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NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
venerdì 15 maggio 2026
Il referendum che esiliò i Savoia
Continua sul sito dedicato a Re Umberto IIla pubblicazione dello studio di Luigi Cavicchioli sul discusso referendume del 1946.
La terza parte.
Il referendume che esiliò i Savoia
Continua sul sito dedicato a Re Umberto IIla pubblicazione dello studio di Luigi Cavicchioli sul discusso referendume del 1946.
La terza parte.
giovedì 14 maggio 2026
Un grande Re: Vittorio Emanuele III – Parte 2
Il 9 maggio 1946, 80 anni addietro, dopo 46 anni di regno Vittorio Emanuele III abdicò e partì per l’Egitto.
Ebbe ruolo fondamentale nella storia d’Italia. La guerra di liberazione e il Corpo Volontari della Libertà dicono che la Patria non era morta e gli italiani non era affetti da “sindrome dell’inerme”, di cui ha scritto Ernesto Galli della Loggia. Vittorio Emanuele III va ricordato “sine ira et studio” (seconda parte; la prima venne pubblicata il 3 maggio 2026).
Il Re: rimasto solo di fronte
al regime
Anche dopo il discorso del 3
gennaio 1925, con il quale Mussolini respinge ogni addebito nell’assassinio di
Matteotti e rivendica la “Rivoluzione fascista”, il Re emana le leggi approvate
dal Parlamento, comprese quelle che limitano la libertà di stampa e di
associazione (costringendo le Massonerie ad auto-sciogliersi), dichiarano
decaduti i deputati assenti ai lavori, istituiscono il Tribunale speciale per
la difesa dello Stato e ripristinano la pena di morte per attentati contro lo
Stato. A chi gli chiede di intervenire nella crisi Vittorio Emanuele III
risponde che gli occorre un pronunciamento significativo della Camera.
Nel corso del 1925 Mussolini, capo del governo e ministro degli Esteri, assume la titolarità di Guerra, Marina e Aeronautica. Dal 6 novembre 1926 è ministro per l’Interno. Ha in pugno l’Esecutivo.
La legge elettorale del 17 maggio 1928 approntata dal ministro Alfredo Rocco, attribuisce al Gran Consiglio del Fascismo (solo successivamente regolamentato: un corto circuito approvato dal Parlamento), la predisposizione della lista di 400 candidati alla Camera, da approvare o rifiutare in blocco. Giudicandola un «decisivo distacco dal regime retto dallo Statuto» il 18 marzo l’ottantaseienne Giolitti vota contro. Muore il 17 luglio.
L’11 febbraio 1929 Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri firmano i Patti Lateranensi: il regno d’Italia riconosce lo Stato della Città del Vaticano e viene riconosciuto dalla Santa Sede.
La “Conciliazione” chiude la “questione romana”, aperta dall’annessione di Roma (20 settembre 1870), che aveva “debellato” lo Stato pontificio e spinto Pio IX a scomunicare il Re e tutta la dirigenza politica della Nuova Italia.
Alle elezioni politiche (24 marzo 1929) il governo ottiene straripante consenso. Al giuramento di fedeltà al Re e ai suoi legittimi discendenti si aggiunge quello di fedeltà al regime. Obbligatorio per i pubblici impiegati, è esteso ai professori e ai docenti universitari. L’iscrizione al PNF diviene requisito necessario per il concorso ai pubblici impieghi.
Nel 1932 viene fondato l’Istituto per la Ricostruzione industriale (IRI), presieduto da Alberto Beneduce, già deputato socialista e massone.
Nel 1935 l’Italia dichiara guerra all’Impero di Etiopia, membro della Società delle Nazioni, delibera sanzioni economiche contro l’Italia. Pressoché inefficaci, suscitano un’onda di solidarietà patriottica.
All’ingresso delle truppe italiane in Addis Abeba (9 maggio) Vittorio Emanuele III assume la corona di Imperatore d’Etiopia. Il 15 aprile 1937 Pio XI conferisce la Rosa d’Oro della Cristianità alla Regina Elena, «fulgido esempio di virtù e carità per tutte le donne italiane». Il 30 marzo 1938 il Parlamento conferisce al Re il grado di primo Maresciallo dell’Impero, poco prima assegnato a Mussolini.
Nel marzo 1938 la Germania annette l’Austria,che avalla con plebiscito. L’Italia confina direttamente con il Reich. Visita di Stato di Hitler in Italia (maggio). Nel Partito nazionale fascista (PNF) e nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) riaffiorano fermenti antimonarchici, blanditi da Mussolini.
La conferenza di Monaco di Baviera (settembre) concede a Hitler l’annessione di parte della Cecoslovacchia. Nettamente contrario all’antisemitismo dilagante e dopo aver ripetutamente espresso a Mussolini «infinita pietà per gli ebrei» (20 novembre), il Re emana le leggi antiebraiche perché approvate dai due rami del Parlamento.
La Camera le vota all’unanimità dei 360 presenti (14 dicembre). Al Senato si contano dieci voti contrari su 164 presenti e circa 400 membri (19 dicembre). Le leggi razziali costituiscono un grave “vulnus” allo Statuto ma il Re non dispone di mezzi costituzionali per negare la firma. La sua abdicazione scaricherebbe la responsabilità sull’erede, Umberto, che verrebbe a trovarsi di fronte all’identico bivio.
La legge 19 gennaio 1939, n. 129 sostituisce la Camera dei deputati con quella “dei Fasci e delle Corporazioni”, i cui componenti, denominati “consiglieri”, sono in parte gerarchi del regime e in parte designati dal Consiglio nazionale delle Corporazioni, riformato con la legge 5 gennaio 1939, n. 10 , “aggregati”, in numero indeterminato.
Il 23 marzo 1939, inaugurando la XVII Legislatura, Vittorio Emanuele III auspica che «la pace duri il più a lungo possibile». Il 16 aprile assume la corona di Re d’Albania, pochi giorni prima occupata da truppe italiane.
Dall’intervento in guerra alla svolta dell’estate 1943
Previo il patto di non
aggressione con l’Unione sovietica (23 agosto), il 1° settembre la Germania
invade la Polonia. Dal 16 l’URSS ne occupa la parte orientale e gli Stati
Baltici. Bocciata la proposta di una conferenza di pace avanzata da Mussolini,
il 3 settembre Gran Bretagna e Francia dichiarano guerra alla Germania. Il
governo Mussolini annuncia la «non belligeranza» dell’Italia.
La Regina Elena, non ignaro il re, scrive alle sei sovrane di Paesi neutrali (Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Bulgaria e Jugoslavia) auspicando un intervento comune per scongiurare il dilagare del conflitto.
Il 10 giugno 1940 il governo dichiara guerra alla Gran Bretagna e alla Francia, ormai al collasso, anche nel timore che i tedeschi, di lì a poco a Parigi, arrivino sul Mediterraneo chiudendo l’Italia in una tenaglia germanica. Nell’errata previsione di imminente armistizio generale, il governo conduce “guerra parallela”. Il 28 ottobre l’Italia aggredisce la Grecia, con esito negativo.
Dalla dissoluzione del regno di Jugoslavia, travolto dai tedeschi (6 aprile 1941), nasce il regno di Croazia (10 aprile), la cui corona è assegnata ad Aimone di Savoia, duca di Spoleto, che il 18 maggio assume il nome di Tomislavo II ma rimane a Firenze, ove istituisce un “ufficio per gli affari croati”. Il 12 ottobre 1943 abdicherà formalmente, rientrando nella linea di successione alla corona d’Italia. Suo fratello maggiore, Amedeo, duca di Aosta, sconfitto dagli inglesi nell’Africa Orientale Italiana, muore prigioniero in Kenia (3 marzo 1942).
Il 22 giugno 1941 inizia l’offensiva tedesca contro l’URSS. L’Italia vi destina un Corpo di spedizione e poi un’Armata. Il 7 dicembre il Giappone bombarda la flotta statunitense a Pearl Harbour (Hawaii) e dichiara guerra agli USA. L’11 dicembre Italia e Germania, alleate del Giappone, dichiarano guerra agli USA.
Nella Conferenza anglo-russa di Mosca (12-15 agosto 1942) Churchill e Stalin prospettano le rispettive aree di influenza dopo la vittoria. Gli inglesi sconfiggono gli italo-germanici ad El-Alamein (23 ottobre-5 novembre). Gli anglo-americani sbarcano in Marocco e Algeria (8 novembre). L’Armata italiana in Russia (ARMIR) è travolta dall’offensiva sovietica.
