NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 20 ottobre 2026

LA MANNAIA DEL VINCITORE SUL CONFINE ITALO-FRANCESE

 Verso l'80° del Trattato di Pace

La borgata di Saretto (Acceglio) con la Rocca Provenzale. I monti uniscono chi li sa percorrere.
 

 di Aldo A. Mola


Mentre l'“Unione Europa” (realtà geopolitica, economica e militare comunemente ma erroneamente usata quale sinonimo di Europa, per di più senza la Gran Bretagna che ne è fuori) stenta a darsi un vero assetto federale e si continua a confondere le “nazioni”con i “popoli” e gli “Stati”, l'80° anniversario del trattato di pace che la Repubblica italiana fu chiamata a sottoscrivere rimane motivo di riflessione.


Una sconfitta strategica

   Neppure per il Piemonte il 10 febbraio 1947 fu giorno di festa. Per gli italiani di Venezia Giulia, Istria, Fiume e Dalmazia la firma del Trattato di pace suggellò la tragedia in corso da quattro anni. L'epurazione politica ed etnica attuata dalla Jugoslavia ai danni degli italiani e l'esodo forzato di circa 350.000 persone, in fuga dal regime comunista di Tito, sono documentati e fanno ormai parte della memoria nazionale.

    Pressoché dimenticata è invece la rettifica della frontiera italo-francese imposta dal Diktat sottoscritta a Parigi con la propria stilografica, anziché con la “penna” predisposta dai “vincitori”, dall'ambasciatore Antonio Meli Lupi di Soragna. Meno catastrofico sotto il profilo umanitario, ma altrettanto deplorevole sul piano politico e “morale” (per quel che la “morale” valse e vale nei rapporti di forza), il nuovo bislacco confine fu ispirato non già da una visione lungimirante della Nuova Europa ma dal tardivo neo-nazionalismo del governo di Charles De Gaulle, che aveva dichiarato nullo l'armistizio di Villa Incisa (24 giugno 1940), con la conseguenza che la Francia era ancora in guerra contro lo Stato d'Italia, quale ne fosse la forma istituzionale.

  I termini della rettifica delle frontiere risalenti al 1° gennaio 1938 sono elencati dall'art. 2 del Trattato: il confine fu spostato a est per una profondità dai due ai cinque chilometri nelle zone del Piccolo San Bernardo, del Moncenisio e del Monte Tabor-Chaberton. Molto più afflittiva fu la nuova demarcazione nelle valli della Vésubie e della Roya.

   La descrizione dettagliata della rettifica fu affidata all'allegato II del Trattato. In sintesi la Francia inglobò il comune di Tenda e quasi tutto il territorio di Briga, che (previo plebiscito confermativo) erano rimaste italiane dopo la cessione della contea di Nizza e della Savoia da parte di Vittorio Emanuele II a Napoleone III, come previsto dall'alleanza politico-militare che aveva condotto alla vittoriosa guerra per l'indipendenza (aprile-luglio 1859) e all'acquisizione al regno di Sardegna della Lombardia (Mantova esclusa) e, in seguito, dell’Emilia-Romagna (Ducati padani e Legazioni pontificie) e del Granducato di Toscana.

 

   Il progetto di revisione dei confini italo-francesi rimase a lungo sotto traccia, quasi fosse pressoché irrilevante. In realtà era imbarazzante. Nelle “Dichiarazioni” rese al Consiglio dei ministri degli Esteri riuniti a Parigi in preparazione dei trattati di pace, il 3 maggio 1946 (un mese prima della celebrazione del referendum istituzionale e dell’elezione dell'Assemblea Costituente) il democristiano Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio e ministro degli Esteri dall'11 dicembre 1945, non ne fece alcun cenno.

   Dopo l'assunzione arbitraria delle funzioni di Capo dello Stato (ore 0:15 del 13 giugno 1946) e il suo esercizio sino all'elezione di Enrico De Nicola a presidente provvisorio della Repubblica italiana (28 giugno), lo stesso De Gasperi il 10 agosto 1946 annunciò alla Conferenza di Parigi che l'Italia avrebbe presentato tramite suoi delegati il proprio punto di vista sulle linee di confine in corso di definizione. Il 28 agosto lo fece il socialista Giuseppe Saragat, ambasciatore d'Italia a Parigi. Premessa la «volontà di andare incontro alle domande francesi» e di riconquistare l'amicizia franco-italiana «anche al prezzo dei più pesanti sacrifici», Saragat, antico allievo dell'Istituto “Germano Sommeiller” di Torino, concluse che «né il sentimento degli abitanti, né la lingua, né le ragioni geografiche ed economiche giustifica[va]no in alcun modo la rettifica pretesa da Parigi». Però le sue osservazioni non mutarono di una virgola il testo del Trattato.

   Per l'Italia il danno politico ed economico fu poca cosa rispetto all'umiliazione e al senso di frustrazione che ne derivò, e non solo in Piemonte. Gli articoli 46 e 47 del trattato previdero lo smantellamento di tutte le fortificazioni esistenti entro 20 chilometri dalla frontiera e la smilitarizzazione perpetua di quella fascia di territorio, così implicitamente sottratto alla sovranità dell'Italia. A differenza di quanto era avvenuto nei secoli dei secoli, sul fronte occidentale l'Italia fu messa “in condizione di non nuocere”: una sconfitta di portata storica.

 

Quando fu ignorato il concorso dell'Italia alla Liberazione d'Europa

   A pagare in quei termini era soprattutto il Piemonte, una terra che aveva dato un alto contributo alla guerra di liberazione in tutte le sue fasi e componenti, sin dal primo Comitato militare del CLN subalpino, capitanato dal generale Giuseppe Perotti (catturato, torturato, condannato a morte e fucilato al Martinetto di Torino), e forte di numerose formazioni partigiane di orientamento monarchico, guidate da uomini di fegato come Edgardo Sogno, biografato da Luciano Garibaldi. Per saperne di più basta sfogliare “La Riscossa” di Raffaele Cadorna e “Formazioni autonome nella Resistenza” (a cura di Gianni Perona, ed. FrancoAngeli,1996).

   Quel Piemonte poteva guardare negli occhi i neo-nazionalisti transalpini. Bastino due esempi. Il 19 dicembre 1943 si riunirono clandestinamente esponenti della cultura autonomistica e approvarono la Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine. I monti uniscono, per chi li sa attraversare. Erano Emilio Chanoux, Ernesto Page, Gustavo Malan, Giorgio Peyronel e Mario Alberto Rollier.  Impossibilitato a partecipare, Chabod inviò un messaggio. Erano cattolici e valdesi. Accadde a Chivasso ove, quando divenne autonomo, l'Istituto Magistrale non per caso fu intitolato “Europa Unita”, nel ricordo di quel Convegno i cui propositi, a cominciare dal decentramento di poteri alle regioni, entrarono nella Costituzione di una Repubblica che li ignorò per decenni, arroccata nel recinto di nostalgie tardonazionalistiche.

   L'altro possibile “vanto” del Piemonte erano gli “accordi” stipulati tra partigiani italiani e francesi nel maggio 1944: una delle pagine più interessanti ma purtroppo neglette della lotta per la liberazione dell'Europa dalle tossine del totalitarismo nazionalistico, incluso quello comunista sovietico. Mentre questo è definitivamente scomparso con il crollo dell'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, il nazionalismo è ripreso a serpeggiare in molti modi e in altrettanti luoghi. Da taluno, che ancora non ha scelto tra Federazione europea e sovranità nazionale, ancora oggi da alcuni è venerato come panacea contro tutti i mali del mondo.

   Ottant'anni anni dopo la firma del Trattato di pace del 10 febbraio 1947, stolidamente punitivo contro l'Italia, merita ricordare la Grande Illusione che animò i promotori e attori di una Nuova Europa, miranti a una libertà capace di instaurare pace effettiva tra i popoli e la loro federazione democratica, non inchiodata da interessi finanziari prima ancora che economici.

   A idearli e a crederci fu anzitutto Tancredi Olimpio Galimberti (“Duccio”), figlio di un deputato originariamente garibaldino/radicale, giolittiano, antigiolittiano, filofascista, inventore del mito di Cuneo come culla della libertà, senatore del regno, uomo del Risorgimento nelle sue molteplici declinazioni. Risorgimentale fu anche “Duccio”, militante del Partito d’Azione dall'autunno del 1942. Pronunciato dal balcone di casa il celebre discorso all'indomani della revoca di Mussolini da capo del governo, costretto alla clandestinità dopo la pubblicazione della resa incondizionata (8 settembre 1943), fondatore della banda “Italia Libera” a Madonna del Colletto (poco lontano da Cuneo) il 12 settembre, ferito a gennaio, nel maggio 1944, su suggerimento di amici e d'intesa con Ferruccio Parri, comandante delle formazioni “Giustizia e Libertà”, avviò i primi contatti con esponenti della resistenza francese, ventilati dal tenente Costanzo Picco, che dopo l'8 settembre era rimasto in Francia. Obiettivo? Nella certezza che gli anglo-americani avanzassero finalmente verso Roma e (come ripetutamente avevano fatto intendere) sbarcassero davvero in Liguria, occorreva fare fronte comune.

   Mussolini, capo della Repubblica sociale italiana, intimò ai giovani di rispondere alla chiamata alle armi entro il 24 maggio 1944 e minacciò l'offensiva contro i “ribelli” (come riduttivamente eran detti i resistenti) anche con carri “ippotrainati”. L'estate era alle porte. L'aviazione anglo-americana era padrona dei cieli. Non vi erano dubbi sull'esito finale. In quel clima, dopo un contatto al colle Sautron narrato da Giorgio Bocca, avvenne il primo colloquio a Barcelonnette il 22 maggio 1944 tra Galimberti e Lecuyer (nome di battaglia Sapin), rappresentante dei combattenti francesi.

