di Aldo A. Mola
Uno dei tanti borghi d'Italia, ghiotto di sabaritiche
sardelle, ha deliberato di cancellare il nome di Vittorio Emanuele III da una
sua via. Gli imputa di aver portato “la Monarchia” (sic) da Roma a Brindisi
dopo l'8 settembre 1943. Il trasferimento (non “fuga”) dei Reali e del governo
salvò la continuità dello Stato e fu premessa della Riscossa. Quale sorte
attendono i nomi di altre vie di quel borgo? Sono intitolate alla Regina Elena
e ad eventi legati alla figura del Re: Trento, Trieste, Bainsizza, Piave, Monte
Grappa, Carso, Peschiera, Zara… Verranno tutti cancellati? Allora rimarrà solo
via dei Saraceni, a ricordo delle scorrerie, prima arabe poi turche, di cui per
secoli le coste italiane furono vittime, come accadde anche a quel borgo.
Forse prima di cancellare i nomi della Storia è bene
studiarla con animo sereno. Perciò proponiamo un profilo sintetico di Vittorio
Emanuele III (Napoli, 11 novembre 1869 – Alessandria d'Egitto, 28 dicembre
1947) terzo Re d'Italia. Nell'80° della sua partenza per l'Egitto (9 maggio 1946),
lo suddividiamo in due “puntate”.
Principe ereditario
Vittorio Emanuele di Savoia nasce a Napoli l'11 novembre
1869. Figlio di Umberto, principe di Piemonte ed erede al trono d'Italia e di
Margherita di Savoia, sua cugina prima, è battezzato con i nomi di Vittorio
Emanuele Ferdinando Maria Gennaro. È creato principe di Napoli dal nonno, Vittorio
Emanuele II (1820-1878), re di Sardegna dal 1849 e d'Italia dal 1861. Alla
morte di quest’ultimo egli diviene erede al trono d'Italia. Nel 1885 il
colonnello Egidio Osio, già addetto militare all'Ambasciata d'Italia a Berlino,
è incaricato della sua formazione. Negli studi dà prova di metodicità, tenacia,
memoria ferrea e acume di giudizio. Il 13 ottobre intraprende la carriera militare
nel Collegio Militare della Nunziatella. Sottotenente di fanteria (1886) e
colonnello dal 2 novembre 1890, comanda il 1° Reggimento fanteria “Re” a
Napoli. Senatore di diritto a 21 anni, nel 1894 raggiunge il grado di generale
di divisione ed è assegnato a Firenze.
Anche per bilanciare l'alleanza difensiva stipulata il 20
maggio 1882 con gli imperi di Germania e di Austria-Ungheria, i genitori e il
presidente dei ministri, Francesco Crispi, propiziano la sua attenzione per la
principessa Elena, sestogenita di Nicola Petrovic Niegos, principe di
Montenegro, uno Stato minuscolo ma rilevante nella penisola balcanica. Nata a
Cettigne l'8 gennaio 1871, di confessione ortodossa, poliglotta, Elena aveva
studiato nel Collegio Smolnyi di San Pietroburgo, coltivando letteratura e
belle arti. In vista delle nozze, si converte alla confessione cattolica. Il matrimonio
è celebrato a Roma il 24 ottobre 1896. Dall'11 agosto 1897 il principe comanda
il X corpo d'armata di stanza a Napoli.
Sul trono per la svolta liberale democratica
Con l'assassinio del padre per mano dell'anarchico Gaetano
Bresci (Monza, 29 luglio 1900), il principe diviene re d'Italia col nome di
Vittorio Emanuele III. Intercettato mentre è in navigazione nell'Egeo con
Elena, approda a Reggio di Calabria e raggiunge Monza in treno. “Impavido e
sicuro” giura fedeltà allo Statuto in presenza delle Camere e promette Unità e
Libertà, ma nelle leggi. “Chi rompe paga”. Nel febbraio 1901, alle dimissioni
dell'ottantenne Giuseppe Saracco, affida la presidenza del Consiglio al
democratico bresciano Giuseppe Zanardelli, massone, affiancato dal liberale
progressista Giovanni Giolitti ministro dell'Interno e già presidente del
Consiglio nel 1892-
1893.
