di Aldo A. Mola
Una inedito di
Giuseppe Mazzini alla Biblioteca Civica di Cuneo
Una lettera inedita di Giuseppe Mazzini del
3 agosto 1864 a un militante del “Libero Pensiero” viene esposta al pubblico in
apposita teca nella Sala Mazzini della nuova sede della Biblioteca Civica di
Cuneo, a Palazzo Santa Croce, un tempo Ospedale, splendidamente restaurato.
L'inedito evidenzia la distanza incolmabile tra l'“Apostolo” e il movimento dei
liberi pensatori esordiente in Italia all'inizio degli Anni Sessanta
dell'Ottocento. Il 1864 è l'anno dell’“Inno a Satana” di Giosuè
Carducci. Il rifiuto di Mazzini alla “elezione a Socio onorario dei Liberi
Pensatori” andò molto oltre le divisioni in corso tra i seguaci suoi e quelli
di Garibaldi. Investì anche la massoneria italiana, ancora incerta sulla
condotta da tenere nei confronti delle istituzioni cementate dalla
proclamazione del regno d'Italia, il 14 marzo 1861.
La lettera richiama indirettamente
l'attenzione sull'evoluzione del quadro politico del “Vecchio Piemonte” alla
vigilia del trasferimento della capitale da Torino a Firenze, deliberata con la
convenzione italo-francese del 15 settembre 1864: uno degli snodi fondamentali
per il rinnovo della rappresentanza parlamentare chiamata a svolgere un ruolo
autenticamente nazionale. In tale ambito divenne e a lungo rimase centrale la
scelta tra Mazzini e Garibaldi quale figura precipua di riferimento del cammino
della Nuova Italia. L'opzione fu tra collaborare con la monarchia per
consolidare il regno e completare l'unità o farne una repubblica. All'Italia
mancavano non solo Trento e Trieste, ma anche Venezia e soprattutto Roma. Il
cammino era ancora molto lungo. Nel settembre 1864 il siciliano Francesco
Crispi, che nel 1860 aveva preparato e assecondato l'impresa dei Mille
capitanata a Garibaldi, decisiva per l'unificazione, enunciò la linea: «La
monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe». Più tardi Carducci,
ammiratore di Mazzini e garibaldino di complemento, spiegò che federalismo e
regionalismo avrebbero precipitato l'Italia nelle divisioni laceranti del
Tre-Quattrocento, concluse con tre secoli di asservimento alle dominazioni
straniere.
La dirigenza politica del Vecchio Piemonte,
compreso il Cuneese che con gli “adelfi” Santorre di Santarosa e Guglielmo
Moffa di Lisio era stato in prima fila nelle battaglie risorgimentali, fece la
sua scelta: “Italia e Vittorio Emanuele”. A Cuneo Mazzini compì una breve
visita da clandestino, verosimilmente nel settembre 1855. Garibaldi vi fu di
sicuro un'unica volta, il 7 aprile 1859. Lasciarono tracce nettamente diverse
in una plaga che non nutrì speciale simpatia per il torinese Camillo Cavour, né per Massimo Tapparelli
d'Azeglio, eletto deputato nel collegio di Strambino (Torino).
A condurre nottetempo in carrozza Mazzini a
Cuneo da Savigliano, ove era giunto da Savona, fu l’industriale bacologo Carlo
Chiapello, che lo albergò fuori città, in una villetta di suo cugino, Carlo
Pogetti, farmacista e fautore della ferrovia Cuneo-Tenda-Nizza. Lì Pogetti
ospitava la vedova e la figlia del mazziniano Scipione Pistrucci, difensore
della Repubblica romana, morto a Lugano. “Stanco e
malaticcio”, secondo la narrazione Mazzini trascorse tre giorni “stando quasi
sempre a letto”. Vi ricevette in visita Giovanni Audiffredi (1809-1875),
pioniere della bacologia nel Cuneese, nel 1853 nominato senatore per la XXI
categoria, Luigi Parola (protomedico dell'ospedale civico, sindaco di Cuneo,
deputato per due legislature della Camera subalpina) e il giovane Giuseppe
Ferreri, avvocato, segretario comunale, poi inflessibile magistrato sabaudo
nella repressione del brigantaggio in Abruzzi. Erano “i buoni”, con i quali
direttamente e indirettamente Mazzini corrispondeva e che salutò da Londra
tramite un biglietto lasciato a Ferreri recatosi a trovarlo in Mudnor Street
15, un non meglio precisato giovedì del 1853.
