NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 24 agosto 2026

CINQUANTENARIO DEL REGNO D'ITALIA CON CHI E COME CELEBRARLO?

 

di Aldo A. Mola

Quando e dove nacque la Terza Italia? Torino o Roma?

 

Nel 1911 l'Italia celebrò solennemente il cinquantenario del regno. Dal 31 marzo 1910 il governo era presieduto da Luigi Luzzatti (Venezia, 1° marzo 1841-Roma, 29 marzo 1927), iniziato massone in una loggia milanese quasi mezzo secolo prima. Per festeggiare l'evento Luzzatti scelse il 27 marzo anziché il 14 marzo, giorno dell'approvazione della legge che nel 1861 proclamò Vittorio Emanuele II re d'Italia, o il 17, quando la legge fu pubblicata nella “Gazzetta Ufficiale”. Il 27 marzo era il cinquantenario del giorno in cui alla Camera del regno di Sardegna Camillo Benso conte di Cavour, presidente del consiglio dei ministri, aveva esortato Pio IX a rinunciare al potere temporale e ad accettare pacificamente che Roma divenisse capitale d'Italia. La scelta di Luzzatti, dunque, non fu casuale. Andò al punto: senza Roma la Terza Italia non sarebbe mai stata “consacrata”.

Nel 1911 le due sponde del Tevere rimanevano molto lontane. Su una vi era il regno nato dalla spoliazione dello Stato Pontificio e dall'irruzione nella Città Eterna, il Venti Settembre 1870, del corpo d’esercito guidato da Raffaele Cadorna; sull'altra il pontefice, che non riconosceva l'“usurpazione”. Papa Pio X, in carica dal 1903, era l'erede di Pio IX (sul Sacro Soglio dal 1846 al 1878), che aveva scomunicato Vittorio Emanuele II, il governo e tutta la dirigenza politica, complice del sacrilego misfatto. Il suo predecessore immediato, Leone XIII, papa dal 1878 al 1903, aveva ribadito la condanna e aveva più volte additato all'esecrazione il vero artefice del Risorgimento e dell'unificazione italiana: la massoneria, da lui bollata nell'enciclica “Humanum genus” (1884). Tra fine Ottocento e inizio Novecento dilagò il mito del complotto giudaico-massonico, propagato dai libelli di Léo Taxil e dal Congresso antimassonico internazionale celebrato a Trento nel 1896. Lì, in territorio ancora asburgico, per la prima volta si levarono dubbi sull'attendibilità del giornalista francese, probabilmente al soldo dei “servizi” d'Oltralpe, passato disinvoltamente dalla Lega anticlericale a roventi polemiche antimassoniche. Tra sfarzo regale e solennità ecclesiastiche, i congressisti tridentini ribadirono l'antica condanna della massoneria quale fomite del complotto occulto. La corruzione morale dei governi e dei popoli era tutta opera luciferina, ordita nelle logge, “sinagoghe di Satana”. Qualcuno ancora lo crede, come ricorda Luigi Pruneti in “Chiesa e Figli della Vedova” (BastogiLibri, 2026).

Le ripercussioni della disastrosa campagna italiana in Etiopia (nella battaglia di Abba Garima il 1° marzo 1896 il corpo italiano di spedizione venne sconfitto dalle orde di Menelik, negus d'Etiopia, che catturò migliaia di ascari e di militari italiani) e la sequenza di attentati alla vita di capi di stato e di governo, inclusa l'innocua Elisabetta, imperatrice d'Austria-Ungheria, scossero l'opinione pubblica moderata sino alla promozione del convegno romano dal quale nacque il primo coordinamento delle informazioni sulle trame di anarchici e internazionalisti rivoluzionari. L'Europa della “Belle Epoque” esigeva stabilità e un chiarimento di fondo nell'Estrema sinistra socialista e repubblicana intransigente, sempre ferma sulla soglia delle Istituzioni.

Dopo l'assassinio di Umberto I a Monza (29 luglio 1900) in Italia il mutamento si impose con maggior forza perché nell'ultimo decennio dell'Ottocento il Paese aveva vissuto la rovinosa sequenza di scandalo della Banca Romana, fallimento del presunto protettorato sull'Etiopia, insorgenza del movimentismo radical-socialista a Milano, Pavia, in Toscana e in altre plaghe dove il cresciuto benessere della borghesia riformistica cozzava con sacche di povertà, di endemie e pandemie (pellagra, malaria, colera...) e di ribellismo, represso con stati d'assedio, proprio nel cinquantenario dello Statuto. Nel 1898, mentre a Milano e in altre zone dilagavano insorgenze e sommosse, a Torino era stata inaugurata l'Esposizione Nazionale. Pensata per  mostrare il progresso compiuto dalla Nuova Italia nel mezzo secolo dallo Statuto Albertino, essa fu arricchita per la prima volta da una sezione di arte sacra: una mano tesa verso i cattolici conciliatoristi.

Il profondo “malessere di fine secolo” si era sostanziato nella litania di dieci governi in dieci anni (Crispi, Rudinì I, Giolitti, Crispi, Rudinì II, III, IV, V e Pelloux I e II), con l’inevitabile girandola di ministri e di sottosegretari, a tutto danno dell'immagine e dell'efficienza della “macchina” statuale. La sua solidità e il suo progresso, sia pure lento, era documentata dai censimenti (1891 e 1901) ma non dalla  “politica”. Decenni dopo ne scrisse Benedetto Croce nella “Storia d'Italia dal 1871 al 1915”. Ma subito lo intuirono e documentarono studiosi come il giovane Luigi Einaudi in “Il principe mercante” e Thomas Okey e Bolton King in “Italy to-day”.

 

Sul trono dall'assassinio del padre, Vittorio Emanuele III, più agnostico che libero pensatore, ebbe molti motivi per evitare che le feste del cinquantenario del regno avessero per concelebranti apicali due ebrei, per di più massoni: Ernesto Nathan (Londra, 5 ottobre 1845-Roma, 9 aprile 1921), sindaco di Roma, e Luigi Luzzatti, presidente del Consiglio. Bisognava decidere quale dei due sostituire, con il garbo necessario per mostrare che il cambio non era voluto dalla Corona ma dalle consuete vicende parlamentari, espressione indiretta del “popolo sovrano”.

Nel settembre 1910 il re ricevette Giolitti a colloquio riservatissimo nel Castello di  Racconigi, in Piemonte. Già tre volte presidente del Consiglio (1892-1893, 1903-1905, 1906-1909), in quel momento lo statista era un semplice deputato, ma dal vastissimo seguito parlamentare anche perché, come ministro per l'Interno, nel 1904 e nel 1909 aveva orchestrato il rinnovo della Camera dei deputati con i metodi deplorati da Gaetano Salvemini che lo bollò “ministro della mala vita”. Ovviamente il colloquio non lasciò traccia, ma gli eventi successivi ne fanno intendere il succo. Bisognava salvare il sindaco di Roma sino alla scadenza del mandato, perché aveva grande visibilità oltre i confini, specialmente nella sua nativa Gran Bretagna, e sacrificare il presidente del governo

 

Fratelli in fitta schiera?

