NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 20 giugno 2021

Capitolo XXXI :Il ritorno in Italia da Campione del mondo di


Emilio Del Bel Belluz


Dopo 2 mesi dalla conquista del titolo Carnera fa ritorno in Italia.​ Quando era ancora in America non aveva avuto un momento di tranquillità. I suoi amici gli organizzarono ogni tipo di avvenimento, a cui era presente sempre tanta gente che lo voleva conoscere, farsi fare un autografo o una fotografia, anche molte attrici lo corteggiavano per farsi pubblicità: tutto ciò non sarebbe stato possibile se non fosse diventato il campione del mondo. A Primo piaceva ​ sentirsi ripetere che il suo successo aveva onorato l’Italia nel mondo e che molti italiani emigrati in altri Paesi si sentivano fieri di essere un loro connazionale. Alcuni di loro avevano preso un cognome straniero ed ora ne erano pentiti. Carnera era diventato un fenomeno mondiale. I giornali riportavano delle sue note biografiche, gli americani​ volevano sapere tutto sulla sua vita. La sua storia era quella di un uomo venuto dal nulla. Se solo pochi anni prima fosse venuto in America come lavoratore​ lo avrebbe fatto come uno dei tanti italiani che viaggiavano in terza classe. Molte volte pensava al suo arrivo in Francia con la valigia di cartone. ​ Nella sua mente però c’era un pensiero che lo assillava: sapeva che tutto questo sarebbe finito e la consapevolezza che tanta di quella gente si sarebbe dimenticata di lui. Una sera davanti a una buona bottiglia di vino si era confidato con un’ attrice che gli aveva fatto mille domande, davanti a un giornalista. La donna era molto bella, i capelli ​ biondi che le scendevano sulle spalle, il viso dai lineamenti dolci e gli occhi azzurri che sembravano dipinti da un pittore. Quella sera si sentì trasportare in un mondo effimero. La ragazza raccontava della sua vita, delle difficoltà di fare dei film in quel periodo difficile che coinvolgeva anche il mondo del cinema. ​ Carnera l’ascoltava anche se l’ora s’era fatta tarda, ma la stanchezza non lo aveva ancora sopraffatto. Il giornalista che era con loro, ad un certo punto, li lasciò, doveva tornare al giornale. Carnera stringendogli la mano, gli chiese per quale testata giornalistica lavorasse​ e se sarebbe uscito l’articolo. Il giornalista gli diede il suo biglietto da visita e lo salutò con un sorriso, anzi con una pacca sulle spalle e un augurio, sapeva che tra qualche giorno sarebbe ritornato in Italia.​ Quella sera la passò con la giovane dai capelli d’oro, e dal sorriso che sapeva essere unico.​ Nei giorni successivi iniziò i preparativi per il ritorno in Italia. All’inizio di settembre s’imbarcò sulla nave Conte di Savoia.​ Con sé aveva portato tante casse di regali​ e tra queste ve ne era una ripiena di giornali che parlavano di lui. Vi aveva accluso anche l’articolo uscito qualche giorno prima di quel giornalista che lo aveva intervistato con la ragazza dai biondi capelli di cui sentiva ancora addosso il profumo della sua pelle, e i suoi baci. Nell’articolo si vedeva anche una bella foto dei due, che faceva pensare ad una possibile storia sentimentale. Tra le tante cose che aveva deciso di portare in Italia c’era anche ​ una Lincoln Limousine, che​ gli era piaciuta molto. Per un solo attimo pensò allo stupore dei suoi paesani alla vista della grande ed elegante auto, acquistata con i proventi della boxe. Il viaggio in nave non fu diverso dal solito, la gente lo voleva salutare e gli chiedeva cosa c’era nel suo cuore ora che tornava in Italia. Carnera con il suo solito modo affabile, rispondeva che era molto felice nel poter tornare in patria e che la nostalgia lo possedeva quotidianamente . Gli sembravano eterni i giorni che avrebbe dovuto fare per giungervi. Nel suo cuore era rimasto un bambino, e pensava spesso a sua madre e a cosa gli avrebbe detto. Quando giunse in Italia venne accolto da tanta gente che lo amava e lo acclamava. Dopo qualche tempo fu ricevuto dal Duce e dai suoi figli che lo ammiravano. Primo davanti al Duce si commosse, soprattutto, quando quell’incontro fu immortalato dai fotografi. Mussolini si sentiva fiero che la camicia nera Primo Carnera avesse onorato l’Italia, portando alta la bandiera del suo Paese. Il Duce espresse i suoi sentimenti di stima e gli fece mille raccomandazioni per il proseguimento della sua impresa. Il pugile gli disse che si sarebbe distinto con il massimo impegno.​ I giornali riportavano tanti articoli sulla visita fatta a Mussolini. ​ La Gazzetta dello Sport​ scriveva: “ Il primo pugilatore italiano che abbia conquistato un campionato mondiale riceve con questo encomio uno dei più grossi premi cui possa aspirare un soldato del Fascismo: l’elogio solenne​ del Comando Generale della Milizia, che della camicia nera della LV Legione Alpina friulana addita ad esempio soprattutto la tenacia e la volontà di vittoria, le qualità che maggiormente debbono onorare gli italiani nuovi”. ​ Carnera che era una persona molto generosa disse che, se la sua prossima difesa si fosse svolta a​ Roma, avrebbe donato tutto l’incasso​ all’ Opera Balilla. Questa sua decisone fece capire a Mussolini che era fedele al popolo italiano e che gli voleva bene. ​ Al Duce volle raccontare che dopo la sua conquista del titolo mondiale, i negozi di alcune città avevano collocato in vetrina le loro foto e che molti italiani migrati in America gli chiedevano notizie su di lui. La visita al Duce si concluse nel migliore dei modi. Mussolini gli consegnò una medaglia d’oro che era stata coniata per ricordare un martire del fascismo e veniva data a quelli che onoravano il Paese, e lui era uno di quelli. Lasciata la sede del governo Carnera non vedeva l’ora di andare da sua madre a raccontarle le grandi emozioni che aveva provato. Si fermò ancora alcuni giorni nella capitale per partecipare ad alcune manifestazioni. Raggiunse Sequals con la sua fiammante Lincon, fatta guidare dal suo amato fratello. I tanti regali acquistati a Roma sarebbero giunti a parte. La festosa accoglienza che ricevette il campione non l’avrebbe mai​ dimenticata, anche se fosse vissuto mille anni. Le strade del paese erano addobbate da bandiere tricolori con lo stemma del Re. Il constatare di essere considerato, nonostante i lunghi periodi di assenza, ancora parte integrante della comunità di Sequals, lo rendeva molto felice. Il primo abbraccio affettuoso davanti a Villa Carnera lo ebbe dalla mamma. Questa donna lo attendeva da mesi, perché dal giorno della vittoria era passato molto tempo. La gente avvertita dell’arrivo di Carnera si era riversata in strada per raggiungere​ la villa del campione. Nel parco davanti​ casa erano stati posti dei tavolini con sopra delle damigiane di vino e del cibo che molti avevano portato di loro spontanea volontà. Carnera, nel sentire le voci della sua gente, era l’uomo più appagato del mondo. Alla festa non poteva mancare il prete, che lo abbracciò raccontandogli subito che l’immagine della Madonna della chiesa non era mai stata così illuminata, sia prima del suo combattimento, che dopo l’esito positivo. Il vecchio parroco gli disse subito che lo aspettava domenica per la Santa Messa e che non poteva mancare. Primo gli fece un sorriso e lo rassicurò sulla sua presenza e gli riferì che in ogni posto del mondo in cui s’era trovato, aveva sempre presenziato alla celebrazione della santa messa​ e che ciò lo faceva sentire a casa. L’immagine del crocefisso, del Gesù sofferente, lo commuoveva sempre. La gioia non dura sempre, ma l’emozione di un momento dura per tutta la vita. Carnera gli porse del denaro da destinare ai ​ poveri, era a conoscenza di ciò, perché sua madre gli aveva scritto che c’erano della famiglie nel bisogno e nel dolore. Il vecchio curato lo abbracciò e gli disse che se la sua maestra fosse viva lo avrebbe ancora di più amato. Quella cara maestra, che era stata l’angelo di loro ragazzi, li aveva istruiti con una pazienza davvero unica. Carnera nei prossimi giorni l’avrebbe ricordata andando al cimitero. Così faceva ogni volta che tornava a casa, un fiore non poteva mancare assieme a una lacrima. Primo trascorse i giorni successivi ​ con gli amici, che venivano a trovarlo e con i giornalisti che volevano intervistarlo.​ Riuscì a fare una visita a Udine, dove era stato invitato ad inaugurare una scuola, dedicata a un caduto della Grande Guerra sul Grappa. La gente era numerosa ed entusiasta della sua presenza, s’intrattenne​ con le autorità e con tutti quelli che desideravano conoscerlo. Carnera in ogni posto dove andasse, cercava un regalo per sua madre. Quella donna lo aveva cresciuto con molti sacrifici. Qualche giorno dopo, mentre si trovava con gli amici al​ Bottegon a giocare a carte, vennero a trovarlo il suo manager e il suo allenatore Paul​ Journée,​ dicendogli che avevano concluso un accordo per farlo combattere a Roma, nel mese di ottobre. L’avversario sarebbe stato il basco Paulino Uzcudum. Nell’incontro lo sfidante metteva in gioco la cintura europea dei pesi massimi che aveva strappato a Spalla. Primo ribadì ancora che l’incasso fosse devoluto all’Opera Balilla. Questa scelta non aveva soddisfatto il suo manager ma se questo era il suo desiderio non voleva contraddirlo. Primo era arrivato a Sequals da due settimane, la buona cucina della adorata mamma lo aveva fatto ingrassare di alcuni​ chili che dovevano essere smaltiti, in breve tempo.​ Gli allenamenti sarebbero iniziati l’indomani mattina. Alle cinque, indossando alcuni maglioni pesantissimi, iniziava la nuova avventura.​ Bisognava ritrovare la forma perduta. All’incontro avrebbe presenziato il Duce assieme ai figli e non si poteva deluderli per nessun motivo.

