagnato Maria José dalla Svizzera, e che sia nella tema di pericoli, sia per eccessiva pru­denza, negava la presenza al ca­stello dell'augusta ospite. Interven­ne il maggiore americano, il quale si fece riconoscere, e dichiarò: «Esigo che la. contessa venga po­sta immediatamente a contatto con la principessa.

Maria José, nel proprio apparta­mento, seduta al pianoforte stava suonando uno dei suoi brani favoriti. S'alzò stupita ed andò incon­tro commossa alla prima persona amica che vedeva dopo il suo ritorno in Italia. Ella era completamente all'oscuro del movimento monarchico partigiano, e di quanto accadeva in quei giorni a Torino. Ignorava gli ostacoli che ave­vano Impedito al principe di Piemonte un immediato viaggio al Nord per incontrarla, come sareb­be stato suo vivo desiderio; ed ignorava pure tutte le formalità, poste dagli alleati, e a chiunque, per viaggi in aereo ed in automo­bile. Ella aveva vissuto nel castello in una francescana semplicità, cibandosi di erbaggi e di qualche uo­va del pollaio del guardiano, sal­vato per miracolo dalla razzia dei tedeschi. Il burro veniva portato clandestinamente, di notte, da una balla, ma la mensa era così sprov­vista che non fu possibile tratte­nere a colazione né la contessa né il maggiore americano.

Comunque, i risultati dell'incon­tro furono che la principessa sa­rebbe rimasta a Sarre fino a quan­do le vie non fossero state sgom­brate dalle retroguardie tedesche, poi una vettura americana sarebbe andata a prenderla per condurla a Racconigi, nel castello reale, in at­tesa di trasferirsi a Roma.

La principessa il 28 maggio rag­giunse Racconigi, recandosi poi ogni giorno a Torino ove ricevette, oltre i comandanti alleati, le auto­rità italiane che meglio si erano comportate sotto la dominazione tedesca.

Ma come apparve Torino ai suoi occhi! La città era mutilata. i ne­gozi spogli, senza vetrine; al po­sto. dei vetri tavole di legno, buio nell'interno, e fuori un'atmosfera di disordine, d'incubo, di prepo­tenza. Ciò che più impressionava.

In contrasto stridente con l'anarchia regnante nella città, era che tutti i servizi pubblici funziona­vano perfettamente. Non si vedeva né un carabiniere, né una guardia di città: solamente la polizia parti­giana, con mitra e fazzoletto rosso. Il palazzo reale era sede del co­mando Inglese: Il palazzo Chiablese, diviso dal palazzo reale da un sottopassaggio, era stato completa­mente distrutto. Ci volle perciò molto coraggio da parte della mar­chesa A. nel convincere la princi­pessa dl Piemonte a fermarsi a Torino. Presi contatti con le auto­rità alleate, Maria José visitò l'ospedale di Malta ov'erano ricove­rati I patrioti feriti. distribuì pac­chi dono ai degenti, si recò al Santuario della Consolata, e, ap­preso che fra i partigiani esistevano anche bande monarchiche, comandante "Gabriele", capo della divisione: “Monferrato, "Fracassi" che era andato spesso a Roma attraversando le linee tedesche, Silvio Geuna e tanti altri che si erano comportati valorosamente. La principessa aveva portato con sé pochissima roba, indossava quasi sempre un tailleur leggero di blu, una camicetta di foulard nero, sandali di pelle marrone scamosciata e dal tacco bassissimo e cappello. Era Sempre la donna che tanti italiani avevano applaudito, anche se nel suo viso vi era molta tristezza tanto che la sua dama ebbe lo slancio di andarle incontro per mostrale la propria devozione. soprattutto per esserle vicina e sorreggerla in     quel particolare. Solo due giorni prima che lasciasse Torino, venne da Roma, con l'apparecchio del Luogotenente, la signorina Sofia Jaccarino, devota amica, e la gioia di ri­vederla in Maria José fu grande. Il 16 giugno 1945 giunse dalla capitale il conte Cesare Spalletti Trivelli, gentiluomo della princi­pessa: ripartirono su un aereo mi­litare messo a disposizione dagli alleati, un D.C.3.

L'apparecchio atterrò all'aeropor­to già del Littorio. Sul campo era ad attendere Maria José il Luogotenente.

L’incontro fu commovente, i presenti poterono notare con quale e quanta effusione i due coniugi si abbracciarono.

i giornali non parlarono affatto, neppure quelli di destra, dell'arri­vo della principessa nella capitale. Maria José si stabili al Quirinale nel proprio appartamento pri­vato, composto di camere molto piccole, che aprivano le finestre sul cortile interno. Un salotto mo­dernissimo, con comode poltrone di grossa tela di canapa. color naturale, un tavolino a due piani di spesso vetro, con sopra l'immanca­bile libretto degli appunti; varie collane di pietra dura colorata; la scatola delle sigarette: in un an­golo il pianoforte. Una porta del salotto dava sulla piccola antica­mera ove arrivava l’ascensore. In collegamento con l'appartamento per le udienze, al piano superiore. Modernamente attrezzata era la camera da letto, con un sommier basso e largo, dalla coperta di da­masco. Alle pareti, scaffali di libri. La camera da letto- comunicava con il guardaroba, dai capaci ar­madi, regno della signorina Hélène, cameriera privata belga al ser­vizio di Maria José fin dai primissimi anni.

In quel piccolo appartamento la principessa ricevette le persone più intime. Per una scaletta angu­sta, dai logori scalini in travertino, l'appartamento comunicava con quello del Luogotenente.

