NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 14 maggio 2026

Un grande Re: Vittorio Emanuele III – Parte 2





 Il 9 maggio 1946, 80 anni addietro, dopo 46 anni di regno Vittorio Emanuele III abdicò e partì per l’Egitto.

Ebbe ruolo fondamentale nella storia d’Italia. La guerra di liberazione e il Corpo Volontari della Libertà dicono che la Patria non era morta e gli italiani non era affetti da “sindrome dell’inerme”, di cui ha scritto Ernesto Galli della Loggia. Vittorio Emanuele III va ricordato “sine ira et studio” (seconda parte; la prima venne pubblicata il 3 maggio 2026).

 

Il Re: rimasto solo di fronte al regime

Anche dopo il discorso del 3 gennaio 1925, con il quale Mussolini respinge ogni addebito nell’assassinio di Matteotti e rivendica la “Rivoluzione fascista”, il Re emana le leggi approvate dal Parlamento, comprese quelle che limitano la libertà di stampa e di associazione (costringendo le Massonerie ad auto-sciogliersi), dichiarano decaduti i deputati assenti ai lavori, istituiscono il Tribunale speciale per la difesa dello Stato e ripristinano la pena di morte per attentati contro lo Stato. A chi gli chiede di intervenire nella crisi Vittorio Emanuele III risponde che gli occorre un pronunciamento significativo della Camera.

Nel corso del 1925 Mussolini, capo del governo e ministro degli Esteri, assume la titolarità di Guerra, Marina e Aeronautica. Dal 6 novembre 1926 è ministro per l’Interno. Ha in pugno l’Esecutivo.

La legge elettorale del 17 maggio 1928 approntata dal ministro Alfredo Rocco, attribuisce al Gran Consiglio del Fascismo (solo successivamente regolamentato: un corto circuito approvato dal Parlamento), la predisposizione della lista di 400 candidati alla Camera, da approvare o rifiutare in blocco. Giudicandola un «decisivo distacco dal regime retto dallo Statuto» il 18 marzo l’ottantaseienne Giolitti vota contro. Muore il 17 luglio.

L’11 febbraio 1929 Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri firmano i Patti Lateranensi: il regno d’Italia riconosce lo Stato della Città del Vaticano e viene riconosciuto dalla Santa Sede.

La “Conciliazione” chiude la “questione romana”, aperta dall’annessione di Roma (20 settembre 1870), che aveva “debellato” lo Stato pontificio e spinto Pio IX a scomunicare il Re e tutta la dirigenza politica della Nuova Italia.

Alle elezioni politiche (24 marzo 1929) il governo ottiene straripante consenso. Al giuramento di fedeltà al Re e ai suoi legittimi discendenti si aggiunge quello di fedeltà al regime. Obbligatorio per i pubblici impiegati, è esteso ai professori e ai docenti universitari. L’iscrizione al PNF diviene requisito necessario per il concorso ai pubblici impieghi.

Nel 1932 viene fondato l’Istituto per la Ricostruzione industriale (IRI), presieduto da Alberto Beneduce, già deputato socialista e massone.

Nel 1935 l’Italia dichiara guerra all’Impero di Etiopia, membro della Società delle Nazioni, delibera sanzioni economiche contro l’Italia. Pressoché inefficaci, suscitano un’onda di solidarietà patriottica.

All’ingresso delle truppe italiane in Addis Abeba (9 maggio) Vittorio Emanuele III assume la corona di Imperatore d’Etiopia. Il 15 aprile 1937 Pio XI conferisce la Rosa d’Oro della Cristianità alla Regina Elena, «fulgido esempio di virtù e carità per tutte le donne italiane». Il 30 marzo 1938 il Parlamento conferisce al Re il grado di primo Maresciallo dell’Impero, poco prima assegnato a Mussolini.

Nel marzo 1938 la Germania annette l’Austria,che avalla con plebiscito. L’Italia confina direttamente con il Reich. Visita di Stato di Hitler in Italia (maggio). Nel Partito nazionale fascista (PNF) e nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) riaffiorano fermenti antimonarchici, blanditi da Mussolini.

La conferenza di Monaco di Baviera (settembre) concede a Hitler l’annessione di parte della Cecoslovacchia. Nettamente contrario all’antisemitismo dilagante e dopo aver ripetutamente espresso a Mussolini «infinita pietà per gli ebrei» (20 novembre), il Re emana le leggi antiebraiche perché approvate dai due rami del Parlamento.

La Camera le vota all’unanimità dei 360 presenti (14 dicembre). Al Senato si contano dieci voti contrari su 164 presenti e circa 400 membri (19 dicembre). Le leggi razziali costituiscono un grave “vulnus” allo Statuto ma il Re non dispone di mezzi costituzionali per negare la firma. La sua abdicazione scaricherebbe la responsabilità sull’erede, Umberto, che verrebbe a trovarsi di fronte all’identico bivio.

La legge 19 gennaio 1939, n. 129 sostituisce la Camera dei deputati con quella “dei Fasci e delle Corporazioni”, i cui componenti, denominati “consiglieri”, sono in parte gerarchi del regime e in parte designati dal Consiglio nazionale delle Corporazioni, riformato con la legge 5 gennaio 1939, n. 10 , “aggregati”, in numero indeterminato.

Il 23 marzo 1939, inaugurando la XVII Legislatura, Vittorio Emanuele III auspica che «la pace duri il più a lungo possibile». Il 16 aprile assume la corona di Re d’Albania, pochi giorni prima occupata da truppe italiane.

Dall’intervento in guerra alla svolta dell’estate 1943

Previo il patto di non aggressione con l’Unione sovietica (23 agosto), il 1° settembre la Germania invade la Polonia. Dal 16 l’URSS ne occupa la parte orientale e gli Stati Baltici. Bocciata la proposta di una conferenza di pace avanzata da Mussolini, il 3 settembre Gran Bretagna e Francia dichiarano guerra alla Germania. Il governo Mussolini annuncia la «non belligeranza» dell’Italia.

La Regina Elena, non ignaro il re, scrive alle sei sovrane di Paesi neutrali (Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Bulgaria e Jugoslavia) auspicando un intervento comune per scongiurare il dilagare del conflitto.

Il 10 giugno 1940 il governo dichiara guerra alla Gran Bretagna e alla Francia, ormai al collasso, anche nel timore che i tedeschi, di lì a poco a Parigi, arrivino sul Mediterraneo chiudendo l’Italia in una tenaglia germanica. Nell’errata previsione di imminente armistizio generale, il governo conduce “guerra parallela”. Il 28 ottobre l’Italia aggredisce la Grecia, con esito negativo.

Dalla dissoluzione del regno di Jugoslavia, travolto dai tedeschi (6 aprile 1941), nasce il regno di Croazia (10 aprile), la cui corona è assegnata ad Aimone di Savoia, duca di Spoleto, che il 18 maggio assume il nome di Tomislavo II ma rimane a Firenze, ove istituisce un “ufficio per gli affari croati”. Il 12 ottobre 1943 abdicherà formalmente, rientrando nella linea di successione alla corona d’Italia. Suo fratello maggiore, Amedeo, duca di Aosta, sconfitto dagli inglesi nell’Africa Orientale Italiana, muore prigioniero in Kenia (3 marzo 1942).

Il 22 giugno 1941 inizia l’offensiva tedesca contro l’URSS. L’Italia vi destina un Corpo di spedizione e poi un’Armata. Il 7 dicembre il Giappone bombarda la flotta statunitense a Pearl Harbour (Hawaii) e dichiara guerra agli USA. L’11 dicembre Italia e Germania, alleate del Giappone, dichiarano guerra agli USA.

Nella Conferenza anglo-russa di Mosca (12-15 agosto 1942) Churchill e Stalin prospettano le rispettive aree di influenza dopo la vittoria. Gli inglesi sconfiggono gli italo-germanici ad El-Alamein (23 ottobre-5 novembre). Gli anglo-americani sbarcano in Marocco e Algeria (8 novembre). L’Armata italiana in Russia (ARMIR) è travolta dall’offensiva sovietica.

Dal gennaio 1943, perdute l’Africa Orientale Italiana e la Libia e mentre le armate italiane sono disseminate al di fuori dei confini nazionali, di concerto con il ministro della Real Casa Pietro d’Aquarone il Re decide di revocare Mussolini e rompere l’alleanza con la Germania. Su pressione dell’URSS, la conferenza anglo-americana a Casablanca (14-26 gennaio) delibera che i nemici dovranno arrendersi «senza condizioni».

Il 25 luglio, a cospetto dell’assalto anglo-americano alla Sicilia (10 luglio) e del bombardamento su Roma mentre Mussolini incontra Hitler a Feltre (19 luglio), il Gran consiglio del fascismo a larga maggioranza invita il Re a esercitare i poteri statutari, ma non chiede né le dimissioni di Mussolini né lo smantellamento del regime.

Constatata l’incapacità del “duce” di separare l’Italia dalla Germania, Vittorio Emanuele III revoca Mussolini da capo del governo e lo sostituisce con il maresciallo Pietro Badoglio, che scioglie la Camera, il PNF, la MVSN e avvia la defascistizzazione. In stato di fermo sotto custodia di carabinieri, Mussolini si dichiara disposto a collaborare con il nuovo governo.

Il Re autorizza la trattativa armistiziale con gli anglo-americani, condotta da militari. Con il Memorandum di Quebec (18 agosto), dopo il contatto a Lisbona tra il generale Giuseppe Castellano e il comando delle forze anglo-americane, gli Alleati ventilano modifiche delle condizioni di resa in proporzione all’impegno «del governo» e «del popolo italiano» contro i tedeschi, con «tutto l’aiuto possibile delle forze delle Nazioni Unite».