La tensione dell'ultimo decennio dell'Ottocento e d'inizio Novecento si riverberò anche all'interno della Massoneria, con la pressione esercitata dalla frangia “democratica” sul gran maestro del Grande Oriente d'Italia (GOI), Adriano Lemmi, messo in discussione per la sua sospetta omonimia con il “ladro di Marsiglia”, cioè un altro Lemmi, condannato per un piccolo furto a un anno di carcere nel 1844 in Francia, e, soprattutto, per il fiancheggiamento da lui accordato a Crispi, d'intesa con Giosue Carducci, “maestro e vate della Nuova Italia”. Tale tensione fu portata all'estremo da Ernesto Nathan, che rifiutò di prendere parte alla giunta esecutiva del GOI sino a quando Lemmi non avesse sottoposto Crispi a processo massonico. La richiesta si concluse con le dimissioni di Lemmi da gran maestro e con l'elezione di Nathan. La sua condotta però non appagò le logge dissidenti, di lì a poco organizzate nel Grande Oriente Italiano, subito riconosciuto da quello di Francia come Comunità massonica sovrana in Italia. Per protesta il GOI ruppe i rapporti con il Grande Oriente d'Oltralpe dopo decenni di collaborazione fraterna. Ne ha scritto Luca Fucini in “I guardiani della Nuova Italia” (Sanremo, Leucotea, 2026).

Non è questa la sede per ripercorrere quel doloroso scisma della comunità massonica italiana. Esso nondimeno non va ignorato per le sue ripercussioni sul GOI sino alla Grande Guerra. Le forzate dimissioni di Nathan da gran maestro per l'implicazione nel processo a carico di Tullio Murri, imputato in una torbida vicenda, spianarono l'ascesa di Ettore Ferrari alla gran maestranza. Essa fu apprezzata dagli antichi avversari di Crispi e dai dissidenti, capeggiati da Malachia di Cristoforis, patriota milanese di tradizione democratica, che stipularono il ritorno in seno al GOI, e venne plaudita anche dal Grande Oriente di Francia, nel quadro delle nuove relazioni transalpine, suggellate dagli accordi commerciali caldeggiati da Luigi Luzzatti e, ancor più, dal viaggio di Stato di Vittorio Emanuele III a Parigi (1902) ricambiato da quello del presidente francese Emile Loubet, in carica dal 1899 al 1906. Per la prima volta un capo dello “Stato cristianissimo” visitò la Città Eterna e salì al Quirinale senza rendere omaggio al Papa. L'organizzazione del Congresso mondiale del Libero pensiero in Roma fu il segnale definitivo che la città capitolina era ormai laboratorio della scristianizzazione prospettata sin dall'Anticoncilio celebrato a Napoli il 9 dicembre 1869 in contrapposizione frontale al Concilio ecumenico vaticano aperto da Pio IX l'8 dicembre di quell'anno.

 

L'ascesa di Ernesto Nathan a sindaco di Roma, benché non fosse stato il più votato del blocco popolare che nel 1907 vinse le elezioni, evidenziò il disegno politico-culturale che lo vedeva operare con il pieno sostegno dei governi (presieduti da Sidney Sonnino, ebreo anglicano, e da Giolitti) e della Corona. La Terza Roma evidenziava la continuità tra patriottismo risorgimentale (il “figlio di Sarina”, come Nathan con maliziosa allusione era detto per i rapporti tra sua madre, Sara Levi, e Giuseppe Mazzini, ne era un modello) e la convergenza di liberali progressisti, radicali, socialriformisti e repubblicani transigenti, uniti nel sostegno delle istituzioni e, in specie, di quella suprema: la “Monarchia costituzionale” di lì a poco raffigurata da Davide Calandra nell'altorilievo in bronzo della presidenza della Camera dei deputati, che tutti vedono ogni giorno in televisione senza domandarsi che cosa rappresenti.

Per tutti questi motivi il Cinquantenario doveva avere tra le voci eminenti quella del sindaco di Roma. Nathan aveva dato prova di superiore intelligenza politica quando nell'ottobre 1909 si recò a Racconigi ove il re e Giolitti ricevettero lo zar di Russia Nicola II e il suo ministro degli Affari Esteri e concordarono la consultazione dei due Stati su tutte le questioni balcaniche, andando oltre gli steccati fra Triplice Alleanza Berlino-Vienna-Roma e Triplice Intesa anglo-franco-russa. La geografia dettava nuovi scenari politici nei Balcani e nel Mediterraneo centro-orientale. In quella rilevante occasione Ettore Ferrari arroccò invece il GOI nella denuncia dei “pogrom” antiebraici ancora in corso nei confini dell'impero russo e rifiutò qualsiasi omaggio allo zar, mostrando una rigidità estranea alla duttilità diplomatica ormai necessaria per chi, come il GOI, si ergeva a precursore, artefice e custode dell'unità nazionale. Eletto deputato per tre legislature nel collegio di Perugia II, Ferrari, in realtà, non era un “politico”. Rimaneva un artista. Era lo scultore del monumento di Giordano Bruno eretto in Campo dei Fiori a Roma (1889) qual perenne e solenne rampogna contro l'Inquisizione.

 

Chi guardava lontano e doveva assumere decisioni tattiche funzionali all'obiettivo strategico – mostrare il cammino compiuto dalla Terza Italia nel mezzo secolo dalla nascita – non poteva nutrire dubbi sull’opportunità che l'Italia esibisse quali dioscuri del Cinquantenario il sindaco di Roma e lo statista piemontese Giovanni Giolitti, anche perché ai festeggiamenti progettati nella Capitale si aggiungeva l'Esposizione nazionale di Torino, orchestrata dal sindaco Teofilo Rossi, creato dal Re conte di Montelera, in stretta collaborazione con Tommaso Villa, massone di lungo corso, già deputato, ministro, senatore, genero dell'antico cospiratore Angelo Brofferio. In più Villa poteva vantare a proprio merito la recente espulsione dal Grande Oriente d'Italia per l'appoggio da lui dato con altri “fratelli” politicamente rilevanti a sostegno di un blocco moderato contro l'avanzata dell'estrema sinistra nella città subalpina che registrava il tumultuoso sviluppo dell'industria meccanica e metallurgica e gli spudorati intrecci con giochi in borsa a vantaggio degli industriali.

A Torino l'Esposizione del 1911 assunse i requisiti di ricomposizione unitaria delle forze liberali, inclusi i cattolici moderati, in sintonia con le congregazioni ecclesiastiche impegnate a sostegno dell'espansione coloniale italiana e operose negli enti provinciali e comunali, con speciale attenzione per l'insegnamento elementare e per le “classi numerose”, attratte in città dall'incremento delle opportunità di lavoro ma ricorrentemente penalizzate da crisi finanziarie e bancarie (come quella del 1907) e dalle pesanti ripercussioni su edilizia popolare e igiene urbana.

