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NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
sabato 9 maggio 2026
venerdì 8 maggio 2026
Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto
Con la pubblicazione della prima parte dello studio di Luigi Cavicchioli, in un opuscolo del Partito Nazionale Monarchico del 1952, vogliamo ricordare l'80° anniversario dell'ascesa al Trono di Re Umberto II.
E insieme a questa data vogliamo ricordare quanto grande fu il sacrificio che la Storia Gli richiese e del quale fu all'altezza senza il minimo tentennamento.
E ancora vogliamo ricordare la ferocia di chi lo punì con un esilio che dura ancora a più di 40 anni dalla Sua scomparsa.
mercoledì 6 maggio 2026
Saggi storici sulla Monarchia - XXIII
2) LA TRADIZIONE CONTRO LA RIVOLUZIONE.
La caduta di Napoleone ed il Congresso di Vienna,
restituirono all'Europa il suo primitivo volto politico mentre la tradizione
monarchica, uscita più forte dalla minacciosa bufera rivoluzionaria presentava
una novella fioritura d'ingegni e di opere tutte intente a ricostruire quello
che la rivoluzione aveva distrutto.
Purtroppo il Congresso di Vienna, che pure non mancò di
presentarsi come il vero strumento delle rivendicazioni della giustizia, non
esitò a sacrificare in realtà i diritti legittimi alla ragione politica in
alcuni casi o a compiere delle vere e proprie usurpazioni in altri, come per
alcuni territori transpadani della Santa Sede, ma non si può negare che il
principio monarchico ebbe nel grande consesso internazionale una delle sue
maggiori affermazioni perché ancora una volta venne chiaramente riconosciuto come
l'unico strumento idoneo ad assicurare pace e tranquillità al mondo.
Uno dei due principi base del Congresso di Vienna, che furono
l'equilibrio europeo e la legittimità del potere, confermava il concetto che i
regni fossero proprietà inalienabile dei Sovrani, onde ciascuno rientrava nel
possesso del suo di cui non doveva più essere spogliato e respingeva nettamente
le idee di nazionalità e di libertà, implicanti un diritto dei popoli e degli
individui all'autodecisione ritenendo che spettasse solo ai Re il compito di
provvedere al benessere dei sudditi senza ingerenza di questi e senza che di
fronte ad essi fossero in alcun modo responsabili i governanti, che da Dio
unicamente e direttamente traevano il loro potere.
Poiché il principio del diritto divino era stato gravemente
scosso dagli avvenimenti della recente rivoluzione, i governi compresero quanto
fosse per loro necessario rivolgersi alla Chiesa per rinsaldarlo, ed appoggiarla
in tutti i modi, esaltandola di fronte all'opinione pubblica; e per questo, vennero
sepolte molte controversie fra Chiesa e vari governi, si rinunciò a varie
ingerenze statali negli affari ecclesiastici, si cercò di addivenire a molti
concordati e si giunse in una parola, a ricostituire una stretta alleanza fra
trono e altare, riconosciuti come i due pilastri della società umana.
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Su questa base, molti furono i pensatori che indirizz arono
la loro ricerca in un senso nettamente pubblicistico e politico per dare una precisa definizione della fonte della
legittimità del potere e le condizioni politiche
non fecero che favorire ed (incoraggiare questo loro indirizzo di pensiero,
provocando quello che alcuni vogliono chiamare il ritorno romantico alla
tradizione; ma è opportuno notare che tale ritorno non può essere inquadrato
nella rivalutazione che le correnti letterarie del Romanticismo tentarono di
tradizioni e costumi esteriori del medio evo trovando la giustificazione logica
piuttosto nell'esigenza sentita da molti di determinare i caratteri
di un reggimento politico saldo e stabile ed estraneo il più possibile ai
rivolgimenti ed ai capricci umani, ai quali per troppo tempo era stato
sacrificato il benessere dei cittadini, la prosperità delle nazioni e la pace
del mondo.
Una singolare manifestazione di questa tendenza, rivolta a
mantenere l'ordine stabilito, in cui i vecchi principi assolutisti si univano
alla rifiorente spiritualità religiosa, fu la S. Alleanza stabilita fra i
Sovrani d'Austria, Russia e Prussia che s'impegnavano di prestarsi in ogni occasione
aiuto e assistenza, proclamando di voler governare i loro stati secondo i
precetti del Cristianesimo, precetti di giustizia, di carità e di pace, ed
anche se tutto si limitò a delle pure dichiarazioni di principio, destinate a
restare senza alcuna attuazione pratica, pure ebbero un valore orientativo
notevolissimo ed ancora oggi, possono essere la migliore espressione dello
stato d'animo dei politici del tempo.
Tale stato d'animo ebbe una sistemazione dottrinaria
attraverso l'opera di una schiera di pensatori in cui primeggiano Giuseppe de Maistre,
Luigi de Bonald, Monaldo Leopardi e Luigi Taparelli d'Azeglio. Maggiore di
tutti fu forse il savoiardo Giuseppe de Maistre, ambasciatore e fedele di
Vittorio Emanuele I che scrisse tutte le sue opere in lingua francese; egli è
un po' il padre della nuova dottrina monarchica e nello stesso tempo il grande
esaltatore della potestà pontificia. Nella sua prima opera « Les considerations
sur l'histoire de France » De Maistre dichiara ch eogni tentativo dell'uomo di
muovere in una via diversa da quella segnata dall'autorità è rovinoso e dimostra
il suo assunto mostrando l'orrido esempio della sorte toccata alla Francia
rivoluzionaria, immersa in un lago di sangue .
Il francese Luigi de Bonald invece, nelle sue opere « Teoria
del potere politico e religioso nella società civilizzata » e « La legislazione
primitiva » attribuisce allo Stato non solo un'origine divina ma anche la funzione
di intermediario tra Dio e il popolo ed alla teoria illuministica dei diritti
dell'uomo sostituisce quella tradizionalista dei doveri del dei
doveri dell'uomo di fronte a Dio e alle autorità che lo rappresentano
In tutti questi pensatori è comunque sempre vivo e presente
il senso della regalità nella sua più alta espressione; il sentimento
monarchico è in loro non solo un'esigenza politica ed un mezzo umano di
governo, ma soprattutto un'esigenza spirituale ed un mezzo di elevazione della
politica concepita come aspetto della scienza morale.
La divinità, prima negata o relegata in un mondo lontano ed
irraggiungibile, ha invece, nel pensiero della filosofia tradizionalista, una parte
determinante e la filosofia della storia viene ripudiata per cedere il posto
alla teologia della storia, intesa come intervento della Provvidenza nelle
vicende umane.
Il pensiero politico di Monaldo Leopardi trovò invece una
veste letteraria di carattere divulgativo nei «Dialoghetti sulle materie
correnti nell'anno 1831» dove in forma allegorica vengono ridicolizzate le
nuove idee e poste in rilievo le manchevolezze ed i punti deboli delle dottrine
in voga; nonostante la semplicità della forma, i Dialoghetti ebbero un grande
successo perché le idee propugnate con tanta semplicità e tanto buonsenso
conquistarono molti e fecero ravvedere altri che con troppa facilità avevano
accolto l'invasione francese 'come una liberazione.
Altra statura ebbe però il pensiero di Luigi Taparelli
d'Azeglio gesuita che, nel suo « Saggio teoretico di diritto naturale
appoggiato sul fatto » disse una delle parole più elevate in fatto di problema
della Sovranità; nella sua compilazione sistematica di diritto naturale sulla
base del pensiero tomistico il potere monarchico viene considerato come parte integrante
dell'ordinamento del mondo ed al Sovrano viene riconosciuto un carattere
superiore, simile a quello attribuitogli da de Maistre e da de Bonald. E'
peraltro interessante notare che attraverso la penna di Taparelli, esponente
qualificatissimo della Compagnia di Gesù e fondatore della celebre rivista
gesuita « La civiltà cattolica » veniva espreso un orientamento di una fra le
più poderose organizzazioni del mondo cattolico, che non esitava in pieno
secolo XIX a schierarsi decisamente per la legittimità del potere e per una
concezione morale del potere monarchico.
Né tale posizione era da considerarsi pacifica, perché
implicava resistenza ad una corrente di idee liberali abbastanza diffusa,
specie nelle classi colte e che aveva come protettrice malcelata una potenza
come l'Inghilterra, che per motivi politici aveva tutto l'interesse a favorire
le rivoluzioni che con le nuove idee sempre si accompagnavano.
martedì 5 maggio 2026
Il Re Costava meno di Mario Viana - prefazione I
PREFAZIONE
Una
delle futilità che in attesa del referendum istituzionale venivano divulgate
dalla propaganda repubblicana, mentre a quella monarchica si tappava la bocca,
era il minor costo della Repubblica rispetto alla Monarchia: questa, si diceva,
è inseparabile da una magnificenza, un fasto, un cerimoniale costituenti una
grossa spesa, che si sarebbe eliminata con vantaggio della pubblica finanza.