   Il passo successivo e concludente ebbe luogo il 30-31 maggio a Saretto, frazione di Acceglio, in alta Valle Maira. Come poi ricordò Max Juvénal, protagonista per parte francese con l'avvocato Jean Lippmann (nome di battaglia “Maurice Plantier”), «senza direttive né aiuto dei rispettivi governi», le due delegazioni si trovarono attorno alla tavola di una locanda, ricordata dalla lapide murata sulla sua facciata e conservata qual era da dottoressa Marta Arrigoni, che ne serba e arricchisce la memoria, in costante dialogo con l'Oltralpe. Ne ha scritto nel volume “I Patti di Saretto del 30-31 maggo 1944 tra storia e memoria”, con ricca documentazione fotografica.

   Il 30 le due delegazioni dovettero riparare all'addiaccio nel timore di un'imboscata. L'indomani, riprese le conversazioni, firmarono le “dichiarazioni”, politica e militare, retrodatate e ricordate dai francesi come “accords” e dagli italiani come “Patti di Saretto”.

   Benché note, quelle “dichiarazioni” meritano di essere ricordate nei tratti essenziali, scritti  da Dante Livio Bianco in “Venti mesi di guerra partigiana nel Cuneese”, un libro pubblicato nel 1946 dal tipografo-editore Arturo Felici (partigianamente “Panfilo). Esse sono state ripetutamente rievocate. Nel 2014 furono celebrate dalla presidente della Provincia di Cuneo, Gianna Gancia, poi europarlamentare e ora consigliere regionale della Lega. Nell' Il 10 agosto 2024 sono stati ulteriormente rievocati con la presenza di militari italiani e francesi e con interventi di studiosi, tra i quali l'ex deputato el partito democratico Sergio Soave.

   I rappresentanti dei due movimenti di liberazione dal nazifascismo dichiararono che «i popoli francese e italiano non avevano alcuna ragione di risentimento e di urto per il recente passato politico e militare, che impegnava la responsabilità dei rispettivi governi». Affermarono la piena solidarietà nella lotta contro il fascismo e il nazismo e tutte le forze della reazione, preliminare per l'instaurazione delle libertà democratiche e della giustizia sociale in una libera comunità europea. Riconobbero inoltre che la miglior forma “de gouvernement” per assicurare le libertà democratiche e la giustizia sociale è quella repubblicana. Prospettarono infine la collaborazione militare tra “maquisards” e partigiani.

 

La concordia discorde nelle file partigiane

   Non risultano diatribe interne sorte sul versante francese. Molto invece si sa quelle divampate suquello “italiano”. “Francia libera” combatteva contro chi le aveva dichiarato guerra e contro i collaborazionisti. In Italia, invece, una parte del “partigianato” combatteva anche contro la monarchia, che era riconosciuta dalle Nazioni Unite. Era lo Stato. Ogni partito aveva le sue divisioni interne. Quindici anni di regime e la guerra in corso aveva insegnato poco anche a taluni nuovi “maestri di democrazia”.

   Gli accordi di Saretto furono preceduti e seguiti da faide intestine tra gli esponenti apicali del partito d'azione. Occorre ricordarlo per comprendere come anche i più nobili propositi possano essere vulnerati da personalismi sconcertanti, tanto più fra persone che si battevano sullo stesso fronte. Obiettivo precipuo di Giorgio Agosti, mente politica del Partito d'Azione piemontese, fu di escludere Duccio Galimberti dalla “scena finale” delle “conversazioni” italo-francesi. Era sospettato di ambire a ruoli politici nel dopoguerra anche grazie al vasto seguito personale. Fra altro, a differenza di Dante Bianco, egli non era mai stato iscritto al Partito nazionale fascista. Non era noto, ma nell'estate del 1943 Galimberti aveva anche abbozzato un “Progetto di costituzione confederale europea ed interna”, scritto a quattro mani con Antonino Repaci, magistrato a Cuneo. In esso il diritto di voto era riservato ai «cittadini maschi alfabeti, maggiorenni»; era «garantita la libertà di pensiero ma vietata la costituzione di partiti politici». Quindi donne e analfabeti nell'Italia Libera sarebbero rimasti “cittadini di serie B”. Mentre Vittorio Emanuele III mirava a sostituire il regime con un governo di politici Galimberti diffidava dei partiti. Aveva buone ragioni?

 

   Il testo dell'“accordo” di Saretto, comunicato trionfalmente da Bianco ad Agosti risultò subito impresentabile al CLN del Piemonte. Meno ancora sarebbe stato accettabile dal governo. Il nuovo esecutivo presieduto da Badoglio, costituito a Salerno il 22 aprile 1944 con i rappresentanti di tutti i partiti del CLN, comunisti inclusi, si fondava sull'impegno dei ministri (e rispettivi partiti) a non interferire nella “questione istituzionale”. La lotta di liberazione era come quella di Stalin: “guerra patriottica”. Era la direttiva impartita da leader sovietico a Togliatti, rimandato in Italia per frenare le velleità “rivoluzionarie” di tanti comunisti ignari delle intese tra i Tre Grandi (Usa, Urss e Gran Bretagna) sulla spartizione delle influenze. L'Italia era “a occidente”.

   Il “documento” di Saretto finì nelle nebbie dei buoni propositi. Lo stesso accadde per il versante militare. Nelle lettere agli amici partigiani cuneesi Galimberti irrise al comandante partigiano Ezio Aceto (“Napoleone”) e ai due compagni partito, Agosti e Bianco (Cavour I e Cavour II) che tra loro si scambiavano perfidi sarcasmi su di lui, persino sulla sua “gloriosa ferita”. Lo si legge in “Giorgio Agosti-Livio Bianco. Un' amicizia partigiana. Lettere 1943-1945” (ed. Albert Meynier), con introduzione di Giovanni De Luna, non sospetto di velleità destrorse. Difficile pensare che su quelle basi davvero nascesse l'Europa dei popoli, liberi da antiche rivalità e da meschinità.

 

   Poi avvenne quanto né gli uni né gli altri avevano messo in conto. Gli “americani” (con modesta “scorta” francese e nessun inglese, per non turbare gli umori gallici) anziché in Liguria sbarcarono in Provenza. Le bande partigiane italiane che ripararono oltralpe vissero sempre peggio. Spesso furono impegnate o si avventurarono in missioni difficili.

   La Francia di De Gaulle mirava a tutelare i suoi interessi statuali permanenti, da Carlo Magno a Francesco I, da Luigi XIV a Napoleone. Era stata l'Italia a dichiararle guerra. Alla vigilia dello “sfascio finale” (aprile 1945) il colonnello inglese J.M. Stevens avvertì i partigiani piemontesi: in caso di conflitto con i francesi avrebbero avuto torto anche quando avevano ragione. Dovevano salvaguardare gli impianti produttivi essenziali. I francesi svalicarono e arrivarono ovunque possibile. Confidavano nel principio arcaico “uti possidetis”. Pinerolo e Cuneo erano state a lungo assediate e dominate. Da lì si controllano Torino e la via verso la Liguria. A bloccarli e a rimandarli indietro, sia in Piemonte sia in Liguria, furono gli Stati Uniti.

 

“Vae victis”

   A ben vedere il Diktat del 10 febbraio 1947 fu umiliante, ma sarebbe potuto andare anche peggio. Nei primi giorni della Liberazione non mancarono incidenti incresciosi tra militari francesi, partigiani italiani e popolazione civile. Le “conversazioni” o “colloqui” del Sautron e di Barcelonnette e le Dichiarazioni di Saretto vennero narrati in versioni postume come “Accords” e persino quali “Patti” e ancora così vengono enfaticamente ricordati. Al pari dell'“arrangement” di Londra con il quale il 26 aprile 1915 l'Italia aderì alla Triplice Intesa, spacciato per “Patto di Londra”. Le mistificazioni linguistiche non cambiano i fatti.

   A difendere l'italianità di Tenda provarono l'allora giovane storico Giorgio Beltrutti in un'opera ripetutamente aggiornata e ristampata, Vittorio Badini Confalonieri, i liberali e i monarchici. Altri, molto più numerosi, rimasero in seconda fila ed esortarono a “prendere atto”. All'indomani dell'entrata in vigore del Trattato, il 12 ottobre 1947, il plebiscito confermativo bene orchestrato da Parigi attribuì 1445 “si” a favore della Francia contro 76 “no” in Tenda e 759 “si” contro 26 “no” a Briga (ormai divenuta La Brigue).

   È questa la lezione che, al di là della retorica, impartisce l'80° anniversario del Trattato di pace, figlio della “resa senza condizioni” del 3-29 settembre 1943.

   Chi dichiara guerra ha il dovere di vincerla; se la perde, ne paga le conseguenze. O forse decidere “dall'alto” di perdere una guerra è quanto occorre per sbarazzarsi di un regime per tanti anni plaudito da masse incoscienti.



martedì 13 ottobre 2026

Nel Referendum del 1946, Vinse veramente la Repubblica? Forse…

 di Antonello Cannarozzo

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, Antonello Cannarozzo, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su un evento storico della vita del nostro Paese. Buona lettura e diffusione.

 

Nel referendum del 1946, vinse veramente la Repubblica? Forse…

Ci sono fatti di cui non sapremo mai la verità, come la questione del referendum istituzionale del 1946 per scegliere tra Monarchia o Repubblica. Vinse quest’ultima, ma il dilemma rimane ancora insoluto: il risultato fu per il voto popolare o per i brogli? È difficile saperlo, certo non fu un esempio di trasparenza, ma ricordiamo che c’era anche un Italia distrutta dalla guerra

 Antonello Cannarozzo

Il 2 giugno l’Italia festeggia la Repubblica nata nel lontano 1946 con un referendum che la vide contrapposta alla Monarchia, anche se fu il 19 giugno che venne proclamata ufficialmente.

