4) L'ASSOLUTISMO.
Il prestigio della tradizione
monarchica, decaduta almeno formalmente e da un punto di vista squisitamente
dottrinario, ritrovò uno sprazzo dell'antico splendore in Francia sotto il
lungo regno di Luigi XIV detto il Re Sole. Questi del suo splendido palazzo di
Versailles fece i 'tempio della regalità e ribaldì con famosa frase: «L'état
c'est moi» il principio della monarchia assoluta.
Il concetto monarchico di
Luigi XIV è quello assoluto, nel senso più pieno della parola; per il principio
dell'autorità il Sovrano è non soltanto il principe ma anche il tutore dei suoi
sudditi ed in un certo senso il pesante protettore della Chiesa. Ed appunto in
quell'epoca le correnti teologiche gallicane ebbero in Francia il loro maggiore
sviluppo ed i tentativi di indipendenza del clero francese dalla Sede di Roma
trovarono nel Re un tollerante osservatore anche se non un vero e proprio protettore.
Differente situazione
presentava l'Inghilterra, retta dopo l'estinzione dei Tudor, dagli Stwart;
mentre Luigi XIV si accontentava di dichiarare parte integrale del potere
monarchico lo « ius regaliae » (cioè il diritto della Corona francese
esercitato da secoli in gran parte del regno, di amministrare i vescovati e di
conferire durante la vacanza i benefici di collazione vescovile) la nazione
d'oltremanica continuava a mantenere nello spirito della tradizione monarchica,
i principi ispiratori dell'azione di Enrico VIII staccatosi da Roma e
autoproclamatosi capo della Chiesa d'Inghilterra. Questa innovazione, che
riuniva in una sola persona i due poteri civile e religioso, concedeva al
Sovrano un potere praticamente assoluto, ma proprio l'Inghilterra pervenuta ad
un assolutismo reale se non formale ai primi del cinquecento, cioè circa un
secolo prima degli altri stati, battè poi la strada opposta, giungendo,
attraverso due rivoluzioni ad un regime liberale, almeno un secolo prima del
resto d'Europa.
Dopo il breve regno di Edoardo
VI e quelli di Maria la Cattolica e di Elisabetta, tutti e tre figli di Enrico
VIII, salì sul trono inglese agli inizi del XVII secolo, Giacomo Stuart,
anglicano benché figlio della cattolica Maria Stuarda da cui aveva ereditato la
corona scozzese. Giacomo I crudele ed ingiusto verso i cattolici, non fu
gradito neppure ai protestanti puritani e presbiteriani offesi dal tentativo
del Re di episcopalizzare la chiesa scozzese e poiché in quelle sette viva era
la tendenza, ereditata dal calvinismo, verso la democrazia, essa giunse molto
oltre fino a professare il diritto di resistenza alla tirannia religiosa e
dell'uccisione del tiranno. Questi risentimenti vivissimi sotto il regno di
Giacomo, tutto compreso dell'origine divina e dello sconfinato potere della
regalità, crebbero sotto quello del figlio Carlo I.
Le lotte continue fra il Re ed
I suoi ministri da una parte, ed il parlamento dell'altra ebbero vario esito,
non senza gravissime umiliazioni inferte alla Corona, come l'accusa al Duca di
Buckingham e la condanna a morte del conte di Strafford, ambedue ministri e
favoriti del Sovrano, e sboccarono nella guerra civile. Il Re sconfitto e catturato,
venne condannato a morte come «tiranno, traditore, omicida e nemico della
comunità» e decapitato il 30 gennaio 1649. Era la prima testa coronata,
troncata dalla rivoluzione borghese, sorta a chiedere impaziente ed insaziabile
il sangue del Sovrano.
La proclamazione della
repubblica inglese non è il primo episodio storico che mostra la ricca classe
borghese dei mercanti in lotta contro il potere regio, sostenuto dalla nobiltà,
ma è certo il più grave; la borghesia è ormai alla ricerca di un mezzo
qualsiasi per poter assumere una funzione politica e non esita, per questo, a
farsi strumento dei tiranni quale Oliviero Cromwell, e a calpestare ogni
tradizione ed ogni principio di diritto.