mercoledì 16 giugno 2021

Della Monarchia: dal sentimento alla ragione. Dal passato al futuro. II parte

 

 

dell' On.le Avv. Enzo Trantino

Testo stenografico della conferenza tenuta al Capranica il 21 gennaio 1996

per il Circolo Rex


Bene!!! Se è scelta dal popolo, che la giudichi il popolo: se al popolo viene sottratto il giudizio è violenza incostituzionale!

Ed ecco allora che l'inganno è smascherato e trovo un'ulteriore ragione per convincermi che le repubbliche finiscono nell'edicole, le monarchie nelle biblioteche. È tutto qui il passaggio. Perché le repubbliche alimentano te cronache, le monarchie vertebrano la storia. Perché uomini educati al regno sono più affidabili, per disinteresse, da inquilini settennali; perché passa la stessa diffe­renza tra il padrone di casa e chi è inquilino, senza timori di sfratto per la illegittima protezione dell'art. 139! Immaginate voi l’istituto nasce dal broglio non dal voto. Questa è la Repubblica mai proclamata, senza certificato di nascita, in tutto somigliante ai suo legittimo genitore Romita; una Repubblica che non ha avuto in termini giuridici, non in termini polemici - io sono un uomo di diritto e non voglio dire nessuna arditezza che non sia riscontrala dalla norma - non ha avuto il passaggio dei poteri che la debellasse, per cui neppure un Consiglio Comunale, il più sparuto Consiglio Comunale dell'entroterra romano, può insediarsi se non c'è il passaggio dei poteri, se non c'è la “traditio", se non c'è la continuazione. Questa è una Repubblica mai proclamata, perché quando si aspettava la proclamazione, invece dì uscire in ermellino, la Corte di Cassazione nell'aula "della lupa" usci in toga nera per dichiarare i risultati e non per proclamare la Repubblica perché non riconosceva il fondamento giuridico, essendo in corso pesanti, fondanti contestazioni.

Perché dicevo, uomini traditi non dal voto, ma uomini traditi dall'imbroglio, non scatenano, pur potendolo, guerre civili, ma donano invece, ecco lo stile, collezioni tenute in musei per le gerarchie dei valori, perché come ci insegnava il Sovrano, un grande Re, forse uno dei più grandi Re di Casa Savoia, Umberto Il: "L'Italia innanzitutto".

E allora, vi dicevo, io sarei un pessimo avvocato delta Causa, se non mi prospettassi, ed è questo il momento più intrigante di questa nostra relazione, se non mi prospettassi come si difende la Repubblica, che io non posso portare avanti le mie ragioni senza valutare, perlustrare, fare ricognizione della ragione altrui. La Repubblica deve pure opporre degli argomenti e si difende anzitutto nel modo più violento cioè col bando. E fulmina ogni ragione con l'editto: "Tu devi uscire da questa Terra perché io non voglio parlare con te, perché la tua presenza è stabilità di Confronto, permanenza di confronto". Molto grave! Se è vero che   la Monarchia è colpevole di crimini in questo Paese, non c'era Migliore occasione che tenere in Italia i responsabili per essere un processo pubblico, popolare, storico; la Repubblica avrebbe avuto in altre occasioni permanenti di confronto e di confronto nella storia, nelle cose.

 

E invece si attiva l'istituto del bando. Badate! Vi dico una cosa terribile! Noi siamo in tragica solitudine in   questo. Non c'è Paese al mondo, dico al mondo, neppure fra     le tribù africane, alcune delle quali usano le ordalie barbariche, che si avvalga di questo istituto disumano, perverso, ingiusto e violatore di ogni principio. E che queste affermazioni rispondono a verità, non avete bisogno di sentirlo da un cuore monarchico; persino l'attuale Presidente della Repubblica, in un antico discorso quando era Ministro dell'Interno, il 14 febbraio 1987 - correggo il 4 febbraio del 1987 - ­definisce la disposizione nociva per l'immagine stessa della Repubblica rappresentandone, sentite "un segno non di debolezza ma di inesistenza e di paura".

Quindi se persino quelli che diventeranno dopo Presidenti della Repubblica osano dire queste cose, allora il fondamento è sacro; perché nella storia stramba di questa Repubblica, due soli grandi Presidenti vi sono stati a giudizio unanime: Einaudi e De Nicola, entrambi monarchici. E ci è ancora viva un'immagine pubblicata sul vecchio e glorioso "Candido", dove appare in una nuvoletta il Sovrano, Vittorio Emanuele III verso cui i due si scusano: "Maestà, che colpa ne abbiamo noi se abbiamo votato per la Monarchia e ci hanno eletti Presidenti della Repubblica"...

Quindi questa è la storia d'Italia che continuiamo a visitare gui­dati da due illustri costituzionalisti (perché il mio vuole essere un viaggio il più profondo possibile), vale a dire Crisafulli e Paladin, che hanno considerato proprio l'esilio il volto tipico delle "società arcaiche". Ci sono i costituzionalisti per grazia ricevuta, il Prof. Zagabrescki, per esempio, che essendo stato nominato giurista di fiducia dell'attuale Presidente della Repubblica, ha messo subito le alucce repubblicane e ha puntato dicendo che net ripudio della Monarchia sarebbe un segno della rifondazione dell'ordinamento in senso democratico, cioè la Repubblica è democratica, la

Monarchia non lo è. Prof. Zagabrescki lei è sicuramente un giurista, ma lei è un uomo che si mostra attivo nell'odio Contro l'istituzione e, mi consenta, con poche letture a sostegno.

Io mi permetto non supplire, non oserei tanto, ma mi permetto contribuire

perché lei si ponga degli interrogativi e si chieda: “Se è vero o non è vero che Roma antica nei millenni ha avuto e Repubblica fino a quando ha avuto una aristocrazia… Si chieda per scendere all'Italia, perché lei sta in alto sul colle, se è vero a o non è vero che le Repubbliche che noi conosciamo, e cioè le Repubbliche Marinare di Venezia, Pisa, Amalfi e Genova si ressero con oligarchie burocratiche prima. nobiliari dopo ... Si chieda se è vero o non e vero che la Repubblica del 1948 fu considerata un debole episodio di politica estera periferica ... Si chieda infine se è vero o non è vero che in Italia vi è stata una sola repubblica democratica, quella nata dal "tumulto dei Ciompi", il 1328, in Firenze, quando il cardatore di lana, Michele Di Lando, divenuto Presidente della Repubblica per 14 giorni, li impiegò tutti a procacciare le doti alle cinque figlie di cui disponeva, e dopo sparire dalla scena politica. A missione compiuta ...

Allora Prof. Zagabrescki, la sua teoria sul fondamento demo­cratico della epubblica è una teoria che si schianta da sola, senza spinte ... Ma c'è di più! Il giurista si pone l'interrogativo: che cosa sia la norma transitoria? Perché se è una norma transitoria, non c'è bisogno di essere giuristi, il guardiamacchine di questa piazza dice: se è transitoria significa provvisoria. Difatti c'è la sosta e c'è la fermata, e quindi la transitorietà è come la fermata. legata cioè alla momentaneità. Se si stabilizza il transitorio, vi siete mai chiesti, sicuramente ve lo sarete chiesti, s'instaura l'emergenza. Ma l'emergenza, per sua natura, è eccezionale. Se c'è un evento eccezionale, si provvede con un sistema eccezionale, con un rimedio eccezionale. Ma se norma transitoria ancora resiste dopo oltre mezzo secolo, il guasto tecnico-giuridico lo intuisce chiunque abbia a cuore un minimo di fondamento sulla certezza del diritto.

Ma ho detto diritto. Andiamo per l'ultima parte di questo nostro viaggio ad interrogarci in diritto: Che cosa l'esilio? Questo esilio per i Savoia!