Nel 1902 gli accordi economici italo-francesi superano anni
di tensioni tra Roma e Parigi. Nel dicembre 1903, alle dimissioni di Zanardelli
per motivi di salute, il re incarica Giolitti di formare il governo e si reca a
Londra in visita di Stato. Nell'aprile 1904 il presidente della Repubblica
francese Emile Loubet ricambia a Roma la visita compiuta da Vittorio Emanuele
III a Parigi nel 1902, suscitando l'irritazione di papa Pio X, che non
riconosce la sovranità dell'Italia sulla Città Eterna.
L'anno seguente le leggi anticlericali volute dal presidente
del Consiglio Emile Combes causano la rottura della relazioni diplomatiche
della Santa Sede con Parigi. Vittorio Emanuele III precorre la politica estera
del regno con il conferimento dell'Ordine della Santissima Annunziata,
comportante il rango di “cugino del re”, a capi di Stato e di governo di Paesi
anche non cattolici (anglicani, luterani, islamici e dell'Estremo Oriente).
Grazie al Re l'Italia va oltre i vincoli dell'alleanza con la Germania del
bellicoso Guglielmo II e con l'Austria-Ungheria di Francesco Giuseppe,
“imperatore degli impiccati” (come lo marchiò Giosue Carducci).
Il 15 settembre 1904 nel Castello di Racconigi (Cuneo) nasce
l'erede al trono, Umberto, creato principe di Piemonte. Divampa il primo
sciopero generale che Giolitti, presidente del Consiglio e ministro
dell'Interno, attende si smorzi da sé. Terzogenito, il principe Umberto era
stato preceduto da Iolanda (nata il 1° giugno 1901, andata sposa al conte
Giorgio Carlo Calvi di Bergolo il 9 aprile 1923) e da Mafalda (nata il 19
settembre 1902, unita in matrimonio al principe Filippo d’Assia il 23 settembre
1925). Lo seguiranno Giovanna (nata il 13 novembre 1907, sposa di Boris III,
zar dei Bulgari, il 25 ottobre 1930, nel quadro della penetrazione italiana
nell'Europa Orientale) e Maria (nata il 26 dicembre 1914, sposa del principe
Luigi di Borbone-Parma il 23 gennaio 1939).
La nascita di Umberto assicura la successione di maschio in
maschio secondo la legge “salica” dettata dall'articolo 2 dello Statuto
promulgato da Carlo Alberto di Sardegna il 4 marzo 1848 e fatto proprio dal
regno d'Italia. Diversamente la corona sarebbe passata ai “prossimi parenti”: verosimilmente
ai figli di suo cugino Emanuele Filiberto di Savoia, duca d'Aosta, nato il 13
gennaio 1869: i principi Amedeo, duca delle Puglie, nato il 21 ottobre 1898, e
Aimone, duca di Spoleto, nato il 9 marzo 1900.
Nel 1904 il re presenzia alla consacrazione della Grande
Sinagoga di Roma.
Su impulso dei governi, l'economia italiana registra una
netta espansione. La moneta è apprezzata
e consente di ridurre la rendita dal titoli di stato dal 5% al 3,5%, a
vantaggio del debito pubblico.
Nel 1907 la Somalia è costituita colonia del regno d'Italia,
sul modello dell'Eritrea, colonia dal 1890. Nel 1908 viene fondato in Roma
l'Istituto Internazionale per l'Agricoltura, fortemente voluto da Vittorio
Emanuele III, che sostiene con contributi personali le scienze agrarie e in
specie la cerealicoltura.
Anche in risposta all'annessione della Bosnia e
dell'Erzegovina da parte dell'impero d'Austria, il 23-25 ottobre 1909 Vittorio
Emanuele III accoglie lo zar di Russia Nicola II nel Castello di Racconigi, sua
proprietà personale e dimora prediletta. I governi di Roma e di San Pietroburgo
concordano consultazioni su ogni questione riguardante i Balcani, sempre più in
fermento.
Nel 1911 l'Italia dichiara guerra all'Impero turco-ottomano
per tutelare i diritti degli italiani in Tripolitania e Cirenaica ed evitare
che vengano occupate da altre potenze. L'Italia proclama la sovranità sulla
“quarta sponda” e nel 1912 libera Rodi e il Dodecanneso dal secolare dominio
turco.
