NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 16 gennaio 2022

Carnera capitolo XLIII : CARNERA cambia vita e deve lasciare la boxe.

 
di Emilio Del Bel Belluz


 Quello che si aspettava Carnera si stava verificando nel mese di novembre del 1945. Gli avevano proposto di incontrare al posto di Giovanni Martin che s’era infortunato, un pugile che non conosceva ma che un tempo era uno dei migliori pesi mediomassimi in circolazione: Luigi Musina, che ora rientrava nella categoria superiore dei pesi massimi. Dopo la guerra era aumentato di peso, e ora voleva farsi un nome nella massima categoria.  Musina era originario di Gorizia: la città dove il gigante di Sequals aveva incontrato  la donna della sua vita, quella che continuava a dargli le gioie più grandi. Quando venne a sapere la provenienza del suo avversario gli venne spontaneo chiedere a sua moglie se lo conoscesse, o se lo avesse mai visto in posta a Gorizia. La donna non l’aveva mai sentito nominare, ma ogni avversario che il suo amore incontrava sul ring era sempre pericoloso.  Pina non aveva mai dimenticato le volte in cui Carnera gli aveva parlato di quella sera in cui aveva incontrato Ernie Schaaf, e di come fosse stato drammatico l’epilogo di quell’incontro. Non aveva mai dimenticato la morte di Schaaf e pure Pina pensava spesso a lui, e a sua madre. Carnera in quel periodo era felice, aveva l’impressione che qualcosa stesse per accadere di positivo.  Il grande Primo sperava di tornare imbattibile, gli bastava anche un titolo italiano. La federazione pugilistica gli aveva permesso di combattere e quindi aveva fiducia in lui, non poteva deluderla. Carnera aveva deciso di allenarsi con maggiore serietà, non poteva fallire, e per questo arrivò a Sequals un ottimo peso massimo ungherese, che voleva abitare in Italia. Quel peso massimo  aveva le stesse caratteristiche di Luigi Musina. Quel pugile aveva combattuto spesso fuori della’Ungheria perché nel suo Paese non si organizzavano incontri di un certo rilievo, e come si usava dire faceva la fame, tenendo conto che aveva anche una moglie e tre figli da mantenere.  Carnera lo ospitò nella sua casa, e mancavano diciotto giorni al combattimento di _Milano che era stato fissato sulla distanza di dieci riprese. La data era quella del 21 novembre 1945. In quella città, pochi mesi prima, era stato appeso per i piedi, dopo l’uccisione, il suo amico Benito Mussolini, a Piazzale Loreto. Quell’ episodio gli veniva  in mente spesso, anche lui aveva rischiato di essere fucilato dai partigiani. Quando apprese della morte di Mussolini rimase molto rattristato, e in quella settimana aveva riguardato le foto che lo ritraevano assieme a  Mussolini e ad altri gerarchi, pure loro uccisi. La morte di Mussolini era stata una pagina davvero oscura della storia italiana.  Carnera non si spiegava come Mussolini, che aveva ottenuto una grande popolarità tra gli italiani, fosse subito dopo la sua morte, dimenticato da molti di loro. Gli vennero in mente le parole del filosofo Sofocle che diceva: “ Non chiamiamo nessuno felice, prima che abbia terminato senza patire mali, la vita ”. Quella citazione l’aveva trovata in una pagina di un giornale. La vita ci poteva sempre riservare delle brutte sorprese. Finalmente era giunto il giorno dell’incontro con Musina. I giornali avevano parlato dell’evento, e alcuni giornalisti erano venuti ad assistere al match, e in quel giorno successe di tutto. “ Il Teatro Nazionale ha seimila posti. E la sera del 21 novembre 1945 sono ventimila le persone che circondano il locale per vedere Carnera, per applaudirlo, per riempirsi la vista e il cuore con un mito splendido del loro passato. Un mito intatto e pulito, un mito valido, non illusorio, se è sopravvissuto alle sconfitte atletiche e all’inferno della guerra. L’organizzatore Gino Officio, prevedendo un “ tutto esaurito ”, ha convinto le autorità a disporre un grosso servizio d’ordine: 200 carabinieri, 160 agenti. Di suo ci mette 60 controllori. Lo schieramento si dimostra insufficiente. La folla dà l’assalto, spazza via i cordoni di protezione. Pochissimi hanno il biglietto.  C’è di più: i “ portoghesi “ riescono a entrare dal tetto abbattendo i finestroni e dagli scantinati sfondano le porte. Tre carabinieri finiscono all’ospedale. Molte donne  svengono. In quel caos ci sono anche le donne, sissignori. Interviene la military Police. Con le sirene che ululano, e le manganellate piovono come grandine. “ E’una bolgia dantesca” scrive Rosario Busacca.  Il primo incontro ha inizio con mezz’ora di ritardo. Quello di Carnera è il secondo. Ma la teppa scatena una vera battaglia. Il ring  viene occupato. Esplodono zuffe e pugilati di gruppo. L’altoparlante raccomanda la calma. Tempo perso. La Military Police torna a pestare. Gli agenti sparano dei colpi di pistola in aria . Tutto inutile. La riunione è sospesa. Carnera se la squaglia da un’uscita laterale e cerca rifugio in un bar. Ha freddo . Gli ammiratori lo assediano e gli offrono da bere. Un cognac, due cognac. Una sigaretta, due sigarette. Poi alle 22,25 ecco il contrordine. Le autorità di polizia decidono che la riunione debba riprendere. Temono che gli spettatori, inferociti, diano fuoco alla sala. “Carnera dov’è? “ Lo trovano al bar. Gli impongono di prepararsi. E alla svelta: non c’è tempo da perdere. Ma il gigante non è più in condizione di salire sul quadrato. I due cognac e le due sigarette gli hanno dato alla testa. Nel primo round, difatti, va giù due volte. È un fantasma. Non si muove sulle gambe. Resiste fino alla sesta ripresa, un po’ per mestiere e molto perché Musina cerca di tenerlo in piedi e di non giustiziarlo troppo presto. Alla settima il campione d’Europa forza l’andatura e Carnera è travolto, senza scampo. Solo la spugna salva il povero colosso. Musina è portato in trionfo. Ma la sua è una vittoria da maramaldo. L’incasso netto supera il mezzo milione di lire. Non basterà nemmeno per indennizzare le parti lese e per riparare i danni sofferti del teatro. Altro che affare. La prosa di Busacca è granguignolesca: “ Carnera era a terra domo e vinto, ormai: gli occhi spenti e il grosso corpo prono. Era stramazzato sull’assito, come toro colpito dalla mazzata del beccaio. E quanta gente attorno al ring. Scena d’anfiteatro notturno. Nera e fumosa bolgia con l’accecante luce delle lampade concentrate sull’agonia del campione”. È destino che Carnera deluda sempre, a Milano. Implacabili, i cronisti sportivi vanno a visitarlo, nel camerino. Primo ha l’occhio destro tumefatto e tanta tristezza sul volto. “ Avevo le idee confuse e le gambe di legno” dice a bassa voce. “ Musina mi ha colpito subito duro. Quei cognac mi hanno demolito prima di Musina, che pure è bravo, un bell’atleta che conosce il mestiere.” ( Primo Carnera- L’uomo più forte del mondo- Aldo Santini).  Ma Carnera non si arrese. Parlò di andare in America, e di battersi contro Buddy Baer, il fratello minore del suo antico rivale. Nel frattempo incontrò di nuovo Musina il 19 marzo 1946, a Trieste, e perse ai punti in otto riprese. L’incasso fu buono. In seguito il terzo match a Gorizia, il 12 maggio. Nuova sconfitta, sempre al limite delle otto riprese. Primo comprese di aver chiuso con il pugilato. Questi cinque combattimenti gli avevano reso poco, anzi pochissimo, privandolo di qualsiasi credibilità. Carnera sapeva che il mondo della boxe non gli avrebbe dato più da vivere,  e non meritava più di insistere. Il suo fisico non era più all’altezza per quello sport.  Gli venne offerta la possibilità di tornare in America,  questa volta non come pugile, ma come lottatore e con la speranza di poter fare dei grandi guadagni. Nel mondo del cinema americano tanti registi lo cercavano, ma non era nelle sue intenzioni fare ancora l’attore. Carnera appariva triste e sfiduciato, l’attuale parentesi pugilistica non aveva dato i frutti sperati. Quella prima sconfitta contro Musina gli aveva fatto veramente male, e la città di Milano non gli aveva mai portato qualcosa di buono. L’ultima volta nel 1942 gli avevano rubato una penna stilografica a cui era molto affezionato. Ritornato a Sequals poté confidare tutte le sue tristezze all’adorata moglie. La madre non era presente, si trovava nella camera accanto, ammalata. La situazione non era delle migliori, la terza sconfitta patita contro Musina era avvenuta proprio nella città dove aveva conosciuto la donna della sua vita. Quel 12 maggio del 1946 non poteva in nessun modo essere scordato. Il suo amico, principe  Umberto di Savoia era diventato il 9 maggio  Re d’Italia. Gli italiani si apprestavano a votare il referendum istituzionale. Nella grande cucina aveva giocato con i suoi figli, e ad Umberto aveva ricordato che ora aveva un nome da Re. Con la moglie Pina ricordò i momenti in cui incontrò il Principe Umberto.  