Il 9 maggio 1946, 80 anni
addietro, dopo 46 anni di regno Vittorio Emanuele III abdicò e partì per
l’Egitto.
Ebbe ruolo fondamentale nella
storia d’Italia. La guerra di liberazione e il Corpo Volontari della Libertà
dicono che la Patria non era morta e gli italiani non era affetti da “sindrome
dell’inerme”, di cui ha scritto Ernesto Galli della Loggia. Vittorio Emanuele
III va ricordato “sine ira et studio” (seconda parte; la prima venne pubblicata
il 3 maggio 2026).
Il Re: rimasto solo di fronte
al regime
Anche dopo il discorso del 3
gennaio 1925, con il quale Mussolini respinge ogni addebito nell’assassinio di
Matteotti e rivendica la “Rivoluzione fascista”, il Re emana le leggi approvate
dal Parlamento, comprese quelle che limitano la libertà di stampa e di
associazione (costringendo le Massonerie ad auto-sciogliersi), dichiarano
decaduti i deputati assenti ai lavori, istituiscono il Tribunale speciale per
la difesa dello Stato e ripristinano la pena di morte per attentati contro lo
Stato. A chi gli chiede di intervenire nella crisi Vittorio Emanuele III
risponde che gli occorre un pronunciamento significativo della Camera.
Nel corso del 1925 Mussolini,
capo del governo e ministro degli Esteri, assume la titolarità di Guerra,
Marina e Aeronautica. Dal 6 novembre 1926 è ministro per l’Interno. Ha in pugno
l’Esecutivo.
La legge elettorale del 17
maggio 1928 approntata dal ministro Alfredo Rocco, attribuisce al Gran
Consiglio del Fascismo (solo successivamente regolamentato: un corto circuito
approvato dal Parlamento), la predisposizione della lista di 400 candidati alla
Camera, da approvare o rifiutare in blocco. Giudicandola un «decisivo distacco
dal regime retto dallo Statuto» il 18 marzo l’ottantaseienne Giolitti vota
contro. Muore il 17 luglio.
L’11 febbraio 1929 Mussolini e
il cardinale Pietro Gasparri firmano i Patti Lateranensi: il regno d’Italia
riconosce lo Stato della Città del Vaticano e viene riconosciuto dalla Santa
Sede.
La “Conciliazione” chiude la
“questione romana”, aperta dall’annessione di Roma (20 settembre 1870), che
aveva “debellato” lo Stato pontificio e spinto Pio IX a scomunicare il Re e
tutta la dirigenza politica della Nuova Italia.
Alle elezioni politiche (24
marzo 1929) il governo ottiene straripante consenso. Al giuramento di fedeltà
al Re e ai suoi legittimi discendenti si aggiunge quello di fedeltà al regime.
Obbligatorio per i pubblici impiegati, è esteso ai professori e ai docenti
universitari. L’iscrizione al PNF diviene requisito necessario per il concorso
ai pubblici impieghi.
Nel 1932 viene fondato
l’Istituto per la Ricostruzione industriale (IRI), presieduto da Alberto
Beneduce, già deputato socialista e massone.
Nel 1935 l’Italia dichiara
guerra all’Impero di Etiopia, membro della Società delle Nazioni, delibera
sanzioni economiche contro l’Italia. Pressoché inefficaci, suscitano un’onda di
solidarietà patriottica.
All’ingresso delle truppe
italiane in Addis Abeba (9 maggio) Vittorio Emanuele III assume la corona di
Imperatore d’Etiopia. Il 15 aprile 1937 Pio XI conferisce la Rosa d’Oro della
Cristianità alla Regina Elena, «fulgido esempio di virtù e carità per tutte le
donne italiane». Il 30 marzo 1938 il Parlamento conferisce al Re il grado di
primo Maresciallo dell’Impero, poco prima assegnato a Mussolini.
Nel marzo 1938 la Germania
annette l’Austria,che avalla con plebiscito. L’Italia confina direttamente con
il Reich. Visita di Stato di Hitler in Italia (maggio). Nel Partito nazionale
fascista (PNF) e nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN)
riaffiorano fermenti antimonarchici, blanditi da Mussolini.
La conferenza di Monaco di
Baviera (settembre) concede a Hitler l’annessione di parte della
Cecoslovacchia. Nettamente contrario all’antisemitismo dilagante e dopo aver
ripetutamente espresso a Mussolini «infinita pietà per gli ebrei» (20
novembre), il Re emana le leggi antiebraiche perché approvate dai due rami del
Parlamento.
La Camera le vota
all’unanimità dei 360 presenti (14 dicembre). Al Senato si contano dieci voti
contrari su 164 presenti e circa 400 membri (19 dicembre). Le leggi razziali
costituiscono un grave “vulnus” allo Statuto ma il Re non dispone di mezzi
costituzionali per negare la firma. La sua abdicazione scaricherebbe la
responsabilità sull’erede, Umberto, che verrebbe a trovarsi di fronte
all’identico bivio.