GIUNGONO I REDUCI

In quel periodo Maria José avrebbe voluto riprendere la propria vita attiva visitando cliniche e ospedali, in un ambiente più favorevolmente preparato dalle visi­te frequenti delle duchesse di Genova e di Ancona: ma dovette ri­nunciarvi, data la situazione. Dovette pure rinunciare ai con­certi, che tanto gradiva (la cosa le fu proibita dal generale Infante) limitandosi a vedere sempre le stesse persone intime, come la signora Jaccarino, che spesse volte era trattenuta a pranzo, e le signo­rine di Cossilla e Miranda. Finalmente, qualche settimana più tardi, dalla Svizzera ritornaro­no i principi: Umberto andò loro incontro all'aeroporto, riabbracciandoli felice. Essi presero allog­gio nell'appartamento alla "Mani­ca lunga" già occupato dalla Regina Elena.

La domenica seguente, dopo la Messa (alla quale avevano parte­cipato gli addetti alle varie Corti residenti al Quirinale) Maria José presentò le principessine Maria Pia e Gabriella, mentre il Luogotenen­te presentava il principe Vittorio Emanuele con queste semplici pa­role: “Mio figlio.

Anche dopo il ritorno dei ragaz­zi, la vita della Principessa dl Piemonte non mutò. Austera, senza  visite ufficiali La risposta era sempre la stessa quando si chiedeva il perché di questo assenteismo: Durante la Luogotenenza non ò contemplata la figura della moglie ..

Maria José approfondì la pro­pria conoscenza della lingua rus­sa, che aveva cominciato a studia­re durante il soggiorno svizzero. Correvano allora voci di un'azione della principessa negli ambienti di Corte, in favore di una Reggenza: ma nulla avvalora questa Ipotesi alla luce dei fatti. È invece esatta una serie di visite misteriose al Quirinale fatte da una signora, attivissima propagandista del par­tito d'Azione; visite che sfuggiva­no al controllo del pur vigilantis­simo Infante, e che provocarono commenti e pettegolezzi spiacevoli, non soltanto a Roma, originando appunto le voci di una Reggenza.

La principessa voleva ad ogni costo offrire la propria attività per opere benefiche. Ne parlò al professor Castellani, ricevette la con­tessa Vicino Pallavicino allo scopo di aprire un laboratorio per aiutare le famiglie dei prigionieri e dei reduci: interessò donna Carlotta Orlando Carabelli, interessò pure la stessa signora De Gasperi, ed in­sistette sulla necessità di fondi per aiutare tanti derelitti. Infine, ascoltato il comm. Paci, incaricato della beneficenza privata dei principi di Piemonte e che ormai aveva dato si può dire tutto, la principessa si reco dal Luogotenente ed ottenne la somma che occorreva, consegnandola alla signora De Gasperi. Quando la signora Gillet, del posto di ristoro della P.C.A. della stazione Termini, si recò dalla principessa in visita dl omaggio ed espose i desideri dei reduci. Maria José si rivolse ed ottenne dal ministro Lucifero la somma da mettere a disposizione della P.C.A. Ad ogni reduce, a nome di casa reale, fu­rono date lire 200.

Occorre ricordare che allora ar­rivavano dai ventimila ai trenta­mila reduci al giorno. Arrivavano stanchi, laceri, affamati: e molte volte il piccolo peculio che erano riusciti a raggranellare nei lunghi mesi di prigionia veniva loro ru­bato durante il viaggio. In generale conservavano ancor viva la fede monarchica. E fu un grave errore da parte monarchica, spe­cie dell'ammiraglio Garofalo, il non capire l'importanza che aveva que­sta massa di giovani. Ma la rispo­sta era sempre la stessa: «La mo­narchia non può farsi della récla­me, deve reggersi da sé, non deve ricorrere a forme commercialisti-che di propaganda

Così, dieci ufficiali reduci dal­la prigionia in Germania che si re­carono a Napoli per ossequiare Vittorio Emanuele III urtarono inutilmente contro questo muro di silenzio, cui faceva da scolta il fedele ma troppo formalistico ge­nerale Puntoni. I reduci vennero a Roma, ove non solo furono ricevuti direttamente dal Luogotenente, ma, date le loro condizioni, vennero anche ospitati per vari giorni al Quirinale. E se Umberto avesse avuto una maggiore disponibilità economica, avrebbe aiutato un nu­mero ancor maggiore di persone. Il conte Augusto Premoll potreb­be del resto dire con cognizione di causa quante volte ebbe l'inca­rico dal Luogotenente di vendere quadri e mobili di valore, onde ri­fornire la cassa della beneficenza che era sempre vuota.

La stessa colpevole negligenza da parte della burocrazia di Corte si dovette osservare allorché si trattò dei prigionieri di ritorno dalla Russia.

Il primo convoglio giunse a Ro­ma il 15 novembre del 1945 alle ore 7. Il giorno prima colonnello dei granatieri A., reduce dalla pri­gionia in Egitto, si presentò diret­tamente all'ufficiale di ordinanza del Luogotenente, capitano Avalle, chiese udienza per motivi urgen­tissimi, e venne subito ricevuto.

Umberto lo abbracciò commos­so, conoscendolo fin da quando era con lui al 1° Granatieri. Il visitato­re espose chiaramente il motivo della sua visita: accogliere i redu­ci, assisterli, riceverli al Quirinale.

Monarchici divisi, monarchismo sospeso: la disputa tra Aimone di Savoia-Aosta ed Emanuele Filiberto

 



di Andrea Molle

Come spesso accade in Italia, la partita si è riaperta con una lettera, quella di Aimone di Savoia-Aosta, e si è subito trasformata in un duello a distanza tra cugini. Da un lato, una presa di posizione che ha riattivato la questione dinastica; dall’altro, la risposta di una delle due Consulte dei Senatori del Regno, sotto forma di un documento che ambisce a chiudere la vicenda sul piano giuridico a favore di Emanuele Filiberto di Savoia. Il risultato è quello che vediamo da anni in questa nicchia del sistema politico italiano: un dibattito che torna ciclicamente, si accende, produce testi, repliche, controrepliche — e poi lascia tutto esattamente com’era. A questo punto scatta, prevedibilmente, l’ironia repubblicana: una disputa tra “pretendenti” a un trono che non esiste più, documenti solenni su questioni che non producono effetti giuridici, lettere e repliche che sembrano appartenere a un altro tempo.