Con la pace di Losanna (24 ottobre 1912) Roma ottiene dal
Sultano turco il riconoscimento della sovranità sulla Libia e conserva in pegno
Rodi e le Sporadi sino alla cessazione delle ostilità turche dirette e
indirette in “Libia”.
Il 14 marzo 1912 il re è bersaglio in Roma dell'attentatore
Antonio D'Alba. Anche alcuni socialisti, come Leonida Bissolati, si recano al
Quirinale per rallegrarsi dello scampato pericolo.
Espulsi dal partito socialista guidato da Filippo Turati e
Claudio Treves, i riformisti (Bissolati, Ivanoe Bonomi, Angiolo Cabrini...), ai
quali si contrappone il massimalista Benito Mussolini, fondano un partito.
In ottobre si svolgono in Italia le prime elezioni della
Camera dei deputati col voto di tutti i maschi maggiorenni se alfabeti e degli
analfabeti che abbiano prestato servizio militare o trentenni.
L'alleanza non ufficiale ma fattiva tra l'Unione elettorale
cattolica presieduta dal conte Ottorino Gentiloni e candidati liberali, anche
massoni, contro socialmassimalisti e repubblicani intransigenti assicura
un'ampia maggioranza di “moderati”, col sostegno esplicito o implicito di
radicali, socialisti riformisti e dei repubblicani convinti, fatti alla mano,
che la monarchia non ha alternative e che opera nell'interesse generale dei
cittadini.
Dopo le dimissioni di Saracco (presidente del Consiglio dal
giugno 1900 in successione al generale Luigi Pelloux) Vittorio Emanuele III
affida la presidenza a Zanardelli (1901), Giolitti (1903), Fortis (1905: due
ministeri), Sidney Sonnino (1906), Giolitti (1906), Sonnino (1909), Luigi Luzzatti
(1909) e nuovamente Giolitti. La cosiddetta “età giolittiana” (1900-1914)
registra la sequenza di dieci diversi governi in 14 anni. Il vero pilastro
dell'Italia non sono i presidenti del Consiglio o i ministri influenti ma è il
re in persona, capo dello Stato e cardine della politica estera e militare.
Il 21 marzo 1914 Antonio Salandra è nominato presidente del
Consiglio in successione a Giolitti.
In giugno nelle Marche e in Romagna dilaga la sanguinosa
“settimana rossa” anarco-sindacalista.
Il Re Soldato
Allo scoppio della conflagrazione europea (agosto) fra gli
Imperi Centrali (Germania e Austria- Ungheria, al cui fianco si schiereranno
impero turco e Bulgaria) e la Triplice Intesa anglo-francorussa, Salandra
annuncia la neutralità dell'Italia, perché Vienna e Berlino hanno dichiarato
guerra senza preavvertire Roma, come richiesto dalla Triplice Alleanza del
1882. Col trascorrere dei mesi il re fa trapelare il suo favore per la causa
dell'Intesa. Incoraggia il ministro degli Esteri Antonino Paternò Castello,
marchese di San Giuliano (fautore di una Quadruplice
anglo-franco-russoitaliana), e il suo successore, Sidney Sonnino, a stipulare
l'intervento a fianco della Triplice Intesa in cambio della sovranità italiana
su Trentino, Alto Adige, Venezia Giulia, Istria, forti posizioni sulla costa
dalmata, ingrandimenti coloniali in Africa, riconoscimento degli interessi
dell'Italia nei Luoghi Santi ed esclusione del papa dal congresso per la pace,
per impedire l'internazionalizzazione della sempre aperta “questione romana”.
