NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 5 ottobre 2026

VITTORIO EMANUELE III, RE NELLE TEMPESTE

 

Aldo A. Mola

 

Una questione di metodo. Storia o affabulazione?

In principio erano gli Archivi, Sacri e inviolabili, voluti dagli Stati, consci che sono il deposito della Verità. Da lì nacquero i grandi saggi. Di seguito viene la divulgazione, che giova se si basa sulla storiografia, a sua volta debitrice degli archivi. Se preferisce esprimere “apprezzamenti” su “fatti”e “personaggi”, basati più o meno su pregiudizi e “simpatie personali” (di cui lo storico deve spogliarsi quando propone la sua sofferta interpretazione degli eventi), la narrazione, anziché stare alla realtà, diviene affabulazione e scivola verso la parodia. Nulla di grave. Ma, ben inteso, non è storia.

La sequenza cronologica non insinua (o non dovrebbe insinuare) un rapporto di causa tra il prima e il poi. Il cammino degli eventi, un “processo”, è frutto dell'azione umana, imprevedibile. Non è una linea retta, e meno ancora ascensionale. Procede a segmenti, per intervento di imponderabili che sfuggono al controllo degli umanoidi, come avvenne per le età e le epoche del passato remoto. Alcuni sedicenti “occidentali”, che forse non hanno mai letto i “sacri testi”, ritengono che al punto di partenza e di arrivo del processo storico vi sia “la libertà” (una parola… in libertà). Non sempre comprendono che, forse, il “percorso” è solo susseguirsi di accidentalità. Un diluvio, un uragano, una siccità prolungata. Le pesti. Un bomba di troppo, il terrore, la catastrofe… perché gli Stati si aggrediscono per paura assai più che per certezza di vittoria.

Nessun prima contiene il poi, se non agli occhi di chi viene dopo e lo sentenzia perché il poi è accaduto ed egli crede di poterlo spiegare. Non solo, il prima dell'oggi o dello ieri a sua volta ha un precedente e così via risalendo all'indietro nel tempo. Lo avevano chiaro gli antichi, rassegnati a rimettersi all'intervento di forze sovrumane nella vita degli individui e dei popoli. All'improvviso irrompeva sulla scena l'“invidia degli dèi”, che atterra gli imperi più possenti e riduce i sogni degli uomini a mera vanità.

Nel secolo scorso, in risposta agli orrori di due guerre mondiali e dei regimi totalitari, completi di razzismo e genocidi, fiorì l'illusione che gli ideali di libertà e fratellanza tra le persone e i popoli siano comunque e sempre destinati a prevalere sulle forze del male. Ma nessuno fu chiamato a rendere conto dell'impiego di quelle bombe nucleari che mutarono irreversibilmente il corso della storia e generarono l'equilibrio del terrore, anticamera di una “pax” inevitabilmente precaria. L’oggi è condizionato dall’assenza di accordi tra le maggiori potenze planetarie e dall'incontrollabilità di quelle medie e piccole. Alcune di queste ultime sono armate quasi quanto le prime e, per motivi identitari e fanatismi teologici, paiono più aggressive e insofferenti di ogni vincolo. Infine, a fronte della potenziale “ribellione delle macchine” (l'ormai leggendaria AI), molto più pericolose di quella “delle masse”, temuta all'inizio del Novecento, prevale un ragionevole pessimismo su “come andranno le cose” a breve e a medio termine.   L'“ottimismo della volontà” si è perso per strada. Sui tempi lunghi nessuna persona avveduta scommette più. Il futuro, mirando al quale molti muovono sconsolati il capo, è nelle mani di… chissà chi.

Per aiutare gli italiani a conoscere le tappe fondamentali della loro storia almeno dall'unità in poi, lo Stato promosse opere di impegno vasto e durevole, a cominciare dall'organizzazione e dalla tutela di Archivi pubblici e privati, e mise a disposizione dei cittadini repertori di fonti per la storia. Ne sono esempio insigne i “Documenti diplomatici italiani”, disponibili gratuitamente in rete, e ampie raccolte di “carte”, tra le quali spiccano, per gli anni più difficili vissuti dal Paese, l'edizione critica dei “Verbali del Consiglio dei ministri, luglio 1943-maggio 1948” curata da Aldo G. Ricci, sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato (dieci volumi in tredici tomi) e quella dei “Verbali del Consiglio dei ministri della Repubblica sociale italiana, settembre 1943-aprile 1945” curata da Francesca Romana Scardaccione, con prefazione di Ricci (1611 pagine). A queste e a consimili opere, si aggiunge la mole di memorie, diari ed epistolari. Strumenti ignorati dagli affabulatori, sono tuttavia ineludibili per chi voglia conoscere e soprattutto per chi si prefigga di far conoscere, ovvero di proporre senza imporre, nel rispetto del lettore o uditore.

Cazzullo dixit…

La prima puntata della nuova serie di “Una giornata particolare” di Aldo Cazzullo per la rete televisiva La7, intitolata “8 settembre 1943. Morte e rinascita della Patria” ha suscitato qualche perplessità, non per la pregevole abbondanza di fotografie e di filmati ma per quella, prevalente, di epiteti ingenerosi calati su alcuni personaggi via via proposti, specialmente Pietro Badoglio e Vittorio Emanuele III. Ma la narrazione televisiva è stata davvero aderente alle “cose”, ai “fatti” che accaddero? Qualcuno ha osservato che quei due, il Re e Badoglio, fecero ciò che molti ancora non comprendono: salvarono lo Stato, senza il quale nessuna “patria” ha probabilità di esistere.

Il Re: rimasto solo di fronte al regime

Per comprendere “una giornata particolare” non si può certo risalire ad Adamo ed Eva. Tra i “precedenti” dell'8 settembre 1943 Cazzullo ha insistito sulla notte del 27-28 ottobre 1922, quando però, a differenza di quanto emerge dal racconto, l'unico a vegliare fu proprio Vittorio Emanuele III, invocato a Roma dal presidente del Consiglio Luigi Facta, che la sera del 27 lo accolse alla Stazione Termini annunciandogli le dimissioni del governo. Da settimane il re, informato e consapevole ma scrupolosamente costituzionale, gli aveva chiesto di convocare le Camere per “parlamentarizzare” la crisi. Invano. Facta non lo fece nell'illusione senile di succedere a se stesso, con Mussolini assegnato a un ministero di terza fila. Anche Giolitti, malaticcio assai, fu assente. Stava festeggiando il suo 80° compleanno a Cavour, un borgo lontano da strade ferrate. Vi riceveva messaggi in cifra all'“ufficio” provvisoriamente postato in una locanda. Per fargli conoscere termini di trattative occulte il prefetto di Milano, Alfredo Lusignoli, lo raggiungeva in automobile.

Come andarono veramente le cose emerge dai verbali del Consiglio dei ministri pubblicati in “Mussolini a pieni voti? Da Facta al duce. Inediti sulla crisi del 1922” (ed. del Capricorno, 2012).

Insomma, le “carte” sono disponibili a stampa, a beneficio di chi non ha tempo di frequentare gli archivi. In sintesi, a parte comunisti, socialisti e repubblicani, tutti gli altri partiti, i “poteri forti”(esistevano anche allora: alta finanza, banche, industriali...) e l'altra riva del Tevere (la Chiesa cattolica) erano per un governo comprendente i fascisti. Poiché nessun altro accettò l'incarico o non riuscì nell'impresa (fu il caso di Antonio Salandra, liberale conservatore), nelle ore concitate seguenti le dimissioni di Facta il re nominò Mussolini, che dimorava a Milano, abilmente consigliato da Margherita Sarfatti, con fastidio di sua moglie, Rachele.

Formato il governo, quando si presentò in Parlamento e provocò la Camera con parole sferzanti, il “duce delle camicie nere” ottenne consenso plebiscitario. Ebbe il voto di Giolitti, De Gasperi, Einaudi, Benedetto Croce e di un lunghissimo eccetera di liberali, cattolici, socialriformisti, democratici. Sono cose note, ma vanno ricordate a cospetto della demonizzazione del re, che, oltretutto, per Statuto non poteva respingere leggi approvate dalle Camere e neppure accettarle “con riserva” come oggi può fare invece il presidente della Repubblica. In un profilo storico, altra cosa dall'affabulazione, questo va precisato perché è il vero “nodo” del “famigerato ventennio”, che non nacque il 27 o il 31 ottobre 1922, quando si insediò il governo più durevole d'Italia (detto con buona pace di chi ne presiede uno da quattro anni), ma dalle elezioni del 1919 e del 1921 e dal suicidio della Camera dei deputati. Divisa su tutto essa mostrò che “governare gli italiani non è difficile, è inutile”, tanto essi son pretenziosi e capricciosi.

Perciò, anche dopo il discorso del 3 gennaio 1925, con il quale Mussolini respinse ogni addebito nell'assassinio di Giacomo Matteotti e rivendicò la “Rivoluzione fascista”, il Re emanò le leggi approvate dal Parlamento, comprese quelle che limitarono la libertà di stampa e di associazione (costringendo le Massonerie ad auto-sciogliersi), dichiararono decaduti i deputati assenti ingiustificati ai lavori, istituirono il Tribunale speciale per la difesa dello Stato e ripristinarono la pena di morte per attentati contro lo Stato. A chi gli chiedeva in udienza privata (mai in discorsi parlamentari) di intervenire nella crisi Vittorio Emanuele III rispose sempre che gli sarebbe occorso un pronunciamento significativo almeno della Camera. Non un voto di sfiducia, né una maggioranza contraria al governo, ma almeno un segnale forte e concorde delle opposizioni. Le quali però, come detto, passavano il tempo a scomunicarsi a vicenda: comunisti contro socialisti (divisi in diverse parrocchie), repubblicani, democratici e liberali di varia ascendenza e prospettive divaricate.