  

È una reazione comprensibile, ma superficiale. Perché confonde il piano dell’efficacia con quello della rilevanza. Che la monarchia non sia più un’istituzione vigente è un fatto; che le categorie che essa richiama — continuità dello Stato, legittimità, rappresentanza — siano irrilevanti, è tutt’altro discorso. Liquidare la questione con sarcasmo significa evitare il problema: non quello dinastico in sé, ma quello più ampio di come si costruisce e si riconosce l’autorità politica in una fase in cui le istituzioni democratiche mostrano crescenti difficoltà. In questo senso, l’ironia dice meno sulla monarchia di quanto riveli sulla povertà del dibattito pubblico che pretende di archiviarla. Il documento della Consulta “ginevrina”, a ben vedere, rappresenterebbe anche un salto di qualità in questo senso. Non si limita a sostenere una linea, ma prova a dimostrarla.

 

Richiama norme, ricostruisce fonti, costruisce un percorso argomentativo che pretende di trasformare una posizione in una conclusione necessaria. È un’operazione ambiziosa. Ma che purtroppo risulta più maldestra che altro. Perché il diritto, in questa materia, non può fare ciò che gli si chiede di fare. Le norme richiamate appartengono a un ordinamento che non esiste più; le interpretazioni proposte sono selettive; i passaggi logici, spesso, servono più a sostenere una tesi che a verificarla. Il risultato è un testo che vuole apparire definitivo e invece finisce per essere, a tratti, strampalato; troppo costruito per convincere davvero, troppo orientato per essere neutrale. Ma sarebbe semplice fermarsi qui. Perché anche la posizione di Aimone, se osservata con attenzione, presenta un problema speculare. La sua lettera riapre la questione dinastica proprio nel momento in cui Emanuele Filiberto ritorna a far parlare di sè nella cronaca quotidiana, ma non offre una direzione. Rimette in discussione la legittimità altrui, senza costruire fino in fondo la propria. E soprattutto lascia, ancora una volta, i monarchici che a lui si richiamano in una posizione sospesa: mobilitati nella polemica, ma privi di un orizzonte politico chiaro. È questo il punto che sfugge a entrambi i fronti.

 

Da una parte si tenta di chiudere la questione con il diritto, dall’altra la si riapre senza trasformarla in progetto. In mezzo restano i monarchici, chiamati a scegliere, a schierarsi, a prendere posizione — ma senza che questa scelta produca qualcosa che vada oltre la dinamica interna. E nel frattempo, il monarchismo continua a non esistere pienamente come soggetto politico. Il problema non è la divisione. Le divisioni, in politica, sono fisiologiche. Il problema è quando diventano totalizzanti, quando assorbono tutto lo spazio disponibile. Oggi il monarchismo italiano discute quasi esclusivamente del passato o di sé stesso: chi è legittimo, chi rappresenta cosa, chi ha titolo. Ma spesso non osa dire nulla su ciò che conta fuori da questo perimetro. Eppure, se esiste un senso oggi nel richiamo alla monarchia, non è genealogico. È politico. Riguarda il modo in cui si pensa l’unità dello Stato, il rapporto tra rappresentanza e decisione, il ruolo delle istituzioni in una fase di crescente instabilità.

 

Su questo terreno, il monarchismo potrebbe avere qualcosa da dire, proprio perché viviamo in un’epoca incerta e di crisi delle istituzioni. Il monarchismo potrebbe offrire spunti interessanti, ma finché resta intrappolato nella disputa dinastica, semplicemente non lo fa. La vicenda di questi giorni lo dimostra ancora una volta. Un documento “ginevrino” che pretende di chiudere, una lettera “aostana” che riapre, e nessuno dei due che sposta davvero il baricentro. Forse è arrivato il momento di accettare una realtà semplice: i monarchici possono legittimamente dividersi sulle preferenze dinastiche. Ma il monarchismo, se vuole contare qualcosa, deve smettere di far dipendere da quella divisione la propria esistenza politica. In altre parole, deve diventare neutrale su ciò che lo divide, per poter finalmente essere rilevante su ciò che conta. Altrimenti continuerà a oscillare tra testi troppo costruiti per convincere e prese di posizione troppo deboli per guidare. E resterà, come oggi, sospeso.



Fonte : Il Riformista

domenica 12 aprile 2026

Saggi storici sulla Monarchia - XX

 

LA TRADIZIONE MONARCHICA NEL RINASCIMENTO.


Il nuovo indirizzo del pensiero umano e della cultura universale che iniziò al principio del XV secolo e che è conosciuto con il nome di Urnanesimo e poi di Rinascimento, non mancò di lasciare profonde tracce nel campo della filosofia, giuridica e del pensiero politico.

L'Umanesimo rappresenta, rispetto al Medio evo, una nuova conce­zione della persona di fronte alla collettività, dell'ingegno umano di

fronte alla metafisica, del desiderio di vita di fronte alla rinuncia mistica di ogni bene terreno in attesa dei premi celesti; tuttavia come scrive l'Abbagnano: «questo distacco non è una antitesi. L'antitesi tra l'uomo medioevale e l'uomo del Rinascimento si volatilizza a misura che procede l'analisi delle singole personalità, del rinascimento. Non è possibile considerare il rinascimento come l'affermazione dell'immanenza di fronte alla trascendenza medioevale, dell'irregolarità, del paganesimo dell'individualismo, del sensualismo, dello scetticismo, di fronte alla religiosità, all'universalismo, allo spiritualismo ed al dogmatismo del medio evo». (Storia della filosofia, Vol. II).

