NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 26 marzo 2026

Saggi storici sulla tradizione monarchica - XVIII

 


2-Le fonti Cristiane

Mentre il principato dei Cesari si affermava sempre più nell'immenso stato romano, una nuova forza sorge in Oriente, dilagando con rapidità meravigliosa: il Cristianesimo. Forza rinnovatrice perchè nemica della schiavitù, della violenza, dell'oppressione, ma tradizionalista in un senso strettamente politico, la nuova Religione non mancò di mettere in luce la sua assoluta fedeltà al legittimo rappresentante dell'impero romano e già S. Paolo scriveva ai Romani: « Ognuno sia sottoposto ai poteri superiori poichè non vi è potere se non da Dio e i poteri esistenti sono ordinati da Dio, cosicchè chi resiste al potere resiste all'ordine di Dio ». Ep. ai Romani XIII 1-2).

I fedeli di Cristo, non potevano però riconoscere al principe quei poteri e quell'autorità: strettamente connessi con i principi della religione pagana e cioè il carattere di semidio e partecipe della natura divina e rifiutarono al sovrano il tributo di adorazione dovuto soltanto al vero Dio. Questa fu la ragione principale delle persecuzioni sanguinosissime che da Nerone a Costantino per circa duecentocinquant'anni infierirono contro i Cristiani; la loro fede minava alle basi il potere imperiale che reggeva quasi esclusivamente sul mito religioso, unico punto fisso ed unico puntello, dopo la sparizione della continuità dinastica e del sentimento nazionale che non poteva sussistere in un impero composta da decine di popoli ed in un esercito formato in gran parte da soldati barbari e mercenari.

Tale situazione venne a mutare nel 313 con il famoso editto di Mi­lano, quando Costantino accordò ai Cristiani la libertà di culto, ed il progressivo avvicinamento di questo Imperatore al Cristianesimo portò ad una revisione totale di vecchi principi condannati a cadere perché falsi e irrazionali. La religione pagana era ormai debellata ed anche il culto del principe deificato era ormai caduto in disuso come quello delle altre divinità olimpiche, ma Costantino volle evitare che questo nuo­cesse al prestigio della corona introducendo una serie di innovazioni nella corte che ebbe sede a Costantinopoli, la magnifica città sul Bosforo da lui fatta edificare, e considerata la nuova Roma.

Qui la corona ricevette nuovo splendore attraverso la pompa delle cerimonie e la magnificenza dei costumi assunti dall'Imperatore: nuove cariche vennero ad ingrandire la già enorme schiera dei funzionari e dei cortigiani imperiali, nuove regole di etichetta ad accrescere nel popolo la riverenza ed il rispetto per la figura dell'Imperatore, non più dio, ma proclamato «isoapostolos» cioè uguale agli Apostoli.

La partecipazione di Costantino agli affari della Chiesa, lo rese protettore dei Vescovi ed in un certo senso esecutore delle loro sentenze, come quando dopo il concilio di Nicea, nel 325, in seguito alla condanna pronunciata dai Padri contro l'eretico Ario, l'Imperatore acconsenti a mandarle in esilio con alcuni seguaci; tuttavia Costantino non volle assumere nelle !assemblea ecclesiastiche una parte di primo piano, al­meno ufficialmente come ben nota S. Giovanni Bosco scrivendo: « Egli prese parte al Concilio non come giudice ma come protettore dei Ve­scovi, e per impedire che gli eretici commettessero turbolenze ». (Storia eccl. Epoca II cap. I1°).

L'autorità imperiale, in definitiva aveva guadagnato con l'acco­starsi alla Chiesa, l'appoggio di una grande organizzazione che ormai stendeva ovunque i suoi rami ed alla quale aderivano uomini illustri per santità di vita e profondità di dottrina; abbandonando il paganesimo l'imperatore aveva abdicato a dei titoli, in cui permaneva un prestigio puramente umano e politico senza che alcuno potesse ragionevolmente concepire n sovrano come un essere soprannaturale. Le stesse divinità dell'Olimpo avevano perso quasi completamente ogni ascendente sul popolo e fin dal tempo di Traiano, Plinio poteva scrivere dalla. Bitinia che i templi pagani erano quasi deserti.

Abbandonando quandi il paganesimo per il Cristianesimo, Costantino aveva compiuto un atto politico, oltre che religioso, della massima importanza e rafforzato saldamente il trono all'ombra della tradizione cristiana armai ricca di tre secoli di storia gloriosa e di miracoli strepitosi. Mentre in Occidente l'Impero di Roma, cadeva sotto i colpi delle orde barbariche e l'ultimo imperatore Romolo Augusto, portava con sé nella tomba l'ultimo ricordo della potenza romana, in Oriente, veniva acquistando sempre maggiore importanza il concorso della Chiesa, come fonte del potere civile. Dalla decadenza degli antichi organi repubblicani, solo il Senato aveva conservato, almeno formalmente, una qualche importanza soprattutto per la sua funzione di manifestare solennemente la sua volontà, quando l'imperatore appena eletto gli comunicava la propria assunzione al trono, ma ben presto venne soppiantato dall'autorità ecclesiastica con l'introduzione da parte dell'imperatore Leone, nel 457 (se non del predecessore Marciano, nel 450) della solenne cerimonia dell'incoronazione. Accettando la corona, ai piedi dell'altare, dalle mani del Patriarca di Costantinopoli, il Sovrano riconosceva esplicitamente di riceverla dal rappresentante di Dio, qualificato a rappresentarlo in quanto membro della Chiesa.

Nasce così la figura dell'imperatore consacrato e delegato da Dio, attraverso la Chiesa, a governare il popolo cristiano, a difendere il Cristianesimo, a tutelare la giustizia. Quell'imperatore che prima era il padre ed il padrone dei popoli perché essere semidivino e superiore ad ogni altro, viene ad assumere prerogative più ristrette ma ugualmente elevate in forza della consacrazione.

Il principio del diritto divino ha qui la sua prima esatta concretizzazione storica perché viene stabilito che il monarca è tale per un diritto che entra in vigore alla morte del suo predecessore, ma raggiunge la pienezza del potere soltanto con la consacrazione carismatica, quasi sugello soprannaturale all'autorità terrena del nuovo sovrano.

La tradizione biblica che rappresentava il Sovrano scelto da Dio, per mezzo di un suo incaricato, (così infatti Samuele cercò ed unse Re, per incarico divino, prima Saul e poi David) rivive nella tradizione del Nuovo Testamento, poiché il rappresentante della Divinità consacra colui che per un complesso di circostanze è giunto al trono.

Non esiste ancora il concetto preciso di legittimità, perchè frammentario e spesso infranto è il principio dinastico talvolta alternato a quello elettivo o ad altri criteri di scelta, ma è ormai ben chiaro il principio giuridico ed universale del diritto del Re consacrato come precisati sono i rapporti fra il Pontefice e l'Imperatore nella famosa definizione di Papa Gelasio I.

Talvolta questo concetto di divina consacrazione, darà all'imperatore la pretesa di partecipare all'attività dottrinale della Chiesa con ingerenze anche indebite, ma resta fatto innegabile l'unione fondamentale della Chiesa e dell'Impero che ormai sono un tutt'uno. Con S. Gregorio Magno s'incomincerà a parlare di Repubblica cristiana che comprende tutt'insieme Chiesa e Impero, la società cristiana unica, come la concepirà Medio Evo, ed infine vedremo questi concetti assumere nuova importanza e grandeggiare come frutti meravigliosi dell'ingegno di San Tommaso e di Dante, sintesi mirabile di ottocento anni di pensiero religioso e politico medioevale.


mercoledì 25 marzo 2026

Vita segreta al Quirinale

Un caso fortuito ha voluto che entrassimo in possesso di questa interessantissima cronaca del Nostro Nino Bolla, pubblicata nel settembre ottobre 1949. 
I nostri lettori conoscono Nino Bolla, già capo ufficio stampa del Governo dal 2 gennaio 1944,  per averne, più volte, pubblicato alcuni degli scritti.  