Nel ricordare questo avvenimento, stupisce un sondaggio dello scorso anno pubblicato da Youtrend, nel quale il 15% degli intervistati affermava che oggi voterebbe per la Monarchia. Insomma, il fascino della corona è duro a morire anche se la stragrande maggioranza gli italiani, al di là degli schieramenti politici, è favorevole alla Repubblica.

Nell’anno del referendum quasi la metà gli italiani si definivano monarchici e la vittoria repubblicana portò, per chi non si rassegnava a questo risultato, a parlare di un vero e proprio imbroglio istituzionale con il voto era stato manipolato.

Una esagerazione? Può darsi, ma rileggendo le cronache e i documenti del tempo, il risultato elettorale non sembra proprio limpido, anzi, si sono addensate negli anni molte ombre sullo spoglio delle schede che ancora oggi andrebbero chiarite, proprio nell’interesse delle istituzioni repubblicane.

L’articolo che segue è una sintesi di ciò che accadde in quei giorni del 1946 volendo solo porre alcune riflessioni e non dare facili giudizi.

L’Italia del secondo dopoguerra

Torniamo indietro di due anni, al 1944, quando nel nord Italia si combatteva una violenta guerra da parte delle truppe alleate e dei partigiani contro i tedeschi e nello stesso anno a Salerno, momentanea capitale del Regno del Sud per la presenza del re Vittorio Emanuele III, si era insediato il nuovo governo italiano che tra i primi atti abbiamo la firma a Cassibile, in Sicilia, della resa incondizionata della nazione agli anglo americani.

Si delineava così, non senza gravi complessità, il nuovo assetto politico dell’Italia, tra distruzioni, povertà e ora anche l’occupazione delle forze vincitrici che dominavano e domineranno negli anni a seguire, la nostra politica e la nostra quotidianità.

Tra le prime urgenze espresse da tutte le forze politiche presenti, per avviare la ricostruzione del Paese, bisognava dare anche un nuovo assetto istituzionale attraverso il voto popolare con l’indire un referendum per confermare la Monarchia o scegliere la Repubblica.

Un cammino iniziale non senza difficoltà, dove il primo problema era la presenza, ormai ingombrante del re Vittorio Emanuele III, troppo coinvolto con il fascismo, e da molte parti veniva invitato ad abdicare in favore del figlio Umberto che avrebbe potuto condurre il Paese al referendum, con i pieni poteri legislativi.

Il 9 maggio del 1946 il vecchio re accettò la rinuncia al trono in favore del figlio e il 5 giugno Umberto divenne Luogotenente del regno e anche ultimo Re d’Italia dal 9 maggio al 13 giugno 1946.

Un giovane re che, nonostante la situazione e l’appellativo di “re di maggio” a causa del suo breve regno, nominò per la prima volta, tra gli altri, capo del Governo una personalità come Alcide De Gasperi e fu Umberto a firmare decreti ancora validi come l’autonomia siciliana e, anche se pochi lo ricordano, fu ancora lui a firmare il decreto affinché le donne potessero votare per la prima volta proprio con il referendum.

Per comprendere l’atmosfera che si respirava in quei giorni per la nostra povera Italia, si avvicinava anche il giorno giudizio o, meglio, del trattato di Pace che ci vedeva duramente penalizzati, nonostante la guerra di liberazione. Dopo due anni di laboriose trattative che incisero anche nel dibattitto referendario, il 10 ottobre del 1947 a Parigi per l’Italia, il nostro capo del governo, Alcide De Gasperi, firmava, non senza dolore, questo trattato capestro.

Oltre ad essere ridimensionati geograficamente nei nostri confini lo fummo anche politicamente, da quel giorno perdemmo per sempre la nostra vera indipendenza come Paese alla mercé dei vincitori.


Molte furono le proteste popolari e anche di politici e intellettuali, primo tra tutti Benedetto Croce, ma onestamente De Gasperi non poteva che capitolare, altrimenti per l’Italia si sarebbe aperto un baratro con conseguenze incalcolabili.

Il referendum

In questa atmosfera surriscaldata, fu indetto il referendum con decreto n.151 del 25 giugno 1944 da Umberto II, dove circa 28 milioni di italiani furono chiamati alle urne. Fu un’opera titanica perché in tutto il Paese le comunicazioni, sia telefoniche e sia stradali, erano inservibili, le strutture economiche inesistenti, moltissimi erano poi gli sfollati, ai quali si aggiungeva la miseria e il mercato nero che incombevano sulla gente a cui va aggiunto, cosa non da poco, che l’Italia chiamata al voto non era abituata a libere elezioni.

[...]

https://marcotosatti.com/2026/10/13/nel-referendum-del-1946-vinse-veramente-la-repubblica-forse-antonello-cannarozzo/

domenica 11 ottobre 2026

RISALIRE LA CHINA

 


DALLA COOPERAZIONE ALLA COBELLIGERANZA

8 SETTEMBRE-13 OTTOBRE 1943

 

di Aldo A. Mola

 

In un quotidiano di Torino un ex parlamentare recentemente ha scritto che nel dopoguerra «avrebbe dovuto esserci non il referendum fra monarchia e repubblica, ma la corte marziale per tradimento per la monarchia, per Badoglio e gli alti gradi dell’esercito». Sta di fatto che per le “Nazioni Unite”, cioè gli Alleati, l'Italia era rappresentata dal re e dal suo governo. Alla corte marziale sarebbero dovuti essere deferiti dunque anche Roosevelt, Churchill, Stalin, Eisenhower…, poiché essi, imponendole la resa senza condizioni, ne riconobbero le Istituzioni?

Forse gli eventi di quei giorni, compreso il “reciproco inganno”, meritano un po’ di “carità di patria”, documenti alla mano. A salvare la continuità dello Stato con iniziative sofferte furono il re e il capo del governo, non micropartiti dei quali non si trova traccia nelle estenuanti trattative che condussero dalla resa del 3 settembre 1943 alla dichiarazione di guerra alla Germania il 13 ottobre.

 

Via da Roma, ma in Italia

Nelle prime ore del 9 settembre 1943 il capo del governo, maresciallo Pietro Badoglio, organizzò la partenza da Roma dei Reali, del principe ereditario Umberto di Savoia, del capo di stato maggiore generale Vittorio Ambrosio, di alcuni ministri (Vittorio Emanuele III riteneva che fossero stati tutti avvertiti: farlo non era compito suo). Dal ministero della Guerra (più sicuro rispetto al Quirinale e ove tutti si erano raccolti la sera dell’8) alle 5:10 del mattino la Fiat 2800 del re uscì e imboccò la via Tiburtina in direzione di Avezzano, seguita da altre vetture, con le rispettive insegne bene in vista, come documentano le fotografie pubblicate da Angelo Squarti Perla in “Le menzogne di chi scrive la storia” (BastogiLibri, 2024). Il re e Badoglio decisero di trasferirsi nella Puglia meridionale poiché non vi erano già arrivati gli angloamericani e i militari italiani stavano cacciando i tedeschi verso nord, come avvenne a Bari, ove presero il controllo del porto valorosamente guidati dal generale Nicola Bellomo, poi arrestato e fucilato dagli inglesi come criminale di guerra.

In quelle ore la posta in gioco non era Roma ma l'Italia. Con la partenza dalla capitale verso un territorio italiano libero il re salvò la continuità dello Stato, riconosciuto dalle Nazioni Unite e  chiamato a eseguire le clausole della resa, nei cui strumenti i vincitori non ne misero in discussione i confini. In coincidenza con l'annuncio dell’armistizio gli Alleati iniziarono lo “sbarco principale” nella piana di Salerno, con forze inadeguate. Rischiarono di essere rigettati in mare.

Il pomeriggio del 9 il re presiedette a Pescara la breve riunione di vertici militari che decise la partenza per la Puglia, con imbarco la sera stessa da Ortona, pochi chilometri a sud. Alle 21:50 il comando supremo italiano informò quello alleato: «We are moving to Taranto. We shall re-establish communications tomorrow 10 September, we repeat 10 September. Greetings.» Alle 16:57 del 10 Eisenhower rispose a Badoglio: «L’intero futuro ed onore dell’Italia dipendono da ciò che le sue forze armate sono ora pronte a fare. Se l’Italia, dal primo all’ultimo uomo, si alza ora prenderemo ogni tedesco per la gola. Vi propongo con urgenza a fare perciò un richiamo squillante a tutti gli italiani amanti della Patria.» Il presidente degli Stati Uniti e il premier britannico Churchill lo stesso giorno si congratularono con Badoglio che l’11 assicurò da Brindisi «tutto quello che è possibile è e sarà fatto con quello stesso spirito e con quella stessa tenacia che esplicammo insieme sui campi di battaglia d’Italia e di Francia durante la grande ultima guerra». Il 15 Badoglio esortò il capo della Missione militare alleata in Italia, l'inglese Noel Mason MacFarlane, a far sapere al mondo «che gli Alleati considerano ormai l’Italia come uno Stato che collabora spontaneamente sul piano militare».

 

In margine all’“armistizio lungo”

Risalire la china era però un cammino irto di ostacoli. Proprio perché ne ebbe cognizione diretta e gli venivano documentate le angherie degli Alleati ai danni degli italiani, il 21 settembre Vittorio Emanuele III scrisse al presidente degli Usa, Franklin D. Roosevelt, e al re di Gran Bretagna e Irlanda, Giorgio VI, invitandoli a propiziare il suo ritorno in Roma in tempi ravvicinati: «L’esercizio del potere civile su di una notevole parte del territorio nazionale consentirebbe, fornendo una maggior scelta di uomini politici, la ricostruzione politica del Paese da completarsi col ritorno al regime parlamentare da me sempre auspicato.» Il progetto del sovrano era dunque molto diverso da quello ripetuto dalla “narrazione”. Il re osservò che a quel modo sarebbe stato contrastato efficacemente «il nuovo governo fascista, sia pure illegalmente costituito».