 

Il garbato “ben servito” di Giolitti a Luzzatti

 

Istruito dal Re sulla linea da tenere, in confidenze epistolari” destinate a circolazione ristretta per poi ispirare interventi alla Camera, dal novembre 1910 Giolitti confutò Luzzatti sui due disegni di legge con i quali il presidente del Consiglio pensava di passare alla storia: l'introduzione della parziale elettività del Senato e il varo di un modesto aumento del diritto di voto maschile. Lo statista piemontese scrisse a Urbano Rattazzi jr che, così com’era dal 1848 e dalla proclamazione del regno, la Camera Alta aveva attuato e avrebbe »reso grandi servizi al Paese e alla Monarchia«. Andava quindi cassata la »proposta di riforma lanciata con cinica leggerezza da Luzzatti»: una confidenza” da diffondere quale norma. Successivamente Giolitti disse alla Camera che il tempo era maturo per riconoscere il diritto di voto ai maschi maggiorenni, anziché fermarsi al progetto del presidente del Consiglio, che prevedeva un ampliamento da circa tre milioni di elettori a quattro milioni e mezzo. Occorreva la riforma poi da lui varata nel 1912: diritto di voto per tutti i maschi maggiorenni alfabeti, per chi avesse prestato servizio militare e per i trentenni anche se analfabeti. Erano stati a scuola dalla vita. Gli elettori balzarono a otto milioni.

 

Luzzatti galleggiò sino alla solenne celebrazione di Roma, pronunciata nell’aula massima di Palazzo Senatorio al Campidoglio. Lì Nathan si rivolse a Vittorio Emanuele III, ovrano nella vita di uomo, nella vita di cittadini Primo Cittadino d’Italia, a virtù ed a dovere coll’esempio incitante». Evitò cenni polemici contro il Vaticano. Altro, del resto, aveva detto il 10 marzo nella commemorazione di Giuseppe Mazzini, parimenti in Campidoglio, e ancora aggiunse il 4 giugno, festa dello Statuto, quando commemorò Vittorio Emanuele II ripercorrendo diverse fasi della questione romana. Riecheggiando Carducci (ma senza nominarlo), ricordò che il Padre della Patria tramite persone a lui devote aveva intessuto «relazioni con associazioni segrete a scopi patriottici intente» e non aveva avuto «timore di contaminarsi associandosi ai movimenti popolari»: un accenno cifrato alle collusioni tra monarchia e società segrete a metà Ottocento, ma destinato a cadere nel vuoto in tempi di monarchia costituzionale, quando la politica estera era deliberata dal triangolo Corona-presidenza del Consiglio-ministro degli Affari Esteri, lontano dal Parlamento e, talora, persino dal governo, ma sempre nei margini fissati dallo Statuto. All’ormai dimissionario Luzzatti il 30 marzo 1911 seguì il IV ministero Giolitti, che, come si vedrà in altro articolo, celebrò i riti maggiori del Cinquantenario del Regno, all’Altare della Patria e a Torino, prima capitale d’Italia.

 



venerdì 26 giugno 2026

80 anni-Assemblea Costituente. Il vizio mai domo di confondere democrazia con Repubblica







Se c’è una cosa che non si può sopportare è la narrazione ideologica che a ogni celebrazione importante e storica per noi (1 maggio, 25 aprile, 2 giugno), le più alte cariche dello Stato diano luogo a una versione della storia che sa, ancora oggi, di “ideologia della storia”. E ci dispiace.

Lo schema che anche ieri è stato affermato in pompa magna e ovviamente riportato con enfasi dai media è che festeggiando doverosamente gli 80 anni della prima seduta dell’Assemblea Costituente, si sia sancito il passaggio definitivo dalla dittatura alla democrazia. Giusto, se il riferimento riguarda la guerra civile e il fascismo. Ma dal 1943 (la caduta di Mussolini e il Regno del Sud) al 1946, qualcosa di nuovo era successo. Sbagliato, quindi, se si unisce la Monarchia “rinnovata” di Re Umberto al passato. Il proclama del Re, all’atto del suo insediamento, era proteso al futuro (“autogoverno di popolo, libertà individuale, giustizia sociale, autonomie locali”), non alla mera continuità col vecchio Statuto che tra l’altro, merito indubbio, ha anche normato legislativamente il processo risorgimentale, lo Stato unitario parlamentare e lo Stato sociale (il Welfare di Giolitti): un dato di modernizzazione non da poco.

Un invito: quando si semplificano fatti basilari come questi, la memoria collettiva di un popolo, bisogna affrontarli e riportarli dialetticamente in modo articolato, complesso e soprattutto obiettivo.

Nel 1946, non siamo passati dalla dittatura alla democrazia, ma dalla Monarchia alla Repubblica: due forme di governo che in quella fase erano entrambe garanzia di libertà e pluralismo. Anzi, se gli atti e i provvedimenti del governo di Re Umberto, prima luogotenente del Regno (con tanto di partecipazione dei partiti del Cln), erano acclarati e certificati, nero su bianco (l’indizione del referendum istituzionale, il voto alle donne, la scelta della festa del 25 aprile etc, non solo come atto del presidente del Consiglio Bonomi), stessa cosa non si poteva dire della nascente Repubblica, ancora un mistero e una novità in quanto ad attività e coerenza istituzionale.

Se da un lato, la Monarchia il 2 giugno 1946 pagò per le responsabilità, tutte da approfondire in sede accademica, di Vittorio Emanuele III; dall’altro, gli italiani confermarono il consenso alla Corona quasi per la metà del corpo elettorale, al netto delle contestazioni note e oggetto di studi e approfondimenti a 360 gradi: il calcolo relativo alla maggioranza legale che prevedeva la somma dei voti espressi, nulli e bianchi diviso due (che avrebbe ridotto la maggioranza repubblicana di poche centinaia di migliaia di voti), i 40mila ricorsi, la non omologazione dei risultati da parte della Corte di Cassazione, il Nord-Est che non ha votato, reduci compresi etc.

E come se non bastasse, Re Umberto II nel suo proclama e giuramento alla nazione, come detto, ribadì la sua fedeltà alla democrazia, alla legalità. Un forte richiamo all’identità e all’indipendenza nazionale che in quel momento le potenze vincitrici non potevano gradire: meglio una Repubblica da guerra fredda filo-Usa, che una Monarchia troppo svincolata dai controlli esterni.

Domanda: se nel referendum del 1946 avesse vinto Casa Savoia ci sarebbe stata la nuova Carta? La risposta è semplice quanto scontata.

Quindi, per favore basta con le versioni che non fanno onore alla storia d’Italia e alla pacificazione nazionale. Lungi da me il tentativo di criticare le più alte sfere delle istituzioni (non dubito che nella elaborazione culturale si avvalgano di studiosi e insigni esperti). Mi limito modestamente a ricordare il rimprovero che Montanelli fece a Bruno Vespa, quando il giornalista veicolò più o meno il medesimo concetto: “Nel 1946 abbiamo scelto la libertà”. E Montanelli lo corresse con un altro concetto: “Abbiamo scelto tra due libertà”. Visto che lui voto non pentito per la Monarchia.

E se proprio vogliamo insistere sulla libertà, al di là dei presunti brogli del 1946 (comunque un vizio di origine), non è che la nostra Costituzione così idolatrata in tante parti sia totalmente perfetta. Altrimenti non avrebbe avuto bisogno dell’articolo 139 che dichiara eterna la Repubblica, a dispetto della sovranità che appartiene al popolo, secondo l’articolo 1. E non avrebbe avuto bisogno di comminare il reato di cognome per i Savoia (si pensi all’esilio per i discendenti maschi, previsto dalla 13esima norma transitoria e finale).

Riflettiamo e meditiamo prima di dire che “La Repubblica è di tutti”.