          

Per quanto superfluo giova ricordare rapidamente il seguito. Nel corso del 1925 Mussolini, capo del governo e ministro degli Esteri, assunse la titolarità di Guerra, Marina e Aeronautica. Dal 6 novembre 1926 fu ministro per l'Interno. Il 17 maggio 1928 la legge approntata dal ministro Alfredo Rocco attribuì al Gran Consiglio del Fascismo (solo successivamente regolamentato: un corto circuito approvato dal Parlamento) la predisposizione della lista di 400 candidati alla Camera, da approvare o rifiutare in blocco. Giudicandola un «decisivo distacco dal regime retto dallo Statuto», il 18 marzo l'ottantaseienne Giolitti votò contro. Morì il 17 luglio.

L'11 febbraio 1929 Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri firmarono i Patti Lateranensi: il regno d'Italia riconobbe lo Stato della Città del Vaticano e fu riconosciuto dalla Santa Sede. La “Conciliazione” chiuse la “questione romana” aperta dall'annessione di Roma (20 settembre 1870), che aveva “debellato” lo Stato pontificio e spinto Pio IX a scomunicare il re e tutta la dirigenza politica della Nuova Italia. Alle elezioni del 24 marzo 1929 il governo ottenne straripante consenso. Al giuramento di fedeltà al re e ai suoi legittimi discendenti si aggiunse quello di fedeltà al regime. Obbligatorio per i pubblici impiegati, fu esteso ai professori e ai docenti universitari, che giurarono in massa, anche per non lasciare la cattedra a ometti del regime. L'iscrizione al PNF divenne requisito per il concorso ai pubblici impieghi.

Nel 1932 fu fondato l'Istituto per la Ricostruzione industriale (IRI), presieduto da Alberto Beneduce, già deputato socialista e massone.

Saltando a piè pari i vari passaggi attraverso i quali il regime ampliò il consenso nelle “masse” (anzitutto la pace interna, il riconoscimento dell'Italia nella comunità internazionale, le aperture di credito da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna...), nel 1935 l'Italia dichiarò guerra all'Impero di Etiopia, membro della Società delle Nazioni, che deliberò sanzioni economiche contro Roma. Pressoché inefficaci, esse suscitarono un'onda di solidarietà patriottica. L'offerta di oro alla patria ebbe successo straripante. All'ingresso delle truppe italiane in Addis Abeba (9 maggio) Vittorio Emanuele III assunse la corona di Imperatore d'Etiopia. Il 15 aprile 1937 Pio XI conferì la Rosa d'Oro della Cristianità alla Regina Elena, «fulgido esempio di virtù e carità per tutte le donne italiane».

Nel marzo 1938 la Germania annetté l’Austria: a luglio l’“Anschluss”, sottoposto a plebiscito, fu approvato pressoché dal 100% degli elettori, molti dei quali erano più nazisti dei tedeschi. L’Italia si trovò quindi a confinare direttamente con il Reich dominato da Adolf Hitler, che poco dopo fu in viaggio di Stato in Italia. Accolto gelidamente da Vittorio Emanuele III, il “Führer” venne osannato da folle plaudenti. Nel Partito nazionale fascista (PNF) e nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) riaffiorano fermenti antimonarchici, blanditi da Mussolini. La conferenza di Monaco di Baviera (settembre 1938) concesse a Hitler l'annessione di parte della Cecoslovacchia.

Nettamente contrario all'antisemitismo dilagante e dopo aver ripetutamente espresso a Mussolini «infinita pietà per gli ebrei» (20 novembre), il re emanò le leggi antiebraiche perché approvate dai due rami del Parlamento. Non poté fare diversamente. È arcinoto ma viene taciuto dagli affabulatori. La Camera le votò all'unanimità dei 360 presenti (14 dicembre). Italo Balbo, vecchio massone, quadrumviro della mai avvenuta “marcia su Roma” risultò assente ingiustificato. Al Senato si contarono dieci voti contrari su 164 presenti e circa 400 membri (19 dicembre). Votarono contro ambasciatori, generali e Luigi Einaudi, ma il verbale non lo dice.

La legge 19 gennaio 1939, n. 129 sostituì la Camera dei deputati con quella “dei Fasci e delle Corporazioni”, i cui componenti, denominati “consiglieri”, erano in parte “gerarchi” del regime (parecchi di media o piccola caratura) e in parte designati dal Consiglio nazionale delle Corporazioni, riformato con la legge 5 gennaio 1939, n. 10 , “aggregati”, in numero indeterminato.

Il 23 marzo 1939, inaugurando la XVII Legislatura, Vittorio Emanuele III auspicò: «la pace duri il più a lungo possibile». Il 16 aprile assunse la corona di re d'Albania, occupata da truppe italiane pochi giorni prima.

 

Dall'intervento in guerra alla svolta dell'estate 1943

Previo il patto di non aggressione con l'Unione sovietica (23 agosto), il 1° settembre la Germania invase la Polonia. Dal 16 l'URSS ne occupò la parte orientale e gli Stati Baltici. Bocciata la proposta di una conferenza di pace avanzata da Mussolini, il 3 settembre Gran Bretagna e Francia dichiararono guerra alla Germania. Il governo Mussolini annunciò la «non belligeranza» dell'Italia.

La Regina Elena, non ignaro il re, scrisse alle sei sovrane di Paesi neutrali (Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Bulgaria e Jugoslavia) auspicando un intervento comune per scongiurare il dilagare del conflitto.

Il 10 giugno 1940 il governo italiano dichiarò guerra alla Gran Bretagna e alla Francia, anche nel timore che i tedeschi, di lì a poco a Parigi, arrivassero sul Mediterraneo chiudendo l'Italia in una tenaglia germanica. Nell'errata previsione di imminente armistizio generale, il governo condusse “guerra parallela”. Il 28 ottobre l'Italia aggredì la Grecia, con esito sconfortante. Dalla dissoluzione del regno di Jugoslavia, travolto dai tedeschi (6 aprile 1941), nacque quello di Croazia (10 aprile), la cui corona fu assegnata ad Aimone di Savoia, duca di Spoleto, che il 18 maggio assunse il nome di Tomislavo II ma rimase a Firenze, ove istituì un “ufficio per gli affari croati”. Il 12 ottobre 1943 abdicò formalmente, rientrando nella linea di successione alla corona d'Italia. Suo fratello maggiore, Amedeo, duca di Aosta, sconfitto dagli inglesi nell'Africa Orientale Italiana, morì prigioniero (3 marzo 1942).

Il 22 giugno 1941 iniziò l'offensiva tedesca contro l'URSS. L'Italia vi destinò un Corpo di spedizione e poi un'Armata. Il 7 dicembre il Giappone bombardò la flotta statunitense a Pearl Harbour (Hawaii) e dichiarò guerra agli USA. L'11 dicembre Italia e Germania, alleate del Giappone, dichiararono guerra agli USA. Nella Conferenza anglo-russa di Mosca (12-15 agosto 1942) Churchill e Stalin prospettarono le rispettive aree di influenza dopo la vittoria. Dell'Italia non dissero molto. Era scontato che rimanesse “a occidente”. Gli inglesi sconfissero gli italo-germanici ad El-Alamein (23 ottobre-5 novembre). Gli anglo-americani sbarcarono in Marocco e Algeria (8 novembre). A dicembre l'Armata italiana in Russia (ARMIR) fu travolta dall'offensiva sovietica.

Il Re in campo

Sin dal gennaio 1943, perdute l'Africa Orientale Italiana e la Libia e mentre le armate italiane erano disseminate al di fuori dei confini nazionali, di concerto con il ministro della Real Casa Pietro d'Aquarone il re decise di revocare Mussolini e rompere l'alleanza con la Germania. Su pressione dell'URSS, la conferenza anglo-americana a Casablanca (14-26 gennaio) deliberò che gli Stati nemici dovevano arrendersi «senza condizioni». Il 22 luglio 67 senatori presenti a Roma (militari, diplomatici, banchieri, industriali...) chiesero per scritto al presidente Giacomo Suardo l'immediata convocazione dell'assemblea plenaria dei “Patres”. Il 25 luglio, a cospetto dell'assalto anglo-americano alla Sicilia (10 luglio) e del bombardamento su Roma mentre Mussolini incontrò Hitler a Feltre (19 luglio), il Gran consiglio del fascismo li scavalcò e a larga maggioranza invitò il re a esercitare i poteri statutari. Non chiese né le dimissioni di Mussolini né lo smantellamento del regime. Constatata l'incapacità del “duce” di separare l'Italia dalla Germania, Vittorio Emanuele III revocò Mussolini da capo del governo e lo sostituì con il maresciallo Pietro Badoglio, che sciolse la Camera, il PNF, la MVSN e avviò la defascistizzazione. In stato di fermo (non di arresto, a differenza di quanto più volte ripetuto da Cazzullo), Mussolini si dichiarò disposto a collaborare con il nuovo governo.

Il 7 agosto il re autorizzò la trattativa armistiziale con gli anglo-americani, condotta da militari: gli unici di cui si fidava e dei quali gli anglo-americani avevano considerazione. I “partiti” risultarono fuori scena, anche per loro scelta sin dal pomeriggio del fatidico 25 luglio 1943.