Si
fingeva di ignorare che la magnificenza è un aspetto marginale del servizio
reso dal Capo dello Stato e che viene adottata, per rendere sensibile il
prestigio del supremo potere, anche dalle Repubbliche di qualunque tipo, non
esclusa quella comunista.
Solo
un astioso giocobinismo vecchio d'un secolo e mezzo poteva oscurare l'idea che
la sovranità è non un privilegio ma un servizio, e che quando un Re dice di
essere il primo servitore dello Stato enuncia una verità sacrosanta.
Servizio,
lavoro, prestazione: la più amara ed estenuante, la più paziente ardua
pericolosa delle prestazioni che possano incombere a un mortale.
Un
popolo nel quale esiste una famiglia ove da generazioni innumerevoli il
primogenito accetta questa funzione di cireneo, non da altro sorretto se non
da una suprema dignità imposta dalla potenza dei secoli e dall'imperativo
d'una scelta provvidenziale e irrecusabile, dovrebbe tenersela stretta, nella
certezza che, all'infuori di quella famiglia, esso non potrà venir amato d'un
più tenace, disinteressato e chiaroveggente amore.
È
bensì vero che «l'amore non è amato» e che le anime sorde alla vita morale sono
impenetrabili alla grandezza.
Per
chi vuol fare i conti di cassa al Re dà i più ampi ragguagli Mario Viana,
scrittore noto per i suoi accurati, documentatissimi saggi di storiografia e
di sociologia. Egli mostra chiaramente quali fossero gli assegni corrisposti
al Sovrano, quali i Beni della Corona e la Dotazione di questa, quale il
patrimonio privato della Famiglia Reale sottoposto al medesimo regime giuridico
di ogni altro patrimonio privato, quale l'origine e il graduale accrescimento
di tale patrimonio e come ne venissero impiegate le rendite.
Per
comporre questo piccolo libro il Viana ha compiuto un meticoloso lavoro di
consultazione di testi e compulsazione di codici, esame e coordinamento di
leggi, ricerche d'archivio, trascrizione di atti, raccolta di elementi di
difficile accesso sparsi da un capo all'altro dell'Italia, approfondendo la
propria indagine sino alla età feudale onde rintracciare genesi ed evoluzione
d'uno stato giuridico estremamente complesso. Un lavoro che probabilmente
nessun altro avrebbe saputo compiere con uguale diligenza e del quale dobbiamo
essergli grati.
Apprendiamo
qui che i Beni della Corona della Case regnanti in Italia fino al 1859-60,
palazzi castelli ville ecc., passati per effetto della Unificazione alla Corona
Sabauda (mentre i beni privati dei Principi spodestati restavano alle
rispettive famiglie), furono successivamente ceduti per la maggior parte al
Demanio dello Stato, come anche molti Beni situati nell'antico Regno Sardo, e
nondimeno le spese della loro conservazione, d'altronde indispensabile
trattandosi di edifici di grande valore storico e artistico, e del relativo
personale rimasero a carico del Sovrano, passività che assorbiva quasi
l'intero ammontare della Lista civile.
Apprendiamo
che a Torino l'Accademia di Belle Arti e il Museo di Antichità, comprendente le
preziose raccolte egiziane, vennero costituiti, mantenuti e accresciuti dai
Reali di Savoia coi loro mezzi privati e furono proprietà private, donate poi
allo Stato ; e così la Pinacoteca di Torino, costituita da Carlo Alberto e
comprendente capolavori dei più grandi pittori italiani e stranieri ; e così
l'Armeria, dotata di 3000 cimeli tra i quali le spade cesellate da Donatello e
da Cellini ; e così la Biblioteca Reale, ricca di 60 mila volumi e 3000 manoscritti
e autografi ; e così la raccolta numismatica, unica al mondo, di Vittorio
Emanuele III, con 120 mila monete ch'Egli schedò di sua mano.
Apprendiamo
che il patrimonio fondiario dell'Opera Nazionale Combattenti fu istituito nel
1917 con la donazione di 8347 ettari di terreno fruttifero facenti parte del «fondo
di rendita» del Sovrano. E presentiamo questi esempi per dimostrare come la
conclusione a cui necessariamente si giunge scorrendo le pagine del Viana,
illuminanti anche per il lettore non nuovo a questioni storiche e legislative,
è che, restando sul terreno economico, col passaggio dalla Monarchia alla
Repubblica gli Italiani hanno fatto un pessimo affare, perché la spesa necessaria
a conservare e a mantenere in vita numerosi monumenti e istituzioni di beneficenza
e di cultura, alla quale i Reali provvedevano con le loro rendite private, ha
dovuto trasferirsi sul bilancio dello Stato. In altri termini il Paese riceveva
dal Re molto più di quanto gli erogasse, cosa impossibile a verificarsi con un
Presidente il quale prima dell'elezione era povero in canna, e improbabile se
era ricco.
Proclamata
la Repubblica, il Governo, dopo aver incorporato nel Demanio quanto dei Beni
della Corona non ne faceva ancora parte, volle allungare le mani sui beni
privati dei Savoia, i quali giustamente e doverosamente li difesero in
giudizio. Otto cause, otto vittorie, perché, per fortuna, la Magistratura è un
Potere indipendente. E il Governo fu condannato alle spese.
lunedì 4 maggio 2026
UN GRANDE RE, VITTORIO EMANUELE III
di Aldo A. Mola
Uno dei tanti borghi d'Italia, ghiotto di sabaritiche
sardelle, ha deliberato di cancellare il nome di Vittorio Emanuele III da una
sua via. Gli imputa di aver portato “la Monarchia” (sic) da Roma a Brindisi
dopo l'8 settembre 1943. Il trasferimento (non “fuga”) dei Reali e del governo
salvò la continuità dello Stato e fu premessa della Riscossa. Quale sorte
attendono i nomi di altre vie di quel borgo? Sono intitolate alla Regina Elena
e ad eventi legati alla figura del Re: Trento, Trieste, Bainsizza, Piave, Monte
Grappa, Carso, Peschiera, Zara… Verranno tutti cancellati? Allora rimarrà solo
via dei Saraceni, a ricordo delle scorrerie, prima arabe poi turche, di cui per
secoli le coste italiane furono vittime, come accadde anche a quel borgo.
Forse prima di cancellare i nomi della Storia è bene
studiarla con animo sereno. Perciò proponiamo un profilo sintetico di Vittorio
Emanuele III (Napoli, 11 novembre 1869 – Alessandria d'Egitto, 28 dicembre
1947) terzo Re d'Italia. Nell'80° della sua partenza per l'Egitto (9 maggio 1946),
lo suddividiamo in due “puntate”.
Principe ereditario
Vittorio Emanuele di Savoia nasce a Napoli l'11 novembre
1869. Figlio di Umberto, principe di Piemonte ed erede al trono d'Italia e di
Margherita di Savoia, sua cugina prima, è battezzato con i nomi di Vittorio
Emanuele Ferdinando Maria Gennaro. È creato principe di Napoli dal nonno, Vittorio
Emanuele II (1820-1878), re di Sardegna dal 1849 e d'Italia dal 1861. Alla
morte di quest’ultimo egli diviene erede al trono d'Italia. Nel 1885 il
colonnello Egidio Osio, già addetto militare all'Ambasciata d'Italia a Berlino,
è incaricato della sua formazione. Negli studi dà prova di metodicità, tenacia,
memoria ferrea e acume di giudizio. Il 13 ottobre intraprende la carriera militare
nel Collegio Militare della Nunziatella. Sottotenente di fanteria (1886) e
colonnello dal 2 novembre 1890, comanda il 1° Reggimento fanteria “Re” a
Napoli. Senatore di diritto a 21 anni, nel 1894 raggiunge il grado di generale
di divisione ed è assegnato a Firenze.
Anche per bilanciare l'alleanza difensiva stipulata il 20
maggio 1882 con gli imperi di Germania e di Austria-Ungheria, i genitori e il
presidente dei ministri, Francesco Crispi, propiziano la sua attenzione per la
principessa Elena, sestogenita di Nicola Petrovic Niegos, principe di
Montenegro, uno Stato minuscolo ma rilevante nella penisola balcanica. Nata a
Cettigne l'8 gennaio 1871, di confessione ortodossa, poliglotta, Elena aveva
studiato nel Collegio Smolnyi di San Pietroburgo, coltivando letteratura e
belle arti. In vista delle nozze, si converte alla confessione cattolica. Il matrimonio
è celebrato a Roma il 24 ottobre 1896. Dall'11 agosto 1897 il principe comanda
il X corpo d'armata di stanza a Napoli.
