NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 15 marzo 2026

43° Anniversario della scomparsa in esilio di Re Umberto II

 

 




di Emilio Del Bel Belluz

 

Il 18 marzo 1983 moriva in terra d’esilio Umberto II di Savoia, ultimo Re d’Italia. Da allora sono passati 43 anni. Per coloro che lo hanno amato, questa data si ricorda con la stessa tristezza con cui si ricorda la scomparsa di una persona cara che ci ha voluto bene e ci ha insegnato a percorrere le strade della vita.

Ho voluto bene a questo Sovrano con tutto me stesso, e ho sofferto per la sua scomparsa. Qualcuno mi ha chiesto cosa mi abbia avvicinato a quest’uomo. La risposta è molto semplice e sa di verità.

Nella mia vita non ho mai voluto allontanare nessuno, e non ho mai pensato che si potesse impedire ad una persona di vivere nello Stato dove è nata o di amare ciò che le avrebbe reso più lieta la vita. Si dice che ognuno possieda un pezzetto di cielo nel luogo in cui è nato e che lo porti con sé per tutta la vita.

Quando a scuola venni a conoscenza che il Re Umberto II si trovava in esilio, avrei voluto poter fare qualcosa per far finire questa terribile condanna. Da bambini non è facile comprendere ciò che accade alle persone; ma la parola esilio, una volta imparata, mi è rimasta dentro come se si fosse attaccata al mio cuore.

Quando appresi la storia di Casa Savoia e del Re Umberto II, mi augurai che prima o poi questo esilio potesse terminare. Quelli come me si domandavano, nel corso degli anni, se il Re potesse finalmente ritornare, mail tempo passava inesorabile, e allora sperai in un atto di giustizia. Il mio Paese si riteneva paladino dei principi di democrazia, ma nulla accadeva.



Come aveva detto lo scrittore Giuseppe Prezzolini: “Nulla è più stabile del provvisorio”. Quando raggiunsi la maggiore età, ero talmente dispiaciuto che il Re si trovasse in Portogallo che decisi di scrivergli. Nella lettera che gli invia, gli dissi che ero molto dispiaciuto che dovesse rimanere lontano, e gli raccontai che molti italiani lo amavano e che avrebbero fatto qualsiasi cosa perché tornasse. In questa mia missiva gli chiesi se potessi avere una sua foto con dedica, che per me sarebbe stato un regalo molto importante.

Mi ricordo che mi recai alla posta, e con orgoglio, chiesi all’impiegato un francobollo per il Portogallo e informazioni sul tempo necessario perché la lettera arrivasse a destinazione.

Ero molto felice e nutrivo tanta speranza. Alla sera pensavo che il Re avrebbe gradito che un giovane si ricordasse di Lui. In certi momenti immaginavo di essere il primo a vederlo dal suo ritorno dall’esilio. Quella lettera che avevo inviato al Re, arrivò a destinazione, perché qualche settimana dopo, mi giunse la sua gradita riposta e la sua foto con dedica. Mi sentivo come se avessi toccato il cielo con un dito dalla felicità.

Mostrai con orgoglio quella foto con dedica a tutte le persone che conoscevo. La posi in una cornice d’argento, quindi la sistemai con cura nella mia biblioteca. Gli anni continuavano a passare e seguivo le vicende del Sovrano attraverso gli articoli che comparivano nei vari giornali. Li custodivo come fossero un tesoro. Quando seppi che il Re era ricoverato in un ospedale a Londra, perché le sue condizioni di salute non erano buone, avrei voluto essergli vicino come un figlio fa con il proprio padre.




Leggendo una sua intervista, nella quale chiedeva al presidente della repubblica di poter morire nel suolo italiano, mi si strinse il cuore. In un cero verso ero sicuro che lo avrebbero accontentato, non per pietà verso un Re che stava morendo, ma per un atto di giustizia, anche se arrivava troppo tardi. Dopo il referendum istituzionale il Re aveva lasciato il proprio Paese per evitare una guerra civile. A Napoli ci furono dieci morti e centinaia di feriti monarchici.


De Gasperi promise al Re che il suo allontanamento dall’Italia sarebbe stato provvisorio, per qualche mese, finché le acque si sarebbero calmate. Quel provvisorio durò 37 anni d’esilio da vivo e 43 anni d’esilio da morto. Ai funerali del sovrano morto in esilio mi sentivo umiliato, triste, abbattuto come un albero sfondato.

Da studente in legge ricordai come fosse giusta la citazione del grande avvocato Francesco Carnelutti: “L’Italia è la culla del diritto, ma è la tomba della giustizia”. Quel giorno eravamo migliaia di persone di ogni età, provenienti da tutta Italia, per vedere il loro Re. Lo vidi morto, il volto sofferente, indossava la divisa da generale del Regio Esercito, e sopra la sua bara era stesa la bandiera con lo stemma Sabaudo. Il 23 marzo 1983, piansi il Re come se fosse morto mio padre, e ripensai alla terribile condanna chiamata esilio.

Ero stato costretto ad onorare il mio Re in terra straniera. Lo stesso giorno vidi S.A.R., il Principe Vittorio Emanuele IV, assieme a suo figlio, il Principe Emanuele Filiberto che all’epoca aveva 11 anni. Suo padre e suo figlio avrebbero continuato a rimanere in esilio fino al 2002. In questi giorni che precedono la data dell’anniversario della sua morte, mi sento indignato nei confronti del mio Paese perché mi ha impedito di vedere il mio Sovrano vivere nella nostra bella Italia.

Nella mia biblioteca ho centinaia di libri e riviste inerenti alla storia di Casa Savoia che ho ereditato dai miei antenati e che custodisco come fossero un tesoro. Ogni volta che osservo la sua foto con dedica conservata nella mia biblioteca, rivedo un Sovrano che non aveva mai dimenticato le sue origini, la sua storia e il suo amore per la Patria che lo vide nascere. Uno dei sogni della mia vita, era quello di poterlo conoscere, di stringergli la mano, e di dimostrargli il mio affetto e la mia stima.