Dal gennaio 1943, perdute l’Africa Orientale Italiana e la Libia e mentre le armate italiane sono disseminate al di fuori dei confini nazionali, di concerto con il ministro della Real Casa Pietro d’Aquarone il Re decide di revocare Mussolini e rompere l’alleanza con la Germania. Su pressione dell’URSS, la conferenza anglo-americana a Casablanca (14-26 gennaio) delibera che i nemici dovranno arrendersi «senza condizioni».
Il 25 luglio, a cospetto dell’assalto anglo-americano alla Sicilia (10 luglio) e del bombardamento su Roma mentre Mussolini incontra Hitler a Feltre (19 luglio), il Gran consiglio del fascismo a larga maggioranza invita il Re a esercitare i poteri statutari, ma non chiede né le dimissioni di Mussolini né lo smantellamento del regime.
Constatata l’incapacità del “duce” di separare l’Italia dalla Germania, Vittorio Emanuele III revoca Mussolini da capo del governo e lo sostituisce con il maresciallo Pietro Badoglio, che scioglie la Camera, il PNF, la MVSN e avvia la defascistizzazione. In stato di fermo sotto custodia di carabinieri, Mussolini si dichiara disposto a collaborare con il nuovo governo.
Il Re autorizza la trattativa armistiziale con gli anglo-americani, condotta da militari. Con il Memorandum di Quebec (18 agosto), dopo il contatto a Lisbona tra il generale Giuseppe Castellano e il comando delle forze anglo-americane, gli Alleati ventilano modifiche delle condizioni di resa in proporzione all’impegno «del governo» e «del popolo italiano» contro i tedeschi, con «tutto l’aiuto possibile delle forze delle Nazioni Unite».
Il 2 settembre il Comitato centrale (poi Comitato di Liberazione Nazionale, CLN) di sei partiti antifascisti (liberali, democrazia del lavoro, democristiani, partito d’azione, socialisti e comunisti) invita alla «mobilitazione degli spiriti per la salvezza della Patria».
Su assenso di Badoglio, il 3 settembre il generale Castellano sottoscrive presso Cassibile (Siracusa) la resa dell’Italia, annunciata la sera dell’8 settembre dal generale Dwight Eisenhower da Radio Algeri e comunicata da Badoglio dalla radio di Stato. Essa subordina il Paese al Governo militare alleato e vincola a eseguire «altre condizioni di carattere politico economico e finanziario».
Per evitare che Roma, militarmente indifendibile, divenga campo di battaglia, Badoglio si trasferisce in auto a Pescara e, via mare, a Brindisi, con la Famiglia Reale e vertici militari (9-11 settembre). L’Italia è sconfitta, ma lo Stato, non debellato, è riconosciuto dai vincitori. Inizia la ricostruzione.
Prelevato da una missione delle SS tedesche a Campo Imperatore sul Gran Sasso e trasferito in Germania, Mussolini istituisce lo Stato repubblicano d’Italia, poi Repubblica sociale italiana, sotto controllo hitleriano.
Il 29 settembre il maresciallo Badoglio sottoscrive a Malta l’“armistizio lungo”, comprendente le durissime condizioni non comunicate il 3 settembre ma consegnate al generale Giacomo Zanussi inviato a Lisbona da Roma in assenza di notizie da Castellano. Le Nazioni Unite eserciteranno «tutti i diritti di potenza occupante» tramite il Comando militare alleato.
L’Italia arresterà e consegnerà Mussolini, i suoi principali associati e le persone sospette di crimini di guerra. Il 5 ottobre il CLN decide di non collaborare con il governo Badoglio; lo farebbe con un governo politico.
Il 13 ottobre Vittorio Emanuele III, su decisione del governo, dichiara guerra alla Germania.
Il 17 novembre, riunito a casa di monsignor Barbieri, il CLN delibera che «il problema istituzionale dovrà essere sottoposto nella sua interezza, non pregiudicabile da sostituzioni di persona, al sovrano giudizio di tutto il paese», cioè a “plebiscito”.
Il convegno dei CLN (Bari, 28 gennaio 1944) chiede l’abdicazione immediata del re, la rinuncia alla corona del principe ereditario e la sua trasmissione a Vittorio Emanuele principe di Napoli (di sette anni) sotto tutela di un Reggente estraneo a Casa Savoia: richieste propugnate da Benedetto Croce e Carlo Sforza ma contrarie allo Statuto e ignorate da Vittorio Emanuele III.
In marzo URSS e Italia riconoscono i rispettivi governi. Il 12 aprile, su arrogante pressione degli anglo-americani, irritati dall’indipendenza del governo del re, il sovrano annuncia che alla liberazione di Roma trasferirà tutti i poteri al principe ereditario, in veste di suo Luogotenente Generale. Il 22 aprile Vittorio Emanuele III incarica un nuovo governo, presieduto da Badoglio e formato da esponenti del CLN.
I ministri, impegnati alla “tregua” sulla questione istituzionale, giurano «sul proprio onore». Il 5 giugno, impedito di raggiungere Roma, appena liberata, il Re firma a Ravello il conferimento a Umberto di «tutti i poteri, nessuno escluso», ma conserva la corona.
Il 18 giugno si insedia il governo presieduto da Ivanoe Bonomi, esponente del Partito del lavoro.
Il Decreto legge luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151 stabilisce che la forma dello Stato verrà decisa dall’Assemblea costituente, eletta a suffragio universale entro quattro mesi dalla fine della guerra. Dal monarca la sovranità è trasferita al popolo che nel 1848-1870 la aveva ratificata con i plebisciti.
Il decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159 dichiara decaduti dalle cariche i parlamentari imputabili di concorso all’avvento e al mantenimento del regime fascista e all’ingresso dell’Italia in guerra. Giuristi quali Arturo Carlo Jemolo e Massimo Severo Giannini protestano, giacché il decreto viola il principio della irretroattività delle leggi (“nullum crimen sine lege”).
Su quella base, tuttavia, il 7
agosto l’Alta Corte di Giustizia, presieduta dal repubblicano Carlo Sforza,
collare della SS. Annunziata e senatore, dichiara decaduti e privati dei
diritti politici e civili 307 senatori. Vittorio Emanuele III rivendica l’azione
del ministro della Real Casa, Pietro d’Acquarone, culminata con la revoca di
Mussolini e la demolizione del regime.
Il 12 dicembre, rassegnate le dimissioni nelle mani del Luogotenente, Bonomi forma un governo comprendente liberali, democristiani, democratici del lavoro e comunisti.
Il Re e la Famiglia vestono il lutto alla conferma della morte della principessa Mafalda (28 agosto 1944), sposata con il principe Filippo d’Assia, deportata dai tedeschi presso il campo di concentramento du Buchenwald in Germania, gravemente ferita sotto bombardamento alleato e operata con esito infausto.
Verso il tramonto
Il 2 maggio 1945 le truppe tedesche presenti in Italia sottoscrivono la resa nella reggia di Caserta. Alle dimissioni di Bonomi, il 21 giugno i sei partiti del CLN formano un governo presieduto da Ferruccio Parri, già comandante delle formazioni partigiane “Giustizia e Libertà”, ispirate dal Partito d’azione.
Dall’inizio di maggio nelle terre liberate i CLN regionali, provinciali e comunali insediano giunte provvisorie e nuovi dirigenti di banche,di enti a partecipazione pubblica e imprese private già “socializzate” dalla Repubblica sociale italiana o i cui proprietari e amministratori sono interdetti per motivi politici.
Alle dimissioni di Parri, il 10 dicembre si insedia il governo presieduto da Alcide De Gasperi, segretario della Democrazia cristiana, che tiene per sé gli Esteri. Tranne Leone Cattani, i ministri sono tutti repubblicani militanti.
Tra loro spiccano i socialisti Giuseppe Romita (Interno) e Pietro Nenni (Costituente), il comunista Palmiro Togliatti (Giustizia) e il liberale Manlio Brosio (Guerra).
Tra marzo e aprile del 1946 vengono eletti i consigli comunali di migliaia di Comuni. Per la prima volta votano anche le donne.
Il 9 maggio, in prossimità del referendum sulla forma dello Stato e dell’elezione dell’Assemblea Costituente (2-3 giugno), Vittorio Emanuele III abdica a favore di Umberto e, con il titolo di conte di Pollenzo, salpa da Napoli alla volta dell’Egitto con la regina Elena e un piccolo seguito. Accolto da Re Faruk, si stabilisce a “Villa Yela”, in Alessandria.