Come si sia arrivati alla resa senza condizione e quali ne furono le conseguenze merita adeguata e separata trattazione.


mercoledì 16 settembre 2026

GIUSEPPE MAZZINI V/S I LIBERI PENSATORI UN INEDITO ALLA BIBLIOTECA DI CUNEO


di Aldo A. Mola

 

Una inedito di Giuseppe Mazzini alla Biblioteca Civica di Cuneo

   Una lettera inedita di Giuseppe Mazzini del 3 agosto 1864 a un militante del “Libero Pensiero” viene esposta al pubblico in apposita teca nella Sala Mazzini della nuova sede della Biblioteca Civica di Cuneo, a Palazzo Santa Croce, un tempo Ospedale, splendidamente restaurato. L'inedito evidenzia la distanza incolmabile tra l'“Apostolo” e il movimento dei liberi pensatori esordiente in Italia all'inizio degli Anni Sessanta dell'Ottocento. Il 1864 è l'anno dell’“Inno a Satana” di Giosuè Carducci. Il rifiuto di Mazzini alla “elezione a Socio onorario dei Liberi Pensatori” andò molto oltre le divisioni in corso tra i seguaci suoi e quelli di Garibaldi. Investì anche la massoneria italiana, ancora incerta sulla condotta da tenere nei confronti delle istituzioni cementate dalla proclamazione del regno d'Italia, il 14 marzo 1861.

   La lettera richiama indirettamente l'attenzione sull'evoluzione del quadro politico del “Vecchio Piemonte” alla vigilia del trasferimento della capitale da Torino a Firenze, deliberata con la convenzione italo-francese del 15 settembre 1864: uno degli snodi fondamentali per il rinnovo della rappresentanza parlamentare chiamata a svolgere un ruolo autenticamente nazionale. In tale ambito divenne e a lungo rimase centrale la scelta tra Mazzini e Garibaldi quale figura precipua di riferimento del cammino della Nuova Italia. L'opzione fu tra collaborare con la monarchia per consolidare il regno e completare l'unità o farne una repubblica. All'Italia mancavano non solo Trento e Trieste, ma anche Venezia e soprattutto Roma. Il cammino era ancora molto lungo. Nel settembre 1864 il siciliano Francesco Crispi, che nel 1860 aveva preparato e assecondato l'impresa dei Mille capitanata a Garibaldi, decisiva per l'unificazione, enunciò la linea: «La monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe». Più tardi Carducci, ammiratore di Mazzini e garibaldino di complemento, spiegò che federalismo e regionalismo avrebbero precipitato l'Italia nelle divisioni laceranti del Tre-Quattrocento, concluse con tre secoli di asservimento alle dominazioni straniere.

   La dirigenza politica del Vecchio Piemonte, compreso il Cuneese che con gli “adelfi” Santorre di Santarosa e Guglielmo Moffa di Lisio era stato in prima fila nelle battaglie risorgimentali, fece la sua scelta: “Italia e Vittorio Emanuele”. A Cuneo Mazzini compì una breve visita da clandestino, verosimilmente nel settembre 1855. Garibaldi vi fu di sicuro un'unica volta, il 7 aprile 1859. Lasciarono tracce nettamente diverse in una plaga che non nutrì speciale simpatia per il torinese  Camillo Cavour, né per Massimo Tapparelli d'Azeglio, eletto deputato nel collegio di Strambino (Torino).

    A condurre nottetempo in carrozza Mazzini a Cuneo da Savigliano, ove era giunto da Savona, fu l’industriale bacologo Carlo Chiapello, che lo albergò fuori città, in una villetta di suo cugino, Carlo Pogetti, farmacista e fautore della ferrovia Cuneo-Tenda-Nizza. Lì Pogetti ospitava la vedova e la figlia del mazziniano Scipione Pistrucci, difensore della Repubblica romana, morto a Lugano. “Stanco e malaticcio”, secondo la narrazione Mazzini trascorse tre giorni “stando quasi sempre a letto”. Vi ricevette in visita Giovanni Audiffredi (1809-1875), pioniere della bacologia nel Cuneese, nel 1853 nominato senatore per la XXI categoria, Luigi Parola (protomedico dell'ospedale civico, sindaco di Cuneo, deputato per due legislature della Camera subalpina) e il giovane Giuseppe Ferreri, avvocato, segretario comunale, poi inflessibile magistrato sabaudo nella repressione del brigantaggio in Abruzzi. Erano “i buoni”, con i quali direttamente e indirettamente Mazzini corrispondeva e che salutò da Londra tramite un biglietto lasciato a Ferreri recatosi a trovarlo in Mudnor Street 15, un non meglio precisato giovedì del 1853.

   Avvolto nel massimo riserbo, il breve soggiorno di Mazzini a Cuneo non ebbe rilevanza politica ma rimase nella memoria carsica, consegnata dai suoi protagonisti alla città. Quando, ormai morto, l'“Apostolo” era a pieno titolo nel Pantheon delle glorie risorgimentali, quella visita fugace fu ripetutamente evocata in riviste e nel quotidiano locale, “La Sentinella delle Alpi”, diretta dal massone Nicolò Vineis, sino al 1882 grande elettore di numerosi deputati. Nel volgere di poco tempo, senza nulla rinnegare del magistero mazziniano, a parte la forma dello Stato, realisticamente i “buoni” si posero nel solco del “centro-sinistro” sorto con la convergenza tra Cavour e Urbano Rattazzi.

   Il collegio di Cuneo e alcuni della provincia elessero ripetutamente alla Camera esuli dal Lombardo-Veneto, dalle Due Sicilie e dallo Stato Pontificio, riparati in Piemonte dopo il turbine del 1848-1849. L'inclinazione a candidare personalità d'altre terre, bene addentro agli intrecci fra politica e direzioni generali dei ministeri, proseguì per decenni. Dopo il concittadino Carlo Brunet, sindaco, artefice del piano regolatore e dell'arrivo della strada ferrata da Torino senza oneri per il municipio, la città elesse deputato il cavouriano Carlo Boggio, perito nella battaglia di Lissa, e il milanese Cesare Correnti, mentre altri collegi della provincia si contendevano gli ingegneri ferroviari (Grattoni, Sommeiller, Ranco...) propizi per far svalicare le linee ferrate verso la Liguria e la Francia.

    In Cuneo Mazzini rimase un ricordo elitario; la città gli intitolò una via, ma non gli dedicò neppure una lapide.

 

    Molto più documentate sono invece le poche ore trascorsevi da Giuseppe Garibaldi il 7 aprile 1859. Nominato maggior generale e “commandante [così egli scrisse] il Corpo de’ Cacciatori delle Alpi” (17 marzo), egli affidò il primo reggimento al colonnello Enrico Cosenz (1820-1898), con “deposito” nell’ex convento delle clarisse, confiscato dal Comune, e il secondo, allestito a Savigliano, al colonnello Giacomo Medici (1817-1882): due veterani di sua piena fiducia. A entrambi Garibaldi raccomandò di istruire i volontari con il rigore necessario ad affrontare il combattimento che spesso si risolveva in assalti all’arma bianca, corpo a corpo, nel fragore assordante della battaglia. Fare la guerra era diverso da scrivere sonetti. Era cosa da adulti. Si moriva di ferite curate male più che sul campo.

   Cuneo ricordò la giornata di Garibaldi con due lapidi. Una, voluta dal “sodalizio cuneese dei superstiti garibaldini”, auspice il Municipio, dice che il Generale vi passò in rassegna il Corpo dei Cacciatori delle Alpi, “preludio alla gloria dei Mille”. L’altra, affacciata su piazza Santa Chiara recita: “Qui/ il 7 aprile 1859/ Giuseppe Garibaldi/ venuto per organizzare/ i Cacciatori delle Alpi/ visitava Angela Aschieri-Ramorino/ madre di Giuseppe e Paolo Ramorino/ caduto l’uno ai Quattro Venti/ l’altro al Volturno/ e la semplicità dell’Eroe/ adeguava la modestia/ di quella madre di Eroi// Il Popolo di Cuneo/plebiscitariamente/ IV luglio 1907”. Fu un tributo all’Eroe nel centenario della sua nascita.

 

   I passaggi per Cuneo dei due artefici della Nuova Italia risultano dunque accomunati dall’omaggio alla memoria di loro compagni di lotta, in specie nella difesa della Repubblica Romana: il mazziniano Pistrucci e i garibaldini Ramorino (nulla a che vedere con lo sfortunato Gerolamo). Nella primavera del 1859 la Repubblica Romana non era però da evocare, perché il regno di Sardegna era alleato di Napoleone III nella guerra contro l'Austria. Il “fosco figlio di Ortensia” (come lo bollò Carducci) da principe-presidente della seconda Repubblica francese aveva inviato il corpo di spedizione comandato da Oudinot, che espugnò la città e restaurò Pio IX. Il “non detto” era però non meno importante dei brevi discorsi, delle sbrigative lettere e dei telegrammi dettati da Garibaldi nel marzo-luglio 1859, sino alle poche righe indirizzate da Lovere a Edoardo Campos il 30 luglio: “La mia regola di condotta, sul terreno della politica, sarà sempre la stessa: Libertà, Unione, Indipendenza”, cui aggiunse “Italia e Vittorio Emanuele”, con buona pace della repubblica vagheggiata da Mazzini, sempre più distante. Nel 1907 la rievocazione dei “Quattro Venti” suonava invece bene. Sindaco di Roma era l'ebreo Ernesto Nathan, già gran maestro del Grande Oriente d'Italia; e da poco il Paese aveva reso omaggio alla salma di Carducci, che nel 1906 era stato preferito, all’ultimo momento, al cattolico Antonio Fogazzaro, rassegnato a rinnegare tentazioni modernistiche, per il conferimento del Premio Nobel.

 

La “storia” della lettera inedita di Mazzini

Per il contenuto politico e programmatico la lettera di Mazzini a un ignoto “Fratello” è molto rilevante. Il suo proprietario, Giuseppe Tardivo, docente universitario, economista di prestigio internazionale, ne fece omaggio al Rotary Club “Cuneo 1925” di cui è socio onorario. Il 10 giugno 2025 il Club presieduto da Luigi Fontana, cardiologo di fama e filantropo, l’ha donata alla Città di Cuneo. Nell'occasione il sindaco, Patrizia Manassero, e l'assessore alla Cultura, Cristina Clerico, promisero di porla in una teca nella futura Sala Mazzini della Biblioteca Civica, in trasferimento da via Cacciatori delle Alpi al palazzo Santa Croce già sede dell'Ospedale, pochi passi dal complesso monumentale di San Francesco, di interesse nazionale e museo cittadino. Promessa mantenuta, come si vedrà il 26- 29 settembre 2026. La collaborazione Rotary-Comune per la miglior collocazione dell'importante inedito mazziniano è proseguita con i presidenti successivi, Daniel Gallina, imprenditore, e Giulio Fraternali Orcioni, direttore medico nell'Azienda Ospedaliera Santa Croce-Carle di Cuneo, sulla scia del secolare fattivo impegno rotariano per la crescita civile, culturale, economica e sociale della Città e della provincia.