In un giornale Carnera aveva visto una foto che raffigurava il Re attorniato da tanta gente, e le bandiere Sabaude che garrivano al vento. Carnera da quando era tornato dopo la terza sconfitta contro Musina aveva esposto la bandiera con  lo stemma Sabaudo, un omaggio al nuovo sovrano. In quei giorni pregò il buon Dio che lo aiutasse a trovare una nuova via. Pina temeva che potesse scoppiare una guerra civile tra la fazione dei monarchici e quella dei repubblicani. Alle volte si metteva a guardare i bambini, le sarebbe piaciuto avere altri figli, per lei la maternità  era davvero la cosa più bella. Ma non era il momento, non ne aveva parlato a Primo, che di sicuro avrebbe voluto altri figli. Una mattina Carnera ricevette una lettera dall’America, non era strano ricevere posta da quel Paese, molti tifosi gli scrivevano per ricevere una foto con dedica. Il postino consegnava sempre tanta corrispondenza a Primo, e proprio l’altro  giorno aveva ricevuto delle notizie da un suo amico che si trovava a New York. La lettera che subito catturò la sua attenzione era di Aldo Spoldi,   un pugile che gli era amico e che aveva conosciuto ancora dal suo primo incontro di Milano. Quel ragazzo di allora combatteva nella categoria dei pesi leggeri, e ricordava che i suoi piedi erano capaci di entrare in una scarpa di Primo. Carnera chiamò la moglie che si trovava fuori e le chiese di rientrare. Carnera le lesse la lettera a voce alta che si sentiva fino in strada, il suo amico  Aldo Spoldi gli diceva che in America almeno una ventina di quotidiani avevano scritto che lui era morto durante la seconda guerra mondiale, e queste notizie erano poi state smentite da altri giornali. Aldo chiedeva a Carnera di poter venire in America. Il grande organizzatore di pugilato Babe Mc Coy gli  offriva la possibilità di fare una serie di incontri di lotta libera in giro per l’America. La gente americana non lo aveva dimenticato, e voleva che tornasse. Gli veniva offerto quindi un buon contratto e se fosse risultato vittorioso negli incontri, avrebbe guadagnato delle buone borse che avrebbero risanato la sua situazione economica. Aldo gli aveva detto che aveva incontrato il pugile Philip La Barba che lo attendeva. Pina mentre Primo leggeva la lettera commentò che forse una strada si stava finalmente aprendo, una speranza dopo tante delusioni e paure. L’avvenire dei figli doveva essere assicurato. Carnera soddisfatto di quello che aveva letto, s’incamminò, seguito dalla moglie verso lo studio per scrivere che accettava la proposta dei suoi amici.  Sulla scrivania aveva un crocefisso, e osservandolo lo ringraziò perché si era ricordato di lui. Pina pensava alle tante preghiere che aveva fatto nell’ultimo periodo e alle candele che la mamma di Carnera aveva portato alla Madonna supplicando il suo aiuto. Primo scrisse la lettera con una calligrafia data da una mano tremante dall’emozione.  Aldo  Spoldi, che durante la guerra era rimasto in America, aveva dovuto fermare ogni attività perché essendo italiano, venne  considerato nemico degli Stati Uniti: una mortificazione che non meritava. Gli italiani residenti in America durante la guerra furono trattati in malo modo. Primo andò a imbucare subito la lettera, e volle prima di chiuderla mettervi una foto sua assieme alla famiglia, di cui andava orgoglioso. Nei giorni che seguirono la famiglia Carnera attendeva la riposta dall’America che avrebbe cambiato in positivo le loro vite. La situazione politica in Italia non era molto tranquilla, si avvicinava la data del  referendum istituzionale, e dai giornali lesse una frase del politico Nenni che lo impressionò molto, perché sentenziava:” O la repubblica o il caos “ . Pensò al suo amico Re Umberto II che stava girando l’Italia per convincere il popolo a votare per la monarchia. Quanto gli sarebbe piaciuto essergli vicino, dirgli che lo stimava, e che sperava che potesse continuare a governare.   Venne il tempo delle elezioni e dai risultati vinse la repubblica con una maggioranza minima sulla monarchia.  Carnera ne fu dispiaciuto, e condivise questi pensieri con Pina che non disse nulla. La monarchia era finita, e  Carnera aveva letto che erano stati contestati i risultati. Si parlava di evidenti brogli, e a Napoli c’erano state delle vittime, persone che tenevano tra le mani la bandiera del re con l’intento di contestare i risultati. La monarchia aveva vinto da Roma in giù con percentuali davvero sorprendenti. Qualche giorno dopo, mentre stava lavorando in giardino, la moglie lo informò che il Re  Umberto II era andato in esilio: era il 13 giugno del 1946. Carnera rimase molto rattristato, il suo amico aveva lasciato l’Italia per andare in Portogallo. La sera, prima di addormentarsi, pensò all’ incontro che aveva avuto con lui e alla gioia che aveva provato nel momento in cui la moglie gli aveva detto che se il figlio che aspettava fosse stato un maschio, l’avrebbe chiamato Umberto e così fu.  Nei giorni che seguirono Carnera lesse dai giornali che il Re era partito dopo aver ricevuto il commosso saluto dei Corazzieri, e una donna gli aveva dato della terra italiana da portare con sé: un gesto commovente. Quella donna non aveva potuto fare altro per dimostrare la sua fedeltà al Re. Alcune foto che Primo gelosamente custodiva, lo raffiguravano mentre con la mano salutava, prima che il portellone dell’aereo si chiudesse. Pina commentando quella foto gli vennero in mente i figli del re che già avevano abbandonato l’Italia assieme alla madre e si commosse. Carnera non disse nulla e mangiò con grande malinconia la polenta che sua madre aveva preparato assieme a  del salame cotto. Una pagina della storia italiana si era chiusa, ma lui non avrebbe potuto dimenticare i Savoia. Qualche settimana dopo ricevette una lettera da Aldo Spoldi che lo invitava ad andare in America, dove lo avrebbe atteso e aiutato a sistemarsi. Carnera s’apprestò per preparare i documenti e il denaro  che gli serviva per comprare il biglietto dell’aereo che avrebbe preso per la prima volta.  Pina  doveva rimanere a casa con i figli, se le cose si fossero messe bene lo avrebbero raggiunto. I giornali riportavano la notizia della sua partenza, e un giornalista del Gazzettino era giunto a Sequals e lo aveva intervistato a lungo. Primo aveva dichiarato che lasciare il suo paese era una grande pena nel cuore, ma gli si offriva una possibilità che non poteva non accettare. Carnera disse che soffriva nel partire solo, e  lasciare la famiglia e la mamma malata al paese. Il campione si era lasciato andare a qualche pensiero malinconico, ma bisognava andare avanti, ogni giorno si doveva scrivere una pagina nuova nel libro della vita. Anche Pina appariva molto turbata e triste per la partenza del marito. Carnera arrivò in America nell’agosto del 1946, tra qualche mese avrebbe compiuto quarant’ anni, e non erano pochi per un  atleta. L’America continuava ad essere generosa con lui, perché gli offriva la possibilità di ricominciare a sperare. All’arrivo in aeroporto incontrò il suo amico Aldo Spoldi, che  lo abbracciò con gioia, e con lui c’era anche il sostenitore di sempre, Philip la Barba che aveva salvato dalla fame lui e i suoi compaesani con quelle casse di cibo mandate dal cielo con l’aereo e successivamente per via terra.  Nel mondo della boxe era molto sentito il cameratismo. Carnera e i suoi amici non erano  usciti dall’aeroporto che furono avvicinati da un signore piuttosto robusto vestito di scuro, che con aria austera chiese a Primo che si presentasse. Carnera con il suo vocione pensava che questi lo schermisse e gli disse che avrebbe dovuto riconoscerlo, data la sua popolarità in America. Questo signore gli domandò per la seconda volta  che si presentasse. Carnera lo assecondò, temendo che ci fossero delle irregolarità sui suoi documenti. Con sua grande sorpresa, l’uomo estrasse dalla sua giacca una busta bianca e la diede a Carnera dicendogli: “ Sono duemila dollari di tasse governative che lei ha pagato in più di quanto dovesse”. Questa somma era rimasta nelle mani del governo americano dal 1936 al 1946, maturando anche degli interessi. Questo fu il primo contatto che Carnera ebbe con lo stato americano. Primo osservò subito il contenuto della busta, non vedeva tanto denaro da molto tempo, e quasi si commosse. Il suo pensiero fu per i figli e la moglie, e la prima cosa che voleva fare era quella di spedire la somma a casa.  Questa sorpresa fu un ottimo benvenuto da parte della vita, ma ora bisognava fare un passo in avanti maggiore. Carnera nei primi giorni della sua permanenza in America aveva compreso  che doveva iniziare tutto da capo. I sui amici gli avevano offerto una possibilità che non poteva fallire, Lo consolava molto nel vedere che gli italo-americani non l’avevano scordato e lo accoglievano con grande calore, come si faceva con un amico che ritornava a casa. Dall’Italia non si era portato molte cose, la sua valigia era quella di un emigrante che stavolta era arrivato in aereo. Quei pochi vestiti consunti dovevano essere sostituiti, pertanto, fu accompagnato da un sarto che gli prese le misure per una serie di abiti.  Carnera ci teneva a vestire bene.  Dentro di sé c’era una grande voglia di ricominciare, e Aldo Spoldi lo faceva sentire a suo agio. Nel momento in cui si incontrarono con il nuovo procuratore, fu firmato un primo accordo economico molto vantaggioso, Carnera richiese anche la presenza di un suo avvocato che analizzasse tutti i contratti che avrebbe sottoscritto d’ora in avanti. Non voleva essere truffato come era successo in passato. L’ avvocato avrebbe percepito l’1% degli incassi, ma d’altro canto, avrebbe donato una grande tranquillità al campione. Secondo il contratto Carnera doveva combattere quasi ogni giorno e in posti diversi dell’America.  Quando vi era stato per la prima volta, come boxeur combatteva anche tre- quattro volte al mese, senza risparmiarsi, ma allora era più giovane.