Il 2 – 3 giugno si svolgono il referendum sulla forma dello Stato e l’elezione dell’Assemblea costituente. Il 10 giugno la Corte Suprema di Cassazione, presieduta da Giuseppe Pagano, comunica i dati provvisori del referendum: su circa 28.000.000 aventi diritto al voto la repubblica ha ottenuto 12.700.000 preferenze; la monarchia 10.700.000. Il presidente Pagano riconvoca la Corte per il 18 giugno e chiede che vengano rendicontate anche le schede bianche, nulle e contestate.
In una convulsa seduta, con un solo voto contrario (Leone Cattani), alle 0:15 del 13 giugno il governo conferisce le funzioni di Capo dello Stato al presidente del Consiglio De Gasperi, che le assume.
Alle 16, privo di tutela da parte degli Alleati e per evitare scontri sanguinosi a sostegno della monarchia, Umberto II protesta contro il “gesto rivoluzionario” del governo, non ne riconosce gli effetti, scioglie dal giuramento alla monarchia ma non alla Patria quanti l’abbiano pronunciato e parte in aereo da Re alla volta del Portogallo.
Non abdicherà mai. Muore a Ginevra il 18 marzo 1983 ed è sepolto nell’Abbazia di Altacomba, in Savoia, regione d’Europa dalla quale ebbe inizio l’ascesa della dinastia.
Il 28 dicembre 1947 Vittorio Emanuele III si congeda dalla vita nella pienezza dei diritti di “cittadino italiano all’estero” (non “in esilio”) e delle prerogative esercitate.
Al termine dei funerali, celebrati con onori militari voluti da Re Faruk, il feretro del Re è murato nel retro dell’altare della chiesa cattolica di Santa Caterina in Alessandria d’Egitto.
Il 28 novembre 1952 muore a
Montpellier la Regina Elena, circondata dall’affetto della città e degli
italiani non immemori. Viene sepolta nel cimitero cittadino Saint-Lazare.
mercoledì 13 maggio 2026
3) TRADIZIONE MONARCHICA E STORIA CONTEMPORANEA
Abbiamo detto che il Congresso di Vienna nella sua azione di
riordinamento dell'Europa, si era ispirato a due precisi principi: quello della
legittimità e quello dell'equilibrio europeo.
Tale equilibrio era stato realizzato assegnando ai vari
Sovrani i territori che loro spettavano e cercando d'impedire l'egemonia di
una nazione sulle altre, ma senza tenere alcun conto delle sorgenti
aspirazioni nazionali dei popoli. Di questo stato di cose avevano approfittato
i nascenti movimenti liberali, associando alle idee di libertà politica quella
d'indipendenza nazionale, a loro avviso irrealizzabile senza l'intervento delle
forze nuove promandati dei principi della Rivoluzione francese.
Tale stato di cose era rafforzato dal fatto che non raramente
le aspirazioni nazionali erano in netta opposizione con le esigenze
tradizionaliste. come in Italia, dove a prescindere dall'occupazione austriaca
del Lombardo Veneto, una unità nazionale avrebbe significato il tramonto dei
troni che come quello napoletano, quello pontificio e quello toscano
appartenevano a Sovrani legittimi e i cui nessuno avrebbe potuto mettere in
dubbio.
Un aspetto particolarmente grave presentava poi, la questione
dello Stato pontificio, che per il suo carattere di sede del Vicario di Cristo
meritava uno speciale riguardo da parte di Sovrani cattolici e quando il 20
settembre 1870 le truppe piemontesi irruppero nella Città santa, aprirono con
la breccia di Porta Pia, una intricata questione politica, giuridica e morale
che non poca influenza ebbe negli avvenimenti italiani di questi ultimi ottanta
anni.
Il problema che si apriva dinanzi ai Sovrani europei,
immediatamente dopo il Congresso di Vienna era appunto quello di scegliere fra
reazione e rivoluzione, fra legittimismo e liberalismo; tale scelta talvolta
costò anzi il trono ad alcuni Re come a Don Carlos in Spagna e a Carlo X in
Francia mentre altri come Vittorio Emanuele I di Sardegna, posti
nell'alternativa di versare il sangue dei loro sudditi o di subire le pressioni
rivoluzionarie, preferirono abdicare ed altri ancora concessero delle libertà
che revocarono dopo, ritornando sulle proprie decisioni.
In questo marasma politico, vivo restava però il problema
della fonte dell'autorità politica in genere e monarchica in particolare. Nonostante
che i rivoluzionari, grazie al loro ardimento ed alla loro attività,
riuscissero a far prevalere in diverse occasioni la loro volontà, molti
restavano coloro che continuavano a pensare come in passato e che intendevano
restare fedeli al tradizionale binomio: trono e altare.
Portavoce ed esponente principale di questa corrente fu,
specialmente in Italia, il conte Clemente Solaro della Margarita che per circa
tredici anni fu ministro di Carlo Alberto, lasciando il suo posto alla vigilia
della proclamazione dello Statuto Albertino; Solaro della Margarita che
capeggiò poi nel parlamento subalpino l'opposizione conservatrice di destra,
fu anche scrittore politico ed il maggiore teorico della dottrina monarchica
del suo tempo.
Per lui la fonte dell'autorità monarchica è puramente divina: « La autorità
deriva da Dio — egli scrive — inclinate aures vestras o superbi; non può
esservi diritto nell'uomo, nella società se vi si ascrive altra origine che
quella della volontà del Supremo Fattore e Legislatore dell'Universo». (Uomo
di Stato, III, 2) ma ben lontano da certi suoi predecessori teorici
dell'assolutismo, ripudia ogni concetto di superiorità del principe sulle
leggi anche positive ed ogni giustificazione della ragion di Stato. «L'autorità
è data ai regnanti — nota infatti — non perché possano fare quanto a loro
piace, ma perché l'esercitino con subordinazione alle sue leggi che lor non è
lecito dì violare» (Ib. III, 2) ed infine soggiunge: « ...non v'è circostanza
di tempi, non riguardi di forza e di posizione particolare che autorizzino la
violazione della giustizia. In nessun caso mai si può fare astrazione dalle
leggi della morale» (Ib, II).
Tali principii non potevano naturalmente che essere in
contrasto con la linea di condotta di coloro che volevano scacciare i vari
sovrani italiani per fare un'Italia unita e liberale sotto lo scettro
costituzionale di Vittorio Emanuele II. Ai tradizionalisti italiani non
ripugnava affatto il pensiero di un'unificazione della penisola ma ritenevano
indispensabile che avvenisse per gradi, senza offendere i diritti di nessuno e
soprattutto senza che il concetto unitario implicasse quello di un indirizzo
liberale della politica italiana.
Il processo unitario nazionale, avvenuto invece nell'ambito
ideologico del liberalismo non favorì una dinamica dialettica del problema
della sovranità che non ebbe perciò sviluppi notevoli autonomi, rinserrandosi
piuttosto nell'ambito del più vasto problema dell'autorità contrapposto
all'esigenza della libertà che i tempi postulavano.
Il problema rimaneva però aperto e mentre all'antica formula
del «Re per grazia di Dio» veniva aggiunta anche la frase facente riferimento
alla volontà nazionale, che sanzionava giuridicamente la validità dei
plebisciti popolari, non pochi rimasero nei vecchi schemi tradizionalisti, che
in Francia risorsero sotto un particolare aspetto nel pensiero di Charles
Maurras e della sua «Action francaise» e in Italia furono studiati da qualche
non secondario scrittore politico.
Con questo arriviamo all'elaborazione teorica contemporanea,
nel punto cronologico in cui la storia è ancora polemica politica e ci asteniamo
dall'entrare in un campo che in questo caso non sarebbe il nostro; preferiamo
attendere, prima di parlare del pensiero monarchico contemporaneo, che questo
più solidamente si concretizzi e si sviluppi nelle formulazioni che caratterizzeranno
la Monarchia di domani.
lunedì 11 maggio 2026
Il Re costava meno di Mario Viana - prefazione II
Come
quelle accennate, apprendiamo in questo libro un gran numero di altre cose
generalmente ignote o poco note; apprendiamo, fra l'altro, che nel 1864-65, al
tempo del trasferimento della capitale da Torino a Firenze, date le difficoltà
in cui versavano le pubbliche finanze il Re rinunziò a quattro milioni della
Lista civile, esempio subito seguito dai ministri i quali stabilirono la riduzione
di un quinto del loro stipendio.
Sono
immaginabili oggi eccellenze e onorevoli che per la stessa ragione compiano un
uguale gesto? E sappiamo tutti a quali eccessi giunga la pressione fiscale e
se sarebbe necessario ridurre la spesa pubblica, e lo dice il bilancio in
perenne disavanzo di centinaia di miliardi.