 

   Datata “3.agosto”, con riferimento ai “fatti di Aspromonte” (ove il 29 agosto 1862 una palla di rimbalzo si conficcò nel malleolo del piede destro di Garibaldi, che guidava la spedizione “Roma o morte”), ma senza alcun cenno alla citata Convenzione del 15 settembre, che traslò la capitale da Torino a Firenze, la lettera è dunque del 1864. Mazzini vi prende nettamente le distanze dal “Libero Pensiero”, movimento sorto in Francia e all'epoca appena albeggiante in Italia, ove ebbe tra i suoi maggiori esponenti Filippo De Boni, (Caupo, 7 agosto 1816- Firenze, 7 novembre 1870), seminarista da giovane, anticlericale militante, eletto deputato dal collegio di Tricarico per tre legislature (VIII-X) e traduttore di Ernesto Renan.

   Secondo l’“Apostolo”, sempre più divergente da Garibaldi, eletto gran maestro dalla quarta Assembla generale del Grande Oriente d’Italia adunata in Firenze (maggio 1864), Venezia e la cacciata dall’Italia degli austriaci e dei francesi, acquartierati a Civitavecchia a protezione di Roma e del Lazio, residui dello Stato pontificio, dovevano avere la precedenza assoluta su ogni altra meta. Per Mazzini Venezia era sinonimo di Repubblica: quella di Daniele Manin, s'intende, non la dogale, oligarchica e bigotta. Secondo lui occorreva scatenare una guerra italiana, foriera dell’insurrezione generale europea: la tempesta che avrebbe condotto alla scomparsa del Papato e della Monarchia.

   La storia ebbe altro corso: il regno d’Italia proclamato il 14 marzo 1861 dal primo parlamento nazionale (che conservò l'ordinale VIII, a continuazione delle legislature subalpine) nel 1866 ottenne Venezia grazie alla sconfitta dell’Impero d’Austria a Sadowa per opera dei prussiani; e il 20 settembre 1870 irruppe in Roma solo dopo la resa di Napoleone III, sconfitto dai tedeschi a Sedan. Lo storico e politico Leo Valiani osservò che, riecheggiando Napoleone I, Lenin soleva ripetere: la storia ha più fantasia del più fantasioso rivoluzionario; o profeta di rivoluzioni, si potrebbe aggiungere.

domenica 13 settembre 2026

Il Re costava meno - II

 

Sulle orme dello Statuto Albertino

Con l'avvento al trono di Carlo Alberto nel 1831 (e cioè col passaggio della discendenza dal ramo diretto di Casa Savoia a quello collaterale dei Carignano), volendo il nuovo Re chiarire ogni rapporto di debiti e crediti fra la sua amministrazione e le Regie Finanze, si addivenne ad una convenzione che porta la data del 16 maggio 1832. Il Sovrano, intendendo sgravare il suo patrimonio particolare di certe passività ascendenti in totale a L. 1.943.124,25 faceva cessione allo Stato sardo di beni mobili e immobili per una somma valu­tata L. 6.706.932,02. Fra gli immobili troviamo a Torino il palazzo Carignano (poi sede del Senato Subalpino) valutato in blocco assieme a beni rustici siti nei territori di Racconigi, Cavallermaggiore, Cavallerleone e Caselle, in L. 2.010.000; il teatro omonimo con annessavi casa di reddito, il tutto stimato allora L. 345.000. Nel minuto e lungo inventario compilato dalle Regie Finanze in data 20 gennaio 1832 troviamo fra i beni mobili ceduti una quantità enorme di argen­teria, bronzi, biancheria, brillanti, cavalli, suppellet­tili da tavola e da cucina, nonché 364 fra quadri e miniature artistiche, il tutto destinato ad abbellire la residenza della Corte, residenza di proprietà del dema­nio dello Stato.

La differenza tra le passività del patrimonio pri­vato e l'ammontare delle cose cedute dal Principe siano mobili che immobili, conteggiata in L. 4.763.807.47

—     concordate in L. 3.891.271 e centesimi 54 e mezzo

— doveva essere pagata parte in beni, parte in numerario, od in rendite del Debito Pubblico ad arbitrio del Sovrano, dalle Regie Finanze al Patrimonio stesso, in riconoscimento dei « miglioramenti ed aumenti - così scriveva il Procuratore Generale nella sua relazione
apportati, e spettanti al patrimonio, col diritto di ripeterle, ma doversi contestare per il fatto potes­sero ascendere ad una somma così grandiosa, da doversi considerare quali spese di manutenzione e riparazione, cui il Principe appannaggiato è tenuto di sopportare, e non già come miglioramenti ed aumenti ripetibili».

Questo atteggiamento di Carlo Alberto costituisce un episodio che illumina la sua figura di Principe gene­roso e disinteressato. Troviamo infatti scritto nella Relazione del Procuratore Generale in data 28 mar­zo 1832: «Bello esempio gli è questo per certo. Eccel­lentissimi Signori, che la storia imparziale registrerà nelle sue pagine quello di vedere il Re, negli ordini nostri politici, padrone assoluto di regolare con un motu proprio i suoi interessi colle Regie Finanze, spo­gliarsi, starei per dire, di questa sua autorità, commet­tendone l'esercizio agli stessi suoi ufficiali! ».

Il principio fondamentale sulla dotazione della Corona veniva in seguito consacrato nello Statuto albertino in questi termini:

Art. 19. — «La dotazione della Corona è conser­vata durante il Regno attuale quale risulterà dalla media degli ultimi dieci anni.

«  Il Re continuerà ad avere l'uso dei reali palazzi, ville, giardini e dipendenze, non che di tutti indistin­tamente i beni mobili spettanti alla Corona, di cui sarà fatto inventario a diligenza di un ministro respon­sabile.

«  Per l'avvenire la dotazione predetta verrà stabi­lita per la durata di ogni Regno dalla prime legisla­tura dopo l'avvenimento del Re al trono.

Art. 20. — «Oltre i beni, che il Re attualmente possiede in proprio, formeranno il privato suo patri­monio ancora quelli che potesse in seguito acquistare a titolo oneroso o gratuito durante il suo Regno.

«  Il Re può disporre del suo patrimonio privato sia per atti fra vivi, sia per testamento, senza essere tenuto alle regole delle leggi civili che limitano la quantità disponibile. Nel rimanente il patrimonio del Re è soggetto alle leggi che reggono le altre proprietà.

Art. 21. — «Sarà provveduto per legge ad un assegnamento annuo pel Principe ereditario giunto alla maggiorità, od anche prima in occasione di matrimonio all'appannaggio dei Principi della famiglia e del san­gue Reale nelle condizioni predette; alle doti delle Principesse ed al dovario delle Regine ».

Fu così che il nuovo regime costituzionale instau­rato nel 1848 ebbe importanti ripercussioni cambiando completamente l'impronta sulle residenze Reali. Ville, parchi e castelli passarono dalla proprietà privata del Sovrano allo Stato: palazzo Madama di Torino, il castello del Valentino, l'attuale prefettura, il teatro Regio, i palazzi Reali di Chambery, Genova, Torino, Nizza, Cagliari, Stupinigi, Moncalieri, ecc. Di queste lo Stato ne destinò alcune quale dotazione della Corona e altre vennero incorporate nel demanio. Rimasero di proprietà privata di Casa Savoia soltanto Racconigi, Pollenzo ed alcune località di poca importanza.

Ritengono alcuni storici che il regolamento della lista civile e dei beni della Corona sia stato compilato sotto il Regno di Carlo Alberto il quale sarebbe venuto in questa determinazione al fine di impedire, essi di­cono, ai figli Vittorio Emanuele e Ferdinando, propensi alle spese, di dissipare il patrimonio. Inoltre questi storici intendevano classificare tutti i cosiddetti beni della Corona come una proprietà dello Stato e per esso il demanio. Sono gli stessi i quali affermano che un bene qualsiasi, palazzo o mobile, ivi compresi i gioielli e le opere d'arte quando cessa di essere asse­gnato alla Corona, passa automaticamente al demanio dello Stato. Tesi assurda e che non regge, come dimo­streremo più avanti.

La legge sulla Dotazione della Corona con la quale si ebbe una sistemazione regolare dei rapporti econo­mici e finanziari fra la Famiglia Reale e lo Stato, venne promulgata da Vittorio Emanuele II il 16 marzo 1850 e porta il n. 1004: in essa si stabilisce la dotazione di cui il Re dovrà godere durante il suo Regno, dotazione che «si comporrà di un determinato assegnamento in beni mobili, e della corresponsione di un'annua somma dalle finanze dello Stato». Più precisamente la dota­zione in beni immobili «comprenderà i palazzi. i fabbricati ed i terreni indicati nell'elenco A ». Mentre la dotazione dei beni mobili comprenderà le gioie, perle preziose, le statue, i quadri, compresi quelli della R. Galleria, i medaglioni, le armerie antiche ed altri oggetti d'arte, le biblioteche, i vasellami e gli oggetti tutti in argento ed oro, le biancherie e gli arredi ed effetti mobili d'ogni sorta esistenti nei palazzi. La discussione intorno alla legge fu ampia e vi intervennero i migliori giuristi allora al Parlamento ed al Senato subalpino, compreso Camillo Cavour.