Si vuole insomma dire che il nuovo indirizzo teoretico, pur divergente nettamente dall'indirizzo precedente, non rappresenta un'antitesi pura e semplice ma piuttosto una evoluzione - che potremmo anche sotto certi aspetti chiamare involuzione - in cui l'uomo si sente chiamato ad assumere una parte più importante e decisiva che nel passato, a rivalutare i propri diritti in quanto singolo essere pensante, contro quelli di tutta una tradizione di pensiero.

Caratteristica spiccata dell'umanesimo rinascimentale è la sua profonda esigenza di un rinnovamento politico; l'uomo vuole riformarsi non solo nella sua individualità, ma anche nella sua vita associata e per questo intraprende un'analisi delle strutture della comunità politica, per scoprirne il fondamento e ad esso riportare le forme storiche della comunità stessa. E tale ricerca trova la sua espressione nelle due correnti

dello storicismo e del giusnaturalismo che la concepiscono rispettivamente come ritorno alle origini storiche della comunità sociale, o come ritorno al fondamento universale di ogni comunità che è la sua base naturale.

Il più illustre degli storicisti fu certamente Niccolò Machiavelli che nella sua opera riesce a porre in atto quell'unità di giudizio storico e politico, che costituisce la sua fondamentale caratteristica facendone uno dei primi scrittori politici dell'età moderna, ma splendido sviluppo ebbe il suo pensiero, allorché venne raccolto da Giovanni Botero.

Botero, scrivendo la sua grande opera: Della ragion di Stato, al declinare del XVI secolo, rinnova appunto il concetto machiavellico della ragion di stato, includendo fra le sue esigenze, le stesse esigenze della morale; e per questo richiede al sovrano l'eccellenza della virtù ritenendo che il fondamento dello stato sia appunto l'obbedienza dei sudditi che viene accattivata dalle virtù del Principe.

Maggiore apporto al problema monarchico, diede la scuola giusnaturalista con Giovanni Bodin che pone nella sovranità senza limiti, tranne quelli che derivano dalla legge di Dio e dalla natura, la validità propria dello Stato. La potenza sovrana dello stato non è arbitrio incondizionato perché ha la sua norma nella legge divina e naturale, norma che le deriva dal suo fine supremo: la giustizia. E tale sovranità non deriva da nessun altro perché consiste nel potere positivo di care le leggi ai sudditi o di abrogare le leggi inutili o dannose e di farne altre; il che non può esser fatto da chi è soggetto alle leggi o da chi riceve da altri il potere di cui è in possesso.

 

Queste idee non impediscono tuttavia al filosofo di affermare i limiti del potere che non può mai prescindere dalla legge divina e naturale, egli scrive: «La più notevole differenza fra il re e il tiranno è che il re si conforma alle leggi di natura, il tiranno le calpesta; l'uno coltiva la pietà, la giustizia e la fede, l'altro ,non ha Dio, né fede, né legge », (Six livras de la republique II, 4, 446).

La dottrina di Bodin è il presupposto del giusnaturalismo concepito come ritorno dell'organizzazione politica alla sua sostanza razionale ma partendo da esso alcuni pensatori giunsero a conclusioni affatto opposte, come per l'Althusius, il primo che abbia affermato il principio della sovranità popolare, definendo lo Stato: «comunità pubblica universale per la quale più città e province si obbligano a possedere, costituire, esercitare e difendere la sovranità». O per il Grozio sostenitore della tesi contrattualistica, per la quale ogni comunità umana è fondata originariamente su un patto, senza escludere che questo patto appunto, abbia potuto trasferire la sovranità dal popolo al principe.

L'esame di tutte le correnti del pensiero politico porta però ad una unica conclusione innegabile: che il principio della monarchia di diritto divino, ha subito una crisi profonda e s'incammina verso una stasi ideologica per cedere il posto ad altre teorie. L'assolutismo teocratico di Innocenzo III ha trascinato nella sua decadenza la monarchia come forma politica, ed anche coloro che ad essa riconoscono una efficacia, come ottimo fra i sistemi politici, preferiscono trovarne le ragioni nella forma contrattualistica o addirittura nella delega da parte del popolo, unico detentore della sovranità.

In pratica gli stati monarchici nel XVI secolo, sono assai diversi dallo Stato centralizzato e burocratico moderno; persistevano in essi molti elementi dotati di previlegi e di statuti particolari. Ovunque vi erano i tre stati, clero, nobiltà .e borghesia con le loro assemblee rappresentative, vi erano giurisdizioni locali di feudatari e autonomie cittadine e regionali. La distribuzione del potere fra queste molteplicità differenziate e privilegiate ed il monarca variava assai da uno stato all'altro: si poteva parlare, «grosso modo» di monarchia assoluta nello stato milanese, di assolutismo temperato dal parlamento e dalle assemblee in Francia, di monarchia feudale nobiliare negli stati tedeschi, in Ungheria ed in Polonia. In Inghilterra vigeva una forma di monarchia costituzionale, con un parlamento che già aveva i caratteri di rappresentanza nazionale, pur conservando la struttura a Stati, ma nel funzionamento di questa costituzione v'erano ancora grandi incertezze e capacità di oscillazione fra monarchia e parlamento.


In definitiva il concetto del Sovrano amministratore andò prendendo il posto di quello di Sovrano padrone e non pochi poltici tentarono di porre implicitamente in dimenticanza il principio antichissimo di S. Paolo «Nulla, nisi a Deo potestas » cercando anche per i legittimi Sovrani riconosciuti, ogni fonte di diritto che non fosse quello divino.

Questo processo fu favorito dalla decadenza politica della Chiesa e dell'Impero, che non potettero esercitare sugli altri Stati che un iflusso puramente morale; la scomparsa completa della concezione dantesca della Chiesa e dell'Impero uguali strumenti per la realizzazione della giustizia nel mondo, e di quella gregoriana e innocenziana della Chiesa ente supremo e dell'Impero suo braccio secolare, non poteva non portare alla costituzione degli Stati nazionali, espressioni di interessi territoriali e sociali puramente umani, il cui Sovrano doveva sempre rispondere in qualche modo alle oligarchie dei maggiorenti del proprio

operato.