Altri
tempi, altri politici, altra moralità.
Moralità:
è la parola giusta, poiché ogni problema politico è riducibile in ultima
istanza a problema morale.
Nel tempo nostro accade in campo civile ciò che accade in campo religioso.
La
nostra società continua a chiamarsi cristiana sebbene non abbia quasi più nulla
di cristiano. Nei secoli passati il cristianesimo era una realtà del pensiero,
dell'animo, del costume continuamente alimentata da una cultura coerente.
Nel
nostro secolo la cultura predominante è anticristiana, e tuttavia un residuo di
cristianesimo persiste in noi per atavismo, per certa viscosità delle idee e
dei principii, come antico sedimento passato nella subcoscienza. Ma quel
residuo non più alimentato dalla cultura, anzi in contrasto con essa, è
destinato a gradualmente assottigliarsi sino all'estinzione, e noi ci troviamo
su una china in fondo alla quale si trova una condizione umana totalmente
scristianizzata, si trova l'hobbesiano bellum
omnium contra omnes.
Così
in campo civile: i concetti di dovere onestà serietà abnegazione prodezza
sacrificio eroismo non hanno più alcuna giustificazione nella cultura corrente.
Altro non sarebbero che retorica. Chiunque alzi gli occhi dal truogolo o porga
orecchio a una voce che non sia quella della «femmina balba» è un retore.
Sola
filosofia valida l'edonismo, sola meta appetibile il «benessere», solo dio
superstite il Denaro, il quale non ha altro dio avanti di sè.
Milioni
Milioni Milioni !
Sgorgano
ovunque a cascatelle o a cateratte funzionanti a sifone, e gli uomini corrono
affannati qua e là nella brama d'essere investiti dal getto della manna, unico
alimento nel Sinai della vita.
La
Provvidenza è materializzata in alcune dozzine di quiz e lotterie e in alcune
centinaia di case produttrici, la Grazia illuminante è sostituita dalla Fortuna
bendata, la Predestinazione divina ha per succedaneo il palpitante Sorteggio,
e non è neppur concepibile che la gente possa interessarsi a qualcosa in cui
non siano in palio i Milioni.
Codesta
frenesia del gioco datore di ricchezza, pedinata in sordina e con lo stesso
miraggio dalla delinquenza rapinatrice (che non è solo quella qualificata per
tale dal codice), si verificò altre volte nella storia del costume, presso le
società in procinto di dissolversi in colliquame putrido.
E
nondimeno per arcano processo ancestrale quegli antichi principii di dovere
onestà ecc. sopravvivono in alcuni uomini e donne che li praticano loro
malgrado; e sono gli uomini e le donne che sgobbano sodo, amano il lavoro fatto
bene, si contentano del proprio stato e non pensano di
migliorarlo altrimenti che col lavoro e l'ingegno, si occupano della casa, si
sforzano di educare i figli. Gli uni e le altre sono il sale della terra, sono
quelli che mantengono in piedi la traballante baracca.
Alla
prossima generazione codesti anacronismi viventi saranno ridotti a esemplari da
museo.
Avanti
negli anni e più o meno acciaccati ma ancora vivi, siamo un certo numero di
Italiani della generazione carsica. Fra il 1915 e il 1918 noi abbiamo per 40
mesi tenuto duro fra privazioni disagi fatiche pericoli d'ogni giorno e d'ogni
ora, anteponendo al nostro soffrire e al nostro morire la trascendenza della
Patria, alla quale riconoscevano su noi ogni diritto.
Agli
ordini del Re, il nostro animo e il nostro volere s'innalzavano ad animo e
volere della Patria.
Sarebbe pensabile, oggi, in questa Italia in berretto frigio, spensierata e
godereccia, spogliarellare e bustarellare, canzonettistica e regionalistica, di
riunire milioni d'uomini capaci di sostenere uno sforzo simile?
Oggi
s'insegna che la Patria - questa unità costante nel tempo e nello spazio da cui
procede ogni nostra vita personale - è un'astrazione, una irrealtà verbale, un flatus
vocis, unica realtà concreta essendo l'individuo coi suoi interessi di
categoria classe partito fazione.
La
cialtroneria esisteva anche allora, ma costituiva eccezione in una società
fondata su principii sani, che arginavano la cialtroneria.
Oggi i
principii sono opposti, e la corruzione penetra capillarmente in tutto e in
tutti, sicchè noi stessi talvolta ci domandiamo se quel nostro tener duro fosse
virtù o fosse idiozia congenita.
Virtù,
parola scomparsa dal nostro vocabolario.
Quella
virtù era stata creata dalla Monarchia, la quale nel corso di lunghi secoli
aveva educato le generazioni al sentimento dell'onore, alla disciplina civile,
all'equilibrio fra diritti e doveri. Con la sua sola presenza il Re attestava
l'esistenza di una gerarchia funzionale e di un ordine etico. La Monarchia era
una sorgente assidua di energia spirituale, una sorta di disinfettante atto a
neutralizzare la corruttibilità della natura umana.
Quel
tanto di intrinsecamente civile che sussiste nel tempo nostro (all'infuori
della tecnica, la quale da sola non è creatrice di civiltà) è costituito dalle
ultime rendite di un patrimonio che la più recente cultura e il conseguente
costume hanno dilapidato. Giornali letteratura cinema teatro arte, tutte le
suggestioni a cui siamo quotidianamente sottoposti cospirano alla
dilapidazione, e, scomparse le rendite, sarà palese l'impotenza della
Repubblica, a meno che questa voglia rinnegare le proprie origini e
giustificazioni, a creare vita morale, a costruire qualcosa in interiore
homine, come diceva S. Agostino.
Tutto
ciò era nei voti di chi reclamò il referendum, intendendone in anticipo per
scontato l'esito, poiché un'Italia disossata e disintegrata sarebbe stata più
facilmente fagocitabile, sul terreno ideologico e su quello pratico, dagli
stranieri portatori di verbi vecchi o nuovi.
Per
liquidare l'Italia creata e tenuta unita dalla Monarchia, bisognava per prima
cosa liquidare la Monarchia.
Circa
il modo della liquidazione rimandiamo il lettore che volesse ragguagliarsi al Libro
Azzurro sul referendum del 2 giugno 1946 di Niccolò Rodolico e di Vittorio
Prunas Tola, pubblicato dalle Edizioni Superga nel 1953; all'articolo del
nostro Viana sullo stesso tema, uscito in Candido, ultimo numero del
1959: e alla serie di interviste concesse a Cascais dal Re a Luigi Cavicchioli
e da questi pubblicate sotto il titolo «Il mio esilio» nel settimanale Oggi
a cominciare dal primo numero del 1960.
Nelle
votazioni del 2 giugno chi scrive era presidente di un seggio a Torino, e
inoltrò ricorso per le irregolarità riscontrate dopo che ebbe espletato il
proprio lavoro, ma il suo come migliaia d'altri ricorsi rimase lettera morta
(unica conseguenza, del tutto personale e irrilevante, fu la sua cancellazione
dalla lista dei designabili a presiedere un seggio elettorale).
Ogni
possibilità di controllo venne eliminata dalla distruzione delle schede in loco
e tamburo battente.
Nell'imminenza
del referendum i capi degli eserciti inglesi e americani che occupavano il
nostro territorio furono prevenuti che la Repubblica non avrebbe opposto
resistenze al trattato di pace, qualunque esso fosse, cosa non altrettanto
sicura se avesse vinto la Monarchia; ma coloro non avevano bisogno di venire
illuminati su quello che era il loro vantaggio e il danno dell'Italia.
E il 2
giugno nacque la Repubblica.
sabato 9 maggio 2026
venerdì 8 maggio 2026
Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto
Con la pubblicazione della prima parte dello studio di Luigi Cavicchioli, in un opuscolo del Partito Nazionale Monarchico del 1952, vogliamo ricordare l'80° anniversario dell'ascesa al Trono di Re Umberto II.
E insieme a questa data vogliamo ricordare quanto grande fu il sacrificio che la Storia Gli richiese e del quale fu all'altezza senza il minimo tentennamento.
E ancora vogliamo ricordare la ferocia di chi lo punì con un esilio che dura ancora a più di 40 anni dalla Sua scomparsa.
mercoledì 6 maggio 2026
Saggi storici sulla Monarchia - XXIII
2) LA TRADIZIONE CONTRO LA RIVOLUZIONE.