La lista civile veniva fissata in lire quattro milioni annui, cifra inferiore alla media dei dieci anni antece­denti al periodo albertino che era stata di lire quattro milioni e 633 mila. Essa mirava soprattutto alla distin­zione dei servizi pubblici per la difesa militare da quelli dell'amministrazione civile che si venne attuando quando si rese necessaria la distinzione della personalità dello Stato dalla persona del Principe, conseguenza dell'affermarsi del regime costituzionale rappresen­tativo.

Era la conferma del desiderio di Carlo Alberto il quale, dice Michelangelo Castelli nei suoi Ricordi, «scrupoloso osservatore delle leggi che regolavano la finanza, e benché assoluto in questo come in tutto il resto, si fissò una lista di 4 milioni, che non volle mai sorpassare, contraendo in certe occasioni debiti in prorio con guarentigia sul suo patrimonio privato ».

sabato 12 settembre 2026

"Io, in visita dal Re dopo l’esilio". Fernanda nella villa di Umberto

"I principini giocavano in giardino con l’ex sovrano sullo sfondo dell’oceano" racconta nelle memorie. Viaggio per consegnare l’ultima bandiera sabauda ammainata dal Quirinale. I consigli del vinto al referendum.




La repubblica era nata, ma sul torrione del Quirinale sventolava ancora la vecchia bandiera con lo scudo sabaudo. Il 13 giugno 1946 Umberto II di Savoia lasciò l’Italia. Partì in aereo per il Portogallo. Un ufficiale di vedetta lo vide decollare e diede l’ordine di ammainare la bandiera. Da quel momento, di quella bandiera si perdono le tracce. Nessun verbale, nessuna riga nei libri di storia ne racconta la sorte. A sciogliere il mistero, ottant’anni dopo, è un diario del 1946, "Carissima Bandiera".

Lo scrive Fernanda Capece Minutolo (1897-1977), aristocratica legata all’alta nobiltà napoletana: "Il 14 Giugno non era più sulla torretta del Quirinale e il 18 partiva in volo con me verso l’Esilio!". È l’inizio di una storia dimenticata per ottant’anni: quella di una bandiera che, mentre l’Italia voltava pagina, scelse di attraversare il confine insieme a chi non era ancora pronta a farlo. Il 18 giugno 1946 Fernanda sale su un aereo e attraversa l’Europa in missione: nel bagaglio, avvolta come una reliquia, porta con sé quella bandiera. Destinazione Sintra, dove Umberto II vive in esilio volontario con la famiglia reale.

[...]

"Io, in visita dal re dopo l’esilio". Fernanda nella villa di Umberto

3 settembre 1943 La resa senza condizioni


di Aldo A. Mola

 

Alle prese con cronache irrilevanti, i “media” hanno ignorato l'anniversario dell'evento che il 3 settembre 1943 cambiò la storia d'Italia, a conclusione della guerra contro Francia e Gran Bretagna, intrapresa con azzardo il 10 giugno 1940 e proseguita con errori rovinosi. Basti ricordare la dichiarazione di guerra contro l'Urss sulla scia di Adolf Hitler (giugno1941) e contro gli Stati Uniti d'America (11 dicembre 1941). La resa umiliante sottoscritta a Cassibile (Siracusa) ebbe conseguenze catastrofiche. Una certa Italia, ultranazionalista e fatua, mise a rischio l’indipendenza formale e sostanziale della Patria.

 

Un re costituzionale

Nell’estate del 1943 Vittorio Emanuele III esercitò i poteri di re costituzionale per smantellare il regime fascista, avviare trattative armistiziali con gli angloamericani e traghettare l’Italia dalla guerra a fianco della Germania di Hitler alla cobelligeranza con le Nazioni Unite. Il suo disegno riuscì solo in parte. Alla conferenza di Casablanca (14-26 gennaio), nella quale decisero l'attacco all'Italia, i vincitori avevano stabilito che i vinti dovevano arrendersi “senza condizioni”. L’Italia perse la guerra mentre tante sue forze armate erano in terre lontane dai confini nazionali. La 4a armata, in quel momento in Provenza, ricevette l’ordine di rientrare e fu sciolta. Dopo trattative complesse (fu il caso della futura “Garibaldi” in Jugoslavia) altri corpi passarono sull’altro lato.

Il 4 giugno 1943 Vittorio Emanuele III respinse il suggerimento di Dino Grandi (destituire Mussolini “con un colpo di forza”) e gli fece intravvedere un’altra via: «Oggi il Parlamento tace; è imprigionato, lo so; ma c’è anche il Gran Consiglio che potrebbe costituire un surrogato del Parlamento.» Dopo l’ennesimo inconcludente incontro di Mussolini con Hitler a Villa Gaggia presso Feltre lo stesso giorno del bombardamento angloamericano su Roma (19 luglio 1943), a fronte dell’incapacità del “duce” di separare le sorti dell’Italia da quelle della Germania, il re ne decise la revoca da capo del governo, da tempo in programma, e la sostituzione con il maresciallo Pietro Badoglio.

Il 22 luglio 1943, due giorni prima che il Gran Consiglio si riunisse a Palazzo Venezia, 63 senatori «presenti in Roma, sicuri interpreti di quanti hanno a cuore le gloriose tradizioni del Senato del regno […], data la gravità della situazione» chiesero al presidente Giacomo Suardo di convocare «in seduta plenaria» la Camera Alta che non si riuniva da ormai quattro anni.

Prima che fosse esaminata, la richiesta venne scavalcata dagli eventi, a cominciare dalla seduta del Gran Consiglio del fascismo, convocata da Mussolini per le 17 del 24 luglio e conclusa verso le 2:30 del 25 con l’approvazione a larga maggioranza (19 voti favorevoli, 9 contrari e 1 astenuto) dell’ordine del giorno presentato da Dino Grandi, con adesione di Giuseppe Bottai e Luigi Federzoni. Esso mirò a salvaguardare il Gran Consiglio, la Camera dei fasci e tutte le istituzioni del regime. Invitò «il Governo a pregare la Maestà del Re […] affinché Egli voglia per l’onore e la salvezza della Patria assumere con l’effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio della nostra Augusta Dinastia di Savoia». L’appello si risolveva nella richiesta dei gerarchi alla “monarchia fascista”, come recitò l'odg, di accollarsi il peso della guerra, che precipitava verso l’ormai inevitabile sconfitta e quindi di addossarsi la responsabilità del loro stesso fallimento: una proposta astuta ma irricevibile da parte della Corona, che da tempo approntava la separazione della monarchia dal regime che da quasi vent'anni ne insidiava le prerogative e la sminuiva nell'opinione pubblica interna ed estera. Vittorio Emanuele III agì certo per il trono e per la dinastia, ma altresì per l’Italia nata dal Risorgimento, dalle guerre per l'indipendenza e quasi tutta unificata dal 1918.

La mattina di domenica 25 luglio Mussolini chiese udienza al re, con un giorno di anticipo sul consueto incontro del lunedì. Alle cinque del pomeriggio il re lo ricevette. Premesso che l’Italia era “in tocchi”, in un brevissimo colloquio gli comunicò la revoca da capo del governo e la sua sostituzione con Pietro Badoglio, a lui inviso e allontanato dal potere il 4 dicembre 1940, al fallimento della guerra contro la Grecia. “Fermato” (non “arrestato”, a differenza di quanto solitamente si legge), Mussolini si dichiarò pronto a collaborare. Vittorio Emanuele III non ne aveva alcun bisogno.

 

 

Gli antifascisti dinnanzi al “colpo di Stato”

Su tacito impulso del re e di concerto con il ministro della Real Casa Pietro d’Acquarone, il capo di Stato Maggiore generale Vittorio Ambrosio aveva allestito il piano per “far sparire” Mussolini. Non per ucciderlo, come taluno interpreta, ma isolarlo e renderlo irreperibile, in modo che non potesse capitanare movimenti fascisti eversivi. Il progetto del sovrano risultò analogo a quello prospettatogli il 2 giugno da Ivanoe Bonomi (1873-1951), un tempo socialriformista, democratico, già ministro della Guerra nell’ultimo governo presieduto da Giolitti, presidente del Consiglio (luglio 1920-febbraio1922) e collare della SS. Annunziata (e quindi “cugino del re”).

Benché non avesse motivo di fidarsene ciecamente, il re optò per Badoglio. Lo sapeva noto e anche apprezzato all’estero, in specie dai francesi, e non ne ignorava i contatti con gli inglesi, ai quali, documenta Elena Aga Rossi, il maresciallo aveva comunicato di non ritenersi più vincolato a Casa Savoia e di essere pronto a sostituire Mussolini. Il premier britannico Winston Churchill ne prese nota.

Il voto del Gran Consiglio colse di sorpresa gli antifascisti “moderati”. Il pomeriggio stesso della seduta, Bonomi venne informato dell’ordine del giorno Grandi dal massone Domenico Maiocco, su incarico dell'antico quadrumviro e monarchico Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon. Il 28 luglio in casa di Giuseppe Spataro gli esponenti di sei “correnti” (liberale, democratica, cattolica, di azione, socialista e comunista) incaricarono Bonomi di illustrare le «questioni – a loro avviso – urgenti» a Badoglio, capo del «governo militare del Paese, con pieni poteri». Il 29 si costituirono in comitato nazionale. Dalla mera “osservazione” passarono dunque al “colloquio” con il maresciallo, che a Bonomi parve di «molta inesperienza politica, ma molta buona volontà».