È da sessant’anni, comunque, che lo porto nel cuore. Alcuni giorni fa, ebbi la fortuna di trovare scritto sul settimanale Epoca del 1952, questa lettera indirizzata al Sovrano in cui una bambina Lo invitava a ritornare in Italia. Caro Re. Sono una bambina di 7 anni e ti voglio tanto bene. Ti voglio bene che desidero vederti. Mi hanno detto che tu a Roma non puoi venire. Io ti do un consiglio, fatti dare i vestiti di un povero e tu dai i tuoi a lui e così vestito vieni a Roma. Fai sapere quando verrai che ti veniamo ad aspettare alla stazione. Per piacere mi mandi la fotografia della principessa Beatrice della prima comunione. Bacetti Luciana Nardi.

Questa una delle tante lettere che giunsero al Re in esilio, che lo avranno reso felice. Chissà se quella bambina sarà ancora vivente? Riporto questa sua riflessione, quella di un uomo che ha tanto sofferto e tanto amato la sua patria. “Ogni giorno mi è più amaro l’esilio, non solo per il tempo trascorso senza aver potuto vedere i luoghi e persone tutti per me cari e pieni di ricordi, ma soprattutto perché nelle difficoltà da affrontare e da risolvere avrei potuto dare una mano anch’io”. Alla sua morte, il 18 marzo 1983, nel suo scrittoio di Cascais, trovarono il suo testamento spirituale: «Dal testamento di San Pietro I Vladika del Montenegro. “Io mi avanzo pieno di speranza alle soglie del Tuo Divino Santuario la cui fulgida luce ravvisai sul sentiero misurato dai miei passi mortali. Alla Tua chiamata io vengo tranquillo...”». Una citazione di una lettera di san Paolo ai Corinti, copiata in latino e tradotta in italiano: «Mihi autem pro minimo est ut a vobis iudicer (aut ab humano die). Sed neque me ipsum iudico. Nihil enim mihi conscius sum sed non in hoc iustificatus sum; qui autem iudicat me, Dominus est». Traduzione del Re: «Poco importa a me d’essere giudicato da voi (o da un tribunale di uomini) né mi giudico da me stesso, poiché non ho coscienza di aver commesso alcunché ma non per questo sono giustificato: mio giudice è il Signore».


sabato 14 marzo 2026

Anniversario della scomparsa di Francesco Cognasso

 


di Gianluigi Chiaserotti

Il 14 marzo di quaranta anni fa, a 99 anni (ne avrebbe compiuti 100 il 16 dicembre), moriva lo storico Francesco Cognasso.


Fu docente universitario dal 1928, insegnando (fino al 1956) Storia Mediovale all'Università di Torino.

Nell'ambito del periodo medievale ha studiato specialmente la storia bizantina e quella delle Crociate ("La genesi delle Crociate", 1934; "Bisanzio, storia di una civiltà", 1976).

Quindi studiò con molta precisione la storia del Piemonte e della Dinastia Sabauda, quest'ultima con documentatissime biografie ("Il Conte Verde, 1334-1383", 1926; "Umberto Biancamano", 1929; "Amedeo VIII, 1383-1481", due voll., 1930; "Storia di Torino", 1934; "Tommaso I e Amedeo IV", due voll., 1940; "I Savoia nella politica europea", 1941; "Il Piemonte nell'età sveva", 1968).


Ma la sua ricerca fornì alcuni quadri nell'insieme ("Popoli  e Stati nel Mediterraneo nell'Alto Medioevo", 1931; "Il Medioevo", 1958).

Ma il suo contributo fu anche per la Storia del Rinascimento e del periodo risorgimentale ("L'Italia nel Rinascimento", 2 voll., 1965; "Vittorio Emanuele II", 1942 e la raccolta delle sue "Lettere", 2 voll., 1966; "Cavour", 1974).

Francesco Cognasso fu, dapprima insegnante in ginnasi e licei, ed in seguito il primo preside della facoltà di Magistero di Torino dove insegnava Storia moderna. 

Prendendo il posto di Giorgio Falco – estromesso dalla docenza universitaria in forza delle leggi razziali – nel 1939, Cognasso ottenne appunto  la cattedra di Storia medioevale nella Facoltà di Lettere del capoluogo piemontese, conservandola sino al 1968, quando fu proclamato professore emerito per raggiunti limiti di età.


Tra il 1930 e il 1934 diresse la Rivista storica italiana, nel dopoguerra divenne presidente della Deputazione Subalpina di Storia Patria, direttore del Bollettino storico-bibliografico subalpino e consigliere del Centro italiano di studi sull'alto medioevo. Tutta la sua produzione lo vide, come già detto, sempre impegnato in modo particolare nello studio dei documenti medioevali. Fu un tenace sostenitore della monarchia sabauda e concentrò le sue ricerche soprattutto sul Piemonte e sui Savoia, attraverso i quali entrò nel vivo dei maggiori conflitti europei e si interessò alla politica viscontea. Si interessò, come detto,  anche di Bisanzio e dell'Oriente, argomenti all'epoca trascurati in Italia (Giovanna di Savoia fu imperatrice romana d'Oriente, moglie di Andronico III Paleologo).

L'attività di studioso non si svolse esclusivamente nel mondo accademico, ma tenne intensi rapporti anche con ricercatori locali. Non più docente universitario, continuò i suoi studi soprattutto del passato piemontese e sulle origini dei Savoia e sul Risorgimento. 

Il Re Umberto II creò il prof. Cognasso Cavaliere Civile di Savoia (1964) e quindi membro della Consulta dei Senatori del Regno.

Fu anche socio dell'Accademia delle Scienze di Torino, socio nazionale dell'Accademia dei Lincei (1966), presidente della Mostra storica organizzata in occasione del Centenario dell'Unità d'Italia, nel 1961.

(I libri riprodotti nelle foto sono conservati nella mia biblioteca).

Conferenza a Roma

 

Siete invitati a una Nostra Lectio Magistralis dal Titolo


IL  CAPITALE  GEOPOLITICO

L’INFORMAZIONE  SCIENTIFICA. 

L’EPOCA DEL METAVERSO

L’Evento, sulla base della prolusione di inizio Anno Accademico, dà l’avvio ad una serie di interventi dedicati al Terzo Millennio.