La caduta di Napoleone ed il Congresso di Vienna,
restituirono all'Europa il suo primitivo volto politico mentre la tradizione
monarchica, uscita più forte dalla minacciosa bufera rivoluzionaria presentava
una novella fioritura d'ingegni e di opere tutte intente a ricostruire quello
che la rivoluzione aveva distrutto.
Purtroppo il Congresso di Vienna, che pure non mancò di
presentarsi come il vero strumento delle rivendicazioni della giustizia, non
esitò a sacrificare in realtà i diritti legittimi alla ragione politica in
alcuni casi o a compiere delle vere e proprie usurpazioni in altri, come per
alcuni territori transpadani della Santa Sede, ma non si può negare che il
principio monarchico ebbe nel grande consesso internazionale una delle sue
maggiori affermazioni perché ancora una volta venne chiaramente riconosciuto come
l'unico strumento idoneo ad assicurare pace e tranquillità al mondo.
Uno dei due principi base del Congresso di Vienna, che furono
l'equilibrio europeo e la legittimità del potere, confermava il concetto che i
regni fossero proprietà inalienabile dei Sovrani, onde ciascuno rientrava nel
possesso del suo di cui non doveva più essere spogliato e respingeva nettamente
le idee di nazionalità e di libertà, implicanti un diritto dei popoli e degli
individui all'autodecisione ritenendo che spettasse solo ai Re il compito di
provvedere al benessere dei sudditi senza ingerenza di questi e senza che di
fronte ad essi fossero in alcun modo responsabili i governanti, che da Dio
unicamente e direttamente traevano il loro potere.
Poiché il principio del diritto divino era stato gravemente
scosso dagli avvenimenti della recente rivoluzione, i governi compresero quanto
fosse per loro necessario rivolgersi alla Chiesa per rinsaldarlo, ed appoggiarla
in tutti i modi, esaltandola di fronte all'opinione pubblica; e per questo, vennero
sepolte molte controversie fra Chiesa e vari governi, si rinunciò a varie
ingerenze statali negli affari ecclesiastici, si cercò di addivenire a molti
concordati e si giunse in una parola, a ricostituire una stretta alleanza fra
trono e altare, riconosciuti come i due pilastri della società umana.
92
Su questa base, molti furono i pensatori che indirizz arono
la loro ricerca in un senso nettamente pubblicistico e politico per dare una precisa definizione della fonte della
legittimità del potere e le condizioni politiche
non fecero che favorire ed (incoraggiare questo loro indirizzo di pensiero,
provocando quello che alcuni vogliono chiamare il ritorno romantico alla
tradizione; ma è opportuno notare che tale ritorno non può essere inquadrato
nella rivalutazione che le correnti letterarie del Romanticismo tentarono di
tradizioni e costumi esteriori del medio evo trovando la giustificazione logica
piuttosto nell'esigenza sentita da molti di determinare i caratteri
di un reggimento politico saldo e stabile ed estraneo il più possibile ai
rivolgimenti ed ai capricci umani, ai quali per troppo tempo era stato
sacrificato il benessere dei cittadini, la prosperità delle nazioni e la pace
del mondo.
Una singolare manifestazione di questa tendenza, rivolta a
mantenere l'ordine stabilito, in cui i vecchi principi assolutisti si univano
alla rifiorente spiritualità religiosa, fu la S. Alleanza stabilita fra i
Sovrani d'Austria, Russia e Prussia che s'impegnavano di prestarsi in ogni occasione
aiuto e assistenza, proclamando di voler governare i loro stati secondo i
precetti del Cristianesimo, precetti di giustizia, di carità e di pace, ed
anche se tutto si limitò a delle pure dichiarazioni di principio, destinate a
restare senza alcuna attuazione pratica, pure ebbero un valore orientativo
notevolissimo ed ancora oggi, possono essere la migliore espressione dello
stato d'animo dei politici del tempo.
Tale stato d'animo ebbe una sistemazione dottrinaria
attraverso l'opera di una schiera di pensatori in cui primeggiano Giuseppe de Maistre,
Luigi de Bonald, Monaldo Leopardi e Luigi Taparelli d'Azeglio. Maggiore di
tutti fu forse il savoiardo Giuseppe de Maistre, ambasciatore e fedele di
Vittorio Emanuele I che scrisse tutte le sue opere in lingua francese; egli è
un po' il padre della nuova dottrina monarchica e nello stesso tempo il grande
esaltatore della potestà pontificia. Nella sua prima opera « Les considerations
sur l'histoire de France » De Maistre dichiara ch eogni tentativo dell'uomo di
muovere in una via diversa da quella segnata dall'autorità è rovinoso e dimostra
il suo assunto mostrando l'orrido esempio della sorte toccata alla Francia
rivoluzionaria, immersa in un lago di sangue .
Il francese Luigi de Bonald invece, nelle sue opere « Teoria
del potere politico e religioso nella società civilizzata » e « La legislazione
primitiva » attribuisce allo Stato non solo un'origine divina ma anche la funzione
di intermediario tra Dio e il popolo ed alla teoria illuministica dei diritti
dell'uomo sostituisce quella tradizionalista dei doveri del dei
doveri dell'uomo di fronte a Dio e alle autorità che lo rappresentano
In tutti questi pensatori è comunque sempre vivo e presente
il senso della regalità nella sua più alta espressione; il sentimento
monarchico è in loro non solo un'esigenza politica ed un mezzo umano di
governo, ma soprattutto un'esigenza spirituale ed un mezzo di elevazione della
politica concepita come aspetto della scienza morale.
La divinità, prima negata o relegata in un mondo lontano ed
irraggiungibile, ha invece, nel pensiero della filosofia tradizionalista, una parte
determinante e la filosofia della storia viene ripudiata per cedere il posto
alla teologia della storia, intesa come intervento della Provvidenza nelle
vicende umane.
Il pensiero politico di Monaldo Leopardi trovò invece una
veste letteraria di carattere divulgativo nei «Dialoghetti sulle materie
correnti nell'anno 1831» dove in forma allegorica vengono ridicolizzate le
nuove idee e poste in rilievo le manchevolezze ed i punti deboli delle dottrine
in voga; nonostante la semplicità della forma, i Dialoghetti ebbero un grande
successo perché le idee propugnate con tanta semplicità e tanto buonsenso
conquistarono molti e fecero ravvedere altri che con troppa facilità avevano
accolto l'invasione francese 'come una liberazione.
Altra statura ebbe però il pensiero di Luigi Taparelli
d'Azeglio gesuita che, nel suo « Saggio teoretico di diritto naturale
appoggiato sul fatto » disse una delle parole più elevate in fatto di problema
della Sovranità; nella sua compilazione sistematica di diritto naturale sulla
base del pensiero tomistico il potere monarchico viene considerato come parte integrante
dell'ordinamento del mondo ed al Sovrano viene riconosciuto un carattere
superiore, simile a quello attribuitogli da de Maistre e da de Bonald. E'
peraltro interessante notare che attraverso la penna di Taparelli, esponente
qualificatissimo della Compagnia di Gesù e fondatore della celebre rivista
gesuita « La civiltà cattolica » veniva espreso un orientamento di una fra le
più poderose organizzazioni del mondo cattolico, che non esitava in pieno
secolo XIX a schierarsi decisamente per la legittimità del potere e per una
concezione morale del potere monarchico.
Né tale posizione era da considerarsi pacifica, perché
implicava resistenza ad una corrente di idee liberali abbastanza diffusa,
specie nelle classi colte e che aveva come protettrice malcelata una potenza
come l'Inghilterra, che per motivi politici aveva tutto l'interesse a favorire
le rivoluzioni che con le nuove idee sempre si accompagnavano.
martedì 5 maggio 2026
Il Re Costava meno di Mario Viana - prefazione I
PREFAZIONE
Una
delle futilità che in attesa del referendum istituzionale venivano divulgate
dalla propaganda repubblicana, mentre a quella monarchica si tappava la bocca,
era il minor costo della Repubblica rispetto alla Monarchia: questa, si diceva,
è inseparabile da una magnificenza, un fasto, un cerimoniale costituenti una
grossa spesa, che si sarebbe eliminata con vantaggio della pubblica finanza.
Si
fingeva di ignorare che la magnificenza è un aspetto marginale del servizio
reso dal Capo dello Stato e che viene adottata, per rendere sensibile il
prestigio del supremo potere, anche dalle Repubbliche di qualunque tipo, non
esclusa quella comunista.