Il 2 settembre il Comitato centrale (poi Comitato di Liberazione Nazionale, CLN) di sei partiti antifascisti (liberali, democrazia del lavoro, democristiani, partito d’azione, socialisti e comunisti) invita alla «mobilitazione degli spiriti per la salvezza della Patria».

Su assenso di Badoglio, il 3 settembre il generale Castellano sottoscrive presso Cassibile (Siracusa) la resa dell’Italia, annunciata la sera dell’8 settembre dal generale Dwight Eisenhower da Radio Algeri e comunicata da Badoglio dalla radio di Stato. Essa subordina il Paese al Governo militare alleato e vincola a eseguire «altre condizioni di carattere politico economico e finanziario».

Per evitare che Roma, militarmente indifendibile, divenga campo di battaglia, Badoglio si trasferisce in auto a Pescara e, via mare, a Brindisi, con la Famiglia Reale e vertici militari (9-11 settembre). L’Italia è sconfitta, ma lo Stato, non debellato, è riconosciuto dai vincitori. Inizia la ricostruzione.

Prelevato da una missione delle SS tedesche a Campo Imperatore sul Gran Sasso e trasferito in Germania, Mussolini istituisce lo Stato repubblicano d’Italia, poi Repubblica sociale italiana, sotto controllo hitleriano.

Il 29 settembre il maresciallo Badoglio sottoscrive a Malta l’“armistizio lungo”, comprendente le durissime condizioni non comunicate il 3 settembre ma consegnate al generale Giacomo Zanussi inviato a Lisbona da Roma in assenza di notizie da Castellano. Le Nazioni Unite eserciteranno «tutti i diritti di potenza occupante» tramite il Comando militare alleato.

L’Italia arresterà e consegnerà Mussolini, i suoi principali associati e le persone sospette di crimini di guerra. Il 5 ottobre il CLN decide di non collaborare con il governo Badoglio; lo farebbe con un governo politico.

Il 13 ottobre Vittorio Emanuele III, su decisione del governo, dichiara guerra alla Germania.

Il 17 novembre, riunito a casa di monsignor Barbieri, il CLN delibera che «il problema istituzionale dovrà essere sottoposto nella sua interezza, non pregiudicabile da sostituzioni di persona, al sovrano giudizio di tutto il paese», cioè a “plebiscito”.

Il convegno dei CLN (Bari, 28 gennaio 1944) chiede l’abdicazione immediata del re, la rinuncia alla corona del principe ereditario e la sua trasmissione a Vittorio Emanuele principe di Napoli (di sette anni) sotto tutela di un Reggente estraneo a Casa Savoia: richieste propugnate da Benedetto Croce e Carlo Sforza ma contrarie allo Statuto e ignorate da Vittorio Emanuele III.

In marzo URSS e Italia riconoscono i rispettivi governi. Il 12 aprile, su arrogante pressione degli anglo-americani, irritati dall’indipendenza del governo del re, il sovrano annuncia che alla liberazione di Roma trasferirà tutti i poteri al principe ereditario, in veste di suo Luogotenente Generale. Il 22 aprile Vittorio Emanuele III incarica un nuovo governo, presieduto da Badoglio e formato da esponenti del CLN.

I ministri, impegnati alla “tregua” sulla questione istituzionale, giurano «sul proprio onore». Il 5 giugno, impedito di raggiungere Roma, appena liberata, il Re firma a Ravello il conferimento a Umberto di «tutti i poteri, nessuno escluso», ma conserva la corona.

Il 18 giugno si insedia il governo presieduto da Ivanoe Bonomi, esponente del Partito del lavoro.

Il Decreto legge luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151 stabilisce che la forma dello Stato verrà decisa dall’Assemblea costituente, eletta a suffragio universale entro quattro mesi dalla fine della guerra. Dal monarca la sovranità è trasferita al popolo che nel 1848-1870 la aveva ratificata con i plebisciti.

Il decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159 dichiara decaduti dalle cariche i parlamentari imputabili di concorso all’avvento e al mantenimento del regime fascista e all’ingresso dell’Italia in guerra. Giuristi quali Arturo Carlo Jemolo e Massimo Severo Giannini protestano, giacché il decreto viola il principio della irretroattività delle leggi (“nullum crimen sine lege”).

Su quella base, tuttavia, il 7 agosto l’Alta Corte di Giustizia, presieduta dal repubblicano Carlo Sforza, collare della SS. Annunziata e senatore, dichiara decaduti e privati dei diritti politici e civili 307 senatori. Vittorio Emanuele III rivendica l’azione del ministro della Real Casa, Pietro d’Acquarone, culminata con la revoca di Mussolini e la demolizione del regime.

Il 12 dicembre, rassegnate le dimissioni nelle mani del Luogotenente, Bonomi forma un governo comprendente liberali, democristiani, democratici del lavoro e comunisti.

Il Re e la Famiglia vestono il lutto alla conferma della morte della principessa Mafalda (28 agosto 1944), sposata con il principe Filippo d’Assia, deportata dai tedeschi presso il campo di concentramento du Buchenwald in Germania, gravemente ferita sotto bombardamento alleato e operata con esito infausto.

Verso il tramonto

Il 2 maggio 1945 le truppe tedesche presenti in Italia sottoscrivono la resa nella reggia di Caserta. Alle dimissioni di Bonomi, il 21 giugno i sei partiti del CLN formano un governo presieduto da Ferruccio Parri, già comandante delle formazioni partigiane “Giustizia e Libertà”, ispirate dal Partito d’azione.

Dall’inizio di maggio nelle terre liberate i CLN regionali, provinciali e comunali insediano giunte provvisorie e nuovi dirigenti di banche,di  enti a partecipazione pubblica e imprese private già “socializzate” dalla Repubblica sociale italiana o i cui proprietari e amministratori sono interdetti per motivi politici.

Alle dimissioni di Parri, il 10 dicembre si insedia il governo presieduto da Alcide De Gasperi, segretario della Democrazia cristiana, che tiene per sé gli Esteri. Tranne Leone Cattani, i ministri sono tutti repubblicani militanti.

Tra loro spiccano i socialisti Giuseppe Romita (Interno) e Pietro Nenni (Costituente), il comunista Palmiro Togliatti (Giustizia) e il liberale Manlio Brosio (Guerra).

Tra marzo e aprile del 1946 vengono eletti i consigli comunali di migliaia di Comuni. Per la prima volta votano anche le donne.

Il 9 maggio, in prossimità del referendum sulla forma dello Stato e dell’elezione dell’Assemblea Costituente (2-3 giugno), Vittorio Emanuele III abdica a favore di Umberto e, con il titolo di conte di Pollenzo, salpa da Napoli alla volta dell’Egitto con la regina Elena e un piccolo seguito. Accolto da Re Faruk, si stabilisce a “Villa Yela”, in Alessandria.

Il 2 – 3 giugno si svolgono il referendum sulla forma dello Stato e l’elezione dell’Assemblea costituente. Il 10 giugno la Corte Suprema di Cassazione, presieduta da Giuseppe Pagano, comunica i dati provvisori del referendum: su circa 28.000.000 aventi diritto al voto la repubblica ha ottenuto 12.700.000 preferenze; la monarchia 10.700.000. Il presidente Pagano riconvoca la Corte  per il 18 giugno e chiede che vengano rendicontate anche le schede bianche, nulle e contestate.

In una convulsa seduta, con un solo voto contrario (Leone Cattani), alle 0:15 del 13 giugno il governo conferisce le funzioni di Capo dello Stato al presidente del Consiglio De Gasperi, che le assume.

Alle 16, privo di tutela da parte degli Alleati e per evitare scontri sanguinosi a sostegno della monarchia, Umberto II protesta contro il “gesto rivoluzionario” del governo, non ne riconosce gli effetti, scioglie dal giuramento alla monarchia ma non alla Patria quanti l’abbiano pronunciato e parte in aereo da Re alla volta del Portogallo.

Non abdicherà mai. Muore a Ginevra il 18 marzo 1983 ed è sepolto nell’Abbazia di Altacomba, in Savoia, regione d’Europa dalla quale ebbe inizio l’ascesa della dinastia.

Il 28 dicembre 1947 Vittorio Emanuele III si congeda dalla vita nella pienezza dei diritti di “cittadino italiano all’estero” (non “in esilio”) e delle prerogative esercitate.

Al termine dei funerali, celebrati con onori militari voluti da Re Faruk, il feretro del Re è murato nel retro dell’altare della chiesa cattolica di Santa Caterina in Alessandria d’Egitto.

Il 28 novembre 1952 muore a Montpellier la Regina Elena, circondata dall’affetto della città e degli italiani non immemori. Viene sepolta nel cimitero cittadino Saint-Lazare.

 

mercoledì 13 maggio 2026




 

3) TRADIZIONE MONARCHICA E STORIA CONTEMPORANEA

Abbiamo detto che il Congresso di Vienna nella sua azione di riordinamento dell'Europa, si era ispirato a due precisi principi: quello della legittimità e quello dell'equilibrio europeo.

Tale equilibrio era stato realizzato assegnando ai vari Sovrani i ter­ritori che loro spettavano e cercando d'impedire l'egemonia di una na­zione sulle altre, ma senza tenere alcun conto delle sorgenti aspirazioni nazionali dei popoli. Di questo stato di cose avevano approfittato i na­scenti movimenti liberali, associando alle idee di libertà politica quella d'indipendenza nazionale, a loro avviso irrealizzabile senza l'intervento delle forze nuove promandati dei principi della Rivoluzione francese.