E a proposito di Monarchia bandiera di retroguardia e di autoritarismo, guardiamo alle 10 Corone europee, che tutelano maggiormente la democrazia, di quanto facciano alcune Repubbliche, definite sinonimo di modernità, diventate invece, regimi dittatoriali, comunisti o teocratici.


domenica 21 giugno 2026

Il Re costava meno - I

 

Dotazione della Corona e Lista civile - Principi giuridici - Origini degli appannaggi, assegni e doti.

La Dotazione della Corona era costituita:

a)   dall'assegno annuo che lo Stato concedeva al Sovrano per le sue spese personali in danaro contante — costituente la Lista civile — del quale poteva disporre a suo piacimento;

b)   dai beni mobili ed immobili — costituenti i Beni della Corona — dei quali ne aveva l'uso: palazzi, ville, tenute, castelli, con quanto in essi vi era di arredamento, di proprietà del Demanio ed in certi casi, non ben definiti, di proprietà del Sovrano stesso o di terzi, e che egli doveva amministrare e conservare al decoro della Nazione, tutto a sue spese senza diritto ad alcun rimborso dallo Stato, nemmeno per le migliorie apportatevi, diritto contemplato invece dal Codice Civile in favore del privato cittadino.

c)   Riferiamo a maggiore chiarezza quanto si legge in proposito sul Nuovo Digesto Italiano:

d)   Art. 1. — «Il complesso dei beni assegnati al Capo dello Stato per l'adempimento delle sue alte funzioni forma la cosiddetta Dotazione della Corona. Questa chiamasi anche con termine derivato dalla terminologia costituzionale inglese Lista civile. Essa comprende una somma annua di danaro (la lista civile propriamente detta) e beni mobili e immobili. Fanno parte della Dotazione anche le chiese cappelle o basiliche palatine».

e)   Sono, in altri termini, quei servizi attraverso i quali la Corona esercita le sue attribuzioni sovrane e che debbono considerarsi come un vero e proprio servizio pubblico.

f)    Art. 2. — «L’assegno in danaro ha la natura giuridica e fondamentale di stipendio; come tale, quando è acquisito al Re, entra nel suo patrimonio privato e diventa consumabile. Se non che differisce dallo stipendio in questo: esso è assegno, più che alla persona del Re, alla sua funzione, di guisa che fino a quando è in possesso dello Stato è indisponibile per qualsiasi effetto; laddove gli stipendi degli impiegati pubblici sino ad un certo limite e per certi titoli sono disponibili, cioè cedibili, pignorabili, sequestrabili».

g)   Art. 6. — «Distinto dalla Dotazione della Corona è il patrimonio privato del Re, cioè il complesso dei beni che egli possiede come un qualunque privato, che egli possedeva come tale prima dell'avvento al trono e che acquista a titolo gratuito e a titolo oneroso durante il suo regno».

h)   Il regime giuridico che regola il patrimonio privato del Re è quello applicato ad ogni altra proprietà privata, salvo l'eccezione relativa alla quota disponibile, di cui al primo capoverso dell'articolo 20 dello Statuto, per il quale il Re può disporre del suo patrimonio privato «senza essere tenuto alle leggi civili che limitano la quantità disponibile».

Nei Principati assoluti il sovrano disponeva dei beni e delle rendite dello Stato senza alcun controllo da parte di questo; erano quindi variabili a seconda delle circostanze, e non sempre esisteva differenza fra le spese personali del Principe e della sua famiglia e quelle dei servizi pubblici; patrimonio privato, lista civile e patrimonio dello Stato, questi tre elementi si confondevano l'uno con l'altro. Ma nemmeno per le proprietà demaniali vigevano norme precise: il patrimonio dello Stato ebbe per secoli contrasti fra la sua inalienabilità e la necessità di alienarlo; poi vennero le leggi formate per correggere il fatto delle alienazioni, cioè la massima del riscatto ed i provvedimenti effettivi di ricupero della parte venduta e fu così creata la Cassa di redenzione. Venne proclamata l'inalienabilità del demanio quando gli ordini imperfettissimi della cosa pubblica ne rendeva facile il disperdimento. La Cassa doveva provvedere a raccogliere fondi per riscattare al demanio beni ceduti a vil prezzo che, caduti in mano a feudatari e ad inesperti amministratori rappresentavano altro che una vastissima manomorta. La prima dichiarazione di inalienabilità come massima fondamentale l'abbiamo con la lettera patente del 22 aprile 1445 del Duca Ludovico di Savoia là dove accenna a beni «da non donarsi al di fuori della tua discendenza né alienarsi in alcun modo in qualsiasi parte della sua giurisdizione o appellativo». Tale disposizione può ritenersi l'estensione del primo codice di leggi emanate nei famosi Statuti del padre Amedeo VIII il primo Principe Sabaudo che dette allo Stato savoiardo una vera legislazione a tutela del cittadino contro i soprusi dei feudatari.

La nostra lista civile assegnata in Italia al Sovrano, trae la sua origine dal così detto «appannaggio» che egli concedeva al primogenito o anche ad altri figli maschi oppure ai fratelli. Le notizie più remote di appannaggio risalgono ad Amedeo IV il quale destinava con atto del 1235 al fratello Tommaso «sotto legge di investitura il territorio di Avigliana, appannaggio del quale godettero poi i Principi d'Acaja, ed alla estinzione di questo ramo nel 1418 si riuniva alla Corona. Ne contiamo in seguito una ventina che rileviamo da una «Serie» compilata per il Re Carlo Alberto dal Primo Presidente della Sua Regia Camera dei Conti: quello del ramo di Vaud (estintosi nel 1350), di Nemours (1659), di Chiablese (1808) ed altri come quelli costituiti per i Duchi d'Aosta, Monferrato, Genevese, Moriana, ecc.; deceduti in stato nubile o senza prole mascolina. Salito al trono Carlo Alberto, l'appannaggio — di cui egli ed i suoi ascendenti avevano goduto per oltre due secoli — doveva essere assegnato al suo secondogenito Ferdinando Duca di Genova, ma in seguito alla Convenzione del 16 maggio 1832 di cui vedremo più avanti esso veniva abolito.

La lista civile attuale risale dunque di qualche secolo. Fu il Duca Carlo Emanuele I il quale, volendo fondare, come già altri sovrani, un ramo collaterale

1 Archivio di Stato di Torino, posizione Editti originali, mazzo I, fascicolo V.

della stirpe Sabauda affinché non mancassero per l'avvenire — estinguendosi quello principale — successori al trono, stabiliva con istrumento 17 settembre 1620 un appannaggio — «che dovesse durare perpetuamente costituito» — non al primogenito, ma al Principe Tommaso quinto dei suoi figli, ascendente alla annua rendita complessiva di scudi d'oro 40.000; modificato poi con successive transazioni.

È da questo atto di costituzione d'appannaggio che venne istituito il ramo Savoia-Carignano famiglia separata da quella Reale e di cui il Principe Tommaso è capostipite. Con questo annuo assegno i Principi che si succedettero nei trecento e più anni volta a volta andavano migliorando il loro patrimonio con stabili, di modo che il castello di Racconigi e l'attiguo parco potevano riuscire, quale sono oggi, una villeggiatura degna della Sovrana residenza. Il patrimonio pertanto si accresceva per via d'eredità e d'acquisti provenienti specie dalla Casa di Soissons nel vicino regno di Francia ma che gli avvenimenti del 1789 riducevano all'estremo, mentre Napoleone I ne annullava l'appannaggio, ricostituito però in seguito alla sua caduta.