La legge 19 gennaio 1939, n.
129 sostituisce la Camera dei deputati con quella “dei Fasci e delle
Corporazioni”, i cui componenti, denominati “consiglieri”, sono in parte
gerarchi del regime e in parte designati dal Consiglio nazionale delle
Corporazioni, riformato con la legge 5 gennaio 1939, n. 10 , “aggregati”, in
numero indeterminato.
Il 23 marzo 1939, inaugurando
la XVII Legislatura, Vittorio Emanuele III auspica che «la pace duri il più a
lungo possibile». Il 16 aprile assume la corona di Re d’Albania, pochi giorni
prima occupata da truppe italiane.
Dall’intervento in guerra alla
svolta dell’estate 1943
Previo il patto di non
aggressione con l’Unione sovietica (23 agosto), il 1° settembre la Germania
invade la Polonia. Dal 16 l’URSS ne occupa la parte orientale e gli Stati
Baltici. Bocciata la proposta di una conferenza di pace avanzata da Mussolini,
il 3 settembre Gran Bretagna e Francia dichiarano guerra alla Germania. Il
governo Mussolini annuncia la «non belligeranza» dell’Italia.
La Regina Elena, non ignaro il
re, scrive alle sei sovrane di Paesi neutrali (Danimarca, Paesi Bassi, Belgio,
Lussemburgo, Bulgaria e Jugoslavia) auspicando un intervento comune per
scongiurare il dilagare del conflitto.
Il 10 giugno 1940 il governo
dichiara guerra alla Gran Bretagna e alla Francia, ormai al collasso, anche nel
timore che i tedeschi, di lì a poco a Parigi, arrivino sul Mediterraneo
chiudendo l’Italia in una tenaglia germanica. Nell’errata previsione di imminente
armistizio generale, il governo conduce “guerra parallela”. Il 28 ottobre
l’Italia aggredisce la Grecia, con esito negativo.
Dalla dissoluzione del regno
di Jugoslavia, travolto dai tedeschi (6 aprile 1941), nasce il regno di Croazia
(10 aprile), la cui corona è assegnata ad Aimone di Savoia, duca di Spoleto,
che il 18 maggio assume il nome di Tomislavo II ma rimane a Firenze, ove
istituisce un “ufficio per gli affari croati”. Il 12 ottobre 1943 abdicherà
formalmente, rientrando nella linea di successione alla corona d’Italia. Suo
fratello maggiore, Amedeo, duca di Aosta, sconfitto dagli inglesi nell’Africa
Orientale Italiana, muore prigioniero in Kenia (3 marzo 1942).
Il 22 giugno 1941 inizia
l’offensiva tedesca contro l’URSS. L’Italia vi destina un Corpo di spedizione e
poi un’Armata. Il 7 dicembre il Giappone bombarda la flotta statunitense a
Pearl Harbour (Hawaii) e dichiara guerra agli USA. L’11 dicembre Italia e Germania,
alleate del Giappone, dichiarano guerra agli USA.
Nella Conferenza anglo-russa
di Mosca (12-15 agosto 1942) Churchill e Stalin prospettano le rispettive aree
di influenza dopo la vittoria. Gli inglesi sconfiggono gli italo-germanici ad
El-Alamein (23 ottobre-5 novembre). Gli anglo-americani sbarcano in Marocco e
Algeria (8 novembre). L’Armata italiana in Russia (ARMIR) è travolta
dall’offensiva sovietica.
Dal gennaio 1943, perdute
l’Africa Orientale Italiana e la Libia e mentre le armate italiane sono
disseminate al di fuori dei confini nazionali, di concerto con il ministro
della Real Casa Pietro d’Aquarone il Re decide di revocare Mussolini e rompere
l’alleanza con la Germania. Su pressione dell’URSS, la conferenza
anglo-americana a Casablanca (14-26 gennaio) delibera che i nemici dovranno
arrendersi «senza condizioni».
Il 25 luglio, a cospetto
dell’assalto anglo-americano alla Sicilia (10 luglio) e del bombardamento su
Roma mentre Mussolini incontra Hitler a Feltre (19 luglio), il Gran consiglio
del fascismo a larga maggioranza invita il Re a esercitare i poteri statutari,
ma non chiede né le dimissioni di Mussolini né lo smantellamento del regime.
Constatata l’incapacità del
“duce” di separare l’Italia dalla Germania, Vittorio Emanuele III revoca
Mussolini da capo del governo e lo sostituisce con il maresciallo Pietro
Badoglio, che scioglie la Camera, il PNF, la MVSN e avvia la
defascistizzazione. In stato di fermo sotto custodia di carabinieri, Mussolini
si dichiara disposto a collaborare con il nuovo governo.