Da pochi giorni, infatti, Mussolini, prelevato da un “commando” tedesco il 12 settembre a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, trasferito in Germania e riportato in Italia sotto controllo di Hitler, aveva proclamato la nascita dello Stato fascista repubblicano d’Italia, poi Repubblica sociale italiana. Rimane senza risposta l’interrogativo sui motivi della sua mancata efficace custodia da parte di Badoglio. È possibile che il maresciallo pensasse che l'ex duce fosse innocuo, avendo egli in mano la lettera del 26 luglio con cui Mussolini, desideroso di ritirarsi in qualsiasi momento a Rocca delle Caminate, dichiarò: «da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta, ma sarà data ogni possibile collaborazione». Quello stesso giorno, credendo che Badoglio volesse davvero continuare la guerra come aveva proclamato assumendo il governo, Mussolini aveva augurato il successo del grave compito al quale il maresciallo si accingeva «per ordine ed in nome di S.M. il Re, del quale durante 21 anni sono stato leale servitore, e tale rimango». In quei giorni tutto ci si poteva attendere da lui tranne l’instaurazione di uno Stato repubblicano incardinato sul ritorno al “fascismo delle origini”, impasto di social-massimalismo e opzione repubblicana. Però il 26 luglio Mussolini aveva scritto in una situazione politica completamente diversa dal quella del 12 settembre. La resa, i cui termini rimanevano del tutto ignoti ma i cui effetti (incluso il trasferimento dei Reali e del governo da Roma al Mezzogiorno) erano sotto gli occhi, e la sua “liberazione” per opera dei tedeschi lo avevano sciolto dall’impegno precedentemente dichiarato.

Alle 10:50 del 29 settembre 1943, nel quadrato della nave britannica “Nelson”, ancorata a Malta, Eisenhower e Badoglio sottoscrissero i 44 articoli del cosiddetto “armistizio lungo”, scritto contemporaneamente a quello corto. In 65 minuti, comprensivi di pausa per bibite, Badoglio, Ambrosio, Roatta, Sandalli e De Courten per l’Italia, Eisenhower, l’ammiraglio Cunningham e i generali Alexander, MacFarlane e John Gort, governatore di Malta, per gli angloamericani, a margine della firma, che richiese pochi minuti, si confrontarono sulle prospettive. Il comandante in capo degli Alleati esortò Badoglio a dichiarare guerra alla Germania per tutelare i militari altrimenti passibili di fucilazione quali “partigiani”. Lo ribadì il maresciallo Alexander. Badoglio assicurò che ne avrebbe riferito al re, poiché la dichiarazione di guerra era sua prerogativa esclusiva, e propose il rientro in Italia di Dino Grandi, il gerarca fascista che, con Luigi Federzoni e Giuseppe Bottai, aveva scritto l'ordine del giorno approvato dal Gran Consiglio verso le 2:30 del 25 luglio. La proposta suscitò la perplessità Eisenhower, che a sua volta esortò ad accogliere e a valorizzare Carlo Sforza, poco gradito al sovrano per le sue aspre dichiarazioni antimonarchiche, ancorché in vent'anni nessuno ne avesse messo in discussione il titolo di Collare della SS. Annunziata né lo scranno di senatore del regno, malgrado il suo assenteismo. Alexander aggiunse «di poter ritenere che la liberazione di Roma sarà abbastanza presto». Avvenne il 5 giugno 1944, molti mesi dopo lo sbarco ad Anzio (22 gennaio) e otto mesi dopo la firma di Cassibile. Badoglio chiese anche di far parlare da Londra il maresciallo Giovanni Messe, già aiutante di campo del re (massone, anche se nessuno lo disse e probabilmente era noto solo al re, che lo aveva avuto aiutante di campo, e ad alcuni anglo-americani). Eisenhower, affiliato a una loggia del Kansas, assentì, malgrado la palese contrarietà degli inglesi, di cui Messe era prigioniero.

 

L'ombra tetra dell’“armistizio lungo”

Lo strumento di resa sottoscritto da Badoglio e Eisenhower era noto a Roma sin da quando vi era stato recato dal generale Giacomo Zanussi, inviato a Lisbona di rincalzo a Castellano, che nel viaggio di ritorno in Italia non dava notizie di sé per non essere intercettato dai tedeschi. Le clausole della resa esplicitavano le «condizioni di carattere politico, economico e finanziario» lasciate intravvedere dall’“armistizio breve”. Alcune, però, andarono oltre le peggiori previsioni. Il punto 1-A prevedeva: «Le Forze italiane di terra, mare, aria, ovunque si trovino, si arrendono.» Il 29 settembre si poteva ormai dire: “consummatum erat”. Quanto previsto per la flotta navale e aerea era già stato attuato. Però l'’art. 29 dell’“armistizio lungo” allungò un'ombra tetra. Esso recitò: «Benito Mussolini, i suoi principali associati fascisti e tutte le persone sospette di aver commesso delitti di guerra o reati analoghi, i cui nomi si trovino sugli elenchi comunicati dalle Nazioni Unite e che ora o in avvenire si trovino in territorio controllato dal Comando Militare alleato o dal Governo italiano, saranno immediatamente arrestati e consegnati alle forze delle Nazioni Unite. Tutti gli ordini impartiti dalle Nazioni Unite a questo riguardo verranno osservati.» A quel modo la sorte ultima (detentiva e giudiziaria) dell’ex duce e di un numero imprecisato, ma certo ampio, di gerarchi, nonché degli indiziati di crimini di guerra (fossero pure militari agli ordini del governo del re e ora aspiranti a collaborare con gli angloamericani) fu sottratta alla giurisdizione dello Stato e riservata alle “Nazioni Unite”, comprendenti Usa, Gran Bretagna, Urss e loro alleati, a cominciare da Francia, Grecia, Jugoslavia e il restaurato impero d’Etiopia. L’obbligo di consegnare Mussolini e i gerarchi alle Nazioni Unite tornò incombente a fine aprile del 1945, quando si prospettò la loro possibile cattura a opera del Corpo Volontari della Libertà: insegna delle formazioni partigiane riconosciute al di sopra dei partiti che le avevano promosse ed emanazione nell’Italia occupata del governo nazionale, a sua volta tenuto a osservare gli ordini al riguardo impartiti dagli Alleati che, come noto, prevedevano di processare i vertici del nazi-fascismo e di condannarli, anche alla pena capitale, come avvenne in Germania con il processo di Norimberga e in Giappone.

Anche la seconda parte dell’art. 30 dello strumento andò molto oltre gli aspetti militari della resa. Dettò: «Il governo italiano si conformerà a tutte le ulteriori direttive che le Nazioni Unite potranno dare per l'abolizione delle istituzioni fasciste, il licenziamento ed internamento del personale fascista, il controllo dei fondi fascisti, la soppressione della ideologia e dell'insegnamento fascista», da sostituire con radicale epurazione del sistema scolastico, dalle elementari all’Università, e degli strumenti didattici, sotto controllo del PWB (Psychological Warfare Branch). Infine il punto B dell’art. 32 stabilì: «Le persone di qualsiasi nazionalità che sono state sotto sorveglianza, detenute o condannate (incluse le condanne in contumacia) in conseguenza delle loro relazioni e simpatie colle Nazioni Unite saranno rilasciate in conformità agli ordini delle Nazioni Unite e saranno sciolte da tutti gli impedimenti legali ai quali sono state sottomesse.» Era il riconoscimento dell’antifascismo dell’esilio e interno e della legalità delle sue azioni, comprese quelle considerate “terroristiche” dai loro stessi autori.

Come già era avvenuto a Cassibile il 3 settembre, anche a Malta, a margine della “consegna” e della firma dello strumento di resa, si svolse un ampio confronto tra il maresciallo Badoglio, Eisenhower, Alexander e altri partecipanti all’incontro. Lo scambio di proposte, ipotesi e informazioni è consegnato a due diversi verbali, uno conservato nell’archivio storico del ministero della Difesa, l’altro in quello degli Esteri. Il primo è pubblicato nel volume “Otto settembre 1943. L'armistizio italiano 40 anni dopo (a cura di R.H. Rainero e A. A. Mola, Roma, Ministero della Difesa, 1985); il secondo figura nei “Documenti Diplomatici Italiani”. Il primo è più articolato e lascia intravvedere qualche spiraglio di apertura angloamericana alla partecipazione di truppe italiane nella lotta contro i tedeschi, prospettata da Castellano sin dai colloqui di Lisbona, ma, come subito ruvidamente osservò Alexander, subordinata alla dichiarazione di guerra dell’Italia contro la Germania. Nelle settimane seguenti gli Alleati ostacolarono in molti modi la riscossa politico-militare del regno d’Italia, soprattutto lesinando gli aiuti per la riorganizzazione dell’esercito.

Il 13 ottobre Vittorio Emanuele III dichiarò guerra alla Germania. Come l’indomani scrisse Badoglio, così si chiuse «il periodo di armistizio e quello di cooperazione, durato complessivamente trentacinque giorni, per entrare nel terzo periodo, quello della co-belligeranza». Il maresciallo sintetizzò il quadro del campo militare, alternanza di pagine negative (la «difesa sfortunata di Corfù e Cefalonia») e positive, e di quello politico con «il concorso alla causa dei vari partiti di patrioti nelle Nazioni invase.» Non fece alcun cenno alla situazione nelle “terre liberate”. Agli occhi dei più questa risultava deludente, non solo perché il Comitato Centrale di Liberazione Nazionale presieduto da Bonomi gli negava ogni collaborazione ma soprattutto perché, come il 4 novembre scrisse il primo segretario di legazione Antonio Venturini, «la grande maggioranza della gente (militari, funzionari, uomini di governo, intellettuali, privati di ogni genere ecc.) ha l’impressione – e questa impressione va sempre più estendendosi – che il Governo sta seguendo una politica dilatoria e che, per ora, preferisca non affrontare numerosi problemi che assillano la vita del paese.»

