Monarchici in Rete
Siti e blog monarchici in rete
NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
venerdì 1 maggio 2026
I Savoia a Susa: presentato il volume “L’albero genealogico e i protagonisti della Dinastia”
mercoledì 29 aprile 2026
Saggi storici sulla Monarchia - XXII
TRADIZIONE E RIVOLUZIONE
SOMMARIO:
La lotta alla tradizione
La tradizione contro la Rivoluzione
Tradizione monarchica e storia contemporanea
La Monarchia unitaria.
1) LA LOTTA ALLA TRADIZIONE.
Il pensiero tradizionalista non era ancora sollevato dalla
crisi che lo aveva investito dalla fine del medio evo, che nuova lotta gli fu
scatenata dalle forze del sorgente illuminismo.
Il secondo dell'illuminismo, conserva intatta la fiducia in
quella ragione che nel secolo precedente aveva celebrato con Cartesio, Spinoza
e Leibnitz, i suoi massimi trionfi, ma significa qualche cosa di più, perché
l'illuminismo voleva rappresentare, come scrisse Kant: «l'uscita degli uomini
da una minorità a loro stessi dovuta. Minorità è l'incapacità di servirsi del
proprio intelletto senza la guida di un altro». Naturalmente questi principi
segnano l'inizio di una nuova era in cui gli uomini ritengono di potersi
governare liberamente, di guardare avanti senza tener conto delle passate
esperienze, concepite anzi come ultimi resti dello oscurantismo medioevale; e
nel tentativo di istaurare teoricamente questo regno della libertà e della
razionalità umana, l'illuminismo doveva fatalmente trovarsi in lotta con ogni
tradizione religiosa, politica, sociale e morale; anzi in questa lotta si
concreta il ritorno dell'uomo alla natura, ideato dal rinascimento come ritorno
alle origini storiche, e dall'illuminismo come ritorno alla natura razionale
finalmente illuminata, e come guerra a tutti i pregiudizi e a tutte le
tradizioni che si sono frapposte fra la natura e l'uomo.
L'illuminismo che ebbe in Francia quelle manifestazioni che
gli dettero tanta notorietà in Europa, ebbe però origine in Inghilterra e lo si
può direttamente l'allacciare alla filosofia di Locke e dei suoi successori
Berkeley e Hume, ma non ebbe nessun rilievo politico nell'isola britannica in
quanto politicamente volto a combattere una tradizione che in Inghilterra non
esisteva più. Infatti dopo la partenza per l'esilio dell'ultimo Stuart regnante
Giacomo II, la monarchia separandosi dai valori interiori e morali della
tradizione con Guglielmo d'Orange, aveva esplicitamente accettato la corona da
quelle stesse classi mercantili che avevano decapitato Carlo I e segnato la
decadenza di Giacomo II.
Ben differente situazione si presentò invece in Francia, dove
la monarchia brillava ancora dello splendore di Luigi XIV, per nulla oscurato
dalle vicende della Reggenza e dai molti difetti personali di Luigi XV, che rappresentava
pur sempre in tutta la sua completezza, la forza che rappresentava pur sempre
in tutta la sua completezza, la forza Del resto l'illuminismo francese presenta
rispetto all'illuminismo inglesi, da cui desume tutte le altre sue
caratteristiche, un nuovo elemento di enorme importanza che lo caratterizza decisamente:
il tema speculativo della storia. Come osserva l'Abbagnano: «L'elaborazione del
problema della storia, attraverso la icontrapposizione decisa di storia e
tradizione, è il contributo più notevole ed originale dell'illuminismo francese
al pensiero filosofico del secolo XVIII».
Ed è appunto questo problema storico che diviene il tema
speculativo preferito dei filosofi francesi, che dia Voltaire a Condorcet, da
Montesquieu a Turgot dedicano gran parte della loro attività alle ricerche
sull'ordine problematico della storia, concepita però nella più arida e nella
più distaccata delle sue espressioni.
L'attività dei filosofi ebbe un vasto influsso sulle vicende
politi che i francesi e soprattutto la
parte politica della loro attività appare notevolmente accentuata, rispetto
agli illuministi inglesi; anzi nell'Enciclopedia di Diderot e d'Alambert, a cui
collaborarono i maggiori illuministi, si vuoi vedere il primo preludio della
rivoluzione e l'atto fondamentale della rivoluzione, la Dichiarazione dei
diritti dell'uomo e del cittadino, non
nasconde lo stretto legame con il Contratto Sociale di Gian Giacomo Rousseau,
in cui il filosofo ginevrino non aveva esitato a scrivere, a proposito dei
rappresentanti del potere esecutivo: «Essi non sono i padroni del popolo, ma i
suoi ufficiali ed il popolo può stabilirli e sostituirli quando gli piace. Non è
questione per essi di contrarre, ma di obbedire; e incaricandosi delle funzioni
che lo stato impone loro non fanno che obbedire ai loro doveri di cittadini,
senza avere in alcun modo il diritto di disputare sulle condizioni».
Questi erano stati i maestri delle classi colte francesi e
tutti si erano trovati concordi, pur seguendo una varia gamma di posizioni
politiche, contro il potere monarchico tradizionale; frutto della loro predicazione
che spesso si era svolta sotto la protezione morale e materiale di quell'aristocrazia,
che tanto cara avrebbe pagata la sua imprudenza, la rivoluzione francese che
possiamo ben definire un una delle più
sanguinose pagine di storia di tutti i tempi, poiché per trovare qualcosa di simile
bisogna risalire alle persecuzioni dei primi secoli dell'era Cristiana.
Si era creduto, convocando gli Stati generali di poter porre
riparo alla grave crisi finanziaria che travagliava la Francia, ma la
costituzione dell'assemblea nazionale segnò la prima diminuzione dell'autorità
regia.
Il Re di Francia era ormai costretto a lasciare il potere
effettivo nelle mani delle varie assemblee che si succedevano, ed il 21
settembre 1792 la Convenzione dichiarando decaduta la monarchia, non faceva che
constatare un dato di fatto, poiché da più di due anni il Sovrano era praticamente
prigioniero. Con Luigi XVI, la convenzione si illuse di aver sepolto la
Monarchia e che, sazi ormai del sangue dei suoi nemici, cominciava a pascersi
dei suoi stessi padri. Uno per uno, i corifei della rivoluzione trionfante,
salirono i gradini del palco fatale e Robespierre, Bailly, Vergniaud, Danton,
Desmoulins e molti altri lasciarono la testa sul patibolo senza che il loro
sangue rafforzasse la repubblica che dovette ben presto soggiacere alla sete
d'impero dell'antico generale Bonaparte, divenuto «l'imperatore dei francesi».
L'impero napoleonico rappresenta, da un punto di vista
monarchico, una delle più strane forme di reggimento politico della storia, ed
offre i migliori spunti di riflessione su una situazione, in quanto a legittimità,
assolutamente anomala .
È indubitabile storicamente che Napoleone avesse usurpato un
trono non suo, in base ai principi della rivoluzione, o piuttosto con il
diritto del più forte, ma tuttavia egli obbligando Pio VII ad incoronarlo o
meglio ad assistere alla sua incoronazione volle dare una vernice di legittimità
al suo illegittimo potere: ora è appunto da chiedersi quale valore egli
intendesse attribuire a tale atto, quando non aveva esitato a schierarsi contro
un Re e quando aveva voluto sottolineare, prendendo avanti al Papa la corona
con le sue stesse mani, di non voler sottostare a nessuno; quale valore avesse
la presenza, quasi coatta di Pio VII che si limitò ad assistere
all'autoincoronazione di Napoleone, ed infine
per quale Principio, se non per le contingenze politiche, si potesse
considerare vacante il trono dei Borboni.
Evidentemente, Napoleone aveva inteso soltanto accrescere il
prestigio di quella cerimonia, con la presenza del Papa, senza riconoscere alcun
fondamento teocratico al suo potere; Pio VII si era adattato, per timore di mali maggiori ad una situazione
assurda; e tale consacrazione in ogni caso non avrebbe avuto alcun effetto in
quanto lesiva del diritto esclusivo e legittimo della dinastia Borbonica,
consacrata a Reims, senza che mai nessun Pontefice, ne avesse dichiarato la
decadenza, che sarebbe poi stata assolutamente ingiustificata.
sabato 25 aprile 2026
Vita segreta al Quirinale V parte
UNA RISPOSTA DI FABRIZI
Intanto il Luogotenente, con sereno stoicismo, continuava a ricevere uomini politici e militari, mutilati e artisti. Una mattina chiese udienza il popolare attore Peppino De Filippo, che il Luogotenente conosceva e apprezzava. De Filippo,
[…] parte mancante, nota dello staff
le dita, non sapendo dove posarlo e non volendo gettarlo sul tappeto, se lo mise in tasca.