sabato 15 gennaio 2022

La Monarchia dal 1922 a .... domani

Opuscolo del 1946. Ne avevamo promesso la diffusione. Un ripasso veloce, puntuale, agevole.

Lo staff

L’INCARICO A MUSSOLINI

Nella questione istituzionale — Monarchia o Repubblica — che si dibatte in Italia non hanno poca rilevanza, fra gli addebiti che si fanno alla Monarchia, le accuse che si muovono al Re per i suoi comportamenti verso il regime, nonché per la sua acquiescenza alla guerra e il suo dipartirsi da Roma l'8 settembre. Parrebbe pertanto necessario esaminare i fatti e i documenti, di cui si è finora a conoscenza per valutare l'opera del Sovrano; non è che con questa disamina si risolva il dilemma, che evidentemente si deve impostare su altre basi, ma col chiarire questi punti si sarà già fatto un passo per la soluzione.

Le ragioni che indussero il Re a incaricare Mussolini del Governo alla fine dell'ottobre 1922 furono complesse e non solo contingenti.

Pietro Silva nel suo recentissimo « Io difendo la Monarchia » (1) ne fa risalire le primissime origini al decadimento del Parlamento quando nel 1915 « la volontà del Parlamento per la prima guerra mondiale fu forzata da un moto di piazza»: la maggioranza Giolittiana della Camera, favorevole alla neutralità nel 1914, spinta da manifestazioni di partiti favorevoli alla guerra — democrazia massonica, nazionalisti, socialisti riformisti, gioventù universitaria e dal gennaio 1915 «i fasci di azione rivoluzionaria per l’intervento» fondati allora da Mussolini, ed in genere la stampa più autorevole e gli infiammati discorsi di D'Annunzio - aveva finito per accettare unanimemente Salandra. Vinta la guerra queste forze popolari estranee al Parlamento, che si erano imposte nel 1915, ripresero il sopravvento nel 1918, guidate da una parte dai partiti estremi che si erano inanimiti per le vittoriose rivoluzioni russa ed ungherese, e dall'altra dai Fasci che, oltre a vantare l'apporto della loro volontà per l'entrata in guerra, impegnavano una lotta sempre più vigorosa contro gli avversari. Il Paese invece, piegato dall’immane sforzo della guerra combattuta, si manteneva nella grande generalità quasi agnostico.

In armonia a questo ordine di cose le elezioni dell'autunno del 1919 diedero la vittoria ai Partiti cosiddetti di massa; mentre. i popolari portarono i loro deputati a 101; i socialisti ebbero nella Camera 156 deputati che all'entrata del Re a Palazzo Madama per il discorso della Corona intonarono «Bandiera rossa». Cominciarono allora in Paese agitazioni gravi: scioperi industriali, agrari e nei servizi pubblici; nel 1920 occupazione delle fabbriche… e in Parlamento il marasma più completo; sì che fu necessario adottare l'unico espediente che la Costituzione poneva nelle mani del Re: scioglimento della Camera e nuove elezioni nell'aprile 1921. Ma disgraziatamente la legge elettorale politica a scrutinio proporzionale anziché dare rappresentanze forti e capaci di costituire forti governi, favorì lo sminuzzamento in gruppi e gruppetti che collegatisi fra di loro, diedero al Ministero così scarsa maggioranza che Giolitti nel successivo giugno rassegnò le dimissioni.

Fu sostituito da Bonomi; ma l'oscillare dei vari gruppi e la poca adesione da parte anche dei gruppi maggiori, oltre a dare al suo ministero una permanente debolezza, dopo pochi mesi di vita stentata, finì per determinare la sua caduta nel febbraio 1922. Scrive Sforza: «La crisi che ne seguì... fu la più lunga in Italia dal 1848 in poi: il Paese vi sentì una prova che il Parlamento non funzionava più» (2). Furono dal Re, fatti successivi tentativi con De Nicola, con Giolitti, con Orlando, che non ebbero seguito per contrasti fra i vari gruppi dalla Camera, essenzialmente di carattere personale. I Capi dei Partiti restituendo il mandato designavano Facta. Questi formò il suo primo Ministero nel marzo, ma durò poco più di tre mesi, «dando la più clamorosa dimostrazione dell'impotenza della Camera» (3).

Nuovi incarichi da parte del Saviano: De Nicola, poi Giolitti che dovette ritirarsi per il veto di Don Sturzo Capo dei Popolari; poi Bonomi che urtò contro l'opposizione dei socialisti; Meda che ottenne la adesione dei suoi popolari a partecipare al Governo sua non ne vollero assumere la Direzione e poi di nuovo Orlando che tentò un ministero di pacificazione nazionale con approcci ai socialisti e relativa chiamata di Turati al Quirinale; ma la combinazione non riuscì, volendo i Socialisti il Ministero dell'Interno, al che i popolari si opponevano. Successivi incarichi ancora a De Nicola e Tittoni non poterono prendere forma, sì che fu necessario ritornare a Facta e la Camera, che aveva reso impossibile qualunque combinazione vitale, gli accordò nuovamente fiducia il 10 agosto 1922.

Come si è visto in poco più di un anno quattro Ministeri attraverso tentativi di ogni sorta sempre andati a vuoto!

Era la più angosciosa delle crisi parlamentari, mentre i fascisti si facevano sempre più arditi capeggiando nel Paese movimenti di rivolta, occupando case comunali, incendiando sedi di organizzazioni socialiste e comuniste, con spargimento di sangue; sfociando il 25 ottobre al Congresso di Napoli e alla cosiddetta «Marcia su Roma».

Facta comprende che deve agire energicamente: raduna il Consiglio dei Ministri per l'indomani e «in vista delle risoluzioni che sarebbero state prese, telegrafò il 27 al Re per avvertirlo della opportunità di partire per la Capitale» (4).