È una pena senza crimine! Così si prende a sassate la responsabilità personale!

E allora chiudiamo gli occhi, chiudiamo gli occhi per un momento ed immaginiamo che l’ultimo Regnante di Casa Savoia abbia commesso dei crimini nefandi. Egli ha un figlio. Il quale, all'epoca in cui egli commetteva questi crimini, aveva qualche anno. C'è una legge che sancisce: “sicco­me tuo padre ha commesso dei crimini io li imputo a tua respon­sabilità". Si, c'è una legge. L'ha stabilito Fedro col lupo e l'agnel­lo: -tu mi intorbidisci l'acqua", dice il lupo, "me l'hai fatto questo anche sei mesi la", continua. "Ma io sei mesi fa non c'ero”. ­risponde l'agnello. Incalza il lupo: "beh, sarà stato tuo padre, Paghi tu per lui". Ma questa è una favola, una favola perversa ma è una favola. In diritto è pensabile che vi sia il principio della responsabilità non personale, ed è pensabile per come abbiamo detto che c'è una norma immodificabile scritta nella costituzione?

C'è una norma dove la paura che diventa panico resiste a tutto e dice 'bene, che nessuno osi toccare, perché se si torca si sfa­scia", cosi statuendo la ... illegittima difesa! Allora congiungo due estremi, entrambi perversi: da un lato la immodificabilità dell'art. 139, dall'altro il mantenimento della transitorietà, e in questa pro­gressione illegittima io realizzo il diritto imperfetto, vale a dire la negazione del diritto. Si va oltre l'ergastolo, si va oltre l'ergastolo signori che mi ascoltate, perché l'ergastolo ha rimedi correttivi, l'ergastolo può alla fine essere convertito in una pena diversa dalla perpetuità, l'ergastolo può avere la grazia, mentre l'art. 139 per legge - attenzione, per legge - non è soggetto a modifiche.

Ma io ho detto immaginiamo per un momento una responsabi­lità: vogliamo chiederci di che cosa sono responsabili finalmente questi Savoia. Eh si, responsabilità immensa! Sono responsabili di aver dato all'Italia, nessuno faccia riferimenti politici. parliamo con la storia e di storia, di aver dato all'Italia l'Impero, le colonie, la terza Marina Militare del mondo, la lira che batteva la lira-oro, un prestigio all'estero di grande potenza, non scritto sulla carta. enfatizzato da storici ruffiani: il mondo è testimone!

E se si vuole esiliare tutto questo, si accomodino pure gli altri da noi. Perché da "costoro" noi siamo diversi' Non è questa una elegia nostalgica. No, no! Stiamo parlando di diritto ...

Per scoprire una malcelata e tremebonda autotutela dell'istituto repubblicano.

Se così è, è conseguenziale affermare che a reggere la Repubblica c'è una costituzione ... incostituzionale. Perché l’art 139 sancisce la dittatura di una forma istituzionale ... Basti osservare - sentite i riferimenti - che con la dodicesima disposizione che ricordava la ricostituzione del partito fascista, i cosiddetti gerarchi del regime passato potevano ritornare nelle loro cariche per fatti di non eccessiva gravità dopo cinque anni. Quindi c'è un limite temporale che per l'art. 139 non è previsto: per i rappresentanti del precedente regime c'è una sanzione temporale per un'ipotetica responsabilità; nel caso degli eredi dei Savoia, per non esserci nessuna responsabilità si stabilisce la perpetuità!

Ancora! C'è un fatto particolare, devastante, di cui i costituzionalisti non si sono preoccupati - ecco perché io sto provocando riflessioni per una scrittura a più mani, uomini di cultura, colleghi parlamentari - un documento a più mani per chiederci, attenzione al quesito: ma se è vero che devono essere banditi gli istituti voluti dalla Monarchia, si sono mai posti carico i signori repubblicani dl chiedersi come questa Repubblica si sia attuata. Lasciamo stare l brogli, chiudiamo gli occhi - la risposta è perentoria: "con referendum!". E chi l'ha firmati i referendum? Umberto Il di Savoia. Strano! Questa è una Repubblica dove si devono bandire gli istituti, ma si dimentica che se dobbiamo noi globalizzare questo ragionamento per portarlo alle estreme conseguenze, cominciamo col dire che il vizio inficia le origini, perché una Repubblica che nasce da un provvedimento legislativo di un Re indegno di restare, neppure rappresentato da future o lontane generazioni, è malformata per contagio … genetico.

E allora ci sono rimedi? Due! E ci avviamo alla conclusione.

Un rimedio cogente è l’abrogazione della tredicesima disposizione, come atto di civiltà giuridica, oltre che riparazione nei confronti della storia. Ma c’è un altro rimedio tecnico giuridico: caro Gustavo Selva, a ben guardare potrebbero superare l’autorità della tua presidenza alcuni cittadini che ci ponessero e in carico questo problema… Non c’è bisogno di modifiche, basterebbe una presa d'atto della cessazione degli effetti per decorso del tempo e degli eventi ed il Consiglio di Stato potrebbe considerare decaduta la norma transitoria, senza che sia sottoposta al vaglio delle Camere. E se le Camere dovessero mantenere una sordità al problema, escludendo il momento storico dove a Camere ferme evidentemente nessuna legge può essere portata avanti, comin­cio a parlare delle nuove Camere sperando finalmente che gli italiani abbiano il Governo che si meritano - se le nuove Camere non avvenissero l'urgenza di una riflessione su questo punto, sappiano di potere essere messe in mora, perché possono esse­re -scavalcate" da un rimedio giuridico, che potrebbe essere atti­vato dai monarchici in Italia, istanti avanti il giudice amministrativo superiore!

A riparazione e testimonianza di un crimine costituzionale, giu­ridico e morale, io voglio ricordare - qualcuno di voi sarà stato pure presente - quella notte quando si è discussa l'abrogazione della tredicesima disposizione.

Oggi c'è una corsa da parte di tutti a dire "... non se n'è mai parlato, ma noi siamo pronti..". La prima Commissione ha avuto il consenso di tutti i gruppi politici, persino Rifondazione Comunista ha detto "... Ma, a pensarci bene, via, non è che ci siano grandi problemi e grandi veti..". E tutti vogliono far credere, rivolgendosi con rimorso alla grande platea dei monarchici, che queste speri­mentazioni non siano state mai concluse perché mai tentate.

lo quella notte c'ero, ed ho parlato quella notte, e quella indi­menticabile notte molti di voi c'erano ad affollare le tribune del pubblico, una cosa mai vista in Parlamento. Erano stracolme le tribune del pubblico, era quasi vuota l'aula. Parlava un uomo non intendo occuparmi, perché già da vivo portava appresso di suo cadavere, il quale intervenendo, era un socialista oltranzista disse che era questa una immagine desolante - quelle delle tribune affollate - e usò questa espressione: "Le tribune sono popolate di fantasmi di vecchie contesse e colonnelli in pensione".

Io mi permetto di dire a quest'uomo, sperando che il tribunale di Dio Io abbia assolto anche da questo crimine, che un fantasma c'era, ma era nell'aula, un fantasma pesante che aleggiava, ed era il fantasma dell'onore. In quel momento c'erano 63 Parlamentari, perché tutti questi, e solo questi.. votarono la proposta.., quelli del vecchio Movimento Sociale, più alcuni generosi, ricordo Costamagna ed altri, e poi c'era il deserto, perché l'onore non poteva in quell'occasione essere presente nell'aula, in quell'aula tappezzata di odio.

Ecco perché, italiani di Roma, Monarchici d'Italia io voglio concludere - chiamando a raccolta nel dibattito tutti gli Italiani, e non solo i Monarchici - (ancora il Profeta della Patria, Umberto II: "Non intendo essere il re dei Monarchici, ma il Re degli Italiani"). Riflettano quelli che si accontentano di un voto in più per avere un Presidente perché quando la maggioranza non è più "qualificata", basta un voto per spaccare il Paese ed esprimere un Presidente della Repubblica.. Un solo voto! Chi si chiede perché siano fragili i rami, osservi l'albero.. Si interroghi chi giustamente esige stabilità istituzionale.

Noi, ad altro educati, ricordiamo: c'è chi colloquia con i secoli, c'è chi litiga con i giorni. A pensarci bene è solo problema di stile! Grazie!

martedì 15 giugno 2021

Conferenza dei Professori Finucci e Bafaro

 Siete gentilmente invitati 

a una NOSTRA CONFERENZA IN PRESENZA
che si svolgerà LUNEDI' 21 GIUGNO 2021 alle ore 18,30
presso la LIBRERIA HORAFELIX ROMA
Evento dedicato al Solstizio di Roma Capitale.


In calce il LINK e due ALLEGATI con le modalità di partecipazione.
Che sia per tutti Noi l'AURORA DI UN GIORNO NUOVO.
Cordialmente.