Giuridicamente impossibilitato a lasciare il suo posto Umberto consigliò nell’autunno 1944 i principi di Casa Reale a unirsi alla Resistenza, ma tutti rifiutarono.


Cronaca di NINO BOLLA

Le vicende e i retroscena qui narrati sono stati redatti dall'autore sulla traccia di un "Diario" intimo, tenuto dal 4 giugno 1944 (data del ritorno a Roma di Umberto di Savoia) al 13 giugno 1946 (partenza per l'esilio di Umberto), da un alto personaggio che per tutto questo periodo visse presso i sovrani.

PRIMA PUNTATA 

Non era certo una situazione facile quella del Luogotenente quando nel giugno 1944 tornò a Roma. La dominazione tedesca era stata atroce e troppo vive erano ancora le piaghe lasciate nella popolazione romana dalle deportazioni in massa, compresa quella dei Carabinieri, in numero di ottomila (quasi l'intera legione) e purtroppo dietro delazione di un italiano. Il Quirinale era stato salvato per puro caso dalla rapina totale dei nazisti. Gli arazzi, i quadri di valore, le porcellane, erano stati nascosti fuori Roma. I tedeschi si limitarono ad asportare tutti i vestiti della principessa di Piemonte e dei principi reali; nonché tutti i pregiati vini delle cantine, parte dell'argenteria che non s'era fatto In tempo ad occultare, molte livree del personale e tutti i cavalli con la maggior parte dei finimenti.

Durante gli otto mesi della dominazione tedesca, tre furono i dignitari di corte che non abbandonarono mai il loro posto: e cioè il marchese Tàcoll, gran scudiere, il marchese Giandomenico Spinola, ex ufficiale d'artiglieria mutilato di guerra, il generale d'aviazione Carlo Graziani, maestro delle cerimonie. Degli altri, molti si nascosero nei conventi, purtroppo taluno rinnegò la propria fede, compresa una dama di palazzo che nella tema di essere compromessa calpestò la sua cifra di diamanti; per non parlare di quelli (e non furono pochi) che giurarono fedeltà a Salò.

All'arrivo a Roma del Luogotenente tutto era da ricominciare. Il Quirinale riaprì, si, i battenti, chiusi al tempo dell'armistizio; ma gli animi, come ho già detto, erano tesi, la propaganda nazi-fascista era stata perfettamente organizzata - per denigrare quanto più si poteva la fa miglia reale. I fedelissimi corazzieri si erano dovuti nascondere per sfuggire alle rappresaglie: molti del Nord, erano rimasti tagliati fuori dalla capitale. Ma, per quanto In numero ridotto, cioè non più di 40, ricominciarono a prestare immediatamente servizio all'arrivo del Luogotenente; e la loro caserma la bella palazzina di via XX Settembre, contigua alla chiesa di Santa Susanna, ritornò a vivere corre un tempo, sebbene con molte restrizioni. Gli alleati nei primi tempi vegliarono, anzi sorvegliarono ogni Mossa del Luogotenente. e sempre con quella conoscenza d'ambiente e di persone che sarebbero state necessarie in un momento così delicato della vita nazionale

italiana. Fin dal Sud vi era stata una certa ostilità verso Umberto di Savoia, da parte degli alleati: gli si rimproverava dl non aver agito come tanti altri regnanti, di non essersi cioè recato a Londra sin dall'inizio delta guerra, tanto più che si sapeva della sua rigidezza di fronte al fasciamo. Fu con molto tatto e molta pazienza che egli riuscì a conquistare a poco a poco gli animi degli alleati. Iniziò la Luogotenenza nel grande palazzo disabitato ormai da tanti anni, giacché i genitori avevano preferito risiedere a Villa Savoia servendosi del Quirinale soltanto per i ricevimenti ufficiali. Vi era nel palazzo ancora la struttura di una grandiosità cui non rispondevano più i mezzi nuovi. Ma con l'arrivo del marchese Falcone Lucifero, nuovo ministro della Real casa, fu applicata dall'agosto 1944 una Rigida economia. Egli paventava le spese, che andavano sempre più crescendo per la beneficenza e la generosità del Luogotenente, il quale poteva disporre di soli 5 milioni e mezzo, poiché il padre, sino al giorno dell'abdicazione, corrispose al figlio solamente la metà dell'appannaggio Questo particolare, quasi da tutti ignorato, documenta bene le strettezze di quel periodo, se si considera che l'organico del personale di corte era di 350 persone, mentre per rifare semplicemente una sola livrea all'anno agli addetti, occorreva un milione e mezzo.

Il Luogotenente cominciò a ricevere uomini politici e privati cittadini, scrittori ed artisti, era affabile con tutti e ad ogni richiesta di aiuto cercava sempre di sopperire. Ma è bene ricordare come nei primi tempi non fossero molti a chiedere udienza, un po' per tema di disturbare, e questi erano certamente i più devoti, mentre altri avevano paura di compromettersi perché si diceva che tutti coloro i quali entravano al Quirinale fossero segnalati ai partiti estremisti. Anche qualcuno fra gli appartenenti alla disciolta corte di re Vittorio, si astenne nei primi mesi dall'andare a rendere omaggio al figlio.

CAMINETTI SPENTI

Insieme con Umberto di Savoia erano arrivati a Roma i duchi di Genova, che al tempo dell'armistizio, dietro ordine del re, avevano lasciato la loro residenza abituale di Venezia per raggiungere in aereo Brindisi. Arrivarono poi i duchi di Ancona e il duca d'Aosta, il quale però veniva nella capitale saltuariamente avendo come sede Napoli, ove abitava con la vecchia duchessa Elena d'Aosta. Generalmente, quando i principi del sangue venivano a Roma, erano ospiti della corona e così i loro seguiti. La vastità del Quirinale fu molto criticata in quel periodo: troppi appartamenti e troppe camere sprecate. Non si capiva, evidentemente, che molte cose erano mutate dall'armistizio in poi; né si sapeva, evidentemente, che la "manica lunga" era occupata nella parte più rappresentativa dal generale Infante e famiglia, in tutto 15 stanze; e nella parte più modesta, ossia il mezzanino, da persone che non avevano nulla a che vedere con la corte, ma che si erano raccomandate al Luogotenente per avere un alloggio senza dover pagare somme ingenti; ed il Luogotenente aveva generosamente offerto tutti gli ambienti disponibili. Nell'inverno del 1944 vi saranno state circa un centinaio di persone ospitate gratuitamente e che non avevano nessun diritto all'alloggio.

Per regola di corte le dame, i mastri ed i gentiluomini, la cui carica era onorifica e cioè senza prebenda alcuna, quando erano di servizio godevano di vitto e alloggio. Vitto che in quei tempi di magra era molto parco per tutti. Alle 13 precise gli addetti alle varie corti si riunivano nella cosiddetta Corte Nobile, una sala da pranzo capace di ospitare trenta persone, con due finestre che davano sul giardino. Questa sala corrispondeva attraverso due vetrate con l'ufficio del prefetto di palazzo. Dietro ad un paravento, che dava sull'office, occhieggiava sempre, perché il servizio

andasse bene, il cav. Olivieri, direttore di mensa, il quale non indossava alcuna livrea.

In quell'inverno 1944-45, e sino al ritorno a Roma della principessa di Piemonte, I principi. compreso Umberto, mangiavano in modo più che modesto, ossia lo stesso vitto della Corte Nobile, se non meno. Il palazzo, per ordine del Luogotenente, non venne mai riscaldato. Anche ai reali cugini venne detto che, data la scarsità di fondi, non sì poteva più fornire la legna gratuitamente, come per il passato e che ognuno avrebbe dovuto pagare la quantità consumata. I caminetti vennero accesi molto di rado.