Tale stato di cose era rafforzato dal fatto che non raramente le aspi­razioni nazionali erano in netta opposizione con le esigenze tradizionali­ste. come in Italia, dove a prescindere dall'occupazione austriaca del Lombardo Veneto, una unità nazionale avrebbe significato il tramon­to dei troni che come quello napoletano, quello pontificio e quello to­scano appartenevano a Sovrani legittimi e i cui nessuno avrebbe potu­to mettere in dubbio.

Un aspetto particolarmente grave presentava poi, la questione dello Stato pontificio, che per il suo carattere di sede del Vicario di Cristo me­ritava uno speciale riguardo da parte di Sovrani cattolici e quando il 20 settembre 1870 le truppe piemontesi irruppero nella Città santa, apri­rono con la breccia di Porta Pia, una intricata questione politica, giu­ridica e morale che non poca influenza ebbe negli avvenimenti italiani di questi ultimi ottanta anni.

Il problema che si apriva dinanzi ai Sovrani europei, immediata­mente dopo il Congresso di Vienna era appunto quello di scegliere fra reazione e rivoluzione, fra legittimismo e liberalismo; tale scelta talvol­ta costò anzi il trono ad alcuni Re come a Don Carlos in Spagna e a Car­lo X in Francia mentre altri come Vittorio Emanuele I di Sardegna, po­sti nell'alternativa di versare il sangue dei loro sudditi o di subire le pres­sioni rivoluzionarie, preferirono abdicare ed altri ancora concessero del­le libertà che revocarono dopo, ritornando sulle proprie decisioni.

In questo marasma politico, vivo restava però il problema della fon­te dell'autorità politica in genere e monarchica in particolare. Nono­stante che i rivoluzionari, grazie al loro ardimento ed alla loro attività, riuscissero a far prevalere in diverse occasioni la loro volontà, molti restavano coloro che continuavano a pensare come in passato e che intendevano restare fedeli al tradizionale binomio: trono e altare.

Portavoce ed esponente principale di questa corrente fu, special­mente in Italia, il conte Clemente Solaro della Margarita che per circa tredici anni fu ministro di Carlo Alberto, lasciando il suo posto alla vigilia della proclamazione dello Statuto Albertino; Solaro della Margarita che capeggiò poi nel parlamento subalpino l'opposizione con­servatrice di destra, fu anche scrittore politico ed il maggiore teorico della dottrina monarchica del suo tempo.


Per lui la fonte dell'autorità monarchica è puramente divina: « La autorità deriva da Dio — egli scrive — inclinate aures vestras o superbi; non può esservi diritto nell'uomo, nella società se vi si ascrive altra origine che quella della volontà del Supremo Fattore e Legislatore dell'Uni­verso». (Uomo di Stato, III, 2) ma ben lontano da certi suoi predecessori teorici dell'assolutismo, ripudia ogni concetto di superiorità del prin­cipe sulle leggi anche positive ed ogni giustificazione della ragion di Stato. «L'autorità è data ai regnanti — nota infatti — non perché pos­sano fare quanto a loro piace, ma perché l'esercitino con subordinazione alle sue leggi che lor non è lecito dì violare» (Ib. III, 2) ed infine sog­giunge: « ...non v'è circostanza di tempi, non riguardi di forza e di posizione particolare che autorizzino la violazione della giustizia. In nessun caso mai si può fare astrazione dalle leggi della morale» (Ib, II).

Tali principii non potevano naturalmente che essere in contrasto con la linea di condotta di coloro che volevano scacciare i vari sovrani italiani per fare un'Italia unita e liberale sotto lo scettro costituzionale di Vittorio Emanuele II. Ai tradizionalisti italiani non ripugnava affatto il pensiero di un'unificazione della penisola ma ritenevano indispensa­bile che avvenisse per gradi, senza offendere i diritti di nessuno e so­prattutto senza che il concetto unitario implicasse quello di un indi­rizzo liberale della politica italiana.

Il processo unitario nazionale, avvenuto invece nell'ambito ideolo­gico del liberalismo non favorì una dinamica dialettica del problema della sovranità che non ebbe perciò sviluppi notevoli autonomi, rinser­randosi piuttosto nell'ambito del più vasto problema dell'autorità con­trapposto all'esigenza della libertà che i tempi postulavano.

Il problema rimaneva però aperto e mentre all'antica formula del «Re per grazia di Dio» veniva aggiunta anche la frase facente riferi­mento alla volontà nazionale, che sanzionava giuridicamente la validità dei plebisciti popolari, non pochi rimasero nei vecchi schemi tradiziona­listi, che in Francia risorsero sotto un particolare aspetto nel pensiero di Charles Maurras e della sua «Action francaise» e in Italia furono studiati da qualche non secondario scrittore politico.

Con questo arriviamo all'elaborazione teorica contemporanea, nel punto cronologico in cui la storia è ancora polemica politica e ci aste­niamo dall'entrare in un campo che in questo caso non sarebbe il no­stro; preferiamo attendere, prima di parlare del pensiero monarchico contemporaneo, che questo più solidamente si concretizzi e si sviluppi nelle formulazioni che caratterizzeranno la Monarchia di domani.

lunedì 11 maggio 2026

Il Re costava meno di Mario Viana - prefazione II


 


Come quelle accennate, apprendiamo in questo libro un gran numero di altre cose generalmente ignote o poco note; apprendiamo, fra l'altro, che nel 1864-65, al tempo del trasferimento della capitale da Torino a Firenze, date le difficoltà in cui versavano le pubbliche finanze il Re rinunziò a quattro milioni della Lista civile, esempio subito seguito dai ministri i quali stabilirono la ridu­zione di un quinto del loro stipendio.

Sono immaginabili oggi eccellenze e onorevoli che per la stessa ragione compiano un uguale gesto? E sap­piamo tutti a quali eccessi giunga la pressione fiscale e se sarebbe necessario ridurre la spesa pubblica, e lo dice il bilancio in perenne disavanzo di centinaia di miliardi.

Altri tempi, altri politici, altra moralità.

Moralità: è la parola giusta, poiché ogni problema politico è riducibile in ultima istanza a problema morale.

Nel tempo nostro accade in campo civile ciò che accade in campo religioso.

La nostra società continua a chiamarsi cristiana sebbene non abbia quasi più nulla di cristiano. Nei secoli passati il cristianesimo era una realtà del pensiero, del­l'animo, del costume continuamente alimentata da una cultura coerente.

Nel nostro secolo la cultura predominante è anticristiana, e tuttavia un residuo di cristianesimo persiste in noi per atavismo, per certa viscosità delle idee e dei principii, come antico sedimento passato nella subco­scienza. Ma quel residuo non più alimentato dalla cul­tura, anzi in contrasto con essa, è destinato a gradual­mente assottigliarsi sino all'estinzione, e noi ci troviamo su una china in fondo alla quale si trova una condizione umana totalmente scristianizzata, si trova l'hobbesiano bellum omnium contra omnes.

Così in campo civile: i concetti di dovere onestà serietà abnegazione prodezza sacrificio eroismo non hanno più alcuna giustificazione nella cultura corrente. Altro non sarebbero che retorica. Chiunque alzi gli occhi dal truogolo o porga orecchio a una voce che non sia quella della «femmina balba» è un retore.

Sola filosofia valida l'edonismo, sola meta appetibile il «benessere», solo dio superstite il Denaro, il quale non ha altro dio avanti di sè.

Milioni Milioni Milioni !

Sgorgano ovunque a cascatelle o a cateratte funzio­nanti a sifone, e gli uomini corrono affannati qua e là nella brama d'essere investiti dal getto della manna, unico alimento nel Sinai della vita.

La Provvidenza è materializzata in alcune dozzine di quiz e lotterie e in alcune centinaia di case produttrici, la Grazia illuminante è sostituita dalla Fortuna ben­data, la Predestinazione divina ha per succedaneo il palpitante Sorteggio, e non è neppur concepibile che la gente possa interessarsi a qualcosa in cui non siano in palio i Milioni.

Codesta frenesia del gioco datore di ricchezza, pedi­nata in sordina e con lo stesso miraggio dalla delin­quenza rapinatrice (che non è solo quella qualificata per tale dal codice), si verificò altre volte nella storia del costume, presso le società in procinto di dissolversi in colliquame putrido.

E nondimeno per arcano processo ancestrale quegli antichi principii di dovere onestà ecc. sopravvivono in alcuni uomini e donne che li praticano loro malgrado; e sono gli uomini e le donne che sgobbano sodo, amano il lavoro fatto bene, si contentano del proprio stato e non pensano di migliorarlo altrimenti che col lavoro e l'ingegno, si occupano della casa, si sforzano di edu­care i figli. Gli uni e le altre sono il sale della terra, sono quelli che mantengono in piedi la traballante baracca.

Alla prossima generazione codesti anacronismi viventi saranno ridotti a esemplari da museo.

Avanti negli anni e più o meno acciaccati ma ancora vivi, siamo un certo numero di Italiani della generazione carsica. Fra il 1915 e il 1918 noi abbiamo per 40 mesi tenuto duro fra privazioni disagi fatiche pericoli d'ogni giorno e d'ogni ora, anteponendo al nostro soffrire e al nostro morire la trascendenza della Patria, alla quale riconoscevano su noi ogni diritto.

Agli ordini del Re, il nostro animo e il nostro volere s'innalzavano ad animo e volere della Patria.
Sarebbe pensabile, oggi, in questa Italia in berretto frigio, spensierata e godereccia, spogliarellare e bustarellare, canzonettistica e regionalistica, di riunire milioni d'uomini capaci di sostenere uno sforzo simile?

Oggi s'insegna che la Patria - questa unità costante nel tempo e nello spazio da cui procede ogni nostra vita personale - è un'astrazione, una irrealtà verbale, un flatus vocis, unica realtà concreta essendo l'individuo coi suoi interessi di categoria classe partito fazione.