 

Badoglio al governo

Come documentano i verbali del Consiglio dei ministri pubblicati a cura di Aldo G. Ricci,, nella sua prima riunione, il 27 luglio 1943, il governo approvò schemi di decreti legge che voltarono pagina nella storia d’Italia: soppressione del Partito nazionale fascista, del Gran Consiglio del fascismo e del Tribunale speciale per la difesa dello Stato; scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni; sostituzione di Giacomo Suardo con il grande ammiraglio Paolo Thaon di Revel alla presidenza del Senato; nomina del generale Quirino Armellini al comando della Milizia volontaria di sicurezza nazionale, che assunse per distintivo le stellette dell’esercito al posto dei fasci. Carmine Senise fu nominato capo della Polizia, militarizzata e sottoposta alla legge penale militare. Una mole di misure così ampia e di vasta portata non fu frutto di improvvisazione. Nelle settimane precedenti “la svolta”, Badoglio era stato ripetutamente in udienza dal re.

Il maresciallo aveva due obiettivi: reprimere drasticamente prevedibili proteste a favore di Mussolini e del fascismo; mostrare all’estero di avere il controllo dell’ordine pubblico. Conseguì lo scopo e mostrò agli angloamericani che il “governo del re” era l’unico interlocutore affidabile e garante delle condizioni di resa, messe a punto dagli alleati prima ancora di sbarcare in Sicilia e di accelerare la crisi del regime.

Il 5 agosto il governo tenne la sua seconda seduta e varò altre importanti misure: cancellazione del fascio littorio, funzionamento della giustizia e del corpo diplomatico, organico dei carabinieri, reintegrazione di docenti ingiustamente rimossi dal regime e devoluzione dei patrimoni di non giustificata provenienza, mentre i giornali (i cui direttori erano di nomina post-fascista) denunciavano i “profitti di regime”.

 

Verso la fine della guerra: “armistizio” o “resa senza condizioni”?

Il 7 agosto il re autorizzò l’avvio di contatti con gli angloamericani per approdare a trattative armistiziali. Come scrisse nelle memorie, mai confutate al riguardo, il generale Giuseppe Castellano (1893-1977), il più giovane dell’esercito italiano e di piena fiducia del sovrano, si offrì di raggiungere in qualsiasi modo il comandante delle forze angloamericane sul fronte europeo, Dwight Eisenhower, «per far conoscere le nuove intenzioni dell'Italia dopo la caduta del fascismo», a cospetto della «già palese occupazione da parte dei tedeschi».

La mattina del 12 agosto il comandante supremo Vittorio Ambrosio gli ordinò di partire il giorno stesso per Lisbona con il compito di prendere contatto con il comando angloamericano. In un incontro del tutto casuale, il ministro degli Esteri Raffaele Guariglia gli raccomandò di non farsi scoprire e di chiedere agli Alleati di sbarcare a nord di Roma per metterla al sicuro dai tedeschi. Guariglia riteneva che le trattative armistiziali dovessero rimanere riservato dominio del corpo diplomatico. Non percepiva che per gli angloamericani la resa dell’Italia non era una questione politica ma prettamente militare. Contrariamente a quanto si pensava a Roma, l’Italia non aveva nulla da “trattare”. Doveva solo ricevere ed “eseguire” le condizioni che le sarebbero state dettate.

Privo di credenziali, a parte l’invito a riceverlo, scritto su un biglietto dall’ambasciatore britannico in Vaticano, Francis D’Arcy Osborne, al suo collega a Madrid, Samuel Hoare, Castellano partì con passaporto intestato a tale Raimondi, funzionario del ministero di Scambi e Valute. Poiché non conosceva l’inglese si valse quale interprete di Franco Montanari, nipote di Badoglio e console italiano a Lisbona. Il viaggio fu avventuroso. A Genova il loro vagone rischiò di essere dirottato verso Torino, donde sarebbe proseguito in direzione Bardonecchia-Modane: una linea interrotta da bombardamenti. Fortunatamente poté proseguire verso la Costa Azzurra. Partito da Roma il 12, Castellano giunse a Madrid il 15. Profittò di una sosta di poche ore per farsi ricevere dall’ambasciatore Hoare, conservatore e buon conoscitore dell’Italia, ove dal 1917 era stato in servizio per i servizi segreti militari britannici.

Fattosi riconoscere, Castellano fu accolto con cordialità ed espose con franchezza non solo le tragiche condizioni dell’Italia ma anche l’intento di combattere i tedeschi. Hoare gli dette un biglietto per il collega a Lisbona, Ronald Campbell, e gli assicurò che avrebbe tempestivamente informato gli Alleati del suo arrivo. Giunto a Lisbona alle 22 del 16 agosto il generale cercò il contatto con l’ambasciatore britannico. Accolto con formale cortesia, in un primo rapido colloquio ebbe la sensazione che Londra non fosse stata affatto informata e non lo avesse allertato. Rimase due giorni in attesa di convocazione tramite un messaggio firmato “du Bois”, che sarebbe stato recapitato a Montanari.

Solo alle 22:30 del 19 agosto Castellano fu finalmente ricevuto da Campbell, nel frattempo raggiunto dal generale Walter Bedell Smith, capo di Stato Maggiore del comando alleato ad Algeri, dall’incaricato d’affari statunitense George Kennan e dal generale Kenneth Strong, capo dell’Intelligence Service angloamericano: una delegazione del massimo livello, che lo salutò con un cenno del capo. Castellano cercò di esporre il suo punto di vista, da comunicare al comandante supremo Dwight Eisenhower: gli italiani intendevano concorrere alla guerra contro i tedeschi. Smith rispose freddamente leggendogli le condizioni della resa che l’Italia era tenuta a sottoscrivere senza obiezioni né riserve di sorta entro le 24 del 30 agosto (il cosiddetto “armistizio breve”) e gli illustrò la Dichiarazione redatta il giorno prima da Roosevelt e da Churchill nel corso della conferenza di Québec (14-24 agosto).

Castellano rifiutò di commentare i documenti che era tenuto a recare a Roma, ma se ne fece illustrare ulteriormente i contenuti e perorò uno sbarco angloamericano nelle vicinanze di La Spezia e uno presso Rimini per costringere i tedeschi ad arretrare per difendersi nell’Italia settentrionale, «abbandonando tutta la parte centro-meridionale». I suoi interlocutori lo ascoltarono «impassibili». Castellano aggiunse infine che «per condurre a termine i preparativi di una effettiva collaborazione» il governo italiano aveva bisogno che trascorressero almeno quindici giorni tra la firma segreta della resa e il suo annuncio. Al riguardo non ottenne alcun chiarimento. Fornito di una radio ricetrasmittente, di cifrario e di una “parola chiave” per aprire le comunicazioni, il 23 agosto partì in treno per Roma. Vi giunse il 27, tre giorni prima della scadenza fissata all’Italia per l’accettazione della resa. Poco dopo la sua partenza, con missione identica alla sua, approdarono a Lisbona i generali Francesco Rossi e Giacomo Zanussi, già addetto militare a Berlino e quindi ricevuto freddamente dagli interlocutori, che gli consegnarono sia lo strumento di resa già dato a Castellano sia clausole aggiuntive, il cosiddetto “armistizio lungo”, approntato, come il “corto”, molto prima che gli italiani contattassero gli alleati. Giunto a Roma Castellano consegnò i documenti al comandante supremo Ambrosio, che li comunicò a Badoglio.

Mentre continuavano i durissimi bombardamenti “pedagogici” sulle principali città italiane (il 13 agosto Roma, poi Torino, Milano, Napoli, Foggia…), appreso che il governo Badoglio si stava avviando alla resa, nel Memorandum di Quebec del 18 agosto 1943 il presidente degli Stati Uniti d’America Franklin Delano Roosevelt e il premier britannico Winston Churchill avevano dichiarato che «la misura nella quale le condizioni [di resa] saranno modificate in favore dell’Italia dipenderà dall’entità dell’apporto dato dal Governo e dal popolo italiano alle Nazioni Unite contro la Germania durante il resto della guerra». Gli italiani avrebbero ricevuto tutto l’aiuto possibile delle Nazioni Unite ovunque avessero combattuto contro i tedeschi. Al momento dell’armistizio il governo di Roma doveva ordinare alla flotta e agli aerei di consegnarsi agli alleati. Dai porti del Nord le navi dovevano recarsi «nei porti a sud della linea Venezia-Livorno». Roma ne dedusse che gli angloamericani si sarebbero attestati a nord di Roma e di Firenze a ovest e sulla costa romagnola a est.

 

Nei due giorni seguenti al rientro di Castellano, il maresciallo Badoglio, Ambrosio, d’Acquarone e il generale Giacomo Carboni, comandante del corpo d’armata schierato a difesa di Roma, valutarono con lui le condizioni della resa. Informato il 29 agosto dell’esito della missione a Lisbona, il re ne colse l’aspetto fondamentale: mentre comunicavano le durissime clausole “senza condizioni” gli angloamericani chiamavano a risponderne il “governo del re”. Quindi la continuità istituzionale dell'Italia era salva, proprio quale garante della loro esecuzione. Pertanto, nell’impossibilità assoluta di invertire il corso della storia e nell’urgenza, anzi, di rompere l’alleanza con i tedeschi, ormai dilaganti nel Paese, Vittorio Emanuele III concluse che la resa andava sottoscritta così com’era imposta. Dopo la revoca di Mussolini e la decisione di avviare il contatto con gli angloamericani per l’armistizio, fu la terza decisione di fondamentale importanza per le sorti dell’Italia assunta nel volgere di 36 giorni da chi era “capo supremo dello Stato” in forza dell’art. 5 dello Statuto.

Il 31 agosto Castellano partì con Franco Montanari per l’aeroporto di Termini Imerese, indicatogli dagli Alleati, che ne scortarono il volo. Trasferito al loro campo presso Cassibile, illustrò il memorandum approntato dal ministro degli Esteri Raffaele Guariglia. Il governo aveva bisogno che l’annuncio della resa coincidesse con un massiccio sbarco degli Alleati (almeno quindici divisioni) a nord di Civitavecchia e con il lancio di una divisione di paracadutisti nei pressi di Roma a supporto delle divisioni italiane schierate a difesa della capitale e, implicitamente, del vulnerabilissimo Stato della Città del Vaticano.