  Prof. Massimo Fulvio Finucci e D.ssa Clarissa Emilia Bafaro

LINK CONFERENZA ROMA CAPITALE

Camille Cavour l'eurotorinese che fece l’Italia


 di Aldo A. Mola


Tutti Napoleonidi?


Cartavetro, pialla e biacca abradono, appiattiscono e coprono la storia sotto un cumulo di luoghi comuni. Nel 160° della morte, è la volta di Camillo Cavour? Con spirito giovanile l'inarrivabile Francesco Margiotta Broglio documenti alla mano ha recentemente osservato che il Conte nacque il 10 agosto 1810, otto mesi dopo il fugace quanto forse fecondo “incontro” tra sua madre (semper certa), Adèle de Sellon, consorte di Michele Cavour, e Napoleone I, a metà dicembre del 1809. L'imperatore l'aveva “notata” di passaggio a Torino e raccomandata alle attenzioni di sua sorella Paolina, moglie di Camillo Borghese, governatore della XXVII divisione dell'impero dei francesi: Piemonte e Liguria, due terre per la prima volta unite in una visione superiore dell'Europa. A scortare Adèle Cavour a Parigi fu l'alessandrina Cristina Ghilini, moglie del conte Francesco Ilario Scipione de Mathis di Conegliano e di Cacciorna, barone dell'Impero, come si legge nel vol. I della Storia di Bra (ed. 2002). Se così fosse, Camille Cavour risulterebbe involontariamente cugino primo di Napoleone III. Non solo. Se si vuole dar credito ad altre ipotesi insinuanti, poiché il padre naturale di Francesco Giuseppe d'Asburgo, imperatore d'Austria dal 1848 al 1916, e suo fratello Massimiliano (pretendente all'Impero del Messico e fucilato a Queretaro da Benito Juarez, strumento degli USA) sarebbero figli (sempre “naturali”) di Napoleone II, l'Aiglon, Cavour sarebbe anche stato zio di Cecco Beppe e tutte le guerre per l'indipendenza dell'Italia dal 1848 al 1918 si risolverebbero in una rissa tra Napoleonidi. Parenti serpenti e talvolta endogamici, come fa trasparire Margiotta Broglio. D'altronde nelle logge massoniche Napoleone I venne venerato come Osiride: il Sole, che illumina, riscalda e feconda.

   Per un personaggio di statura europea, qual è Cavour, finire nel garbuglio di alberi genealogici fantasiosi è sicuramente affascinante. Precipitare nel tritacarne di luoghi comuni in commemorazioni più meno ufficiali è invece assai malinconico. Come senza entra entrare nei dettagli ha osservato Mino Giachino, in una recente rievocazione proprio a due passi dalla sua tomba, l'intervento del regno di Sardegna nella cosiddetta “guerra di Crimea” è stato collocato nel 1856, che invece è l'anno del Congresso di pace convocato da Napoleone III a Parigi, quando ormai tutto era finito. I bersaglieri ideati da Alessandro La Marmora sono stati spacciati (salvo rettifica...) per carabinieri con tanto di fez e soprattutto per l'ennesima volta quale artefice dell'accordo tra impero di Francia e regno di Sardegna è stata evocata Virginia Oldoini Vérasis, contessa di Castiglione. Per quanto “Nicchia”, come amabilmente era detta, la “contessa” non determinò affatto la “grande politica” di Napoleone III, “fosco figlio di Ortensia” (Beauharnais), figlia di primo letto di Joséphine de la Pagérie, prima moglie di Napoleone. Il tramite vero fra Torino e l'imperatore fu il giovane e brillante Costantino Nigra, incaricato d'affari, eletto gran maestro del Grande Oriente Italiano dopo la morte di Cavour, assistito dall'altrettanto abile Isacco Artom. 

Quando l'Ordine coatto genera il progresso

Gettati nella cesta della biancheria usata i pettegolezzi che riducono la storia a stormir di panni, Camillo Cavour (che abolì l'uso del “di”, a suo avviso riduttivo: preferiva firmarsi semplicemente “Cavour”, come hanno ricordato i suoi eccellenti biografi Rosario Romeo e Adriano Viarengo) va ricordato quale protagonista della storia del Piemonte, dell'Italia e dell'Europa. In un mondo ancora in massima parte ripiegato nel culto feticistico delle “tradizioni”, Camille aveva cinque anni quando Napoleone I, definitivamente sconfitto, fu deportato a Sant'Elena. Ne aveva 11 al tempo dell'insurrezione costituzionale del 1821. Figlio e nipote di massoni, “sveglio” come all'epoca erano i ragazzini (basti rileggere I miei Ricordi di Massimo d'Azeglio), ebbe chiaro che le lancette del tempo non si possono riportare all'indietro: soprattutto dopo il quarto di secolo trascorso dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino (1789) all'Atto addizionale che nel 1815 promise la svolta liberale dell'Impero napoleonico. Non era solo questione politico-diplomatico-militare. Nel frattempo scienza, tecnologia, produzione e commerci avevano compiuto mutamenti irreversibili. Lì era il progresso. La Santa Alleanza russo-austro-franco-prussiana combatté strenuamente liberali e società segrete: massoni, carbonari, adelfi, federati... Impose pace tra gli Stati e ordine ferreo al loro interno. La conseguenza di quel “blocco” fu l'impennata demografica, che aumentò richiesta di beni di consumo e dette impulso alla circolazione delle merci e delle idee: volàno della destabilizzazione di un “Ordine” coatto. La Restaurazione non fu vittima delle cospirazioni ma di se stessa. O, se si preferisce, della Storia, che è moto perpetuo e procede a zig-zag. La Santa Alleanza incarcerò, impiccò, represse. Ma le sue vittime furono solo qualche gocciolina di un mare che continuò a mandare verso riva flutti, onde, burrasche.

Quando nel 1830 Cavour ebbe vent'anni, i francesi cacciarono Carlo X (che aveva appena iniziato la conquista dell'Algeria) e si dettero per sovrano Luigi Filippo d'Orléans, il “re borghese”. In Inghilterra, Paesi Bassi e Belgio linee ferrate e navigli a vapore stavano accelerando le ripercussioni della seconda rivoluzione industriale. Persino nell'Impero d'Austria e in Germania gli asili adottarono modelli educativi di avanguardia. L'Ottocento di Johann Heinrich Pestalozzi fu il secolo della pedagogia. 

    Lettore vorace di riviste d'avanguardia, di statistiche e di saggi sui mondi nuovi, anche Cavour compì il “grand tour”. Ma non si volse all'indietro, a contemplare leopardianamente “le rovine e gli archi”: Verona/Venezia, Firenze/Siena, Roma, Napoli. Andò a Parigi, Bruxelles, Londra. Non visitò musei ma i fulcri della modernizzazione (scuole, ospedali, carceri...), per capire dal vivo come voltar pagina al costo minore e con i benefici maggiori.

   Da metà degli Anni Quaranta, di concerto con Ilarione Petitti di Roreto, puntò sulle strade ferrate, oggi in drammatico affanno. Dalla Sagra di San Michele o dal cacumine di San Salvatore Monferrato si vede la pianura a perdita d'occhio. I “confini” politici e amministrativi sono solo convenzionali. Le Alpi incombenti e gli Appennini, brevi ma scoscesi proprio a ridosso della costa, costituivano  l'altra sfida. Era l'ora delle gallerie ferroviarie: verso Genova, per abbassare il costo del trasporto di grano e di guano in Piemonte e contenere i salari in un'età di espansione edilizia, ma anche verso la Francia, in direzione di Chambéry e di Nizza Marittima, all'epoca parte integrante del regno di Sardegna.

Carlo Alberto il Lungiveggente

A spianare la strada al primato politico di Cavour fu Carlo Alberto di Savoia, che non l'ebbe mai in particolare simpatia. Re dal 1831, nell'autunno del 1847 decise che era saggio battere sul tempo la “rivoluzione”: meglio concedere riforme che cedere alla piazza, pessima consigliera. Rese elettivi i consigli comunali, provinciali e divisionali. L'8 febbraio 1848 enunciò i capisaldi dello Statuto, scritto in pochi giorni e promulgato il 4 marzo: governo “del re”, responsabile; una camera elettiva, un'altra, il Senato, di nomina regia e vitalizia; libertà di culto e di stampa; uguaglianza dei cittadini dinanzi alle leggi. Per Cavour le riforme vollero dire dibattito nei giornali e in Parlamento. Chi ha più filo fa più tela. Torino tornò al centro dell'attenzione europea, soprattutto dopo la rivoluzione che a Parigi sfociò nella Seconda repubblica, con “giornate” drammatiche e sanguinose (cadde anche l'arcivescovo mentre cercava di sedare scontri) e dilagò ovunque, da Praga a Vienna, da Berlino a Budapest. In Italia insorsero Venezia e Milano, Parma e Piacenza. Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria per soccorrere i moderati lombardo-veneti e nei ducati padani. Anche Ferdinando IV di Borbone nelle Due Sicilie e Pio IX nello Stato pontificio concessero costituzioni, salvo sconfessarle. Il 9 febbraio 1849 a Roma furono proclamate la decadenza del potere temporale del papa e la Repubblica. La città Eterna divenne un laboratorio politico-istituzionale denso di temibili incognite.