L'appannaggio era un diritto del primogenito, gli altri godevano soltanto di assegni se maschi, e doti alle Principesse.

Nel Piemonte precostituzionale già esisteva pertanto nella linea diretta di Casa Savoia la distinzione della privata proprietà del Re, parallelamente alla distinzione della sua lista civile e con un Editto del dicembre 1818 emanato da Vittorio Emanuele I veniva fatta espressa e distinta menzione così della dotazione immobiliare della Corona sarda come del privato patrimonio del regnante. Anche il Re Carlo Felice continuò a tenere distinte le sue spese personali e della Reale Famiglia da quelle dello Stato, mantenendole in una media di L. 4.200.000 all'anno. Come vedremo in seguito, da questa somma egli ed i suoi successori detraevano buona parte per istituzioni benefiche e per raccolte di opere d'arte ancora oggi famose e insuperate.


venerdì 19 giugno 2026

Presentazione del libro "Tra storia e sogni"

A Roma si è svolta con ottimo afflusso di pubblico la prima presentazione del libro Curato Da Franco Cerccarelli ed Emiliano Procucci che raccoglia in unico volume tutti i racconti "monarchici" di Giovannino Guareschi.




La cosa ci fa piacere tante volte, per la gioia di ritrovare tutti i racconti che ci hanno commosso in un'unica edizione, per il rinnovato omaggio alla memoria del nostro Giovannino, per l'amicizia pluridecennale con Franco Ceccarelli. 
Il nostro "in bocca al lupo!" in attesa delle prossime presentazioni.









 



mercoledì 10 giugno 2026

Tra storia e sogni. I racconti monarchici di Giovannino Guareschi

 


Abbiamo il piacere e l'orgoglio di presentare il lavoro di un nostro carissimo amico, Franco Ceccarelli, già segretario di Alleanza Monarchica, che raccoglie in un unico volume tutti i racconti del nostro Giovannino Guareschi che fanno riferimento al Re e alla Monarchia.

Pensiamo alla Signora Cristina che viene portata a spalla in Chiese dai comunisti col fazzoletto rosso al collo con la Bandiera del Regno... Pensiamo a "Ultimo saluto"... Pensiamo a "Colpo di Stato"... Pensiamo a Peppone che cita nello stesso discorso  il Piave, l'Esercito, la Repubblica ed il bene indissolubile del Re e della Patria

Tutti racconti che abbiamo finito di leggere con gli occhi lucidi dalla commozione. Alcuni visti e rivisti mille volte nei film di Peppone e Don Camillo.

Con pazienza certosina sono stati raccolti e ripubblicati tutti insieme per la nostra gioia. Gioia a cui si unisce la soddisfazione del bel lavoro fatto da un amico di oltre 40 anni.

ll libro entro questa settimana dovrebbe essere ordinabile su tutte le piattaforme on line o anche direttamente dal sito della casa editrice 

www.dreambookedizioni.it

Vita segreta al Quirinale VI parte

 



* ULTIMA PUNTATA *

In quei giorni il consiglio dei ministri sedeva in permanenza; e anche molte notti vennero trascorse intorno al lungo tavolo di noce nella gran sala del Viminale. Qualcuno domandava: «Che cosa faranno al Quirinale?» E al Quirinale taluno si domandava: «Cosa macchineranno al Viminale?». Pareva una farsa, ed era invece l'inizio di un dramma.

In effetti, gli avvenimenti precipitavano. Il re era tacciato d'illegalità, mentre a sua volta sosteneva di essere ancora il capo dello Stato. Si temeva un suo atto di forza. mentre Umberto rifiutava, in effetti, ogni proposta di intervento armato in difesa della monarchia.

Evidentemente il segreto del suo atteggiamento era legato In gran parte all'ultimo colloquio con l'ammiraglio Stone. Tre mesi fa a Cascais Umberto stesso ebbe a dire:

«Nell'istante in cui lottavo maggiormente con me stesso, fra la scelta di subire quello che consideravo un sopruso, od usare a mia volta e con maggiore tempestività un atto di forza per difendere non tanto una situazione personale quanto la giusta richiesta che mi veniva negata (cioè non anteporre la decisione del governo alla decisione finale della Corte Suprema), mi pervenne da fonte ineccepibile la notizia che nel caso di un urto fra la monarchia ed il governo, le divisioni di Tito avrebbero marciato su Trieste, proseguendo anche oltre. Di fronte alla prospettiva di nuovo sangue, versato nella nostra città più martoriata, decisi di sacrificare me stesso, pur che Trieste fosse salva».

La "fonte ineccepibile" era quasi sicuramente Stone. Chi lo aveva informato? Temeva Tito? Sono tutti interrogativi ai quali forse non sarà mai data risposta.

OPINIONI ANGLOAMERICANE

L'8 giugno alle ore 17 uscirono dal Quirinale tre grosse automobili scure. Il Re, seguito da parte della Casa civile e della Casa militare si recava in visita di congedo dal Pontefice. A stento le vetture poterono aprirsi un varco tra la folla compatta che gremiva il grande cortile e la piazza antistante.

Per quanto tale visita fosse stata tenuta completamente nascosta, anche in piazza San Pietro molta folla s'era adunata. L'automobile del Re venne circondata, quasi non poteva proseguire.

L'udienza presso Sua Santità durò mezz'ora. Che cosa si siano detti Pio XII e Umberto, non si sa, ma recentemente l'ex primo aiutante di campo di Umberto II affermò d'aver appreso da fonte attendibile che dopo la visita del sovrano il Pontefice esclamasse: «Era un re molto comprensivo e molto umano...».

Da quel giorno, cioè dal 9 giugno 1946, il dramma si fece acuto, avviandosi alla soluzione. Si serrarono i cordoni della polizia per arginare le manifestazioni dei monarchici, che aumentavano e s'infittivano, come rivoli umani, lungo il vicolo Scanderbeg, via XXIV Maggio, via XX Settembre e ai piedi della Datarla. È forse interessante riportare il dialogo svoltosi allora fra il maggiore inglese R., dell'intelligence Service, sincero amico dell'Italia, ed un alto dignitario del Quirinale, cosi come questo lo ebbe successivamente a riferire.

«Non è possibile fare nulla », disse l'inglese Il referendum è stato male organizzato, per colpa anzitutto dei liberali che hanno accettato di far convogliare due elezioni nello stesso giorno. Quanto ai monarchici, non hanno saputo prendere le loro misure a tempo; e poi, come lei sa meglio di me, non tutti dell'entourage del Re...». S'arrestò un istante, quasi intendesse significare: "non tutti sono persone fidate".

Il dignitario in questione osservò: «Ma se il re parte, l'Italia sarà divisa... ».

«È già divisa, non potrà non essere divisa anche in seguito ».

« Ma se il re parte », insistette l'italiano, «non tornerà più: nessun sovrano è mai tornato ».

«Uno di noi due, evidentemente, non conosce bene la storia!», rispose l'arguto britannico. Ed aggiunse: «La storia è il banco di prova delle forze effettive. Dipenderà molto dal confronto tra la democrazia cristiana e il comunismo...».

S'affrettò a spiegare: «Una eredità vale, non tanto per il modo con il quale la si riceve, quanto per il modo con il quale la si sa tenere!».

«Ma questa è mia politica di attesa, che stanca, adatta soltanto peri popoli nordici, freddi e compassati; mentre l'italiano è mediterraneo, uso alle rapide realizzazioni...».