Solo
un astioso giocobinismo vecchio d'un secolo e mezzo poteva oscurare l'idea che
la sovranità è non un privilegio ma un servizio, e che quando un Re dice di
essere il primo servitore dello Stato enuncia una verità sacrosanta.
Servizio,
lavoro, prestazione: la più amara ed estenuante, la più paziente ardua
pericolosa delle prestazioni che possano incombere a un mortale.
Un
popolo nel quale esiste una famiglia ove da generazioni innumerevoli il
primogenito accetta questa funzione di cireneo, non da altro sorretto se non
da una suprema dignità imposta dalla potenza dei secoli e dall'imperativo
d'una scelta provvidenziale e irrecusabile, dovrebbe tenersela stretta, nella
certezza che, all'infuori di quella famiglia, esso non potrà venir amato d'un
più tenace, disinteressato e chiaroveggente amore.
È
bensì vero che «l'amore non è amato» e che le anime sorde alla vita morale sono
impenetrabili alla grandezza.
Per
chi vuol fare i conti di cassa al Re dà i più ampi ragguagli Mario Viana,
scrittore noto per i suoi accurati, documentatissimi saggi di storiografia e
di sociologia. Egli mostra chiaramente quali fossero gli assegni corrisposti
al Sovrano, quali i Beni della Corona e la Dotazione di questa, quale il
patrimonio privato della Famiglia Reale sottoposto al medesimo regime giuridico
di ogni altro patrimonio privato, quale l'origine e il graduale accrescimento
di tale patrimonio e come ne venissero impiegate le rendite.
Per
comporre questo piccolo libro il Viana ha compiuto un meticoloso lavoro di
consultazione di testi e compulsazione di codici, esame e coordinamento di
leggi, ricerche d'archivio, trascrizione di atti, raccolta di elementi di
difficile accesso sparsi da un capo all'altro dell'Italia, approfondendo la
propria indagine sino alla età feudale onde rintracciare genesi ed evoluzione
d'uno stato giuridico estremamente complesso. Un lavoro che probabilmente
nessun altro avrebbe saputo compiere con uguale diligenza e del quale dobbiamo
essergli grati.
Apprendiamo
qui che i Beni della Corona della Case regnanti in Italia fino al 1859-60,
palazzi castelli ville ecc., passati per effetto della Unificazione alla Corona
Sabauda (mentre i beni privati dei Principi spodestati restavano alle
rispettive famiglie), furono successivamente ceduti per la maggior parte al
Demanio dello Stato, come anche molti Beni situati nell'antico Regno Sardo, e
nondimeno le spese della loro conservazione, d'altronde indispensabile
trattandosi di edifici di grande valore storico e artistico, e del relativo
personale rimasero a carico del Sovrano, passività che assorbiva quasi
l'intero ammontare della Lista civile.
Apprendiamo
che a Torino l'Accademia di Belle Arti e il Museo di Antichità, comprendente le
preziose raccolte egiziane, vennero costituiti, mantenuti e accresciuti dai
Reali di Savoia coi loro mezzi privati e furono proprietà private, donate poi
allo Stato ; e così la Pinacoteca di Torino, costituita da Carlo Alberto e
comprendente capolavori dei più grandi pittori italiani e stranieri ; e così
l'Armeria, dotata di 3000 cimeli tra i quali le spade cesellate da Donatello e
da Cellini ; e così la Biblioteca Reale, ricca di 60 mila volumi e 3000 manoscritti
e autografi ; e così la raccolta numismatica, unica al mondo, di Vittorio
Emanuele III, con 120 mila monete ch'Egli schedò di sua mano.
Apprendiamo
che il patrimonio fondiario dell'Opera Nazionale Combattenti fu istituito nel
1917 con la donazione di 8347 ettari di terreno fruttifero facenti parte del «fondo
di rendita» del Sovrano. E presentiamo questi esempi per dimostrare come la
conclusione a cui necessariamente si giunge scorrendo le pagine del Viana,
illuminanti anche per il lettore non nuovo a questioni storiche e legislative,
è che, restando sul terreno economico, col passaggio dalla Monarchia alla
Repubblica gli Italiani hanno fatto un pessimo affare, perché la spesa necessaria
a conservare e a mantenere in vita numerosi monumenti e istituzioni di beneficenza
e di cultura, alla quale i Reali provvedevano con le loro rendite private, ha
dovuto trasferirsi sul bilancio dello Stato. In altri termini il Paese riceveva
dal Re molto più di quanto gli erogasse, cosa impossibile a verificarsi con un
Presidente il quale prima dell'elezione era povero in canna, e improbabile se
era ricco.
Proclamata
la Repubblica, il Governo, dopo aver incorporato nel Demanio quanto dei Beni
della Corona non ne faceva ancora parte, volle allungare le mani sui beni
privati dei Savoia, i quali giustamente e doverosamente li difesero in
giudizio. Otto cause, otto vittorie, perché, per fortuna, la Magistratura è un
Potere indipendente. E il Governo fu condannato alle spese.
lunedì 4 maggio 2026
UN GRANDE RE, VITTORIO EMANUELE III
di Aldo A. Mola
Uno dei tanti borghi d'Italia, ghiotto di sabaritiche
sardelle, ha deliberato di cancellare il nome di Vittorio Emanuele III da una
sua via. Gli imputa di aver portato “la Monarchia” (sic) da Roma a Brindisi
dopo l'8 settembre 1943. Il trasferimento (non “fuga”) dei Reali e del governo
salvò la continuità dello Stato e fu premessa della Riscossa. Quale sorte
attendono i nomi di altre vie di quel borgo? Sono intitolate alla Regina Elena
e ad eventi legati alla figura del Re: Trento, Trieste, Bainsizza, Piave, Monte
Grappa, Carso, Peschiera, Zara… Verranno tutti cancellati? Allora rimarrà solo
via dei Saraceni, a ricordo delle scorrerie, prima arabe poi turche, di cui per
secoli le coste italiane furono vittime, come accadde anche a quel borgo.
Forse prima di cancellare i nomi della Storia è bene
studiarla con animo sereno. Perciò proponiamo un profilo sintetico di Vittorio
Emanuele III (Napoli, 11 novembre 1869 – Alessandria d'Egitto, 28 dicembre
1947) terzo Re d'Italia. Nell'80° della sua partenza per l'Egitto (9 maggio 1946),
lo suddividiamo in due “puntate”.
Principe ereditario
Vittorio Emanuele di Savoia nasce a Napoli l'11 novembre
1869. Figlio di Umberto, principe di Piemonte ed erede al trono d'Italia e di
Margherita di Savoia, sua cugina prima, è battezzato con i nomi di Vittorio
Emanuele Ferdinando Maria Gennaro. È creato principe di Napoli dal nonno, Vittorio
Emanuele II (1820-1878), re di Sardegna dal 1849 e d'Italia dal 1861. Alla
morte di quest’ultimo egli diviene erede al trono d'Italia. Nel 1885 il
colonnello Egidio Osio, già addetto militare all'Ambasciata d'Italia a Berlino,
è incaricato della sua formazione. Negli studi dà prova di metodicità, tenacia,
memoria ferrea e acume di giudizio. Il 13 ottobre intraprende la carriera militare
nel Collegio Militare della Nunziatella. Sottotenente di fanteria (1886) e
colonnello dal 2 novembre 1890, comanda il 1° Reggimento fanteria “Re” a
Napoli. Senatore di diritto a 21 anni, nel 1894 raggiunge il grado di generale
di divisione ed è assegnato a Firenze.
Anche per bilanciare l'alleanza difensiva stipulata il 20
maggio 1882 con gli imperi di Germania e di Austria-Ungheria, i genitori e il
presidente dei ministri, Francesco Crispi, propiziano la sua attenzione per la
principessa Elena, sestogenita di Nicola Petrovic Niegos, principe di
Montenegro, uno Stato minuscolo ma rilevante nella penisola balcanica. Nata a
Cettigne l'8 gennaio 1871, di confessione ortodossa, poliglotta, Elena aveva
studiato nel Collegio Smolnyi di San Pietroburgo, coltivando letteratura e
belle arti. In vista delle nozze, si converte alla confessione cattolica. Il matrimonio
è celebrato a Roma il 24 ottobre 1896. Dall'11 agosto 1897 il principe comanda
il X corpo d'armata di stanza a Napoli.