  Dopo la sconfitta di Novara (23 marzo 1849), l'abdicazione di Carlo Alberto e l'ascesa al trono del ventinovenne Vittorio Emanuele II, Cavour, conservatore illuminato, individuò il nemico nei clerico-reazionari e nei gesuiti, la cui espulsione dal regno venne chiesta sin dal febbraio1848. Non esitò ad attizzare proteste contro l'arcivescovo di Torino, Luigi Fransoni, colpevole di aver negato il viatico della buona morte a Pietro de Rossi di Santarosa, ministro dell'Agricoltura, perché non sconfessava il voto a favore delle leggi che abolirono privilegi arcaici del clero.

Il presidente del Consiglio in carica, Massimo d'Azeglio, si spinse oltre, propugnando l'introduzione del divorzio. Succeduto a Santarosa e poco dopo presidente del governo, Cavour rischiò più volte di finire minoranza. Non bastavano il connubio di centro-sinistro con il “democratico” alessandrino Urbano Rattazzi, il sostegno della Società Nazionale (presieduta da Daniele Manin e poi da Giorgio Pallavicino Trivulzio, a lungo detenuto allo Spielberg, con Giuseppe Garibaldi per vice), il conforto degli esuli politici accorsi a Torino da tutt'Italia, la benevolenza di osservatori esteri, di “congreghe” tanto occulte quanto potenti e neppure il successo dell'intervento a fianco dell'alleanza anglo-franco-turca contro la Russia nella “guerra di Crimea” (ottobre 1853- 1° febbraio 1856).

Cavour, don Margotti e fra' Giacomo da Poirino

Cavour chiuse la partita con le elezioni del 1857, vinte con ampio meticoloso ricorso a brogli (già ne aveva usati ai danni della Sinistra) e con il colpo di mano finale: chiese e il 5 giugno 1858 ottenne l'annullamento dell’elezione di quattro ecclesiastici, canonici senza cura di anime e quindi del tutto eleggibili. Lo scopo di quella offensiva non era assicurarsi qualche voto in più alla Camera, ma mandare un segnale preciso all'interno e all'estero. Tra quanti si videro annullare l'elezione spiccava il trentaquattrenne don Giacomo Margotti (Sanremo, 1823-Torino, 1887). Direttore del periodico torinese “L'Armonia”, aveva guidato l'opposizione contro le leggi Siccardi e l'incameramento statale dei beni degli ordini religiosi “contemplativi”. Aveva anche deplorato la condotta privata di Vittorio Emanuele II, che (a quanto si narra) conservò il bastone rotto sulla sua schiena per fargli capire che era meglio si occupasse di altro. In risposta alla prevaricazione don Margotti invitò i cattolici ad applicare la formula “né eletti, né elettori”, che segnò la divaricazione dei clericali intransigenti dal “Risorgimento scomunicato”. Poi divenne il “non expedit” che resse sino al Patto Gentiloni del 1913 tra cattolici moderati e costituzionali, pronubo Giovanni Giolitti.

Per mezzo secolo l'Italia “politica” fu spaccata in due fronti contrapposti. Non quella “amministrativa”, che ebbe tutt'altra dinamica, come convengono storici di opposte sponde, quali per i cattolici, Marco Invernizzi, Oscar Sanguinetti e Paolo Martinucci, autore di una scrupolosa biografia del conte Clemente Solaro della Margarita, capofila dei cattolici conservatori (Ed. D'Ettoris). Ognuno aveva la sua “verità”. Nel 1859 “moti” organizzati consentirono ai “piemontesi” di sottrarre Emilia e Romagna ai Cardinali legati pontifici e far chiedere l'annessione, confermata dal plebiscito dell'11-12 marzo 1860 (140.776 “si” contro 2.810 “no”), contemporaneo a quello celebrato in Toscana. Nel settembre 1860, previo via libera da parte di Napoleone III (“Fate, ma fate in fretta”), per impedire che Napoli divenisse un atanor rivoluzionario europeo per il miscuglio esplosivo di protosocialisti, mazziniani, federalisti, liberi pensatori e venturieri vari, col pretesto di tutelare i liberali aggrediti dai clericali due corpi d'armata “sardi” irruppero in Umbria e nelle Marche e sconfissero i pontifici a Castelfidardo. Senza dichiarazione di guerra, Vittorio Emanuele proseguì dall'Abruzzo verso la Campania ove il 26 ottobre Garibaldi lo salutò “Re d'Italia” e gli “consegnò” l'ex regno delle Due Sicilie. Cavour aveva sperato di “fermare Garibaldi” (e persino ordinato all'ammiraglio Carlo Pellion di Persano di “arrestarlo”, come Nico Perrone legge il mandato di “fermarlo”).

  Alla spoliazione del suo Stato, non potendolo fare con la spada di Giulio II e il grido di “Fuori i barbari”, Pio IX rispose con l'arma estrema a sua disposizione: la scomunica del re, del suo governo e di tutti i suoi “agenti”. Cavour non arretrò di un millimetro. Ratificata l'annessione dell'Italia meridionale (21 ottobre) e di Marche e Umbria (4 e 5 novembre), passò all'incasso con lo scioglimento della VII legislatura della Camera “piemontese” e le elezioni del gennaio 1861. Appena inaugurata a Torino, in una sede parlamentare allestita alla meglio nel cortile di Palazzo Carignano (il Senato, che registrava la presenza di poche decine di suoi componenti, si radunava a Palazzo Madama, dirimpetto a Palazzo Reale) la nuova legislatura, la prima effettivamente nazionale, voltò pagina: il 14 marzo Vittorio Emanuele II assunse per legge il titolo di Re d'Italia. Era stato lui a unirla e a garantire all'Europa che il nuovo Stato avrebbe concorso alla pace.

   Cavour però guardò subito oltre: Mantova e il Triveneto rimanevano dominio asburgico e nulla lasciava presagire un loro possibile riscatto dallo straniero. Era questione del “concerto delle grandi potenze”. Gli importava invece risolvere la “questione di Roma”, che non era “questione romana” ma “italiana”: la pacificazione tra cattolici e liberali, tra unità politica nazionale e armonia delle coscienze. Pronunciò in Parlamento i discorsi ripubblicati da Corrado Sforza Fogliani nel 150° di Porta Pia (collana “Libro Aperto”, diretta da Antonio Patuelli). Dichiarò che in Roma non bisognava entrare con i cannoni, con la violenza; ed esortò il pontefice a consentire la pacifica unione della Città Eterna all'Italia. Il 27 marzo il Parlamento acclamò Roma capitale d'Italia. Mezzo secolo dopo la festa dell'unità nazionale venne celebrata quel giorno. L'appello di Cavour però cadde nel vuoto, benché migliaia di teologi, presbiteri, ecclesiastici di vari ordini e congregazioni, compreso l'abate di Montecassino, si stessero pronunciando per la conciliazione immediata tra Sacro Soglio e regno d'Italia.

  Cavour non vide l'evoluzione e la conclusione del différent Stato/Chiesa. Nel 1860 aveva affrontato alla Camera la durissima polemica di Garibaldi contro la cessione dell'italica Nizza alla Francia (passò senza difficoltà quella della francofona Savoia). Nel 1861 ancora una volta soffrì lo scontro con l'Eroe sulla sorte dell'“Esercito Meridionale”, rivendicato dal Generale quale vero artefice dell'unione del Mezzogiorno alla corona. Colto da violentissima febbre malarica, stremato da mortiferi salassi (“medice, cura te ipsum!...”), in pochi giorni Cavour venne accolto dalla Grande Visitatrice. Morì il 6 giugno 1861. Fra' Giacomo da Poirino, come da lui desiderato, in articulo mortis gli amministrò il viatico. Liberale (e, si dice, anche un po' libertino) morì cattolico. Convocato ad nutum da Pio IX e convinto di aver assolto alla propria missione sacerdotale, il francescano fu severamente punito: sorte analoga a quella poi toccata a don Valerio Anzino che a sua volta, nei modi narrati da Aldo G. Ricci, impartì il viatico allo scomunicato Vittorio Emanuele II, morto il 9 gennaio 1878.

  Cavour è dunque un gigante della storia italiana ed europea. Non solo dei confini doganali, politici, monetari...: dei “metalli”. È un gigante dello Spirito. Perciò merita di essere rievocato col rispetto che si deve all'Assoluto. Ed è doveroso associarne il nome a quello dei grandi continuatori italo-europei del liberalismo: sino a Giolitti e a Luigi Einaudi, antesignani dell'Italia odierna, come aveva intuito e propugnato Valerio Zanone. Parlare di “visione” cavouriana presuppone di aver veduto almeno da lontano le copertine dei volumi del suo Epistolario, dei suoi Scritti economici e   politici e dei suoi Discorsi. Non mancheranno occasioni di rievocarlo nel corso di questo ancora fortunatamente lungo 2021.