Quanto alla monarchia inglese,
restaurata nel 1660, nella persona del figlio di Carlo I, Carlo II, ebbe pochi
anni di vita perché il nuovo Sovrano non riuscì a consolidarne le basi in un
terreno minato dalla eresia protestante; il fratello e successore Giacomo II
che tentò di restaurare nel regno il Cattolicesimo fu travolto
dell'infedeltà dei sudditi, ormai formati nello spirito anglicano e antiromano,
e dovette abbandonare l'Inghilterra nel 1688 mentre vi entrava, chiamato dai
partiti protestanti, il genero Guglielmo d'Orange-Nassau statholder d'Olanda,
che ottenne la corona accettando definitivamente la Chiesa anglicana e la forma
costituzionale del governo.
Con la caduta della dinastia
degli Stuart, si può considerare finita in Inghilterra la tradizione monarchica
da un punto di vista ideologico; ancora perdura formalmente ed è viva nella
coscienza nazionale inglese, la devozione verso la monarchia britannica ma tale
fedeltà si esplica soltanto in formule esteriori di carattere sentimentale e
coreografico senza che la tradizione monarchica riesca a dare al paese una sua
impronta politica ed il Sovrano non è che un simbolo, di fronte al parlamento
ed al governo, espressione di questa assemblea.
Né in Francia, Luigi XIV
nonostante il suo assolutismo più politico che ideologico, riuscì a dare una
nuova vitalità al principio monarchico sul piano teoretico. Alcuni suoi
atteggiamenti di fronte alla Chiesa resero talvolta la sua figura di politico
piuttosto contrastante con quella del Re consacrato e la sua vita privata non
permise di poterlo sempre considerare come l'esempio dei suoi sudditi.
Il pensiero politico
dell'epoca del resto, non va molto discosto dall'andamento pratico e benché il
grande Vescovo di Meaux, Boussuet abbia illustrato con le più belle pagine
dettate dalla sua eloquenza, l'altezza e la dignità della tradizione
monarchica, pure non mancarono altri come Thom'as Hobbes che pur riconoscendo
al Sovrano il diritto ed il dovere di difendere i diritti della sovranità e di
rendere conto del proprio operato solo a Dio, non tralasciarono di affermare
che il Re riceveva il potere dai componenti dello stato, cioè i sudditi che
con un patto di tutti glielo avevano trasferito. «Questa - egli dice - è
l'origine di quel grande leviatano, o per usare maggior rispetto, di quel Dio
mortale, al quale dobbiamo pace e difesa, giacche per l'autorità conferitagli
dai suoi componenti, ha tanta forza e potere che può disciplinare la volontà
di tutti in vista della pace interna e dell'aiuto scambievole contro i nemici
esterni » Leviatano II, 17).
E' chiaro
che con questo, Hobbes benché teorico dell'assolutismo viene a negare l'essenza
del potere monarchico quale era stato concepito da S. Paolo in poi; la sua
teoria della necessità di un potere unico che è indispensabile per la pace e la
tranquillità della società, non implica che un riconoscimento del potere
monarchico come espediente puramente politico, di carattere essenzialmente
umano e pratico, anche se
il delegato della società ha diritto al massimo onore ed alla massima
venerazione.
In fondo si può dire che il
pensiero di Hobbes, rispecchi le vicende della sua epoca che vide le
rivoluzioni inglese e gli atteggiamenti di Luigi XIV contro la Chiesa
cattolica, due situazioni cioè che mostrano un distacco, non solo formale, fra
i due aspetti del monarca: il reggitore politico ed il rappresentante morale
del principio di autorità, ed il pensiero del filosofo inglese assume un
carattere particolarmente indicativo, in quanto rappresenta l'ultima
espressione dell'assolutismo dottrinario, prima del sorgere dell'illuminismo.