«Nulla da fare per il momento. Dovevate organizzarvi meglio prima. Ma... remember it went be so bad! ». (Ricordate, non sarà poi tanto male in definitiva!).

Diversi erano invece i commenti dei diplomatici americani allora accreditati a Roma.

«La colpa è anzitutto degli alleati, lo ammetto, disse allora uno di essi: «appena sbarcati appoggiarono quel Partito d'Azione che si presumeva contasse molto mentre contava poco ed oggi non conta quasi più nulla; e non s'allarmarono del Partito Comunista che era il vero pericolo».

Alla domanda del dignitario. dl Corte, su che cosa si potesse ancora fare per tentare di salvare, sia pure in extremis, la situazione, rispose: «Petizioni a Stone, regolarmente redatte su carta da bollo e presentate da tutti i partiti conservatori».

Ma numerosissime petizioni, regolarmente firmate, vennero presentate recentemente e non ottennero alcun effetto!».

«Non erano redatte su carta da bollo!». E poiché l'altro lo fissava incredulo, chiari:  Stone è un burocratico, non un uomo politico...».

Quanti furono i votanti al referendum?, ci si domandò allora e poi. Secondo le cifre fornite dal ministro Nenni, furono 24.900.000. Ma se il numero degli elettori, tenuto conto dei morti in guerra e per cause di guerra, dei detenuti e degli epurati, dei prigionieri, eccetera, non poteva superare i 20 milioni e 900.000, i 4 milioni: in più da quale prolifica e progressista matrice erano stati generati? Questi interrogativi tenevano in agitazione tutti gli ambienti, soprattutto, è ovvio, quelli monarchici.

La mattina del 9 giugno il generale Anders, comandante le truppe polacche in Italia, andò al Quirinale accompagnato dal conte Tieskiewich, presidente della Croce Rossa polacca; e pare abbia detto ad alcuni dignitari di Corte: «Le dernier mot n'est pas encore dít!». Ma l'ultima parola a chi sarebbe toccata? Al re, a De Gasperi, agli alleati, od al binomio allora operante: Togliatti-Tito?

LA CASSAZIONE NON DECIDE

Sparsasi la voce dell'imminente partenza del sovrano, varie personalità monarchiche del Nora vennero a Roma; molti erano pronti alla lotta, anche estrema; e, fu poi risaputo, nella notte fra il 9 e il 10 giugno un forte gruppo ventilò l'idea di un colpo al ministero degli interni, con l'arresto di tutti i ministri. Ma il Re, impassibile, non defletteva dalla sua decisione di partire. E non certo per paura, poiché il coraggio del giovane sovrano era a tutti noto.

Il 10 giugno l'atmosfera era realmente elettrica; si sentiva nell'aria una irrequietezza che pareva precorrere il temporale: Roma pareva più una città in istato d'emergenza che una capitale soddisfatta di un così radicale mutamento politico.

Intanto giungevano da Napoli notizie di nuovi moti, in un ritmo crescente, e soffocati con crescente durezza dalla polizia. Si pensava che il Re non partisse prima del 18, cioè soltanto dopo l'annunciato verdetto finale della Cassazione: e si diceva che, In rapporto al preannuncio dato dal sovrano nel suo proclama, in caso di non forte maggioranza monarchica si sarebbe avuto un nuovo referendum, e parimenti sarebbe accaduta la stessa cosa nella eventualità d'una forte maggioranza repubblicana.

Nella mattinata del 10 giugno, per quanto si avesse la certezza che il re sarebbe rimasto fino al 18, le edizioni straordinarie dei giornali annunciarono all'improvviso che la Cassazione si sarebbe riunita quello stesso pomeriggio per decidere in merito al referendum. Evidentemente erano stati accorciati i tempi. Da chi? Perché?

Sia il presidente della Corte, S. E. Pagano, sia S. E. Pilota, erano d'avviso che quel pomeriggio non vi sarebbe stata alcuna proclamazione e che la Corte si sarebbe limitata a comunicare il risultato del referendum, pur riconoscendo che per rivedere i verbali delle varie sezioni sarebbero occorsi dei mesi.

Ed ecco la Corte a Montecitorio, nella sala della Lupa, locale angusto, gremito in quell'afoso pomeriggio. Alle 18 precise S. E. Pagano lesse il verbale, la Corte fece le sue riserve sulla mancanza di tempo per l'esame dei documenti, dei voti nulli, delle schede mancanti, eccetera; poi, di scatto si alzò ed usci. Era nata la repubblica? Viveva ancora la monarchia? Forse nessuno Io sapeva.

De Gasperi comunicò al Quirinale il verbale, e prospettò che, di diritto, il presidente provvisorio dello Stato era ormai lui stesso. Il Re, sempre più chiuso a sua volta, e non tanto esausto quanto stanco, informando unicamente il fidatissimo capitano Avalle, quella notte dormi fuori Palazzo Reale, in casa di persone sicure.

I signori Lignana, che quella sera ospitarono il sovrano, riferirono poi che Umberto, affacciandosi al balcone verso la villa Massimo (la casa era in via Verona 3), amareggiato per quanto era accaduto ed accadeva, indicando gli alberi ondeggianti al forte vento
mormorò: «Anche il mio animo è incerto e senza pace».

Quella notte stessa fu redatto il proclama che il 13 sera venne let­to alla radio dal ministro Lucife­ro. Invitava alla pacificazione ed alla concordia.

Intanto al Quirinale, a tarda ora, il maresciallo Berté, che aveva in custodia il sovrano, non sapeva se far chiudere il portone del palazzo o lasciarlo aperto, poiché igno­rava dove fosse il Re e temeva per la sua vita. Il capitano Avalle, no­tato il suo orgasmo, gli diede l'or­dine di chiudere: ne avrebbe as­sunta lui la responsabilità. Il pri­mo aiutante di campo, che veglia­va nel suo studio, chiamò il capi­tano, ingiungendogli di dire dove fosse il Re. Ma Avalle, nonostante ogni pressione, tacque, e per tut­ta la notte Infante ignorò dove si trovasse Umberto.

I giornali estremisti del mattino annunciarono con sollievo che il Re si era già allontanato da Roma.

Alle ore 730, però, Umberto II si ripresentava al Quirinale... Le misure di pubblica sicurezza intor­no al palazzo in quella notte erano state raddoppiate; nonostante ciò, la folla continuava ad assieparsi dietro i cordoni della polizia.

LA PARTENZA

L'11 giugno, mentre il governo sedeva in permanenza al Viminale, la giornata trascorse in un'atmo­sfera resa febbrile dalle notizie più contraddittorie o più nere. Altri moti a Napoli, con morti e feriti... Roma taceva. Ma la calma era più apparente che reale. Nel pomerig­gio del 12 ebbe luogo una manife­stazione monarchica a piazza del Popolo: venne sciolta con decisio­ne dalla Celere. Molti feriti e nu­merosi contusi: la piazza del Quirinale non fu potuta raggiungere. Il re sembrava ormai un prigio­niero.