Inutile dire quanto fosse amato Falcone Lucifero il quale, giustamente, non faceva che eseguire gli ordini del Luogotenente. Anche l'impianto per il riscaldamento dell'acqua, che era centrale, per le stesse ragioni di economia non veniva usato che tre volte la settimana, ed era una gara di velocità per poterne usare, tanto più che il Luogotenente era molto mattiniero e gli ufficiali d'ordinanza dovevano essere puntualissimi. L'unico appartamento che aveva il bagno con riscaldamento elettrico, era quello già del conte di Torino e allora occupato dalla contessa Stelluti Scala Frascara, dama di corte della duchessa di Genova. Si racconta che una volta tale dama, molto stanca perché in verità si prodigava nel lavoro, s'addormentò nel bagno svegliandosi a notte alta quando l'acqua era ghiacciata. Se ne rise molto al Quirinale, ma l'interessata prese la cosa con spirito.

INTRIGHI A CORTE

I nuovi ufficiali d'ordinanza erano stati nominati dal Luogotenente ai primi di agosto del 1944, nelle persone del capitano Michele Avelle, già aiutante di volo del principe di Piemonte nel Sud, decorato di sei medaglie al valor militare, dal maggiore dei paracadutisti Caratti e dei comandanti Balbo e Brandolin. Era con essi il maggiore Oscar Gallone, che cito per ultimo desiderando raccontare la sua fortunata avventura per sfuggire ai tedeschi. Egli apparteneva alla divisione "Piave"; un giorno, mentre guidava l'automobile, gli venne intimato l'alt da un ufficiale tedesco: non essendosi fermato, gli spararono contro, venne ferito a un braccio, prosegui lo stesso a grande velocità verso la clinica "Quisisana". Posto su una barella fu portato nella sala operatoria. Sopravvenne l'ufficiale nazista, che si era dato all'inseguimento; il cappellano, con molta presenza di spirito, fece l'atto di benedire in 'extremis il corpo che giaceva sulla barella. Il tedesco domandò: Kaput?», e il prete soldato annuì. In seguito il maggiore Gallone, guarito, ai lasciò crescere la barba, portò gli occhiali neri e fu il più tranquillo dei morti viventi.

I mastri delle cerimonie erano gli stessi del re, con la differenza che uno era ancora tagliato fuori, perché a Torino; un altro, il principe Ruffo di Calabria, morto in seguito alle sofferenze patite in prigionia; un terzo, il Lanza d'Ayeta, malatissimo a causa dei maltrattamenti ricevuti dai nazisti. Il Luogotenente, giungendo a Roma, non aveva provveduto a nessuna nomina; perciò rimanevano in carica il generale d'aviazione Carlo -Grariani, devotissimo e attivissimo; il marchese Clarelli, gran signore, con due figli al fronte; il marchese Ferdinando Pallavicini, ex ufficiale di cavalleria. Spesso mangiava alla Corte Nobile il generale Infante, `unico aiutante di campo del Luogotenente sino alla nomina dell'ammiraglio Garofalo, avvenuta nell'aprile del 1945. Infante, molto abile, era riuscito a farsi benvolere dagli alleati, sfuggendo così agli attacchi che all'improvviso gli vennero mossi per il suo comportamento in Grecia, ove all'epoca dell'armistizio comandava una divisione.

Pure in una corte così ridotta. gli intrighi non mancavano. Ad osservatori superficiali la cosa poteva sfuggire, ma vivendo nell'interno del Quirinale era facile scoprire la

 

 

rete che andava stringendo sempre più le sue fila attorno al luogotenente, Il quale non poteva neppure lontanamente sospettare, esistessero persone non fidate, nemiche. Per esempio, uno degli staffieri, che da oltre 19 anni prestava servizio al Quirinale, dava costantemente notizie ad un partito estremista, di quanto accadeva a corte; e per i suoi servigi di pochi mesi ricevette un milione e mezzo, che consegnò all'ingegner R. con l'incarico d'impiegare tale somma. Segnalata alla principessa di Piemonte l'infedeltà dello staffiere, Maria José riuscì a far allontanare dal proprio servizio ma, incredibile ma vero, non a farlo dimettere dall'impiego.

In quello scorcio d'inverno del 1944, il Luogotenente uscì molto poco dal palazzo. Spesso la sera pranzava col maggiore di Campello, suo ex ufficiale d'ordinanza con il conte Alfredo Solaro del Borgo, gentiluomo della principessa di Piemonte, o con il duca Mario Cito di Filomarino di Bitetto la cui compagnia era molto gradita perché, occupandosi egli soltanto di arte, evitava di parlar e di politica o di cose essenzialmente. militari: un riposo quindi per il Luogotenente, dopo le lunghe, snervanti e non sempre. piacevoli Conversazioni politiche con uomini più o meno benevoli e più o meno accetti.

Altre volte pranzava con i duchi di Genova; e della duchessa si avvaleva per importanti incarichi di beneficenza.

In questo primo periodo accadde ro intanto episodi premonitori. della situazione che ai sarebbe sviluppata nel futuro.

Alla Messa di Requiem per I caduti delle Fosse 'Ardeatine, che ebbe luogo in Roma a Santa Maria degli Angeli,' intervenne il Luogotenente con la sua casa militare, oltre tutti i componenti del governo. Quando Umberto entrò nel tempio si udirono alcune voci gridare concitatamente: Fuori. non ne sei degno! è. E un gruppo di donne scalmanate tentò addirittura di far sospendere la funzione. Esse furono indotte ad uscire dalla chiesa ad opera specialmente. del marchese di Montezemolo, comandante di marina, capo della segreteria del Luogotenente e fratello dell'eroico colonnello, caduto appunto alle Fosse Ardeatine. Egli affrontò le donne più esaltate contestando loro in primo luogo dl non essere parenti delle vittime (difatti la cosa risultò poi tale) e dichiarando infine, dinanzi ai fischi ed alle male parole: Mi chiamo Montezemolo, deve bastarvi!». Le donne tacquero: si seppe in seguito come esse fossero state pagate da un partito estremista onde inscenare quella manifestazione.

Per quanto dolorosamente, sorpreso, Il Luogotenente continuò ad assistere alla funzione sino alla fine, intrattenendosi, dopo, con i parenti veri delle vittime. Quando alcuni mesi più tardi vi fu l'episodio del lancio della bomba sulla piazza del Quirinale, che provocò non poco panico, il comandante Montezemolo, recatogli sul luogo e apertosi un varco fra le 200 persone urlanti insulti all'indirizzo del Luogotenente e della famiglia reale, fra le donne più scalmanate riconobbe colei che aveva provocato l'incidente in Santa Maria degli Angeli; la quale, riconosciutolo a sua volta, subito scomparve.

Montezemolo, ufficiale di marina era passato nel ruolo della riserva per non sottostare alla legge fascista che agevolava gli ufficiali sposati. Richiamato alle armi per la guerra, divenne ufficiale d'ordinanza del principe di Piemonte e poi capo della segreteria politica, ove svolse efficacissima opera perché era retto, non temeva le critiche, e non aveva paura di esporre le proprie idee. Ciò non poteva di certo procurargli molti amici nell'ambiente di corte, e fu forse per tale ragione che egli finì per dare le dimissioni. Prima di andar via suggerì, d'accordo con II ministro della marina, di mettere al suo posto l'ammiraglio Garofalo, che fu infatti subito nominato.

Il Garofalo, pari grado con l'altro aiutante di campo. non seppe imporsi; anzi, cercò di barcamenarsi, e quella povera segreteria del principe continuò a funzionare per tanti altri scopi fuorché quello di fare della giusta, onesta propaganda. Il segretario, capitano Callegarini, lavoratore, instancabile, pieno di buona volontà, se fosse stato bene diretto avrebbe potuto rendere ancor più. Invece, caratteristica di quell'ufficio era di scontentare tutti. Specie i patrioti che venivano dal Nord e che avevano rischiato la vita attraversando le linee nemiche: non erano bene accolti ed alle loro richieste di essere ricevuti dal Luogotenente, si rispondeva quasi sempre con un diniego.