Umberto lodò il film e l'interpretazione dei due bravissimi attori.
Ed annunciò a Fabrizi che lo nominava commendatore della Corona d'Italia. Fabrizi finemente rispose: “Se Lei rimane, Maestà, mi basta essere stimato; se Lei dovesse lasciare l'Italia, mi dispiacerebbe invece non potermi fregiare di un'onorificenza datami da Vostra Maestà
”.
Nel febbraio 1946, intanto, giunse a Roma la regina Elena che andò ad abitare Villa Savoia, rimanendovi quindici giorni; naturalmente la cosa passò pressoché inosservata, specie da parte del grosso pubblico (che forse la ignorò del tutto).
Elena era accompagnata dalla sua dama duchessa di Torrecuso, la quale, contrariamente a ciò che era avvenuto nel passato quando prestava servizio, abitò essa pure a Villa Savoia. La regina era stata richiamata a Roma dalla malattia di sua cognata, la principessa vedova del principe Mirko di Montenegro: inferma da tempo, la principessa si era aggravata improvvisamente.
In quei giorni la Regina Elena non si recò mai al Quirinale e, se le occorse qualcosa, se lo fece portare dalla sua cameriera Umberta che abitava in un appartamentino al mezzanino della "Manica Lunga". Il Luogotenente, invece, tutti i giorni andava a vedere la madre, ma sempre solo. I nipotini, che la regina Elena amava vedere spesso, andavano dalla nonna in automobile, uscendo dalla porta di via XX Settembre.
Durante la breve permanenza nella capitale, la regina Elena ricevette a Villa Savoia tutte le sue dame, così pure parecchi dei suoi gentiluomini del Nord venuti a Roma per ossequiarla. Dando prova di molta nobiltà, ricevette anche le dame che avevano parteggiato dopo l'8 settembre per la repubblica di Salò. Evidentemente la regina, al suo gesto aveva inteso dare, passata la tempesta, un significato di ritrovata concordia fra italiani.
La malattia della principessa Militza s'aggravò ancora, e il 18 febbraio la cognata della regina Elena passava a miglior vita. Per la morte della zia, il Luogotenente convocò nel villino abitato dalla defunta tutti i principi residenti in Roma e le loro Corti. Otto staffieri in livrea erano al di là e al di qua della breve scala del villino di via Scialoja. Anche la principessa di Piemonte era presente, così i principi Romanoff, nipoti della regina Elena. Arrivò il pope russo, essendo la defunta di religione greco-ortodossa. Cerimonia breve, intima. Fuori sostavano alcune macchine e poca folla. In quei giorni Roma era occupata a seguire l'arrivo del nuovi cardinali creati dopo il Concistoro. Il Luogotenente ricevette naturalmente, secondo la prassi di rito, l'invito ad assistere alla solenne cerimonia finale del 21 febbraio: e alle otto del mattino si mosse in automobile verso San Pietro.
La Basilica era stata meravigliosamente addobbata. Lungo la navata centrale erano erette delle tribune, per tutta la sua lunghezza adorne di arazzi preziosi le cui tinte si fondevano in una leggiadra e armoniosa gamma di colori, sullo sfondo degli ori e dei marmi, risplendenti alla luce viva dei riflettori. San Pietro era gremito, sia le tribune, che avevano soltanto posti a sedere, sia i recinti costruiti nella grande crociera, ove il pubblico stava in piedi. Al completo il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede: fastose uniformi, nere toilettes delle signore, scintillanti di gioie.
Alle 9 precise si notò un movimento tra la folla adunata nel tempio; poi ripetutamente il grido di "Evviva" echeggiò sotto le volte altissime: erano entrati nella Basilica i principi di Piemonte. Per quanto il Luogotenente facesse segno di non applaudire per rispetto al luogo sacro, l'ovazione si prolungò.
Alle 9,30 precise le trombe d'argento fecero udite i loro squilli, seguì l'inno pontificio e, dalla Cappella della Pietà, il Pontefice, sulla sedia gestatoria, entrò in San Pietro.
Un lunghissimo irrefrenabile applauso salutò anche il vicario di Cristo. Era attorniato dalla sua nobile Corte, e, particolare mai verificato da secoli, era seguito dai due principi assistenti al Soglio: principe Colonna e principe Orsini, quest'ultimo ancora prestante nonostante la tarda età.
Per un'ora e mezzo si susseguirono tutti i cardinali di nuova nomina. Poi il Papa scese dal trono, risalì sulla sedia gestatoria, compiendo il giro dell'Altar' Maggiore, in modo da passare molto vicino alla tribuna reale. (Questo fatto venne aspramente criticato il giorno dopo nei fogli di sinistra).
Sua Santità benedisse tre volte il Luogotenente, fissandolo negli occhi, poi proseguì tra i flabelli lungo la navata centrale, accolto da un crescendo di applausi. Allontanatosi il Papa dal tempio, Umberto rimase ancora a pregare. Quando uscì dalla Basilica, il grido scandito di "Savoia" proruppe da molti popolani: fu la prima spontanea manifestazione pubblica alla Monarchia.
RICEVIMENTO Al CARDINALI
Si parlò moltissimo in quei giorni di un grande ricevimento che il Luogotenente avrebbe dato ai cardinali presenti in Roma per il Concistoro; si trovava strano che le porte del Quirinale, non più aperte a nessun ricevimento dopo il ritorno di Umberto a Roma, si schiudessero solamente per tale occasione, e i pettegolezzi furono infiniti.
Il ricevimento, ebbe luogo, infatti, il 25 febbraio. Erano stati invitati tutti i membri del governo. Togliatti e Nenni si astennero, De Gasperi vi partecipò con gli altri ministri. Per togliere ogni carattere mondano al ricevimento, le signore della cosiddetta società elegante non vennero invitate, ciò che suscitò un nuovo vespaio.
Per la prima volta nel Regno di Italia i principi della Chiesa si recarono in così gran numero al Quirinale. Il Luogotenente aspettava gli ospiti in piedi nella Sala del Trono, attorniato dai principi reali residenti in Roma. I cardinali, dopo aver parlato con Umberto, venivano uno alla volta introdotti dal gentiluomo di servizio, conte Solaro del Borgo, alla presenza della principessa di Piemonte che si trovava nella sala attigua, avendo vicine le duchesse di Genova e di Ancona.
Maria José indossava un vestito di merletto blu scuro, con sulle spalle una pellegrina di volpi argentate, lunghi orecchini, quadruplice giro di perle al collo. Primo ad entrare fu il cardinale Agagianian, che invitò la principessa a voler assistere al prossimo Pontificale in rito armeno. La principessa promise di assistervi, ma per ragioni politiche (giacché gli "Evviva" durante la cerimonia del Concistoro avevano impensierito gli uomini politici allora al governo), Maria José non andò più in San Pietro.
Finita la presentazione dei cardinali alla principessa, il Luogotenente s'avviò verso la sfilata delle ricche sale, in quella ov'erano state preparate tre vaste tavole ovali, illuminate da venti candelabri di venti candele ognuno. Le candele rimasero al loro posto, il ricco buffet sparve rapidamente: come accade in ogni importante ricevimento.
I ricevimenti per i neo-cardinali continuarono presso le varie ambasciate, ma quello di maggior risonanza ebbe luogo al Grand Hotel, offerto dal cardinale Spellman.
Il Luogotenente e la principessa intervennero in forma ufficiale. Enorme folla nell'aristocratico albergo di via delle Terme, rivincita per chi non era stato al Quirinale, ottima occasione per i principi onde avvicinare tante "personalità" d'ogni parte del mondo. Essi s'intrattennero per più di due ore, parlando con tutti, nonostante i reiterati avvertimenti del primo aiutante di campo. Questa prolungata partecipazione al ricevimento fu peraltro assai gradita agli ospiti ed i giornali americani commentarono molto favorevolmente la cosa.