S. M. arriva alle 19 ed ha, un primo breve colloquio con Facta nella saletta della stazione: secondo colloquio a Villa Savoia alle 21 (5). Disgraziatamente l'autore non dice parola di questi colloqui, come neppure del terzo che ebbe luogo l'indomani mattina quando il Re non credette firmare il decreto per lo stato d'assedio che Facta gli portava in seguito alla decisione del Consiglio dei Ministri tenuto alle 5 del mattino, decreto già affisso dalle 8,30 sui muri di Roma e telegrafato ai Prefetti alle 7 e mezza (6). Così essendo, quale giustificazione può avere l'isolato «mutamento di S. M. che Facta andando a Villa Savoia era ben lontano dal prevedere (7) se di quante avesse significato il Sovrano nei due primi colloqui non è detto nulla?

Quanto ai motivi per i quali il Sovrano non avrebbe firmato il decreto, P. Silva riporta che il Re avrebbe detto a Facta che «lo stato d'assedio opposto ai fascisti sarebbe stata la guerra civile con le sue gravissime conseguenze» , aggiungendo che «non era possibile né augurabile soffocare nel sangue un movimento così forte nel Paese e così sorretto dall'opinione nazionale» (8). E aggiunge ancora altro motivo: «la ragione addotta dal Re collimava con la dichiarazione fatta poco prima al telefono da Federzoni il quale, in comunicazione col «Popolo d’Italia» di Milano alle nove di quel mattino, aveva insistito perché fosse fatto sapere a Mussolini «che perché il Re non prenda delle determinazioni che senza dubbio aggraverebbero la situazione incalcolabilmente, bisognava che potesse agire e subito (incarico a Mussolini) in condizione di visibile libertà, cioè che non esistesse una pressione... insomma  esteriore » (9).

L'opera del Re pertanto non poteva essere più avveduta e più evidente e così fu giudicata allora e di poi universalmente in Italia e all'estero. È appena il caso di aggiungere che fu pura e maligna invenzione quanto fu affermato dai Partiti, avversari alla Monarchia che il Re avesse cambiato avviso, in seguito a interferenze del Duca di Aosta. per il timore di veder sostituita la linea secondogenita: chi più deve aver sofferto di tale insinuazione fu certo il Duca d'Aosta stesso. Il suo testamento spirituale fa ripetuto cenno della sua lealtà: « Innalzo a Dio il mio pensiero riconoscente per avermi concesso nella  vita infinite grazie, ma soprattutto quella di servire la Patria e il mio Re con onore ed umiltà, » e più oltre «...al mio augusto Sovrano che ho servito sempre con lealtà., con ardore e con fede, rivolgo... » (10). Non è in punto di morte che un credente e uomo di onore scrive tali attestazioni se non fossero le più sincere.

Scartata l'idea di fronteggiare e    di sperdere i fascisti, restava di avvisare come provvedere al dimani. Ho già accennato che il Sovrano si era reso conto che il movimento fascista era forte in Paese e sorretto dall'opinione nazionale; e non aveva torto. Scrittori di ogni tendenza l'accertarono allora e di poi: Sforza nella citata sua opera scrive: «Pochi uomini furono accompagnati più di Mussolini da voti di successo così numerosi anche se soltanto rassegnati» (11). E Bonomi: «Corrono a lui reduci di guerra, intellettuali, studenti, professionisti, piccoli borghesi mossi da uno spirito idealista di Patria in apposizione alla prepotenza bruta di folle incolte ed illuse...; finalmente lo ingrossano le folte schiere degli agrari e degli industriali che vedono in lui uno strumento efficace per distruggere la minaccia rossa e ristabilire l'ordine nella produzione e nel lavoro » (12). E ancora ultimamente - 14 ottobre 1945 – nella Gazzetta d'Italia», Labriola ricordava un suo discorso del 2 aprile 1924 in cui non dubitava di affermare che «sarebbe difficile negare che nell'ottobre 1922 il Paese non aveva nessuna voglia di ostacolare la strada al fascismo, come movimento che assumeva di voler ristabilire la pace interna e di combattere socialismo, il Fascismo rispondeva a sentimenti abbastanza diffusi…; il Paese desideroso di pace aiutò il successo del movimento fascista».

Né, possiamo dimenticare che nello stesso esercito, pur nella totalità fedele al Re, si intravvedevano correnti non del tutto contrarie a Mussolini, come scrive Alfredo Misuri (13). «... l'esercito lusingato dalla magnifica rinascita dello spirito guerriero della stirpe, con la massa enorme degli smobilitati in attesa di sistemazione nella vita civile che speravano in una ripresa militare; con la massa minore ma sempre vigile ed attiva degli Ufficiali costretti a vegetare fuori quadri in posizioni ausiliarie, o che so io, che speravano          una ripresa di carriera ed influenzavano i fortunati colleghi rimasti in servizio attivo a non opporsi, anzi a favorire la rinascita di uno spirito avventuroso che avrebbe ridato forza alla Nazione, le avrebbe consentito di conseguire altre vittorie le quali questa volta non sarebbero state mutilate con la sopportazione dì uomini ad arrestare la Marcia su Roma ».

Il Sovrano pertanto, pur essendo a conoscenza chele trattative iniziate da Mussolini con Giolitti dopo il Congresso di Napoli per un Ministero da questi presieduto, ma con otto dicasteri ai fascisti, era stato alla fine silurato dallo stesso Mussolini, il quale aveva cercato solo di guadagnare tempo, non credette poter esimersi da un ultimo analogo tentativo a mezzo di Salandra; ma Mussolini dichiarò « che per arrivare ad una transazione con Salandra non valeva la pena di mobilitare e che il Governo doveva essere nettamente fascista»: telegramma della notte del 29 al giornale « il Mezzogiorno » di Napoli (14)

E poiché ogni tentativo per far andare Mussolini a Roma a conferire col Sovrano e con Salandra urtò nella categorica risposta che non si sarebbe mosso da Milano se  non dopo aver ricevuto l'incarico di comporre il Ministero, il Sovrano, su consiglio dello stesso Salandra, incaricò De Vecchi di mettersi i contatto con Mussolini e dichiarargli che gli affidava l'incarico di comporre il Ministero (15). Del resto fin dal 13 agosto il sen. Albertini non aveva dubitato di affermare in Senato che «era arrivata l'ora di riconoscere che il miglior mezzo di togliere ogni pretesto alla violenza era di chiamare i fascisti a dar prova della loro capacità di dirigere la cosa pubblica e mantenere le loro promesse. E lo stesso aveva il 27 ottobre telegrafato al Gen. Cittadini, Primo Aiutante di campo di S. M. che « era inutile pensare ad una combinazione Salandra essendo ineluttabile l'esperimento Mussolini» (3).

Tutto questo bisogna aver presente per giudicare dell'opera del. Re; da una parte riportarsi alle gravi condizioni di allora e dall'altra ricordare Mussolini dell'ottobre 1922, non quale lo vedremo al 1925 e tanto meno come lo possiamo giudicare ora.

Il procedimento del Sovrano fu allora favorevolmente accolto da tutta la stampa; da tutti si plaudiva al Re per aver evitato il conflitto fra l'esercito, e le squadre fasciste e non fu solo plauso di «allora», ma per molti anni in Italia e all'estero «salì verso il Sovrano per quell'atto tempestivo e coraggioso un coro di elogi » ..

E Mussolini, indubbiamente tempista, come si compiacevano dichiararlo i suoi seguaci, non» solo ordinò subito lo scioglimento delle squadre, ma non mancò di ammonire, — sia pure, si disse, per ispirazione sovrana — gli Ufficiali di astenersi da dimostrazioni e dalle lotte dei partiti, e costituì un ministero da consolidare la fiducia della Nazione, chiamando a farne parte coi tecnici militari Diaz e Thaon di Revel, i rappresentanti di ogni colore politico costituzionale, dai fascisti ai liberali, ai democratici, ai giolittiani, nittiani, popolari — i democristiani di allora, — ciò che col Paese, deve aver rassicurato anche il Re.

 

 

(1)         Pietro Silva - Io difendo la Monarchia, pag. 12 e segg. Ed de Fonseca - Roma 1946.

(2)         Carlo Sforza, l'Italia dal 1914 al 1944 quale io la vidi. pag. 136. Ed. Mondadori, 1944.

(3)         lvanoe Bonomi: Edizioni Mondadori. Dal Socialismo al Fascismo.

(4)         Efrem Ferraris: La Marcia su Roma veduta dal Viminale.