Aveva veduto lungo Vittorio Emanuele III quando il 7 settembre confidò al suo aiutante di campo Paolo Puntoni che l’azione di Badoglio era «indecisa e poco sincera. Non è certamente un uomo all’altezza del momento». Puntoni ne ebbe conferma la sera dell’8 allorché il re osservò: «l’armistizio è accettato, ma Badoglio che rappresenta il governo non impartisce alcuna disposizione per fronteggiare gli avvenimenti che incalzano.»

Dunque, anche in regime di cobelligeranza, il futuro rimaneva fosco.

 

Perché per anni gli italiani avevano plaudito “Lui”?

La “responsabilità”, però, non era solo di chi governava o del capo dello Stato. Investiva ogni  cittadino. Dal 1912 quasi tutti i maschi erano titolari del diritto di voto. Essi eleggevano la Camera, che a sua volta conferiva o negava la fiducia ai governi. Gli elettori non erano “innocenti”, come non lo erano i partiti nei quali parecchi cittadini si riconoscevano. Tutti avevano avuto le loro responsabilità. Avevano esercitato i loro diritti politici nel 1913, 1919, 1921 e 1924 sulla base di leggi elettorali varate dalle Camere via via elette prima dell’avvento del regime mussoliniano instaurato con il discorso del 3 gennaio 1925 e sino alla catastrofe dell’estate 1943. Ci rifletté Benedetto Croce confidando al “Diario” le sue riflessioni su Mussolini, «di corta intelligenza», privo di sensibilità morale, vanitosissimo, sempre fra il pacchiano e l’arrogante. «Ma – aggiunse Croce – chiamato a rispondere del danno e dell’onta in cui ha gettato l’Italia, con le sue parole e la sua azione come con tutte le sue arti di sopraffazione e di corruzione, potrebbe rispondere agli italiani come quello sciagurato capopopolo di Firenze, di cui parla Giuseppe Villani, il qual rispose ai suoi compagni d’esilio che gli rinfacciavano di averli condotti al disastro di Montaperti: “E voi, perché mi avete creduto?”» Le piazze stracolme di folla plaudente al duce sino al 1939, quando già l'Italia era vincolata alla Germania hitleriana dal Patto di acciaio, e persino alla dichiarazione di guerra, il 10 giugno 1940, sono motivo perenne di riflessione.

 

Un'esigua pattuglia decise le sorti dell’Italia

Dopo il 25 luglio 1943, azzerate per decreto legge o nei fatti le Camere che per statuto condividevano con lui il potere legislativo, il re risultò sovraesposto e non tardò a lamentare che gli venivano proposte misure anticostituzionali mentre riteneva che bisognasse tornare alla monarchia rappresentativa.

Badoglio tenne per sé gli Esteri e l’ormai quasi superfluo ministero dell’Africa italiana. Il maresciallo si trovò quindi a sciogliere con mezzi esigui i complessi nodi dei rapporti con i vincitori e i Paesi neutrali e a fronteggiare le crisi provocate dall’adesione alla Repubblica sociale mussoliniana di parte del personale addetto alle sedi diplomatiche. Molti uomini che avevano svolto ruolo protagonistico nell’estate del 1943 risultarono emarginati o quasi ostaggio degli angloamericani (fu il caso di Castellano, trattenuto ad Algeri) o, come il maresciallo Giovanni Messe, furono ostacolati nello svolgimento dell’opera di ricostruzione dello Stato e, in primis, delle forze armate; opera alla quale essi erano stati chiamati su indicazione personale del re.

Con la dichiarazione di guerra alla Germania (13 ottobre 1943) Vittorio Emanuele III completò il percorso intrapreso il 25 luglio e proseguito con le difficili decisioni del 3 e 8-9 settembre. Ma l’Italia era ormai divisa in due, si erano consumate tragedie immense, e altre sarebbero seguite.

 


 

DIDASCALIA : Giovanni Messe (Mesagne, Brindisi, 10 dicembre 1883-Roma, 18 dicembre 1968). Uscito sottotenente dall'Accademia Militare di Modena (1910), partecipò alla guerra italo-turca (1911-1912). Ferito e pluridecorato durante la prima guerra mondiale, il 3 giugno 1919 fu iniziato massone nella loggia “Michelangelo” di Firenze (Grande Oriente d'Italia, tessera n. 53.738). Aiutante di campo di Vittorio Emanuele III (1923-1927), generale di divisione dal 1938, vicecomandante della spedizione in Albania (marzo 1939), generale di corpo d'armata, ebbe il comando del Corpo di spedizione in Russia (Csir, luglio 1941, 50-60.000 uomini, con pochi mezzi e rifornimenti), la cui avanzata dall'Ucraina al Don comandò sino al 1° novembre 1942 quando chiese il rimpatrio. Promosso generale d'armata per merito di guerra, fu comandante della I Armata italo-tedesca in Africa settentrionale in sostituzione di Erwin Rommel. Arretrò combattendo sino alla Tunisia, ove, promosso maresciallo d'Italia (12 maggio 1943), fu autorizzato alla resa agli inglesi, che lo imprigionarono a Wilton Park in Inghilterra, vegliato dai servizi segreti. Chiamato in Italia su sollecitazione di Badoglio per impulso del re, il 21 novembre 1943 fu nominato capo di stato maggiore generale dell'Esercito, conducendolo da Corpo italiano di liberazione e Gruppi di combattimento sino alla liberazione (aprile 1945). Collocato nella riserva nel 1947, nel 1953 fu eletto senatore come indipendente nelle file della Democrazia cristiana. Fondata l'Associazione nazionale  combattenti e reduci, transitato nel Partito democratico italiano (monarchico) e subentrato alla Camera  ad Achille Lauro, fu infine deputato nelle file del Partito liberale sino al giugno 1968. Su Messe v. Antonio Zerrillo, “Il Maresciallo Giovanni Messe e la riscossa del Regio Esercito Italiano”, in AA.VV., “Il regno di Vittorio Emanuele III (1900-1946)”, vol. II, “Gli anni delle tempeste (1938-1946)”, Roma, BastogiLibri, 2021, pp. 143-56.


lunedì 5 ottobre 2026

VITTORIO EMANUELE III, RE NELLE TEMPESTE

 

Aldo A. Mola

 

Una questione di metodo. Storia o affabulazione?

In principio erano gli Archivi, Sacri e inviolabili, voluti dagli Stati, consci che sono il deposito della Verità. Da lì nacquero i grandi saggi. Di seguito viene la divulgazione, che giova se si basa sulla storiografia, a sua volta debitrice degli archivi. Se preferisce esprimere “apprezzamenti” su “fatti”e “personaggi”, basati più o meno su pregiudizi e “simpatie personali” (di cui lo storico deve spogliarsi quando propone la sua sofferta interpretazione degli eventi), la narrazione, anziché stare alla realtà, diviene affabulazione e scivola verso la parodia. Nulla di grave. Ma, ben inteso, non è storia.

La sequenza cronologica non insinua (o non dovrebbe insinuare) un rapporto di causa tra il prima e il poi. Il cammino degli eventi, un “processo”, è frutto dell'azione umana, imprevedibile. Non è una linea retta, e meno ancora ascensionale. Procede a segmenti, per intervento di imponderabili che sfuggono al controllo degli umanoidi, come avvenne per le età e le epoche del passato remoto. Alcuni sedicenti “occidentali”, che forse non hanno mai letto i “sacri testi”, ritengono che al punto di partenza e di arrivo del processo storico vi sia “la libertà” (una parola… in libertà). Non sempre comprendono che, forse, il “percorso” è solo susseguirsi di accidentalità. Un diluvio, un uragano, una siccità prolungata. Le pesti. Un bomba di troppo, il terrore, la catastrofe… perché gli Stati si aggrediscono per paura assai più che per certezza di vittoria.

Nessun prima contiene il poi, se non agli occhi di chi viene dopo e lo sentenzia perché il poi è accaduto ed egli crede di poterlo spiegare. Non solo, il prima dell'oggi o dello ieri a sua volta ha un precedente e così via risalendo all'indietro nel tempo. Lo avevano chiaro gli antichi, rassegnati a rimettersi all'intervento di forze sovrumane nella vita degli individui e dei popoli. All'improvviso irrompeva sulla scena l'“invidia degli dèi”, che atterra gli imperi più possenti e riduce i sogni degli uomini a mera vanità.

Nel secolo scorso, in risposta agli orrori di due guerre mondiali e dei regimi totalitari, completi di razzismo e genocidi, fiorì l'illusione che gli ideali di libertà e fratellanza tra le persone e i popoli siano comunque e sempre destinati a prevalere sulle forze del male. Ma nessuno fu chiamato a rendere conto dell'impiego di quelle bombe nucleari che mutarono irreversibilmente il corso della storia e generarono l'equilibrio del terrore, anticamera di una “pax” inevitabilmente precaria. L’oggi è condizionato dall’assenza di accordi tra le maggiori potenze planetarie e dall'incontrollabilità di quelle medie e piccole. Alcune di queste ultime sono armate quasi quanto le prime e, per motivi identitari e fanatismi teologici, paiono più aggressive e insofferenti di ogni vincolo. Infine, a fronte della potenziale “ribellione delle macchine” (l'ormai leggendaria AI), molto più pericolose di quella “delle masse”, temuta all'inizio del Novecento, prevale un ragionevole pessimismo su “come andranno le cose” a breve e a medio termine.   L'“ottimismo della volontà” si è perso per strada. Sui tempi lunghi nessuna persona avveduta scommette più. Il futuro, mirando al quale molti muovono sconsolati il capo, è nelle mani di… chissà chi.

