NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 12 aprile 2026

Saggi storici sulla Monarchia - XX

 

LA TRADIZIONE MONARCHICA NEL RINASCIMENTO.


Il nuovo indirizzo del pensiero umano e della cultura universale che iniziò al principio del XV secolo e che è conosciuto con il nome di Urnanesimo e poi di Rinascimento, non mancò di lasciare profonde tracce nel campo della filosofia, giuridica e del pensiero politico.

L'Umanesimo rappresenta, rispetto al Medio evo, una nuova conce­zione della persona di fronte alla collettività, dell'ingegno umano di

fronte alla metafisica, del desiderio di vita di fronte alla rinuncia mistica di ogni bene terreno in attesa dei premi celesti; tuttavia come scrive l'Abbagnano: «questo distacco non è una antitesi. L'antitesi tra l'uomo medioevale e l'uomo del Rinascimento si volatilizza a misura che procede l'analisi delle singole personalità, del rinascimento. Non è possibile considerare il rinascimento come l'affermazione dell'immanenza di fronte alla trascendenza medioevale, dell'irregolarità, del paganesimo dell'individualismo, del sensualismo, dello scetticismo, di fronte alla religiosità, all'universalismo, allo spiritualismo ed al dogmatismo del medio evo». (Storia della filosofia, Vol. II).

Si vuole insomma dire che il nuovo indirizzo teoretico, pur divergente nettamente dall'indirizzo precedente, non rappresenta un'antitesi pura e semplice ma piuttosto una evoluzione - che potremmo anche sotto certi aspetti chiamare involuzione - in cui l'uomo si sente chiamato ad assumere una parte più importante e decisiva che nel passato, a rivalutare i propri diritti in quanto singolo essere pensante, contro quelli di tutta una tradizione di pensiero.

Caratteristica spiccata dell'umanesimo rinascimentale è la sua profonda esigenza di un rinnovamento politico; l'uomo vuole riformarsi non solo nella sua individualità, ma anche nella sua vita associata e per questo intraprende un'analisi delle strutture della comunità politica, per scoprirne il fondamento e ad esso riportare le forme storiche della comunità stessa. E tale ricerca trova la sua espressione nelle due correnti

dello storicismo e del giusnaturalismo che la concepiscono rispettivamente come ritorno alle origini storiche della comunità sociale, o come ritorno al fondamento universale di ogni comunità che è la sua base naturale.

Il più illustre degli storicisti fu certamente Niccolò Machiavelli che nella sua opera riesce a porre in atto quell'unità di giudizio storico e politico, che costituisce la sua fondamentale caratteristica facendone uno dei primi scrittori politici dell'età moderna, ma splendido sviluppo ebbe il suo pensiero, allorché venne raccolto da Giovanni Botero.

Botero, scrivendo la sua grande opera: Della ragion di Stato, al declinare del XVI secolo, rinnova appunto il concetto machiavellico della ragion di stato, includendo fra le sue esigenze, le stesse esigenze della morale; e per questo richiede al sovrano l'eccellenza della virtù ritenendo che il fondamento dello stato sia appunto l'obbedienza dei sudditi che viene accattivata dalle virtù del Principe.

Maggiore apporto al problema monarchico, diede la scuola giusnaturalista con Giovanni Bodin che pone nella sovranità senza limiti, tranne quelli che derivano dalla legge di Dio e dalla natura, la validità propria dello Stato. La potenza sovrana dello stato non è arbitrio incondizionato perché ha la sua norma nella legge divina e naturale, norma che le deriva dal suo fine supremo: la giustizia. E tale sovranità non deriva da nessun altro perché consiste nel potere positivo di care le leggi ai sudditi o di abrogare le leggi inutili o dannose e di farne altre; il che non può esser fatto da chi è soggetto alle leggi o da chi riceve da altri il potere di cui è in possesso.

 

Queste idee non impediscono tuttavia al filosofo di affermare i limiti del potere che non può mai prescindere dalla legge divina e naturale, egli scrive: «La più notevole differenza fra il re e il tiranno è che il re si conforma alle leggi di natura, il tiranno le calpesta; l'uno coltiva la pietà, la giustizia e la fede, l'altro ,non ha Dio, né fede, né legge », (Six livras de la republique II, 4, 446).