La Capitale del Mondo, in asse tra l’Europa e il Mediterraneo,
sarà presa in esame nel suo ruolo geopolitico.
L’Informazione Scientifica sarà adottata, per ragioni di metodo, come punto di vista privilegiato per inquadrare la categoria del Metaverso,  al fine di mettere in forma l’attuale Sistema dell’Arte, espressione evidente di una Visione del Mondo, altrimenti superata.
L’Italia si innova in verità al suo cospetto Nomen Omen.


L’ Obiettivo   Promuovere l’Italia dal Centro di Roma
Il Focus L’Idea di Roma
LIBRERIA  HORAFELIX
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MERCOLEDI’   18  MARZO  2026  ORE 18
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      Cordialmente
          Prof. Massimo Fulvio Finucci e D.ssa Clarissa Emilia Bafaro

sabato 7 marzo 2026

Saggi storici sulla tradizione monarchica - XVII

 

2) LE FONTI CRISTIANE

Mentre il principato dei Cesari si affermava sempre più nell'immenso stato romano, una nuova forza sorge in Oriente, dilagando con rapidità meravigliosa: il Cristianesimo. Forza rinnovatrice perché nemica della schiavitù, della violenza, dell'oppressione, ma tradizionalista in un senso strettamente politico, la nuova Religione non mancò di mettere in luce la sua assoluta fedeltà al legittimo rappresentante dell'impero romano e già S. Paolo scriveva ai Romani: « Ognuno sia sottoposto ai poteri superiori poiché non vi è potere se non da Dio e i poteri esistenti sono ordinati da Dio, cosicché chi resiste al potere resiste all'ordine di Dio ». Ep. ai Romani XIII 1-2).

I fedeli di Cristo, non potevano però riconoscere al principe quei
poteri e quell'autorità: strettamente connessi con i principi della religione pagana e cioè il carattere di semidio e partecipe della natura divina e rifiutarono al sovrano il tributo di adorazione dovuto soltanto al vero Dio. Questa fu la ragione principale delle persecuzioni sanguinosissime che da Nerone a Costantino per circa duecentocinquant'anni infierirono contro i Cristiani; la loro fede minava alle basi il potere imperiale che reggeva quasi esclusivamente sul mito religioso, unico composta da decine di popoli ed in un esercito formato in gran parte da soldati barbari e mercenari.

Tale situazione venne a mutare nel 313 con il famoso editto di Mi­lano, quando Costantino 'accordò ai Cristiani la libertà di culto, ed il progressivo avvicinamento di questo Imperatore al Cristianesimo portò ad una revisione totale di vecchi principi condannati a cadere perché falsi e irrazionali. La religione pagana era ormai debellata ed anche il culto del principe deificato era ormai caduto in disuso come quello delle altre divinità olimpiche, ma Costantino volle evitare che questo nuo­cesse al prestigio della corona introducendo una serie di innovazioni nella corte che ebbe sede a Costantinopoli, la magnifica città sul Bo­sforo da lui fatta edificare, e considerata la nuova Roma.

Qui la corona ricevette nuovo splendore attraverso la pompa delle cerimonie e la magnificenza dei costumi assunti dall'Imperatore: nuove cariche vennero ad ingrandire la già enorme schiera dei funzionari e dei cortigiani imperiali, nuove regole di etichetta ad accrescere nel popolo la riverenza ed il rispetto per la figura dell'Imperatore, non più dio, ma proclamato «isoapostolos» cioè uguale agli Apostoli.

La partecipazione di Costantino agli affari della Chiesa, lo rese protettore dei Vescovi ed in un certo senso esecutore delle loro sentenze, come quando dopo il concilio di Nicea, nel 325, in seguito alla condanna pronunciata dai Padri contro l'eretico Ario, l'Imperatore acconsenti a mandarle in esilio con alcuni seguaci; tuttavia Costantino non volle assumere nelle !assemblea ecclesiastiche una parte di primo piano, al­meno ufficialmente come ben nota S. Giovanni Bosco scrivendo: « Egli prese parte al Concilio non come giudice ma come protettore dei Ve­scovi, e per impedire che gli eretici commettessero turbolenze ». (Storia eccl. Epoca II cap. I1°).

L'autorità imperiale, in definitiva aveva guadagnato con l'acco­starsi alla Chiesa, l'appoggio di una grande organizzazione che ormai stendeva ovunque i suoi rami ed alla quale aderivano uomini illustri per santità di vita e profondità di dottrina; abbandonando il paganesimo l'imperatore aveva abdicato a dei titoli, in cui permaneva un prestigio puramente umano e politico senza che alcuno potesse ragionevolmente concepire n sovrano come un essere soprannaturale. Le stesse divinità dell'Olimpo avevano perso quasi completamente ogni ascendente sul popolo e fin dal tempo di Traiano, Plinio poteva scrivere dalla. Bitinia che i templi pagani erano quasi deserti.

Abbandonando quindi il paganesimo per il Cristianesimo, Costantino aveva compiuto un atto politico, oltre che religioso, della massima importanza e rafforzato saldamente il trono all'ombra della tradizione cristiana armai ricca di tre secoli di storia gloriosa e di (miracoli strepitosi. Mentre in Occidente l'Impero di Roma, cadeva sotto i colpi delle orde barbariche e l'ultimo imperatore Romolo Augusto, portava con sé nella tomba l'ultimo ricordo della potenza romana, in Oriente, veniva acquistando sempre maggiore importanza il concorso della Chiesa, come fonte del potere civile. Dalla decadenza degli antichi organi repubblicani, solo il Senato aveva conservato, almeno formalmente, una, qualche importanza soprattutto per la sua funzione di manifestare solennemente la sua volontà, quando l'imperatore appena eletto gli comunicava la propria assunzione al trono, ma ben presto venne soppiantato dall'autorità ecclesiastica con l'introduzione da parte dell'imperatore Leone, nel 457 (se non del predecessore Marciano, nel 450) della solenne cerimonia dell'incoronazione. Accettando la corona, ai piedi dell'altare, dalle mani del Patriarca di Costantinopoli, il Sovrano riconosceva esplicitamente di riceverla dal rappresentante di Dio, qualificato a rappresentarlo in quanto membro della Chiesa.