Per aiutare gli italiani a conoscere le tappe fondamentali della loro storia almeno dall'unità in poi, lo Stato promosse opere di impegno vasto e durevole, a cominciare dall'organizzazione e dalla tutela di Archivi pubblici e privati, e mise a disposizione dei cittadini repertori di fonti per la storia. Ne sono esempio insigne i “Documenti diplomatici italiani”, disponibili gratuitamente in rete, e ampie raccolte di “carte”, tra le quali spiccano, per gli anni più difficili vissuti dal Paese, l'edizione critica dei “Verbali del Consiglio dei ministri, luglio 1943-maggio 1948” curata da Aldo G. Ricci, sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato (dieci volumi in tredici tomi) e quella dei “Verbali del Consiglio dei ministri della Repubblica sociale italiana, settembre 1943-aprile 1945” curata da Francesca Romana Scardaccione, con prefazione di Ricci (1611 pagine). A queste e a consimili opere, si aggiunge la mole di memorie, diari ed epistolari. Strumenti ignorati dagli affabulatori, sono tuttavia ineludibili per chi voglia conoscere e soprattutto per chi si prefigga di far conoscere, ovvero di proporre senza imporre, nel rispetto del lettore o uditore.

Cazzullo dixit…

La prima puntata della nuova serie di “Una giornata particolare” di Aldo Cazzullo per la rete televisiva La7, intitolata “8 settembre 1943. Morte e rinascita della Patria” ha suscitato qualche perplessità, non per la pregevole abbondanza di fotografie e di filmati ma per quella, prevalente, di epiteti ingenerosi calati su alcuni personaggi via via proposti, specialmente Pietro Badoglio e Vittorio Emanuele III. Ma la narrazione televisiva è stata davvero aderente alle “cose”, ai “fatti” che accaddero? Qualcuno ha osservato che quei due, il Re e Badoglio, fecero ciò che molti ancora non comprendono: salvarono lo Stato, senza il quale nessuna “patria” ha probabilità di esistere.

Il Re: rimasto solo di fronte al regime

Per comprendere “una giornata particolare” non si può certo risalire ad Adamo ed Eva. Tra i “precedenti” dell'8 settembre 1943 Cazzullo ha insistito sulla notte del 27-28 ottobre 1922, quando però, a differenza di quanto emerge dal racconto, l'unico a vegliare fu proprio Vittorio Emanuele III, invocato a Roma dal presidente del Consiglio Luigi Facta, che la sera del 27 lo accolse alla Stazione Termini annunciandogli le dimissioni del governo. Da settimane il re, informato e consapevole ma scrupolosamente costituzionale, gli aveva chiesto di convocare le Camere per “parlamentarizzare” la crisi. Invano. Facta non lo fece nell'illusione senile di succedere a se stesso, con Mussolini assegnato a un ministero di terza fila. Anche Giolitti, malaticcio assai, fu assente. Stava festeggiando il suo 80° compleanno a Cavour, un borgo lontano da strade ferrate. Vi riceveva messaggi in cifra all'“ufficio” provvisoriamente postato in una locanda. Per fargli conoscere termini di trattative occulte il prefetto di Milano, Alfredo Lusignoli, lo raggiungeva in automobile.

Come andarono veramente le cose emerge dai verbali del Consiglio dei ministri pubblicati in “Mussolini a pieni voti? Da Facta al duce. Inediti sulla crisi del 1922” (ed. del Capricorno, 2012).

Insomma, le “carte” sono disponibili a stampa, a beneficio di chi non ha tempo di frequentare gli archivi. In sintesi, a parte comunisti, socialisti e repubblicani, tutti gli altri partiti, i “poteri forti”(esistevano anche allora: alta finanza, banche, industriali...) e l'altra riva del Tevere (la Chiesa cattolica) erano per un governo comprendente i fascisti. Poiché nessun altro accettò l'incarico o non riuscì nell'impresa (fu il caso di Antonio Salandra, liberale conservatore), nelle ore concitate seguenti le dimissioni di Facta il re nominò Mussolini, che dimorava a Milano, abilmente consigliato da Margherita Sarfatti, con fastidio di sua moglie, Rachele.

Formato il governo, quando si presentò in Parlamento e provocò la Camera con parole sferzanti, il “duce delle camicie nere” ottenne consenso plebiscitario. Ebbe il voto di Giolitti, De Gasperi, Einaudi, Benedetto Croce e di un lunghissimo eccetera di liberali, cattolici, socialriformisti, democratici. Sono cose note, ma vanno ricordate a cospetto della demonizzazione del re, che, oltretutto, per Statuto non poteva respingere leggi approvate dalle Camere e neppure accettarle “con riserva” come oggi può fare invece il presidente della Repubblica. In un profilo storico, altra cosa dall'affabulazione, questo va precisato perché è il vero “nodo” del “famigerato ventennio”, che non nacque il 27 o il 31 ottobre 1922, quando si insediò il governo più durevole d'Italia (detto con buona pace di chi ne presiede uno da quattro anni), ma dalle elezioni del 1919 e del 1921 e dal suicidio della Camera dei deputati. Divisa su tutto essa mostrò che “governare gli italiani non è difficile, è inutile”, tanto essi son pretenziosi e capricciosi.

Perciò, anche dopo il discorso del 3 gennaio 1925, con il quale Mussolini respinse ogni addebito nell'assassinio di Giacomo Matteotti e rivendicò la “Rivoluzione fascista”, il Re emanò le leggi approvate dal Parlamento, comprese quelle che limitarono la libertà di stampa e di associazione (costringendo le Massonerie ad auto-sciogliersi), dichiararono decaduti i deputati assenti ingiustificati ai lavori, istituirono il Tribunale speciale per la difesa dello Stato e ripristinarono la pena di morte per attentati contro lo Stato. A chi gli chiedeva in udienza privata (mai in discorsi parlamentari) di intervenire nella crisi Vittorio Emanuele III rispose sempre che gli sarebbe occorso un pronunciamento significativo almeno della Camera. Non un voto di sfiducia, né una maggioranza contraria al governo, ma almeno un segnale forte e concorde delle opposizioni. Le quali però, come detto, passavano il tempo a scomunicarsi a vicenda: comunisti contro socialisti (divisi in diverse parrocchie), repubblicani, democratici e liberali di varia ascendenza e prospettive divaricate.

          

Per quanto superfluo giova ricordare rapidamente il seguito. Nel corso del 1925 Mussolini, capo del governo e ministro degli Esteri, assunse la titolarità di Guerra, Marina e Aeronautica. Dal 6 novembre 1926 fu ministro per l'Interno. Il 17 maggio 1928 la legge approntata dal ministro Alfredo Rocco attribuì al Gran Consiglio del Fascismo (solo successivamente regolamentato: un corto circuito approvato dal Parlamento) la predisposizione della lista di 400 candidati alla Camera, da approvare o rifiutare in blocco. Giudicandola un «decisivo distacco dal regime retto dallo Statuto», il 18 marzo l'ottantaseienne Giolitti votò contro. Morì il 17 luglio.

L'11 febbraio 1929 Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri firmarono i Patti Lateranensi: il regno d'Italia riconobbe lo Stato della Città del Vaticano e fu riconosciuto dalla Santa Sede. La “Conciliazione” chiuse la “questione romana” aperta dall'annessione di Roma (20 settembre 1870), che aveva “debellato” lo Stato pontificio e spinto Pio IX a scomunicare il re e tutta la dirigenza politica della Nuova Italia. Alle elezioni del 24 marzo 1929 il governo ottenne straripante consenso. Al giuramento di fedeltà al re e ai suoi legittimi discendenti si aggiunse quello di fedeltà al regime. Obbligatorio per i pubblici impiegati, fu esteso ai professori e ai docenti universitari, che giurarono in massa, anche per non lasciare la cattedra a ometti del regime. L'iscrizione al PNF divenne requisito per il concorso ai pubblici impieghi.

Nel 1932 fu fondato l'Istituto per la Ricostruzione industriale (IRI), presieduto da Alberto Beneduce, già deputato socialista e massone.

Saltando a piè pari i vari passaggi attraverso i quali il regime ampliò il consenso nelle “masse” (anzitutto la pace interna, il riconoscimento dell'Italia nella comunità internazionale, le aperture di credito da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna...), nel 1935 l'Italia dichiarò guerra all'Impero di Etiopia, membro della Società delle Nazioni, che deliberò sanzioni economiche contro Roma. Pressoché inefficaci, esse suscitarono un'onda di solidarietà patriottica. L'offerta di oro alla patria ebbe successo straripante. All'ingresso delle truppe italiane in Addis Abeba (9 maggio) Vittorio Emanuele III assunse la corona di Imperatore d'Etiopia. Il 15 aprile 1937 Pio XI conferì la Rosa d'Oro della Cristianità alla Regina Elena, «fulgido esempio di virtù e carità per tutte le donne italiane».

Nel marzo 1938 la Germania annetté l’Austria: a luglio l’“Anschluss”, sottoposto a plebiscito, fu approvato pressoché dal 100% degli elettori, molti dei quali erano più nazisti dei tedeschi. L’Italia si trovò quindi a confinare direttamente con il Reich dominato da Adolf Hitler, che poco dopo fu in viaggio di Stato in Italia. Accolto gelidamente da Vittorio Emanuele III, il “Führer” venne osannato da folle plaudenti. Nel Partito nazionale fascista (PNF) e nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) riaffiorano fermenti antimonarchici, blanditi da Mussolini. La conferenza di Monaco di Baviera (settembre 1938) concesse a Hitler l'annessione di parte della Cecoslovacchia.