Avvolto nel massimo riserbo, il breve
soggiorno di Mazzini a Cuneo non ebbe rilevanza politica ma rimase nella
memoria carsica, consegnata dai suoi protagonisti alla città. Quando, ormai
morto, l'“Apostolo” era a pieno titolo nel Pantheon delle glorie
risorgimentali, quella visita fugace fu ripetutamente evocata in riviste e nel
quotidiano locale, “La Sentinella delle Alpi”, diretta dal massone Nicolò
Vineis, sino al 1882 grande elettore di numerosi deputati. Nel volgere di poco
tempo, senza nulla rinnegare del magistero mazziniano, a parte la forma dello
Stato, realisticamente i “buoni” si posero nel solco del “centro-sinistro”
sorto con la convergenza tra Cavour e Urbano Rattazzi.
Il collegio di Cuneo e alcuni della
provincia elessero ripetutamente alla Camera esuli dal Lombardo-Veneto, dalle
Due Sicilie e dallo Stato Pontificio, riparati in Piemonte dopo il turbine del
1848-1849. L'inclinazione a candidare personalità d'altre terre, bene addentro
agli intrecci fra politica e direzioni generali dei ministeri, proseguì per
decenni. Dopo il concittadino Carlo Brunet, sindaco, artefice del piano
regolatore e dell'arrivo della strada ferrata da Torino senza oneri per il
municipio, la città elesse deputato il cavouriano Carlo Boggio, perito nella
battaglia di Lissa, e il milanese Cesare Correnti, mentre altri collegi della
provincia si contendevano gli ingegneri ferroviari (Grattoni, Sommeiller,
Ranco...) propizi per far svalicare le linee ferrate verso la Liguria e la
Francia.
In Cuneo Mazzini rimase un ricordo
elitario; la città gli intitolò una via, ma non gli dedicò neppure una lapide.
Molto più documentate sono invece le poche
ore trascorsevi da Giuseppe Garibaldi il 7 aprile 1859. Nominato maggior
generale e “commandante [così
egli scrisse] il Corpo de’ Cacciatori delle Alpi” (17 marzo), egli affidò il
primo reggimento al colonnello Enrico Cosenz (1820-1898), con “deposito” nell’ex
convento delle clarisse, confiscato dal Comune, e il secondo, allestito a
Savigliano, al colonnello Giacomo Medici (1817-1882): due veterani di sua piena
fiducia. A entrambi Garibaldi raccomandò di istruire i volontari con il rigore
necessario ad affrontare il combattimento che spesso si risolveva in assalti
all’arma bianca, corpo a corpo, nel fragore assordante della battaglia. Fare la
guerra era diverso da scrivere sonetti. Era cosa da adulti. Si moriva di ferite
curate male più che sul campo.
Cuneo ricordò la giornata di Garibaldi con
due lapidi. Una, voluta dal “sodalizio cuneese dei superstiti
garibaldini”, auspice il Municipio, dice che il Generale vi passò in rassegna
il Corpo dei Cacciatori delle Alpi, “preludio alla gloria dei Mille”. L’altra,
affacciata su piazza Santa Chiara recita: “Qui/ il 7 aprile
1859/ Giuseppe Garibaldi/ venuto per organizzare/ i Cacciatori delle Alpi/
visitava Angela Aschieri-Ramorino/ madre di Giuseppe e Paolo Ramorino/ caduto
l’uno ai Quattro Venti/ l’altro al Volturno/ e la semplicità dell’Eroe/
adeguava la modestia/ di quella madre di Eroi// Il Popolo di
Cuneo/plebiscitariamente/ IV luglio 1907”. Fu un tributo all’Eroe nel
centenario della sua nascita.
I passaggi per Cuneo dei due artefici della
Nuova Italia risultano dunque accomunati dall’omaggio alla memoria di loro
compagni di lotta, in specie nella difesa della Repubblica Romana: il
mazziniano Pistrucci e i garibaldini Ramorino (nulla a che vedere con lo
sfortunato Gerolamo). Nella primavera del 1859 la Repubblica Romana non era
però da evocare, perché il regno di Sardegna era alleato di
Napoleone III nella guerra contro l'Austria. Il “fosco figlio di
Ortensia” (come lo bollò Carducci) da principe-presidente della seconda Repubblica
francese aveva inviato il corpo di spedizione comandato da Oudinot, che espugnò
la città e restaurò Pio IX. Il “non detto” era però non meno importante
dei brevi discorsi, delle sbrigative lettere e dei telegrammi dettati da
Garibaldi nel marzo-luglio 1859, sino alle poche righe indirizzate da Lovere a
Edoardo Campos il 30 luglio: “La mia regola di condotta, sul terreno
della politica, sarà sempre la stessa: Libertà, Unione,
Indipendenza”, cui aggiunse “Italia e Vittorio Emanuele”, con buona
pace della repubblica vagheggiata da Mazzini, sempre più distante. Nel 1907 la
rievocazione dei “Quattro Venti” suonava invece bene. Sindaco di Roma era
l'ebreo Ernesto Nathan, già gran maestro del Grande Oriente d'Italia; e da poco
il Paese aveva reso omaggio alla salma di Carducci, che nel 1906 era stato
preferito, all’ultimo momento, al cattolico Antonio Fogazzaro, rassegnato a
rinnegare tentazioni modernistiche, per il conferimento del Premio Nobel.