Nasce così la figura dell'imperatore consacrato e delegato da Dio, attraverso la Chiesa, a governare il popolo cristiano, a difendere il Cristianesimo, a tutelare la giustizia. Quell'imperatore che prima era il padre ed il padrone dei popoli perché essere semidivino e superiore ad ogni altro, viene ad assumere prerogative più ristrette ma ugualmente elevate in forza della consacrazione.

Il principio del diritto divino ha qui la sua prima esatta concretizzazione storica perché viene stabilito che il monarca è tale per un diritto che entra in vigore alla morte del suo predecessore, ma raggiunge la pienezza del potere soltanto con la consacrazione carismatica, quasi sugello soprannaturale all'autorità terrena del nuovo sovrano.

La tradizione biblica che rappresentava il Sovrano scelto da Dio, per mezzo di un suo incaricato, (così infatti Samuele cercò ed unse Re, per incarico divino, prima Saul e poi David) rivive nella tradizione del Nuovo Testamento, poiché il rappresentante della Divinità consacra colui che per un complesso di circostanze è giunto al trono.

Non esiste ancora il concetto preciso di legittimità, perché frammentario e spesso infranto è il principio dinastico talvolta alternato a quello elettivo o ad altri criteri di scelta, ma è ormai ben chiaro il principio giuridico ed universale del diritto del Re consacrato come precisati sono i rapporti fra il Pontefice e l'Imperatore nella famosa definizione di Papa Gelasio I.

Talvolta questo concetto di divina consacrazione, darà all'imperatore la pretesa di partecipare all'attività dottrinale della Chiesa con ingerenze anche indebite, ma resta fatto innegabile l'unione fondamentale della Chiesa e dell'Impero che ormai sono un tutt'uno. 

Con S. Gregorio Magno s'incomincerà a parlare di Repubblica cristiana che comprende tutt'insieme Chiesa e Impero, la società cristiana, unica, come la concepirà il Medio Evo, ed infine vedremo questi concetti assumere nuova importanza e grandeggiare come frutti meravigliosi dell'ingegno di San Tommaso e di Dante, sintesi mirabile di ottocento anni di pensiero religioso e politico medioevale.


domenica 1 marzo 2026

Saggi storici sulla tradizione monarchica - XVI

 


LE FONTI

1) LE FONTI CLASSICHE

Si può ben dire che il principio monarchico sia vecchio quanto il mondo; fino alle porte misteriose della preistoria, fin dove giunge l'occhio dello storico è sempre presente il concetto immutabile del supremo reggitore terreno la cui 'autorità è partecipazione di quella divina, di ordinamenti umani strettamente legati a quelli celesti.

Così in Oriente, là dove sorsero le prime grandi civiltà storiche, i Re sono dei, o figli, o pupilli di divinità e come queste possono esercitare un potere assoluto dispotico; i Faraoni egiziani e i Re babilonesi, come più tardi quelli assiri, venivano considerati come padroni assoluti della vita e dei beni dei loro sudditi e nello stesso tempo dovevano procurare a questi il necessario alla loro vita ed al loro benessere: il loro governo di carattere paternalistico a tendenza totalitaria, mirava a regolare giuridicamente i rapporti economici ed a stabilire o controllare prezzi, salari tassi, attraverso una porzione di prodotti incamerati dai Sovrano, tanto grande da formare quasi dei monopoli regi.

In Europa, più 'antico ricordo monarchico è costituito s'alla ci‑

viltà cretese (3000-1200 a. C.) che fiorì nell'isola del Mediterraneo e di cui la tradizione serba Fil ricordo attraverso la leggenda del mitico Re Minosse, e quindi dalle monarchie d'Argo e di Micene, cantate dai poemi del ciclo titolo= omerico.

Gli avanzi che ancora oggi restano a testimoniare gli splendori di Creta, di Micene e di Troia, la tradizione orale e scritta, n cui primeggiavano i due grandi poemi di Omero: l'Iliade e l'Odissea, possono

 

darci anche un'idea abbastanza precisa di quale fosse il sistema politico su cui queste civiltà poggiarono ed in esso sempre primeggia,

il concetto del Re definito araldo di Giove» pastore di popoli in una parola rappresentante della divinità e da questa investito del suo potere sopra gli altri uomini. Molti di questi antichi sovrani sono anche parenti degli Dei, benché mortali, come benché figlio di Giove, Achille figlio di Veti e le sorelle Elena e Clitennestra sorelle dei Divine Dioscuri e figlie di Giove; tuttavia queste divine parentele non implicano quasi mai un concetto d'infallibilità o d'immortalità perché anche i Re sono soggetti alle passioni e agli errori propri dell'umana natura, ed ugualmente debbono soggiacere alla vecchiaia e alla morte.

Passando all'epoca storica, troviamo le monarchie ellenistiche ed ancora prima greche. come quella spartana, in cui sempre assoluta è l'autorità sovrana talvolta appena mitigata da consigli di anziani o di generali. I Re sono quasi sempre figure di prima grandezza di eroi come Leonida e Codro, ambedue sacrificatisi per la loro città (rispettivamente Sparta ed Atene) o addirittura passando nell'ambito propriamente storico come Alessandro che, figlio di Filippo di Macedonia, fondò il grande impero i cui confini giunsero fino all’Eufrate e a Babilonia.

Costante è nella tradizione il tentativo di trovare per questi Uomini una origine divina che ne legittimi in un certo senso l'autorità assoluta e per questo Alessandro Magno non disdegnò di far diffondere una voce che lo spacciasse come figlio di Giove.

Maggiori sviluppi ebbe questa tendenza nelle monarchie ellenistiche, sorte dalla divisione dell'impero del grande Alessandro, favorita specialmente del carattere mistico delle popolazioni orientali. In Egitto, in Siria, ed in Asia Minore, i Sovrani continuano a presentarsi come inviati della divinità ed alimentano queste credenze popolari attraverso la pompa, esteriore e complicate regole di cerimoniale destinate a fare del Sovrano il centro di una specie di liturgia pagana e di una venerazione singolare a cui tutto il popolo doveva partecipare; nel recesso delle segrete stanze della reggia, vive il Re nascosto quasi ai suoi sudditi, davanti ai quali appare soltanto in una scenografia fantastica e suggestiva.