Nettamente contrario all'antisemitismo dilagante e dopo aver ripetutamente espresso a Mussolini «infinita pietà per gli ebrei» (20 novembre), il re emanò le leggi antiebraiche perché approvate dai due rami del Parlamento. Non poté fare diversamente. È arcinoto ma viene taciuto dagli affabulatori. La Camera le votò all'unanimità dei 360 presenti (14 dicembre). Italo Balbo, vecchio massone, quadrumviro della mai avvenuta “marcia su Roma” risultò assente ingiustificato. Al Senato si contarono dieci voti contrari su 164 presenti e circa 400 membri (19 dicembre). Votarono contro ambasciatori, generali e Luigi Einaudi, ma il verbale non lo dice.

La legge 19 gennaio 1939, n. 129 sostituì la Camera dei deputati con quella “dei Fasci e delle Corporazioni”, i cui componenti, denominati “consiglieri”, erano in parte “gerarchi” del regime (parecchi di media o piccola caratura) e in parte designati dal Consiglio nazionale delle Corporazioni, riformato con la legge 5 gennaio 1939, n. 10 , “aggregati”, in numero indeterminato.

Il 23 marzo 1939, inaugurando la XVII Legislatura, Vittorio Emanuele III auspicò: «la pace duri il più a lungo possibile». Il 16 aprile assunse la corona di re d'Albania, occupata da truppe italiane pochi giorni prima.

 

Dall'intervento in guerra alla svolta dell'estate 1943

Previo il patto di non aggressione con l'Unione sovietica (23 agosto), il 1° settembre la Germania invase la Polonia. Dal 16 l'URSS ne occupò la parte orientale e gli Stati Baltici. Bocciata la proposta di una conferenza di pace avanzata da Mussolini, il 3 settembre Gran Bretagna e Francia dichiararono guerra alla Germania. Il governo Mussolini annunciò la «non belligeranza» dell'Italia.

La Regina Elena, non ignaro il re, scrisse alle sei sovrane di Paesi neutrali (Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Bulgaria e Jugoslavia) auspicando un intervento comune per scongiurare il dilagare del conflitto.

Il 10 giugno 1940 il governo italiano dichiarò guerra alla Gran Bretagna e alla Francia, anche nel timore che i tedeschi, di lì a poco a Parigi, arrivassero sul Mediterraneo chiudendo l'Italia in una tenaglia germanica. Nell'errata previsione di imminente armistizio generale, il governo condusse “guerra parallela”. Il 28 ottobre l'Italia aggredì la Grecia, con esito sconfortante. Dalla dissoluzione del regno di Jugoslavia, travolto dai tedeschi (6 aprile 1941), nacque quello di Croazia (10 aprile), la cui corona fu assegnata ad Aimone di Savoia, duca di Spoleto, che il 18 maggio assunse il nome di Tomislavo II ma rimase a Firenze, ove istituì un “ufficio per gli affari croati”. Il 12 ottobre 1943 abdicò formalmente, rientrando nella linea di successione alla corona d'Italia. Suo fratello maggiore, Amedeo, duca di Aosta, sconfitto dagli inglesi nell'Africa Orientale Italiana, morì prigioniero (3 marzo 1942).

Il 22 giugno 1941 iniziò l'offensiva tedesca contro l'URSS. L'Italia vi destinò un Corpo di spedizione e poi un'Armata. Il 7 dicembre il Giappone bombardò la flotta statunitense a Pearl Harbour (Hawaii) e dichiarò guerra agli USA. L'11 dicembre Italia e Germania, alleate del Giappone, dichiararono guerra agli USA. Nella Conferenza anglo-russa di Mosca (12-15 agosto 1942) Churchill e Stalin prospettarono le rispettive aree di influenza dopo la vittoria. Dell'Italia non dissero molto. Era scontato che rimanesse “a occidente”. Gli inglesi sconfissero gli italo-germanici ad El-Alamein (23 ottobre-5 novembre). Gli anglo-americani sbarcarono in Marocco e Algeria (8 novembre). A dicembre l'Armata italiana in Russia (ARMIR) fu travolta dall'offensiva sovietica.

Il Re in campo

Sin dal gennaio 1943, perdute l'Africa Orientale Italiana e la Libia e mentre le armate italiane erano disseminate al di fuori dei confini nazionali, di concerto con il ministro della Real Casa Pietro d'Aquarone il re decise di revocare Mussolini e rompere l'alleanza con la Germania. Su pressione dell'URSS, la conferenza anglo-americana a Casablanca (14-26 gennaio) deliberò che gli Stati nemici dovevano arrendersi «senza condizioni». Il 22 luglio 67 senatori presenti a Roma (militari, diplomatici, banchieri, industriali...) chiesero per scritto al presidente Giacomo Suardo l'immediata convocazione dell'assemblea plenaria dei “Patres”. Il 25 luglio, a cospetto dell'assalto anglo-americano alla Sicilia (10 luglio) e del bombardamento su Roma mentre Mussolini incontrò Hitler a Feltre (19 luglio), il Gran consiglio del fascismo li scavalcò e a larga maggioranza invitò il re a esercitare i poteri statutari. Non chiese né le dimissioni di Mussolini né lo smantellamento del regime. Constatata l'incapacità del “duce” di separare l'Italia dalla Germania, Vittorio Emanuele III revocò Mussolini da capo del governo e lo sostituì con il maresciallo Pietro Badoglio, che sciolse la Camera, il PNF, la MVSN e avviò la defascistizzazione. In stato di fermo (non di arresto, a differenza di quanto più volte ripetuto da Cazzullo), Mussolini si dichiarò disposto a collaborare con il nuovo governo.

Il 7 agosto il re autorizzò la trattativa armistiziale con gli anglo-americani, condotta da militari: gli unici di cui si fidava e dei quali gli anglo-americani avevano considerazione. I “partiti” risultarono fuori scena, anche per loro scelta sin dal pomeriggio del fatidico 25 luglio 1943.

Come si sia arrivati alla resa senza condizione e quali ne furono le conseguenze merita adeguata e separata trattazione.


mercoledì 16 settembre 2026

GIUSEPPE MAZZINI V/S I LIBERI PENSATORI UN INEDITO ALLA BIBLIOTECA DI CUNEO


di Aldo A. Mola

 

Una inedito di Giuseppe Mazzini alla Biblioteca Civica di Cuneo

   Una lettera inedita di Giuseppe Mazzini del 3 agosto 1864 a un militante del “Libero Pensiero” viene esposta al pubblico in apposita teca nella Sala Mazzini della nuova sede della Biblioteca Civica di Cuneo, a Palazzo Santa Croce, un tempo Ospedale, splendidamente restaurato. L'inedito evidenzia la distanza incolmabile tra l'“Apostolo” e il movimento dei liberi pensatori esordiente in Italia all'inizio degli Anni Sessanta dell'Ottocento. Il 1864 è l'anno dell’“Inno a Satana” di Giosuè Carducci. Il rifiuto di Mazzini alla “elezione a Socio onorario dei Liberi Pensatori” andò molto oltre le divisioni in corso tra i seguaci suoi e quelli di Garibaldi. Investì anche la massoneria italiana, ancora incerta sulla condotta da tenere nei confronti delle istituzioni cementate dalla proclamazione del regno d'Italia, il 14 marzo 1861.

   La lettera richiama indirettamente l'attenzione sull'evoluzione del quadro politico del “Vecchio Piemonte” alla vigilia del trasferimento della capitale da Torino a Firenze, deliberata con la convenzione italo-francese del 15 settembre 1864: uno degli snodi fondamentali per il rinnovo della rappresentanza parlamentare chiamata a svolgere un ruolo autenticamente nazionale. In tale ambito divenne e a lungo rimase centrale la scelta tra Mazzini e Garibaldi quale figura precipua di riferimento del cammino della Nuova Italia. L'opzione fu tra collaborare con la monarchia per consolidare il regno e completare l'unità o farne una repubblica. All'Italia mancavano non solo Trento e Trieste, ma anche Venezia e soprattutto Roma. Il cammino era ancora molto lungo. Nel settembre 1864 il siciliano Francesco Crispi, che nel 1860 aveva preparato e assecondato l'impresa dei Mille capitanata a Garibaldi, decisiva per l'unificazione, enunciò la linea: «La monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe». Più tardi Carducci, ammiratore di Mazzini e garibaldino di complemento, spiegò che federalismo e regionalismo avrebbero precipitato l'Italia nelle divisioni laceranti del Tre-Quattrocento, concluse con tre secoli di asservimento alle dominazioni straniere.

   La dirigenza politica del Vecchio Piemonte, compreso il Cuneese che con gli “adelfi” Santorre di Santarosa e Guglielmo Moffa di Lisio era stato in prima fila nelle battaglie risorgimentali, fece la sua scelta: “Italia e Vittorio Emanuele”. A Cuneo Mazzini compì una breve visita da clandestino, verosimilmente nel settembre 1855. Garibaldi vi fu di sicuro un'unica volta, il 7 aprile 1859. Lasciarono tracce nettamente diverse in una plaga che non nutrì speciale simpatia per il torinese  Camillo Cavour, né per Massimo Tapparelli d'Azeglio, eletto deputato nel collegio di Strambino (Torino).