La dottrina di Bodin è il presupposto del giusnaturalismo concepito come ritorno dell'organizzazione politica alla sua sostanza razionale ma partendo da esso alcuni pensatori giunsero a conclusioni affatto opposte, come per l'Althusius, il primo che abbia affermato il principio della sovranità popolare, definendo lo Stato: «comunità pubblica universale per la quale più città e province si obbligano a possedere, costituire, esercitare e difendere la sovranità». O per il Grozio sostenitore della tesi contrattualistica, per la quale ogni comunità umana è fondata originariamente su un patto, senza escludere che questo patto appunto, abbia potuto trasferire la sovranità dal popolo al principe.

L'esame di tutte le correnti del pensiero politico porta però ad una unica conclusione innegabile: che il principio della monarchia di diritto divino, ha subito una crisi profonda e s'incammina verso una stasi ideologica per cedere il posto ad altre teorie. L'assolutismo teocratico di Innocenzo III ha trascinato nella sua decadenza la monarchia come forma politica, ed anche coloro che ad essa riconoscono una efficacia, come ottimo fra i sistemi politici, preferiscono trovarne le ragioni nella forma contrattualistica o addirittura nella delega da parte del popolo, unico detentore della sovranità.

In pratica gli stati monarchici nel XVI secolo, sono assai diversi dallo Stato centralizzato e burocratico moderno; persistevano in essi molti elementi dotati di previlegi e di statuti particolari. Ovunque vi erano i tre stati, clero, nobiltà .e borghesia con le loro assemblee rappresentative, vi erano giurisdizioni locali di feudatari e autonomie cittadine e regionali. La distribuzione del potere fra queste molteplicità differenziate e privilegiate ed il monarca variava assai da uno stato all'altro: si poteva parlare, «grosso modo» di monarchia assoluta nello stato milanese, di assolutismo temperato dal parlamento e dalle assemblee in Francia, di monarchia feudale nobiliare negli stati tedeschi, in Ungheria ed in Polonia. In Inghilterra vigeva una forma di monarchia costituzionale, con un parlamento che già aveva i caratteri di rappresentanza nazionale, pur conservando la struttura a Stati, ma nel funzionamento di questa costituzione v'erano ancora grandi incertezze e capacità di oscillazione fra monarchia e parlamento.


In definitiva il concetto del Sovrano amministratore andò prendendo il posto di quello di Sovrano padrone e non pochi poltici tentarono di porre implicitamente in dimenticanza il principio antichissimo di S. Paolo «Nulla, nisi a Deo potestas » cercando anche per i legittimi Sovrani riconosciuti, ogni fonte di diritto che non fosse quello divino.

Questo processo fu favorito dalla decadenza politica della Chiesa e dell'Impero, che non potettero esercitare sugli altri Stati che un iflusso puramente morale; la scomparsa completa della concezione dantesca della Chiesa e dell'Impero uguali strumenti per la realizzazione della giustizia nel mondo, e di quella gregoriana e innocenziana della Chiesa ente supremo e dell'Impero suo braccio secolare, non poteva non portare alla costituzione degli Stati nazionali, espressioni di interessi territoriali e sociali puramente umani, il cui Sovrano doveva sempre rispondere in qualche modo alle oligarchie dei maggiorenti del proprio

operato.

E tale fu sempre, in definitiva lo stato del Rinascimento, con un alternarsi di prevalenze fra la corona e gli enti previlegiati, fino a che la politica di Luigi XIV non porterà in Francia ad una personificazione dello Stato nella persona del Sovrano.

venerdì 10 aprile 2026

Una grande mostra su Casa Savoia al Castello di Susa


 


Venerdì 3 aprile, alle ore 17, presso il Castello della Contessa Adelaide, sede del Museo Civico della Città di Susa, si aprirà la mostra dal titolo “I Savoia. Mille anni di storia e potere”, che inaugurerà la stagione di apertura al pubblico del maniero per il 2026. L’esposizione, visitabile fino al 24 maggio prossimo, permetterà al pubblico di ammirare la straordinaria collezione di Savoie.live, Associazione fondata ad Annecy nel settembre 2024, che si dedica alla conservazione, alla promozione e alla trasmissione della storia, del patrimonio e delle tradizioni della Savoia, culla di una delle dinastie più illustri d’Europa, artefice dell’Unità d’Italia.