"STANCARE I MONARCHICI"

E il Luogotenente ignorava tutto. Significativo è l'episodio, appena avvenuta la liberazione del Nord. dell'ammiraglio Marengo di Moriondo, padre di caduto medaglia d'oro, al quale Garofalo fece aspettare 40 giorni l'udienza. Eppure il Moriondo aveva scritto pagine di vero valore nella lotta partigiana piemontese, vivendo per due inverni sulle montagne, affrontando disagi enormi, tanto che la liberazione lo trovò in uno, stato di 'salute quanto mal. precario.

Si dice che l'ammiraglio Garofalo usava affermare, scherzando, che il suo compito era quello di stancare i monarchici. In verità non poteva meglio raggiungere lo scopo. E quando si ammalò, due mesi prima delle elezioni, il ministro Falcone Lucifero prese le redini della propaganda; ma per quanto abile ed instancabile fosse, era troppo tardi. Pare che lo slogan di taluni in questo periodo fosse:

I reali non devono farsi réclame»; però in un tempo in cui i partiti estremisti si organizzavano in modo perfetto e rivoluzionario.

La fine dell'anno trovò il Luogotenente ospite dei duchi di Genova e di Ancona. Molto modestamente, nel loro salotto era stato preparato un tavolo in un angolo: un panettone, una bottiglia di spumante italiano. Fu brindato agli assenti, e negli occhi di Umberto, sempre così padrone di sé, i presenti videro brillare una lagrima. Di certo pensava ai figli lontani: aveva ricevuto notizie telegrafiche quel giorno stesso, ma si capiva come soffrisse della forzata lontananza: Così, nel palazzo del Quirinale, in grande semplicità, fini l'anno 1944. E quella notte arrivarono, attraverso le spesse mura e le chiuse finestre, gli echi dei colpi d'arma da fuoco e dei petardi lanciati, e forse intenzionalmente, con maggiore abbondanza del solito. Salutavano il sorgere del nuovo anno.

La mattina del 1° gennaio 1045 il Luogotenente ricevette gli auguri del governo e delle rappresentanze del senato, delle camere e della magistratura. Giacchette. e anche giacche chiare. Solo il marchese della Torretta, presidente del senato, ed il procuratore generale dello stato, Pilotti, si presentarono in vestito scuro e da cerimonia. Subito dopo la presentazione degli auguri, Umberto di Savoia si recò nella grande sala detta degli Svizzeri, per servire un pranzo ai bimbi poveri. Ma tutto ciò era ignorato dai più, non soltanto nel rimanente del paese, ma anche nella stessa Roma. Le pareti del Quirinale parevano ovattate ad arte.

L'8 gennaio, Te Deum nella Cappellina dell'Annunziata, per il genetliaco della regina Elena. Quel giorno erano presenti, inoltre, due nuove dame di corte, fra le quali, nominata sei giorni prima, con meraviglia di tutti, la duchessa Acquarone. La cosa fu molto discussa negli ambienti del Quirinale, sia perché si era certi che la regina Elena non avrebbe mai più abitato il palazzo, anche in caso di vittoria monarchica, sia perché si rimproverava al duca Acquarone di avere male organizzato il colpo del 25 luglio, e di non essersi affiancato personalità di valore politico, sia anche per l'armistizio, che se fosse stato meglio predisposto avrebbe forse. risparmiato all'Italia tante sofferenze. tante umiliazioni e distruzioni.

Nei primi mesi del 1945 la vita scorrevi normalmente a corte. Il Luogotenente riceveva sempre più gente, compresi molti ministri in carica, ch'erano soliti mostrarsi gentilissimi durante l'udienza, per poi lasciar scrivere" nei loro giornali attacchi ferocissimi contro Umberto di Savoia. Anche Nenni, di fronte al Luogotenente, era corretto e contegnosissimo; benché, arrivando al Quirinale, ostentasse di calzare sul capo il basco.

In quel periodo Umberto non andava quasi mai a pranzo fuori del palazzo, tranne che per gli inviti' dell'ambasciatore americano Kirk. A volte trascorreva le serate con la vecchia principessa Militza del Montenegro, sua zia, che abitava in un modesto villino di via Scialoia; oppure dai conti Tieskiewich, cugini della regina Elena. Lavorava indefessamente. Anche a tarda notte, quando tutto taceva nel vasto palazzo, si poteva notare la luce filtrante dalle imposte chiuse del suo studio.

Intanto la guerra continuava ad infuriare nell'alta Italia. Si udivano storie raccapriccianti narrate dai patrioti che giornalmente affluivano al palazzo reale provenienti dal Nord. Sevizie a donne e bambini, torture ai non simpatizzanti per i nazisti. Dalla sua unità nazionale, l'Italia non aveva vissuto pagine di storia più sanguinose; e gli animi erano tesi, specie in coloro che avevano la famiglia nel settentrione. Le bande di partigiani monarchici non mancavano: la "Mauri" a Torino, la "Osoppo" nel Friuli, comandata dal colonnello Del Din, il cui figlio era morto nella divisione stessa e la figlia seviziata dagli slavi; in Lombardia la divisione "Franchi" che scrisse pagine di gloria. Si sarebbe però desiderato, fra i patrioti monarchici del Nord, un principe di casa Savoia. Per il Luogotenente la cosa non era possibile, perché, giuridicamente, - egli non avrebbe potuto (come aveva fatto Vittorio Emanuele III nel 1915) nominare un altro Luogotenente; e poi doveva mantenere i contatti con il governo e con gli alleati. Umberto interessò invece i suoi cugini in Svizzera, duchi di Bergamo e di Pistoia, invitandoli a raggiungere, attraverso le montagne, le divisioni dei patrioti. Pare che ambedue abbiano rifiutato, così come tutti gli altri. Soltanto il vecchio conte di Torino, quasi cieco, che si trovava pure in Svizzera, scrisse una nobile lettera al colonnello Moscatelli, deprecando che l'età e gli acciacchi non gli consentissero di unirsi a coloro che combattendo i tedeschi tenevano 'alto il nome dell'Italia., La sua lettera fu molto apprezzata, pur non essendo certo monarchiche le bande di Moscatelli.


martedì 17 marzo 2026

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II


In occasione della ricorrenza della morte in esilio del nostro Sovrano proponiamo alla memoria dei nostri lettori un articolo scritto nel 1964 in occasione del primo ricoevero per grave malattia.

Fu un momento difficile per il Re che visse con estremo riserbo ed in cui si ritrovoò al capezzale la Regine che non lo lasciò mai solo. A dispetto dellle mille brutte voci chehanno circondato la loro coppia.

Ma fu anche un momento in cui il Sovrano sentì vicinissomo l'affetto del suo popolo.
A Roma fu celebrato un Te Deum per la sua guarigione.

Un articolo preoccupato, pieno di belle foto del nostro Re.

https://www.reumberto.it/umberto-e-un-malato-difficile/

domenica 15 marzo 2026

43° Anniversario della scomparsa in esilio di Re Umberto II

 

 




di Emilio Del Bel Belluz

 

Il 18 marzo 1983 moriva in terra d’esilio Umberto II di Savoia, ultimo Re d’Italia. Da allora sono passati 43 anni. Per coloro che lo hanno amato, questa data si ricorda con la stessa tristezza con cui si ricorda la scomparsa di una persona cara che ci ha voluto bene e ci ha insegnato a percorrere le strade della vita.

Ho voluto bene a questo Sovrano con tutto me stesso, e ho sofferto per la sua scomparsa. Qualcuno mi ha chiesto cosa mi abbia avvicinato a quest’uomo. La risposta è molto semplice e sa di verità.

Nella mia vita non ho mai voluto allontanare nessuno, e non ho mai pensato che si potesse impedire ad una persona di vivere nello Stato dove è nata o di amare ciò che le avrebbe reso più lieta la vita. Si dice che ognuno possieda un pezzetto di cielo nel luogo in cui è nato e che lo porti con sé per tutta la vita.

Quando a scuola venni a conoscenza che il Re Umberto II si trovava in esilio, avrei voluto poter fare qualcosa per far finire questa terribile condanna. Da bambini non è facile comprendere ciò che accade alle persone; ma la parola esilio, una volta imparata, mi è rimasta dentro come se si fosse attaccata al mio cuore.