Il Re autorizza la trattativa
armistiziale con gli anglo-americani, condotta da militari. Con il Memorandum
di Quebec (18 agosto), dopo il contatto a Lisbona tra il generale Giuseppe
Castellano e il comando delle forze anglo-americane, gli Alleati ventilano modifiche
delle condizioni di resa in proporzione all’impegno «del governo» e «del popolo
italiano» contro i tedeschi, con «tutto l’aiuto possibile delle forze delle
Nazioni Unite».
Il 2 settembre il Comitato
centrale (poi Comitato di Liberazione Nazionale, CLN) di sei partiti
antifascisti (liberali, democrazia del lavoro, democristiani, partito d’azione,
socialisti e comunisti) invita alla «mobilitazione degli spiriti per la salvezza
della Patria».
Su assenso di Badoglio, il 3
settembre il generale Castellano sottoscrive presso Cassibile (Siracusa) la
resa dell’Italia, annunciata la sera dell’8 settembre dal generale Dwight
Eisenhower da Radio Algeri e comunicata da Badoglio dalla radio di Stato. Essa
subordina il Paese al Governo militare alleato e vincola a eseguire «altre
condizioni di carattere politico economico e finanziario».
Per evitare che Roma,
militarmente indifendibile, divenga campo di battaglia, Badoglio si trasferisce
in auto a Pescara e, via mare, a Brindisi, con la Famiglia Reale e vertici
militari (9-11 settembre). L’Italia è sconfitta, ma lo Stato, non debellato, è
riconosciuto dai vincitori. Inizia la ricostruzione.
Prelevato da una missione
delle SS tedesche a Campo Imperatore sul Gran Sasso e trasferito in Germania,
Mussolini istituisce lo Stato repubblicano d’Italia, poi Repubblica sociale
italiana, sotto controllo hitleriano.
Il 29 settembre il maresciallo
Badoglio sottoscrive a Malta l’“armistizio lungo”, comprendente le durissime
condizioni non comunicate il 3 settembre ma consegnate al generale Giacomo
Zanussi inviato a Lisbona da Roma in assenza di notizie da Castellano. Le
Nazioni Unite eserciteranno «tutti i diritti di potenza occupante» tramite il
Comando militare alleato.
L’Italia arresterà e
consegnerà Mussolini, i suoi principali associati e le persone sospette di
crimini di guerra. Il 5 ottobre il CLN decide di non collaborare con il governo
Badoglio; lo farebbe con un governo politico.
Il 13 ottobre Vittorio
Emanuele III, su decisione del governo, dichiara guerra alla Germania.
Il 17 novembre, riunito a casa
di monsignor Barbieri, il CLN delibera che «il problema istituzionale dovrà
essere sottoposto nella sua interezza, non pregiudicabile da sostituzioni di
persona, al sovrano giudizio di tutto il paese», cioè a “plebiscito”.
Il convegno dei CLN (Bari, 28
gennaio 1944) chiede l’abdicazione immediata del re, la rinuncia alla corona
del principe ereditario e la sua trasmissione a Vittorio Emanuele principe di
Napoli (di sette anni) sotto tutela di un Reggente estraneo a Casa Savoia:
richieste propugnate da Benedetto Croce e Carlo Sforza ma contrarie allo
Statuto e ignorate da Vittorio Emanuele III.
In marzo URSS e Italia
riconoscono i rispettivi governi. Il 12 aprile, su arrogante pressione degli
anglo-americani, irritati dall’indipendenza del governo del re, il sovrano
annuncia che alla liberazione di Roma trasferirà tutti i poteri al principe ereditario,
in veste di suo Luogotenente Generale. Il 22 aprile Vittorio Emanuele III
incarica un nuovo governo, presieduto da Badoglio e formato da esponenti del
CLN.
I ministri, impegnati alla
“tregua” sulla questione istituzionale, giurano «sul proprio onore». Il 5
giugno, impedito di raggiungere Roma, appena liberata, il Re firma a Ravello il
conferimento a Umberto di «tutti i poteri, nessuno escluso», ma conserva la
corona.
Il 18 giugno si insedia il
governo presieduto da Ivanoe Bonomi, esponente del Partito del lavoro.
Il Decreto legge
luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151 stabilisce che la forma dello Stato
verrà decisa dall’Assemblea costituente, eletta a suffragio universale entro
quattro mesi dalla fine della guerra. Dal monarca la sovranità è trasferita al
popolo che nel 1848-1870 la aveva ratificata con i plebisciti.
Il decreto legislativo
luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159 dichiara decaduti dalle cariche i
parlamentari imputabili di concorso all’avvento e al mantenimento del regime
fascista e all’ingresso dell’Italia in guerra. Giuristi quali Arturo Carlo
Jemolo e Massimo Severo Giannini protestano, giacché il decreto viola il
principio della irretroattività delle leggi (“nullum crimen sine lege”).