Sul trono per la svolta liberale democratica
Con l'assassinio del padre per mano dell'anarchico Gaetano
Bresci (Monza, 29 luglio 1900), il principe diviene re d'Italia col nome di
Vittorio Emanuele III. Intercettato mentre è in navigazione nell'Egeo con
Elena, approda a Reggio di Calabria e raggiunge Monza in treno. “Impavido e
sicuro” giura fedeltà allo Statuto in presenza delle Camere e promette Unità e
Libertà, ma nelle leggi. “Chi rompe paga”. Nel febbraio 1901, alle dimissioni
dell'ottantenne Giuseppe Saracco, affida la presidenza del Consiglio al
democratico bresciano Giuseppe Zanardelli, massone, affiancato dal liberale
progressista Giovanni Giolitti ministro dell'Interno e già presidente del
Consiglio nel 1892-
1893.
Nel 1902 gli accordi economici italo-francesi superano anni
di tensioni tra Roma e Parigi. Nel dicembre 1903, alle dimissioni di Zanardelli
per motivi di salute, il re incarica Giolitti di formare il governo e si reca a
Londra in visita di Stato. Nell'aprile 1904 il presidente della Repubblica
francese Emile Loubet ricambia a Roma la visita compiuta da Vittorio Emanuele
III a Parigi nel 1902, suscitando l'irritazione di papa Pio X, che non
riconosce la sovranità dell'Italia sulla Città Eterna.
L'anno seguente le leggi anticlericali volute dal presidente
del Consiglio Emile Combes causano la rottura della relazioni diplomatiche
della Santa Sede con Parigi. Vittorio Emanuele III precorre la politica estera
del regno con il conferimento dell'Ordine della Santissima Annunziata,
comportante il rango di “cugino del re”, a capi di Stato e di governo di Paesi
anche non cattolici (anglicani, luterani, islamici e dell'Estremo Oriente).
Grazie al Re l'Italia va oltre i vincoli dell'alleanza con la Germania del
bellicoso Guglielmo II e con l'Austria-Ungheria di Francesco Giuseppe,
“imperatore degli impiccati” (come lo marchiò Giosue Carducci).
Il 15 settembre 1904 nel Castello di Racconigi (Cuneo) nasce
l'erede al trono, Umberto, creato principe di Piemonte. Divampa il primo
sciopero generale che Giolitti, presidente del Consiglio e ministro
dell'Interno, attende si smorzi da sé. Terzogenito, il principe Umberto era
stato preceduto da Iolanda (nata il 1° giugno 1901, andata sposa al conte
Giorgio Carlo Calvi di Bergolo il 9 aprile 1923) e da Mafalda (nata il 19
settembre 1902, unita in matrimonio al principe Filippo d’Assia il 23 settembre
1925). Lo seguiranno Giovanna (nata il 13 novembre 1907, sposa di Boris III,
zar dei Bulgari, il 25 ottobre 1930, nel quadro della penetrazione italiana
nell'Europa Orientale) e Maria (nata il 26 dicembre 1914, sposa del principe
Luigi di Borbone-Parma il 23 gennaio 1939).
La nascita di Umberto assicura la successione di maschio in
maschio secondo la legge “salica” dettata dall'articolo 2 dello Statuto
promulgato da Carlo Alberto di Sardegna il 4 marzo 1848 e fatto proprio dal
regno d'Italia. Diversamente la corona sarebbe passata ai “prossimi parenti”: verosimilmente
ai figli di suo cugino Emanuele Filiberto di Savoia, duca d'Aosta, nato il 13
gennaio 1869: i principi Amedeo, duca delle Puglie, nato il 21 ottobre 1898, e
Aimone, duca di Spoleto, nato il 9 marzo 1900.
Nel 1904 il re presenzia alla consacrazione della Grande
Sinagoga di Roma.
Su impulso dei governi, l'economia italiana registra una
netta espansione. La moneta è apprezzata
e consente di ridurre la rendita dal titoli di stato dal 5% al 3,5%, a
vantaggio del debito pubblico.
Nel 1907 la Somalia è costituita colonia del regno d'Italia,
sul modello dell'Eritrea, colonia dal 1890. Nel 1908 viene fondato in Roma
l'Istituto Internazionale per l'Agricoltura, fortemente voluto da Vittorio
Emanuele III, che sostiene con contributi personali le scienze agrarie e in
specie la cerealicoltura.
Anche in risposta all'annessione della Bosnia e
dell'Erzegovina da parte dell'impero d'Austria, il 23-25 ottobre 1909 Vittorio
Emanuele III accoglie lo zar di Russia Nicola II nel Castello di Racconigi, sua
proprietà personale e dimora prediletta. I governi di Roma e di San Pietroburgo
concordano consultazioni su ogni questione riguardante i Balcani, sempre più in
fermento.
Nel 1911 l'Italia dichiara guerra all'Impero turco-ottomano
per tutelare i diritti degli italiani in Tripolitania e Cirenaica ed evitare
che vengano occupate da altre potenze. L'Italia proclama la sovranità sulla
“quarta sponda” e nel 1912 libera Rodi e il Dodecanneso dal secolare dominio
turco.
Con la pace di Losanna (24 ottobre 1912) Roma ottiene dal
Sultano turco il riconoscimento della sovranità sulla Libia e conserva in pegno
Rodi e le Sporadi sino alla cessazione delle ostilità turche dirette e
indirette in “Libia”.
Il 14 marzo 1912 il re è bersaglio in Roma dell'attentatore
Antonio D'Alba. Anche alcuni socialisti, come Leonida Bissolati, si recano al
Quirinale per rallegrarsi dello scampato pericolo.
Espulsi dal partito socialista guidato da Filippo Turati e
Claudio Treves, i riformisti (Bissolati, Ivanoe Bonomi, Angiolo Cabrini...), ai
quali si contrappone il massimalista Benito Mussolini, fondano un partito.
In ottobre si svolgono in Italia le prime elezioni della
Camera dei deputati col voto di tutti i maschi maggiorenni se alfabeti e degli
analfabeti che abbiano prestato servizio militare o trentenni.
L'alleanza non ufficiale ma fattiva tra l'Unione elettorale
cattolica presieduta dal conte Ottorino Gentiloni e candidati liberali, anche
massoni, contro socialmassimalisti e repubblicani intransigenti assicura
un'ampia maggioranza di “moderati”, col sostegno esplicito o implicito di
radicali, socialisti riformisti e dei repubblicani convinti, fatti alla mano,
che la monarchia non ha alternative e che opera nell'interesse generale dei
cittadini.
Dopo le dimissioni di Saracco (presidente del Consiglio dal
giugno 1900 in successione al generale Luigi Pelloux) Vittorio Emanuele III
affida la presidenza a Zanardelli (1901), Giolitti (1903), Fortis (1905: due
ministeri), Sidney Sonnino (1906), Giolitti (1906), Sonnino (1909), Luigi Luzzatti
(1909) e nuovamente Giolitti. La cosiddetta “età giolittiana” (1900-1914)
registra la sequenza di dieci diversi governi in 14 anni. Il vero pilastro
dell'Italia non sono i presidenti del Consiglio o i ministri influenti ma è il
re in persona, capo dello Stato e cardine della politica estera e militare.
Il 21 marzo 1914 Antonio Salandra è nominato presidente del
Consiglio in successione a Giolitti.
In giugno nelle Marche e in Romagna dilaga la sanguinosa
“settimana rossa” anarco-sindacalista.
Il Re Soldato
Allo scoppio della conflagrazione europea (agosto) fra gli
Imperi Centrali (Germania e Austria- Ungheria, al cui fianco si schiereranno
impero turco e Bulgaria) e la Triplice Intesa anglo-francorussa, Salandra
annuncia la neutralità dell'Italia, perché Vienna e Berlino hanno dichiarato
guerra senza preavvertire Roma, come richiesto dalla Triplice Alleanza del
1882. Col trascorrere dei mesi il re fa trapelare il suo favore per la causa
dell'Intesa. Incoraggia il ministro degli Esteri Antonino Paternò Castello,
marchese di San Giuliano (fautore di una Quadruplice
anglo-franco-russoitaliana), e il suo successore, Sidney Sonnino, a stipulare
l'intervento a fianco della Triplice Intesa in cambio della sovranità italiana
su Trentino, Alto Adige, Venezia Giulia, Istria, forti posizioni sulla costa
dalmata, ingrandimenti coloniali in Africa, riconoscimento degli interessi
dell'Italia nei Luoghi Santi ed esclusione del papa dal congresso per la pace,
per impedire l'internazionalizzazione della sempre aperta “questione romana”.
Il 26 aprile 1915, tramite l'ambasciatore Guglielmo
Imperiali, il governo sottoscrive a Londra l’“arrangement” (accordo), che
comporta l'intervento in guerra entro trenta giorni “contro tutti i nemici
dell'Intesa”. Il 13 maggio, conscio della contrarietà della Camera
all'intervento, Salandra rassegna le dimissioni. Giolitti, fautore della
trattativa diplomatica per ottenere “compensi” dall'Austria-Ungheria senza
ricorso alle armi, rifiuta la presidenza del Consiglio e lascia Roma sotto pericolo
di attentato alla sua vita. Confermato in carica (17 maggio), il governo
Salandra ottiene poteri straordinari “in caso di guerra” (20-21 maggio). Il 23
il re dichiara la guerra con effetto dall'indomani, ma solo contro l'impero
austro-ungarico. L'Italia disattende l'accordo di Londra, suscitando la
diffidenza degli alleati. La guerra contro la Germania verrà dichiarata solo
nell'agosto 1916.