Quando appresi la storia di Casa Savoia e del Re Umberto II, mi augurai che prima o poi questo esilio potesse terminare. Quelli come me si domandavano, nel corso degli anni, se il Re potesse finalmente ritornare, mail tempo passava inesorabile, e allora sperai in un atto di giustizia. Il mio Paese si riteneva paladino dei principi di democrazia, ma nulla accadeva.



Come aveva detto lo scrittore Giuseppe Prezzolini: “Nulla è più stabile del provvisorio”. Quando raggiunsi la maggiore età, ero talmente dispiaciuto che il Re si trovasse in Portogallo che decisi di scrivergli. Nella lettera che gli invia, gli dissi che ero molto dispiaciuto che dovesse rimanere lontano, e gli raccontai che molti italiani lo amavano e che avrebbero fatto qualsiasi cosa perché tornasse. In questa mia missiva gli chiesi se potessi avere una sua foto con dedica, che per me sarebbe stato un regalo molto importante.

Mi ricordo che mi recai alla posta, e con orgoglio, chiesi all’impiegato un francobollo per il Portogallo e informazioni sul tempo necessario perché la lettera arrivasse a destinazione.

Ero molto felice e nutrivo tanta speranza. Alla sera pensavo che il Re avrebbe gradito che un giovane si ricordasse di Lui. In certi momenti immaginavo di essere il primo a vederlo dal suo ritorno dall’esilio. Quella lettera che avevo inviato al Re, arrivò a destinazione, perché qualche settimana dopo, mi giunse la sua gradita riposta e la sua foto con dedica. Mi sentivo come se avessi toccato il cielo con un dito dalla felicità.

Mostrai con orgoglio quella foto con dedica a tutte le persone che conoscevo. La posi in una cornice d’argento, quindi la sistemai con cura nella mia biblioteca. Gli anni continuavano a passare e seguivo le vicende del Sovrano attraverso gli articoli che comparivano nei vari giornali. Li custodivo come fossero un tesoro. Quando seppi che il Re era ricoverato in un ospedale a Londra, perché le sue condizioni di salute non erano buone, avrei voluto essergli vicino come un figlio fa con il proprio padre.




Leggendo una sua intervista, nella quale chiedeva al presidente della repubblica di poter morire nel suolo italiano, mi si strinse il cuore. In un cero verso ero sicuro che lo avrebbero accontentato, non per pietà verso un Re che stava morendo, ma per un atto di giustizia, anche se arrivava troppo tardi. Dopo il referendum istituzionale il Re aveva lasciato il proprio Paese per evitare una guerra civile. A Napoli ci furono dieci morti e centinaia di feriti monarchici.


De Gasperi promise al Re che il suo allontanamento dall’Italia sarebbe stato provvisorio, per qualche mese, finché le acque si sarebbero calmate. Quel provvisorio durò 37 anni d’esilio da vivo e 43 anni d’esilio da morto. Ai funerali del sovrano morto in esilio mi sentivo umiliato, triste, abbattuto come un albero sfondato.

Da studente in legge ricordai come fosse giusta la citazione del grande avvocato Francesco Carnelutti: “L’Italia è la culla del diritto, ma è la tomba della giustizia”. Quel giorno eravamo migliaia di persone di ogni età, provenienti da tutta Italia, per vedere il loro Re. Lo vidi morto, il volto sofferente, indossava la divisa da generale del Regio Esercito, e sopra la sua bara era stesa la bandiera con lo stemma Sabaudo. Il 23 marzo 1983, piansi il Re come se fosse morto mio padre, e ripensai alla terribile condanna chiamata esilio.

Ero stato costretto ad onorare il mio Re in terra straniera. Lo stesso giorno vidi S.A.R., il Principe Vittorio Emanuele IV, assieme a suo figlio, il Principe Emanuele Filiberto che all’epoca aveva 11 anni. Suo padre e suo figlio avrebbero continuato a rimanere in esilio fino al 2002. In questi giorni che precedono la data dell’anniversario della sua morte, mi sento indignato nei confronti del mio Paese perché mi ha impedito di vedere il mio Sovrano vivere nella nostra bella Italia.

Nella mia biblioteca ho centinaia di libri e riviste inerenti alla storia di Casa Savoia che ho ereditato dai miei antenati e che custodisco come fossero un tesoro. Ogni volta che osservo la sua foto con dedica conservata nella mia biblioteca, rivedo un Sovrano che non aveva mai dimenticato le sue origini, la sua storia e il suo amore per la Patria che lo vide nascere. Uno dei sogni della mia vita, era quello di poterlo conoscere, di stringergli la mano, e di dimostrargli il mio affetto e la mia stima.

È da sessant’anni, comunque, che lo porto nel cuore. Alcuni giorni fa, ebbi la fortuna di trovare scritto sul settimanale Epoca del 1952, questa lettera indirizzata al Sovrano in cui una bambina Lo invitava a ritornare in Italia. Caro Re. Sono una bambina di 7 anni e ti voglio tanto bene. Ti voglio bene che desidero vederti. Mi hanno detto che tu a Roma non puoi venire. Io ti do un consiglio, fatti dare i vestiti di un povero e tu dai i tuoi a lui e così vestito vieni a Roma. Fai sapere quando verrai che ti veniamo ad aspettare alla stazione. Per piacere mi mandi la fotografia della principessa Beatrice della prima comunione. Bacetti Luciana Nardi.

Questa una delle tante lettere che giunsero al Re in esilio, che lo avranno reso felice. Chissà se quella bambina sarà ancora vivente? Riporto questa sua riflessione, quella di un uomo che ha tanto sofferto e tanto amato la sua patria. “Ogni giorno mi è più amaro l’esilio, non solo per il tempo trascorso senza aver potuto vedere i luoghi e persone tutti per me cari e pieni di ricordi, ma soprattutto perché nelle difficoltà da affrontare e da risolvere avrei potuto dare una mano anch’io”. Alla sua morte, il 18 marzo 1983, nel suo scrittoio di Cascais, trovarono il suo testamento spirituale: «Dal testamento di San Pietro I Vladika del Montenegro. “Io mi avanzo pieno di speranza alle soglie del Tuo Divino Santuario la cui fulgida luce ravvisai sul sentiero misurato dai miei passi mortali. Alla Tua chiamata io vengo tranquillo...”». Una citazione di una lettera di san Paolo ai Corinti, copiata in latino e tradotta in italiano: «Mihi autem pro minimo est ut a vobis iudicer (aut ab humano die). Sed neque me ipsum iudico. Nihil enim mihi conscius sum sed non in hoc iustificatus sum; qui autem iudicat me, Dominus est». Traduzione del Re: «Poco importa a me d’essere giudicato da voi (o da un tribunale di uomini) né mi giudico da me stesso, poiché non ho coscienza di aver commesso alcunché ma non per questo sono giustificato: mio giudice è il Signore».


sabato 14 marzo 2026

Anniversario della scomparsa di Francesco Cognasso

 


di Gianluigi Chiaserotti

Il 14 marzo di quaranta anni fa, a 99 anni (ne avrebbe compiuti 100 il 16 dicembre), moriva lo storico Francesco Cognasso.


Fu docente universitario dal 1928, insegnando (fino al 1956) Storia Mediovale all'Università di Torino.

Nell'ambito del periodo medievale ha studiato specialmente la storia bizantina e quella delle Crociate ("La genesi delle Crociate", 1934; "Bisanzio, storia di una civiltà", 1976).

Quindi studiò con molta precisione la storia del Piemonte e della Dinastia Sabauda, quest'ultima con documentatissime biografie ("Il Conte Verde, 1334-1383", 1926; "Umberto Biancamano", 1929; "Amedeo VIII, 1383-1481", due voll., 1930; "Storia di Torino", 1934; "Tommaso I e Amedeo IV", due voll., 1940; "I Savoia nella politica europea", 1941; "Il Piemonte nell'età sveva", 1968).