La scelta del luogo non è stata casuale: nel 1046, Adelaide di Torino sposò nel Castello di Susa Oddone di Savoia, quartogenito di Umberto I Biancamano, il fondatore della dinastia sabauda, portandogli in dote il Marchesato di Susa, la Contea di Torino, l’area compresa tra il Po e la Stura di Demonte, le Contee di Albenga e Ventimiglia, Asti, Albenga e molti territori delle Langhe.

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Una grande mostra su Casa Savoia al Castello di Susa - Il Torinese

I segreti dei Savoia in Villa Reale: la Storia del Regno d’Italia rivive al Belvedere


Uniformi originali, cimeli dei Re e il mito della Regina Margherita: dal 17 aprile il Belvedere della Villa Reale si trasforma in un viaggio immersivo nel Regno d’Italia.

Storia del Regno d’Italia: da Napoleone a Umberto II: la mostra a Monza - MBNews

Appello da Racconigi: «Riportare in Italia le salme di Umberto II e Maria José»

Premettiamo che quanto sostenuto da Monsignor Troya non è quanto risulta a noi.

Nota dello Staff


A oltre quarant’anni dalla morte di Umberto II di Savoia e a più di venticinque anni dalla scomparsa della regina Maria José del Belgio, torna al centro del dibattito la questione del loro rientro in Italia. Attualmente entrambi riposano nell’Abbazia di Altacomba, a Saint-Pierre-de-Curtille in Francia, ma da Racconigi si alza un nuovo appello affinché le loro spoglie possano tornare nel Paese. A lanciare la proposta è monsignor Gian Franco Troya, rettore del Santuario Reale Madonna delle Grazie, che parla apertamente di una situazione da correggere: «È una vera ingiustizia che i Reali non possano riposare in Italia. È tempo che Casa Savoia, insieme alle istituzioni nazionali, regionali e comunali, trovino un accordo per il rientro delle salme nella città di Racconigi».

Secondo il rettore, il legame tra l’ultimo re d’Italia e la città piemontese è profondo e documentato anche da ricordi personali. «Avendo incontrato più volte in passato Sua Maestà Umberto II, aveva sempre espresso il desiderio di riposare per sempre nella sua città natale», spiega Troya. Forte anche il rapporto con il Santuario, cuore della proposta avanzata. «Umberto II era molto legato al Santuario Reale Madonna delle Grazie, dove ricevette il Battesimo e dove, prima di partire per l’amaro esilio, venne ad inginocchiarsi. Una visita che i cittadini racconigesi più anziani ricordano ancora oggi con grande commozione», racconta il rettore. Un legame molto forte della famiglia sabauda. Troya ricorda infatti anche la devozione della regina Elena, che «in occasione della ricorrenza del Beato Umberto III di Savoia donò al Santuario un grande dipinto ancora oggi presente». Elementi che rafforzano, secondo il rettore, la vocazione del luogo ad accogliere le spoglie reali.

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Fonte : 
Appello da Racconigi: «Riportare in Italia le salme di Umberto II e Maria José» - Torino Cronaca - Notizie da Torino e Piemonte



mercoledì 8 aprile 2026

Vita segreta al Quirinale - II parte

 



Di Nino Bolla

Tra le tante visite che l'allora principe di Piemonte fece nei primi mesi del 1945, va ricor­data quella a Taranto, quando sbar­cò la divisione garibaldina di ri­torno dalla Jugoslavia: era quanto rimaneva della gloriosa "Julia". Gli alpini erano comandati dal colon­nello Ravnich, giovane e ardimen­toso, decisissimo, e che per molti e lunghi mesi aveva diviso con i suoi "veci" e rischi e fatiche.

Quasi tutti veneti, tagliati fuori all'improvviso dalla patria, senza notizie delle famiglie, in una terra impervia ed ostile avevano tenuto alto il nome dell'Italia. Portavano, è vero, la cravatta rossa; ma in omaggio a Garibaldi, non ad altri. Il Luogotenente assistette al loro sbarco, accompagnato dall'aiutante di campo e da due ufficiali d'ordi­nanza: venne salutato al grido di "Savoia", mentre i reduci levava­no i fucili con sopra il cappello al­pino, scolorito e slabbrato. Erano laceri, semi-scalzi, ma avevano ancora le stellette e le fiamme verdi.