E tale fu sempre, in definitiva lo stato del Rinascimento, con un alternarsi di prevalenze fra la corona e gli enti previlegiati, fino a che la politica di Luigi XIV non porterà in Francia ad una personificazione dello Stato nella persona del Sovrano.

venerdì 10 aprile 2026

Una grande mostra su Casa Savoia al Castello di Susa


 


Venerdì 3 aprile, alle ore 17, presso il Castello della Contessa Adelaide, sede del Museo Civico della Città di Susa, si aprirà la mostra dal titolo “I Savoia. Mille anni di storia e potere”, che inaugurerà la stagione di apertura al pubblico del maniero per il 2026. L’esposizione, visitabile fino al 24 maggio prossimo, permetterà al pubblico di ammirare la straordinaria collezione di Savoie.live, Associazione fondata ad Annecy nel settembre 2024, che si dedica alla conservazione, alla promozione e alla trasmissione della storia, del patrimonio e delle tradizioni della Savoia, culla di una delle dinastie più illustri d’Europa, artefice dell’Unità d’Italia.

La scelta del luogo non è stata casuale: nel 1046, Adelaide di Torino sposò nel Castello di Susa Oddone di Savoia, quartogenito di Umberto I Biancamano, il fondatore della dinastia sabauda, portandogli in dote il Marchesato di Susa, la Contea di Torino, l’area compresa tra il Po e la Stura di Demonte, le Contee di Albenga e Ventimiglia, Asti, Albenga e molti territori delle Langhe.

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Una grande mostra su Casa Savoia al Castello di Susa - Il Torinese

I segreti dei Savoia in Villa Reale: la Storia del Regno d’Italia rivive al Belvedere


Uniformi originali, cimeli dei Re e il mito della Regina Margherita: dal 17 aprile il Belvedere della Villa Reale si trasforma in un viaggio immersivo nel Regno d’Italia.

Storia del Regno d’Italia: da Napoleone a Umberto II: la mostra a Monza - MBNews

Appello da Racconigi: «Riportare in Italia le salme di Umberto II e Maria José»

Premettiamo che quanto sostenuto da Monsignor Troya non è quanto risulta a noi.

Nota dello Staff


A oltre quarant’anni dalla morte di Umberto II di Savoia e a più di venticinque anni dalla scomparsa della regina Maria José del Belgio, torna al centro del dibattito la questione del loro rientro in Italia. Attualmente entrambi riposano nell’Abbazia di Altacomba, a Saint-Pierre-de-Curtille in Francia, ma da Racconigi si alza un nuovo appello affinché le loro spoglie possano tornare nel Paese. A lanciare la proposta è monsignor Gian Franco Troya, rettore del Santuario Reale Madonna delle Grazie, che parla apertamente di una situazione da correggere: «È una vera ingiustizia che i Reali non possano riposare in Italia. È tempo che Casa Savoia, insieme alle istituzioni nazionali, regionali e comunali, trovino un accordo per il rientro delle salme nella città di Racconigi».

Secondo il rettore, il legame tra l’ultimo re d’Italia e la città piemontese è profondo e documentato anche da ricordi personali. «Avendo incontrato più volte in passato Sua Maestà Umberto II, aveva sempre espresso il desiderio di riposare per sempre nella sua città natale», spiega Troya. Forte anche il rapporto con il Santuario, cuore della proposta avanzata. «Umberto II era molto legato al Santuario Reale Madonna delle Grazie, dove ricevette il Battesimo e dove, prima di partire per l’amaro esilio, venne ad inginocchiarsi. Una visita che i cittadini racconigesi più anziani ricordano ancora oggi con grande commozione», racconta il rettore. Un legame molto forte della famiglia sabauda. Troya ricorda infatti anche la devozione della regina Elena, che «in occasione della ricorrenza del Beato Umberto III di Savoia donò al Santuario un grande dipinto ancora oggi presente». Elementi che rafforzano, secondo il rettore, la vocazione del luogo ad accogliere le spoglie reali.

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Fonte : 
Appello da Racconigi: «Riportare in Italia le salme di Umberto II e Maria José» - Torino Cronaca - Notizie da Torino e Piemonte



mercoledì 8 aprile 2026

Vita segreta al Quirinale - II parte

 



Di Nino Bolla

Tra le tante visite che l'allora principe di Piemonte fece nei primi mesi del 1945, va ricor­data quella a Taranto, quando sbar­cò la divisione garibaldina di ri­torno dalla Jugoslavia: era quanto rimaneva della gloriosa "Julia". Gli alpini erano comandati dal colon­nello Ravnich, giovane e ardimen­toso, decisissimo, e che per molti e lunghi mesi aveva diviso con i suoi "veci" e rischi e fatiche.

Quasi tutti veneti, tagliati fuori all'improvviso dalla patria, senza notizie delle famiglie, in una terra impervia ed ostile avevano tenuto alto il nome dell'Italia. Portavano, è vero, la cravatta rossa; ma in omaggio a Garibaldi, non ad altri. Il Luogotenente assistette al loro sbarco, accompagnato dall'aiutante di campo e da due ufficiali d'ordi­nanza: venne salutato al grido di "Savoia", mentre i reduci levava­no i fucili con sopra il cappello al­pino, scolorito e slabbrato. Erano laceri, semi-scalzi, ma avevano ancora le stellette e le fiamme verdi.

I FATTI DI TARANTO

Il governo., informato del viaggio di Umberto; aveva inviato sul po­sto il ministro della guerra, antimonarchico. Il colonnello Ravnich presentò al principe la divisione schierata in ordine perfetto sulla banchina. Il ministro della guerra si avvicinò al colonnello e gli dis­se: “Per il vostro eroico comportamento siete nominato generale di brigata per merito di guerra”. Imperturbabile l'alpino rispose: “Signor ministro, io non accetto promozioni per merito di guerra che da Sua Maestà; altrimenti preferisco rimanere colonnello per tutta la vita”.