(5)         Efrem Ferraris Op. cit

(6)         Efrem Ferraris Op. cit

(7)         Efrem Ferraris Op. cit

(8)         Pietro Silva op.cit pag 62

(9)         E Ferraris op.cit

(10)      Testamento spirituale di S.A.R Emanuele Filiberto di Savoia Duca d’Aosata

(11)      Carlo Sfrorza op cit pag 148

(12)      Ivanoe Bonomi op cit pag 44

(13)      Alfredo Misuri con la Monarchia o verso la repubblica

(14)      E. Ferraris op cit pag 108,  125, 122

(15)      P. Silva op cit  pag 67

mercoledì 12 gennaio 2022

BENEDETTO CROCE LA SOLITUDINE DELLA CULTURA


di Aldo A. Mola

 

Itinerarium mentis.... allo “storicismo assoluto”.

 

Ricorrono settant'anni dalla morte di Benedetto Croce (Pescasseroli, L'Aquila, 25 febbraio 1866-Napoli, 20 novembre 1952), il maggior pensatore italiano del secolo scorso. La sua “iniziazione” alla vita fu tragica. Il 25 luglio 1883 sopravvisse al terremoto di Casamicciola (Ischia) in cui perse i genitori e la sorella Maria. Il cugino di suo padre, Silvio Spaventa (patriota perseguitato e incarcerato dal re Borbone, deputato, ministro, senatore  dal 1889 e studioso insigne di Hegel) ne assunse la tutela e lo prese con sé a Roma. Iscritto a Giurisprudenza nel 1884 preferì seguire le lezioni di Antonio Labriola, unico socialista italiano apprezzato da Friedrich Engels. Tornato nella sua Napoli nel 1886, dopo approfonditi studi di economia e viaggi in Europa nel 1895 pubblicò Materialismo storico ed economia marxistica. Con impegno immane nel 1900 intraprese  la pubblicazione della Filosofia dello Spirito, una concezione sistemica nuova, fondata sulla “distinzione” tra vero, bello, buono e utile e risolta nello storicismo assoluto, scevro da ogni “trascendenza”. Avversario del positivismo e della riduzione dell'uomo a somma di “bisogni”, con la rivista “La Critica” (fondata nel 1903) promosse il rinnovamento della vita culturale italiana, in dialogo con molti prestigiosi pensatori europei.

Non temeva di andare contro corrente. Rispettoso delle religioni ma estraneo ai loro culti, compreso il cattolico, interrogato dall'“Idea nazionale” su che cosa pensasse della massoneria (all'epoca ritenuta potente) rispose che “a cagione del suo cerimoniale e del suo segreto” essa incontrava “a ogni istante il ridicolo e il sospetto”. Anni prima l’aveva liquidata come “cultura ottima per commercianti, piccoli professionisti, maestri elementari, avvocati, mediconzoli, perché cultura a buon mercato; ma perciò stesso pessima per chi deve approfondire i problemi dello spirito, della società, della realtà. Pessima non solo mentalmente, ma anche moralmente”. Non spiegò, tuttavia, perché massoni fossero stati e fossero anche Francesco De Sanctis, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, tanti illuministi da lui venerati, i protomartiri del Risorgimento italiano e i promotori del pacifismo, allarmati dalla corsa dei maggiori Stati del mondo a incrementare gli armamenti e dal dilagare di nazionalismo, razzismo, antisemitismo e pulsioni anarco-sindacalistiche, massimalistiche e irrazionali, da lui aborriti ma osservati con occhio talora divertito.

 

   Quando da quella polveriera scaturì la conflagrazione europea Croce fu tra quanti sperarono che l'Italia non entrasse nella fornace ardente. Nominato senatore da Vittorio Emanuele III (26 gennaio 1910) su proposta di Sidney Sonnino (che con Antonio Salandra fu responsabile dell'intervento nella Grande Guerra), Croce visse appartato dalla vita pubblica. Completò la sua opera filosofica nel 1917 con Teoria e storia della storiografia. Fu tra i pochi grandi pensatori europei che non bruciarono incensi all'“interventismo intervenuto”. Saggiò la solitudine.

   La guerra, col seguito di rivoluzioni, crollo di Stati secolari, dispendio di vite e di risorse, oscuramento morale, degrado civile, abbrutimento e squilibrio psicologico delle masse, gli si rivelò in tutta la sua negatività. Uso a valorizzare gli aspetti positivi di ogni fase storica del passato prossimo e remoto, sospese il giudizio su quel presente. Pur confidando nel riscatto della coscienza europea dopo i traumi della catastrofe bellica, deluso dai trattati di pace punitivi imposti dai vincitori al Congresso di Versailles fu preoccupato dalle nuove pulsioni destabilizzanti, come l'impresa di d'Annunzio a Fiume e la dissennata condotta del partito socialista italiano.

Al governo con Giolitti (1920-1921)

   Nel giugno 1920, quando aveva ormai conquistato meritata fama universale di “uomo di pensiero”, la sua vita ebbe la svolta. Incaricato dal re di formare per la quinta volta il governo, il settantottenne Giovanni Giolitti (1842-1928) lo volle ministro della Pubblica istruzione. Sollecitato dall'amico Olindo Malagodi, direttore giolittiano di “La Tribuna”, di recarsi subito a Roma per assumere il portafoglio, come annotò poi nel 1944 a Sorrento, Croce visse “un'ora di turbamento e smarrimento, pensando al carico che si sarebbe rovesciato sulle sue spalle e alla sua nessuna esperienza della burocrazia di quel ministero e della Camera dei deputati”. Inoltre non si era mai occupato di pedagogia, né di problemi scolastici, didattici ed educativi, pur così fervidi in Italia tra Otto e Novecento, anche per opera di pedagogiste come Maria Montessori. Fu sua moglie, Adele Rossi, a confortarlo: “Se questo è il dovere a cui sei chiamato, devi accettarlo”. Glielo ripeté l'indomani Giolitti: “L'Italia è in tale travaglio che tutti dobbiamo sforzarci (e non so se riusciremo) a salvarla”. Poiché bisognava andare in giornata a prestare giuramento, Croce gli confidò di non avere con sé un abito nero. Lo statista piemontese gli rispose che “il re non badava a cotesti formalismi di etichetta”.

   Vittorio Emanuele III era al timone dell'Italia da quando il 29 luglio 1900 suo padre Umberto I era stato assassinato a Monza dall'anarchico Gaetano Bresci, che certo non aveva fatto tutto da solo, come sapeva proprio Giolitti, che a lungo fece indagare la vendicativa Maria Sofia di Borbone, ex regina delle Due Sicilie. Chi credeva nell'unità nazionale quale valore supremo doveva fare la sua parte, “per il re e per la patria”.

Croce si mise dunque all'opera. Nel programma del governo – come poi sintetizzò – “al dicastero dell'istruzione era assegnato il compito di introdurre nelle scuole l'esame di Stato”. Serviva a valutare non solo gli studenti ma anche gli insegnanti. Le loro cattedre andavano rimesse a concorso ogni dieci anni, per costringerli ad aggiornarsi. Lasciate ai margini le dispute sull'insegnamento della religione nella scuola (venne poi introdotta da Giovanni Gentile, ministro nel governo Mussolini), Croce lavorò di bulino e di cesello per migliorare l'esistente perché non v'erano mezzi per varare chissà quali riforme e perché i suoi progetti dovevano passare al vaglio preventivo della Commissione parlamentare, affollata da “maestrucoli elementari socialisti” (come egli scrisse) e da deputati che lo inondavano di “sollecitazioni” a favore dei propri elettori. Tra i tanti, uno esclamò ad alta voce: “Egli non risponde alle nostre lettere, e noi bocceremo i suoi disegni di legge”. Tra i suoi avversari più polemici Croce ricordò Giacomo Matteotti, che lo accusò di pensare “a Hegel, alla dialettica, al cielo metafisico” mentre in un'aula scolastica della sua plaga erano stipati settanta alunni (però non seppe precisare né il nome della scuola né quello del comune).

  Anche in Senato il ministro ebbe vita dura perché promuoveva economie, si opponeva a spese inutili e rifuggiva dalla retorica, come, per esempio, impartire educazione “patriottica”, che non è “catechismo” imparaticcio ma tutt'uno con il senso del dovere del cittadino. Vedendolo all'opera, Giolitti osservò: “Ma questo filosofo ha molto buon senso!”. Fu ricambiato da Croce che così ne sintetizzò il programma liberale: “Spontaneamente parteggiava sempre per le classi umili, indistintamente, fossero anche i parroci di campagna; e non ho colto sulle sue labbra altra antitesi che quella di ricchi e poveri; e il suo appoggiare costantemente i poveri contro i ricchi. Gli speculatori e i profittatori di guerra detestava con sincera rivolta morale, e in Senato, rispondendo a un fiorito discorso di opposizione di uno di costoro, che più aveva dato scandalo con un lusso smodato, accennò con disprezzo a quelli che la voce pubblica ha denominato pescecani e le loro femmine”.