Affidato il comando supremo dell'esercito al capo di Stato
Maggiore Generale Luigi Cadorna (in carica dal 10 luglio 1914), il re
conferisce la Luogotenenza per gli affari ordinari allo zio Tommaso di Savoia,
duca di Genova, e si trasferisce a Torreano di Martignacco, presso Udine, per
seguire da vicino le operazioni belliche. Mentre la regina Elena allestisce a
Roma l'ospedale territoriale n. 1 e si prodiga nell'assistenza ai feriti e alle
famiglie dei caduti, Vittorio Emanuele III vive da soldato con spartana
semplicità e percorre instancabilmente il fronte di guerra, spesso sotto il
tiro nemico.
Media e compone le tensioni tra i presidenti del Consiglio
(Salandra, sino al giugno 1916; Paolo Boselli, dimissionario il 24 ottobre
1917; Vittorio Emanuele Orlando, in carica dal 30 ottobre 1917) e il Comando
Supremo (Cadorna e, dal 9 novembre 1917, Armando Diaz).
L'8 novembre, dopo la ritirata del fronte dall'Isonzo al
Piave sotto l'offensiva austro-germanica iniziata nella conca di Caporetto il
24 ottobre, il re presiede il convegno interalleato a Peschiera del Garda.
Parlando fluentemente in inglese e francese, ribadisce l'impegno dell'Italia a
combattere sino alla vittoria. Sconfitto dall'esercito italiano nella battaglia
di Vittorio Veneto e in preda alla dissoluzione per la rivolta al suo interno
delle “nazioni senza Stato” l'impero d'Austria chiede l'armistizio, in vigore
dal 4 novembre. L'Italia annette Trentino-Alto Adige, Venezia Giulia e Istria.
Al Congresso di pace radunato a Parigi dal 1919, il governo
chiede invano l'assegnazione di Fiume oltre a quanto previsto dall'accordo di
Londra. Travolto alla Camera, delusa per la sua condotta, il 23 giugno (prima
della firma del Trattato di pace con la Germania a Versailles, 28 giugno)
Orlando si dimette ed è sostituito da Francesco Saverio Nitti. Il 10 settembre
il Trattato di pace con l'Austria (Saint-Germain) assegna all'Italia le terre
liberate (annesse senza plebiscito confermativo) ma le nega Fiume. Il 12
Gabriele d'Annunzio occupa Fiume, al comando di militari sediziosi e di
volontari. Il 25 il re convoca il presidente del Consiglio, gli ex presidenti e
i capigruppo della Camera. Invitati ma assenti i socialisti, l'informale
“consiglio della Corona” esclude l'annessione di Fiume.
Il 16 novembre viene eletta la prima Camera dei deputati con
suffragio universale maschile e riparto proporzionale dei seggi. Prevalgono,
con 150 seggi, il partito socialista e, con 106, il Partito popolare italiano
(cattolico) fondato il 18 gennaio su impulso di don Luigi Sturzo. I
“costituzionali” si frammentano in molti gruppi. I “fascisti” non ottengono
alcun deputato. All'inaugurazione della Legislatura i socialisti escono
dall'Aula rumoreggiando mentre il re pronuncia il Discorso della Corona.
Dopo ampio “rimpasto” e due diversi ministeri, Nitti è
sostituito da Giolitti che propone ordine, disciplina e drastica riduzione del
debito pubblico. All'indomani dell'“occupazione delle fabbriche”, promossa in
settembre dall'ala rivoluzionaria dei socialisti decisi a “fare come in Russia”
ma esaurita in poche settimane, il 4 novembre viene celebrata all'Altare della
Patria la Festa delle Bandiere. Nel gennaio 1921 dal partito socialista
italiano, radunato a congresso in Livorno, nasce per scissione il Partito
comunista d'Italia, aderente alla Terza Internazionale fondata a Mosca da
Lenin. Su proposta di Giolitti, il re scioglie la Camera e
indice nuove elezioni (15 maggio). Alla Camera, presieduta da Enrico De Nicola,
si formano quattordici gruppi parlamentari. L'opposizione dei democratici
sociali alla politica estera del governo induce Giolitti a dimettersi. Gli
subentra Bonomi, rieletto nelle file di un “blocco nazionale” comprendente
liberali, democratici, agrari e fascisti. A inizio novembre nasce il Partito
nazionale fascista, precorso dai fasci di combattimento, sorti dal marzo 1919
su impulso di Benito Mussolini, già socialmassimalista e interventista. Alla “scioperomania”
del “biennio rosso” (1919-1920) segue una guerra civile a bassa intensità con protagoniste
le “squadre” fasciste e le “guardie rosse”.
Il 4 novembre Vittorio Emanuele III presiede la Tumulazione
del Milite Ignoto all'Altare della Patria: la solenne cerimonia mira a placare
le tensioni in nome dei caduti per la Patria.
La lunga crisi del Parlamento
Nell'ottobre del 1922, caduti sette governi in quattro anni
(Orlando, due ministeri Nitti, Giolitti,
Bonomi e due ministeri presieduti da Luigi Facta), dinnanzi alla
minaccia di mobilitazione dello squadrismo fascista i maggiorenti dell'arco
costituzionale ritengono inevitabile l'ingresso dei fascisti nel governo. Preso
atto delle dimissioni di Facta (27 ottobre), che rimane in carica per
l'ordinaria amministrazione, il re rifiuta di firmare lo stato d'assedio
incautamente diramato dal governo (28 ottobre) e, sentiti maggiorenti politici
ed esponenti degli interessi generali del Paese, il 30 affida la formazione del
governo al trentanovenne Mussolini, capo del gruppo parlamentare del Partito nazionale
fascista. Mussolini presiede una coalizione comprendente fascisti,
nazionalisti, liberali di varie gradazioni, giolittiani, democratici sociali,
popolari, il filosofo Giovanni Gentile alla Pubblica istruzione e due
prestigiosi militari alla Guerra (Armando Diaz) e alla Marina (Paolo Thaon di Revel).
La crisi extraparlamentare viene così ricondotta nei binari istituzionali senza
necessità di misure straordinarie. In novembre le Camere accordano amplissima
maggioranza al governo.
A metà febbraio del 1923, ottenuta la dichiarazione di
incompatibilità tra fasci e logge massoniche, i nazionalisti confluiscono nel
Partito nazionale fascista, che conta 50 deputati su 535.
Le “squadre” vengono riorganizzate nella Milizia volontaria
di sicurezza nazionale.
La nuova legge elettorale (approvata nel 1923) assegna il 66%
dei seggi al partito che ottenga i 25% dei voti validi. Alle elezioni del 6
aprile 1924 la Lista Nazionale, orchestrata dal PNF, ottiene il 66% dei voti e due terzi dei seggi. Gli
iscritti al PNF sono 227 su 535 (42%). Sollecitato dalle opposizioni a intervenire per mutare il
quadro politico, segnato dal rapimento e morte del deputato socialista Giacomo
Matteotti (10 giugno), il cui cadavere è rivenuto a Ferragosto, il re invita a portare
il confronto in Parlamento, ove molti liberali (compresi Benedetto Croce e
Giolitti) continuano a sostenere il governo in assenza di una chiara
alternativa (da alcuni immaginata quale ministero di transizione, con forte
componente militare).
Parte delle opposizioni (socialisti, repubblicani, popolari e
seguaci del democratico Giovanni Amendola)
disertano l'Aula (il cosiddetto “Aventino”), a differenza dei giolittiani e del
Partito comunista d'Italia (Antonio Gramsci). La loro assenza dalla Camera
spiana la strada a Mussolini. Il “duce” da un canto ostenta rispetto per le
regole istituzionali e parlamentari ed evita di entrare in conflitto con la
Corona, dall'altro mira a accrescere il proprio potere personale.
domenica 3 maggio 2026
Vita segreta al Quirinale VI parte
LO "SFINGEO" STONE
Intanto le nubi all'orizzonte politico s'infoschivano.
Bisognava fare qualcosa, uscire dal riserbo, spezzare gli equivoci, evitare le
false accuse, o smentirle. Tra l'altro, tutti i giornali di sinistra, in
questo periodo, affermavano senza che nessuno li controbattesse, che la
monarchia finanziava i neo-fascisti. Sarebbe bastato porre in rilievo che la
monarchia avrebbe voluto poter finanziare, non che il neo-fascismo, almeno se
stessa! Ma non fu fatto. Ed ecco la principessa in persona sciogliersi dai legami
burocratico - politici che sin dal suo ritorno in Italia l'avevano paralizzata
al Quirinale, e incontrarsi in case amiche con gente di ogni condizione che
potesse dare un aiuto qualsiasi alla causa monarchica; e dovette lei stessa
smentire in questi circoli le voci più calunniose circolanti a carico
dei sovrani.