La sera, quando gli alpini ebbero la libera uscita, andarono nelle osterie vicino al porto, e, data la loro cravatta rossa, furono scam­biati per comunisti; numerosi "compagni" si fecero loro incontro con donne che recavano mazzi di garofani fiammanti, inneggiando a Stalin. Volarono pugni e ceffoni. Ed i reduci gridarono: “Se doves­simo, tornando al paese, trovare le nostre donne trasformate in comu­niste, preferiremmo non vederle più!”

L'impressione a Taranto fu no­tevole. I giornali di sinistra sorvo­larono sull'episodio; mentre quelli di destra, come al solito, si lascia­rono sfuggire l'occasione per par­larne. La divisione, composta di circa 2.000 uomini, doveva rimane­re dieci giorni a Taranto; ma la sua partenza venne affrettata, con meta Viterbo e proibizione di sosta a Roma. In alto loco si era infatti venuti a sapere, per quanto la co­sa fosse stata tenuta segreta, che il Luogotenente, dopo la propria visita, aveva disposto che la du­chessa di Genova si recasse nelle Pugile per portare doni ai reduci.

Il viaggio degli alpini in tradotta durò undici giorni. Il colonnello Ravnich si recò a Roma per chie­dere l'onore di far sfilare i propri uomini per le vie della capitale: ma all'ultimo momento gli fu notificato il veto del ministro della guerra. Dopo due mesi di sosta a Viterbo, la divisione venne sciolta. prima che il Nord fosse liberato. Col ritorno della primavera vennero ripresi i combattimenti, inter­rotti all'inizio del duro inverno; e Bologna, la città che tanto aveva sofferto, fu liberata. Tra i primi ad entrarvi fu il Luogotenente, ac­colto trionfalmente. Lo stesso sin­daco comunista Dozza prese parte alla manifestazione; ed uno dei più accesi partigiani rossi, postosi al fianco di Umberto, disse all'ufficiale d'ordinanza: «Bisogna vigi­lare, non si sa mai, ci potrebbe essere qualche pazzo ad attentare alla vita del Re! Talvolta le ma­ni si alzavano con il pugno chiu­so, tal'altra nel saluto romano, ma nel complesso il Luogotenente ricevette da ogni parte omaggi che parevano sinceri.

Diversamente accadde poco do­po, durante la visita a Milano. Quanto alla mancata visita a Torino non appena liberata, il mo­tivo deve imputarsi al fatto che il campo di Venaria Reale, ove l'aereo del principe avrebbe dovuto atterrare, era in mano ai francesi; i quali avevano allora larvate idee annessionistiche. Umberto non vol­le perciò creare complicazioni od urti con il comando alleato. Gli altri due campi, poi, quello di Mirafiori e dell'aeronautica d'Italia, erano ancora minati.

Se non gli fu permesso di volare su Torino, il Luogotenente sorvolò tuttavia Milano a bassissi­ma quota, mentre le ultime colon­ne tedesche si ritiravano e nel cie­lo s'incrociavano fittissimi i colpi della contraerea.     

PARTIGIANI AL QUIRINALE

La liberazione del Nord, che da tutti gli italiani era stata attesa come una salvezza perché si spe­rava avrebbe portato un equilibrio nella vita nazionale, non dissipò l'incubo ma scatenò, sotto lo spe­cioso motivo della politica, gli odi più tremendi: e in Alta Italia fu­rono nuovi lutti e nuovi dolori.

Ivanoe Bonomi avvertì la venta­ta di odio e di vendetta che calava dal settentrione, non dovuta alle pur provatissime popolazioni ma attizzata in base a un piano accuratamente stabilito dai capi dei partiti estremisti; e nonostante la sua buona volontà, alla fine fu ob­bligato a dare le dimissioni inizian­do quella lunghissima crisi che durò circa due mesi: dalla montagna degli equivoci fu partorito il topo della conciliazione a rovescio: Ferruccio Parri.

In questa rovente e difficilissima atmosfera Umberto continuò le visite nelle terre liberate, e invero non fu mai male accolto. Certo, le popolazioni avrebbero voluto poterlo avvicinare di più, per esporgli i singoli bisogni e le singole pene, giacché lo si sapeva proclive al bene e portato verso gli umili.

Invece, una eccessiva prudenza una voluta atmosfera di assenteismo ufficiale, fecero sì che il Luogotenente contrariamente all’aspettativa, si muovesse sempre meno.

Intanto, lungo le strade malsicure continuavano le aggressioni, i depredamenti gli eccidi; ed era molto difficile ottenere il permesso degli alleati per recarsi al Nord. Con il pretesto della poca sicurezza lungo le vie di comunicazione, il permesso fu negato alla duches­sa di Genova che desiderava recarsi a Torino per salutare la propria famiglia; mentre Invece venne facilmente concesso ad altri, per motivi assai meno chiari.

Proprio In questo periodo, agli Inizi dell'estate 1945, tre Partigiani si presentarono una mattina al palazzo reale, vestiti si può dire da "bravi", col berretto calato sugli occhi, Il fazzoletto al collo ed un'a­ria spavalda non eccessivamente rassicurante. Quello che agiva come capo si chiamava Lippo. Erano quel giorno di servizio presso il Luogotenente, II maggiore Gallone, ed il capitano Avalle, i quali, preoccupati se introdurre o non introdurre presso il capo dello Stato, individui dall'aspetto così poco rassicurante, decisero di non lasciar solo li Principe durante il colloquio. I tre entrarono con fac­ce truci e l'espressione decisa, Umberto andò loro incontro, tese la mano, affabilmente, ed i tre non seppero cosa dire o cosa fare; apparivano impacciatissimi e desiderosi soltanto di andarsene al più presto. Il Luogotenente li interrogò, interessandosi alla loro attività di partigiani: mentre il maggiore Gallone fingendo di ricercare alcune carte sul tavolo, non tralasciava di sorvegliare gli "Ospiti„ con una mano sul calcio della rivoltella. L'udienza fini ed i tre uscirono. Il capitano Avalle udì quello più anziano dire:” Perché fargli del male? Mi pare sia un brav’uomo anche se ci hanno detto il contrario…”.

martedì 31 marzo 2026

Saggi storici sulla Monarchia - XIX


 

2) LA TRADIZONE MONARCHICA NEL BASSO MEDIO EVO.