 

lunedì 14 giugno 2021

Capitolo XXX : La vittoria di Carnera in America

 


di Emilio Del Bel Belluz

 

Quello che aveva visto la comunità italiana di New York dopo la vittoria di Carnera, non lo avrebbe mai dimenticato. I connazionali del campione erano al settimo cielo. Le strade erano piene di italiani che festeggiavano, le vetrine delle attività erano tutte accese. Nei negozi si vedevano esposti la bandiera sabauda, dei grandi ritratti del duce Benito Mussolini e del nuovo campione del mondo, Primo Carnera, circondati da nastri tricolori. La stessa sera del trionfo, il nuovo idolo delle folle si trovò a mangiare in un ristorante che era rimasto aperto per tutta la notte proprio per quell’evento. Carnera cenava assieme ai suoi amici e tante persone accorrevano a salutarlo e a complimentarsi con lui. Nello stesso ristorante era arrivato l’ ex campione del mondo. Questi non aveva voglia di cenare, e voleva tornarsene a Boston. Il pugno che lo aveva messo al tappeto era stato davvero un macigno e non stava bene. Carnera si avvicinò al suo tavolo e lo volle salutare accertandosi che stesse meglio. Furono poche parole immortalate dai flash dei fotografi e dalle domande dei giornalisti, che non lasciavano mai Carnera in pace. Tutta questa aria di felicità Primo voleva viverla, perché sua madre gli aveva insegnato che nulla dura nel tempo, e le cose belle si debbono godere fino in fondo. L’emozione di quella notte sul ring era stata immensa, e non l’avrebbe di sicuro dimenticata. Abbracciò lo sconfitto. Carnera, ritornato al suo tavolo, aveva chiesto di mangiare una gigantesca bistecca al sangue, con una montagna di patate al forno. Negli ultimi mesi aveva seguito una dieta molto ferrea e, finalmente, poteva festeggiare. Primo Carnera aveva con sé la cintura di campione del mondo, e non smetteva mai di ammirarla. Era stata un frutto che aveva colto dopo tanti sacrifici, e per questo gli era cara. La giornata era stata molto pesante e chiese al suo allenatore di chiamargli un taxi per tornare in albergo. Nella sua stanza trovò una montagna di telegrammi e di biglietti di congratulazioni che gli avevano mandato. Avrebbe voluto leggerli uno ad uno, ma la stanchezza non glielo permise. Nella sua camera erano stati portai dei fiori, il cui profumo intenso aveva invaso la stanza. Per un attimo gli sembrava d’essere nella sua casa di Sequals, dove sua madre ogni tanto gli metteva dei fiori in camera. L’ultimo pensiero prima di addormentarsi lo rivolse ai suoi familiari, quanto avrebbe voluto essere con loro. Una vittoria andrebbe celebrata sempre con le persone che si amano. Era felice perché aveva telegrafato al duce Benito Mussolini che aveva mantenuto la promessa fattagli. Quando sarebbe tornato in Italia, avrebbe fatto visita a Mussolini, quella era la ricompensa più gradita ed attesa. Mussolini lo aveva sempre incoraggiato, si aspettava proprio un trionfo, e quando aveva vinto l’incontro aveva salutato la folla con il saluto romano. Quante bandiere erano state sventolate con orgoglio dai nostri italiani. La stanchezza lo vinse, si addormentò, per lui era la prima notte da vincitore. L’indomani si risvegliò alle quattro del pomeriggio, dopo che il suo allenatore aveva quasi buttato giù la porta, la gente lo attendeva, e c’erano dei giornalisti che volevano intervistarlo . Carnera aprì la porta sorrise come era solito fare, il suo allenatore Paul Journée gli portò un sacco di posta e molti doni da parte dei suoi ammiratori. Il suo allenatore aveva bevuto molto vino la notte precedente, ma la sua faccia era riposata e ben rasata. Alla porta bussò e poi entrò una cameriera molto carina che portava la colazione. Carnera intravide un vassoio di paste alla crema, le sue preferite, e chiese che gli fosse servito del caffè. Aveva bisogno di farsi la barba, e di mettersi in ordine. La cameriera lo pregò di farle un autografo su un giornale che era uscito dopo la vittoria. In prima pagina si vedeva una gigantesca foto di lui assieme al pugile che aveva battuto. 

C’era pure un’altra foto che raffigurava Carnera con la cintura mondiale tra le mani e la bandiera. Quelle foto gli piacquero e subito firmò la copia del giornale per la cameriera che lo guardava con occhi dolci; prima di andarsene gli diede un bacio molto affettuoso. Il suo allenatore lo pregò di fare presto, la giornata sarebbe stata lunga. A Primo sembrava di vivere un grande sogno, e per accertarsi che tutto era reale, prese in mano la cintura di campione del mondo, e la baciò. I giornalisti continuavano ad attendere che scendesse per la conferenza stampa. Alcuni non gli erano così simpatici, spesso lo avevano attaccato ingiustamente, ma Primo li aveva perdonati. Alle domande rispose con tranquillità, scusandosi per non essere in ottima forma, a causa dell’insufficiente riposo. Gli piacque la domanda che gli fu posta sul duce, e rispose che era felice d’aver un tifoso così importante, e che non vedeva l’ora di stringerli la mano. Parlò anche dell’amicizia che aveva coni figli di Mussolini, e di quelle volte che si era incontrato con loro. Un giornalista sportivo gli pose una domanda sulla morte di Ernie Shaaf, fu allora che il suo volto divenne più serio, disse con estrema sincerità che spesso pensava a quel match del 10 febbraio, al boxeur scomparso e alla sua mamma. 

Disse, inoltre, che l’avrebbe incontrata nei giorni che seguivano, perché questo desiderio lo sentiva con il cuore. La morte di Ernie lo faceva star male, nessuno gli avrebbe mai tolto quel dolore dal cuore, anche se le parole del Papa gli avevano arrecato un lieve sollievo. La conferenza con i giornalisti si protrasse per quasi due ore. Carnera aveva molti impegni quel giorno, ma non rinunciò a leggere i tanti giornali che parlavano di lui. Il direttore dell’albergo gli fece firmare il libro degli ospiti illustri, in cui vi aveva collocato una sua foto molto bella che Primo autografò con piacere. Ogni volta che doveva firmare aveva con sé quella pregiata penna stilografica che si era regalato e che si perdeva nella sua mano. Quello stesso giorno riuscì a sentire sua madre al telefono, e la commozione, da parte di entrambi, a volte arrestava il loro discorso. Primo non trattenne le lacrime, era la seconda volta che piangeva, dopo la morte di Ernie. 

La madre si volle informare su come stesse il suo avversario e disse che aveva pregato molto per entrambi. Mamma Carnera raccontò che al paese era arrivata tanta gente che aveva festeggiato fino a tarda notte e che attendeva con ansia, il suo ritorno in patria per abbracciarlo. Riferì anche che il vecchio parroco lo mandava a salutare. . Gli ricordò, inoltre, di essere attento, perché la gente non ama quelli che vincono. Sua madre vorrebbe che tornasse subito a casa, ma il figlio le spiega che aveva molti programmi in America. Gli organizzatori del match, infatti, volevano che presenziasse ad alcune manifestazioni. Il momento magico che stava vivendo, poteva finire presto e la fortuna va cavalcata.

giovedì 10 giugno 2021

Prima di affrontare il chirurgo scandì lentamente : "Viva il Re!"

Tutti riportano e danno per certa la notizia che Luigi Rizzo fosse repubblicano. Il che non cambierebbe di una virgola la venerazione che abbiamo per la sua memorie.
Ma ci è tornato in mente un articolo letto, nel quale ci siamo imbattuti nella nostra caccia costante a qualsiasi cosa ricordi la nostra Monarchia.
Questo articolo è preso dal settimanale OGGI 12 Luglio 1951. 
Magari, vista la repubblica, l'Ammiraglio Rizzo, aveva cambiato idea. 
Lo staff

 

Luigi Rizzo, il popolare eroe della prima guerra mondiale, morto a Roma il 27 giugno scorso. L'ammiraglio Rizzo era nato a Milazzo nel 1887 ed era figlio di un vecchio lupo di mare. Quattro medaglie d'argento e due medaglie d'oro premiarono una serie di sue audacissime imprese culminate negli affondamenti delle corazzate austriache "Wien" e "Santo Stefano" e nella celebre "Beffa di Buccari". Dopo la guerra era stato fatto conte di Grado. Qui Rizzo è ad Ancona, nel 1918, al tempo del siluramento della "Santo Stefano".