In Europa occidentale, e precisamente a Roma, la figura. del Re assume nel primo periodo di vita della città, un carattere più semplice ma non meno autorevole. Nel periodo monarchico di Roma, che si può porre approssimativamente fra il 753 ed il 509 a. C. il Re non è solo il suprem capo politico e militare ma soprattutto II detentore degli «auspicia» il designato dalla divinità.

 

E tale carattere sacro è tanto forte, direi quasi indelebile, che quando — per ragioni che sarebbe troppo lungo illustrare e comunque esulano dal carattere di queste pagine — la monarchia decade per la­sciare il posto ad una forma nuova di governo, il rex resta come «rex sacrorum» ovvero capo religioso; la monarchia viene cioè spogliata, del suo carattere politico ma non del suo contenuto e della funzione reli­giosa, che le è propria.

Il Re romano non è come i Sovrani orientali un idolo nascosto, ma piuttosto come gli antichi eroi omerici, un pastore di popoli ed anche di armenti; i sette re che la tradizione ci mostra come condottieri del­l'antica Roma, che in realtà dovettero essere assai di più, condussero una vita semplice inframmezzata da guerre e da scaramucce con i popoli vicini, e le loro vicende restarono avvolte nella leggenda tan­to che nella lunga parentesi repubblicana di circa cinque secoli, du­rante i quali Roma da misero villaggio di pastori divenne la capitale di tutto il mondo conosciuto, sembrò quasi che la tradizione monar­chica fosse a poco, a poco restata sepolta sotto il lento fluire dei seco­li ed il rapido avanzare degli avvenimenti, delle conquiste guerriere e delle vicende politiche, ma quando per un fatale complesso di circo­stanze il nipote di Giulio Cesare, il giovane Ottaviano, s'impadronì dello Stato e ne divenne di fatto, se non di nome, il Sovrano assoluto, ecco riapparire gli elementi della tradizione monarchica più vitale e più attuale di prima.

Cesare aveva rifiutato la corona offertagli durante i Lupercali da Antonio e neppure Ottaviano volle incoronarsi Re, ma nonostante que­sto eccolo riportare alla luce la leggenda di Enea, che in Virgilio ebbe il suo poeta aulico, secondo la quale Ottaviano attraverso l'eroe troiano discenderebbe da Venere. Il desiderio di dare un concetto della sacra­lità del suo potere, di trovare un diritto risalente ai privilevi della divi­nità, lo spinsero a questo come ad assumere il nome di Augusto che appunto significa: «Colui che è sacro per designazione divina».

Il carattere sacro dell'imperatore venne poi sempre più accentuato sotto i successori tanto che prima nell'ambito dei «clientes» e poi in tutto il popolo si diffuse il costume di prestare l'adorazione al «ge-nius» dell'imperatore divinizzato, come era accaduto per Romolo, con­siderato dio sotto il nome di Quirino, anche Cesare ebbe dopo la morte un tempio nel centro del Foro, là dove il suo cadavere era stato arso, e tutti i successori vennero alla, loro morte considerati assunti in cielo come divinità e tale culto fu tributato anche alle loro virtù divinizzate, come dimostrano le memorie di un tempio eretto in memoria della «Clementia Caesaris».


Tali forme che ebbero uno sviluppo sotto il principato, raggiunsero l'acme sotto l'impero assoluto, favorite ancora una, volta dallo spostarsi del centro dell'impero verso oriente, cioè a Nicomedia dove Diocleziano pose la sua sede, rafforzando il concetto teocratico dell'im­periale potestà assumendo il titolo di «Iovius» ed attribuendo al col­lega Massimiano quello di «Herculius». Così alla fine del III sec. d. C. mentre più nessuno o quasi conservava la fede dei padri nelle divinità, dell'Olimpo pagano, ancora la forza morale del potere monarchico ve­niva legata alla religione ufficiale dello Stato di cui l'Imperatore rap­presentava non soltanto il sommo sacerdote ma anche una delle divi­nità pretendendo quindi dai sudditi, non solo l'obbedienza ed il rispetto, ma la vera e propria adorazione.

Mentre la corona veniva strappata da generali insanguinati, forti della acclamazione delle loro legioni, bastava che questi illegittimi de­tentori se ne adornassero per acquistare un carattere sacro ed inviolabile, davanti al quale non si fermavano però i congiurati e le loro trame.

domenica 22 febbraio 2026

Casa Savoia, le onorificenze dell'ultimo Re d'Italia Umberto II vanno all'asta a Ginevra il 18 marzo, lo stesso giorno in cui l'ex sovrano morì in esilio in Svizzera

 


Questa collezione arriva sul mercato per la prima volta: 44 lotti ripercorrono mezzo secolo di diplomazia, strategia e alleanze del Regno d’Italia con il resto del mondo


Casa Savoia, le onorificenze dell'ultimo Re d'Italia Umberto II, vanno all'asta a Ginevra il 18 marzo, lo stesso giorno in cui l'ex sovrano morì in esilio in Svizzera

Finora conservata in famiglia, questa collezione unica di onorificenze appartenute a Umberto II, ultimo Re d'Italia, sarà presentata per la prima volta all'asta a Ginevra durante la settimana che va da lunedì 16 marzo dalla Casa d'Aste Piguet. Finemente lavorate, queste decorazioni saranno offerte in 44 lotti, con una stima complessiva compresa tra 400.000 e 600.000 franchi svizzeri. La maggior parte di queste onorificenze fu assegnata a Umberto II (1904-1983) quando era ancora Principe di Piemonte: simboleggiano i legami dinastici e diplomatici che univano le grandi famiglie regnanti del mondo. Raccontano la storia di un mondo tra due guerre e di una monarchia che accumulò onorificenze internazionali proprio nel momento in cui stava perdendo la sua legittimità in patria. Così commenta Bernard Piquet, direttore della casa d’aste ginevrina: «È rarissimo offrire un insieme così importante e prestigioso all’interno di un’unica asta. Gli ordini cavallereschi più illustri vi sono rappresentati nel loro grado più elevato. Ricevere la fiducia delle più grandi famiglie aristocratiche europee è un immenso privilegio, che comporta anche la responsabilità di vigilare affinché questi oggetti di prestigio proseguano la loro storia presso un nuovo proprietario degno della loro eredità».