I FATTI DI TARANTO

Il governo., informato del viaggio di Umberto; aveva inviato sul po­sto il ministro della guerra, antimonarchico. Il colonnello Ravnich presentò al principe la divisione schierata in ordine perfetto sulla banchina. Il ministro della guerra si avvicinò al colonnello e gli dis­se: “Per il vostro eroico comportamento siete nominato generale di brigata per merito di guerra”. Imperturbabile l'alpino rispose: “Signor ministro, io non accetto promozioni per merito di guerra che da Sua Maestà; altrimenti preferisco rimanere colonnello per tutta la vita”.

La sera, quando gli alpini ebbero la libera uscita, andarono nelle osterie vicino al porto, e, data la loro cravatta rossa, furono scam­biati per comunisti; numerosi "compagni" si fecero loro incontro con donne che recavano mazzi di garofani fiammanti, inneggiando a Stalin. Volarono pugni e ceffoni. Ed i reduci gridarono: “Se doves­simo, tornando al paese, trovare le nostre donne trasformate in comu­niste, preferiremmo non vederle più!”

L'impressione a Taranto fu no­tevole. I giornali di sinistra sorvo­larono sull'episodio; mentre quelli di destra, come al solito, si lascia­rono sfuggire l'occasione per par­larne. La divisione, composta di circa 2.000 uomini, doveva rimane­re dieci giorni a Taranto; ma la sua partenza venne affrettata, con meta Viterbo e proibizione di sosta a Roma. In alto loco si era infatti venuti a sapere, per quanto la co­sa fosse stata tenuta segreta, che il Luogotenente, dopo la propria visita, aveva disposto che la du­chessa di Genova si recasse nelle Pugile per portare doni ai reduci.

Il viaggio degli alpini in tradotta durò undici giorni. Il colonnello Ravnich si recò a Roma per chie­dere l'onore di far sfilare i propri uomini per le vie della capitale: ma all'ultimo momento gli fu notificato il veto del ministro della guerra. Dopo due mesi di sosta a Viterbo, la divisione venne sciolta. prima che il Nord fosse liberato. Col ritorno della primavera vennero ripresi i combattimenti, inter­rotti all'inizio del duro inverno; e Bologna, la città che tanto aveva sofferto, fu liberata. Tra i primi ad entrarvi fu il Luogotenente, ac­colto trionfalmente. Lo stesso sin­daco comunista Dozza prese parte alla manifestazione; ed uno dei più accesi partigiani rossi, postosi al fianco di Umberto, disse all'ufficiale d'ordinanza: «Bisogna vigi­lare, non si sa mai, ci potrebbe essere qualche pazzo ad attentare alla vita del Re! Talvolta le ma­ni si alzavano con il pugno chiu­so, tal'altra nel saluto romano, ma nel complesso il Luogotenente ricevette da ogni parte omaggi che parevano sinceri.

Diversamente accadde poco do­po, durante la visita a Milano. Quanto alla mancata visita a Torino non appena liberata, il mo­tivo deve imputarsi al fatto che il campo di Venaria Reale, ove l'aereo del principe avrebbe dovuto atterrare, era in mano ai francesi; i quali avevano allora larvate idee annessionistiche. Umberto non vol­le perciò creare complicazioni od urti con il comando alleato. Gli altri due campi, poi, quello di Mirafiori e dell'aeronautica d'Italia, erano ancora minati.

Se non gli fu permesso di volare su Torino, il Luogotenente sorvolò tuttavia Milano a bassissi­ma quota, mentre le ultime colon­ne tedesche si ritiravano e nel cie­lo s'incrociavano fittissimi i colpi della contraerea.     

PARTIGIANI AL QUIRINALE

La liberazione del Nord, che da tutti gli italiani era stata attesa come una salvezza perché si spe­rava avrebbe portato un equilibrio nella vita nazionale, non dissipò l'incubo ma scatenò, sotto lo spe­cioso motivo della politica, gli odi più tremendi: e in Alta Italia fu­rono nuovi lutti e nuovi dolori.

Ivanoe Bonomi avvertì la venta­ta di odio e di vendetta che calava dal settentrione, non dovuta alle pur provatissime popolazioni ma attizzata in base a un piano accuratamente stabilito dai capi dei partiti estremisti; e nonostante la sua buona volontà, alla fine fu ob­bligato a dare le dimissioni inizian­do quella lunghissima crisi che durò circa due mesi: dalla montagna degli equivoci fu partorito il topo della conciliazione a rovescio: Ferruccio Parri.