Maria José si recò pure alle Fosse Ardeatine, con la sola compagnia
della marchesa di Monte zemolo, vedova dell'eroico colonnello. Inoltre,
insieme con la duchessa Immacolata Salviati, vicepresidentessa delle Dame di
San Vincenzo, la principessa di Piemonte volle visitare, in strettissimo
incognito, i quartieri più popolari della capitale.
In questo periodo il Luogotenente aveva accentuato le
pratiche religiose, di cui era pur sempre stato assiduo. Se Umberto ebbe in
gioventù alcuni momenti di spensieratezza, le sofferenze degli ultimi anni lo
avevano completamente trasformato: ora, salvo rare eccezioni impostegli
dall'alta carica, rifuggiva i salotti per trascorrere ld sera in casa di amici
d'ogni categoria sociale, purché colti ed intelligenti, o con illuminati
studiosi di materia religiosa. Evoluzione notevole, sconosciuta si può dire
nel suo stesso entourage.
Ai primi d'aprile un gruppo di monarchici propose di
installare una radio nelle vicinanze di Roma, possibilmente a Castel Porziano:
idea non errata, data la vastità della tenuta. La radio avrebbe funzionato
sino ad elezioni avvenute per controbattere tutte le affermazioni scritte o
propalate a mezzo della radio ufficiale contro la monarchia.
La cosa non fu possibile perché l'iniziativa era partita da
una donna, la signora Narici. Ella espose la propria idea ad un devoto ufficiale
d'ordinanza, il maggiore G., e, fiduciosa, cercò d'ottenere i relativi
permessi e lasciapassare a Castel Porziano. Ma tutto finì lì: forse attraverso
il centralino del Quirinale si era riusciti a conoscere qualche notizia in
merito, e si corse subito ai ripari. Come abbiamo detto, infatti, non pochi impiegati
al Quirinale erano iscritti a partiti di sinistra o comunque nettamente
repubblicani.
Il 5 aprile si seppe ufficialmente (ma da tempo al Quirinale
se ne parlava) che tutta la propaganda sarebbe stata da quel giorno diretta
personalmente dal ministro Falcone Lucifero, molto attivo e intelligente, che
godeva la fiducia del Luogotenente.
Infante era in licenza, e Garofalo ammalato. Si sospettò
allora che si trattasse di una malattia diplomatica, ma pare invece che
l'ammiraglio fosse effettivamente ammalato.
Sta di fatto che in quei giorni venne offerto al Quirinale un
pranzo d'addio al ministro del Portogallo ed alla sua consorte, donna Marinez
Carmona, e tutti notarono per la prima volta l'assenza del generale Infante e
dell'ammiraglio Garofalo.
Il tempo, però, stringeva e la monarchia era sempre più
minacciata dalla abile propaganda opposta. Si mossero allora le donne, e
presero l'iniziativa di portare all'ammiraglio Stone migliaia di domande
firmate da congiunti di prigionieri in Russia e in Jugoslavia, allo scopo dì
poter far rinviare, se non le elezioni, almeno il referendum, per non
defraudare i combattenti lontani del diritto di esprimere la loro opinione su
questioni interne di tanta importanza. Le domande erano tutta firmate, con
indirizzo e professione di chi le aveva un tono di serietà all'iniziativa. Ma
lo "sfingeo" Stone, monarchico quando gli era stato di giovamento,
fu irremovibile e, come Pilato, volle lavarsene le mani.
L'ammiraglio americano rimase del resto imperterrito dinanzi
ad altri memoriali dello stesso genere recanti le firme di 30.000 donne,
presentati dalla marchesa di Montezemolo, dalla baronessa de Grenet, madre del
giovane diplomatico (mutilato di guerra) fucilato assieme al colonnello
Montezemolo alle Fosse Ardeatine, dalla signora Martinengo, vedova dell'eroico
ammiraglio ucciso dai tedeschi.
Tutto fu vano. Stone si disinteressò di ogni cosa nonostante
avesse precedentemente e ripetutamente detto che per la buona riuscita del
referendum occorreva far muovere le donne: < Women, women, women>. "Soltanto
le donne possono salvare il re".
Perché questo irrigidimento improvviso? Perché simile
atteggiamento, in contrasto con quello precedente? In quei giorni l'ammiraglio
era tornato dall'America insieme con il proprio aiutante di bandiera Sunny
Behn, che lo aveva accompagnato in patria. Scopo del viaggio: conoscere il
pensiero di alcuni loro amici nei confronti della monarchia italiana, a
dispetto della clausola dell'armistizio che parlava di "non ingerenza
degli alleati" negli affari interni italiani. Avevano trovato un ambiente
più propenso in quel momento alla forma di governo pubblicano. Forse pensavano
al ro governo che non era mai stata per forza di cose, monarchico. poi Stone
teneva moltissimo ali sua popolarità in America, dato ci agli inizi della
guerra era sotto to capitano e desiderava mani nere la solida posizione raggiunta.
Alcune volonterose dame andarono a perorare la causa monarchica
anche presso la giovanissima fidanzata del cinquantaseienne ammiraglio, donna
Renata di Sant'Elia. Ma ella disse che non aveva alcun ascendente su di
lui.
Il 17 aprile 1946, nella 'Sala Borromini gremita di gente di
tutte le condizioni sociali, ebbe luogo, ad opera di Donna Carlotta Orlando,
la commemorazione della opera principessa Mafalda.
Per quanto nessuna pubblicità fosse stata fatta, l'affluenza
del pubblico fu enorme. La Principessa di Piemonte giunse accompagnata dalla
figlia Maria Pia dalla contessa Guendalina Spallettí. Un uragano di applausi ne
e salutò l'ingresso.
UMBERTO SALE AL TRONO
Il discorso di Carlotta Orlando terminò coll'invito a Maria
José di farsi vedere più spesso « perché il popolo italiano vuole che le principesse
di Casa Savoia prendano parte alla sua rinascita politico-morale; ed alla
fine molti occhi erano velati dalla commozione. Quando la principessa uscì con
la figlia, alcune popolane gridarono: «Ti vogliamo bene! Fatti vedere più
spesso!»; ed una, facendosi avanti: «Sono venuta da Napoli apposta per
vederti: fammi baciare la piccirilla, Dio vi assista e benedica!
Donna Carlotta Orlando aveva vissuto molti anni in America e
sapeva che cosa significasse, per le elezioni, la propaganda; e si meravigliava
che la cosa non fosse compresa in campo monarchico. Ella si assunse la
responsabilità di portare nei quartieri della periferia il principe di Napoli,
onde fosse conosciuto dai bimbi della sua età. La cosa fu criticata negli
ambienti di Corte, mentre fu appoggiata dal Luogotenente. Era stata pure Donna
Carlotta a suggerire di far entrare la principessa Maria Pia fra le guide; e
la giovane si conquistò molte simpatie per la sua dolcezza e la sua
affabilità.
Per il 1° maggio si temevano disordini in tutta Italia;
l'opinione pubblica era allarmatissima: invece, contro ogni previsione, la
giornata trascorse tranquilla, senza il minimo incidente.
Questa grande calma avrebbe dovuto però spaventare, come
dimostrazione anzitutto della disciplina raggiunta dalla organizzazione comunista.
Il 5 maggio ebbe luogo al Palatino il primo comizio monarchico, organizzato da
pochi audaci. Parlarono diversi oratori; poi, alla spicciolata, poiché i
cortei erano proibiti dagli alleati, tutti s'avviarono per adunarsi sulla piazza
del Quirinale. Al Palazzo Reale si sentiva arrivare la folla, prima ancora
di vederla. Proveniva da via XXIV Maggio, da via XX Settembre, da via della
Consulta, dalla Datarla. La piazza si riempì come per incanto, e la parola
Savoia! si scandiva alternandosi con il nome di Umberto! Finalmente il
Luogotenente s'affacciò, accolto da grandi applausi.
La manifestazione si ripeté l'8 maggio.
La mattina del 9 maggio venne notata al Palazzo Reale una
agitazione insolita: il Luogotenente alle 7 era partito all'improvviso in automobile,
diretto a Napoli, in compagnia del primo aiutante di campo, degli ufficiali
d'ordinanza e del mastro delle cerimonie, marchese Graziani. Il vecchio
sovrano, dopo aver abdicato in favore del figlio, si sarebbe imbarcato quello
stesso giorno per l'Egitto su un incrociatore insieme alla regina Elena.
Questa la notizia che corse subito di bocca in bocca. I
giornali ne parlarono a lungo, descrivendo minutamente la cerimonia dell'abdicazione,
che era stata semplicissima, e la partenza di Vittorio Emanuele III per
l'esilio.
Umberto di Savoia saliva così al trono 20 giorni prima delle
elezioni e del referendum.