La cialtroneria esisteva anche allora, ma costituiva eccezione in una società fondata su principii sani, che arginavano la cialtroneria.

Oggi i principii sono opposti, e la corruzione penetra capillarmente in tutto e in tutti, sicchè noi stessi talvolta ci domandiamo se quel nostro tener duro fosse virtù o fosse idiozia congenita.

Virtù, parola scomparsa dal nostro vocabolario.

Quella virtù era stata creata dalla Monarchia, la quale nel corso di lunghi secoli aveva educato le gene­razioni al sentimento dell'onore, alla disciplina civile, all'equilibrio fra diritti e doveri. Con la sua sola presenza il Re attestava l'esistenza di una gerarchia funzionale e di un ordine etico. La Monarchia era una sorgente assi­dua di energia spirituale, una sorta di disinfettante atto a neutralizzare la corruttibilità della natura umana.

Quel tanto di intrinsecamente civile che sussiste nel tempo nostro (all'infuori della tecnica, la quale da sola non è creatrice di civiltà) è costituito dalle ultime ren­dite di un patrimonio che la più recente cultura e il conseguente costume hanno dilapidato. Giornali lette­ratura cinema teatro arte, tutte le suggestioni a cui siamo quotidianamente sottoposti cospirano alla dilapidazione, e, scomparse le rendite, sarà palese l'impotenza della
Repubblica, a meno che questa voglia rinnegare le pro­prie origini e giustificazioni, a creare vita morale, a costruire qualcosa in
interiore homine, come diceva S. Agostino.

Tutto ciò era nei voti di chi reclamò il referendum, intendendone in anticipo per scontato l'esito, poiché un'Italia disossata e disintegrata sarebbe stata più facil­mente fagocitabile, sul terreno ideologico e su quello pratico, dagli stranieri portatori di verbi vecchi o nuovi.

Per liquidare l'Italia creata e tenuta unita dalla Monarchia, bisognava per prima cosa liquidare la Monarchia.

Circa il modo della liquidazione rimandiamo il lettore che volesse ragguagliarsi al Libro Azzurro sul refe­rendum del 2 giugno 1946 di Niccolò Rodolico e di Vit­torio Prunas Tola, pubblicato dalle Edizioni Superga nel 1953; all'articolo del nostro Viana sullo stesso tema, uscito in Candido, ultimo numero del 1959: e alla serie di interviste concesse a Cascais dal Re a Luigi Cavicchioli e da questi pubblicate sotto il titolo «Il mio esilio» nel settimanale Oggi a cominciare dal primo numero del 1960.

Nelle votazioni del 2 giugno chi scrive era presidente di un seggio a Torino, e inoltrò ricorso per le irregolarità riscontrate dopo che ebbe espletato il proprio lavoro, ma il suo come migliaia d'altri ricorsi rimase lettera morta (unica conseguenza, del tutto personale e irrile­vante, fu la sua cancellazione dalla lista dei designabili a presiedere un seggio elettorale).

Ogni possibilità di controllo venne eliminata dalla distruzione delle schede in loco e tamburo battente.

Nell'imminenza del referendum i capi degli eserciti inglesi e americani che occupavano il nostro territorio furono prevenuti che la Repubblica non avrebbe oppo­sto resistenze al trattato di pace, qualunque esso fosse, cosa non altrettanto sicura se avesse vinto la Monar­chia; ma coloro non avevano bisogno di venire illumi­nati su quello che era il loro vantaggio e il danno del­l'Italia.

E il 2 giugno nacque la Repubblica.


venerdì 8 maggio 2026

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto

Con la pubblicazione della prima parte dello studio di Luigi Cavicchioli, in un opuscolo del Partito Nazionale Monarchico del 1952, vogliamo ricordare l'80° anniversario dell'ascesa al Trono di Re Umberto II.

E insieme a questa data vogliamo ricordare quanto grande fu il sacrificio che la Storia Gli richiese e del quale fu all'altezza senza il minimo tentennamento.

E ancora vogliamo ricordare la ferocia di chi lo punì con un esilio che dura ancora a più di 40 anni dalla Sua scomparsa.  


https://www.reumberto.it





mercoledì 6 maggio 2026

Saggi storici sulla Monarchia - XXIII

 


2) LA TRADIZIONE CONTRO LA RIVOLUZIONE.

La caduta di Napoleone ed il Congresso di Vienna, restituirono all'Europa il suo primitivo volto politico mentre la tradizione monarchica, uscita più forte dalla minacciosa bufera rivoluzionaria presentava una novella fioritura d'ingegni e di opere tutte intente a ricostruire quello che la rivoluzione aveva distrutto.

Purtroppo il Congresso di Vienna, che pure non mancò di presentarsi come il vero strumento delle rivendicazioni della giustizia, non esitò a sacrificare in realtà i diritti legittimi alla ragione politica in alcuni casi o a compiere delle vere e proprie usurpazioni in altri, come per alcuni territori transpadani della Santa Sede, ma non si può negare che il principio monarchico ebbe nel grande consesso internazionale una delle sue maggiori affermazioni perché ancora una volta venne chiaramente riconosciuto come l'unico strumento idoneo ad assicurare pace e tranquillità al mondo.

Uno dei due principi base del Congresso di Vienna, che furono l'equilibrio europeo e la legittimità del potere, confermava il concetto che i regni fossero proprietà inalienabile dei Sovrani, onde ciascuno rientrava nel possesso del suo di cui non doveva più essere spogliato e respingeva nettamente le idee di nazionalità e di libertà, implicanti un diritto dei popoli e degli individui all'autodecisione ritenendo che spettasse solo ai Re il compito di provvedere al benessere dei sudditi senza ingerenza di questi e senza che di fronte ad essi fossero in alcun modo responsabili i governanti, che da Dio unicamente e direttamente traevano il loro potere.

Poiché il principio del diritto divino era stato gravemente scosso dagli avvenimenti della recente rivoluzione, i governi compresero quanto fosse per loro necessario rivolgersi alla Chiesa per rinsaldarlo, ed appoggiarla in tutti i modi, esaltandola di fronte all'opinione pubblica; e per questo, vennero sepolte molte controversie fra Chiesa e vari governi, si rinunciò a varie ingerenze statali negli affari ecclesiastici, si cercò di addivenire a molti concordati e si giunse in una parola, a ricostituire una stretta alleanza fra trono e altare, riconosciuti come i due pilastri della società umana.

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Su questa base, molti furono i pensatori che indirizz arono la loro ricerca in un senso nettamente pubblicistico e       politico per dare una precisa definizione della fonte della legittimità del  potere e le condizioni politiche non fecero che favorire ed (incoraggiare questo loro indirizzo di pensiero, provocando quello che alcuni vogliono chiamare il ritorno romantico alla tradizione; ma è opportuno notare che tale ritorno non può essere inquadrato nella rivalutazione che le correnti letterarie del Romanticismo tentarono di tradizioni e costumi esteriori del medio evo trovando la giustificazione logica piuttosto nell'esigenza sentita da molti di determinare i caratteri di un reggimento politico saldo e stabile ed estraneo il più possibile ai rivolgimenti ed ai capricci umani, ai quali per troppo tempo era stato sacrificato il benessere dei cittadini, la prosperità delle nazioni e la pace del mondo.

Una singolare manifestazione di questa tendenza, rivolta a mantenere l'ordine stabilito, in cui i vecchi principi assolutisti si univano alla rifiorente spiritualità religiosa, fu la S. Alleanza stabilita fra i Sovrani d'Austria, Russia e Prussia che s'impegnavano di prestarsi in ogni occasione aiuto e assistenza, proclamando di voler governare i loro stati secondo i precetti del Cristianesimo, precetti di giustizia, di carità e di pace, ed anche se tutto si limitò a delle pure dichiarazioni di principio, destinate a restare senza alcuna attuazione pratica, pure ebbero un valore orientativo notevolissimo ed ancora oggi, possono essere la migliore espressione dello stato d'animo dei politici del tempo.

Tale stato d'animo ebbe una sistemazione dottrinaria attraverso l'opera di una schiera di pensatori in cui primeggiano Giuseppe de Maistre, Luigi de Bonald, Monaldo Leopardi e Luigi Taparelli d'Azeglio. Maggiore di tutti fu forse il savoiardo Giuseppe de Maistre, ambasciatore e fedele di Vittorio Emanuele I che scrisse tutte le sue opere in lingua francese; egli è un po' il padre della nuova dottrina monarchica e nello stesso tempo il grande esaltatore della potestà pontificia. Nella sua prima opera « Les considerations sur l'histoire de France » De Maistre dichiara ch eogni tentativo dell'uomo di muovere in una via diversa da quella segnata dall'autorità è rovinoso e dimostra il suo assunto mostrando l'orrido esempio della sorte toccata alla Francia rivoluzionaria, immersa in un lago di sangue .

Il francese Luigi de Bonald invece, nelle sue opere « Teoria del potere politico e religioso nella società civilizzata » e « La legislazione primitiva » attribuisce allo Stato non solo un'origine divina ma anche la funzione di intermediario tra Dio e il popolo ed alla teoria illuministica dei diritti dell'uomo sostituisce quella tradizionalista dei doveri del dei doveri dell'uomo di fronte a Dio e alle autorità che lo rappresentano

 

In tutti questi pensatori è comunque sempre vivo e presente il senso della regalità nella sua più alta espressione; il sentimento monarchico è in loro non solo un'esigenza politica ed un mezzo umano di governo, ma soprattutto un'esigenza spirituale ed un mezzo di elevazione della politica concepita come aspetto della scienza morale.