Oramai il Luogotenente moltiplicava la propria attività, da solo, tenendosi a contatto con le autorità alleate di passaggio, e partecipando assieme alla principessa a taluni ricevimenti.
L'ambasciatore americano Kirk, particolarmente legato all'Italia per aver passato I primi anni della sua carriera a Roma, invitò più volte il Luogotenente. Per natura non amante delle feste, Kirk fece il possibile per dimostrare ugualmente la sua devozione ed il suo attaccamento a Umberto: nonostante egli usasse sempre una tavola rotonda, a distinguere il posto dell'augusto ospite metteva una grande poltrona dorata. Di tali suoi sentimenti fa fede, del resto, il ritiro volontario dalla carriera dopo il referendum.
Un altro errore degli uffici stampa monarchici, in questo periodo, fu l'aver ignorato il ritorno dall'internamento in Germania della duchessa Anna d'Aosta. La duchessa era priva di ogni cosa; al punto che, invitata ad un ricevimento intimo offerto al Quirinale in onore degli ufficiali della V Armata, non avendo con sé neppure un abito da sera, ne indossò
uno della principessa Maria José.
A questo ricevimento gli ufficiali alleati avevano chiesto di condurre la banda del reggimento dei Filippini, che faceva parte dell'armata stessa. Fu loro concesso e si videro così nell'austero palazzo i soldati che, mentre suonavano, si adornavano di ghirlande fiorite e si muovevano gesticolando, alternando marce e danze delle isole dei mari del Sud.
mercoledì 22 aprile 2026
Saggi storici sulla Monarchia - XXI
4) L'ASSOLUTISMO.
Il prestigio della tradizione
monarchica, decaduta almeno formalmente e da un punto di vista squisitamente
dottrinario, ritrovò uno sprazzo dell'antico splendore in Francia sotto il
lungo regno di Luigi XIV detto il Re Sole. Questi del suo splendido palazzo di
Versailles fece i 'tempio della regalità e ribaldì con famosa frase: «L'état
c'est moi» il principio della monarchia assoluta.
Il concetto monarchico di
Luigi XIV è quello assoluto, nel senso più pieno della parola; per il principio
dell'autorità il Sovrano è non soltanto il principe ma anche il tutore dei suoi
sudditi ed in un certo senso il pesante protettore della Chiesa. Ed appunto in
quell'epoca le correnti teologiche gallicane ebbero in Francia il loro maggiore
sviluppo ed i tentativi di indipendenza del clero francese dalla Sede di Roma
trovarono nel Re un tollerante osservatore anche se non un vero e proprio protettore.
Differente situazione
presentava l'Inghilterra, retta dopo l'estinzione dei Tudor, dagli Stwart;
mentre Luigi XIV si accontentava di dichiarare parte integrale del potere
monarchico lo « ius regaliae » (cioè il diritto della Corona francese
esercitato da secoli in gran parte del regno, di amministrare i vescovati e di
conferire durante la vacanza i benefici di collazione vescovile) la nazione
d'oltremanica continuava a mantenere nello spirito della tradizione monarchica,
i principi ispiratori dell'azione di Enrico VIII staccatosi da Roma e
autoproclamatosi capo della Chiesa d'Inghilterra. Questa innovazione, che
riuniva in una sola persona i due poteri civile e religioso, concedeva al
Sovrano un potere praticamente assoluto, ma proprio l'Inghilterra pervenuta ad
un assolutismo reale se non formale ai primi del cinquecento, cioè circa un
secolo prima degli altri stati, battè poi la strada opposta, giungendo,
attraverso due rivoluzioni ad un regime liberale, almeno un secolo prima del
resto d'Europa.
Dopo il breve regno di Edoardo
VI e quelli di Maria la Cattolica e di Elisabetta, tutti e tre figli di Enrico
VIII, salì sul trono inglese agli inizi del XVII secolo, Giacomo Stuart,
anglicano benché figlio della cattolica Maria Stuarda da cui aveva ereditato la
corona scozzese. Giacomo I crudele ed ingiusto verso i cattolici, non fu
gradito neppure ai protestanti puritani e presbiteriani offesi dal tentativo
del Re di episcopalizzare la chiesa scozzese e poiché in quelle sette viva era
la tendenza, ereditata dal calvinismo, verso la democrazia, essa giunse molto
oltre fino a professare il diritto di resistenza alla tirannia religiosa e
dell'uccisione del tiranno. Questi risentimenti vivissimi sotto il regno di
Giacomo, tutto compreso dell'origine divina e dello sconfinato potere della
regalità, crebbero sotto quello del figlio Carlo I.
Le lotte continue fra il Re ed
I suoi ministri da una parte, ed il parlamento dell'altra ebbero vario esito,
non senza gravissime umiliazioni inferte alla Corona, come l'accusa al Duca di
Buckingham e la condanna a morte del conte di Strafford, ambedue ministri e
favoriti del Sovrano, e sboccarono nella guerra civile. Il Re sconfitto e catturato,
venne condannato a morte come «tiranno, traditore, omicida e nemico della
comunità» e decapitato il 30 gennaio 1649. Era la prima testa coronata,
troncata dalla rivoluzione borghese, sorta a chiedere impaziente ed insaziabile
il sangue del Sovrano.
La proclamazione della
repubblica inglese non è il primo episodio storico che mostra la ricca classe
borghese dei mercanti in lotta contro il potere regio, sostenuto dalla nobiltà,
ma è certo il più grave; la borghesia è ormai alla ricerca di un mezzo
qualsiasi per poter assumere una funzione politica e non esita, per questo, a
farsi strumento dei tiranni quale Oliviero Cromwell, e a calpestare ogni
tradizione ed ogni principio di diritto.
Quanto alla monarchia inglese,
restaurata nel 1660, nella persona del figlio di Carlo I, Carlo II, ebbe pochi
anni di vita perché il nuovo Sovrano non riuscì a consolidarne le basi in un
terreno minato dalla eresia protestante; il fratello e successore Giacomo II
che tentò di restaurare nel regno il Cattolicesimo fu travolto
dell'infedeltà dei sudditi, ormai formati nello spirito anglicano e antiromano,
e dovette abbandonare l'Inghilterra nel 1688 mentre vi entrava, chiamato dai
partiti protestanti, il genero Guglielmo d'Orange-Nassau statholder d'Olanda,
che ottenne la corona accettando definitivamente la Chiesa anglicana e la forma
costituzionale del governo.
Con la caduta della dinastia
degli Stuart, si può considerare finita in Inghilterra la tradizione monarchica
da un punto di vista ideologico; ancora perdura formalmente ed è viva nella
coscienza nazionale inglese, la devozione verso la monarchia britannica ma tale
fedeltà si esplica soltanto in formule esteriori di carattere sentimentale e
coreografico senza che la tradizione monarchica riesca a dare al paese una sua
impronta politica ed il Sovrano non è che un simbolo, di fronte al parlamento
ed al governo, espressione di questa assemblea.
Né in Francia, Luigi XIV
nonostante il suo assolutismo più politico che ideologico, riuscì a dare una
nuova vitalità al principio monarchico sul piano teoretico. Alcuni suoi
atteggiamenti di fronte alla Chiesa resero talvolta la sua figura di politico
piuttosto contrastante con quella del Re consacrato e la sua vita privata non
permise di poterlo sempre considerare come l'esempio dei suoi sudditi.
Il pensiero politico
dell'epoca del resto, non va molto discosto dall'andamento pratico e benché il
grande Vescovo di Meaux, Boussuet abbia illustrato con le più belle pagine
dettate dalla sua eloquenza, l'altezza e la dignità della tradizione
monarchica, pure non mancarono altri come Thom'as Hobbes che pur riconoscendo
al Sovrano il diritto ed il dovere di difendere i diritti della sovranità e di
rendere conto del proprio operato solo a Dio, non tralasciarono di affermare
che il Re riceveva il potere dai componenti dello stato, cioè i sudditi che
con un patto di tutti glielo avevano trasferito. «Questa - egli dice - è
l'origine di quel grande leviatano, o per usare maggior rispetto, di quel Dio
mortale, al quale dobbiamo pace e difesa, giacche per l'autorità conferitagli
dai suoi componenti, ha tanta forza e potere che può disciplinare la volontà
di tutti in vista della pace interna e dell'aiuto scambievole contro i nemici
esterni » Leviatano II, 17).