Su quella base, tuttavia, il 7
agosto l’Alta Corte di Giustizia, presieduta dal repubblicano Carlo Sforza,
collare della SS. Annunziata e senatore, dichiara decaduti e privati dei
diritti politici e civili 307 senatori. Vittorio Emanuele III rivendica l’azione
del ministro della Real Casa, Pietro d’Acquarone, culminata con la revoca di
Mussolini e la demolizione del regime.
Il 12 dicembre, rassegnate le
dimissioni nelle mani del Luogotenente, Bonomi forma un governo comprendente
liberali, democristiani, democratici del lavoro e comunisti.
Il Re e la Famiglia vestono il
lutto alla conferma della morte della principessa Mafalda (28 agosto 1944),
sposata con il principe Filippo d’Assia, deportata dai tedeschi presso il campo
di concentramento du Buchenwald in Germania, gravemente ferita sotto bombardamento
alleato e operata con esito infausto.
Verso il tramonto
Il 2 maggio 1945 le truppe
tedesche presenti in Italia sottoscrivono la resa nella reggia di Caserta. Alle
dimissioni di Bonomi, il 21 giugno i sei partiti del CLN formano un governo
presieduto da Ferruccio Parri, già comandante delle formazioni partigiane
“Giustizia e Libertà”, ispirate dal Partito d’azione.
Dall’inizio di maggio nelle
terre liberate i CLN regionali, provinciali e comunali insediano giunte
provvisorie e nuovi dirigenti di banche,di
enti a partecipazione pubblica e imprese private già “socializzate” dalla
Repubblica sociale italiana o i cui proprietari e amministratori sono
interdetti per motivi politici.
Alle dimissioni di Parri, il
10 dicembre si insedia il governo presieduto da Alcide De Gasperi, segretario
della Democrazia cristiana, che tiene per sé gli Esteri. Tranne Leone Cattani,
i ministri sono tutti repubblicani militanti.
Tra loro spiccano i socialisti
Giuseppe Romita (Interno) e Pietro Nenni (Costituente), il comunista Palmiro
Togliatti (Giustizia) e il liberale Manlio Brosio (Guerra).
Tra marzo e aprile del 1946
vengono eletti i consigli comunali di migliaia di Comuni. Per la prima volta
votano anche le donne.
Il 9 maggio, in prossimità del
referendum sulla forma dello Stato e dell’elezione dell’Assemblea Costituente
(2-3 giugno), Vittorio Emanuele III abdica a favore di Umberto e, con il titolo
di conte di Pollenzo, salpa da Napoli alla volta dell’Egitto con la regina
Elena e un piccolo seguito. Accolto da Re Faruk, si stabilisce a “Villa Yela”,
in Alessandria.
Il 2 – 3 giugno si svolgono il
referendum sulla forma dello Stato e l’elezione dell’Assemblea costituente. Il
10 giugno la Corte Suprema di Cassazione, presieduta da Giuseppe Pagano,
comunica i dati provvisori del referendum: su circa 28.000.000 aventi diritto
al voto la repubblica ha ottenuto 12.700.000 preferenze; la monarchia
10.700.000. Il presidente Pagano riconvoca la Corte per il 18 giugno e chiede che vengano
rendicontate anche le schede bianche, nulle e contestate.
In una convulsa seduta, con un
solo voto contrario (Leone Cattani), alle 0:15 del 13 giugno il governo
conferisce le funzioni di Capo dello Stato al presidente del Consiglio De
Gasperi, che le assume.
Alle 16, privo di tutela da
parte degli Alleati e per evitare scontri sanguinosi a sostegno della
monarchia, Umberto II protesta contro il “gesto rivoluzionario” del governo,
non ne riconosce gli effetti, scioglie dal giuramento alla monarchia ma non alla
Patria quanti l’abbiano pronunciato e parte in aereo da Re alla volta del
Portogallo.
Non abdicherà mai. Muore a
Ginevra il 18 marzo 1983 ed è sepolto nell’Abbazia di Altacomba, in Savoia,
regione d’Europa dalla quale ebbe inizio l’ascesa della dinastia.
Il 28 dicembre 1947 Vittorio
Emanuele III si congeda dalla vita nella pienezza dei diritti di “cittadino
italiano all’estero” (non “in esilio”) e delle prerogative esercitate.
Al termine dei funerali,
celebrati con onori militari voluti da Re Faruk, il feretro del Re è murato nel
retro dell’altare della chiesa cattolica di Santa Caterina in Alessandria
d’Egitto.
Il 28 novembre 1952 muore a
Montpellier la Regina Elena, circondata dall’affetto della città e degli
italiani non immemori. Viene sepolta nel cimitero cittadino Saint-Lazare.