[...]

Casa Savoia, le onorificenze dell'ultimo Re d'Italia Umberto II vanno all'asta a Ginevra il 18 marzo, lo stesso giorno in cui l'ex sovrano morì in esilio in Svizzera - Il Giornale d'Italia

sabato 21 febbraio 2026

ONORIFICENZE DEL RE D'ITALIA, UMBERTO II, ALL'ASTA A GINEVRA

 Da un nostro amico affezionato apprendiamo la notizia che segue, tradotta dal francese tramite Google.
Notizia che, solo per il momento, lasciamo senza commento.



Fonte: qui (1) Instagram


Questa collezione appare sul mercato per la prima volta: 44 lotti che ripercorrono mezzo secolo di diplomazia, strategia e alleanze.

 

Rimasta fino ad ora di proprietà della famiglia, questa collezione di onorificenze appartenute a Umberto II, ex Re d'Italia, è stata presentata per la prima volta a Ginevra durante la settimana del 16 marzo.

Offerti in 44 lotti, questi pezzi eccezionali erano stimati tra i 400.000 e i 600.000 franchi svizzeri.
La maggior parte di queste onorificenze si ispira a Umberto II (1904-1983), anche primo Principe di Piemonte: testimoniano i legami dinastici e diplomatici che unirono le grandi famiglie regnanti d'Europa e del mondo.

Raccontano la storia di un mondo tra due guerre, quello di una monarchia che accumulava onorificenze internazionali proprio nel momento in cui stava perdendo la sua legittimità in patria.

Erede della corona italiana, Umberto II regnò per trentacinque giorni, dal 9 maggio al 13 giugno 1946, e fu allora soprannominato "Re di Maggio".

Appartenenti a Casa Savoia, dove linee dinastiche e diplomatiche continuano a esercitare influenza sull'Europa e sul mondo, queste illustri figure emergono su una mappa geografica, sia negli scritti che nelle parole.

 

Articolo: Vanessa Schmitz-Grucker

 

Una giornata dalla Casa d'Aste Piguet, mercoledì 18 marzo.


(18 Marzo, anniversario della scomparsa di Re Umberto II. A Ginevra. Nota del webmaster)

 

📷 Impero russo. Ordine di Sant'Andrea Apostolo il Primo Nominato, fondato nel 1698, set da cavaliere (singolo grado), comprensivo di gioiello, collare, placca e astuccio. Lo stemma imperiale e il nome dell'ordine sono incisi in oro sulla rilegatura. 39 x 24 x 6 cm. Stima: CHF 100.000/150.000


giovedì 12 febbraio 2026

L’ITALIA IN FORMAZIONE LA PEDAGOGIA AMBIENTALISTA. IL FORO ITALICO

 Siete invitati a una Nostra Conferenza, dal Titolo

L’ITALIA IN FORMAZIONE LA PEDAGOGIA AMBIENTALISTA. IL FORO ITALICO



                         
La Conferenza, occasionata dal Centenario
dell’istituzione dell’Opera Nazionale Balilla,
illustrerà attraverso una sequenza d’immagini,
la genesi del Foro Italico,
intesa come momento determinante
dello sviluppo urbanistico della Terza Roma.
Sarà individuata la Via Italiana alla Modernità
intesa come Terza Via Europea.


L’indirizzo interpretativo adottato, per ragioni di Metodo,
sarà esaminato alla luce della Pedagogia Ambientalista d’epoca,
secondo la lezione antica che l’architettura educa.
Si intende portare avanti la concezione Greco-Romana della Paideia,
con l’obiettivo di fortificare l’attività intellettuale con l’esercizio fisico, a salvaguardia dell’integrità morale del soggetto,
al fine di promuovere e formare lo Stato Organico.


           MENS SANA IN CORPORE SANO


LIBRERIA  HORAFELIX

VIA REGGIO EMILIA, 89   ROMA
GIOVEDÌ   19  FEBBRAIO  2026  ORE 18
INGRESSO  CON  CALICE € 5
INFO E PRENOTAZIONI   Telefono  338 4714674  
terzanavigazionefutura@gmail.com


      Cordialmente
          Prof. Massimo Fulvio Finucci e D.ssa Clarissa Emilia Bafaro

LINK NOSTRA CONFERENZA
https://consulpress.it/litalia-in-formazione-la-pedagogia-ambientalista-il-foro-italico/

 

N.B. INVITO VILLINO  GIUSTINIANI  MASSIMO
         GIOVEDI’ POMERIGGIO 12  FEBBRAIO  ORE 16
N.B. INVITO MUSEO PORTA SAN PANCRAZIO
         DOMENICA POMERIGGIO 15  FEBBRAIO  ORE 16
N.B. INVITO CONFERENZA IL FORO ITALICO

sabato 31 gennaio 2026

LA REGINA MARGHERITA LA CULTURA E LE LECTURAE DANTIS

 



di Gianluigi Chiaserotti

 

Cade quest’anno, esattamente il 4 gennaio, il Primo Centenario della morte della prima regina dell’Italia Unita, Margherita di Savoia, che nata a Torino nel Palazzo Chiablese il 20 novembre 1851.

Era la figlia di Ferdinando di Savoia (1822-1855), primo duca di Genova, e fratello di Vittorio Emanuele II (1820-1878), primo Re d’Italia, il quale ascese al trono italiano in quanto vedovo, quindi la nostra, andata in sposa al figlio, Umberto I di Savoia (1844-1900), fu la prima regina d’Italia.

Ma in questa pagina voglio evidenziare essenzialmente la parte culturale di Margherita di Savoia, in quanto, una volta al Quirinale, aveva senza dubbio un ascendente notevole sulle scelte del marito, ma ufficialmente si occupava dei ricevimenti e ben presto acquisirono grande fama i suoi incontri del giovedì, i c. d. «giovedì della Regina»,  giorno in cui intellettuali di spicco giungevano al Palazzo, sedotti forse dalla conversazione della padrona di casa, interessata ad affrontare tematiche che solitamente rimanevano lontane dai palazzi reali, ed erano più inclini a delle serate frivole. Anche la scelta degli ospiti, in cui il rango non aveva un ruolo decisivo, rappresentò un elemento nuovo che concorse a dare notorietà alle serate della regina, alimentandone il mito presso i poeti e, quindi, presso l’immaginario comune.