E' chiaro
che con questo, Hobbes benché teorico dell'assolutismo viene a negare l'essenza
del potere monarchico quale era stato concepito da S. Paolo in poi; la sua
teoria della necessità di un potere unico che è indispensabile per la pace e la
tranquillità della società, non implica che un riconoscimento del potere
monarchico come espediente puramente politico, di carattere essenzialmente
umano e pratico, anche se
il delegato della società ha diritto al massimo onore ed alla massima
venerazione.
In fondo si può dire che il
pensiero di Hobbes, rispecchi le vicende della sua epoca che vide le
rivoluzioni inglese e gli atteggiamenti di Luigi XIV contro la Chiesa
cattolica, due situazioni cioè che mostrano un distacco, non solo formale, fra
i due aspetti del monarca: il reggitore politico ed il rappresentante morale
del principio di autorità, ed il pensiero del filosofo inglese assume un
carattere particolarmente indicativo, in quanto rappresenta l'ultima
espressione dell'assolutismo dottrinario, prima del sorgere dell'illuminismo.
sabato 18 aprile 2026
Vita segreta al Quirinale IV parte
In
quel periodo Maria José avrebbe voluto riprendere la propria vita attiva
visitando cliniche e ospedali, in un ambiente più favorevolmente preparato
dalle visite frequenti delle duchesse di Genova e di Ancona: ma dovette rinunciarvi,
data la situazione. Dovette pure rinunciare ai concerti, che tanto gradiva (la
cosa le fu proibita dal generale Infante) limitandosi a vedere sempre le stesse
persone intime, come la signora Jaccarino, che spesse volte era
trattenuta a pranzo, e le signorine di Cossilla e Miranda. Finalmente, qualche
settimana più tardi, dalla Svizzera ritornarono i principi: Umberto andò loro
incontro all'aeroporto, riabbracciandoli felice. Essi presero alloggio
nell'appartamento alla "Manica lunga" già occupato dalla Regina
Elena.
La
domenica seguente, dopo la Messa (alla quale avevano partecipato gli addetti
alle varie Corti residenti al Quirinale) Maria José presentò le principessine
Maria Pia e Gabriella, mentre il Luogotenente presentava il principe Vittorio
Emanuele con queste semplici parole: “Mio figlio".
Anche
dopo il ritorno dei ragazzi, la vita della principessa dl Piemonte non mutò.
Austera, senza visite ufficiali La risposta era sempre la stessa quando si
chiedeva il perché di questo assenteismo: Durante la Luogotenenza non è
contemplata la figura della moglie
Maria
José approfondì la propria conoscenza della lingua russa, che aveva
cominciato a studiare durante il soggiorno svizzero. Correvano allora voci di
un'azione della principessa negli ambienti di Corte, in favore di una Reggenza:
ma nulla avvalora questa Ipotesi alla luce dei fatti. E’ invece esatta una
serie di visite misteriose al Quirinale fatte da una signora, attivissima
propagandista del partito d'Azione; visite che sfuggivano al controllo del
pur vigilantissimo Infante, e che provocarono commenti e pettególezzi
spiacevoli, non soltanto a Roma, originando appunto le voci di una Reggenza.
La
principessa voleva ad ogni costo offrire la propria attività per opere
benefiche. Ne parlò al professor Castellani, ricevette la contessa Vicino
Pallavicino allo scopo di aprire un laboratorio per aiutare le famiglie dei
prigionieri e dei reduci: interessò donna Carlotta Orlando Carabelli, interessò
pure la stessa signora De Gasperi, ed insistette sulla necessità di fondi per
aiutare tanti derelitti. Infine, ascoltato il comm. Paci, incaricato della
beneficenza privata dei principi di Piemonte e che ormai aveva dato si può dire
tutto, la principessa si reco dal Luogotenente ed ottenne la somma che
occorreva, consegnandola alla signora De Gasperi. Quando la signora Gillet, del
posto di ristoro della P.C.A. della stazione Termini, si recò dalla principessa
in visita dl omaggio ed espose i desideri dei reduci. Maria José si rivolse ed
ottenne dal ministro Lucifero la somma da mettere a disposizione
della P.C.A. Ad ogni reduce, a nome di casa reale, furono date lire 200.
Occorre
ricordare che allora arrivavano dai ventimila ai trentamila reduci al giorno.
Arrivavano stanchi, laceri, affamati: e molte volte il piccolo peculio che
erano riusciti a raggranellare nei lunghi mesi di prigionia veniva loro rubato
durante il viaggio. In generale conservavano ancor viva la fede monarchica. E
fu un grave errore da parte monarchica, specie dell'ammiraglio Garofalo, il
non capire l'importanza che aveva questa massa di giovani. Ma la risposta era
sempre la stessa: "La monarchia non può farsi della réclame, deve
reggersi da sé, non deve ricorrere a forme commercialistiche di
propaganda".
Così,
dieci ufficiali reduci dalla prigionia in Germania che si recarono a Napoli
per ossequiare Vittorio Emanuele III urtarono inutilmente contro questo muro di
silenzio, cui faceva da scolta il fedele ma troppo formalistico generale
Puntoni. I reduci vennero a Roma, ove non solo furono ricevuti direttamente dal
Luogotenente, ma, date le loro condizioni, vennero anche ospitati per vari
giorni al Quirinale. E se Umberto avesse avuto una maggiore disponibilità
economica, avrebbe aiutato un numero ancor maggiore di persone. Il conte
Augusto Premoll potrebbe del resto dire con cognizione di causa quante volte
ebbe l'incarico dal Luogotenente di vendere quadri e mobili di valore, onde rifornire
la cassa della beneficenza che era sempre vuota.
La
stessa colpevole negligenza da parte della burocrazia di Corte si dovette
osservare allorché si trattò dei prigionieri di ritorno dalla Russia.
Il
primo convoglio giunse a Roma il 15 novembre del 1945 alle ore 7. Il giorno
prima colonnello dei granatieri A., reduce dalla prigionia in Egitto, si
presentò direttamente all'ufficiale di ordinanza del Luogotenente, capitano
Avalle, chiese udienza per motivi urgentissimi, e venne subito ricevuto.
Umberto
lo abbracciò commosso, conoscendolo fin da quando era con lui al 1°
Granatieri. Il visitatore espose chiaramente il motivo della sua visita:
accogliere i reduci, assisterli, riceverli al Quirinale.
In
queste alternative di generosi tentativi per soccorrere i reduci e di intrighi
per tener lontano da loro Umberto, passò tutto l'autunno e l'inizio
dell'inverno '45-'46. Per il Natale il Luogotenente servì un pranzo ai bimbi
poveri, coadiuvato, dietro sua richiesta, dai principi che risiedevano al Quirinale.
Umberto di Savoia dette l'esempio dell'umiltà e della cordialità più piena
verso i piccoli ospiti. Al pranzo parteciparono trecento bambini, scelti tra i
più poveri e giunti dalla periferia in autocarro. Furono fatti salire per il
grande scalone in fondo al cortile. Nella vasta sala erano state preparate
lunghe tavole dalle finissime tovaglie di Fiandra; gli staffieri, in giacca e
guanti, portavano i piatti nella sala ove si trovava il Luogotenente stesso,
che distribuiva il vitto coadiuvato dai figli Maria Pia e Vittorio Emanuele. Il
pasto era composto (l'un piatto di pasta asciutta al sugo, cinghiale e daino
di Castel Porziano, arrosto con contorno, un piccolo panettone, frutta, un
bicchiere di vino. Molti ragazzi espressero il desiderio di portare una parte
del pranzo ' alla mamma e le dame presenti li aiutarono a confezionare i
pacchetti.
VERSO
IL REFERENDUM
Dunque
la Monarchia non era del tutto assente, specie il suo nuovo capo. Si poteva
fare di più? Indubbiamente. Perché non fu fatto? Certo vi furono colpe, ma non
vanno sopravvalutate: altre cause intervennero e queste appartengono alla
fatalità degli eventi, per cui ad un dato momento della storia è inevitabile
che ciò che deve avvenire avvenga.