La divinità, prima negata o relegata in un mondo lontano ed irraggiungibile, ha invece, nel pensiero della filosofia tradizionalista, una parte determinante e la filosofia della storia viene ripudiata per cedere il posto alla teologia della storia, intesa come intervento della Provvidenza nelle vicende umane.

Il pensiero politico di Monaldo Leopardi trovò invece una veste letteraria di carattere divulgativo nei «Dialoghetti sulle materie correnti nell'anno 1831» dove in forma allegorica vengono ridicolizzate le nuove idee e poste in rilievo le manchevolezze ed i punti deboli delle dottrine in voga; nonostante la semplicità della forma, i Dialoghetti ebbero un grande successo perché le idee propugnate con tanta semplicità e tanto buonsenso conquistarono molti e fecero ravvedere altri che con troppa facilità avevano accolto l'invasione francese 'come una liberazione.

Altra statura ebbe però il pensiero di Luigi Taparelli d'Azeglio gesuita che, nel suo « Saggio teoretico di diritto naturale appoggiato sul fatto » disse una delle parole più elevate in fatto di problema della Sovranità; nella sua compilazione sistematica di diritto naturale sulla base del pensiero tomistico il potere monarchico viene considerato come parte integrante dell'ordinamento del mondo ed al Sovrano viene riconosciuto un carattere superiore, simile a quello attribuitogli da de Maistre e da de Bonald. E' peraltro interessante notare che attraverso la penna di Taparelli, esponente qualificatissimo della Compagnia di Gesù e fondatore della celebre rivista gesuita « La civiltà cattolica » veniva espreso un orientamento di una fra le più poderose organizzazioni del mondo cattolico, che non esitava in pieno secolo XIX a schierarsi decisamente per la legittimità del potere e per una concezione morale del potere monarchico.

Né tale posizione era da considerarsi pacifica, perché implicava resistenza ad una corrente di idee liberali abbastanza diffusa, specie nelle classi colte e che aveva come protettrice malcelata una potenza come l'Inghilterra, che per motivi politici aveva tutto l'interesse a favorire le rivoluzioni che con le nuove idee sempre si accompagnavano.

martedì 5 maggio 2026

Conferenza del Professor Quaglieni a Torino

 


Il Re Costava meno di Mario Viana - prefazione I

 


PREFAZIONE

Una delle futilità che in attesa del referendum istituzionale venivano divulgate dalla propaganda repubblicana, mentre a quella monarchica si tappava la bocca, era il minor costo della Repubblica rispetto alla Monarchia: questa, si diceva, è inseparabile da una magnificenza, un fasto, un cerimoniale costituenti una grossa spesa, che si sarebbe eliminata con vantaggio della pubblica finanza.

Si fingeva di ignorare che la magnificenza è un aspetto marginale del servizio reso dal Capo dello Stato e che viene adottata, per rendere sensibile il prestigio del supremo potere, anche dalle Repubbliche di qualunque tipo, non esclusa quella comunista.

Solo un astioso giocobinismo vecchio d'un secolo e mezzo poteva oscurare l'idea che la sovranità è non un privilegio ma un servizio, e che quando un Re dice di essere il primo servitore dello Stato enuncia una verità sacrosanta.

Servizio, lavoro, prestazione: la più amara ed estenuante, la più paziente ardua pericolosa delle prestazioni che possano incombere a un mortale.

 

Un popolo nel quale esiste una famiglia ove da gene­razioni innumerevoli il primogenito accetta questa fun­zione di cireneo, non da altro sorretto se non da una suprema dignità imposta dalla potenza dei secoli e dal­l'imperativo d'una scelta provvidenziale e irrecusabile, dovrebbe tenersela stretta, nella certezza che, all'infuori di quella famiglia, esso non potrà venir amato d'un più tenace, disinteressato e chiaroveggente amore.

È bensì vero che «l'amore non è amato» e che le anime sorde alla vita morale sono impenetrabili alla grandezza.

Per chi vuol fare i conti di cassa al Re dà i più ampi ragguagli Mario Viana, scrittore noto per i suoi accu­rati, documentatissimi saggi di storiografia e di socio­logia. Egli mostra chiaramente quali fossero gli assegni corrisposti al Sovrano, quali i Beni della Corona e la Dotazione di questa, quale il patrimonio privato della Famiglia Reale sottoposto al medesimo regime giuridico di ogni altro patrimonio privato, quale l'origine e il graduale accrescimento di tale patrimonio e come ne venissero impiegate le rendite.

Per comporre questo piccolo libro il Viana ha compiuto un meticoloso lavoro di consultazione di testi e compulsazione di codici, esame e coordinamento di leggi, ricerche d'archivio, trascrizione di atti, raccolta di elementi di difficile accesso sparsi da un capo all'altro dell'Italia, approfondendo la propria indagine sino alla età feudale onde rintracciare genesi ed evoluzione d'uno stato giuridico estremamente complesso. Un lavoro che probabilmente nessun altro avrebbe saputo compiere con uguale diligenza e del quale dobbiamo essergli grati.

Apprendiamo qui che i Beni della Corona della Case regnanti in Italia fino al 1859-60, palazzi castelli ville ecc., passati per effetto della Unificazione alla Corona Sabauda (mentre i beni privati dei Principi spodestati restavano alle rispettive famiglie), furono successiva­mente ceduti per la maggior parte al Demanio dello Stato, come anche molti Beni situati nell'antico Regno Sardo, e nondimeno le spese della loro conservazione, d'altronde indispensabile trattandosi di edifici di grande valore storico e artistico, e del relativo personale rima­sero a carico del Sovrano, passività che assorbiva quasi l'intero ammontare della Lista civile.

Apprendiamo che a Torino l'Accademia di Belle Arti e il Museo di Antichità, comprendente le preziose raccolte egiziane, vennero costituiti, mantenuti e accre­sciuti dai Reali di Savoia coi loro mezzi privati e furono proprietà private, donate poi allo Stato ; e così la Pina­coteca di Torino, costituita da Carlo Alberto e compren­dente capolavori dei più grandi pittori italiani e stra­nieri ; e così l'Armeria, dotata di 3000 cimeli tra i quali le spade cesellate da Donatello e da Cellini ; e così la Biblioteca Reale, ricca di 60 mila volumi e 3000 mano­scritti e autografi ; e così la raccolta numismatica, unica al mondo, di Vittorio Emanuele III, con 120 mila monete ch'Egli schedò di sua mano.

Apprendiamo che il patrimonio fondiario dell'Opera Nazionale Combattenti fu istituito nel 1917 con la dona­zione di 8347 ettari di terreno fruttifero facenti parte del «fondo di rendita» del Sovrano. E presentiamo questi esempi per dimostrare come la conclusione a cui necessariamente si giunge scorrendo le pagine del Viana, illuminanti anche per il lettore non nuovo a questioni storiche e legislative, è che, restando sul terreno econo­mico, col passaggio dalla Monarchia alla Repubblica gli Italiani hanno fatto un pessimo affare, perché la spesa necessaria a conservare e a mantenere in vita numerosi monumenti e istituzioni di beneficenza e di cultura, alla quale i Reali provvedevano con le loro rendite private, ha dovuto trasferirsi sul bilancio dello Stato. In altri termini il Paese riceveva dal Re molto più di quanto gli erogasse, cosa impossibile a verificarsi con un Presi­dente il quale prima dell'elezione era povero in canna, e improbabile se era ricco.

Proclamata la Repubblica, il Governo, dopo aver incorporato nel Demanio quanto dei Beni della Corona non ne faceva ancora parte, volle allungare le mani sui beni privati dei Savoia, i quali giustamente e doverosamente li difesero in giudizio. Otto cause, otto vittorie, perché, per fortuna, la Magistratura è un Potere indipendente. E il Governo fu condannato alle spese.

lunedì 4 maggio 2026

UN GRANDE RE, VITTORIO EMANUELE III

 



di Aldo A. Mola

Uno dei tanti borghi d'Italia, ghiotto di sabaritiche sardelle, ha deliberato di cancellare il nome di Vittorio Emanuele III da una sua via. Gli imputa di aver portato “la Monarchia” (sic) da Roma a Brindisi dopo l'8 settembre 1943. Il trasferimento (non “fuga”) dei Reali e del governo salvò la continuità dello Stato e fu premessa della Riscossa. Quale sorte attendono i nomi di altre vie di quel borgo? Sono intitolate alla Regina Elena e ad eventi legati alla figura del Re: Trento, Trieste, Bainsizza, Piave, Monte Grappa, Carso, Peschiera, Zara… Verranno tutti cancellati? Allora rimarrà solo via dei Saraceni, a ricordo delle scorrerie, prima arabe poi turche, di cui per secoli le coste italiane furono vittime, come accadde anche a quel borgo.

Forse prima di cancellare i nomi della Storia è bene studiarla con animo sereno. Perciò proponiamo un profilo sintetico di Vittorio Emanuele III (Napoli, 11 novembre 1869 – Alessandria d'Egitto, 28 dicembre 1947) terzo Re d'Italia. Nell'80° della sua partenza per l'Egitto (9 maggio 1946), lo suddividiamo in due “puntate”.

 

Principe ereditario

Vittorio Emanuele di Savoia nasce a Napoli l'11 novembre 1869. Figlio di Umberto, principe di Piemonte ed erede al trono d'Italia e di Margherita di Savoia, sua cugina prima, è battezzato con i nomi di Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro. È creato principe di Napoli dal nonno, Vittorio Emanuele II (1820-1878), re di Sardegna dal 1849 e d'Italia dal 1861. Alla morte di quest’ultimo egli diviene erede al trono d'Italia. Nel 1885 il colonnello Egidio Osio, già addetto militare all'Ambasciata d'Italia a Berlino, è incaricato della sua formazione. Negli studi dà prova di metodicità, tenacia, memoria ferrea e acume di giudizio. Il 13 ottobre intraprende la carriera militare nel Collegio Militare della Nunziatella. Sottotenente di fanteria (1886) e colonnello dal 2 novembre 1890, comanda il 1° Reggimento fanteria “Re” a Napoli. Senatore di diritto a 21 anni, nel 1894 raggiunge il grado di generale di divisione ed è assegnato a Firenze.