L'opinione pubblica fu scossa dal duplice avvenimento perché
Vittorio Emanuele III era ancora molto popolare fra i vecchi combattenti della
guerra '15-'18, i quali lo avevano visto dividere con loro pericoli e disagi;
ma non si poteva non riconoscere da un punto di vista più che obbiettivo, come
il gesto avrebbe potuto essere fatto prima, con evidente vantaggio per il nuovo
re. Comunque il vecchio sovrano prima dl lasciare la patria aveva voluto
compiere un gesto di indubbia nobiltà, donando al popolo la sua preziosissima
collezione numismatica. A questo proposito è bene ricordare che nel 1946 erano
state fatte pressioni su Vittorio Emanuele III perché vendesse all'estero
quel tesoro, dal quale avrebbe ricavato certamente più di un miliardo. Ma egli
non volle.
Umberto quella sera tornò assai tardi alla capitale: per quanto
avesse sempre fortissimo il dominio di sé, si notava sul suo volto il dolore
per la partenza senza ritorno dei genitori.
venerdì 1 maggio 2026
I Savoia a Susa: presentato il volume “L’albero genealogico e i protagonisti della Dinastia”
mercoledì 29 aprile 2026
Saggi storici sulla Monarchia - XXII
TRADIZIONE E RIVOLUZIONE
SOMMARIO:
La lotta alla tradizione
La tradizione contro la Rivoluzione
Tradizione monarchica e storia contemporanea
La Monarchia unitaria.
1) LA LOTTA ALLA TRADIZIONE.
Il pensiero tradizionalista non era ancora sollevato dalla
crisi che lo aveva investito dalla fine del medio evo, che nuova lotta gli fu
scatenata dalle forze del sorgente illuminismo.
Il secondo dell'illuminismo, conserva intatta la fiducia in
quella ragione che nel secolo precedente aveva celebrato con Cartesio, Spinoza
e Leibnitz, i suoi massimi trionfi, ma significa qualche cosa di più, perché
l'illuminismo voleva rappresentare, come scrisse Kant: «l'uscita degli uomini
da una minorità a loro stessi dovuta. Minorità è l'incapacità di servirsi del
proprio intelletto senza la guida di un altro». Naturalmente questi principi
segnano l'inizio di una nuova era in cui gli uomini ritengono di potersi
governare liberamente, di guardare avanti senza tener conto delle passate
esperienze, concepite anzi come ultimi resti dello oscurantismo medioevale; e
nel tentativo di istaurare teoricamente questo regno della libertà e della
razionalità umana, l'illuminismo doveva fatalmente trovarsi in lotta con ogni
tradizione religiosa, politica, sociale e morale; anzi in questa lotta si
concreta il ritorno dell'uomo alla natura, ideato dal rinascimento come ritorno
alle origini storiche, e dall'illuminismo come ritorno alla natura razionale
finalmente illuminata, e come guerra a tutti i pregiudizi e a tutte le
tradizioni che si sono frapposte fra la natura e l'uomo.
L'illuminismo che ebbe in Francia quelle manifestazioni che
gli dettero tanta notorietà in Europa, ebbe però origine in Inghilterra e lo si
può direttamente l'allacciare alla filosofia di Locke e dei suoi successori
Berkeley e Hume, ma non ebbe nessun rilievo politico nell'isola britannica in
quanto politicamente volto a combattere una tradizione che in Inghilterra non
esisteva più. Infatti dopo la partenza per l'esilio dell'ultimo Stuart regnante
Giacomo II, la monarchia separandosi dai valori interiori e morali della
tradizione con Guglielmo d'Orange, aveva esplicitamente accettato la corona da
quelle stesse classi mercantili che avevano decapitato Carlo I e segnato la
decadenza di Giacomo II.
Ben differente situazione si presentò invece in Francia, dove
la monarchia brillava ancora dello splendore di Luigi XIV, per nulla oscurato
dalle vicende della Reggenza e dai molti difetti personali di Luigi XV, che rappresentava
pur sempre in tutta la sua completezza, la forza che rappresentava pur sempre
in tutta la sua completezza, la forza Del resto l'illuminismo francese presenta
rispetto all'illuminismo inglesi, da cui desume tutte le altre sue
caratteristiche, un nuovo elemento di enorme importanza che lo caratterizza decisamente:
il tema speculativo della storia. Come osserva l'Abbagnano: «L'elaborazione del
problema della storia, attraverso la icontrapposizione decisa di storia e
tradizione, è il contributo più notevole ed originale dell'illuminismo francese
al pensiero filosofico del secolo XVIII».
Ed è appunto questo problema storico che diviene il tema
speculativo preferito dei filosofi francesi, che dia Voltaire a Condorcet, da
Montesquieu a Turgot dedicano gran parte della loro attività alle ricerche
sull'ordine problematico della storia, concepita però nella più arida e nella
più distaccata delle sue espressioni.
L'attività dei filosofi ebbe un vasto influsso sulle vicende
politi che i francesi e soprattutto la
parte politica della loro attività appare notevolmente accentuata, rispetto
agli illuministi inglesi; anzi nell'Enciclopedia di Diderot e d'Alambert, a cui
collaborarono i maggiori illuministi, si vuoi vedere il primo preludio della
rivoluzione e l'atto fondamentale della rivoluzione, la Dichiarazione dei
diritti dell'uomo e del cittadino, non
nasconde lo stretto legame con il Contratto Sociale di Gian Giacomo Rousseau,
in cui il filosofo ginevrino non aveva esitato a scrivere, a proposito dei
rappresentanti del potere esecutivo: «Essi non sono i padroni del popolo, ma i
suoi ufficiali ed il popolo può stabilirli e sostituirli quando gli piace. Non è
questione per essi di contrarre, ma di obbedire; e incaricandosi delle funzioni
che lo stato impone loro non fanno che obbedire ai loro doveri di cittadini,
senza avere in alcun modo il diritto di disputare sulle condizioni».
Questi erano stati i maestri delle classi colte francesi e
tutti si erano trovati concordi, pur seguendo una varia gamma di posizioni
politiche, contro il potere monarchico tradizionale; frutto della loro predicazione
che spesso si era svolta sotto la protezione morale e materiale di quell'aristocrazia,
che tanto cara avrebbe pagata la sua imprudenza, la rivoluzione francese che
possiamo ben definire un una delle più
sanguinose pagine di storia di tutti i tempi, poiché per trovare qualcosa di simile
bisogna risalire alle persecuzioni dei primi secoli dell'era Cristiana.
Si era creduto, convocando gli Stati generali di poter porre
riparo alla grave crisi finanziaria che travagliava la Francia, ma la
costituzione dell'assemblea nazionale segnò la prima diminuzione dell'autorità
regia.
Il Re di Francia era ormai costretto a lasciare il potere
effettivo nelle mani delle varie assemblee che si succedevano, ed il 21
settembre 1792 la Convenzione dichiarando decaduta la monarchia, non faceva che
constatare un dato di fatto, poiché da più di due anni il Sovrano era praticamente
prigioniero. Con Luigi XVI, la convenzione si illuse di aver sepolto la
Monarchia e che, sazi ormai del sangue dei suoi nemici, cominciava a pascersi
dei suoi stessi padri. Uno per uno, i corifei della rivoluzione trionfante,
salirono i gradini del palco fatale e Robespierre, Bailly, Vergniaud, Danton,
Desmoulins e molti altri lasciarono la testa sul patibolo senza che il loro
sangue rafforzasse la repubblica che dovette ben presto soggiacere alla sete
d'impero dell'antico generale Bonaparte, divenuto «l'imperatore dei francesi».
L'impero napoleonico rappresenta, da un punto di vista
monarchico, una delle più strane forme di reggimento politico della storia, ed
offre i migliori spunti di riflessione su una situazione, in quanto a legittimità,
assolutamente anomala .
È indubitabile storicamente che Napoleone avesse usurpato un
trono non suo, in base ai principi della rivoluzione, o piuttosto con il
diritto del più forte, ma tuttavia egli obbligando Pio VII ad incoronarlo o
meglio ad assistere alla sua incoronazione volle dare una vernice di legittimità
al suo illegittimo potere: ora è appunto da chiedersi quale valore egli
intendesse attribuire a tale atto, quando non aveva esitato a schierarsi contro
un Re e quando aveva voluto sottolineare, prendendo avanti al Papa la corona
con le sue stesse mani, di non voler sottostare a nessuno; quale valore avesse
la presenza, quasi coatta di Pio VII che si limitò ad assistere
all'autoincoronazione di Napoleone, ed infine
per quale Principio, se non per le contingenze politiche, si potesse
considerare vacante il trono dei Borboni.
