IL 2 GIUGNO
La mattina del 2 giugno la
vita al Quirinale si svolse come di consueto, contrassegnata da un unico
avvenimento: l'udienza solenne con la quale il re ricevette il nuovo ministro
del Portogallo che gli presentò le credenziali. Era la prima udienza solenne che
Umberto dava come sovrano: e il caso volle che essa fosse riservata al rappresentante
del Paese che Umberto II, undici giorni dopo, avrebbe all'improvviso
raggiunto.
Sin dalle prime ore, quel
giorno Roma era animatissima: file interminabili dinanzi ai seggi elettorali,
volti seri, eccezionale disciplina.
Per la prima volta anche le
donne votavano. A molte, soltanto all'ultimo momento venne spiegato come
doveva svolgersi tale procedura. Altra complicazione per la gente semplice:
dover usare due schede.
La regina si recò a votare nel
tardo pomeriggio, al seggio di via dell'Umiltà, e venne salutata da ovazioni
calorose. Il re votò il 3 mattina, a via Lovanio, accompagnato dal ministro
della Real Casa.
Fu tentato qualche applauso,
ma il presidente del seggio protestò: il che era nel suo pieno diritto. Tuttavia
ebbe il cattivo gusto di insistere nelle proteste anche col sovrano. Umberto,
come sempre, non perse né la calma né la serenità.
Nel pomeriggio del 3 giugno, chiusi
i seggi, cominciò lo spoglio delle schede. Fu allora che si constatò un primo
grave errore delle destre: ben trecento seggi a Roma erano privi di scrutatori
monarchici! Si corse ai ripari, si cercarono persone di buona volontà: ma
ormai era tardi.
Comunque le prime notizie che
giunsero erano consolanti: Torino, contro ogni aspettativa, aveva dato iI 40%
dei voti alla monarchia, Milano il 39%, mentre si temeva soltanto il 20%.
Alle 17 del 4 giugno, da fonte degna di fede, si seppe che v'erano due milioni
di maggioranza monarchica. La regina ricevette nel pomeriggio un gruppo di
signore che maggiormente s'erano prodigate in quel giorni e fissò per
l'indomani altre udienze. All'una di notte si apprese che la monarchia aveva
raggiunto il 59% dei voti... Fu a questo punto che negli ambienti di sinistra
che dirigevano le elezioni cominciarono misteriose telefonate tra Roma e Milano.
Si giunse all'alba del 5: fra le due e le quattro del mattino la Repubblica
era nata.
La notizia raggiunse i
direttori dei giornali nelle rispettive tipografie; quelli di destra cercarono
vanamente una smentita («Romita era andato a dormire»), e quelli di sinistra
sbandierarono i titoli della vittoria, già composti.
Quella mattina al Quirinale
l'ufficio dei Mastri apparve gremito: persone che da tempo non s'erano più
viste, si presentavano, quasi in visita di condoglianze.
Alle 10,30 giunse De Gasperi.
La grossa automobile nera apparve come un lugubre presagio. Il presidente sali
dal Re, Il colloquio fu lungo e difficile. Umberto II si dimostrò molto
dignitoso nel ricevere, calmissimo, la notizia che De Gasperi gli recava:
nessuna parola di risentimento o di critica usci dal suo labbro.
Quando il presidente usci,
pare abbia detto agli ufficiali d'ordinanza del re: «Peccato, è un uomo
politico d'eccezione».
Il centralino del Quirinale
quel pomeriggio non rispose più: la sorveglianza divenne ferrea. Si poteva
comunicare col palazzo soltanto a mezzo del centralino militare. Su Roma pareva
fosse sceso un drappo funebre.
In quella drammatica atmosfera
la persona più serena fu come sempre il re: prese ogni decisione con una calma
superiore ad ogni commento od elogio.
Avvenimenti gravi si andavano
preparando. Alle 14 la regina con i figli partì in aereo per Napoli accompagnata
dalla dama contessa Guendalina Spalletti e dal generale Infante. La decisione
fu -così affrettata e inattesa, che solo poche persone riuscirono a
salutare la sovrana. A Napoli ella scese alla villa Rosebery ove nel-
passato aveva trascorso tante ore felici.
Benché effettuatosi nel più
stretto incognito, l'arrivo venne tuttavia appreso dal popolo napoletano e la
notizia si propalò immediatamente; furono organizzati cortei che la polizia
alleata sciolse.
I napoletani non volevano che
la regina partisse, non volevano che lasciasse il suolo della patria... l'avrebbero
assistita, difesa! La sovrana ne fu commossa, fece telefonare dal generale
Infante al re perché le fosse concesso di rimanere alcuni giorni a Napoli. Ma
alle prime luci del giorno, due automobili uscirono dalla villa Rosebery
dirigendosi al porto: Maria José s'imbarcò con i figli sulla stessa nave da
guerra che un mese prima aveva recato in esilio i vecchi sovrani. Insieme con
la regina s'imbarcarono pure i duchi d'Ancona e di Genova, con i seguiti.