La “storia” della
lettera inedita di Mazzini
Per il contenuto politico
e programmatico la lettera di Mazzini a un ignoto “Fratello” è molto
rilevante. Il suo proprietario, Giuseppe Tardivo, docente universitario,
economista di prestigio internazionale, ne fece omaggio al Rotary Club “Cuneo
1925” di cui è socio onorario. Il 10 giugno 2025 il Club presieduto da Luigi
Fontana, cardiologo di fama e filantropo, l’ha donata alla Città di Cuneo.
Nell'occasione il sindaco, Patrizia Manassero, e l'assessore alla Cultura,
Cristina Clerico, promisero di porla in una teca nella futura Sala Mazzini
della Biblioteca Civica, in trasferimento da via Cacciatori delle Alpi al
palazzo Santa Croce già sede dell'Ospedale, pochi passi dal complesso
monumentale di San Francesco, di interesse nazionale e museo cittadino.
Promessa mantenuta, come si vedrà il 26- 29 settembre 2026. La collaborazione
Rotary-Comune per la miglior collocazione dell'importante inedito mazziniano è
proseguita con i presidenti successivi, Daniel Gallina, imprenditore, e Giulio
Fraternali Orcioni, direttore medico nell'Azienda Ospedaliera Santa Croce-Carle
di Cuneo, sulla scia del secolare fattivo impegno rotariano per la crescita
civile, culturale, economica e sociale della Città e della provincia.
Datata “3.agosto”, con riferimento ai “fatti di
Aspromonte” (ove il 29 agosto 1862 una palla di rimbalzo si conficcò nel
malleolo del piede destro di Garibaldi, che guidava la spedizione “Roma o morte”), ma
senza alcun cenno alla citata Convenzione del 15 settembre, che traslò la
capitale da Torino a Firenze, la lettera è dunque del 1864. Mazzini vi prende
nettamente le distanze dal “Libero Pensiero”, movimento sorto in
Francia e all'epoca appena albeggiante in Italia, ove ebbe tra i suoi maggiori
esponenti Filippo De Boni, (Caupo, 7 agosto 1816- Firenze, 7 novembre 1870),
seminarista da giovane, anticlericale militante, eletto deputato dal collegio
di Tricarico per tre legislature (VIII-X) e traduttore di Ernesto Renan.
Secondo l’“Apostolo”, sempre più divergente
da Garibaldi, eletto gran maestro dalla quarta Assembla generale del Grande
Oriente d’Italia adunata in Firenze (maggio 1864), Venezia e la cacciata
dall’Italia degli austriaci e dei francesi, acquartierati a Civitavecchia a
protezione di Roma e del Lazio, residui dello Stato pontificio, dovevano avere
la precedenza assoluta su ogni altra meta. Per Mazzini Venezia era sinonimo di
Repubblica: quella di Daniele Manin, s'intende, non la dogale, oligarchica e
bigotta. Secondo lui occorreva scatenare una guerra italiana, foriera
dell’insurrezione generale europea: la tempesta che avrebbe condotto alla
scomparsa del Papato e della Monarchia.
La storia ebbe altro corso: il regno
d’Italia proclamato il 14 marzo 1861 dal primo parlamento nazionale (che
conservò l'ordinale VIII, a continuazione delle legislature subalpine) nel 1866
ottenne Venezia grazie alla sconfitta dell’Impero d’Austria a Sadowa per opera
dei prussiani; e il 20 settembre 1870 irruppe in Roma solo dopo la resa di
Napoleone III, sconfitto dai tedeschi a Sedan. Lo storico e politico Leo
Valiani osservò che, riecheggiando Napoleone I, Lenin soleva ripetere: la
storia ha più fantasia del più fantasioso rivoluzionario; o profeta di
rivoluzioni, si potrebbe aggiungere.