Il 26 aprile 1915, tramite l'ambasciatore Guglielmo
Imperiali, il governo sottoscrive a Londra l’“arrangement” (accordo), che
comporta l'intervento in guerra entro trenta giorni “contro tutti i nemici
dell'Intesa”. Il 13 maggio, conscio della contrarietà della Camera
all'intervento, Salandra rassegna le dimissioni. Giolitti, fautore della
trattativa diplomatica per ottenere “compensi” dall'Austria-Ungheria senza
ricorso alle armi, rifiuta la presidenza del Consiglio e lascia Roma sotto pericolo
di attentato alla sua vita. Confermato in carica (17 maggio), il governo
Salandra ottiene poteri straordinari “in caso di guerra” (20-21 maggio). Il 23
il re dichiara la guerra con effetto dall'indomani, ma solo contro l'impero
austro-ungarico. L'Italia disattende l'accordo di Londra, suscitando la
diffidenza degli alleati. La guerra contro la Germania verrà dichiarata solo
nell'agosto 1916.
Affidato il comando supremo dell'esercito al capo di Stato
Maggiore Generale Luigi Cadorna (in carica dal 10 luglio 1914), il re
conferisce la Luogotenenza per gli affari ordinari allo zio Tommaso di Savoia,
duca di Genova, e si trasferisce a Torreano di Martignacco, presso Udine, per
seguire da vicino le operazioni belliche. Mentre la regina Elena allestisce a
Roma l'ospedale territoriale n. 1 e si prodiga nell'assistenza ai feriti e alle
famiglie dei caduti, Vittorio Emanuele III vive da soldato con spartana
semplicità e percorre instancabilmente il fronte di guerra, spesso sotto il
tiro nemico.
Media e compone le tensioni tra i presidenti del Consiglio
(Salandra, sino al giugno 1916; Paolo Boselli, dimissionario il 24 ottobre
1917; Vittorio Emanuele Orlando, in carica dal 30 ottobre 1917) e il Comando
Supremo (Cadorna e, dal 9 novembre 1917, Armando Diaz).
L'8 novembre, dopo la ritirata del fronte dall'Isonzo al
Piave sotto l'offensiva austro-germanica iniziata nella conca di Caporetto il
24 ottobre, il re presiede il convegno interalleato a Peschiera del Garda.
Parlando fluentemente in inglese e francese, ribadisce l'impegno dell'Italia a
combattere sino alla vittoria. Sconfitto dall'esercito italiano nella battaglia
di Vittorio Veneto e in preda alla dissoluzione per la rivolta al suo interno
delle “nazioni senza Stato” l'impero d'Austria chiede l'armistizio, in vigore
dal 4 novembre. L'Italia annette Trentino-Alto Adige, Venezia Giulia e Istria.
Al Congresso di pace radunato a Parigi dal 1919, il governo
chiede invano l'assegnazione di Fiume oltre a quanto previsto dall'accordo di
Londra. Travolto alla Camera, delusa per la sua condotta, il 23 giugno (prima
della firma del Trattato di pace con la Germania a Versailles, 28 giugno)
Orlando si dimette ed è sostituito da Francesco Saverio Nitti. Il 10 settembre
il Trattato di pace con l'Austria (Saint-Germain) assegna all'Italia le terre
liberate (annesse senza plebiscito confermativo) ma le nega Fiume. Il 12
Gabriele d'Annunzio occupa Fiume, al comando di militari sediziosi e di
volontari. Il 25 il re convoca il presidente del Consiglio, gli ex presidenti e
i capigruppo della Camera. Invitati ma assenti i socialisti, l'informale
“consiglio della Corona” esclude l'annessione di Fiume.
Il 16 novembre viene eletta la prima Camera dei deputati con
suffragio universale maschile e riparto proporzionale dei seggi. Prevalgono,
con 150 seggi, il partito socialista e, con 106, il Partito popolare italiano
(cattolico) fondato il 18 gennaio su impulso di don Luigi Sturzo. I
“costituzionali” si frammentano in molti gruppi. I “fascisti” non ottengono
alcun deputato. All'inaugurazione della Legislatura i socialisti escono
dall'Aula rumoreggiando mentre il re pronuncia il Discorso della Corona.