Il pensiero teocratico, in opposizione alle indebite ingerenze del potere civile negli affari interni della Chiesa, fu la reazione !alla politica di Ottone I e dei suoi successori persuasi che il crisma col quale i Pontefici avevano unto le loro fronti, desse loro il potere di ergersi arbitri nelle contese fra Vescovi, di scegliere i titolari delle sedi episcopali, di imporre alla stessa cattedra apostolica la propria volontà soprattutto mediante il diritto di dare il proprio assenso alle elezioni dei Pontefici.

Contro queste pretese sorse tutto un movimento di idee che rivendicò alla Chiesa i suoi diritti e di cui fu centro il Papa Gregorio VII che ad esso diede un'alta ed organica espressione nel «Dietatus Papae»;

per Gregario VII il Papa è il capo assoluto della Chiesa universale„ padrone di deporre, condannare, assolvere e trasferire fi Vescovi, unico autorizzato a convocare e presiedere i concili ecumenici; inappellabili sono le sue decisioni, mentre egli può rivedere quelle di tutti gli altri e non può essere giudicato da nessuno; può deporre gli Imperatori e sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà ai Sovrani (iniqui; la Chiesa romana è infallibile ed il Papa fatto santo per i meriti di S. Pietro.

Queste dottrine 'trovarono immediata applicazione quando l'imperatore Enrico IV volle nominare, alcuni Vescovi senza l'assenso del Papa che minacciò di scomunicarlo e di deporlo; vedendo che Enrico non si curava delle sue minacce ed anzi cercava di rivolgere contro di lui i vescovi dell'Impero, Gregorio VII nel febbraio del 1076 scomunicò e depose l'imperatore sciogliendo i sudditi dal vincolo di fedeltà e vietando di obbedirgli. Era questa la prima volta che un Papa si attribuiva il potere di deporre un sovrano legittimo.

Questi avvenimenti segnano un data fondamentale nella storia della tradizione monarchica perché ribadiscono la provenienza soprannaturale della Sovranità ed il conseguente potere del rappresentante di Dio, Papa, di concederla o di toglierla, ma non a capriccio perché come ammette Gregorio VII — il Papa può sciogliere soltanto dal giuramento prestato ad un Sovrano iniqui°, trasformatosi cioè da padre in tiranno del suo popolo.

Le dottrine gregoriane acquistarono in seguito maggiore sviluppo, quando dopo oltre un secolo salì sul trono pontificio Innocenzo III (1198-1216). Con Innocenzo III divenuto papa a soli 38 anni, il Papato parve raggiungere l'acme della potenza; le idee teocratiche di Gregorio VII erano da lui condivise, ma in una forma ancora più accentuata.

Al Papa, quale Vicario di Gesù Cristo in terra e successore di S. Pietro, a cui il Signore aveva affidato il governo non solo della Chiesa ma di tutto il mondo, appartenevano le due spade; La spirituale da lui adoperata direttamente a quella temporale da lui affidata ai principi; su questi egli ha un diritto supremo di controllo e di comando, in quanto manchino ,alla legge divina (ratione peccati); il potere regio di origine umana, deriva la sua dignità dall'autorità pontificia, come la luna riceve la luce del sole. Nella supremazia della Sede Apostolica si confondono l'autorità dell'Impero e quella del Sacerdozio; ed era stato il Papato a togliere il privilegio dell'impero ai greci per darlo ai tedeschi. Il Pontefice era il supremo legislatore, giudice e reggitore della Chiesa, che chiamava gli altri Vescovi a partecipare alle sue cure per il mondo cristiano, mantenendo da solo la pienezza del potere.

Naturalmente questi principi venivano, a svuotare il potere monarchico del suo contenuto profondo, riducendo la funzione del sovrano a quello di delegato del papa, per i compiti d'ordine temporale; significava insomma la negazione della regalità come potere derivante direttamente da Dio, come missione affidata al legittimo Sovrano, a cui la Chiesa doveva dare solo la sua benedizione e la sua consacrazione senza interferire in merito alla persona dell'eletto che doveva essere scelto dai Principi elettori per l'Impero, ed in base al principio di legittimità per le altre corone.

Innocenzo III intervenne però talvolta in aiuto del potere regio, quando tale aiuto rientrò nel quadro della sua politica teocratica così allorquando Giovanni Re d'Inghilterra invocò il suo aiuto contro i baroni che con forza avevano estorto al Sovrano la «Magna Charta libertatum» specie di ordinamento costituzionale dello Stato, Innocenzo annullò le concessioni della Charta, vietandone sotto pena di scomunica l'osservanza. Del resto in ogni contingenza, la politica innocenziana mirò sempre ad imporre alle corone europee il riconoscimento della Sede Apostolica come unica fonte del potere civile, e tale politica fu coronata dalla scoperta influenza esercitata dal Papa sulle questioni dinastiche dei troni di Polonia, di Portogallo, di Ungheria, d'Aragona e di Bulgaria mentre nella stessa elezione del Re di Germania, Innocenzo non rinunciò ad intervenire da Sovrano.