Sul trono per la svolta liberale democratica
Con l'assassinio del padre per mano dell'anarchico Gaetano
Bresci (Monza, 29 luglio 1900), il principe diviene re d'Italia col nome di
Vittorio Emanuele III. Intercettato mentre è in navigazione nell'Egeo con
Elena, approda a Reggio di Calabria e raggiunge Monza in treno. “Impavido e
sicuro” giura fedeltà allo Statuto in presenza delle Camere e promette Unità e
Libertà, ma nelle leggi. “Chi rompe paga”. Nel febbraio 1901, alle dimissioni
dell'ottantenne Giuseppe Saracco, affida la presidenza del Consiglio al
democratico bresciano Giuseppe Zanardelli, massone, affiancato dal liberale
progressista Giovanni Giolitti ministro dell'Interno e già presidente del
Consiglio nel 1892-
1893.
Nel 1902 gli accordi economici italo-francesi superano anni
di tensioni tra Roma e Parigi. Nel dicembre 1903, alle dimissioni di Zanardelli
per motivi di salute, il re incarica Giolitti di formare il governo e si reca a
Londra in visita di Stato. Nell'aprile 1904 il presidente della Repubblica
francese Emile Loubet ricambia a Roma la visita compiuta da Vittorio Emanuele
III a Parigi nel 1902, suscitando l'irritazione di papa Pio X, che non
riconosce la sovranità dell'Italia sulla Città Eterna.
L'anno seguente le leggi anticlericali volute dal presidente
del Consiglio Emile Combes causano la rottura della relazioni diplomatiche
della Santa Sede con Parigi. Vittorio Emanuele III precorre la politica estera
del regno con il conferimento dell'Ordine della Santissima Annunziata,
comportante il rango di “cugino del re”, a capi di Stato e di governo di Paesi
anche non cattolici (anglicani, luterani, islamici e dell'Estremo Oriente).
Grazie al Re l'Italia va oltre i vincoli dell'alleanza con la Germania del
bellicoso Guglielmo II e con l'Austria-Ungheria di Francesco Giuseppe,
“imperatore degli impiccati” (come lo marchiò Giosue Carducci).
Il 15 settembre 1904 nel Castello di Racconigi (Cuneo) nasce
l'erede al trono, Umberto, creato principe di Piemonte. Divampa il primo
sciopero generale che Giolitti, presidente del Consiglio e ministro
dell'Interno, attende si smorzi da sé. Terzogenito, il principe Umberto era
stato preceduto da Iolanda (nata il 1° giugno 1901, andata sposa al conte
Giorgio Carlo Calvi di Bergolo il 9 aprile 1923) e da Mafalda (nata il 19
settembre 1902, unita in matrimonio al principe Filippo d’Assia il 23 settembre
1925). Lo seguiranno Giovanna (nata il 13 novembre 1907, sposa di Boris III,
zar dei Bulgari, il 25 ottobre 1930, nel quadro della penetrazione italiana
nell'Europa Orientale) e Maria (nata il 26 dicembre 1914, sposa del principe
Luigi di Borbone-Parma il 23 gennaio 1939).
La nascita di Umberto assicura la successione di maschio in
maschio secondo la legge “salica” dettata dall'articolo 2 dello Statuto
promulgato da Carlo Alberto di Sardegna il 4 marzo 1848 e fatto proprio dal
regno d'Italia. Diversamente la corona sarebbe passata ai “prossimi parenti”: verosimilmente
ai figli di suo cugino Emanuele Filiberto di Savoia, duca d'Aosta, nato il 13
gennaio 1869: i principi Amedeo, duca delle Puglie, nato il 21 ottobre 1898, e
Aimone, duca di Spoleto, nato il 9 marzo 1900.
Nel 1904 il re presenzia alla consacrazione della Grande
Sinagoga di Roma.
Su impulso dei governi, l'economia italiana registra una
netta espansione. La moneta è apprezzata
e consente di ridurre la rendita dal titoli di stato dal 5% al 3,5%, a
vantaggio del debito pubblico.
Nel 1907 la Somalia è costituita colonia del regno d'Italia,
sul modello dell'Eritrea, colonia dal 1890. Nel 1908 viene fondato in Roma
l'Istituto Internazionale per l'Agricoltura, fortemente voluto da Vittorio
Emanuele III, che sostiene con contributi personali le scienze agrarie e in
specie la cerealicoltura.
Anche in risposta all'annessione della Bosnia e
dell'Erzegovina da parte dell'impero d'Austria, il 23-25 ottobre 1909 Vittorio
Emanuele III accoglie lo zar di Russia Nicola II nel Castello di Racconigi, sua
proprietà personale e dimora prediletta. I governi di Roma e di San Pietroburgo
concordano consultazioni su ogni questione riguardante i Balcani, sempre più in
fermento.
Nel 1911 l'Italia dichiara guerra all'Impero turco-ottomano
per tutelare i diritti degli italiani in Tripolitania e Cirenaica ed evitare
che vengano occupate da altre potenze. L'Italia proclama la sovranità sulla
“quarta sponda” e nel 1912 libera Rodi e il Dodecanneso dal secolare dominio
turco.
Con la pace di Losanna (24 ottobre 1912) Roma ottiene dal
Sultano turco il riconoscimento della sovranità sulla Libia e conserva in pegno
Rodi e le Sporadi sino alla cessazione delle ostilità turche dirette e
indirette in “Libia”.
Il 14 marzo 1912 il re è bersaglio in Roma dell'attentatore
Antonio D'Alba. Anche alcuni socialisti, come Leonida Bissolati, si recano al
Quirinale per rallegrarsi dello scampato pericolo.
Espulsi dal partito socialista guidato da Filippo Turati e
Claudio Treves, i riformisti (Bissolati, Ivanoe Bonomi, Angiolo Cabrini...), ai
quali si contrappone il massimalista Benito Mussolini, fondano un partito.
In ottobre si svolgono in Italia le prime elezioni della
Camera dei deputati col voto di tutti i maschi maggiorenni se alfabeti e degli
analfabeti che abbiano prestato servizio militare o trentenni.
L'alleanza non ufficiale ma fattiva tra l'Unione elettorale
cattolica presieduta dal conte Ottorino Gentiloni e candidati liberali, anche
massoni, contro socialmassimalisti e repubblicani intransigenti assicura
un'ampia maggioranza di “moderati”, col sostegno esplicito o implicito di
radicali, socialisti riformisti e dei repubblicani convinti, fatti alla mano,
che la monarchia non ha alternative e che opera nell'interesse generale dei
cittadini.
Dopo le dimissioni di Saracco (presidente del Consiglio dal
giugno 1900 in successione al generale Luigi Pelloux) Vittorio Emanuele III
affida la presidenza a Zanardelli (1901), Giolitti (1903), Fortis (1905: due
ministeri), Sidney Sonnino (1906), Giolitti (1906), Sonnino (1909), Luigi Luzzatti
(1909) e nuovamente Giolitti. La cosiddetta “età giolittiana” (1900-1914)
registra la sequenza di dieci diversi governi in 14 anni. Il vero pilastro
dell'Italia non sono i presidenti del Consiglio o i ministri influenti ma è il
re in persona, capo dello Stato e cardine della politica estera e militare.
Il 21 marzo 1914 Antonio Salandra è nominato presidente del
Consiglio in successione a Giolitti.
In giugno nelle Marche e in Romagna dilaga la sanguinosa
“settimana rossa” anarco-sindacalista.
Il Re Soldato
Allo scoppio della conflagrazione europea (agosto) fra gli
Imperi Centrali (Germania e Austria- Ungheria, al cui fianco si schiereranno
impero turco e Bulgaria) e la Triplice Intesa anglo-francorussa, Salandra
annuncia la neutralità dell'Italia, perché Vienna e Berlino hanno dichiarato
guerra senza preavvertire Roma, come richiesto dalla Triplice Alleanza del
1882. Col trascorrere dei mesi il re fa trapelare il suo favore per la causa
dell'Intesa. Incoraggia il ministro degli Esteri Antonino Paternò Castello,
marchese di San Giuliano (fautore di una Quadruplice
anglo-franco-russoitaliana), e il suo successore, Sidney Sonnino, a stipulare
l'intervento a fianco della Triplice Intesa in cambio della sovranità italiana
su Trentino, Alto Adige, Venezia Giulia, Istria, forti posizioni sulla costa
dalmata, ingrandimenti coloniali in Africa, riconoscimento degli interessi
dell'Italia nei Luoghi Santi ed esclusione del papa dal congresso per la pace,
per impedire l'internazionalizzazione della sempre aperta “questione romana”.