Ed
ecco sorgere il fatale anno 1946. Si profilava all'orizzonte il referendum, fra
nubi di tempesta e lampi d'odio. Fascisti non convinti della loro sconfitta,
anche se ormai ai margini della vita politica; antifascisti non sicuri della
loro vittoria, anche se beneficiari quasi assoluti d'una situazione non da
essi soli conquistata; il comunista Valerio proposto per la medaglia d'oro,
mentre mani anticomuniste scrivevano in Trastevere "arivolemo er
puzzone", cioè proprio quel Mussolini che Valerio aveva ucciso; gli
uomini si armavano, le donne ottenevano il voto. Questo il clima in cui fu
impostato e risolto il problema istituzionale.
Dato
ciò, non è da meravigliarsi se il problema stesso sembrava non interessare
nessuno. «E che è?», si domandavano non pochi. L'impreparazione, l'agitazione e
l'arrivismo, danzavano a braccetto nell'ombra, mentre i partiti di destra e,
più ancora, l'entourage del Quirinale, sonnecchiavano come si
trattasse di cosa che non li riguardasse affatto.
Il I°
gennaio vi fu la presentazione degli auguri da parte dei rappresentanti della
Camera, del Senato e delle alte cariche dello Stato. Senza pompa, in forma
democratica, come si disse. Quasi che nel passato sino all'avvento del fascismo,
il nostro Paese e il suo sovrano non fossero stai giudicati i più democratici
dell'Europa... Dopo aver ricevuto gli auguri degli uomini politici, il
Luogotenente passò in una delle sale prospicienti il cortile d'onore dove si
trovavano adunati numerosi bimbi poveri ai quali fece gli auguri ed offrì, come
otto giorni prima, un pranzo.
Ma
qualche giorno più tardi avvenne un episodio che non doveva certo giovare alla
causa monarchica: a un convegno di reduci al posto di ristoro della P.A.C.
alla stazione Termini, il Luogotenente, che aveva annunciato già una sua
visita, all'ultimo momento non andò. I commenti furono infiniti e sfavorevoli
e solo in seguito si seppe che l'entourage di Corte l'aveva
sconsigliato con insistenza, adducendo motivi che poi in parte si rivelarono
falsi.
Mentre
le cose, in Quirinale, stavano a questo punto, non meglio andavano fuori della
Corte: gran parte della nobiltà, per paura od altro, si teneva lontano dal
Luogotenente e non fu certo tra di essa che furono trovati i pochi disinteressati
propagandisti delle tesi monarchiche. Non un soldo venne dato dai grandi
latifondisti che ancora pochi anni prima sollecitavano l'onore di una
presentazione a Corte. Naturalmente vi furono eccezioni: furono generosissime,
nella beneficenza e nella propaganda, la contessa Morozzo della Rocca, la
marchesa Editta Dusmet, il principe Clemente Aldobrandini, la principessa
Marianna Giovanelli, la contessa Martin Franklin. A Palermo, il principe di
Mirto; a Catania, il principe di Sulmona; a Torino, Gianni Agnelli. Ma i più
rimasero inerti.
Soprattutto
grave era l'assenteismo dell'ufficio stampa di casa reale; fra l'altro, in
mancanza di materiale, diciamo, dl propaganda, si ebbe l'ingenuità di far
distribuire, a coloro che in quel tempo richiedevano fotografie del principe
Vittorio Emanuele, immagini di quando questi aveva tre anni. Non si era
riusciti a trovarne altre più recenti.
Dopo
le prime elezioni amministrative, al Nord, un senso di scoramento aveva
invaso tutti. Sembrava non ci fosse più nulla da fare. In questo periodo la
primogenita del Luogotenente, la principessa Maria Pia, si era iscritta alle
"guide", prendeva parte a tutte le esercitazioni, con la massima
semplicità, affiatandosi con ragazze della sua età e di qualsiasi condizione.
Anche ciò fu, si può dire, ignorato. La principessina si recava ogni giorno
alla scuola pubblica, ritornando al Quirinale sempre a piedi, accompagnata
dalla governante signorina Paolini.
Vita segreta al Quirinale - III parte
LA MORTE DI MAFALDA
Il 1° maggio si sparse fulminea,
al Quirinale, la notizia della morte in prigionia, nel tragico campo di
concentramento di Buchenwald, della principessa Mafalda. La radio confermò la
notizia. I telefoni al palazzo reale squillavano ininterrottamente: chi
sperava, chi si disperava, ed era come un brancolare nel buio.
Il Luogotenente quel giorno
parve invecchiato di dieci anni, poiché era molto affezionato alla sorella.
Per ventiquattr'ore si continuò in quell'angosciosa attesa dl smentite e di
conferme, che, specie da Napoli, venivano richieste con insistenza. La morte
era entrata ormai nella quieta dimora dei vecchi sovrani.
Sembra che la regina Elena abbia
appreso la perdita della figlia a mezzo radio, svenendo. Il terzo giorno,
tramite il Vaticano, la notizia fu definitivamente confermata. Tutta la
famiglia reale s'era sempre illusa che la principessa fosse ancora viva, per
quanto privi di sue notizie dal 1943 ed allarmati dal modo con il quale era
stata "prelevata" dai tedeschi.
Non appena Il Luogotenente ebbe
conferma della morte della sorella, si recò a Napoli con i propri ufficiali
d'ordinanza. La scena che avvenne, quando Umberto s'incontrò coni genitori, fu
quanto di più drammatico si possa immaginare. La regina, scorgendo il figlio,
si accasciò, e un pianto disperato la tenne smarrita per vario tempo. Si
temette per la sua ragione, un occhio le s'indebolì fin quasi a spegnersi. Vittorio
Emanuele III, spettrale nella sua rigidità silenziosa, non riusciva a
pronunciare una sola parola. In quella grande villa ove i vecchi sovrani erano
alloggiati, e che guardava sul golfo partenopeo avvolto quel giorno dal sole e
all'azzurro, la regina continuava a piangere, in una spasmodica tensione.
Il funerale di Mafalda ebbe
luogo nella Cappella Paolina, presenti tutti gli ambasciatori accreditati presso
la Corte, ed alcuni membri del governo e personalità politiche, compreso, V.
E. Orlando.
La cerimonia ebbe luogo la mattina
del 9 maggio alle ore 10. Tutte le principesse reali residenti a Roma erano
invitate. Il Luogotenente entrò nella cappella dando il braccio alla duchessa
di Genova. Doveva intervenire alla cerimonia la principessa Adelaide Massimo
Savoia-Genova, ma dopo mezz'ora di attesa il Luogotenente decise di far
iniziare la funzione. Dopo alcuni giorni si seppe che il mastro delle
cerimonie di servizio aveva dimenticato d'invitarla.
La funzione non fu molto
lunga, ma molto triste. Aleggiava su tutti lo spirito della infelice
principessa. I giornali di allora, occupatissimi nelle polemiche dei partiti
l'un, contro l'altro armati, non ebbero una parola di rimpianto per lei, morta
fra atroci sofferenze; anzi. Non mancò qualche foglio che irrise al dolore
della disperata madre.
Solamente più tardi, dietro
interessamento di donna Carlotta Orlando e del marchese Carlo Grazianl, che
era stato devotissimo alla scomparsa, fu fatta conoscere all'opinione pubblica
la verità sulla fine di Mafalda nell'inferno di Buchenwald. I registri, che
erano stati messi nella portineria del Quirinale, si riempirono allora rapidamente
di firme.
All'improvviso, intanto, ai primi di maggio, voci confuse e contraddittorie si sparsero a mezzo della radio, e raccolte dai giornali con versioni legate ai differenti colori politici: la principessa di Piemonte era tornata in Italia dalla Svizzera, attraversando la frontiera a piedi, sola.
Sarebbe stato invero difficile
riconoscere in quella giovane donna, senza cappello, con gli occhiali neri, il
sacco sulle spalle, le grosse scarpe chiodate, la consorte di Umberto di
Savoia. Raggiunto Il castello di Sarre, in Val d'Aosta, vi si chiuse nel più
ermetico silenzio, e fece bene perché non lontano fischiavano ancora le
pallottole delle ultime pattuglie tedesche in ritirata: e guai se fosse stata
riconosciuta. Certo, se gli addetti alla Corte della principessa in Svizzera
avessero avuto più spirito organizzativo, avrebbero potuto prendere accordi
con numerosi italiani residenti in territorio elvetico che si erano offerti di
scortare Maria José in Italia, al momento della liberazione. Ma ciò non fu
fatto.