Anche per bilanciare l'alleanza difensiva stipulata il 20 maggio 1882 con gli imperi di Germania e di Austria-Ungheria, i genitori e il presidente dei ministri, Francesco Crispi, propiziano la sua attenzione per la principessa Elena, sestogenita di Nicola Petrovic Niegos, principe di Montenegro, uno Stato minuscolo ma rilevante nella penisola balcanica. Nata a Cettigne l'8 gennaio 1871, di confessione ortodossa, poliglotta, Elena aveva studiato nel Collegio Smolnyi di San Pietroburgo, coltivando letteratura e belle arti. In vista delle nozze, si converte alla confessione cattolica. Il matrimonio è celebrato a Roma il 24 ottobre 1896. Dall'11 agosto 1897 il principe comanda il X corpo d'armata di stanza a Napoli.

Sul trono per la svolta liberale democratica

Con l'assassinio del padre per mano dell'anarchico Gaetano Bresci (Monza, 29 luglio 1900), il principe diviene re d'Italia col nome di Vittorio Emanuele III. Intercettato mentre è in navigazione nell'Egeo con Elena, approda a Reggio di Calabria e raggiunge Monza in treno. “Impavido e sicuro” giura fedeltà allo Statuto in presenza delle Camere e promette Unità e Libertà, ma nelle leggi. “Chi rompe paga”. Nel febbraio 1901, alle dimissioni dell'ottantenne Giuseppe Saracco, affida la presidenza del Consiglio al democratico bresciano Giuseppe Zanardelli, massone, affiancato dal liberale progressista Giovanni Giolitti ministro dell'Interno e già presidente del Consiglio nel 1892-

1893.

Nel 1902 gli accordi economici italo-francesi superano anni di tensioni tra Roma e Parigi. Nel dicembre 1903, alle dimissioni di Zanardelli per motivi di salute, il re incarica Giolitti di formare il governo e si reca a Londra in visita di Stato. Nell'aprile 1904 il presidente della Repubblica francese Emile Loubet ricambia a Roma la visita compiuta da Vittorio Emanuele III a Parigi nel 1902, suscitando l'irritazione di papa Pio X, che non riconosce la sovranità dell'Italia sulla Città Eterna.

L'anno seguente le leggi anticlericali volute dal presidente del Consiglio Emile Combes causano la rottura della relazioni diplomatiche della Santa Sede con Parigi. Vittorio Emanuele III precorre la politica estera del regno con il conferimento dell'Ordine della Santissima Annunziata, comportante il rango di “cugino del re”, a capi di Stato e di governo di Paesi anche non cattolici (anglicani, luterani, islamici e dell'Estremo Oriente). Grazie al Re l'Italia va oltre i vincoli dell'alleanza con la Germania del bellicoso Guglielmo II e con l'Austria-Ungheria di Francesco Giuseppe, “imperatore degli impiccati” (come lo marchiò Giosue Carducci).

Il 15 settembre 1904 nel Castello di Racconigi (Cuneo) nasce l'erede al trono, Umberto, creato principe di Piemonte. Divampa il primo sciopero generale che Giolitti, presidente del Consiglio e ministro dell'Interno, attende si smorzi da sé. Terzogenito, il principe Umberto era stato preceduto da Iolanda (nata il 1° giugno 1901, andata sposa al conte Giorgio Carlo Calvi di Bergolo il 9 aprile 1923) e da Mafalda (nata il 19 settembre 1902, unita in matrimonio al principe Filippo d’Assia il 23 settembre 1925). Lo seguiranno Giovanna (nata il 13 novembre 1907, sposa di Boris III, zar dei Bulgari, il 25 ottobre 1930, nel quadro della penetrazione italiana nell'Europa Orientale) e Maria (nata il 26 dicembre 1914, sposa del principe Luigi di Borbone-Parma il 23 gennaio 1939).

La nascita di Umberto assicura la successione di maschio in maschio secondo la legge “salica” dettata dall'articolo 2 dello Statuto promulgato da Carlo Alberto di Sardegna il 4 marzo 1848 e fatto proprio dal regno d'Italia. Diversamente la corona sarebbe passata ai “prossimi parenti”: verosimilmente ai figli di suo cugino Emanuele Filiberto di Savoia, duca d'Aosta, nato il 13 gennaio 1869: i principi Amedeo, duca delle Puglie, nato il 21 ottobre 1898, e Aimone, duca di Spoleto, nato il 9 marzo 1900.

Nel 1904 il re presenzia alla consacrazione della Grande Sinagoga di Roma.

Su impulso dei governi, l'economia italiana registra una netta espansione. La moneta è  apprezzata e consente di ridurre la rendita dal titoli di stato dal 5% al 3,5%, a vantaggio del debito pubblico.

Nel 1907 la Somalia è costituita colonia del regno d'Italia, sul modello dell'Eritrea, colonia dal 1890. Nel 1908 viene fondato in Roma l'Istituto Internazionale per l'Agricoltura, fortemente voluto da Vittorio Emanuele III, che sostiene con contributi personali le scienze agrarie e in specie la cerealicoltura.

Anche in risposta all'annessione della Bosnia e dell'Erzegovina da parte dell'impero d'Austria, il 23-25 ottobre 1909 Vittorio Emanuele III accoglie lo zar di Russia Nicola II nel Castello di Racconigi, sua proprietà personale e dimora prediletta. I governi di Roma e di San Pietroburgo concordano consultazioni su ogni questione riguardante i Balcani, sempre più in fermento.

Nel 1911 l'Italia dichiara guerra all'Impero turco-ottomano per tutelare i diritti degli italiani in Tripolitania e Cirenaica ed evitare che vengano occupate da altre potenze. L'Italia proclama la sovranità sulla “quarta sponda” e nel 1912 libera Rodi e il Dodecanneso dal secolare dominio turco.

Con la pace di Losanna (24 ottobre 1912) Roma ottiene dal Sultano turco il riconoscimento della sovranità sulla Libia e conserva in pegno Rodi e le Sporadi sino alla cessazione delle ostilità turche dirette e indirette in “Libia”.

Il 14 marzo 1912 il re è bersaglio in Roma dell'attentatore Antonio D'Alba. Anche alcuni socialisti, come Leonida Bissolati, si recano al Quirinale per rallegrarsi dello scampato pericolo.

Espulsi dal partito socialista guidato da Filippo Turati e Claudio Treves, i riformisti (Bissolati, Ivanoe Bonomi, Angiolo Cabrini...), ai quali si contrappone il massimalista Benito Mussolini, fondano un partito.

In ottobre si svolgono in Italia le prime elezioni della Camera dei deputati col voto di tutti i maschi maggiorenni se alfabeti e degli analfabeti che abbiano prestato servizio militare o trentenni.

L'alleanza non ufficiale ma fattiva tra l'Unione elettorale cattolica presieduta dal conte Ottorino Gentiloni e candidati liberali, anche massoni, contro socialmassimalisti e repubblicani intransigenti assicura un'ampia maggioranza di “moderati”, col sostegno esplicito o implicito di radicali, socialisti riformisti e dei repubblicani convinti, fatti alla mano, che la monarchia non ha alternative e che opera nell'interesse generale dei cittadini.

Dopo le dimissioni di Saracco (presidente del Consiglio dal giugno 1900 in successione al generale Luigi Pelloux) Vittorio Emanuele III affida la presidenza a Zanardelli (1901), Giolitti (1903), Fortis (1905: due ministeri), Sidney Sonnino (1906), Giolitti (1906), Sonnino (1909), Luigi Luzzatti (1909) e nuovamente Giolitti. La cosiddetta “età giolittiana” (1900-1914) registra la sequenza di dieci diversi governi in 14 anni. Il vero pilastro dell'Italia non sono i presidenti del Consiglio o i ministri influenti ma è il re in persona, capo dello Stato e cardine della politica estera e militare.

Il 21 marzo 1914 Antonio Salandra è nominato presidente del Consiglio in successione a Giolitti.

In giugno nelle Marche e in Romagna dilaga la sanguinosa “settimana rossa” anarco-sindacalista.

 

Il Re Soldato

Allo scoppio della conflagrazione europea (agosto) fra gli Imperi Centrali (Germania e Austria- Ungheria, al cui fianco si schiereranno impero turco e Bulgaria) e la Triplice Intesa anglo-francorussa, Salandra annuncia la neutralità dell'Italia, perché Vienna e Berlino hanno dichiarato guerra senza preavvertire Roma, come richiesto dalla Triplice Alleanza del 1882. Col trascorrere dei mesi il re fa trapelare il suo favore per la causa dell'Intesa. Incoraggia il ministro degli Esteri Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano (fautore di una Quadruplice anglo-franco-russoitaliana), e il suo successore, Sidney Sonnino, a stipulare l'intervento a fianco della Triplice Intesa in cambio della sovranità italiana su Trentino, Alto Adige, Venezia Giulia, Istria, forti posizioni sulla costa dalmata, ingrandimenti coloniali in Africa, riconoscimento degli interessi dell'Italia nei Luoghi Santi ed esclusione del papa dal congresso per la pace, per impedire l'internazionalizzazione della sempre aperta “questione romana”.