Ma la sua ricerca fornì alcuni quadri nell'insieme ("Popoli  e Stati nel Mediterraneo nell'Alto Medioevo", 1931; "Il Medioevo", 1958).

Ma il suo contributo fu anche per la Storia del Rinascimento e del periodo risorgimentale ("L'Italia nel Rinascimento", 2 voll., 1965; "Vittorio Emanuele II", 1942 e la raccolta delle sue "Lettere", 2 voll., 1966; "Cavour", 1974).

Francesco Cognasso fu, dapprima insegnante in ginnasi e licei, ed in seguito il primo preside della facoltà di Magistero di Torino dove insegnava Storia moderna. 

Prendendo il posto di Giorgio Falco – estromesso dalla docenza universitaria in forza delle leggi razziali – nel 1939, Cognasso ottenne appunto  la cattedra di Storia medioevale nella Facoltà di Lettere del capoluogo piemontese, conservandola sino al 1968, quando fu proclamato professore emerito per raggiunti limiti di età.


Tra il 1930 e il 1934 diresse la Rivista storica italiana, nel dopoguerra divenne presidente della Deputazione Subalpina di Storia Patria, direttore del Bollettino storico-bibliografico subalpino e consigliere del Centro italiano di studi sull'alto medioevo. Tutta la sua produzione lo vide, come già detto, sempre impegnato in modo particolare nello studio dei documenti medioevali. Fu un tenace sostenitore della monarchia sabauda e concentrò le sue ricerche soprattutto sul Piemonte e sui Savoia, attraverso i quali entrò nel vivo dei maggiori conflitti europei e si interessò alla politica viscontea. Si interessò, come detto,  anche di Bisanzio e dell'Oriente, argomenti all'epoca trascurati in Italia (Giovanna di Savoia fu imperatrice romana d'Oriente, moglie di Andronico III Paleologo).

L'attività di studioso non si svolse esclusivamente nel mondo accademico, ma tenne intensi rapporti anche con ricercatori locali. Non più docente universitario, continuò i suoi studi soprattutto del passato piemontese e sulle origini dei Savoia e sul Risorgimento. 

Il Re Umberto II creò il prof. Cognasso Cavaliere Civile di Savoia (1964) e quindi membro della Consulta dei Senatori del Regno.

Fu anche socio dell'Accademia delle Scienze di Torino, socio nazionale dell'Accademia dei Lincei (1966), presidente della Mostra storica organizzata in occasione del Centenario dell'Unità d'Italia, nel 1961.

(I libri riprodotti nelle foto sono conservati nella mia biblioteca).

Conferenza a Roma

 

Siete invitati a una Nostra Lectio Magistralis dal Titolo


IL  CAPITALE  GEOPOLITICO

L’INFORMAZIONE  SCIENTIFICA. 

L’EPOCA DEL METAVERSO

L’Evento, sulla base della prolusione di inizio Anno Accademico, dà l’avvio ad una serie di interventi dedicati al Terzo Millennio.


La Capitale del Mondo, in asse tra l’Europa e il Mediterraneo,
sarà presa in esame nel suo ruolo geopolitico.
L’Informazione Scientifica sarà adottata, per ragioni di metodo, come punto di vista privilegiato per inquadrare la categoria del Metaverso,  al fine di mettere in forma l’attuale Sistema dell’Arte, espressione evidente di una Visione del Mondo, altrimenti superata.
L’Italia si innova in verità al suo cospetto Nomen Omen.


L’ Obiettivo   Promuovere l’Italia dal Centro di Roma
Il Focus L’Idea di Roma
LIBRERIA  HORAFELIX
VIA REGGIO EMILIA, 89   ROMA
MERCOLEDI’   18  MARZO  2026  ORE 18
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      Cordialmente
          Prof. Massimo Fulvio Finucci e D.ssa Clarissa Emilia Bafaro

sabato 7 marzo 2026

Saggi storici sulla tradizione monarchica - XVII

 

2) LE FONTI CRISTIANE

Mentre il principato dei Cesari si affermava sempre più nell'immenso stato romano, una nuova forza sorge in Oriente, dilagando con rapidità meravigliosa: il Cristianesimo. Forza rinnovatrice perché nemica della schiavitù, della violenza, dell'oppressione, ma tradizionalista in un senso strettamente politico, la nuova Religione non mancò di mettere in luce la sua assoluta fedeltà al legittimo rappresentante dell'impero romano e già S. Paolo scriveva ai Romani: « Ognuno sia sottoposto ai poteri superiori poiché non vi è potere se non da Dio e i poteri esistenti sono ordinati da Dio, cosicché chi resiste al potere resiste all'ordine di Dio ». Ep. ai Romani XIII 1-2).

I fedeli di Cristo, non potevano però riconoscere al principe quei
poteri e quell'autorità: strettamente connessi con i principi della religione pagana e cioè il carattere di semidio e partecipe della natura divina e rifiutarono al sovrano il tributo di adorazione dovuto soltanto al vero Dio. Questa fu la ragione principale delle persecuzioni sanguinosissime che da Nerone a Costantino per circa duecentocinquant'anni infierirono contro i Cristiani; la loro fede minava alle basi il potere imperiale che reggeva quasi esclusivamente sul mito religioso, unico composta da decine di popoli ed in un esercito formato in gran parte da soldati barbari e mercenari.

Tale situazione venne a mutare nel 313 con il famoso editto di Mi­lano, quando Costantino 'accordò ai Cristiani la libertà di culto, ed il progressivo avvicinamento di questo Imperatore al Cristianesimo portò ad una revisione totale di vecchi principi condannati a cadere perché falsi e irrazionali. La religione pagana era ormai debellata ed anche il culto del principe deificato era ormai caduto in disuso come quello delle altre divinità olimpiche, ma Costantino volle evitare che questo nuo­cesse al prestigio della corona introducendo una serie di innovazioni nella corte che ebbe sede a Costantinopoli, la magnifica città sul Bo­sforo da lui fatta edificare, e considerata la nuova Roma.

Qui la corona ricevette nuovo splendore attraverso la pompa delle cerimonie e la magnificenza dei costumi assunti dall'Imperatore: nuove cariche vennero ad ingrandire la già enorme schiera dei funzionari e dei cortigiani imperiali, nuove regole di etichetta ad accrescere nel popolo la riverenza ed il rispetto per la figura dell'Imperatore, non più dio, ma proclamato «isoapostolos» cioè uguale agli Apostoli.

La partecipazione di Costantino agli affari della Chiesa, lo rese protettore dei Vescovi ed in un certo senso esecutore delle loro sentenze, come quando dopo il concilio di Nicea, nel 325, in seguito alla condanna pronunciata dai Padri contro l'eretico Ario, l'Imperatore acconsenti a mandarle in esilio con alcuni seguaci; tuttavia Costantino non volle assumere nelle !assemblea ecclesiastiche una parte di primo piano, al­meno ufficialmente come ben nota S. Giovanni Bosco scrivendo: « Egli prese parte al Concilio non come giudice ma come protettore dei Ve­scovi, e per impedire che gli eretici commettessero turbolenze ». (Storia eccl. Epoca II cap. I1°).

L'autorità imperiale, in definitiva aveva guadagnato con l'acco­starsi alla Chiesa, l'appoggio di una grande organizzazione che ormai stendeva ovunque i suoi rami ed alla quale aderivano uomini illustri per santità di vita e profondità di dottrina; abbandonando il paganesimo l'imperatore aveva abdicato a dei titoli, in cui permaneva un prestigio puramente umano e politico senza che alcuno potesse ragionevolmente concepire n sovrano come un essere soprannaturale. Le stesse divinità dell'Olimpo avevano perso quasi completamente ogni ascendente sul popolo e fin dal tempo di Traiano, Plinio poteva scrivere dalla. Bitinia che i templi pagani erano quasi deserti.