MARIA JOSÉ A TORINO
Primi a presentarsi al
castello di Sarre furono gli americani, a mezzo del maggiore F. P., del
servizio segreto, il quale passando da Torino aveva fatto salire sulla propria
jeep un'amica della principessa, la contessa A., correndo il rischio, durante il
viaggio, di finire entrambi nelle mani delle retroguardie tedesche.
Scesero nel cortile del
castello, e la contessa, pratica del luogo, cercò subito di avviarsi verso l'appartamento
della principessa. Ma venne fermata dal prof. N., che aveva accompagnato Maria
José dalla Svizzera, e che sia nella tema di pericoli, sia per eccessiva prudenza,
negava la presenza al castello dell'augusta ospite. Intervenne il maggiore
americano, il quale si fece riconoscere, e dichiarò: «Esigo che la.
contessa venga posta immediatamente a contatto con la principessa.
Maria José, nel proprio
appartamento, seduta al pianoforte stava suonando uno dei suoi brani favoriti.
S'alzò stupita ed andò incontro commossa alla prima persona amica che vedeva
dopo il suo ritorno in Italia. Ella era completamente all'oscuro del movimento
monarchico partigiano, e di quanto accadeva in quei giorni a Torino. Ignorava
gli ostacoli che avevano Impedito al principe di Piemonte un immediato viaggio
al Nord per incontrarla, come sarebbe stato suo vivo desiderio; ed ignorava
pure tutte le formalità, poste dagli alleati, e a chiunque, per viaggi in aereo
ed in automobile. Ella aveva vissuto nel castello in una francescana
semplicità, cibandosi di erbaggi e di qualche uova del pollaio del guardiano,
salvato per miracolo dalla razzia dei tedeschi. Il burro veniva portato
clandestinamente, di notte, da una balla, ma la mensa era così sprovvista che non
fu possibile trattenere a colazione né la contessa né il maggiore americano.
Comunque, i risultati
dell'incontro furono che la principessa sarebbe rimasta a Sarre fino a quando
le vie non fossero state sgombrate dalle retroguardie tedesche, poi una
vettura americana sarebbe andata a prenderla per condurla a Racconigi, nel
castello reale, in attesa di trasferirsi a Roma.
La principessa il 28 maggio
raggiunse Racconigi, recandosi poi ogni giorno a Torino ove ricevette, oltre i
comandanti alleati, le autorità italiane che meglio si erano comportate sotto
la dominazione tedesca.
Ma come apparve Torino ai suoi
occhi! La città era mutilata. i negozi spogli, senza vetrine; al posto. dei
vetri tavole di legno, buio nell'interno, e fuori un'atmosfera di disordine,
d'incubo, di prepotenza. Ciò che più impressionava.
In contrasto stridente con l'anarchia
regnante nella città, era che tutti i servizi pubblici funzionavano
perfettamente. Non si vedeva né un carabiniere, né una guardia di città:
solamente la polizia partigiana, con mitra e fazzoletto rosso. Il palazzo
reale era sede del comando Inglese: Il palazzo Chiablese, diviso dal palazzo
reale da un sottopassaggio, era stato completamente distrutto. Ci volle perciò
molto coraggio da parte della marchesa A. nel convincere la principessa dl
Piemonte a fermarsi a Torino. Presi contatti con le autorità alleate, Maria
José visitò l'ospedale di Malta ov'erano ricoverati I patrioti feriti.
distribuì pacchi dono ai degenti, si recò al Santuario della Consolata, e, appreso
che fra i partigiani esistevano anche bande monarchiche, comandante
"Gabriele", capo della divisione: “Monferrato, "Fracassi" che
era andato spesso a Roma attraversando le linee tedesche, Silvio Geuna e tanti
altri che si erano comportati valorosamente. La principessa aveva portato con sé
pochissima roba, indossava quasi sempre un tailleur leggero di blu, una
camicetta di foulard nero, sandali di pelle marrone scamosciata e dal tacco
bassissimo e cappello. Era Sempre la donna che tanti italiani avevano applaudito,
anche se nel suo viso vi era molta tristezza tanto che la sua dama ebbe lo
slancio di andarle incontro per mostrale la propria devozione. soprattutto per esserle
vicina e sorreggerla in quel
particolare. Solo due giorni prima che lasciasse Torino, venne da Roma, con
l'apparecchio del Luogotenente, la signorina Sofia Jaccarino, devota amica, e
la gioia di rivederla in Maria José fu grande. Il 16 giugno 1945 giunse dalla
capitale il conte Cesare Spalletti Trivelli, gentiluomo della principessa:
ripartirono su un aereo militare messo a disposizione dagli alleati, un D.C.3.
L'apparecchio atterrò
all'aeroporto già del Littorio. Sul campo era ad attendere Maria José il Luogotenente.
L’incontro fu commovente, i
presenti poterono notare con quale e quanta effusione i due coniugi si
abbracciarono.
i
giornali non parlarono affatto, neppure quelli di destra, dell'arrivo della
principessa nella capitale. Maria José si stabili al Quirinale nel proprio
appartamento privato, composto di camere molto piccole, che aprivano le
finestre sul cortile interno. Un salotto modernissimo, con comode poltrone di grossa
tela di canapa. color naturale, un tavolino a due piani di spesso vetro, con
sopra l'immancabile libretto degli appunti; varie collane di pietra dura
colorata; la scatola delle sigarette: in un angolo il pianoforte. Una porta
del salotto dava sulla piccola anticamera ove arrivava l’ascensore. In
collegamento con l'appartamento per le udienze, al piano superiore.
Modernamente attrezzata era la camera da letto, con un sommier basso e largo,
dalla coperta di damasco. Alle pareti, scaffali di libri. La camera da letto-
comunicava con il guardaroba, dai capaci armadi, regno della signorina Hélène,
cameriera privata belga al servizio di Maria José fin dai primissimi anni.
In quel piccolo appartamento
la principessa ricevette le persone più intime. Per una scaletta angusta, dai
logori scalini in travertino, l'appartamento comunicava con quello del
Luogotenente.
GIUNGONO I REDUCI
In
quel periodo Maria José avrebbe voluto riprendere la propria vita attiva
visitando cliniche e ospedali, in un ambiente più favorevolmente preparato
dalle visite frequenti delle duchesse di Genova e di Ancona: ma dovette rinunciarvi,
data la situazione. Dovette pure rinunciare ai concerti, che tanto gradiva (la
cosa le fu proibita dal generale Infante) limitandosi a vedere sempre le stesse
persone intime, come la signora Jaccarino, che spesse volte era trattenuta a
pranzo, e le signorine di Cossilla e Miranda. Finalmente, qualche settimana
più tardi, dalla Svizzera ritornarono i principi: Umberto andò loro incontro
all'aeroporto, riabbracciandoli felice. Essi presero alloggio
nell'appartamento alla "Manica lunga" già occupato dalla Regina
Elena.
La domenica seguente, dopo la
Messa (alla quale avevano partecipato gli addetti alle varie Corti residenti
al Quirinale) Maria José presentò le principessine Maria Pia e Gabriella,
mentre il Luogotenente presentava il principe Vittorio Emanuele con queste
semplici parole: “Mio figlio.
Anche dopo il ritorno dei
ragazzi, la vita della Principessa dl Piemonte non mutò. Austera, senza visite ufficiali La risposta era sempre la
stessa quando si chiedeva il perché di questo assenteismo: Durante la
Luogotenenza non ò contemplata la figura della moglie ..
Maria José approfondì la propria
conoscenza della lingua russa, che aveva cominciato a studiare durante il
soggiorno svizzero. Correvano allora voci di un'azione della principessa negli
ambienti di Corte, in favore di una Reggenza: ma nulla avvalora questa Ipotesi
alla luce dei fatti. È invece esatta una serie di visite misteriose al
Quirinale fatte da una signora, attivissima propagandista del partito
d'Azione; visite che sfuggivano al controllo del pur vigilantissimo Infante,
e che provocarono commenti e pettegolezzi spiacevoli, non soltanto a Roma,
originando appunto le voci di una Reggenza.