Dopo ampio “rimpasto” e due diversi ministeri, Nitti è
sostituito da Giolitti che propone ordine, disciplina e drastica riduzione del
debito pubblico. All'indomani dell'“occupazione delle fabbriche”, promossa in
settembre dall'ala rivoluzionaria dei socialisti decisi a “fare come in Russia”
ma esaurita in poche settimane, il 4 novembre viene celebrata all'Altare della
Patria la Festa delle Bandiere. Nel gennaio 1921 dal partito socialista
italiano, radunato a congresso in Livorno, nasce per scissione il Partito
comunista d'Italia, aderente alla Terza Internazionale fondata a Mosca da
Lenin. Su proposta di Giolitti, il re scioglie la Camera e
indice nuove elezioni (15 maggio). Alla Camera, presieduta da Enrico De Nicola,
si formano quattordici gruppi parlamentari. L'opposizione dei democratici
sociali alla politica estera del governo induce Giolitti a dimettersi. Gli
subentra Bonomi, rieletto nelle file di un “blocco nazionale” comprendente
liberali, democratici, agrari e fascisti. A inizio novembre nasce il Partito
nazionale fascista, precorso dai fasci di combattimento, sorti dal marzo 1919
su impulso di Benito Mussolini, già socialmassimalista e interventista. Alla “scioperomania”
del “biennio rosso” (1919-1920) segue una guerra civile a bassa intensità con protagoniste
le “squadre” fasciste e le “guardie rosse”.
Il 4 novembre Vittorio Emanuele III presiede la Tumulazione
del Milite Ignoto all'Altare della Patria: la solenne cerimonia mira a placare
le tensioni in nome dei caduti per la Patria.
La lunga crisi del Parlamento
Nell'ottobre del 1922, caduti sette governi in quattro anni
(Orlando, due ministeri Nitti, Giolitti,
Bonomi e due ministeri presieduti da Luigi Facta), dinnanzi alla
minaccia di mobilitazione dello squadrismo fascista i maggiorenti dell'arco
costituzionale ritengono inevitabile l'ingresso dei fascisti nel governo. Preso
atto delle dimissioni di Facta (27 ottobre), che rimane in carica per
l'ordinaria amministrazione, il re rifiuta di firmare lo stato d'assedio
incautamente diramato dal governo (28 ottobre) e, sentiti maggiorenti politici
ed esponenti degli interessi generali del Paese, il 30 affida la formazione del
governo al trentanovenne Mussolini, capo del gruppo parlamentare del Partito nazionale
fascista. Mussolini presiede una coalizione comprendente fascisti,
nazionalisti, liberali di varie gradazioni, giolittiani, democratici sociali,
popolari, il filosofo Giovanni Gentile alla Pubblica istruzione e due
prestigiosi militari alla Guerra (Armando Diaz) e alla Marina (Paolo Thaon di Revel).
La crisi extraparlamentare viene così ricondotta nei binari istituzionali senza
necessità di misure straordinarie. In novembre le Camere accordano amplissima
maggioranza al governo.
A metà febbraio del 1923, ottenuta la dichiarazione di
incompatibilità tra fasci e logge massoniche, i nazionalisti confluiscono nel
Partito nazionale fascista, che conta 50 deputati su 535.
Le “squadre” vengono riorganizzate nella Milizia volontaria
di sicurezza nazionale.
La nuova legge elettorale (approvata nel 1923) assegna il 66%
dei seggi al partito che ottenga i 25% dei voti validi. Alle elezioni del 6
aprile 1924 la Lista Nazionale, orchestrata dal PNF, ottiene il 66% dei voti e due terzi dei seggi. Gli
iscritti al PNF sono 227 su 535 (42%). Sollecitato dalle opposizioni a intervenire per mutare il
quadro politico, segnato dal rapimento e morte del deputato socialista Giacomo
Matteotti (10 giugno), il cui cadavere è rivenuto a Ferragosto, il re invita a portare
il confronto in Parlamento, ove molti liberali (compresi Benedetto Croce e
Giolitti) continuano a sostenere il governo in assenza di una chiara
alternativa (da alcuni immaginata quale ministero di transizione, con forte
componente militare).
Parte delle opposizioni (socialisti, repubblicani, popolari e
seguaci del democratico Giovanni Amendola)
disertano l'Aula (il cosiddetto “Aventino”), a differenza dei giolittiani e del
Partito comunista d'Italia (Antonio Gramsci). La loro assenza dalla Camera
spiana la strada a Mussolini. Il “duce” da un canto ostenta rispetto per le
regole istituzionali e parlamentari ed evita di entrare in conflitto con la
Corona, dall'altro mira a accrescere il proprio potere personale.