  Dura era la sua vita quotidiana anche al Ministero, all'epoca allogato all'ex convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, due passi dal Pantheon. Il personale riluttava a prestare servizio anche nel pomeriggio e, per polemica, non si levava il cappello quando lo incrociava, tanto che Croce ne licenziò uno in tronco “per educarne cento”. Non per sé, ma per la dignità dell'Istituzione e quindi dell'Italia e del personale stesso, che doveva esser compreso della sua missione e del suo privilegio di pubblico dipendente, con tutti i vantaggi che ne conseguivano in anni di grandi difficoltà per tutti.

   Come ha ricordato Nicola Matteucci nel profilo di Croce pubblicato nel volume IX di Il Parlamento Italiano, 1861-1992 (ed. Nuova Cei), prima della guerra il filosofo “non amò l'età giolittiana, ritenendola priva di valori e di ideali”. Chiamato al ministero della Pubblica istruzione comprese e condivise appieno i propositi del presidente del Consiglio: elevare l'obbligo scolastico dagli undici ai quattordici anni e promuovere l'istruzione tecnica per raccordare la formazione scolastica professionale con la dinamica economica postbellica.

   I suoi trentasei discorsi parlamentari, pubblicati a cura di Emilia Campochiaro e saggio introduttivo di Michele Maggi (il Mulino, 2002), illuminano l'impegno del filosofo chiamato a servire lo Stato. Il 17 marzo 1921 Croce si dichiarò convinto che gli insegnanti italiani avevano “chiara coscienza della loro dignità” e si sarebbero opposti agli appelli a scioperare lanciati da singoli individui o da particolari gruppi. Se mai fosse accaduto, il ministero avrebbe assunto i necessari provvedimenti, in linea con la ventennale politica di Giolitti: libertà degli scioperi “economici”, ma non nei pubblici servizi e nelle “aziende di Stato”, quali ferrovie, poste e telegrafi. Era l'Italia che varò la legge sulla cittadinanza e l'obbligo dell'istruzione, indispensabile corollario del diritto di voto, che deve essere “bene informato”.

In difesa dalla dignità dell'Italia

Nella Storia d'Italia dal 1871 al 1915, conclusa nel novembre 1927 e pubblicata l'anno seguente dal “suo” editore e amico Giuseppe Laterza (in tempo per farla leggere dall'ottantaseienne Giolitti ormai volgente al trapasso), Croce ritrasse vividamente il cammino compiuto dalla Patria in meno di mezzo secolo di unità politica all'insegna della libertà, grazie a una classe dirigente nel suo insieme animata da alto senso dello Stato. Non era affatto l'“Italietta” poi irrisa dal fascismo. All'opposto, essa promosse l'incivilimento e avviò l'integrazione tra le diverse aree del Paese: un programma che poteva proseguire nel tempo solo contenendo le spese militari. Non per caso, come Giolitti fece notare, a chiedere guerra erano “ragazzini in pantaloni corti” e repubblicani.

  Di quell'Italia Croce difese l'opera in discorsi memorabili. Almeno tre meritano di essere rievocati. Anzitutto quello del 20 novembre 1925. Anche a nome di alcuni colleghi annunciò la sua astensione (che valeva voto contrario) sul progetto di legge sulla “Regolarizzazione delle Attività delle Associazioni, Enti ed Istituti”, meglio noto come “legge contro la massoneria”. Lo bocciò perché era “parte integrante di un unico tutto di leggi antiliberali”. Pur senza rinnegare le sue posizioni pregresse, sentì “l'alto dovere di non venir meno alla propria coscienza, che avverte che il presente non è qual era il passato”, come già aveva ampiamente chiarito nella risposta al “Manifesto degli intellettuali fascisti” (nota erroneamente come “Manifesto degli intellettuali antifascisti”: “intellettuali”, infatti, era vocabolo per lui urticante, come già per Carducci). Il secondo fu il suo netto “no” all'approvazione del Trattato e del Concordato tra la Santa Sede e l'Italia” (24 maggio 1929). Lo concluse con la frase famosa: “Accanto o di fronte agli uomini che stimano Parigi valer bene una messa, sono altri pei quali l'ascoltare o no una messa è cosa che vale infinitamente più di Parigi, perché è affare di coscienza. Guai alla società, alla storia umana, se uomini che così diversamente sentono, le fossero mancati o le mancassero”. Fu il suo ultimo discorso in Senato. Era sempre più solo. Lo era ancor di più il Re, privo di interlocutori nelle Aule parlamentari e nelle “accademie”.

  Nominato membro della Consulta Nazionale, il 27 settembre 1945 Crice respinse l'affermazione di Ferruccio Parri, del presidente del Consiglio,  secondo il quale non potevano essere definiti democratici i governi prefascisti. Dichiarò “la coscienza vivissima del debito che tutta l'Italia presente ha verso quel passato”. Del pari mostrò apprezzamento di storico e di cittadino verso monarchia di Savoia che aveva condotto l'Italia a indipendenza, unità e libertà e per la cui conservazione, come Luigi Einaudi, si pronunciò nel referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946. La sua ventilata elezione a presidente provvisorio della neonata Repubblica ebbe il veto della Santa Sede. Prevalse il trinomio De Nicola-De Gasperi-Togliatti, suggellato dall'inclusione dei Patti Lateranensi nell'articolo 7 della Costituzione.

  Angosciato dalle prospettive aperte dal secondo conflitto mondiale e dal lancio delle due bombe atomiche sul Giappone (che per lui non fu un “fatto d'armi” ma un lancinante interrogativo morale sul confine tra scienza e destini dell'umanità) il 24 luglio 1947 votò contro l'approvazione del Trattato di pace imposto all'Italia il 10 febbraio 1947, con un un discorso che fu anche testamento di “figlio dell'Italia che non muore”. “Noi siamo stati vinti, ma noi siamo pari, nel sentire e nel volere, a qualsiasi più intransigente popolo della terra”.

   Nel 70° della sua morte Benedetto Croce non va “rievocato” con un francobollo e qualche discorsetto di circostanza. Va riletto, studiato e compreso nella sua complessità. Insegnò che la “alta politica” è radicata nella “alta cultura” e che quanti la coltivano non devono aver paura della solitudine come non l'hanno della morte.

 

Aldo A. Mola

 

 

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CONTRO LA RATIFICA DEL TRATTATO DI PACE

DEL 10 FEBBRAIO 1947

 

Dal 23 al 31 luglio 1947 l'Assemblea Costituente discusse il disegno di legge recante “Approvazione del Trattato di pace fra le potenze Alleate ed Associate e l'Italia firmato a Parigi il 10 febbraio 1947”. Il presidente del Consiglio dei ministri, Alcide De Gasperi, e il ministro degli Esteri, Carlo Sforza, ne propugnarono l'approvazione di concerto con i deputati dei partiti al governo: democristiani, socialdemocratici, repubblicani e liberali. I più autorevoli esponenti del pre-fascismo (Vittorio Emanuele Orlando, Francesco Saverio Nitti, Meuccio Ruini...) pur con riserve votarono a favore. Votò a favore anche Einaudi, secondo il quale la pace, per quanto amara, apriva la strada alla federazione europea, da lui auspicata sin dalla Grande Guerra. I comunisti uscirono dall'Aula senza votare. Il Trattato fu approvato da una minoranza: 262 “si”contro 68 “no” e 80 astenuti (i socialisti) su 555 “costituenti”.

 

  Il discorso pronunciato nell’occasione da Benedetto Croce merita di essere letto per intero. Qui ne riproduciamo alcuni brevi passaggi:

“Io non pensavo che la sorte mi avrebbe, negli ultimi miei anni, riserbato un così trafiggente dolore come questo che provo nel vedermi dinanzi il documento che siamo chiamati ad esaminare. [...] Noi italiani abbiamo perduto una guerra, e l'abbiamo perduta tutti, anche coloro che l'hanno deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono stati perseguitati dal regime. [...] Il documento che ci viene presentato non è solo la notificazione di quanto il vincitore, nella sua discrezione o indiscrezione, chiede e prende da noi, ma un giudizio morale e giuridico sull'Italia, e la pronunzia di un castigo che essa deve espiare per redimersi e innalzarsi e tornare a quella sfera superiore in cui, a quanto sembra, si trovano con gli altri popoli, anche quelli del Continente nero. E qui mi duole di dover rammentare cosa troppo ovvia, cioè che la guerra è legge eterna del mondo. [...] Un'infrazione della morale qui indubbiamente accade, ma non dalla parte dei vinti, sì piuttosto dei vincitori, non dei giudicati ma degli illegittimi giudici. [...] Noi italiani, che non possiamo accettare questo documento, perché contrario alla verità, e direi alla nostra più alta coscienza, non possiamo accettarlo né come italiani curanti dell'onore della Patria né come europei, due sentimenti che confluiscono in uno perché l'Italia è tra i popoli che più hanno contribuito a formare la civiltà europea e per oltre un secolo ha combattuto per la libertà e l'indipendenza sua. [...]  Non vi dirò che coloro che questi tempi chiameranno antichi, le generazioni future dell'Italia che non muore, i nipoti e pronipoti ci terranno responsabili e rimprovereranno la nostra di aver lasciato vituperare, avvilire e inginocchiare la nostra comune Madre a ricevere mestamente un iniquo castigo. [...] Occorre un atto di volontà, un esplicito No.”