Gli angloamericani si limitarono a promettere l’aviolancio di 2.000 uomini e intimarono l’accettazione immediata delle condizioni di resa senza alcuna obiezione. Rientrato in serata a Roma, il 1° settembre Castellano aggiornò Badoglio, Ambrosio e Carboni. Questi dichiarò impossibile la difesa di Roma per carenza di armi, munizioni e carburante, a differenza di quanto da lui affermato in precedenza. Nel pomeriggio il re sciolse ogni riserva. La resa era l’ineluttabile approdo del cammino intrapreso il 25 luglio.

Seguirono due giorni di confusione. Il 2 settembre, sempre affiancato da Montanari quale “official italian interpreter” e accompagnato dal maggiore Luigi Marchesi, Castellano volò per la seconda volta a Termini Imerese per essere condotto al Fairfield angloamericano di Cassibile. Poiché, però, si presentò senza le necessarie credenziali, dovette insistere ripetutamente affinché Badoglio ufficializzasse la sua missione di rappresentante del governo. A volte il maresciallo appariva l’ombra di sé stesso. Anche il principe ereditario Umberto di Savoia lo notò e ne rimase sfavorevolmente impressionato.

Sin dal 1° settembre il Comitato Centrale interpartitico antifascista era informato di quanto stava avvenendo tramite Luigi Rusca, amministratore delegato della casa editrice Mondadori, richiamato alle armi con il grado di tenente colonnello e addetto al Servizio Informazioni Militari. Per capire meglio, Bonomi chiese un colloquio con Badoglio, che però, giustamente allarmato dalla fuga di notizie implicita nelle sue domande, rimase silenzioso, «molto turbato e preoccupato».

Alle 17:15 di venerdì 3 settembre «per il Maresciallo Pietro Badoglio, capo del governo italiano» Castellano, «generale di brigata, addetto al Comando supremo italiano», e Walter B. Smith, maggior generale dell’esercito statunitense e capo di Stato Maggiore «per Dwight Eisenhower, generale dell’esercito degli USA, comandante in capo delle forze alleate», sottoscrissero le condizioni della resa (“surrender”) dell’Italia presentate per delega degli Stati Uniti e della Gran Bretagna e nell’interesse delle Nazioni Unite, comprendente l'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (URSS). Esse imposero il trasferimento immediato della flotta e degli aerei nelle località designate dal comandante in capo alleato, con i dettagli di disarmo da lui fissati, la garanzia immediata del libero uso da parte degli alleati di tutti gli aeroporti e porti navali in territorio italiano, l’immediato richiamo a proprio carico in Italia delle forze armate dislocate all'estero e la garanzia da parte del governo che, se necessario, avrebbe impegnato tutte le sue forze per assicurare la sollecita e precisa esecuzione delle condizioni della resa.

 

 

Aldo A. Mola

lunedì 24 agosto 2026

CINQUANTENARIO DEL REGNO D'ITALIA CON CHI E COME CELEBRARLO?

 

di Aldo A. Mola

Quando e dove nacque la Terza Italia? Torino o Roma?

 

Nel 1911 l'Italia celebrò solennemente il cinquantenario del regno. Dal 31 marzo 1910 il governo era presieduto da Luigi Luzzatti (Venezia, 1° marzo 1841-Roma, 29 marzo 1927), iniziato massone in una loggia milanese quasi mezzo secolo prima. Per festeggiare l'evento Luzzatti scelse il 27 marzo anziché il 14 marzo, giorno dell'approvazione della legge che nel 1861 proclamò Vittorio Emanuele II re d'Italia, o il 17, quando la legge fu pubblicata nella “Gazzetta Ufficiale”. Il 27 marzo era il cinquantenario del giorno in cui alla Camera del regno di Sardegna Camillo Benso conte di Cavour, presidente del consiglio dei ministri, aveva esortato Pio IX a rinunciare al potere temporale e ad accettare pacificamente che Roma divenisse capitale d'Italia. La scelta di Luzzatti, dunque, non fu casuale. Andò al punto: senza Roma la Terza Italia non sarebbe mai stata “consacrata”.

Nel 1911 le due sponde del Tevere rimanevano molto lontane. Su una vi era il regno nato dalla spoliazione dello Stato Pontificio e dall'irruzione nella Città Eterna, il Venti Settembre 1870, del corpo d’esercito guidato da Raffaele Cadorna; sull'altra il pontefice, che non riconosceva l'“usurpazione”. Papa Pio X, in carica dal 1903, era l'erede di Pio IX (sul Sacro Soglio dal 1846 al 1878), che aveva scomunicato Vittorio Emanuele II, il governo e tutta la dirigenza politica, complice del sacrilego misfatto. Il suo predecessore immediato, Leone XIII, papa dal 1878 al 1903, aveva ribadito la condanna e aveva più volte additato all'esecrazione il vero artefice del Risorgimento e dell'unificazione italiana: la massoneria, da lui bollata nell'enciclica “Humanum genus” (1884). Tra fine Ottocento e inizio Novecento dilagò il mito del complotto giudaico-massonico, propagato dai libelli di Léo Taxil e dal Congresso antimassonico internazionale celebrato a Trento nel 1896. Lì, in territorio ancora asburgico, per la prima volta si levarono dubbi sull'attendibilità del giornalista francese, probabilmente al soldo dei “servizi” d'Oltralpe, passato disinvoltamente dalla Lega anticlericale a roventi polemiche antimassoniche. Tra sfarzo regale e solennità ecclesiastiche, i congressisti tridentini ribadirono l'antica condanna della massoneria quale fomite del complotto occulto. La corruzione morale dei governi e dei popoli era tutta opera luciferina, ordita nelle logge, “sinagoghe di Satana”. Qualcuno ancora lo crede, come ricorda Luigi Pruneti in “Chiesa e Figli della Vedova” (BastogiLibri, 2026).

Le ripercussioni della disastrosa campagna italiana in Etiopia (nella battaglia di Abba Garima il 1° marzo 1896 il corpo italiano di spedizione venne sconfitto dalle orde di Menelik, negus d'Etiopia, che catturò migliaia di ascari e di militari italiani) e la sequenza di attentati alla vita di capi di stato e di governo, inclusa l'innocua Elisabetta, imperatrice d'Austria-Ungheria, scossero l'opinione pubblica moderata sino alla promozione del convegno romano dal quale nacque il primo coordinamento delle informazioni sulle trame di anarchici e internazionalisti rivoluzionari. L'Europa della “Belle Epoque” esigeva stabilità e un chiarimento di fondo nell'Estrema sinistra socialista e repubblicana intransigente, sempre ferma sulla soglia delle Istituzioni.

Dopo l'assassinio di Umberto I a Monza (29 luglio 1900) in Italia il mutamento si impose con maggior forza perché nell'ultimo decennio dell'Ottocento il Paese aveva vissuto la rovinosa sequenza di scandalo della Banca Romana, fallimento del presunto protettorato sull'Etiopia, insorgenza del movimentismo radical-socialista a Milano, Pavia, in Toscana e in altre plaghe dove il cresciuto benessere della borghesia riformistica cozzava con sacche di povertà, di endemie e pandemie (pellagra, malaria, colera...) e di ribellismo, represso con stati d'assedio, proprio nel cinquantenario dello Statuto. Nel 1898, mentre a Milano e in altre zone dilagavano insorgenze e sommosse, a Torino era stata inaugurata l'Esposizione Nazionale. Pensata per  mostrare il progresso compiuto dalla Nuova Italia nel mezzo secolo dallo Statuto Albertino, essa fu arricchita per la prima volta da una sezione di arte sacra: una mano tesa verso i cattolici conciliatoristi.

Il profondo “malessere di fine secolo” si era sostanziato nella litania di dieci governi in dieci anni (Crispi, Rudinì I, Giolitti, Crispi, Rudinì II, III, IV, V e Pelloux I e II), con l’inevitabile girandola di ministri e di sottosegretari, a tutto danno dell'immagine e dell'efficienza della “macchina” statuale. La sua solidità e il suo progresso, sia pure lento, era documentata dai censimenti (1891 e 1901) ma non dalla  “politica”. Decenni dopo ne scrisse Benedetto Croce nella “Storia d'Italia dal 1871 al 1915”. Ma subito lo intuirono e documentarono studiosi come il giovane Luigi Einaudi in “Il principe mercante” e Thomas Okey e Bolton King in “Italy to-day”.

 

Sul trono dall'assassinio del padre, Vittorio Emanuele III, più agnostico che libero pensatore, ebbe molti motivi per evitare che le feste del cinquantenario del regno avessero per concelebranti apicali due ebrei, per di più massoni: Ernesto Nathan (Londra, 5 ottobre 1845-Roma, 9 aprile 1921), sindaco di Roma, e Luigi Luzzatti, presidente del Consiglio. Bisognava decidere quale dei due sostituire, con il garbo necessario per mostrare che il cambio non era voluto dalla Corona ma dalle consuete vicende parlamentari, espressione indiretta del “popolo sovrano”.

Nel settembre 1910 il re ricevette Giolitti a colloquio riservatissimo nel Castello di  Racconigi, in Piemonte. Già tre volte presidente del Consiglio (1892-1893, 1903-1905, 1906-1909), in quel momento lo statista era un semplice deputato, ma dal vastissimo seguito parlamentare anche perché, come ministro per l'Interno, nel 1904 e nel 1909 aveva orchestrato il rinnovo della Camera dei deputati con i metodi deplorati da Gaetano Salvemini che lo bollò “ministro della mala vita”. Ovviamente il colloquio non lasciò traccia, ma gli eventi successivi ne fanno intendere il succo. Bisognava salvare il sindaco di Roma sino alla scadenza del mandato, perché aveva grande visibilità oltre i confini, specialmente nella sua nativa Gran Bretagna, e sacrificare il presidente del governo

 

Fratelli in fitta schiera?