Alla luce di questi atteggiamenti, va soprattutto considerato il pensiero monarchico di Dante Alighieri che rappresenta la fonte della reazione alla dottrina teocratica di Gregorio VII e di Innocenzo III; il grande fiorentino, nella sua opera « De Monarchia » controbatte decisamente le tesi dei decretalisti od interpreti del diritto canonico, i quali valendosi di argomenti biblici e storici alla luce dell'insegnamento, teocratico, sostenevano la dipendenza dell’imperatore, e oppone loro la necessità di distinguere i due poteri: L'Impero, o potere temporale, serve al raggiungimento della felicità naturale dell'uomo; la Chiesa o potere spi­rituale, è guida all'uomo verso la felicità soprannaturale. Per Dante non sono ammissibili né la teoria guelfa che vuole l'Impero soggetto al pa­pato, né la ghibellina che sostiene la tesi contraria; l'Imperatore deve usare rispetto e riverenza al Vicario di Cristo in terra, ma non è legato a lui da alcun vincolo di dipendenza.

Questa nuova formulazione del principio monarchico, di per sé non originale, perché molti scrittori politici partecipavano alla controversia tenendosi sulle medesime posizioni, ha il profondo pregio di penetrare nell'intimo dell'intricata questione per dare dell'impero una visione ideale che lo elevi al di sopra delle fazioni, in un'atmosfera superiore.

E l'opera del grande poeta ebbe un fortissimo influsso anche se, come ben dice uno studioso «i fautori dell'autorità politica del Pontefice non si tacquero di fronte al poderoso assalto; il De Monarchia fu confutato ben presto in altri libri e nel 1329 il Cardinale Bertrando del Poggetto che era allora legato papale in Romagna, lo fece abbruciare». (Rossi: St. della lett. it.) del resto non si poteva togliere a Dante il merito indiscutibile di aver centrato il problema vivo e palpitante intorno al prin­cipio d'autorità, se cioè l'autorità imperiale procedesse direttamente o indirettamente da Dio e di darne una brillante soluzione. Alla luce della sua formazione scolastica, il Poeta pur parteggiando per l'indipendenza del potere laico, non esita a riconoscere l'esistenza di precisi doveri da parte del potere civile verso quello religioso, con cui deve collaborare per il bene dell'umanità.

E con Dante si può considerare chiuso il travaglio speculativo del pensiero politico medioevale che pur nelle controversie dottrinarie non può fare a meno di riconoscere alla tradizione monarchica, o per via di­retta o per mezzo della Chiesa, una missione di carattere morale che trascende le vicende e le contingenze puramente politiche, e ci sembra che questo sia il risultato essenziale e più vero dell'indagine politica del grande evo della scolastica.

L'esame della teoria della sovranità in questa epoca, sarebbe però gravemente incompleto se non ci riferissimo 'anche la quelle correnti giu­ridiche che sulla base del diritto romano si interessarono dei problemi ad essa connessi, dando al loro sviluppo un valido e originale contributo.

Dalle scuole di questi giuristi, i glossatori, mosse una indagine vol­ta a fissare i rapporti intercorrenti fra sovranità spirituale e sovranità temporale e a precisare i legami fra il diritto romano e gli ordinamenti particolari degli stati nazionali allora nascenti, con la quale indagine i glossatori dal campo dell'astrazione scientifica venivano ad inserirsi nel travaglio connesso ai grandi problemi politici dell'età loro. Ed ap‑

punto da questa elaborazione nasceva la figura del «rex liber» cioè del sovrano che, nell'ambito dell'impero universale espressione completa della sovranità temporale, poteva considerarsi nel suo regno libero e sovrano come l'imperatore in tutto l'impero.

Era il tentativo riuscito di conciliare la teoria, che vedeva nell’imperatore l'esclusivo capo supremo dei popoli, can la realtà storica che vedeva nascere dallo sgretolamento dell'ordinamento feudale i grandi stati nazionali come la Francia, la Sicilia e l'Aragona che nel loro ordi­namento giuridico e nella loro azione politica non intendevano ricono­scere all'imperatore nulla di più che un primato d'onore fra i potenti della terra, ma non certo un'effettiva sovranità sugli organi dello stato. Fra questi contrasti e queste diverse visioni si inseriva un pun­to di comune convergenza: la Chiesa e l'autorità spirituale del Pa­pato a cui più volte ricorsero ti teorici della sovranità dei re liberi, per dimostrare i loro assunti sull'indipendenza dei loro signori dal potere imperiale e benché fin dal 1265 ne « Las Siete Partidas » di Alfonso il Saggio di Spagna fosse codificato il principio che il re « quanto en lo temporal, bien     como el imperador en su imperio », circa mezzo secolo dopo i giuristi della corte di Filippo il bello, re di Francia, per sostenere una tesi simile contro le pretese papali sentivano il bisogno di riferirsi sia pure implicitamente alla decretale «per Venerabilem» cioè ad una frase di Innocenzo III con la quale veniva riconosciuta al Re di Francia la qualità di «rex liber». Questo dimostra come l'aspetto politico del problema fosse ancora profondamente connesso all'aspetto teologico e canonistico, espresso dal pensiero della Chiesa.

domenica 29 marzo 2026

La Monarchia e il Fascismo, di Mario Viana

Riproponiamo nella sua interezza ed organicità un testo fondamentale per capire la complessità delle situazioni in cui si trovò ad agire il nostro Re Vittorio, della cui lettura c'è estremo bisogno per poter difendere il buon nome del Re e della Monarchia.
Abbiamo riportato capitoli e paragrafi così come avevamo fatto con l'Ingegnere Presidente Giglio qualche anno fa.
Ne raccomandiamo la lettura a tutti. 

 

Sommario

Capitolo 1

 

Capitolo 2

 

Capitolo 3

 

Capitolo 4 

 

Capitolo 5

 

Capitolo 6

 

Capitolo 7 

 

Capitolo 8


Capitolo 9

 

 Capitolo 10


Capitolo 11

 

Capitolo 12


Capitolo 13