Il 13 giugno nell'interno del Qui­rinale, fin dalle prime ore, l'ani­mazione apparve insolita, specie se paragonata alla calma del giorno precedente. I portoni esterni erano, chiusi, sorvegliati dalla polizia e dai corazzieri affiancati. Affiancati, ma coi mitra. D'un tratto corse voce che Infante stava cercando di convincere il Re a partire in gior­nata: vera o non vera la notizia, poco dopo si seppe che effettiva­mente Umberto aveva deciso di la­sciare Roma quel giorno stesso. Qualcuno aggiunse che il sovrano sarebbe rimasto però in Italia fino al 18: e non andando in Sicilia, come taluno ventilava, ma in Sar­degna. Ci furono dei piloti che si offrirono per accompagnarlo, ma il primo aiutante di campo aveva già disposto altrimenti prendendo ac­cordi con Cevolotto. Nelle prime ore del pomeriggio Umberto salu­tò tutti 1 dipendenti della Real Casa.

Gli onori vennero resi al sovra­no per l'ultima volta dai corazzie­ri; poi, tre vetture uscirono dal portone principale. La bandiera stemmata sventolava ancora sulla torretta.

A Ciampino vi fu una sosta im­provvisa: per quanto il marchese Graziani avesse preventivamente preso accordi con il generale Low del R.A.C., chiedendo il permesso che alcune vetture di Casa reale potessero accedere all'aeroporto, furono chiesti ed esaminati tutti i documenti. Il re venne riconosciu­to: bastò questo perché una picco­la folla si adunasse e seguisse l'automobile.

Fiori vennero raccolti e gettati verso il sovrano, che, pur conser­vando come d'abitudine il perfetto dominio di sé, appariva visibilmen­te commosso. La risposta di Umberto II, a chi gli diceva di non partire, era solo un triste sorriso. «Non voglio un trono macchiato di sangue! La mia partenza deve segnare un periodo di, pace e di concordia fra tutti gli italiani...».

Mentre l'aereo si levava alto sul cielo di Roma, sulla torretta del Quirinale la bandiera con lo scudo sabaudo veniva ammainata,

5 - (Fine)  Nino Bolla

venerdì 29 maggio 2026

Vita segreta al Quirinale VI parte

 


IL 2 GIUGNO

La mattina del 2 giugno la vita al Quirinale si svolse come di con­sueto, contrassegnata da un unico avvenimento: l'udienza solenne con la quale il re ricevette il nuo­vo ministro del Portogallo che gli presentò le credenziali. Era la pri­ma udienza solenne che Umberto dava come sovrano: e il caso volle che essa fosse riservata al rappresentante del Paese che Umberto II, undici giorni dopo, avrebbe all'im­provviso raggiunto.

Sin dalle prime ore, quel giorno Roma era animatissima: file inter­minabili dinanzi ai seggi elettorali, volti seri, eccezionale disciplina.

Per la prima volta anche le don­ne votavano. A molte, soltanto all'ultimo momento venne spiegato come doveva svolgersi tale proce­dura. Altra complicazione per la gente semplice: dover usare due schede.

La regina si recò a votare nel tardo pomeriggio, al seggio di via dell'Umiltà, e venne salutata da ovazioni calorose. Il re votò il 3 mattina, a via Lovanio, accompa­gnato dal ministro della Real Casa.

Fu tentato qualche applauso, ma il presidente del seggio protestò: il che era nel suo pieno diritto. Tut­tavia ebbe il cattivo gusto di insi­stere nelle proteste anche col so­vrano. Umberto, come sempre, non perse né la calma né la serenità.

Nel pomeriggio del 3 giugno, chiusi i seggi, cominciò lo spoglio delle schede. Fu allora che si con­statò un primo grave errore delle destre: ben trecento seggi a Roma erano privi di scrutatori monar­chici! Si corse ai ripari, si cerca­rono persone di buona volontà: ma ormai era tardi.

Comunque le prime notizie che giunsero erano consolanti: Torino, contro ogni aspettativa, aveva dato iI 40% dei voti alla monarchia, Mi­lano il 39%, mentre si temeva sol­tanto il 20%. Alle 17 del 4 giugno, da fonte degna di fede, si seppe che v'erano due milioni di maggio­ranza monarchica. La regina rice­vette nel pomeriggio un gruppo di signore che maggiormente s'erano prodigate in quel giorni e fissò per l'indomani altre udienze. All'una di notte si apprese che la monarchia aveva raggiunto il 59% dei voti... Fu a questo punto che negli am­bienti di sinistra che dirigevano le elezioni cominciarono misteriose telefonate tra Roma e Milano.

Si giunse all'alba del 5: fra le due e le quattro del mattino la Repub­blica era nata.

La notizia raggiunse i direttori dei giornali nelle rispettive tipografie; quelli di destra cercarono vanamente una smentita («Romita era andato a dormire»), e quelli di sinistra sbandierarono i titoli della vittoria, già composti.

Quella mattina al Quirinale l'uf­ficio dei Mastri apparve gremito: persone che da tempo non s'erano più viste, si presentavano, quasi in visita di condoglianze.

Alle 10,30 giunse De Gasperi. La grossa automobile nera apparve come un lugubre presagio. Il presi­dente sali dal Re, Il colloquio fu lungo e difficile. Umberto II si di­mostrò molto dignitoso nel rice­vere, calmissimo, la notizia che De Gasperi gli recava: nessuna parola di risentimento o di critica usci dal suo labbro.

Quando il presidente usci, pare abbia detto agli ufficiali d'ordinan­za del re: «Peccato, è un uomo politico d'eccezione».

Il centralino del Quirinale quel pomeriggio non rispose più: la sor­veglianza divenne ferrea. Si poteva comunicare col palazzo soltanto a mezzo del centralino militare. Su Roma pareva fosse sceso un drappo funebre.

In quella drammatica atmosfera la persona più serena fu come sempre il re: prese ogni decisione con una calma superiore ad ogni commento od elogio.

Avvenimenti gravi si andavano preparando. Alle 14 la regina con i figli partì in aereo per Napoli ac­compagnata dalla dama contessa Guendalina Spalletti e dal generale Infante. La decisione fu -così af­frettata e inattesa, che solo poche persone riuscirono a salutare la so­vrana. A Napoli ella scese alla villa Rosebery ove nel- passato aveva trascorso tante ore felici.

Benché effettuatosi nel più stret­to incognito, l'arrivo venne tuttavia appreso dal popolo napoletano e la notizia si propalò immediatamente; furono organizzati cortei che la po­lizia alleata sciolse.

I napoletani non volevano che la regina partisse, non volevano che lasciasse il suolo della patria... l'a­vrebbero assistita, difesa! La so­vrana ne fu commossa, fece telefo­nare dal generale Infante al re per­ché le fosse concesso di rimanere alcuni giorni a Napoli. Ma alle pri­me luci del giorno, due automo­bili uscirono dalla villa Rosebery dirigendosi al porto: Maria José s'imbarcò con i figli sulla stessa nave da guerra che un mese prima aveva recato in esilio i vecchi sovrani. Insieme con la regina s'im­barcarono pure i duchi d'Ancona e di Genova, con i seguiti.

 

DRAMMATICA ATTESA

Rimasto solo nel grande palazzo del Quirinale, dopo aver ricevuto alcuni uomini politici, il re volle uscire e fece un rapido giro per la città, su una vettura 1500, seduto accanto all'autista. Pensieri di ma­linconia, di rimpianto, ricordi in tumulto... O forse nessun pensiero, ma soltanto un bisogno acuto di dimenticare, almeno per pochi mi­nuti, e respirare liberamente, così come liberamente respiravano quei passanti che si erano battuti con lui contro di lui.