La tensione dell'ultimo decennio dell'Ottocento e d'inizio Novecento si riverberò anche all'interno della Massoneria, con la pressione esercitata dalla frangia “democratica” sul gran maestro del Grande Oriente d'Italia (GOI), Adriano Lemmi, messo in discussione per la sua sospetta omonimia con il “ladro di Marsiglia”, cioè un altro Lemmi, condannato per un piccolo furto a un anno di carcere nel 1844 in Francia, e, soprattutto, per il fiancheggiamento da lui accordato a Crispi, d'intesa con Giosue Carducci, “maestro e vate della Nuova Italia”. Tale tensione fu portata all'estremo da Ernesto Nathan, che rifiutò di prendere parte alla giunta esecutiva del GOI sino a quando Lemmi non avesse sottoposto Crispi a processo massonico. La richiesta si concluse con le dimissioni di Lemmi da gran maestro e con l'elezione di Nathan. La sua condotta però non appagò le logge dissidenti, di lì a poco organizzate nel Grande Oriente Italiano, subito riconosciuto da quello di Francia come Comunità massonica sovrana in Italia. Per protesta il GOI ruppe i rapporti con il Grande Oriente d'Oltralpe dopo decenni di collaborazione fraterna. Ne ha scritto Luca Fucini in “I guardiani della Nuova Italia” (Sanremo, Leucotea, 2026).

Non è questa la sede per ripercorrere quel doloroso scisma della comunità massonica italiana. Esso nondimeno non va ignorato per le sue ripercussioni sul GOI sino alla Grande Guerra. Le forzate dimissioni di Nathan da gran maestro per l'implicazione nel processo a carico di Tullio Murri, imputato in una torbida vicenda, spianarono l'ascesa di Ettore Ferrari alla gran maestranza. Essa fu apprezzata dagli antichi avversari di Crispi e dai dissidenti, capeggiati da Malachia di Cristoforis, patriota milanese di tradizione democratica, che stipularono il ritorno in seno al GOI, e venne plaudita anche dal Grande Oriente di Francia, nel quadro delle nuove relazioni transalpine, suggellate dagli accordi commerciali caldeggiati da Luigi Luzzatti e, ancor più, dal viaggio di Stato di Vittorio Emanuele III a Parigi (1902) ricambiato da quello del presidente francese Emile Loubet, in carica dal 1899 al 1906. Per la prima volta un capo dello “Stato cristianissimo” visitò la Città Eterna e salì al Quirinale senza rendere omaggio al Papa. L'organizzazione del Congresso mondiale del Libero pensiero in Roma fu il segnale definitivo che la città capitolina era ormai laboratorio della scristianizzazione prospettata sin dall'Anticoncilio celebrato a Napoli il 9 dicembre 1869 in contrapposizione frontale al Concilio ecumenico vaticano aperto da Pio IX l'8 dicembre di quell'anno.

 

L'ascesa di Ernesto Nathan a sindaco di Roma, benché non fosse stato il più votato del blocco popolare che nel 1907 vinse le elezioni, evidenziò il disegno politico-culturale che lo vedeva operare con il pieno sostegno dei governi (presieduti da Sidney Sonnino, ebreo anglicano, e da Giolitti) e della Corona. La Terza Roma evidenziava la continuità tra patriottismo risorgimentale (il “figlio di Sarina”, come Nathan con maliziosa allusione era detto per i rapporti tra sua madre, Sara Levi, e Giuseppe Mazzini, ne era un modello) e la convergenza di liberali progressisti, radicali, socialriformisti e repubblicani transigenti, uniti nel sostegno delle istituzioni e, in specie, di quella suprema: la “Monarchia costituzionale” di lì a poco raffigurata da Davide Calandra nell'altorilievo in bronzo della presidenza della Camera dei deputati, che tutti vedono ogni giorno in televisione senza domandarsi che cosa rappresenti.

Per tutti questi motivi il Cinquantenario doveva avere tra le voci eminenti quella del sindaco di Roma. Nathan aveva dato prova di superiore intelligenza politica quando nell'ottobre 1909 si recò a Racconigi ove il re e Giolitti ricevettero lo zar di Russia Nicola II e il suo ministro degli Affari Esteri e concordarono la consultazione dei due Stati su tutte le questioni balcaniche, andando oltre gli steccati fra Triplice Alleanza Berlino-Vienna-Roma e Triplice Intesa anglo-franco-russa. La geografia dettava nuovi scenari politici nei Balcani e nel Mediterraneo centro-orientale. In quella rilevante occasione Ettore Ferrari arroccò invece il GOI nella denuncia dei “pogrom” antiebraici ancora in corso nei confini dell'impero russo e rifiutò qualsiasi omaggio allo zar, mostrando una rigidità estranea alla duttilità diplomatica ormai necessaria per chi, come il GOI, si ergeva a precursore, artefice e custode dell'unità nazionale. Eletto deputato per tre legislature nel collegio di Perugia II, Ferrari, in realtà, non era un “politico”. Rimaneva un artista. Era lo scultore del monumento di Giordano Bruno eretto in Campo dei Fiori a Roma (1889) qual perenne e solenne rampogna contro l'Inquisizione.

 

Chi guardava lontano e doveva assumere decisioni tattiche funzionali all'obiettivo strategico – mostrare il cammino compiuto dalla Terza Italia nel mezzo secolo dalla nascita – non poteva nutrire dubbi sull’opportunità che l'Italia esibisse quali dioscuri del Cinquantenario il sindaco di Roma e lo statista piemontese Giovanni Giolitti, anche perché ai festeggiamenti progettati nella Capitale si aggiungeva l'Esposizione nazionale di Torino, orchestrata dal sindaco Teofilo Rossi, creato dal Re conte di Montelera, in stretta collaborazione con Tommaso Villa, massone di lungo corso, già deputato, ministro, senatore, genero dell'antico cospiratore Angelo Brofferio. In più Villa poteva vantare a proprio merito la recente espulsione dal Grande Oriente d'Italia per l'appoggio da lui dato con altri “fratelli” politicamente rilevanti a sostegno di un blocco moderato contro l'avanzata dell'estrema sinistra nella città subalpina che registrava il tumultuoso sviluppo dell'industria meccanica e metallurgica e gli spudorati intrecci con giochi in borsa a vantaggio degli industriali.

A Torino l'Esposizione del 1911 assunse i requisiti di ricomposizione unitaria delle forze liberali, inclusi i cattolici moderati, in sintonia con le congregazioni ecclesiastiche impegnate a sostegno dell'espansione coloniale italiana e operose negli enti provinciali e comunali, con speciale attenzione per l'insegnamento elementare e per le “classi numerose”, attratte in città dall'incremento delle opportunità di lavoro ma ricorrentemente penalizzate da crisi finanziarie e bancarie (come quella del 1907) e dalle pesanti ripercussioni su edilizia popolare e igiene urbana.

 

Il garbato “ben servito” di Giolitti a Luzzatti

 

Istruito dal Re sulla linea da tenere, in “confidenze epistolari” destinate a circolazione ristretta per poi ispirare interventi alla Camera, dal novembre 1910 Giolitti confutò Luzzatti sui due disegni di legge con i quali il presidente del Consiglio pensava di passare alla storia: l'introduzione della parziale elettività del Senato e il varo di un modesto aumento del diritto di voto maschile. Lo statista piemontese scrisse a Urbano Rattazzi jr che, così com’era dal 1848 e dalla proclamazione del regno, la Camera Alta aveva attuato e avrebbe »reso grandi servizi al Paese e alla Monarchia«. Andava quindi cassata la »proposta di riforma lanciata con cinica leggerezza da Luzzatti»: una “confidenza” da diffondere quale norma. Successivamente Giolitti disse alla Camera che il tempo era maturo per riconoscere il diritto di voto ai maschi maggiorenni, anziché fermarsi al progetto del presidente del Consiglio, che prevedeva un ampliamento da circa tre milioni di elettori a quattro milioni e mezzo. Occorreva la riforma poi da lui varata nel 1912: diritto di voto per tutti i maschi maggiorenni alfabeti, per chi avesse prestato servizio militare e per i trentenni anche se analfabeti. Erano stati a scuola dalla vita. Gli elettori balzarono a otto milioni.

 

Luzzatti galleggiò sino alla solenne celebrazione di Roma, pronunciata nell’aula massima di Palazzo Senatorio al Campidoglio. Lì Nathan si rivolse a Vittorio Emanuele III, S»ovrano nella vita di uomo, nella vita di cittadini Primo Cittadino d’Italia, a virtù ed a dovere coll’esempio incitante». Evitò cenni polemici contro il Vaticano. Altro, del resto, aveva detto il 10 marzo nella commemorazione di Giuseppe Mazzini, parimenti in Campidoglio, e ancora aggiunse il 4 giugno, festa dello Statuto, quando commemorò Vittorio Emanuele II ripercorrendo diverse fasi della questione romana. Riecheggiando Carducci (ma senza nominarlo), ricordò che il Padre della Patria tramite persone a lui devote aveva intessuto «relazioni con associazioni segrete a scopi patriottici intente» e non aveva avuto «timore di contaminarsi associandosi ai movimenti popolari»: un accenno cifrato alle collusioni tra monarchia e società segrete a metà Ottocento, ma destinato a cadere nel vuoto in tempi di monarchia costituzionale, quando la politica estera era deliberata dal triangolo Corona-presidenza del Consiglio-ministro degli Affari Esteri, lontano dal Parlamento e, talora, persino dal governo, ma sempre nei margini fissati dallo Statuto. All’ormai dimissionario Luzzatti il 30 marzo 1911 seguì il IV ministero Giolitti, che, come si vedrà in altro articolo, celebrò i riti maggiori del Cinquantenario del Regno, all’Altare della Patria e a Torino, prima capitale d’Italia.