Il giovedì si riunivano quindi al Quirinale nomi quali Ruggero Bonghi, il colto ministro Marco Minghetti (amico intimo di Margherita e successivamente Presidente del Consiglio per la seconda volta, dopo il primo governo degli anni Sessanta del Secolo XIX), l’illustre storico Ferdinand GregoroviusEmilio Broglio, il marchese Francesco Nobili Vitelleschi e il barone archeologo Giovanni Barracco, per citare i più significativi.

Le donne entravano nel cenacolo solo in quanto consorti di politici vicini alla regina: fra loro vi erano Laura Minghetti, Antonietta Farini (moglie di Domenico), Bice Tittoni (sposata con il senatore Tommaso) e Carolina Rattazzi, parente del noto Urbano.

La figura di Margherita di Savoia fu esaltata dal poeta Giosuè Carducci (1835-1907), ma negli ultimi anni della sua vita, con l’Ode “alla Regina d’Italia”.

Infatti il poeta ebbe un passato alquanto repubblicano.

Aveva un dispregio verso i monarchi, ma poi, negli ultimi anni appunto, si convertì all’idea monarchica.

Da regina promosse le arti e la cultura, introdusse la musica da camera in Italia, fondò il quintetto d’archi di Roma, il c. d. “Quintetto della Regina”.

Fu grazie ad una borsa di studio da lei concessa che, dal 1880 al 1883, Giacomo Puccini poté studiare al Conservatorio di Milano.

Ma sicuramente l’alta istituzione culturale patrocinata dalla regina Margherita furono le “lecturae Dantis” a Roma.

Queste furono istituite, con l’augusto contributo della Regina, inizialmente presso il Nobile Collegio Nazareno, diretto dai Padri Scolopi.

L’ideatore fu il dantista scolopio Luigi Pietrobono (1863-1960) (celebre è un suo commento alla Divina Commedia), già dai primi anni del secolo XX.

Si svolgevano nell’Aula Magna del Collegio, ubicata al piano nobile.

Tale Aula, con una solenne cerimonia, il 30 maggio 1939, e con lo svelamento di una lapide e di un’erma, fu intitolata appunto alla Regina Margherita di Savoia.

Tali “lecturae Dantis” si trasferirono poi presso la Casa di Dante, costituita come ente morale nel 1914 con “regio decreto del 16 luglio 1914 n. 796” e confermata appunto sotto l’alto patrocinio della regina madre Margherita di Savoia, la quale fu onorata di porre la prima firma su queste attività culturali al solo scopo di essere l’organo principe in Italia per la promulgazione e il sostegno dell’opera dantesca, con particolare attenzione alla Divina Commedia.

L’istituzione ha ancora sede in Roma, in Trastevere, nel palazzetto degli Anguillara, in piazza Sonnino 5, e svolge attività culturale dantesca, anche con le scuole, con incontri pressocché settimanali basati sul commento di canti del Poema Dantesco, a cura di illustri accademici, docenti e studiosi dell’Alighieri.

mercoledì 14 gennaio 2026

IL MITO CAPITALE LA METAPOLITICA DEL TERZO MILLENNIO

 

Siete invitati a una Nostra Lectio Magistralis dal Titolo

IL MITO CAPITALE

LA METAPOLITICA DEL TERZO MILLENNIO


Si presenta in questa occasione il Progetto Pilota . Serie M

che sta a  fondamento della Nostra Operazione Metapolitica.

Atto di nascita di una vera e propria Scuola di Specializzazione

dedicata alla Capitale del Mondo, rivolta a studiosi e professionisti

intenti a elaborare l’immagine di questa sublime Realtà.

L’Italia si innova in verità al suo cospetto Nomen Omen

L’Ipotesi .  L’Origine Ermetica dell’Unione Europea

Il Focus L’Idea di Roma

LIBRERIA  HORAFELIX

VIA REGGIO EMILIA, 89   ROMA

GIOVEDÌ   22  GENNAIO  2026  ORE 18

INGRESSO  CON  CALICE  AUGURALE    € 5

INFO E PRENOTAZIONI   338 4714674

Posta    terzanavigazionefutura@gmail.com



Cordialmente

Prof. Massimo Fulvio Finucci e D.ssa Clarissa Emilia Bafaro

 