Soltanto due mesi fa l'ammiraglio Luigi Rizzo si presentò al prof. Paolucci (un tempo suo compagno d'arme al comando di un "Mas"), per via di "una piccola banale lesione" al polmone, a chiedere "un piccolo intervento". La lesione non era né piccola, né banale, ma nonostante la sua età avanzata era necessario operare. L'attenzione particolare dei figli e dei parenti insospettì il vecchio ammiraglio che comprese il suo vero stato, ma non indietreggiò. Prima di scendere in sala operatoria volle inviare un saluto telegrafico ai suoi pochissimi amici intimi e al nipotino Francesco di due anni, figlio della figlia che vive a Milazzo, al quale era particolarmente affezionato. Prima di prendere l'anestesia chiese del prof. Paolucci e, come vecchio marinaio nel momento supremo di andare all'attacco, gli disse piano, scandendo le sillabe: “ Viva il Re! “.

L'organo colpito fu asportato; seguirono giorni tempestosi, ma poi lentamente Luigi Rizzo cominciò a migliorare, verso una nuova vita.  È come rientrare da una delle mie azioni, confessò. L'ammiraglio Vittorio Türr entrò una mattina nella sua stanzetta di Villa Margherita per recargli un abbraccio e un messaggio giunto espressamente per lui da Cascais. Rizzo non poté irrigidirsi sull'attenti, ma ascoltò con gli occhi umidi di commozione e un nodo in gola l'augusta comunicazione.

LE PRIME IMPRESE

Nei giorni che seguirono migliorò e poté anche alzarsi e passeggiare. Il male sembrava completamente debellato quando una improvvisa sonnolenza fece capire che lo stesso male stava facendosi strada anche nel cervello. Ogni intervento questa volta fu impossibile e in pochissimi giorni il vecchio ammiraglio se n'è andato, dormendo, quasi senza accorgersene.

Figlio di un vecchio lupo di mare, con un nonno che si era arruolato nel '48 tra I militi della Patria risorgente e con uno zio che a soli 17 anni aveva seguito Garibaldi e I Mille dopo lo sbarco di Messina, Luigi Rizzo era nato a Milazzo sessantaquattro anni or sono. Aveva la passione del mare che il padre incoraggiò in lui fin dalla tenera età, tanto che a soli otto anni a bordo era come di casa, e a diciotto conseguiva la licenza d'onore all'Istituto Nautico di Messina. Navigò con il padre e il fratello maggiore, dividendo con gli altri marinai le fatiche e la disciplina di bordo, i pasti e i turni di guardia. Diventò presto un esperto ufficiale della marina mercantile, poi passò a Sulina, in Romania, alle dipendenze della Commissione del Danubio dove, nella sua qualità di capitano e pilota, svolse un'attività encomiabile, tenendo alto il nome e il prestigio del Paese. In quest'epoca compì anche il primo atto di valore, riuscendo a salvare un piroscafo in balia della tempesta, nonostante quel tentativo fosse stato definito vano e pazzesco da altri ufficiali. Il governo romeno ne onorò l'audacia e la generosità decretandogli una medaglia al valore che doveva essere la prima di una lunga serie di decorazioni.

Allo scoppio della prima guerra mondiale Luigi Rizzo tornò in Italia per offrire i suoi servizi alla R. Marina e, dopo una destinazione di alcuni mesi in un centro di addestramento reclute, venne trasferito, nel secondo semestre del 1915, in zona d'operazioni, alla difesa marittima di Grado, tenente di vascello di complemento con incarico di aiutante maggiore in prima del Comando. Lii girata agli inizi della guerra, Grado era stata sistemata come difesa marittima sull'estrema ala destra della III armata e dominava interamente il golfo di Trieste dal quale per ventinove mesi, fino a Caporetto, la nostra marina tenne lontano il nemico. Nel febbraio del 1916 il comando della piazza venne assunto dal capitano di fregata Alfredo Dentice di Frasso che amava l'azione, viveva la vita di guerra dei suoi ufficiali ed ebbe in Luigi Rizzo il suo più fedele ed abile aiutante.

Quando nel corso di una violenta mareggiata invernale una grossa torpedine austriaca si arenò sulla spiaggia, il comandante stesso volle tentare l'impresa del disinnesco aiutato dal fido Rizzo che, dopo tale prova di sangue freddo, ricevette una medaglia d'argento e venne nominato comandante della sezione "Mas" di Grado. Antiburocratico per eccellenza, inadatto per il lavoro d'ufficio, nato per l'audacia e per l'azione, Rizzo si identificò con il significativo motto "Memento Audere Semper", che dava il nome alle più piccole navi della nostra marina. A quarantotto ore dalla nomina aveva già compiuto una prima impresa, da lui definita "di assaggio", alle dighe del Vallone di Muggia. Da allora le incursioni notturne nel golfo di Trieste del "corsaro" di Milazzo, furono innumerevoli e fruttuose.

"WIEN" E "SANTO STEFANO"

Ritto a prora, sempre irrequieto e con lo sguardo mobile che scrutava intorno, bruno, irsuto, con una giubba di cuoio di colore indefinito, con un caschetto in testa da cui solo barba e baffi apparivano, con una perenne malizia negli occhi nerissimi e un mite sorriso sulle labbra, inflessibile con i suoi marinai, di poche parole ma di molta iniziativa, Luigi Rizzo andava a caccia di navi avversarie e ci si buttava contro a testa bassa come un toro.

Da un'azione contro una squadriglia di quattro torpediniere austro-ungariche tornò particolarmente di buon umore, per avere in­flitto notevoli danni all'avversario, senza alcuna perdita propria e per aver catturato un magnifico den­tice, ucciso da una bomba caduta a fianco del suo "Mas" e mandato a bordo con la colonna d'acqua. Il pesce venne infiocchettato con un nastro tricolore e offerto al duca d'Aosta.

Nel maggio del 1917 Rizzo ot­tenne una seconda medaglia d'ar­gento per essersi trattenuto sotto il fuoco di batterie e aerei nemici mentre stava effettuando la cattura di alcuni aviatori austriaci. Nel­l'autunno dello stesso anno andò più volte in ricognizione con i suoi "gusci di noce" sulle dighe del por­to di Trieste per preparare l'au­dace impresa da lui poi compiuta nella notte tra il 9 e il 10 dicembre, coronata dal siluramento e affon­damento della corazzata Wien. L'ammiraglio Thaon di Revel, ca­po di stato maggiore della marina, ideatore dei "Mas-; gli aveva spon­taneamente promesso la promozione a capitano di corvetta in caso di successo; Rizzo ottenne con essa anche la sua prima medaglia d'oro e un permesso per andare a godere la luna di miele con la giovane mo­glie, sposata cinque settimane pri­ma, ma abbandonata poche ore dopo per adempiere il suo dovere di soldato.

Dopo l'abbandono di Grado in seguito alla ritirata di Caporetto, Rizzo continuò la sua attività sui "Mas" e condusse la sua squadri­glia attraverso i canali navigabili della laguna veneta, per arrestare le pattuglie dell'esercito nemico di­lagante verso il Tagliamento e il Piave, meritandosi per tali azioni una terza medaglia d'argento.

La successiva impresa alla quale partecipò con Costanzo Ciano fu la "Beffa di Buccari", ideata da Ga­briele D'Annunzio. La notte del 17 febbraio del 1918 tre "gusci di no­ce", con un manipolo di coraggiosi, dopo quattro ore di navigazione riu­scirono a penetrare nello stretto di Buccari. “ Che brava gente questi austriaci“, sussurrò Rizzo al poeta, vedendo che nessuna sentinella si era accorta di loro. Poi lanciarono i siluri contro il piroscafo più gros­so e, posate delle bottiglie nell'ac­qua con grandi coccarde spiegate alla 'brezza del primo mattino, fila­rono via verso i porti amici. L'impresa rimase una delle più audaci e Rizzo guadagnò la quarta meda­glia d'argento.

 

PRIGIONIERO DEI TEDESCHI.

Passato quindi ad Ancona. ebbe l'incarico di organizzare una squa­driglia di "Mas" destinata ad opera­re nelle isole dalmate. Era il giu­gno del 1918 e il nemico preparava la grande offensiva sul Piave. Il mattino del 10 giugno Rizzo eb­be la sua grande occasione: pres­so Premuda marciavano due grosse navi di linea nemiche, circon­date da sette torpediniere di scorta. Rizzo puntò senza esitazione sul­la sagoma più grossa. I "Mas" par­tirono all'attacco, tranquilli, senza aumentare di velocità perché se l'azione poteva essere risolta più presto, la schiuma a prua poteva rivelare la loro presenza. Era l'alba, il nemico era stanco e Rizzo, da buon marinaio, lo sapeva: dopo la tensione continua della notte, la luce mattutina porta ad ogni navi­gante un senso di sicurezza e un bisogno di riposo. Per questa favo­revole circostanza gli spericolati battelli poterono giungere a distan­za ravvicinatissima dalla nave più grossa, lanciando simultaneamente i loro siluri. Due alte colonne di fumo e acqua si alzarono dal cen­tro della nave colpita, poi seguì l'in­ferno, dal quale però i due "Mas" uscirono incolumi, mentre la Santo Stefano, una corazzata di ventimila tonnellate, armata di quaranta boc­che da fuoco e di quattro tubi lanciasiluri, vanto della tecnica navale austro-ungarica, lentamente si inclinava, si capovolgeva e scompa­riva in un gorgo pauroso. Una se­conda medaglia d'oro venne a pre­miare l'audace affondatore.