Evidentemente, Napoleone aveva inteso soltanto accrescere il
prestigio di quella cerimonia, con la presenza del Papa, senza riconoscere alcun
fondamento teocratico al suo potere; Pio VII si era adattato, per timore di mali maggiori ad una situazione
assurda; e tale consacrazione in ogni caso non avrebbe avuto alcun effetto in
quanto lesiva del diritto esclusivo e legittimo della dinastia Borbonica,
consacrata a Reims, senza che mai nessun Pontefice, ne avesse dichiarato la
decadenza, che sarebbe poi stata assolutamente ingiustificata.
sabato 25 aprile 2026
Vita segreta al Quirinale V parte
UNA RISPOSTA DI FABRIZI
Intanto il Luogotenente, con sereno stoicismo, continuava a ricevere uomini politici e militari, mutilati e artisti. Una mattina chiese udienza il popolare attore Peppino De Filippo, che il Luogotenente conosceva e apprezzava. De Filippo,
[…] parte mancante, nota dello staff
le dita, non sapendo dove posarlo e non volendo gettarlo sul tappeto, se lo mise in tasca.
Umberto lodò il film e l'interpretazione dei due bravissimi attori.
Ed annunciò a Fabrizi che lo nominava commendatore della Corona d'Italia. Fabrizi finemente rispose: “Se Lei rimane, Maestà, mi basta essere stimato; se Lei dovesse lasciare l'Italia, mi dispiacerebbe invece non potermi fregiare di un'onorificenza datami da Vostra Maestà
”.
Nel febbraio 1946, intanto, giunse a Roma la regina Elena che andò ad abitare Villa Savoia, rimanendovi quindici giorni; naturalmente la cosa passò pressoché inosservata, specie da parte del grosso pubblico (che forse la ignorò del tutto).
Elena era accompagnata dalla sua dama duchessa di Torrecuso, la quale, contrariamente a ciò che era avvenuto nel passato quando prestava servizio, abitò essa pure a Villa Savoia. La regina era stata richiamata a Roma dalla malattia di sua cognata, la principessa vedova del principe Mirko di Montenegro: inferma da tempo, la principessa si era aggravata improvvisamente.
In quei giorni la Regina Elena non si recò mai al Quirinale e, se le occorse qualcosa, se lo fece portare dalla sua cameriera Umberta che abitava in un appartamentino al mezzanino della "Manica Lunga". Il Luogotenente, invece, tutti i giorni andava a vedere la madre, ma sempre solo. I nipotini, che la regina Elena amava vedere spesso, andavano dalla nonna in automobile, uscendo dalla porta di via XX Settembre.
Durante la breve permanenza nella capitale, la regina Elena ricevette a Villa Savoia tutte le sue dame, così pure parecchi dei suoi gentiluomini del Nord venuti a Roma per ossequiarla. Dando prova di molta nobiltà, ricevette anche le dame che avevano parteggiato dopo l'8 settembre per la repubblica di Salò. Evidentemente la regina, al suo gesto aveva inteso dare, passata la tempesta, un significato di ritrovata concordia fra italiani.
La malattia della principessa Militza s'aggravò ancora, e il 18 febbraio la cognata della regina Elena passava a miglior vita. Per la morte della zia, il Luogotenente convocò nel villino abitato dalla defunta tutti i principi residenti in Roma e le loro Corti. Otto staffieri in livrea erano al di là e al di qua della breve scala del villino di via Scialoja. Anche la principessa di Piemonte era presente, così i principi Romanoff, nipoti della regina Elena. Arrivò il pope russo, essendo la defunta di religione greco-ortodossa. Cerimonia breve, intima. Fuori sostavano alcune macchine e poca folla. In quei giorni Roma era occupata a seguire l'arrivo del nuovi cardinali creati dopo il Concistoro. Il Luogotenente ricevette naturalmente, secondo la prassi di rito, l'invito ad assistere alla solenne cerimonia finale del 21 febbraio: e alle otto del mattino si mosse in automobile verso San Pietro.
La Basilica era stata meravigliosamente addobbata. Lungo la navata centrale erano erette delle tribune, per tutta la sua lunghezza adorne di arazzi preziosi le cui tinte si fondevano in una leggiadra e armoniosa gamma di colori, sullo sfondo degli ori e dei marmi, risplendenti alla luce viva dei riflettori. San Pietro era gremito, sia le tribune, che avevano soltanto posti a sedere, sia i recinti costruiti nella grande crociera, ove il pubblico stava in piedi. Al completo il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede: fastose uniformi, nere toilettes delle signore, scintillanti di gioie.
Alle 9 precise si notò un movimento tra la folla adunata nel tempio; poi ripetutamente il grido di "Evviva" echeggiò sotto le volte altissime: erano entrati nella Basilica i principi di Piemonte. Per quanto il Luogotenente facesse segno di non applaudire per rispetto al luogo sacro, l'ovazione si prolungò.
Alle 9,30 precise le trombe d'argento fecero udite i loro squilli, seguì l'inno pontificio e, dalla Cappella della Pietà, il Pontefice, sulla sedia gestatoria, entrò in San Pietro.
Un lunghissimo irrefrenabile applauso salutò anche il vicario di Cristo. Era attorniato dalla sua nobile Corte, e, particolare mai verificato da secoli, era seguito dai due principi assistenti al Soglio: principe Colonna e principe Orsini, quest'ultimo ancora prestante nonostante la tarda età.
Per un'ora e mezzo si susseguirono tutti i cardinali di nuova nomina. Poi il Papa scese dal trono, risalì sulla sedia gestatoria, compiendo il giro dell'Altar' Maggiore, in modo da passare molto vicino alla tribuna reale. (Questo fatto venne aspramente criticato il giorno dopo nei fogli di sinistra).
Sua Santità benedisse tre volte il Luogotenente, fissandolo negli occhi, poi proseguì tra i flabelli lungo la navata centrale, accolto da un crescendo di applausi. Allontanatosi il Papa dal tempio, Umberto rimase ancora a pregare. Quando uscì dalla Basilica, il grido scandito di "Savoia" proruppe da molti popolani: fu la prima spontanea manifestazione pubblica alla Monarchia.
RICEVIMENTO Al CARDINALI
Si parlò moltissimo in quei giorni di un grande ricevimento che il Luogotenente avrebbe dato ai cardinali presenti in Roma per il Concistoro; si trovava strano che le porte del Quirinale, non più aperte a nessun ricevimento dopo il ritorno di Umberto a Roma, si schiudessero solamente per tale occasione, e i pettegolezzi furono infiniti.
Il ricevimento, ebbe luogo, infatti, il 25 febbraio. Erano stati invitati tutti i membri del governo. Togliatti e Nenni si astennero, De Gasperi vi partecipò con gli altri ministri. Per togliere ogni carattere mondano al ricevimento, le signore della cosiddetta società elegante non vennero invitate, ciò che suscitò un nuovo vespaio.
Per la prima volta nel Regno di Italia i principi della Chiesa si recarono in così gran numero al Quirinale. Il Luogotenente aspettava gli ospiti in piedi nella Sala del Trono, attorniato dai principi reali residenti in Roma. I cardinali, dopo aver parlato con Umberto, venivano uno alla volta introdotti dal gentiluomo di servizio, conte Solaro del Borgo, alla presenza della principessa di Piemonte che si trovava nella sala attigua, avendo vicine le duchesse di Genova e di Ancona.
Maria José indossava un vestito di merletto blu scuro, con sulle spalle una pellegrina di volpi argentate, lunghi orecchini, quadruplice giro di perle al collo. Primo ad entrare fu il cardinale Agagianian, che invitò la principessa a voler assistere al prossimo Pontificale in rito armeno. La principessa promise di assistervi, ma per ragioni politiche (giacché gli "Evviva" durante la cerimonia del Concistoro avevano impensierito gli uomini politici allora al governo), Maria José non andò più in San Pietro.
Finita la presentazione dei cardinali alla principessa, il Luogotenente s'avviò verso la sfilata delle ricche sale, in quella ov'erano state preparate tre vaste tavole ovali, illuminate da venti candelabri di venti candele ognuno. Le candele rimasero al loro posto, il ricco buffet sparve rapidamente: come accade in ogni importante ricevimento.
I ricevimenti per i neo-cardinali continuarono presso le varie ambasciate, ma quello di maggior risonanza ebbe luogo al Grand Hotel, offerto dal cardinale Spellman.
Il Luogotenente e la principessa intervennero in forma ufficiale. Enorme folla nell'aristocratico albergo di via delle Terme, rivincita per chi non era stato al Quirinale, ottima occasione per i principi onde avvicinare tante "personalità" d'ogni parte del mondo. Essi s'intrattennero per più di due ore, parlando con tutti, nonostante i reiterati avvertimenti del primo aiutante di campo. Questa prolungata partecipazione al ricevimento fu peraltro assai gradita agli ospiti ed i giornali americani commentarono molto favorevolmente la cosa.
Oramai il Luogotenente moltiplicava la propria attività, da solo, tenendosi a contatto con le autorità alleate di passaggio, e partecipando assieme alla principessa a taluni ricevimenti.