Il 26 aprile 1915, tramite l'ambasciatore Guglielmo Imperiali, il governo sottoscrive a Londra l’“arrangement” (accordo), che comporta l'intervento in guerra entro trenta giorni “contro tutti i nemici dell'Intesa”. Il 13 maggio, conscio della contrarietà della Camera all'intervento, Salandra rassegna le dimissioni. Giolitti, fautore della trattativa diplomatica per ottenere “compensi” dall'Austria-Ungheria senza ricorso alle armi, rifiuta la presidenza del Consiglio e lascia Roma sotto pericolo di attentato alla sua vita. Confermato in carica (17 maggio), il governo Salandra ottiene poteri straordinari “in caso di guerra” (20-21 maggio). Il 23 il re dichiara la guerra con effetto dall'indomani, ma solo contro l'impero austro-ungarico. L'Italia disattende l'accordo di Londra, suscitando la diffidenza degli alleati. La guerra contro la Germania verrà dichiarata solo nell'agosto 1916.

Affidato il comando supremo dell'esercito al capo di Stato Maggiore Generale Luigi Cadorna (in carica dal 10 luglio 1914), il re conferisce la Luogotenenza per gli affari ordinari allo zio Tommaso di Savoia, duca di Genova, e si trasferisce a Torreano di Martignacco, presso Udine, per seguire da vicino le operazioni belliche. Mentre la regina Elena allestisce a Roma l'ospedale territoriale n. 1 e si prodiga nell'assistenza ai feriti e alle famiglie dei caduti, Vittorio Emanuele III vive da soldato con spartana semplicità e percorre instancabilmente il fronte di guerra, spesso sotto il tiro nemico.

Media e compone le tensioni tra i presidenti del Consiglio (Salandra, sino al giugno 1916; Paolo Boselli, dimissionario il 24 ottobre 1917; Vittorio Emanuele Orlando, in carica dal 30 ottobre 1917) e il Comando Supremo (Cadorna e, dal 9 novembre 1917, Armando Diaz).

L'8 novembre, dopo la ritirata del fronte dall'Isonzo al Piave sotto l'offensiva austro-germanica iniziata nella conca di Caporetto il 24 ottobre, il re presiede il convegno interalleato a Peschiera del Garda. Parlando fluentemente in inglese e francese, ribadisce l'impegno dell'Italia a combattere sino alla vittoria. Sconfitto dall'esercito italiano nella battaglia di Vittorio Veneto e in preda alla dissoluzione per la rivolta al suo interno delle “nazioni senza Stato” l'impero d'Austria chiede l'armistizio, in vigore dal 4 novembre. L'Italia annette Trentino-Alto Adige, Venezia Giulia e Istria.

Al Congresso di pace radunato a Parigi dal 1919, il governo chiede invano l'assegnazione di Fiume oltre a quanto previsto dall'accordo di Londra. Travolto alla Camera, delusa per la sua condotta, il 23 giugno (prima della firma del Trattato di pace con la Germania a Versailles, 28 giugno) Orlando si dimette ed è sostituito da Francesco Saverio Nitti. Il 10 settembre il Trattato di pace con l'Austria (Saint-Germain) assegna all'Italia le terre liberate (annesse senza plebiscito confermativo) ma le nega Fiume. Il 12 Gabriele d'Annunzio occupa Fiume, al comando di militari sediziosi e di volontari. Il 25 il re convoca il presidente del Consiglio, gli ex presidenti e i capigruppo della Camera. Invitati ma assenti i socialisti, l'informale “consiglio della Corona” esclude l'annessione di Fiume.

Il 16 novembre viene eletta la prima Camera dei deputati con suffragio universale maschile e riparto proporzionale dei seggi. Prevalgono, con 150 seggi, il partito socialista e, con 106, il Partito popolare italiano (cattolico) fondato il 18 gennaio su impulso di don Luigi Sturzo. I “costituzionali” si frammentano in molti gruppi. I “fascisti” non ottengono alcun deputato. All'inaugurazione della Legislatura i socialisti escono dall'Aula rumoreggiando mentre il re pronuncia il Discorso della Corona.

Dopo ampio “rimpasto” e due diversi ministeri, Nitti è sostituito da Giolitti che propone ordine, disciplina e drastica riduzione del debito pubblico. All'indomani dell'“occupazione delle fabbriche”, promossa in settembre dall'ala rivoluzionaria dei socialisti decisi a “fare come in Russia” ma esaurita in poche settimane, il 4 novembre viene celebrata all'Altare della Patria la Festa delle Bandiere. Nel gennaio 1921 dal partito socialista italiano, radunato a congresso in Livorno, nasce per scissione il Partito comunista d'Italia, aderente alla Terza Internazionale fondata a Mosca da

Lenin. Su proposta di Giolitti, il re scioglie la Camera e indice nuove elezioni (15 maggio). Alla Camera, presieduta da Enrico De Nicola, si formano quattordici gruppi parlamentari. L'opposizione dei democratici sociali alla politica estera del governo induce Giolitti a dimettersi. Gli subentra Bonomi, rieletto nelle file di un “blocco nazionale” comprendente liberali, democratici, agrari e fascisti. A inizio novembre nasce il Partito nazionale fascista, precorso dai fasci di combattimento, sorti dal marzo 1919 su impulso di Benito Mussolini, già socialmassimalista e interventista. Alla “scioperomania” del “biennio rosso” (1919-1920) segue una guerra civile a bassa intensità con protagoniste le “squadre” fasciste e le “guardie rosse”.

Il 4 novembre Vittorio Emanuele III presiede la Tumulazione del Milite Ignoto all'Altare della Patria: la solenne cerimonia mira a placare le tensioni in nome dei caduti per la Patria.

 

La lunga crisi del Parlamento

Nell'ottobre del 1922, caduti sette governi in quattro anni (Orlando, due ministeri Nitti, Giolitti,  Bonomi e due ministeri presieduti da Luigi Facta), dinnanzi alla minaccia di mobilitazione dello squadrismo fascista i maggiorenti dell'arco costituzionale ritengono inevitabile l'ingresso dei fascisti nel governo. Preso atto delle dimissioni di Facta (27 ottobre), che rimane in carica per l'ordinaria amministrazione, il re rifiuta di firmare lo stato d'assedio incautamente diramato dal governo (28 ottobre) e, sentiti maggiorenti politici ed esponenti degli interessi generali del Paese, il 30 affida la formazione del governo al trentanovenne Mussolini, capo del gruppo parlamentare del Partito nazionale fascista. Mussolini presiede una coalizione comprendente fascisti, nazionalisti, liberali di varie gradazioni, giolittiani, democratici sociali, popolari, il filosofo Giovanni Gentile alla Pubblica istruzione e due prestigiosi militari alla Guerra (Armando Diaz) e alla Marina (Paolo Thaon di Revel). La crisi extraparlamentare viene così ricondotta nei binari istituzionali senza necessità di misure straordinarie. In novembre le Camere accordano amplissima maggioranza al governo.

A metà febbraio del 1923, ottenuta la dichiarazione di incompatibilità tra fasci e logge massoniche, i nazionalisti confluiscono nel Partito nazionale fascista, che conta 50 deputati su 535.

Le “squadre” vengono riorganizzate nella Milizia volontaria di sicurezza nazionale.

La nuova legge elettorale (approvata nel 1923) assegna il 66% dei seggi al partito che ottenga i 25% dei voti validi. Alle elezioni del 6 aprile 1924 la Lista Nazionale, orchestrata dal PNF, ottiene il  66% dei voti e due terzi dei seggi. Gli iscritti al PNF sono 227 su 535 (42%). Sollecitato dalle  opposizioni a intervenire per mutare il quadro politico, segnato dal rapimento e morte del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno), il cui cadavere è rivenuto a Ferragosto, il re invita a portare il confronto in Parlamento, ove molti liberali (compresi Benedetto Croce e Giolitti) continuano a sostenere il governo in assenza di una chiara alternativa (da alcuni immaginata quale ministero di transizione, con forte componente militare).

Parte delle opposizioni (socialisti, repubblicani, popolari e seguaci del democratico Giovanni  Amendola) disertano l'Aula (il cosiddetto “Aventino”), a differenza dei giolittiani e del Partito comunista d'Italia (Antonio Gramsci). La loro assenza dalla Camera spiana la strada a Mussolini. Il “duce” da un canto ostenta rispetto per le regole istituzionali e parlamentari ed evita di entrare in conflitto con la Corona, dall'altro mira a accrescere il proprio potere personale.

domenica 3 maggio 2026

Vita segreta al Quirinale VI parte


 

LO "SFINGEO" STONE

Intanto le nubi all'orizzonte po­litico s'infoschivano. Bisognava fare qualcosa, uscire dal riserbo, spezzare gli equivoci, evitare le false accuse, o smentirle. Tra l'al­tro, tutti i giornali di sinistra, in questo periodo, affermavano senza che nessuno li controbattesse, che la monarchia finanziava i neo-fasci­sti. Sarebbe bastato porre in ri­lievo che la monarchia avrebbe vo­luto poter finanziare, non che il neo-fascismo, almeno se stessa! Ma non fu fatto. Ed ecco la princi­pessa in persona sciogliersi dai le­gami burocratico - politici che sin dal suo ritorno in Italia l'avevano paralizzata al Quirinale, e incon­trarsi in case amiche con gente di ogni condizione che potesse dare un aiuto qualsiasi alla causa mo­narchica; e dovette lei stessa smen­tire in questi circoli le voci più calunniose circolanti a carico dei sovrani.

Maria José si recò pure alle Fosse Ardeatine, con la sola com­pagnia della marchesa di Monte zemolo, vedova dell'eroico colon­nello. Inoltre, insieme con la du­chessa Immacolata Salviati, vice­presidentessa delle Dame di San Vincenzo, la principessa di Pie­monte volle visitare, in strettissi­mo incognito, i quartieri più po­polari della capitale.