Finite le ostilità, Luigi Rizzo ac­corse a Fiume al richiamo di Ga­briele D'Annunzio e affiancò animo­samente l'opera dei legionari. La pace lo trovò in piena operosità marinara, dapprima a Trieste, dove organizzò l'ufficio difesa marittima, poi a Genova. Promosso capitano di fregata per merito di guerra chiese nel 1920 di essere dispensato dal servizio attivo: nel 1925 divenne capitano di vascello. Nel giugno del 1926 Trieste gli decretò gli onori del trionfo intitolando al suo nome la grande diga del Vallone di Mug­gia. L'anno seguente, nel decimo anniversario dell'affondamento del­la Wien, alle 2,32 di notte venne deposta sulla diga una corona di quercia con nastri azzurri. Nel 1932, con sovrano motu proprio fu nomi­nato contrammiraglio, gli venne conferito il titolo trasmissibile di conte di Grado e in una simbolica caratteristica cerimonia gli furono consegnate le chiavi della città che da secoli non erano state offerte a nessuno.

Allo scoppio della guerra abissi­na Rizzo si offre come volontario e, nel 1936, è nominato ammiraglio di divisione per meriti eccezionali; nello stesso anno è chiamato alla presidenza del Lloyd Triestino. Conduce una vita serena, accanto alla sua dolce compagna e ai figli Giacomo, Guglielmina e Giorgio. Almeno due mesi ogni estate tor­nava alla sua Milazzo, ai suoi con­tadini che lo accompagnavano vo­lentieri a pesca, sua grande pas­sione dopo i "Mas".

Il 10 giugno 1940 l'eroe di Buccari rientra in servizio e prende il comando della caccia antisommer­gibile, ma cominciano le sue disillusioni finché riesce a farsi esonerare da quell'incarico per la consta tata mancanza di mezzi. L'8 settembre 1943 lo trova alla presidenza dei Cantieri Riuniti dell'Adriatico e poiché egli è un soldato fedele al suo sovrano, affonderà le navi mercantili •Duilio e Giulio Ce­sare piuttosto che consegnarle ai tedeschi. Alla sua scuola aveva cre­sciuto i figli e in particolare Gior­gio, già comandante di una squa­driglia "Mas" a Rocca di Magra. Anche lui rimase fedele al giura­mento fatto, distrusse il suo battel­lo e raggiunse Portoferraio por­tando con sé i documenti della sua amministrazione e la bandiera, ma una bomba di Stuka lo inchiodò alla banchina. Era appena venti­duenne.

Luigi Rizzo fu imprigionato dai tedeschi e condotto, a Klagenfurt dove rimase quattro mesi in un carcere, poi fu inviato in un campo di concentramento (dove lo seguì spontaneamente anche la figlia), a Hirschegg, vicino al lago di Costan­za. Qui ebbe come compagni di re­clusione Nitti, Carmine Senise, l'at­tuale alto commissario francese in Germania e le duchesse d'Aosta, Irene di Grecia e Anna di Francia. Liberato dalle truppe francesi del generale De Tassigny, nell'agosto del 1945 poté tornare in Italia e abbracciare i suoi, ma rimase scos­so dal marasma postbellico e dalla fredda accoglienza riservatagli e dovette subire, anche un processo di epurazione, pur uscendone com­pletamente discriminato. Dopo la gloria, le decorazioni, gli onori e le esaltazioni, l'ultimo decennio di vi­ta italiana aveva gettato su di lui un velo di oblio e di misconoscenza, provocandogli disillusioni e la perdita di quasi tutti i suoi amici.

Oggi Luigi Rizzo è tornato defi­nitivamente alla sua terra, alla sua gente, alla sua Milazzo con gli ono­ri dovuti ad un grande soldato, portato a braccia, e vegliato dai suoi soldati e dai suoi compaesani, seguito nell'ultimo viaggio se non da tutto un popolo, come sarebbe stato in altri tempi, almeno dalle lacrime e dai pensieri della gene­razione più vecchia.

Giorgio Salvioni


10 Giugno dal Sito della Marina Militare

Una grande battaglia vinta, che cambia definitivamente il corso della Prima Guerra Mondiale a favore dell’Italia e dà grande prestigio alla Marina

9 giugno 2020 Giosué Allegrini





Primavera del 1918, le sorti della guerra italiana sono in bilico. Dopo due anni di attacchi frontali gli austriaci hanno chiamato in aiuto i tedeschi: sono seguiti, nell’ordine, la sconfitta di Caporetto e i successi difensivi italiani del Piave e del Monte Grappa. Ora la situazione è di stallo.

Il 1º marzo 1918 il giovane Ammiraglio Horthy ha assunto il comando della Imperial-Regia Marina austro-ungarica.

Il capo di Stato Maggiore della nostra Marina, ammiraglio Paolo Thaon di Revel, conoscendo la mentalità e i precedenti dell’avversario, segue tale nomina con grande interesse, giudicando come probabile e imminente un cambio di atteggiamento e prevedendo che alla usuale prudenza del nemico seguirà probabilmente un colpo di testa. Il motivo è chiaro: Vienna è alla fame, peggio ancora di Berlino. La Russia si è arresa, ma non c’è modo di portare il suo grano e il suo petrolio oltre il Danubio, a causa del controllo del Mediterraneo esercitato dall’Italia e dai suoi alleati. Quanto al morale dei marinai asburgici è sotto i tacchi.

Gli austriaci pianificano così una spettacolare incursione contro il dispositivo mobile di sbarramento del canale d’Otranto, messo in atto dalla Marina italiana con la collaborazione degli anglo-francesi sin dall’inizio della guerra. Gli asburgici prevedono di poter sorprendere gli italiani, ottenendo un successo da rivendere, nella propaganda, come una seconda Lissa. Siamo alla vigilia dell’offensiva sul Piave, e nell’intento del nemico una sconfitta navale italiana avrebbe avuto pesanti conseguenze morali sullo spirito di resistenza dell’intero Paese.



Nella prospettiva di un’azione nemica, l’ammiraglio Thaon di Revel emana un sintetico dispaccio, preavvisando i comandi della Marina che la linea di condotta degli austro-ungarici potrebbe essere tale da esporre “…a delle imprudenze delle quali dobbiamo essere pronti ad approfittare… si approfitterà di ogni mossa nemica per attaccare coi sommergibili, cacciatorpediniere, torpediniere e M.A.S.”

La sera del 9 giugno 1918, il Capitano di Corvetta Luigi Rizzo, già affondatore, a dicembre, della corazzata austriaca Wien, riceve l’ordine di uscire in mare con una sezione di MAS, il 15 e il 21. Si tratta del “solito incarico: esplorazione, agguato e ricerca mine”. Mentre le piccole unità italiane muovono verso la zona di pattugliamento, a loro insaputa la flotta imperiale è uscita in forze dal porto di Pola, dirigendo verso sud. Si tratta di ben 45 unità, tra le quali tutte le navi da battaglia disponibili.

 

Mentre la Szent Istvan, agonizzante, affonda, i MAS 15 e 21 vittoriosi rientrano nel porto di Ancona. Il Semaforo di Monte Cappuccini, appena avvistati, viste le grandi bandiere issate sui MAS intuì la vittoria e ne diede notizia al Comando Marina di Ancona con il famoso telegramma, vibrante di entusiasmo: “Miglia 15 N–NE, due motoscafi scarichi di siluri ma carichi di onore e gloria dirigono in porto”.

[...] 

L’azione di Premuda, per le sue conseguenze militari e politiche, equivale ad una grande battaglia vinta, che cambia definitivamente il corso della Prima Guerra Mondiale a favore dell’Italia e dà grande prestigio alla Marina che, dal 1939 in poi, in ricordo di quell’evento, celebra la sua Giornata il 10 giugno. 

A riconoscimento dell’eroismo dimostrato in azione, il Comandante Luigi Rizzo “di Premuda” viene proposto per una seconda medaglia d’oro al valor militare, dopo quella già tributata per l’affondamento della corazzata Wien. E’ un fatto senza precedenti. Oltretutto, fanno notare a corte, quell’Ufficiale è di sentimenti repubblicani. “Lo è anche il compositore Mario, il quale ha scritto la canzone del Piave. Buoni patrioti”, replicherà Vittorio Emanuele III firmando, serenamente, il decreto.


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