L'ambasciatore americano Kirk, particolarmente legato all'Italia per aver passato I primi anni della sua carriera a Roma, invitò più volte il Luogotenente. Per natura non amante delle feste, Kirk fece il possibile per dimostrare ugualmente la sua devozione ed il suo attaccamento a Umberto: nonostante egli usasse sempre una tavola rotonda, a distinguere il posto dell'augusto ospite metteva una grande poltrona dorata. Di tali suoi sentimenti fa fede, del resto, il ritiro volontario dalla carriera dopo il referendum.
Un altro errore degli uffici stampa monarchici, in questo periodo, fu l'aver ignorato il ritorno dall'internamento in Germania della duchessa Anna d'Aosta. La duchessa era priva di ogni cosa; al punto che, invitata ad un ricevimento intimo offerto al Quirinale in onore degli ufficiali della V Armata, non avendo con sé neppure un abito da sera, ne indossò
uno della principessa Maria José.
A questo ricevimento gli ufficiali alleati avevano chiesto di condurre la banda del reggimento dei Filippini, che faceva parte dell'armata stessa. Fu loro concesso e si videro così nell'austero palazzo i soldati che, mentre suonavano, si adornavano di ghirlande fiorite e si muovevano gesticolando, alternando marce e danze delle isole dei mari del Sud.
mercoledì 22 aprile 2026
Saggi storici sulla Monarchia - XXI
4) L'ASSOLUTISMO.
Il prestigio della tradizione
monarchica, decaduta almeno formalmente e da un punto di vista squisitamente
dottrinario, ritrovò uno sprazzo dell'antico splendore in Francia sotto il
lungo regno di Luigi XIV detto il Re Sole. Questi del suo splendido palazzo di
Versailles fece i 'tempio della regalità e ribaldì con famosa frase: «L'état
c'est moi» il principio della monarchia assoluta.
Il concetto monarchico di
Luigi XIV è quello assoluto, nel senso più pieno della parola; per il principio
dell'autorità il Sovrano è non soltanto il principe ma anche il tutore dei suoi
sudditi ed in un certo senso il pesante protettore della Chiesa. Ed appunto in
quell'epoca le correnti teologiche gallicane ebbero in Francia il loro maggiore
sviluppo ed i tentativi di indipendenza del clero francese dalla Sede di Roma
trovarono nel Re un tollerante osservatore anche se non un vero e proprio protettore.
Differente situazione
presentava l'Inghilterra, retta dopo l'estinzione dei Tudor, dagli Stwart;
mentre Luigi XIV si accontentava di dichiarare parte integrale del potere
monarchico lo « ius regaliae » (cioè il diritto della Corona francese
esercitato da secoli in gran parte del regno, di amministrare i vescovati e di
conferire durante la vacanza i benefici di collazione vescovile) la nazione
d'oltremanica continuava a mantenere nello spirito della tradizione monarchica,
i principi ispiratori dell'azione di Enrico VIII staccatosi da Roma e
autoproclamatosi capo della Chiesa d'Inghilterra. Questa innovazione, che
riuniva in una sola persona i due poteri civile e religioso, concedeva al
Sovrano un potere praticamente assoluto, ma proprio l'Inghilterra pervenuta ad
un assolutismo reale se non formale ai primi del cinquecento, cioè circa un
secolo prima degli altri stati, battè poi la strada opposta, giungendo,
attraverso due rivoluzioni ad un regime liberale, almeno un secolo prima del
resto d'Europa.
Dopo il breve regno di Edoardo
VI e quelli di Maria la Cattolica e di Elisabetta, tutti e tre figli di Enrico
VIII, salì sul trono inglese agli inizi del XVII secolo, Giacomo Stuart,
anglicano benché figlio della cattolica Maria Stuarda da cui aveva ereditato la
corona scozzese. Giacomo I crudele ed ingiusto verso i cattolici, non fu
gradito neppure ai protestanti puritani e presbiteriani offesi dal tentativo
del Re di episcopalizzare la chiesa scozzese e poiché in quelle sette viva era
la tendenza, ereditata dal calvinismo, verso la democrazia, essa giunse molto
oltre fino a professare il diritto di resistenza alla tirannia religiosa e
dell'uccisione del tiranno. Questi risentimenti vivissimi sotto il regno di
Giacomo, tutto compreso dell'origine divina e dello sconfinato potere della
regalità, crebbero sotto quello del figlio Carlo I.
Le lotte continue fra il Re ed
I suoi ministri da una parte, ed il parlamento dell'altra ebbero vario esito,
non senza gravissime umiliazioni inferte alla Corona, come l'accusa al Duca di
Buckingham e la condanna a morte del conte di Strafford, ambedue ministri e
favoriti del Sovrano, e sboccarono nella guerra civile. Il Re sconfitto e catturato,
venne condannato a morte come «tiranno, traditore, omicida e nemico della
comunità» e decapitato il 30 gennaio 1649. Era la prima testa coronata,
troncata dalla rivoluzione borghese, sorta a chiedere impaziente ed insaziabile
il sangue del Sovrano.
La proclamazione della
repubblica inglese non è il primo episodio storico che mostra la ricca classe
borghese dei mercanti in lotta contro il potere regio, sostenuto dalla nobiltà,
ma è certo il più grave; la borghesia è ormai alla ricerca di un mezzo
qualsiasi per poter assumere una funzione politica e non esita, per questo, a
farsi strumento dei tiranni quale Oliviero Cromwell, e a calpestare ogni
tradizione ed ogni principio di diritto.
Quanto alla monarchia inglese,
restaurata nel 1660, nella persona del figlio di Carlo I, Carlo II, ebbe pochi
anni di vita perché il nuovo Sovrano non riuscì a consolidarne le basi in un
terreno minato dalla eresia protestante; il fratello e successore Giacomo II
che tentò di restaurare nel regno il Cattolicesimo fu travolto
dell'infedeltà dei sudditi, ormai formati nello spirito anglicano e antiromano,
e dovette abbandonare l'Inghilterra nel 1688 mentre vi entrava, chiamato dai
partiti protestanti, il genero Guglielmo d'Orange-Nassau statholder d'Olanda,
che ottenne la corona accettando definitivamente la Chiesa anglicana e la forma
costituzionale del governo.
Con la caduta della dinastia
degli Stuart, si può considerare finita in Inghilterra la tradizione monarchica
da un punto di vista ideologico; ancora perdura formalmente ed è viva nella
coscienza nazionale inglese, la devozione verso la monarchia britannica ma tale
fedeltà si esplica soltanto in formule esteriori di carattere sentimentale e
coreografico senza che la tradizione monarchica riesca a dare al paese una sua
impronta politica ed il Sovrano non è che un simbolo, di fronte al parlamento
ed al governo, espressione di questa assemblea.
Né in Francia, Luigi XIV
nonostante il suo assolutismo più politico che ideologico, riuscì a dare una
nuova vitalità al principio monarchico sul piano teoretico. Alcuni suoi
atteggiamenti di fronte alla Chiesa resero talvolta la sua figura di politico
piuttosto contrastante con quella del Re consacrato e la sua vita privata non
permise di poterlo sempre considerare come l'esempio dei suoi sudditi.
Il pensiero politico
dell'epoca del resto, non va molto discosto dall'andamento pratico e benché il
grande Vescovo di Meaux, Boussuet abbia illustrato con le più belle pagine
dettate dalla sua eloquenza, l'altezza e la dignità della tradizione
monarchica, pure non mancarono altri come Thom'as Hobbes che pur riconoscendo
al Sovrano il diritto ed il dovere di difendere i diritti della sovranità e di
rendere conto del proprio operato solo a Dio, non tralasciarono di affermare
che il Re riceveva il potere dai componenti dello stato, cioè i sudditi che
con un patto di tutti glielo avevano trasferito. «Questa - egli dice - è
l'origine di quel grande leviatano, o per usare maggior rispetto, di quel Dio
mortale, al quale dobbiamo pace e difesa, giacche per l'autorità conferitagli
dai suoi componenti, ha tanta forza e potere che può disciplinare la volontà
di tutti in vista della pace interna e dell'aiuto scambievole contro i nemici
esterni » Leviatano II, 17).
E' chiaro
che con questo, Hobbes benché teorico dell'assolutismo viene a negare l'essenza
del potere monarchico quale era stato concepito da S. Paolo in poi; la sua
teoria della necessità di un potere unico che è indispensabile per la pace e la
tranquillità della società, non implica che un riconoscimento del potere
monarchico come espediente puramente politico, di carattere essenzialmente
umano e pratico, anche se
il delegato della società ha diritto al massimo onore ed alla massima
venerazione.
In fondo si può dire che il
pensiero di Hobbes, rispecchi le vicende della sua epoca che vide le
rivoluzioni inglese e gli atteggiamenti di Luigi XIV contro la Chiesa
cattolica, due situazioni cioè che mostrano un distacco, non solo formale, fra
i due aspetti del monarca: il reggitore politico ed il rappresentante morale
del principio di autorità, ed il pensiero del filosofo inglese assume un
carattere particolarmente indicativo, in quanto rappresenta l'ultima
espressione dell'assolutismo dottrinario, prima del sorgere dell'illuminismo.