 

Quella di Benedetto Croce, applaudita in Aula, bocciata al voto e infine dimenticata, suonò quale “vox clamantis in deserto”.

 

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lunedì 10 gennaio 2022

La Scomparsa di S.A.R.I. la Principessa Margherita di Savoia Aosta Asburgo


 Lo Staff del blog 

Monarchici in Rete 
e del 
Sito dedicato a Re Umberto II 

si uniscono al cordoglio per la scomparsa della

 Principessa Margherita,
 
figlia del Principe Amedeo, 
Vicerè di Etiopia, MOVM.

Nuovo aggiornamento del sito dedicato a Re Umberto II



Sul sito dedicato al Re la seconda parte dell'opuscolo di Nino Bolla del 1944, per la sua nomina a Luogotenente Generale del Regno.

Testimonianza storica importante di un grande giornalista e fedele monarchico.


www.reumberto.it

domenica 9 gennaio 2022

Capitolo XLII: Carnera catturato dai partigiani.

di Emilio Del Bel Belluz


Una sera i partigiani bussarono alla porta della casa di Primo in modo violento. Costui, che non aveva mai avuto paura nella vita, si era subito recato alla porta per aprire. La moglie allarmata scese dalle scale velocemente. All’uscio si presentarono sei uomini che Primo riconobbe essere dei partigiani del posto che gli intimarono di seguirli in bicicletta. 
Pina non s’era resa conto di quello che stava accadendo. Carnera cercò di rassicurare la moglie, supplicandola di stare con i bambini che presto sarebbe ritornato a casa e di non dire niente alla madre che soffriva di cuore. Primo temette per la sua vita perché era a conoscenza che molto spesso chi veniva preso dai partigiani andava incontro alla fucilazione. 
Carnera ricordò in quel momento la fine che fece un grande pugile come  Michele Bonaglia, e  le parole che disse il vecchio che gli aveva donato l’album di disegni. Michelone era stato freddato, senza un perché, e senza un processo regolare il 3 marzo 1944. Carnera,  mentre pedalava  su una strada sconnessa, rivide nella sua mente tutta la sua vita e si chiedeva di cosa poteva essere accusato, lui che nella sua esistenza aveva sempre amato la sua patria. La strada si faceva sempre più difficile, e lo costrinsero ad abbandonare la bicicletta in un fosso. I partigiani gli puntarono il mitra alle spalle, finché giunsero in un bosco, dove altri uomini aspettavano, e avevano acceso un piccolo fuoco. Nel frattempo gli avevano legato le mani per impedire una sua reazione, data la forza che si poteva sprigionare dai suoi pugni. Uno dei partigiani gli mise davanti una foto, dove lo si vedeva con Mussolini e i suoi figli, e gli dissero che era fascista e che sarebbe stato ucciso. 
Gli accusatori continuarono dicendo che aveva frequentato i fascisti e i tedeschi, ospitandoli nella sua casa e, pertanto, era una spia; come pure era stato a Venezia con il pugile nazista Max Schmeling, durante il periodo della Repubblica Sociale. Carnera non disse nulla, mentre i partigiani gli facevano vedere delle altre foto dove veniva raffigurato sul ring con la camicia nera e che faceva  il saluto romano. Un partigiano lo insultò duramente e venne deciso che Carnera sarebbe stato fucilato. Allora un partigiano, che non aveva mai parlato prima, disse che Carnera non aveva fatto del male ad alcuno, tra l’altro si era distinto salvando la vita a un giovane del paese il cui destino era già segnato: la prigionia in un campo di concentramento in Germania. Inoltre, aveva distribuito del cibo ai suoi paesani che stavano patendo la fame. 
Queste parole furono  come una benedizione dal cielo, e fu liberato. Carnera venne condotto a prendere la sua bicicletta con l’uomo che lo aveva salvato dalla morte. Gli venne in mente la fine di Bonaglia, anche la sua vita si sarebbe potuta concludere tragicamente, ma grazie al buon Dio le cose erano andate in modo diverso. 
Mentre camminava per riprendere la sua bicicletta, volle stringere la mano del suo salvatore, che tra l’altro era sempre stato un suo ammiratore ed aveva gioito dopo la conquista del titolo mondiale. Carnera prese la sua bicicletta e non si sentì sicuro finché non giunse a casa. Non era ancora spuntata l’alba e per lui iniziava una nuova vita. Quando arrivò alla Villa gridò il nome della moglie e dei figli. La donna che stava piangendo ed era disperata, emise un grido di gioia. Nella casa era giunto il parroco, che  avvertito da un passante d’aver visto Carnera assieme ai partigiani, voleva saperne di più. Il vecchio curato  abbracciò il suo figliolo spirituale che tanto amava. Carnera era ancora sconvolto per quello che era successo. Avrebbe raccontato questa storia come se fosse il copione di un film imparato a memoria e che andava subito dopo dimenticato. Primo ringraziò tutti per l’affetto ricevuto, e si ritirò nella sua stanza.  L’indomani la mamma di Primo si recò alla prima messa ed accese con le lacrime agli occhi alcune candele alla Madonna per ringraziarla dell’aiuto ricevuto e perché continuasse a proteggere il figlio e la sua famiglia dalla malvagità  dell’uomo. 
Le settimane che seguirono furono allietate dalla fine della guerra, e dall’arrivo a Sequals del suo amico e salvatore Philip La Barba. Il pugile vestiva la divisa americana e conduceva un camion militare pieno di viveri.  Con tutto quel ben di Dio avrebbe potuto sfamare un esercito di persone, sicuramente  tutto il paese di Sequals e quelli delle zone vicine. L’incontro tra i due amici fu commovente e toccante. 
L’amico di Carnera non lo aveva dimenticato, e ricordò i momenti lieti trascorsi a Sequals, assieme ad altri pugili d’origine italiana.  Carnera lo vide come il sole dopo una giornata di pioggia, come un salvatore .Gli mostrò la palestra che aveva vicino  alla Villa, e quando  La Barba si riconobbe in una delle foto che erano appese alla parete, propose subito a Carnera di fare delle esibizioni con l’esercito americano, nei posti dove si trovava una maggiore presenza di truppe. Questo avrebbe permesso a Carnera di ricominciare a usare i guantoni,  e gli incontri gli  avrebbero fatto guadagnare del denaro. Era fermo da otto anni, eccetto qualche esibizione e rari incontri di lotta libera, di cui l’ultimo a Milano, ove gli rubarono la penna stilografica, acquistata in America, a cui era molto legato perché aveva scritto le lettere d’amore alla sua Pina e firmato gli autografi.  
Gli americani non avevano dimenticato Carnera. Nel loro Paese perdurava ancora una grande popolarità. I giornali americani si erano chiesti più volte se il pugile fosse ancora vivo. Alcuni pensavano che fosse stato ucciso dai partigiani per il suo passato di fascista. La Barba parlò della morte di Mussolini e della sua donna che aveva appreso dai giornali. Una fine orrenda, tremenda, che non meritavano. Se li avessero catturati gli americani il loro destino sarebbe stato diverso. La Barba cercò in tutti i modi di concludere l’accordo con Carnera. 
In quegli incontri lo avrebbe seguito personalmente,  aveva ricevuto l’incarico di far distrarre la truppa. La vita di Carnera dovette mutare. Tornò a sudare in palestra, aveva richiamato a Sequals un allenatore e si consultava spesso con un medico, perché negli ultimi anni s’era ingrassato.  Nelle settimane che seguirono Primo fece una dieta ipocalorica, con grande dispiacere, ora che di cibo ne aveva in abbondanza; pertanto lo distribuì ai suoi compaesani. Gli sembrava d’essere tornato come una volta che aveva del denaro in tasca e poteva aiutare la gente all’occorrenza. Continuò a disputare esibizioni con i soldati che avevano voglia di emergere, ma si rese conto che la sua possanza fisica era diminuita. 
Carnera non saliva sul ring dal 1937, erano passati otto anni, il fisico in qualche modo ne aveva risentito. Il denaro che guadagnava gli permetteva di vivere in modo decoroso. I militari americani gli volevano molto bene, e dopo ogni incontro o esibizione, lo circondavano chiedendogli l’autografo o di fare una foto assieme, e per Carnera era un momento molto bello, di quelli che contavano. Tra i soldati vi era sempre qualcuno d’origine italiana che si intratteneva con lui, facendogli delle domande sulla sua carriera. Le settimane che seguirono Carnera le passò più sul ring che a casa. Spesso si fermava a dormire,  a mangiare con i soldati, e si spostava da una caserma all’altra. 
La stampa americana aveva riportato, in quel periodo, una foto di Carnera mentre si esibiva sul ring. L’articolo era stato letto da molta gente che contava nel mondo della boxe. Gli americani volevano  sapere tutto su di lui,e sui prossimi impegni.  Il campione sentiva la nostalgia della famiglia, temeva per la moglie ed i figli che erano rimasti soli a casa. Lo spavento di quella notte in cui i partigiani lo portarono via non era stato del tutto superato. 
L’Italia non era uscita dalla paura di una guerra civile. Carnera sapeva che ogni sforzo veniva compiuto per la sua famiglia. Il continuo allenamento gli aveva fatto perdere una decina di chili, i suoi muscoli  erano diventati più tonici, nonostante la presenza di varici alle gambe, e tutto ciò aveva aumentato la fiducia di Carnera in sé stesso. Alla fine non era poi così vecchio, di anni ne aveva trentanove.   Aveva ottenuto dalla federazione pugilistica il benestare per tornare sul ring come professionista.   Nel cuore di Carnera c’era la volontà di fare alcuni incontri e tornare a combattere in America. Il 27 luglio 1945 salì sul ring a Udine, prima tappa del suo nuovo cammino, in una giornata di pieno sole. Il suo avversario era il francese Michel Blevens, la sala era gremita, i friulani non s’erano dimenticati di lui. Al polisportivo Moretti non c’era un posto libero, la gente lo acclamava perché il suo ritorno aveva qualcosa di miracoloso. Il suo sfidante non combatté un buon incontro,  scappava di fronte al campione e l’arbitro non  poté che interrompere il match e decretare la vittoria del pugile italiano. Il pubblico rimase scontento della brevità dell’incontro. 
Carnera incassò la sua borsa, e tornò  a Sequals. La sua intenzione restava sempre quella della boxe.  Il suo amico Philip la Barba continuava a farlo esibire tra i militari. Carnera ogni volta tornava a casa con delle vettovaglie e dei soldi, questo faceva felice la bella Pina e la madre che temevano per il loro futuro economico. La vecchia madre che vedeva suo figlio come se fosse ancora piccolo, bisognoso di protezione si recava ancora in chiesa per portare dei fiori davanti alla statua della Madonna, affinché lo guidasse nel suo cammino quotidiano. Carnera spesso veniva chiamato a inaugurare dei locali, la sua presenza era sempre molto richiesta, e la gente lo faceva sentire ancora un campione. Qualcuno aveva scritto che la sua fama non sarebbe venuta  mai meno, come la sua forza. 
In quel periodo si pensò di fargli disputare un incontro a Trieste contro il campione  Luigi Musina. Il pugile di Gorizia era  un grande campione che aveva vinto in America per ben due volte il Guanto d’Oro. La sua storia era conosciuta e la gente non l’aveva dimenticato. Era anche un tifoso di Carnera che stimava molto, e di cui aveva sempre  seguito la sua carriera pugilistica.  L’allenatore di Carnera decise che, prima di incontrare Musina, facesse un incontro di rodaggio a Trieste contro l’inglese Sam Gardner. Il match si svolse allo stadio di San Sabba, e c’erano 12000 spettatori che gremivano gli spalti. Gli organizzatori erano al settimo cielo, la gente dopo la guerra aveva bisogno di divertirsi,  d’ osservare una nuova pagina di vita, questa volta scritta dalla boxe. Il giorno dell’incontro Carnera andò a fare un giro per la città, da tanto tempo non vedeva Trieste, da lui molto amata. 
Voleva fare un regalo a Pina, e entrò in una gioielleria, dove acquistò una collanina con un crocefisso. Parecchie persone, avendolo notato, si accalcarono al di fuori del negozio. Carnera con il suo sorriso salutò tutti, e si intrattenne a parlare con alcuni ragazzi che l’avevano circondato, e raccomandò  loro di non fare la sua vita ma di studiare. Quello di cui si rammaricava era l’assenza dello studio. Quella sera sul ring di San Sabba mise Ko il suo avversario  alla prima ripresa. Il pubblico non si aspettava che l’incontro finisse in pochi minuti, ma Carnera aveva il record personale di match liquidati alla prima ripresa . 
Anche in quell’occasione si parlò di fare incontrare Carnera con Luigi Musina. Era venuto a vederlo un organizzatore di Milano che aveva  in cuore di fare quell’ incontro. La gente voleva vedere un bel match e lo spettacolo con due uomini così importanti non sarebbe mancato  di sicuro. 