DRAMMATICA ATTESA
Rimasto solo nel grande
palazzo del Quirinale, dopo aver ricevuto alcuni uomini politici, il re volle
uscire e fece un rapido giro per la città, su una vettura 1500, seduto accanto
all'autista. Pensieri di malinconia, di rimpianto, ricordi in tumulto... O
forse nessun pensiero, ma soltanto un bisogno acuto di dimenticare, almeno per
pochi minuti, e respirare liberamente, così come liberamente respiravano quei
passanti che si erano battuti con lui contro di lui.
Umberto tornò tardi al
Quirinale ed espresse il desiderio di pranzare alla Corte Nobile (ciò che non
era mai avvenuto), per salutare i dignitari di palazzo. Quando apparve.,
i sedici convitati scattavano sull'attenti. Erano presenti, oltre il vecchio conte
di Torino e il duca d'Aosta, che sedettero il primo alla destra e il secondo
alla sinistra del re, anche il generale Cassiani, il marchese Spinola, i mastri
Graziani, Marini Clarelli e Pallavicino.
L'atmosfera era greve, piena
di tristezza; e per quanto si cercasse da parte di tutti d'avviare la conversazione
su temi diversi e qualsiasi, il senso della tragedia incombente era in
ciascuno. I due principi del sangue sapevano che il giorno dopo avrebbero dovuto
partire essi pure per l'esilio; e pare che il conte di Torino abbia detto:
Sono vecchio, quasi cieco, se
parto non rivedrò più l'Italia; quale fastidio potrei dare ormai alla repubblica?».
Umberto si trattenne a lungo
con gli invitati, ricordando episodi della propria giovinezza, non facendo
piani per il futuro. Avrebbe per ora atteso, da solo, il verdetto della
Cassazione, fissato al 18 giugno.
Si diceva nella capitale che
numerosi gruppi di monarchici armati fossero pronti per venire dal Sud onde
impedire, anche con la forza, la partenza del re. Ma il sovrano rifiutò sempre
proposte o progetti del genere: «Non voglio che una sola goccia di sangue sia
sparsa per la monarchia, l'Italia ha già troppo sofferto...».
Egli aveva piena fiducia nella
magistratura, e si sapeva, nell'attesa del verdetto finale, che il procuratore
generale dello Stato, Massimo Pilotti, era uomo integerrimo e italianissimo,
deciso a impedire ogni genere di "brogli".
Fra i monarchici regnava la
maggiore incertezza: v'era persino chi sosteneva che occorresse far convocare
il Senato In alta Corte per giudicare i ministri, i quali, avendo giurato nelle
mani del re, lo avevano tradito. Sostenitore di questa idea era l'avvocato
Bartolino. Contrari a questa tesi (se non altro per l'evidente impossibilità
di attuazione) i senatori Della Torretta e Bergamini, ai quali il Bartolino
aveva esposto la propria idea.
Intanto a Napoli si moltiplicavano
i comizi di protesta, duramente impediti dalla polizia, specie di un reparto
Celere spedito dal Nord. Vi furono morti e feriti.
Al Quirinale, tutto continuava
in apparenza come prima; quale fatto eccezionale, si notava un grande afflusso
di gente di tutti i ceti e di tutte le età: venivano a salutare il sovrano. La
mattina del 7, più di trecento persone aspettavano nel
l'anticamera delle udienze al
primo piano. Vecchi generali a riposo, ammiragli, medaglie d'oro, diplomatici,
tutti sorpresi e commossi come fanciulli. Lo studio del re tenne costantemente
la porta aperta: era un andirivieni confuso e senza sosta. Il comandante Balbo
avrebbe voluto ordinare, con rigidità protocollare, quel caotico movimento
non pensando che la storia una volta in cammino non si fa annunciare da
nessuno.
In piedi, pallido, Umberto pareva
l'ombra di sé stesso. Prese la mano della povera marchesa di M., il cui marito
era stato fucilato dai tedeschi, e la strinse a lungo. «Non parta, Maestà! La
monarchia è stata l'ideale per cui mio marito è morto...»
disse la marchesa. La risposta del re vibrò
nell'aria come un monito: In qualunque momento il popolo italiano avesse
bisogno di me, e-se il bene del Paese lo esigesse, tornerei. Ora
debbo partire: alle frontiere si spia un'occasione propizia per approfittare
d'una nostra discordia interna
Dopo una pausa si lasciò
sfuggire con viva amarezza «! «Per due anni mi hanno offeso in tutti i modi...
mi hanno calunniato! Parto per la tranquillità del Paese che amo, e credo di
averlo dimostrato in questi pochi giorni di regno...»
Non ebbe mai parole di risentimento
per nessuno.
Quella stessa mattina l'ammiraglio
Stone si recò al Quirinale in una lussuosa automobile nera. Nessun mastro
delle cerimonie gli andò incontro: seguito dal suo ufficiale di bandiera,
ostentando un passo sportivo, salì i pochi gradini della vetrata in fondo al
cortile; poi usò l'ascensore per raggiungere il primo piano. Venne subito introdotto
presso Umberto, e vi si trattenne pochi minuti.