La principessa voleva ad ogni
costo offrire la propria attività per opere benefiche. Ne parlò al professor
Castellani, ricevette la contessa Vicino Pallavicino allo scopo di aprire un
laboratorio per aiutare le famiglie dei prigionieri e dei reduci: interessò
donna Carlotta Orlando Carabelli, interessò pure la stessa signora De Gasperi,
ed insistette sulla necessità di fondi per aiutare tanti derelitti. Infine,
ascoltato il comm. Paci, incaricato della beneficenza privata dei principi di Piemonte
e che ormai aveva dato si può dire tutto, la principessa si reco dal
Luogotenente ed ottenne la somma che occorreva, consegnandola alla signora De
Gasperi. Quando la signora Gillet, del posto di ristoro della P.C.A. della
stazione Termini, si recò dalla principessa in visita dl omaggio ed espose i
desideri dei reduci. Maria José si rivolse ed ottenne dal ministro Lucifero la somma
da mettere a disposizione della P.C.A. Ad ogni reduce, a nome di casa reale, furono
date lire 200.
Occorre ricordare che allora
arrivavano dai ventimila ai trentamila reduci al giorno. Arrivavano stanchi,
laceri, affamati: e molte volte il piccolo peculio che erano riusciti a
raggranellare nei lunghi mesi di prigionia veniva loro rubato durante il
viaggio. In generale conservavano ancor viva la fede monarchica. E fu un grave
errore da parte monarchica, specie dell'ammiraglio Garofalo, il non capire
l'importanza che aveva questa massa di giovani. Ma la risposta era sempre la
stessa: «La monarchia non può farsi della réclame, deve reggersi da sé, non
deve ricorrere a forme commercialisti-che di propaganda
Così, dieci ufficiali reduci
dalla prigionia in Germania che si recarono a Napoli per ossequiare Vittorio
Emanuele III urtarono inutilmente contro questo muro di silenzio, cui faceva da
scolta il fedele ma troppo formalistico generale Puntoni. I reduci vennero a
Roma, ove non solo furono ricevuti direttamente dal Luogotenente, ma, date le
loro condizioni, vennero anche ospitati per vari giorni al Quirinale. E se
Umberto avesse avuto una maggiore disponibilità economica, avrebbe aiutato un
numero ancor maggiore di persone. Il conte Augusto Premoll potrebbe del resto
dire con cognizione di causa quante volte ebbe l'incarico dal Luogotenente di
vendere quadri e mobili di valore, onde rifornire la cassa della beneficenza
che era sempre vuota.
La stessa colpevole negligenza
da parte della burocrazia di Corte si dovette osservare allorché si trattò dei
prigionieri di ritorno dalla Russia.
Il primo convoglio giunse a Roma
il 15 novembre del 1945 alle ore 7. Il giorno prima colonnello dei granatieri
A., reduce dalla prigionia in Egitto, si presentò direttamente all'ufficiale
di ordinanza del Luogotenente, capitano Avalle, chiese udienza per motivi urgentissimi,
e venne subito ricevuto.
Umberto lo abbracciò commosso,
conoscendolo fin da quando era con lui al 1° Granatieri. Il visitatore espose
chiaramente il motivo della sua visita: accogliere i reduci, assisterli,
riceverli al Quirinale.
Monarchici divisi, monarchismo sospeso: la disputa tra Aimone di Savoia-Aosta ed Emanuele Filiberto
Come spesso accade in Italia,
la partita si è riaperta con una lettera, quella di Aimone di Savoia-Aosta, e
si è subito trasformata in un duello a distanza tra cugini. Da un lato, una
presa di posizione che ha riattivato la questione dinastica; dall’altro, la
risposta di una delle due Consulte dei Senatori del Regno, sotto forma di un
documento che ambisce a chiudere la vicenda sul piano giuridico a favore di
Emanuele Filiberto di Savoia. Il risultato è quello che vediamo da anni in
questa nicchia del sistema politico italiano: un dibattito che torna
ciclicamente, si accende, produce testi, repliche, controrepliche — e poi
lascia tutto esattamente com’era. A questo punto scatta, prevedibilmente,
l’ironia repubblicana: una disputa tra “pretendenti” a un trono che non esiste
più, documenti solenni su questioni che non producono effetti giuridici,
lettere e repliche che sembrano appartenere a un altro tempo.
È una reazione comprensibile,
ma superficiale. Perché confonde il piano dell’efficacia con quello della
rilevanza. Che la monarchia non sia più un’istituzione vigente è un fatto; che
le categorie che essa richiama — continuità dello Stato, legittimità, rappresentanza
— siano irrilevanti, è tutt’altro discorso. Liquidare la questione con sarcasmo
significa evitare il problema: non quello dinastico in sé, ma quello più ampio
di come si costruisce e si riconosce l’autorità politica in una fase in cui le
istituzioni democratiche mostrano crescenti difficoltà. In questo senso,
l’ironia dice meno sulla monarchia di quanto riveli sulla povertà del dibattito
pubblico che pretende di archiviarla. Il documento della Consulta “ginevrina”,
a ben vedere, rappresenterebbe anche un salto di qualità in questo senso. Non
si limita a sostenere una linea, ma prova a dimostrarla.
Richiama norme, ricostruisce
fonti, costruisce un percorso argomentativo che pretende di trasformare una
posizione in una conclusione necessaria. È un’operazione ambiziosa. Ma che
purtroppo risulta più maldestra che altro. Perché il diritto, in questa materia,
non può fare ciò che gli si chiede di fare. Le norme richiamate appartengono a
un ordinamento che non esiste più; le interpretazioni proposte sono selettive;
i passaggi logici, spesso, servono più a sostenere una tesi che a verificarla.
Il risultato è un testo che vuole apparire definitivo e invece finisce per
essere, a tratti, strampalato; troppo costruito per convincere davvero, troppo
orientato per essere neutrale. Ma sarebbe semplice fermarsi qui. Perché anche
la posizione di Aimone, se osservata con attenzione, presenta un problema
speculare. La sua lettera riapre la questione dinastica proprio nel momento in
cui Emanuele Filiberto ritorna a far parlare di sè nella cronaca quotidiana, ma
non offre una direzione. Rimette in discussione la legittimità altrui, senza
costruire fino in fondo la propria. E soprattutto lascia, ancora una volta, i
monarchici che a lui si richiamano in una posizione sospesa: mobilitati nella
polemica, ma privi di un orizzonte politico chiaro. È questo il punto che
sfugge a entrambi i fronti.
Da una parte si tenta di
chiudere la questione con il diritto, dall’altra la si riapre senza
trasformarla in progetto. In mezzo restano i monarchici, chiamati a scegliere,
a schierarsi, a prendere posizione — ma senza che questa scelta produca
qualcosa che vada oltre la dinamica interna. E nel frattempo, il monarchismo
continua a non esistere pienamente come soggetto politico. Il problema non è la
divisione. Le divisioni, in politica, sono fisiologiche. Il problema è quando
diventano totalizzanti, quando assorbono tutto lo spazio disponibile. Oggi il
monarchismo italiano discute quasi esclusivamente del passato o di sé stesso:
chi è legittimo, chi rappresenta cosa, chi ha titolo. Ma spesso non osa dire
nulla su ciò che conta fuori da questo perimetro. Eppure, se esiste un senso
oggi nel richiamo alla monarchia, non è genealogico. È politico. Riguarda il
modo in cui si pensa l’unità dello Stato, il rapporto tra rappresentanza e
decisione, il ruolo delle istituzioni in una fase di crescente instabilità.
Su questo terreno, il
monarchismo potrebbe avere qualcosa da dire, proprio perché viviamo in un’epoca
incerta e di crisi delle istituzioni. Il monarchismo potrebbe offrire spunti
interessanti, ma finché resta intrappolato nella disputa dinastica, semplicemente
non lo fa. La vicenda di questi giorni lo dimostra ancora una volta. Un
documento “ginevrino” che pretende di chiudere, una lettera “aostana” che
riapre, e nessuno dei due che sposta davvero il baricentro. Forse è arrivato il
momento di accettare una realtà semplice: i monarchici possono legittimamente
dividersi sulle preferenze dinastiche. Ma il monarchismo, se vuole contare
qualcosa, deve smettere di far dipendere da quella divisione la propria
esistenza politica. In altre parole, deve diventare neutrale su ciò che lo
divide, per poter finalmente essere rilevante su ciò che conta. Altrimenti
continuerà a oscillare tra testi troppo costruiti per convincere e prese di
posizione troppo deboli per guidare. E resterà, come oggi, sospeso.