Umberto tornò tardi al Quirinale ed espresse il desiderio di pranzare alla Corte Nobile (ciò che non era mai avvenuto), per salutare i di­gnitari di palazzo. Quando apparve., i sedici convitati scattavano sul­l'attenti. Erano presenti, oltre il vecchio conte di Torino e il duca d'Aosta, che sedettero il primo alla destra e il secondo alla sinistra del re, anche il generale Cassiani, il marchese Spinola, i mastri Graziani, Marini Clarelli e Pallavicino.

L'atmosfera era greve, piena di tristezza; e per quanto si cercasse da parte di tutti d'avviare la con­versazione su temi diversi e qual­siasi, il senso della tragedia incom­bente era in ciascuno. I due prin­cipi del sangue sapevano che il giorno dopo avrebbero dovuto par­tire essi pure per l'esilio; e pare che il conte di Torino abbia detto:

Sono vecchio, quasi cieco, se parto non rivedrò più l'Italia; quale fastidio potrei dare ormai alla re­pubblica?».

Umberto si trattenne a lungo con gli invitati, ricordando episodi della propria giovinezza, non facendo piani per il futuro. Avreb­be per ora atteso, da solo, il ver­detto della Cassazione, fissato al 18 giugno.

Si diceva nella capitale che nu­merosi gruppi di monarchici ar­mati fossero pronti per venire dal Sud onde impedire, anche con la forza, la partenza del re. Ma il so­vrano rifiutò sempre proposte o progetti del genere: «Non voglio che una sola goccia di sangue sia sparsa per la monarchia, l'Italia ha già troppo sofferto...».

Egli aveva piena fiducia nella magistratura, e si sapeva, nell'at­tesa del verdetto finale, che il pro­curatore generale dello Stato, Mas­simo Pilotti, era uomo integerrimo e italianissimo, deciso a impedire ogni genere di "brogli".

Fra i monarchici regnava la mag­giore incertezza: v'era persino chi sosteneva che occorresse far con­vocare il Senato In alta Corte per giudicare i ministri, i quali, avendo giurato nelle mani del re, lo ave­vano tradito. Sostenitore di questa idea era l'avvocato Bartolino. Con­trari a questa tesi (se non altro per l'evidente impossibilità di attuazio­ne) i senatori Della Torretta e Bergamini, ai quali il Bartolino ave­va esposto la propria idea.

Intanto a Napoli si moltiplica­vano i comizi di protesta, dura­mente impediti dalla polizia, spe­cie di un reparto Celere spedito dal Nord. Vi furono morti e feriti.

Al Quirinale, tutto continuava in apparenza come prima; quale fat­to eccezionale, si notava un grande afflusso di gente di tutti i ceti e di tutte le età: venivano a salutare il sovrano. La mattina del 7, più di trecento persone aspettavano nel­

l'anticamera delle udienze al primo piano. Vecchi generali a riposo, ammiragli, medaglie d'oro, diplo­matici, tutti sorpresi e commossi come fanciulli. Lo studio del re tenne costantemente la porta aper­ta: era un andirivieni confuso e senza sosta. Il comandante Balbo avrebbe voluto ordinare, con rigi­dità protocollare, quel caotico mo­vimento non pensando che la sto­ria una volta in cammino non si fa annunciare da nessuno.

In piedi, pallido, Umberto pa­reva l'ombra di sé stesso. Prese la mano della povera marchesa di M., il cui marito era stato fucilato dai tedeschi, e la strinse a lungo. «Non parta, Maestà! La monarchia è stata l'ideale per cui mio marito è morto...»

 disse la marchesa. La risposta del re vibrò nell'aria come un monito: In qualunque momen­to il popolo italiano avesse bisogno di me, e-se il bene del Paese lo esi­gesse, tornerei. Ora debbo partire: alle frontiere si spia un'occasione propizia per approfittare d'una nostra discordia interna

Dopo una pausa si lasciò sfuggire con viva amarezza «! «Per due anni mi hanno offeso in tutti i modi... mi hanno calunniato! Parto per la tranquillità del Paese che amo, e credo di averlo dimostrato in questi pochi giorni di regno...»

Non ebbe mai parole di risenti­mento per nessuno.

Quella stessa mattina l'ammira­glio Stone si recò al Quirinale in una lussuosa automobile nera. Nes­sun mastro delle cerimonie gli andò incontro: seguito dal suo uf­ficiale di bandiera, ostentando un passo sportivo, salì i pochi gradini della vetrata in fondo al cortile; poi usò l'ascensore per raggiungere il primo piano. Venne subito intro­dotto presso Umberto, e vi si trat­tenne pochi minuti.

mercoledì 27 maggio 2026

Il Re costava meno di Mario Viana - prefazione III

 


«Capo ha cosa fatta», come disse il fiorentino Bocca degli Abati alla battaglia di Montaperti, sostenuta dai suoi concittadini contro i Senesi, dopo aver con un colpo di spada mozzato la mano all'alfiere che reggeva l'inse­gna fiorentina, contribuendo così alla sconfitta della sua parte; e Dante lo colloca nella ghiaccia di Cocito fra i traditori della Patria.

Alcuni dei valentuomini artefici della Repubblica credevano di porre la Libertà, come idea più attuale e vibrante, nel luogo lasciato vacante dalla Patria a cui si era tolto il centro di coesione molecolare, ma s'ingannavano. La Libertà, che oggi è generalmente sentita in quanto significhi scrollarsi di dosso ogni dovere e ogni disciplina, non ha più fedeli pronti a impegnarsi per essa di quanti ne abbia la Patria.

Le coscienze non sono recipienti che si possono vuo­tare e riempire a volontà di liquidi differenti e il vuoto lasciato in esse distruggendovi una ragione ideale non è colmabile con altro contenuto ideale, ma resta campo aperto a ogni sorta di sterpaglia nostrale o forestiera.

E la devastazione operata nelle coscienze è riscon
trabile nella inefficacia degli sforzi con cui i sullodati valentuomini tentano di instaurare il culto dei Caduti per la Libertà, i quali di fatto sono dal grosso pubblico accomunati nello stesso frettoloso oblio riservato ai Caduti per la Patria. La devozione non si propaga dalla ufficialità delle celebrazioni in più ampi cerchi, perché neppure i Morti sono sacri dove non vi è più nulla di sacro. Essi appartengono a un mondo che si è voluto abolire, nel quale esisteva una fede.

Il presente libro ha un evidente valore informativo, ma esso contiene, forse a insaputa dello stesso Autore, un insegnamento più alto, poiché attraverso la visione di tante azioni particolari, distanziate nel tempo e colle­gate da una superiore coerenza, il lettore intuisce quale sia il valore della continuità, che è la legge della Monar­chia ed è la forza dei popoli.

Congiunti al passato, sentiamo tutto il bene compiuto dai nostri padri presente in noi a fortificarci ed accrescerci; avulsi dal passato, siamo un'erba di poca radice, destinata a estinguersi alla prima arsura.

Ai contabili guardinghi nelle spese si può dimostrare, come ha fatto Viana, cifre alla mano, che il Re costava meno, e, cosa assai più importante, che rendeva di più, sul terreno morale e nazionale.

PIERO OPERTI

Torino, febbraio 1960.