    A condurre nottetempo in carrozza Mazzini a Cuneo da Savigliano, ove era giunto da Savona, fu l’industriale bacologo Carlo Chiapello, che lo albergò fuori città, in una villetta di suo cugino, Carlo Pogetti, farmacista e fautore della ferrovia Cuneo-Tenda-Nizza. Lì Pogetti ospitava la vedova e la figlia del mazziniano Scipione Pistrucci, difensore della Repubblica romana, morto a Lugano. “Stanco e malaticcio”, secondo la narrazione Mazzini trascorse tre giorni “stando quasi sempre a letto”. Vi ricevette in visita Giovanni Audiffredi (1809-1875), pioniere della bacologia nel Cuneese, nel 1853 nominato senatore per la XXI categoria, Luigi Parola (protomedico dell'ospedale civico, sindaco di Cuneo, deputato per due legislature della Camera subalpina) e il giovane Giuseppe Ferreri, avvocato, segretario comunale, poi inflessibile magistrato sabaudo nella repressione del brigantaggio in Abruzzi. Erano “i buoni”, con i quali direttamente e indirettamente Mazzini corrispondeva e che salutò da Londra tramite un biglietto lasciato a Ferreri recatosi a trovarlo in Mudnor Street 15, un non meglio precisato giovedì del 1853.

   Avvolto nel massimo riserbo, il breve soggiorno di Mazzini a Cuneo non ebbe rilevanza politica ma rimase nella memoria carsica, consegnata dai suoi protagonisti alla città. Quando, ormai morto, l'“Apostolo” era a pieno titolo nel Pantheon delle glorie risorgimentali, quella visita fugace fu ripetutamente evocata in riviste e nel quotidiano locale, “La Sentinella delle Alpi”, diretta dal massone Nicolò Vineis, sino al 1882 grande elettore di numerosi deputati. Nel volgere di poco tempo, senza nulla rinnegare del magistero mazziniano, a parte la forma dello Stato, realisticamente i “buoni” si posero nel solco del “centro-sinistro” sorto con la convergenza tra Cavour e Urbano Rattazzi.

   Il collegio di Cuneo e alcuni della provincia elessero ripetutamente alla Camera esuli dal Lombardo-Veneto, dalle Due Sicilie e dallo Stato Pontificio, riparati in Piemonte dopo il turbine del 1848-1849. L'inclinazione a candidare personalità d'altre terre, bene addentro agli intrecci fra politica e direzioni generali dei ministeri, proseguì per decenni. Dopo il concittadino Carlo Brunet, sindaco, artefice del piano regolatore e dell'arrivo della strada ferrata da Torino senza oneri per il municipio, la città elesse deputato il cavouriano Carlo Boggio, perito nella battaglia di Lissa, e il milanese Cesare Correnti, mentre altri collegi della provincia si contendevano gli ingegneri ferroviari (Grattoni, Sommeiller, Ranco...) propizi per far svalicare le linee ferrate verso la Liguria e la Francia.

    In Cuneo Mazzini rimase un ricordo elitario; la città gli intitolò una via, ma non gli dedicò neppure una lapide.

 

    Molto più documentate sono invece le poche ore trascorsevi da Giuseppe Garibaldi il 7 aprile 1859. Nominato maggior generale e “commandante [così egli scrisse] il Corpo de’ Cacciatori delle Alpi” (17 marzo), egli affidò il primo reggimento al colonnello Enrico Cosenz (1820-1898), con “deposito” nell’ex convento delle clarisse, confiscato dal Comune, e il secondo, allestito a Savigliano, al colonnello Giacomo Medici (1817-1882): due veterani di sua piena fiducia. A entrambi Garibaldi raccomandò di istruire i volontari con il rigore necessario ad affrontare il combattimento che spesso si risolveva in assalti all’arma bianca, corpo a corpo, nel fragore assordante della battaglia. Fare la guerra era diverso da scrivere sonetti. Era cosa da adulti. Si moriva di ferite curate male più che sul campo.

   Cuneo ricordò la giornata di Garibaldi con due lapidi. Una, voluta dal “sodalizio cuneese dei superstiti garibaldini”, auspice il Municipio, dice che il Generale vi passò in rassegna il Corpo dei Cacciatori delle Alpi, “preludio alla gloria dei Mille”. L’altra, affacciata su piazza Santa Chiara recita: “Qui/ il 7 aprile 1859/ Giuseppe Garibaldi/ venuto per organizzare/ i Cacciatori delle Alpi/ visitava Angela Aschieri-Ramorino/ madre di Giuseppe e Paolo Ramorino/ caduto l’uno ai Quattro Venti/ l’altro al Volturno/ e la semplicità dell’Eroe/ adeguava la modestia/ di quella madre di Eroi// Il Popolo di Cuneo/plebiscitariamente/ IV luglio 1907”. Fu un tributo all’Eroe nel centenario della sua nascita.

 

   I passaggi per Cuneo dei due artefici della Nuova Italia risultano dunque accomunati dall’omaggio alla memoria di loro compagni di lotta, in specie nella difesa della Repubblica Romana: il mazziniano Pistrucci e i garibaldini Ramorino (nulla a che vedere con lo sfortunato Gerolamo). Nella primavera del 1859 la Repubblica Romana non era però da evocare, perché il regno di Sardegna era alleato di Napoleone III nella guerra contro l'Austria. Il “fosco figlio di Ortensia” (come lo bollò Carducci) da principe-presidente della seconda Repubblica francese aveva inviato il corpo di spedizione comandato da Oudinot, che espugnò la città e restaurò Pio IX. Il “non detto” era però non meno importante dei brevi discorsi, delle sbrigative lettere e dei telegrammi dettati da Garibaldi nel marzo-luglio 1859, sino alle poche righe indirizzate da Lovere a Edoardo Campos il 30 luglio: “La mia regola di condotta, sul terreno della politica, sarà sempre la stessa: Libertà, Unione, Indipendenza”, cui aggiunse “Italia e Vittorio Emanuele”, con buona pace della repubblica vagheggiata da Mazzini, sempre più distante. Nel 1907 la rievocazione dei “Quattro Venti” suonava invece bene. Sindaco di Roma era l'ebreo Ernesto Nathan, già gran maestro del Grande Oriente d'Italia; e da poco il Paese aveva reso omaggio alla salma di Carducci, che nel 1906 era stato preferito, all’ultimo momento, al cattolico Antonio Fogazzaro, rassegnato a rinnegare tentazioni modernistiche, per il conferimento del Premio Nobel.

 

La “storia” della lettera inedita di Mazzini

Per il contenuto politico e programmatico la lettera di Mazzini a un ignoto “Fratello” è molto rilevante. Il suo proprietario, Giuseppe Tardivo, docente universitario, economista di prestigio internazionale, ne fece omaggio al Rotary Club “Cuneo 1925” di cui è socio onorario. Il 10 giugno 2025 il Club presieduto da Luigi Fontana, cardiologo di fama e filantropo, l’ha donata alla Città di Cuneo. Nell'occasione il sindaco, Patrizia Manassero, e l'assessore alla Cultura, Cristina Clerico, promisero di porla in una teca nella futura Sala Mazzini della Biblioteca Civica, in trasferimento da via Cacciatori delle Alpi al palazzo Santa Croce già sede dell'Ospedale, pochi passi dal complesso monumentale di San Francesco, di interesse nazionale e museo cittadino. Promessa mantenuta, come si vedrà il 26- 29 settembre 2026. La collaborazione Rotary-Comune per la miglior collocazione dell'importante inedito mazziniano è proseguita con i presidenti successivi, Daniel Gallina, imprenditore, e Giulio Fraternali Orcioni, direttore medico nell'Azienda Ospedaliera Santa Croce-Carle di Cuneo, sulla scia del secolare fattivo impegno rotariano per la crescita civile, culturale, economica e sociale della Città e della provincia.

 

   Datata “3.agosto”, con riferimento ai “fatti di Aspromonte” (ove il 29 agosto 1862 una palla di rimbalzo si conficcò nel malleolo del piede destro di Garibaldi, che guidava la spedizione “Roma o morte”), ma senza alcun cenno alla citata Convenzione del 15 settembre, che traslò la capitale da Torino a Firenze, la lettera è dunque del 1864. Mazzini vi prende nettamente le distanze dal “Libero Pensiero”, movimento sorto in Francia e all'epoca appena albeggiante in Italia, ove ebbe tra i suoi maggiori esponenti Filippo De Boni, (Caupo, 7 agosto 1816- Firenze, 7 novembre 1870), seminarista da giovane, anticlericale militante, eletto deputato dal collegio di Tricarico per tre legislature (VIII-X) e traduttore di Ernesto Renan.

   Secondo l’“Apostolo”, sempre più divergente da Garibaldi, eletto gran maestro dalla quarta Assembla generale del Grande Oriente d’Italia adunata in Firenze (maggio 1864), Venezia e la cacciata dall’Italia degli austriaci e dei francesi, acquartierati a Civitavecchia a protezione di Roma e del Lazio, residui dello Stato pontificio, dovevano avere la precedenza assoluta su ogni altra meta. Per Mazzini Venezia era sinonimo di Repubblica: quella di Daniele Manin, s'intende, non la dogale, oligarchica e bigotta. Secondo lui occorreva scatenare una guerra italiana, foriera dell’insurrezione generale europea: la tempesta che avrebbe condotto alla scomparsa del Papato e della Monarchia.

   La storia ebbe altro corso: il regno d’Italia proclamato il 14 marzo 1861 dal primo parlamento nazionale (che conservò l'ordinale VIII, a continuazione delle legislature subalpine) nel 1866 ottenne Venezia grazie alla sconfitta dell’Impero d’Austria a Sadowa per opera dei prussiani; e il 20 settembre 1870 irruppe in Roma solo dopo la resa di Napoleone III, sconfitto dai tedeschi a Sedan. Lo storico e politico Leo Valiani osservò che, riecheggiando Napoleone I, Lenin soleva ripetere: la storia ha più fantasia del più fantasioso rivoluzionario; o profeta di rivoluzioni, si potrebbe aggiungere.