Fonte : Il Riformista
domenica 12 aprile 2026
Saggi storici sulla Monarchia - XX
LA TRADIZIONE MONARCHICA NEL RINASCIMENTO.
Il nuovo indirizzo del
pensiero umano e della cultura universale che iniziò al principio del XV secolo
e che è conosciuto con il nome di Urnanesimo e poi di Rinascimento, non mancò
di lasciare profonde tracce nel campo della filosofia, giuridica e del pensiero
politico.
L'Umanesimo rappresenta,
rispetto al Medio evo, una nuova concezione della persona di fronte alla
collettività, dell'ingegno umano di
fronte alla metafisica, del
desiderio di vita di fronte alla rinuncia mistica di ogni bene terreno in
attesa dei premi celesti; tuttavia come scrive l'Abbagnano: «questo distacco
non è una antitesi. L'antitesi tra l'uomo medioevale e l'uomo del Rinascimento
si volatilizza a misura che procede l'analisi delle singole personalità,
del rinascimento. Non è possibile considerare il rinascimento come
l'affermazione dell'immanenza di fronte alla trascendenza medioevale, dell'irregolarità,
del paganesimo dell'individualismo, del sensualismo, dello scetticismo, di
fronte alla religiosità, all'universalismo, allo spiritualismo ed al dogmatismo
del medio evo». (Storia della filosofia, Vol. II).
Si vuole insomma dire che il
nuovo indirizzo teoretico, pur divergente nettamente dall'indirizzo precedente,
non rappresenta un'antitesi pura e semplice ma piuttosto una evoluzione - che
potremmo anche sotto certi aspetti chiamare involuzione - in cui l'uomo si
sente chiamato ad assumere una parte più importante e decisiva che nel passato,
a rivalutare i propri diritti in quanto singolo essere pensante, contro quelli
di tutta una tradizione di pensiero.
Caratteristica spiccata
dell'umanesimo rinascimentale è la sua profonda esigenza di un rinnovamento
politico; l'uomo vuole riformarsi non solo nella sua individualità, ma anche
nella sua vita associata e per questo intraprende un'analisi delle strutture
della comunità politica, per scoprirne il fondamento e ad esso riportare le
forme storiche della comunità stessa. E tale ricerca trova la sua espressione
nelle due correnti
dello storicismo e del
giusnaturalismo che la concepiscono rispettivamente come ritorno alle origini
storiche della comunità sociale, o come ritorno al fondamento universale di
ogni comunità che è la sua base naturale.
Il più illustre degli
storicisti fu certamente Niccolò Machiavelli che nella sua opera riesce a porre
in atto quell'unità di giudizio storico e politico, che costituisce la sua
fondamentale caratteristica facendone uno dei primi scrittori politici dell'età
moderna, ma splendido sviluppo ebbe il suo pensiero, allorché venne raccolto da
Giovanni Botero.
Botero, scrivendo la sua
grande opera: Della ragion di Stato, al declinare del XVI secolo, rinnova
appunto il concetto machiavellico della ragion di stato, includendo fra le sue
esigenze, le stesse esigenze della morale; e per questo richiede al sovrano
l'eccellenza della virtù ritenendo che il fondamento dello stato sia appunto
l'obbedienza dei sudditi che viene accattivata dalle virtù del Principe.
Maggiore apporto al problema
monarchico, diede la scuola giusnaturalista con Giovanni Bodin che pone nella
sovranità senza limiti, tranne quelli che derivano dalla legge di Dio e dalla
natura, la validità propria dello Stato. La potenza sovrana dello stato non è
arbitrio incondizionato perché ha la sua norma nella legge divina e naturale,
norma che le deriva dal suo fine supremo: la giustizia. E tale sovranità non deriva
da nessun altro perché consiste nel potere positivo di care le leggi ai sudditi
o di abrogare le leggi inutili o dannose e di farne altre; il che non può esser
fatto da chi è soggetto alle leggi o da chi riceve da altri il potere di cui è
in possesso.
Queste idee non impediscono
tuttavia al filosofo di affermare i limiti del potere che non può mai
prescindere dalla legge divina e naturale, egli scrive: «La più notevole
differenza fra il re e il tiranno è che il re si conforma alle leggi di natura,
il tiranno le calpesta; l'uno coltiva la pietà, la giustizia e la fede, l'altro
,non ha Dio, né fede, né legge », (Six livras de la republique II,
4, 446).
La dottrina di Bodin è il
presupposto del giusnaturalismo concepito come ritorno dell'organizzazione
politica alla sua sostanza razionale ma partendo da esso alcuni pensatori
giunsero a conclusioni affatto opposte, come per l'Althusius, il primo che
abbia affermato il principio della sovranità popolare, definendo lo Stato: «comunità
pubblica universale per la quale più città e province si obbligano a possedere,
costituire, esercitare e difendere la sovranità». O per il Grozio sostenitore
della tesi contrattualistica, per la quale ogni comunità umana è fondata originariamente
su un patto, senza escludere che questo patto appunto, abbia potuto trasferire
la sovranità dal popolo al principe.
L'esame di tutte le correnti
del pensiero politico porta però ad una unica conclusione innegabile: che il
principio della monarchia di diritto divino, ha subito una crisi profonda e
s'incammina verso una stasi ideologica per cedere il posto ad altre teorie.
L'assolutismo teocratico di Innocenzo III ha trascinato nella sua decadenza la
monarchia come forma politica, ed anche coloro che ad essa riconoscono una
efficacia, come ottimo fra i sistemi politici, preferiscono trovarne le ragioni
nella forma contrattualistica o addirittura nella delega da parte del popolo,
unico detentore della sovranità.
In pratica gli stati
monarchici nel XVI secolo, sono assai diversi dallo Stato centralizzato e
burocratico moderno; persistevano in essi molti elementi dotati di previlegi e
di statuti particolari. Ovunque vi erano i tre stati, clero, nobiltà .e
borghesia con le loro assemblee rappresentative, vi erano giurisdizioni locali
di feudatari e autonomie cittadine e regionali. La distribuzione del potere fra
queste molteplicità differenziate e privilegiate ed il monarca variava assai da
uno stato all'altro: si poteva parlare, «grosso modo» di monarchia assoluta
nello stato milanese, di assolutismo temperato dal parlamento e dalle assemblee
in Francia, di monarchia feudale nobiliare negli stati tedeschi, in Ungheria ed
in Polonia. In Inghilterra vigeva una forma di monarchia costituzionale, con un
parlamento che già aveva i caratteri di rappresentanza nazionale, pur
conservando la struttura a Stati, ma nel funzionamento di questa costituzione
v'erano ancora grandi incertezze e capacità di oscillazione fra monarchia e
parlamento.
In
definitiva il concetto del Sovrano amministratore andò prendendo il posto di
quello di Sovrano padrone e non pochi poltici tentarono di porre implicitamente
in dimenticanza il principio antichissimo di S. Paolo «Nulla, nisi a Deo
potestas » cercando anche per i legittimi Sovrani riconosciuti, ogni fonte di
diritto che non fosse quello divino.
Questo processo fu favorito
dalla decadenza politica della Chiesa e dell'Impero, che non potettero
esercitare sugli altri Stati che un iflusso puramente morale; la scomparsa
completa della concezione dantesca della Chiesa e dell'Impero uguali strumenti
per la realizzazione della giustizia nel mondo, e di quella gregoriana e
innocenziana della Chiesa ente supremo e dell'Impero suo braccio secolare, non
poteva non portare alla costituzione degli Stati nazionali, espressioni di
interessi territoriali e sociali puramente umani, il cui Sovrano doveva sempre rispondere
in qualche modo alle oligarchie dei maggiorenti del proprio
operato.
E tale fu sempre, in
definitiva lo stato del Rinascimento, con un alternarsi di prevalenze fra la
corona e gli enti previlegiati, fino a che la politica di Luigi XIV non porterà
in Francia ad una personificazione dello Stato nella persona del Sovrano.