SITO NOSTRO EVENTO

 HTTPS://CONSULPRESS.IT/LIDEA-DI-ROMA-LECTIO-MAGISTRALIS/


giovedì 8 gennaio 2026

Ricordo della Regina Elena nel 153° della nascita


Ritratto della Regina Elena di Ida Bove


Di Emilio Del Bel Belluz

 
L’8 gennaio 2025 si ricorda il 153esimo anniversario della nascita della Serva di Dio, la Regina Elena di Savoia, nata nella terra lontana del Montenegro, nel 1873. Una donna coraggiosa che seppe affrontare tutte le avversità che le vennero poste dal destino con la forza della fede. Una donna che ha saputo conservare nel suo cuore un grande amore per la terra che le diedi i natali, ma che, dopo il matrimonio con il Re Vittorio Emanuele III, nutrì un grande affetto e una devozione per l’Italia. Non è facile descrivere  in poche righe chi è stata la Serva di Dio, Elena, ma basta chiudere gli occhi e pensare al grande amore che possiedono le mamme nei confronti dei loro figli e degli altri componenti della famiglia. La Regina Elena per gli italiani divenne una mamma premurosa, e nei tanti avvenimenti difficili e drammatici che la videro presente, dimostrò il suo prodigarsi con abnegazione nei confronti degli umili e degli ultimi. 
Si pensi al terremoto di Messina, dove fu presente nel prestare soccorso alle popolazioni colpite  dalla tragedia con lo spirito e l’amore di madre, non preoccupandosi delle ripercussioni che sarebbero state possibili sulla sua vita. Il suo grande coraggio fu dimostrato anche nel momento in cui supplicò un ammiraglio di una nave russa di trasportare negli ospedali vicini tanti italiani feriti nel terremoto. La Regina non aveva paura di  nulla, era una persona nata per fare del bene al prossimo. 
Pensiamo a quando trasformò il Quirinale in un ospedale per curare le ferite dei tanti  soldati della seconda guerra mondiale e donando, inoltre, a ciascuno una parola d’affetto e d’amore. Si aggirava tra i letti d’ospedale e, se sentiva che qualche soldato chiedeva della mamma, si metteva al suo capezzale e gli stringeva la mano, tranquillizzandolo, come avrebbe fatto la sua madre naturale.  
La sua opera tra i poveri, tra le persone umili che non avevano il necessario per vivere, non conosceva sosta. Non poteva chiudere gli occhi davanti alla sofferenza, nella sofferenza vedeva la croce di Cristo. Fu una donna che dovette vivere una terribile esperienza come quella d’andare in esilio in una terra straniera, assieme al suo consorte Re Vittorio Emanuele III. Anche in esilio riuscì a fare del bene alla gente. 
Dopo la morte del marito dovette, a malincuore, lasciare quel Paese che l’aveva ospitata per andare in Francia. La malattia la stava consumando, ma il dolore fisico non le impediva di fare del bene. Alla sua morte furono migliaia le persone che parteciparono ai suoi funerali, migliaia di persone che non l’avevano potuta dimenticare. 
Da anni la Serva di Dio è in attesa di diventare Beata. Nel mondo sono in molti a pregare affinché il nuovo Papa Leone XIV La elevi agli onori degli altari.  Voglio concludere questo mio ricordo, riportando un episodio  scritto da Renato Barneschi nel libro “Elena di Savoia” che conferma ulteriormente che Ella era la madre di tutti. 
“A Roma, nel cimitero del Verano, c’è la tomba di una bambina di due anni, vittima di un assassinio. La chiamano la tomba della bambina della Regina perché fu la Regina Elena a farvi collocare la lapide che la sovrasta, da Lei stessa disegnata, e a dettarne  l’ epigrafe. Sulla lastra di marmo sono scolpiti in bassorilievo alcuni gigli. Uno di essi è reclinato su se stesso, reciso dal morso di una serpe. Dice l’epigrafe:
 
Qui dove giace
 
Rosina Pelli
 
vittima inespiabile
 
di nefanda barbarie
 
il pianto perpetuo del popolo
 
lavi l’orrendo oltraggio
 
gigli e rose ricordino
 
l’innocente anima
 
ascesa al Regno dei Cieli
 
        

   Elena di Savoia Regina d’Italia

sabato 3 gennaio 2026

In ricordo della Regina Margherita a cent’ anni dalla sua morte

 

 di Emilio Del Bel Belluz

 

Era il 4 gennaio del 1926 quando la prima Regina d’Italia, Margherita di Savoia si spense nella bella città di Bordighera. Era la moglie del Re Umberto I, assassinato a Monza, il 29 luglio del 1900. Qualcuno scrisse che dopo la sua morte il cielo grigio si era fatto turchino: sembrava che la Regina avesse voluto lasciare un saluto al popolo italiano che tanto l’aveva amata.

Dalla Villa Reale dove morì venne issata la bandiera a mezz’asta in segno di lutto. In quella casa aveva goduto per l’ultima volta la visita dei bambini di Bordighera che la avevano voluto omaggiare con i loro canti nel giorno del suo compleanno: il 20 novembre 1925.

Quei bambini le avevano riempito il cuore, con i loro canti festosi e le loro poesie che avevano recitato. I loro volti sorridenti l’avevano commossa. Poi, quei bambini avevano potuto mangiare delle buone cose, disposte sui tavoli imbanditi della Villa. Il loro vociare s’era arrestato davanti a quel ben di Dio. Non era facile in quei tempi godere di un tale momento conviviale. La Regina, una decina di giorni prima, aveva potuto godere della festa del Santo Natale, che per Lei era un momento molto importante. Quando era a Roma amava circondarsi da tutta la famiglia, e preparare il presepe e il grande albero di Natale. Per l’occasione aveva l’abitudine di chiamare uno zampognaro che suonasse i canti natalizi davanti al presepe. Questo fortunato zampognaro aveva il piacere di godere della compagnia della famiglia Savoia. L’uomo aveva, poi la gioia di trovare sotto l’albero un regalo anche per lui. Due motti furono da Lei molto amati, di cui era l’autrice: “Sempre avanti Savoia”, e  “La Regina  è la madre dei poveri”. Tra i poveri privilegiava i piccoli che non avevano nulla, e i senza famiglia. Una donna che aveva imparato il latino a trent’anni per seguire gli studi del figlio, il principe Vittorio Emanuele. Dunque una mamma che amava con il cuore, seguendo la vita del figlio. Alla sua morte il corpo della Regina venne trasportato con una locomotiva da Bordighera a Roma, dove fu sepolta al Pantheon. Tra i tanti ricordi della Mamma dei poveri, come Lei si definiva, c’è un piccolo racconto uscito come trafiletto nel settimanale Oggi dell’agosto 1951, dal titolo: “Cuore di Regina”.  “Mentre la Regina Margherita era in campagna a Gressoney, durante una passeggiata, sentì uscire da una casupola il disperato pianto di bambini. “Che cosa succede là dentro?”, chiese la Regina ad un passante.” Sono i figli di mamma Teresa”, rispose questi senza riconoscerla, “i quali, ogni volta che la madre esce, piangono così: hanno avuto il padre morto un anno fa, e da allora temono sempre che anche la madre non abbia più a ritornare”. La Regina colpita dal racconto, entrò nella casa e vi trovò due bambini di cinque, sei anni coricati su un misero pagliericcio. Poco dopo tornò la madre che, riconosciuta l’illustre visitatrice, non sapeva più come farle onore. La Regina lasciò del denaro e, anche negli anni successivi, non mancò mai di provvedere ai bimbi di Teresa. Fu molto felice quando la povera donna le fece sapere che dal giorno della sua visita la fortuna si era ricordata anche di loro. “Vostra Maestà “, commentava la donna, “ha messo in fuga lo spirito maligno della mia casa”.