In questo periodo il Luogotenen­te aveva accentuato le pratiche re­ligiose, di cui era pur sempre sta­to assiduo. Se Umberto ebbe in gioventù alcuni momenti di spen­sieratezza, le sofferenze degli ul­timi anni lo avevano completamen­te trasformato: ora, salvo rare ec­cezioni impostegli dall'alta carica, rifuggiva i salotti per trascorrere ld sera in casa di amici d'ogni ca­tegoria sociale, purché colti ed in­telligenti, o con illuminati studio­si di materia religiosa. Evoluzione notevole, sconosciuta si può dire nel suo stesso entourage.

Ai primi d'aprile un gruppo di monarchici propose di installare una radio nelle vicinanze di Roma, possibilmente a Castel Porziano: idea non errata, data la vastità della tenuta. La radio avrebbe fun­zionato sino ad elezioni avvenute per controbattere tutte le affer­mazioni scritte o propalate a mez­zo della radio ufficiale contro la monarchia.

La cosa non fu possibile perché l'iniziativa era partita da una don­na, la signora Narici. Ella espose la propria idea ad un devoto uffi­ciale d'ordinanza, il maggiore G., e, fiduciosa, cercò d'ottenere i re­lativi permessi e lasciapassare a Castel Porziano. Ma tutto finì lì: forse attraverso il centralino del Quirinale si era riusciti a cono­scere qualche notizia in merito, e si corse subito ai ripari. Come ab­biamo detto, infatti, non pochi im­piegati al Quirinale erano iscritti a partiti di sinistra o comunque nettamente repubblicani.

Il 5 aprile si seppe ufficialmen­te (ma da tempo al Quirinale se ne parlava) che tutta la propa­ganda sarebbe stata da quel gior­no diretta personalmente dal mi­nistro Falcone Lucifero, molto at­tivo e intelligente, che godeva la fiducia del Luogotenente.

Infante era in licenza, e Garofalo ammalato. Si sospettò allora che si trattasse di una malattia diplomatica, ma pare invece che l'ammiraglio fosse effettivamente ammalato.

Sta di fatto che in quei giorni venne offerto al Quirinale un pranzo d'addio al ministro del Portogallo ed alla sua consorte, donna Marinez Carmona, e tutti notarono per la prima volta l'as­senza del generale Infante e del­l'ammiraglio Garofalo.

Il tempo, però, stringeva e la mo­narchia era sempre più minaccia­ta dalla abile propaganda oppo­sta. Si mossero allora le donne, e presero l'iniziativa di portare al­l'ammiraglio Stone migliaia di do­mande firmate da congiunti di pri­gionieri in Russia e in Jugoslavia, allo scopo dì poter far rinviare, se non le elezioni, almeno il referen­dum, per non defraudare i com­battenti lontani del diritto di e­sprimere la loro opinione su que­stioni interne di tanta importan­za. Le domande erano tutta firma­te, con indirizzo e professione di chi le aveva un tono di serietà all'iniziativa. Ma lo "sfingeo" Stone, monarchi­co quando gli era stato di giova­mento, fu irremovibile e, come Pi­lato, volle lavarsene le mani.

L'ammiraglio americano rimase del resto imperterrito dinanzi ad altri memoriali dello stesso gene­re recanti le firme di 30.000 don­ne, presentati dalla marchesa di Montezemolo, dalla baronessa de Grenet, madre del giovane diplo­matico (mutilato di guerra) fuci­lato assieme al colonnello Montezemolo alle Fosse Ardeatine, dal­la signora Martinengo, vedova dell'eroico ammiraglio ucciso dai te­deschi.

Tutto fu vano. Stone si disinte­ressò di ogni cosa nonostante avesse precedentemente e ripetutamen­te detto che per la buona riuscita del referendum occorreva far muo­vere le donne: < Women, women, women>. "Soltanto le donne pos­sono salvare il re".

Perché questo irrigidimento im­provviso? Perché simile atteggia­mento, in contrasto con quello precedente? In quei giorni l'am­miraglio era tornato dall'America insieme con il proprio aiutante di bandiera Sunny Behn, che lo a­veva accompagnato in patria. Sco­po del viaggio: conoscere il pen­siero di alcuni loro amici nei con­fronti della monarchia italiana, a dispetto della clausola dell'armi­stizio che parlava di "non inge­renza degli alleati" negli affari interni italiani. Avevano trovato un ambiente più propenso in quel momento alla forma di governo pubblicano. Forse pensavano al ro governo che non era mai stata per forza di cose, monarchico. poi Stone teneva moltissimo ali sua popolarità in America, dato ci agli inizi della guerra era sotto to capitano e desiderava mani nere la solida posizione raggiunta.

Alcune volonterose dame andarono a perorare la causa monarchica anche presso la giovanissima fidanzata del cinquantaseienne ammiraglio, donna Renata di Sant'Elia. Ma ella disse che non aveva alcun ascendente su di lui.

Il 17 aprile 1946, nella 'Sala Borromini gremita di gente di tut­te le condizioni sociali, ebbe luogo, ad opera di Donna Carlotta Orlando, la commemorazione della opera principessa Mafalda.

Per quanto nessuna pubblicità fosse stata fatta, l'affluenza del pub­blico fu enorme. La Principessa di Piemonte giunse accompagnata dal­la figlia Maria Pia dalla contessa Guendalina Spallettí. Un uragano di applausi ne e salutò l'ingresso.

 

UMBERTO SALE AL TRONO

Il discorso di Carlotta Orlando terminò coll'invito a Maria José di farsi vedere più spesso « perché il popolo italiano vuole che le princi­pesse di Casa Savoia prendano par­te alla sua rinascita politico-mora­le; ed alla fine molti occhi erano velati dalla commozione. Quando la principessa uscì con la figlia, al­cune popolane gridarono: «Ti vo­gliamo bene! Fatti vedere più spes­so!»; ed una, facendosi avanti: «Sono venuta da Napoli apposta per vederti: fammi baciare la piccirilla, Dio vi assista e benedica!

Donna Carlotta Orlando aveva vissuto molti anni in America e sapeva che cosa significasse, per le elezioni, la propaganda; e si meravigliava che la cosa non fosse compresa in campo monarchico. Ella si assunse la responsabilità di por­tare nei quartieri della periferia il principe di Napoli, onde fosse co­nosciuto dai bimbi della sua età. La cosa fu criticata negli ambienti di Corte, mentre fu appoggiata dal Luogotenente. Era stata pure Don­na Carlotta a suggerire di far en­trare la principessa Maria Pia fra le guide; e la giovane si con­quistò molte simpatie per la sua dolcezza e la sua affabilità.

Per il 1° maggio si temevano di­sordini in tutta Italia; l'opinione pubblica era allarmatissima: inve­ce, contro ogni previsione, la gior­nata trascorse tranquilla, senza il minimo incidente.

Questa grande calma avrebbe do­vuto però spaventare, come dimo­strazione anzitutto della disciplina raggiunta dalla organizzazione co­munista.

Il 5 maggio ebbe luogo al Pala­tino il primo comizio monarchico, organizzato da pochi audaci. Par­larono diversi oratori; poi, alla spicciolata, poiché i cortei erano proibiti dagli alleati, tutti s'av­viarono per adunarsi sulla piazza del Quirinale. Al Palazzo Reale si sentiva arrivare la folla, prima an­cora di vederla. Proveniva da via XXIV Maggio, da via XX Settem­bre, da via della Consulta, dalla Datarla. La piazza si riempì come per incanto, e la parola Savoia! si scandiva alternandosi con il nome di Umberto! Finalmente il Luogotenente s'affacciò, accolto da grandi applausi.

La manifesta­zione si ripeté l'8 maggio.

La mattina del 9 maggio venne notata al Palazzo Reale una agita­zione insolita: il Luogotenente alle 7 era partito all'improvviso in au­tomobile, diretto a Napoli, in com­pagnia del primo aiutante di cam­po, degli ufficiali d'ordinanza e del mastro delle cerimonie, marchese Graziani. Il vecchio sovrano, dopo aver abdicato in favore del figlio, si sarebbe imbarcato quello stesso giorno per l'Egitto su un incrocia­tore insieme alla regina Elena.

Questa la notizia che corse su­bito di bocca in bocca. I giornali ne parlarono a lungo, descrivendo minutamente la cerimonia dell'ab­dicazione, che era stata semplicis­sima, e la partenza di Vittorio Ema­nuele III per l'esilio.

Umberto di Savoia saliva così al trono 20 giorni prima delle elezioni e del referendum.

L'opinione pubblica fu scossa dal duplice avvenimento perché Vitto­rio Emanuele III era ancora molto popolare fra i vecchi combattenti della guerra '15-'18, i quali lo ave­vano visto dividere con loro pericoli e disagi; ma non si poteva non riconoscere da un punto di vista più che obbiettivo, come il gesto avrebbe potuto essere fatto prima, con evidente vantaggio per il nuo­vo re. Comunque il vecchio sovrano prima dl lasciare la patria aveva voluto compiere un gesto di indub­bia nobiltà, donando al popolo la sua preziosissima collezione numi­smatica. A questo proposito è bene ricordare che nel 1946 erano state fatte pressioni su Vittorio Ema­nuele III perché vendesse all'este­ro quel tesoro, dal quale avrebbe ricavato certamente più di un mi­liardo. Ma egli non volle.

Umberto quella sera tornò assai tardi alla capitale: per quanto avesse sempre fortissimo il domi­nio di sé, si notava sul suo volto il dolore per la partenza senza ritor­no dei genitori.