Abbandonando quindi il paganesimo per il Cristianesimo, Costantino aveva compiuto un atto politico, oltre che religioso, della massima importanza e rafforzato saldamente il trono all'ombra della tradizione cristiana armai ricca di tre secoli di storia gloriosa e di (miracoli strepitosi. Mentre in Occidente l'Impero di Roma, cadeva sotto i colpi delle orde barbariche e l'ultimo imperatore Romolo Augusto, portava con sé nella tomba l'ultimo ricordo della potenza romana, in Oriente, veniva acquistando sempre maggiore importanza il concorso della Chiesa, come fonte del potere civile. Dalla decadenza degli antichi organi repubblicani, solo il Senato aveva conservato, almeno formalmente, una, qualche importanza soprattutto per la sua funzione di manifestare solennemente la sua volontà, quando l'imperatore appena eletto gli comunicava la propria assunzione al trono, ma ben presto venne soppiantato dall'autorità ecclesiastica con l'introduzione da parte dell'imperatore Leone, nel 457 (se non del predecessore Marciano, nel 450) della solenne cerimonia dell'incoronazione. Accettando la corona, ai piedi dell'altare, dalle mani del Patriarca di Costantinopoli, il Sovrano riconosceva esplicitamente di riceverla dal rappresentante di Dio, qualificato a rappresentarlo in quanto membro della Chiesa.

Nasce così la figura dell'imperatore consacrato e delegato da Dio, attraverso la Chiesa, a governare il popolo cristiano, a difendere il Cristianesimo, a tutelare la giustizia. Quell'imperatore che prima era il padre ed il padrone dei popoli perché essere semidivino e superiore ad ogni altro, viene ad assumere prerogative più ristrette ma ugualmente elevate in forza della consacrazione.

Il principio del diritto divino ha qui la sua prima esatta concretizzazione storica perché viene stabilito che il monarca è tale per un diritto che entra in vigore alla morte del suo predecessore, ma raggiunge la pienezza del potere soltanto con la consacrazione carismatica, quasi sugello soprannaturale all'autorità terrena del nuovo sovrano.

La tradizione biblica che rappresentava il Sovrano scelto da Dio, per mezzo di un suo incaricato, (così infatti Samuele cercò ed unse Re, per incarico divino, prima Saul e poi David) rivive nella tradizione del Nuovo Testamento, poiché il rappresentante della Divinità consacra colui che per un complesso di circostanze è giunto al trono.

Non esiste ancora il concetto preciso di legittimità, perché frammentario e spesso infranto è il principio dinastico talvolta alternato a quello elettivo o ad altri criteri di scelta, ma è ormai ben chiaro il principio giuridico ed universale del diritto del Re consacrato come precisati sono i rapporti fra il Pontefice e l'Imperatore nella famosa definizione di Papa Gelasio I.

Talvolta questo concetto di divina consacrazione, darà all'imperatore la pretesa di partecipare all'attività dottrinale della Chiesa con ingerenze anche indebite, ma resta fatto innegabile l'unione fondamentale della Chiesa e dell'Impero che ormai sono un tutt'uno. 

Con S. Gregorio Magno s'incomincerà a parlare di Repubblica cristiana che comprende tutt'insieme Chiesa e Impero, la società cristiana, unica, come la concepirà il Medio Evo, ed infine vedremo questi concetti assumere nuova importanza e grandeggiare come frutti meravigliosi dell'ingegno di San Tommaso e di Dante, sintesi mirabile di ottocento anni di pensiero religioso e politico medioevale.


domenica 1 marzo 2026

Saggi storici sulla tradizione monarchica - XVI

 


LE FONTI

1) LE FONTI CLASSICHE

Si può ben dire che il principio monarchico sia vecchio quanto il mondo; fino alle porte misteriose della preistoria, fin dove giunge l'occhio dello storico è sempre presente il concetto immutabile del supremo reggitore terreno la cui 'autorità è partecipazione di quella divina, di ordinamenti umani strettamente legati a quelli celesti.

Così in Oriente, là dove sorsero le prime grandi civiltà storiche, i Re sono dei, o figli, o pupilli di divinità e come queste possono esercitare un potere assoluto dispotico; i Faraoni egiziani e i Re babilonesi, come più tardi quelli assiri, venivano considerati come padroni assoluti della vita e dei beni dei loro sudditi e nello stesso tempo dovevano procurare a questi il necessario alla loro vita ed al loro benessere: il loro governo di carattere paternalistico a tendenza totalitaria, mirava a regolare giuridicamente i rapporti economici ed a stabilire o controllare prezzi, salari tassi, attraverso una porzione di prodotti incamerati dai Sovrano, tanto grande da formare quasi dei monopoli regi.

In Europa, più 'antico ricordo monarchico è costituito s'alla ci‑

viltà cretese (3000-1200 a. C.) che fiorì nell'isola del Mediterraneo e di cui la tradizione serba Fil ricordo attraverso la leggenda del mitico Re Minosse, e quindi dalle monarchie d'Argo e di Micene, cantate dai poemi del ciclo titolo= omerico.

Gli avanzi che ancora oggi restano a testimoniare gli splendori di Creta, di Micene e di Troia, la tradizione orale e scritta, n cui primeggiavano i due grandi poemi di Omero: l'Iliade e l'Odissea, possono

 

darci anche un'idea abbastanza precisa di quale fosse il sistema politico su cui queste civiltà poggiarono ed in esso sempre primeggia,

il concetto del Re definito araldo di Giove» pastore di popoli in una parola rappresentante della divinità e da questa investito del suo potere sopra gli altri uomini. Molti di questi antichi sovrani sono anche parenti degli Dei, benché mortali, come benché figlio di Giove, Achille figlio di Veti e le sorelle Elena e Clitennestra sorelle dei Divine Dioscuri e figlie di Giove; tuttavia queste divine parentele non implicano quasi mai un concetto d'infallibilità o d'immortalità perché anche i Re sono soggetti alle passioni e agli errori propri dell'umana natura, ed ugualmente debbono soggiacere alla vecchiaia e alla morte.

Passando all'epoca storica, troviamo le monarchie ellenistiche ed ancora prima greche. come quella spartana, in cui sempre assoluta è l'autorità sovrana talvolta appena mitigata da consigli di anziani o di generali. I Re sono quasi sempre figure di prima grandezza di eroi come Leonida e Codro, ambedue sacrificatisi per la loro città (rispettivamente Sparta ed Atene) o addirittura passando nell'ambito propriamente storico come Alessandro che, figlio di Filippo di Macedonia, fondò il grande impero i cui confini giunsero fino all’Eufrate e a Babilonia.

Costante è nella tradizione il tentativo di trovare per questi Uomini una origine divina che ne legittimi in un certo senso l'autorità assoluta e per questo Alessandro Magno non disdegnò di far diffondere una voce che lo spacciasse come figlio di Giove.

Maggiori sviluppi ebbe questa tendenza nelle monarchie ellenistiche, sorte dalla divisione dell'impero del grande Alessandro, favorita specialmente del carattere mistico delle popolazioni orientali. In Egitto, in Siria, ed in Asia Minore, i Sovrani continuano a presentarsi come inviati della divinità ed alimentano queste credenze popolari attraverso la pompa, esteriore e complicate regole di cerimoniale destinate a fare del Sovrano il centro di una specie di liturgia pagana e di una venerazione singolare a cui tutto il popolo doveva partecipare; nel recesso delle segrete stanze della reggia, vive il Re nascosto quasi ai suoi sudditi, davanti ai quali appare soltanto in una scenografia fantastica e suggestiva.

In Europa occidentale, e precisamente a Roma, la figura. del Re assume nel primo periodo di vita della città, un carattere più semplice ma non meno autorevole. Nel periodo monarchico di Roma, che si può porre approssimativamente fra il 753 ed il 509 a. C. il Re non è solo il suprem capo politico e militare ma soprattutto II detentore degli «auspicia» il designato dalla divinità.

 

E tale carattere sacro è tanto forte, direi quasi indelebile, che quando — per ragioni che sarebbe troppo lungo illustrare e comunque esulano dal carattere di queste pagine — la monarchia decade per la­sciare il posto ad una forma nuova di governo, il rex resta come «rex sacrorum» ovvero capo religioso; la monarchia viene cioè spogliata, del suo carattere politico ma non del suo contenuto e della funzione reli­giosa, che le è propria.