Carnera voleva incrementare il suo record di vittorie. Vorrebbe vincere con Musina per tentare di conquistare il titolo italiano dei pesi massimi. Vorrebbe aggiungere il suo nome, anche se nel 1933 fu proclamato campione italiano della categoria, senza combattere un vero match. Una notte sognò che quella fascia tricolore gli avrebbe aperto la strada al titolo europeo dei pesi massimi. Il campione era sulla soglia dei quarant’anni e pochi erano i pugili che avevano combattuto fino a quella tarda età.  Carnera si allenava con entusiasmo, gli sembrava d’essere tornato come un ragazzo di vent’anni.  
A Sequals, nel frattempo, era stato chiamato il pugile Giovanni Martin per allenarlo, e quel gigante della boxe aveva sempre sognato di battersi con Carnera per il titolo italiano, ma non c’era mai riuscito. Giovanni Martin era quello di sempre, aveva voglia di salire sul quadrato. Anche la sua carriera era stata interrotta dalla guerra. Martin combatté nella stessa riunione di Carnera, e precisamente il 21 novembre del 1945. L’incontro si svolse a  Milano.  

giovedì 6 gennaio 2022

E' mancato Waldimaro Fiorentino


Un altro gravissimo lutto colpisce la nostra comunità. 
E' purtroppo mancato il Dr Waldimaro Fiorentino, bandiera dei monarchici e dell'italianità dell'Alto Adige.
La sua figura era universalmente apprezzata da simpatizzanti ed avversari. 
Per lustri consigliere comunale monarchico di Bolzano fu autore di molte pubblicazioni e direttore di giornali monarchici come il periodico dell'UMI, Monarchia Oggi.
Grazie al presidente Giglio, suo amico, aveva voluto onorare il blog di alcuni suoi articoli e della presentazione delle sue ultime pubblicazioni,
Affranti abbruniamo la nostra bandiera.
Le nostre condoglianze alla famiglia.

Lo staff


 

lunedì 27 dicembre 2021

Nuovo aggiornamento del sito dedicato a Re Umberto II


Carissimi,

dopo aver dato una sistemata generale alla struttura del sito ricominciamo con la pubblicazione, speriamo regolare, di tutto ciò che riguarda Re Umberto II.
Riproponiamo la prima parte dell'opuscolo di Nino Bolla che avevamo iniziato sul vecchio sito e che era rimasta ancora esclusa dal nuovo. 
Proprio il tentativo frustrato di pubblicare la seconda parte ci ha costretto alla revisione generale di tutto.

Il tempo dedicato al sito ha sottratto attenzione a tutto il resto.

Speriamo che il 2022 sia meno difficoltoso degli anni precedenti e che si possa diffondere la conoscenza del nostro Sovrano e della sua grandezza d'animo.

L'imminente cambio della guardia al Quirinale ce lo fa rimpiangere ancora di più.

https://www.reumberto.it/umberto-di-savoia-luogotenente-generale/





sabato 25 dicembre 2021

Buon Natale, Maestà!

Ultima pagina di copertina, Candido, dicembre 1958.
Al Re non mancava l'affetto degli italiani.