Il 26 aprile 1915, tramite l'ambasciatore Guglielmo
Imperiali, il governo sottoscrive a Londra l’“arrangement” (accordo), che
comporta l'intervento in guerra entro trenta giorni “contro tutti i nemici
dell'Intesa”. Il 13 maggio, conscio della contrarietà della Camera
all'intervento, Salandra rassegna le dimissioni. Giolitti, fautore della
trattativa diplomatica per ottenere “compensi” dall'Austria-Ungheria senza
ricorso alle armi, rifiuta la presidenza del Consiglio e lascia Roma sotto pericolo
di attentato alla sua vita. Confermato in carica (17 maggio), il governo
Salandra ottiene poteri straordinari “in caso di guerra” (20-21 maggio). Il 23
il re dichiara la guerra con effetto dall'indomani, ma solo contro l'impero
austro-ungarico. L'Italia disattende l'accordo di Londra, suscitando la
diffidenza degli alleati. La guerra contro la Germania verrà dichiarata solo
nell'agosto 1916.
Affidato il comando supremo dell'esercito al capo di Stato
Maggiore Generale Luigi Cadorna (in carica dal 10 luglio 1914), il re
conferisce la Luogotenenza per gli affari ordinari allo zio Tommaso di Savoia,
duca di Genova, e si trasferisce a Torreano di Martignacco, presso Udine, per
seguire da vicino le operazioni belliche. Mentre la regina Elena allestisce a
Roma l'ospedale territoriale n. 1 e si prodiga nell'assistenza ai feriti e alle
famiglie dei caduti, Vittorio Emanuele III vive da soldato con spartana
semplicità e percorre instancabilmente il fronte di guerra, spesso sotto il
tiro nemico.
Media e compone le tensioni tra i presidenti del Consiglio
(Salandra, sino al giugno 1916; Paolo Boselli, dimissionario il 24 ottobre
1917; Vittorio Emanuele Orlando, in carica dal 30 ottobre 1917) e il Comando
Supremo (Cadorna e, dal 9 novembre 1917, Armando Diaz).
L'8 novembre, dopo la ritirata del fronte dall'Isonzo al
Piave sotto l'offensiva austro-germanica iniziata nella conca di Caporetto il
24 ottobre, il re presiede il convegno interalleato a Peschiera del Garda.
Parlando fluentemente in inglese e francese, ribadisce l'impegno dell'Italia a
combattere sino alla vittoria. Sconfitto dall'esercito italiano nella battaglia
di Vittorio Veneto e in preda alla dissoluzione per la rivolta al suo interno
delle “nazioni senza Stato” l'impero d'Austria chiede l'armistizio, in vigore
dal 4 novembre. L'Italia annette Trentino-Alto Adige, Venezia Giulia e Istria.
Al Congresso di pace radunato a Parigi dal 1919, il governo
chiede invano l'assegnazione di Fiume oltre a quanto previsto dall'accordo di
Londra. Travolto alla Camera, delusa per la sua condotta, il 23 giugno (prima
della firma del Trattato di pace con la Germania a Versailles, 28 giugno)
Orlando si dimette ed è sostituito da Francesco Saverio Nitti. Il 10 settembre
il Trattato di pace con l'Austria (Saint-Germain) assegna all'Italia le terre
liberate (annesse senza plebiscito confermativo) ma le nega Fiume. Il 12
Gabriele d'Annunzio occupa Fiume, al comando di militari sediziosi e di
volontari. Il 25 il re convoca il presidente del Consiglio, gli ex presidenti e
i capigruppo della Camera. Invitati ma assenti i socialisti, l'informale
“consiglio della Corona” esclude l'annessione di Fiume.
Il 16 novembre viene eletta la prima Camera dei deputati con
suffragio universale maschile e riparto proporzionale dei seggi. Prevalgono,
con 150 seggi, il partito socialista e, con 106, il Partito popolare italiano
(cattolico) fondato il 18 gennaio su impulso di don Luigi Sturzo. I
“costituzionali” si frammentano in molti gruppi. I “fascisti” non ottengono
alcun deputato. All'inaugurazione della Legislatura i socialisti escono
dall'Aula rumoreggiando mentre il re pronuncia il Discorso della Corona.
Dopo ampio “rimpasto” e due diversi ministeri, Nitti è
sostituito da Giolitti che propone ordine, disciplina e drastica riduzione del
debito pubblico. All'indomani dell'“occupazione delle fabbriche”, promossa in
settembre dall'ala rivoluzionaria dei socialisti decisi a “fare come in Russia”
ma esaurita in poche settimane, il 4 novembre viene celebrata all'Altare della
Patria la Festa delle Bandiere. Nel gennaio 1921 dal partito socialista
italiano, radunato a congresso in Livorno, nasce per scissione il Partito
comunista d'Italia, aderente alla Terza Internazionale fondata a Mosca da
Lenin. Su proposta di Giolitti, il re scioglie la Camera e
indice nuove elezioni (15 maggio). Alla Camera, presieduta da Enrico De Nicola,
si formano quattordici gruppi parlamentari. L'opposizione dei democratici
sociali alla politica estera del governo induce Giolitti a dimettersi. Gli
subentra Bonomi, rieletto nelle file di un “blocco nazionale” comprendente
liberali, democratici, agrari e fascisti. A inizio novembre nasce il Partito
nazionale fascista, precorso dai fasci di combattimento, sorti dal marzo 1919
su impulso di Benito Mussolini, già socialmassimalista e interventista. Alla “scioperomania”
del “biennio rosso” (1919-1920) segue una guerra civile a bassa intensità con protagoniste
le “squadre” fasciste e le “guardie rosse”.
Il 4 novembre Vittorio Emanuele III presiede la Tumulazione
del Milite Ignoto all'Altare della Patria: la solenne cerimonia mira a placare
le tensioni in nome dei caduti per la Patria.
La lunga crisi del Parlamento
Nell'ottobre del 1922, caduti sette governi in quattro anni
(Orlando, due ministeri Nitti, Giolitti,
Bonomi e due ministeri presieduti da Luigi Facta), dinnanzi alla
minaccia di mobilitazione dello squadrismo fascista i maggiorenti dell'arco
costituzionale ritengono inevitabile l'ingresso dei fascisti nel governo. Preso
atto delle dimissioni di Facta (27 ottobre), che rimane in carica per
l'ordinaria amministrazione, il re rifiuta di firmare lo stato d'assedio
incautamente diramato dal governo (28 ottobre) e, sentiti maggiorenti politici
ed esponenti degli interessi generali del Paese, il 30 affida la formazione del
governo al trentanovenne Mussolini, capo del gruppo parlamentare del Partito nazionale
fascista. Mussolini presiede una coalizione comprendente fascisti,
nazionalisti, liberali di varie gradazioni, giolittiani, democratici sociali,
popolari, il filosofo Giovanni Gentile alla Pubblica istruzione e due
prestigiosi militari alla Guerra (Armando Diaz) e alla Marina (Paolo Thaon di Revel).
La crisi extraparlamentare viene così ricondotta nei binari istituzionali senza
necessità di misure straordinarie. In novembre le Camere accordano amplissima
maggioranza al governo.
A metà febbraio del 1923, ottenuta la dichiarazione di
incompatibilità tra fasci e logge massoniche, i nazionalisti confluiscono nel
Partito nazionale fascista, che conta 50 deputati su 535.
Le “squadre” vengono riorganizzate nella Milizia volontaria
di sicurezza nazionale.
La nuova legge elettorale (approvata nel 1923) assegna il 66%
dei seggi al partito che ottenga i 25% dei voti validi. Alle elezioni del 6
aprile 1924 la Lista Nazionale, orchestrata dal PNF, ottiene il 66% dei voti e due terzi dei seggi. Gli
iscritti al PNF sono 227 su 535 (42%). Sollecitato dalle opposizioni a intervenire per mutare il
quadro politico, segnato dal rapimento e morte del deputato socialista Giacomo
Matteotti (10 giugno), il cui cadavere è rivenuto a Ferragosto, il re invita a portare
il confronto in Parlamento, ove molti liberali (compresi Benedetto Croce e
Giolitti) continuano a sostenere il governo in assenza di una chiara
alternativa (da alcuni immaginata quale ministero di transizione, con forte
componente militare).
Parte delle opposizioni (socialisti, repubblicani, popolari e
seguaci del democratico Giovanni Amendola)
disertano l'Aula (il cosiddetto “Aventino”), a differenza dei giolittiani e del
Partito comunista d'Italia (Antonio Gramsci). La loro assenza dalla Camera
spiana la strada a Mussolini. Il “duce” da un canto ostenta rispetto per le
regole istituzionali e parlamentari ed evita di entrare in conflitto con la
Corona, dall'altro mira a accrescere il proprio potere personale.