Il Re romano non è come i Sovrani orientali un idolo nascosto, ma piuttosto come gli antichi eroi omerici, un pastore di popoli ed anche di armenti; i sette re che la tradizione ci mostra come condottieri del­l'antica Roma, che in realtà dovettero essere assai di più, condussero una vita semplice inframmezzata da guerre e da scaramucce con i popoli vicini, e le loro vicende restarono avvolte nella leggenda tan­to che nella lunga parentesi repubblicana di circa cinque secoli, du­rante i quali Roma da misero villaggio di pastori divenne la capitale di tutto il mondo conosciuto, sembrò quasi che la tradizione monar­chica fosse a poco, a poco restata sepolta sotto il lento fluire dei seco­li ed il rapido avanzare degli avvenimenti, delle conquiste guerriere e delle vicende politiche, ma quando per un fatale complesso di circo­stanze il nipote di Giulio Cesare, il giovane Ottaviano, s'impadronì dello Stato e ne divenne di fatto, se non di nome, il Sovrano assoluto, ecco riapparire gli elementi della tradizione monarchica più vitale e più attuale di prima.

Cesare aveva rifiutato la corona offertagli durante i Lupercali da Antonio e neppure Ottaviano volle incoronarsi Re, ma nonostante que­sto eccolo riportare alla luce la leggenda di Enea, che in Virgilio ebbe il suo poeta aulico, secondo la quale Ottaviano attraverso l'eroe troiano discenderebbe da Venere. Il desiderio di dare un concetto della sacra­lità del suo potere, di trovare un diritto risalente ai privilevi della divi­nità, lo spinsero a questo come ad assumere il nome di Augusto che appunto significa: «Colui che è sacro per designazione divina».

Il carattere sacro dell'imperatore venne poi sempre più accentuato sotto i successori tanto che prima nell'ambito dei «clientes» e poi in tutto il popolo si diffuse il costume di prestare l'adorazione al «ge-nius» dell'imperatore divinizzato, come era accaduto per Romolo, con­siderato dio sotto il nome di Quirino, anche Cesare ebbe dopo la morte un tempio nel centro del Foro, là dove il suo cadavere era stato arso, e tutti i successori vennero alla, loro morte considerati assunti in cielo come divinità e tale culto fu tributato anche alle loro virtù divinizzate, come dimostrano le memorie di un tempio eretto in memoria della «Clementia Caesaris».


Tali forme che ebbero uno sviluppo sotto il principato, raggiunsero l'acme sotto l'impero assoluto, favorite ancora una, volta dallo spostarsi del centro dell'impero verso oriente, cioè a Nicomedia dove Diocleziano pose la sua sede, rafforzando il concetto teocratico dell'im­periale potestà assumendo il titolo di «Iovius» ed attribuendo al col­lega Massimiano quello di «Herculius». Così alla fine del III sec. d. C. mentre più nessuno o quasi conservava la fede dei padri nelle divinità, dell'Olimpo pagano, ancora la forza morale del potere monarchico ve­niva legata alla religione ufficiale dello Stato di cui l'Imperatore rap­presentava non soltanto il sommo sacerdote ma anche una delle divi­nità pretendendo quindi dai sudditi, non solo l'obbedienza ed il rispetto, ma la vera e propria adorazione.

Mentre la corona veniva strappata da generali insanguinati, forti della acclamazione delle loro legioni, bastava che questi illegittimi de­tentori se ne adornassero per acquistare un carattere sacro ed inviolabile, davanti al quale non si fermavano però i congiurati e le loro trame.

domenica 22 febbraio 2026

Casa Savoia, le onorificenze dell'ultimo Re d'Italia Umberto II vanno all'asta a Ginevra il 18 marzo, lo stesso giorno in cui l'ex sovrano morì in esilio in Svizzera

 


Questa collezione arriva sul mercato per la prima volta: 44 lotti ripercorrono mezzo secolo di diplomazia, strategia e alleanze del Regno d’Italia con il resto del mondo


Casa Savoia, le onorificenze dell'ultimo Re d'Italia Umberto II, vanno all'asta a Ginevra il 18 marzo, lo stesso giorno in cui l'ex sovrano morì in esilio in Svizzera

Finora conservata in famiglia, questa collezione unica di onorificenze appartenute a Umberto II, ultimo Re d'Italia, sarà presentata per la prima volta all'asta a Ginevra durante la settimana che va da lunedì 16 marzo dalla Casa d'Aste Piguet. Finemente lavorate, queste decorazioni saranno offerte in 44 lotti, con una stima complessiva compresa tra 400.000 e 600.000 franchi svizzeri. La maggior parte di queste onorificenze fu assegnata a Umberto II (1904-1983) quando era ancora Principe di Piemonte: simboleggiano i legami dinastici e diplomatici che univano le grandi famiglie regnanti del mondo. Raccontano la storia di un mondo tra due guerre e di una monarchia che accumulò onorificenze internazionali proprio nel momento in cui stava perdendo la sua legittimità in patria. Così commenta Bernard Piquet, direttore della casa d’aste ginevrina: «È rarissimo offrire un insieme così importante e prestigioso all’interno di un’unica asta. Gli ordini cavallereschi più illustri vi sono rappresentati nel loro grado più elevato. Ricevere la fiducia delle più grandi famiglie aristocratiche europee è un immenso privilegio, che comporta anche la responsabilità di vigilare affinché questi oggetti di prestigio proseguano la loro storia presso un nuovo proprietario degno della loro eredità».

[...]

Casa Savoia, le onorificenze dell'ultimo Re d'Italia Umberto II vanno all'asta a Ginevra il 18 marzo, lo stesso giorno in cui l'ex sovrano morì in esilio in Svizzera - Il Giornale d'Italia

sabato 21 febbraio 2026

ONORIFICENZE DEL RE D'ITALIA, UMBERTO II, ALL'ASTA A GINEVRA

 Da un nostro amico affezionato apprendiamo la notizia che segue, tradotta dal francese tramite Google.
Notizia che, solo per il momento, lasciamo senza commento.



Fonte: qui (1) Instagram


Questa collezione appare sul mercato per la prima volta: 44 lotti che ripercorrono mezzo secolo di diplomazia, strategia e alleanze.

 

Rimasta fino ad ora di proprietà della famiglia, questa collezione di onorificenze appartenute a Umberto II, ex Re d'Italia, è stata presentata per la prima volta a Ginevra durante la settimana del 16 marzo.

Offerti in 44 lotti, questi pezzi eccezionali erano stimati tra i 400.000 e i 600.000 franchi svizzeri.
La maggior parte di queste onorificenze si ispira a Umberto II (1904-1983), anche primo Principe di Piemonte: testimoniano i legami dinastici e diplomatici che unirono le grandi famiglie regnanti d'Europa e del mondo.

Raccontano la storia di un mondo tra due guerre, quello di una monarchia che accumulava onorificenze internazionali proprio nel momento in cui stava perdendo la sua legittimità in patria.

Erede della corona italiana, Umberto II regnò per trentacinque giorni, dal 9 maggio al 13 giugno 1946, e fu allora soprannominato "Re di Maggio".

Appartenenti a Casa Savoia, dove linee dinastiche e diplomatiche continuano a esercitare influenza sull'Europa e sul mondo, queste illustri figure emergono su una mappa geografica, sia negli scritti che nelle parole.

 

Articolo: Vanessa Schmitz-Grucker

 

Una giornata dalla Casa d'Aste Piguet, mercoledì 18 marzo.


(18 Marzo, anniversario della scomparsa di Re Umberto II. A Ginevra. Nota del webmaster)

 

📷 Impero russo. Ordine di Sant'Andrea Apostolo il Primo Nominato, fondato nel 1698, set da cavaliere (singolo grado), comprensivo di gioiello, collare, placca e astuccio. Lo stemma imperiale e il nome dell'ordine sono incisi in oro sulla rilegatura. 39 x 24 x 6 cm. Stima: CHF 100.000/150.000