In questa rovente e difficilissima atmosfera Umberto continuò le visite nelle terre liberate, e invero non fu mai male accolto. Certo, le popolazioni avrebbero voluto poterlo avvicinare di più, per esporgli i singoli bisogni e le singole pene, giacché lo si sapeva proclive al bene e portato verso gli umili.

Invece, una eccessiva prudenza una voluta atmosfera di assenteismo ufficiale, fecero sì che il Luogotenente contrariamente all’aspettativa, si muovesse sempre meno.

Intanto, lungo le strade malsicure continuavano le aggressioni, i depredamenti gli eccidi; ed era molto difficile ottenere il permesso degli alleati per recarsi al Nord. Con il pretesto della poca sicurezza lungo le vie di comunicazione, il permesso fu negato alla duches­sa di Genova che desiderava recarsi a Torino per salutare la propria famiglia; mentre Invece venne facilmente concesso ad altri, per motivi assai meno chiari.

Proprio In questo periodo, agli Inizi dell'estate 1945, tre Partigiani si presentarono una mattina al palazzo reale, vestiti si può dire da "bravi", col berretto calato sugli occhi, Il fazzoletto al collo ed un'a­ria spavalda non eccessivamente rassicurante. Quello che agiva come capo si chiamava Lippo. Erano quel giorno di servizio presso il Luogotenente, II maggiore Gallone, ed il capitano Avalle, i quali, preoccupati se introdurre o non introdurre presso il capo dello Stato, individui dall'aspetto così poco rassicurante, decisero di non lasciar solo li Principe durante il colloquio. I tre entrarono con fac­ce truci e l'espressione decisa, Umberto andò loro incontro, tese la mano, affabilmente, ed i tre non seppero cosa dire o cosa fare; apparivano impacciatissimi e desiderosi soltanto di andarsene al più presto. Il Luogotenente li interrogò, interessandosi alla loro attività di partigiani: mentre il maggiore Gallone fingendo di ricercare alcune carte sul tavolo, non tralasciava di sorvegliare gli "Ospiti„ con una mano sul calcio della rivoltella. L'udienza fini ed i tre uscirono. Il capitano Avalle udì quello più anziano dire:” Perché fargli del male? Mi pare sia un brav’uomo anche se ci hanno detto il contrario…”.

martedì 31 marzo 2026

Saggi storici sulla Monarchia - XIX


 

2) LA TRADIZONE MONARCHICA NEL BASSO MEDIO EVO.

Il pensiero teocratico, in opposizione alle indebite ingerenze del potere civile negli affari interni della Chiesa, fu la reazione !alla politica di Ottone I e dei suoi successori persuasi che il crisma col quale i Pontefici avevano unto le loro fronti, desse loro il potere di ergersi arbitri nelle contese fra Vescovi, di scegliere i titolari delle sedi episcopali, di imporre alla stessa cattedra apostolica la propria volontà soprattutto mediante il diritto di dare il proprio assenso alle elezioni dei Pontefici.

Contro queste pretese sorse tutto un movimento di idee che rivendicò alla Chiesa i suoi diritti e di cui fu centro il Papa Gregorio VII che ad esso diede un'alta ed organica espressione nel «Dietatus Papae»;

per Gregario VII il Papa è il capo assoluto della Chiesa universale„ padrone di deporre, condannare, assolvere e trasferire fi Vescovi, unico autorizzato a convocare e presiedere i concili ecumenici; inappellabili sono le sue decisioni, mentre egli può rivedere quelle di tutti gli altri e non può essere giudicato da nessuno; può deporre gli Imperatori e sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà ai Sovrani (iniqui; la Chiesa romana è infallibile ed il Papa fatto santo per i meriti di S. Pietro.

Queste dottrine 'trovarono immediata applicazione quando l'imperatore Enrico IV volle nominare, alcuni Vescovi senza l'assenso del Papa che minacciò di scomunicarlo e di deporlo; vedendo che Enrico non si curava delle sue minacce ed anzi cercava di rivolgere contro di lui i vescovi dell'Impero, Gregorio VII nel febbraio del 1076 scomunicò e depose l'imperatore sciogliendo i sudditi dal vincolo di fedeltà e vietando di obbedirgli. Era questa la prima volta che un Papa si attribuiva il potere di deporre un sovrano legittimo.

Questi avvenimenti segnano un data fondamentale nella storia della tradizione monarchica perché ribadiscono la provenienza soprannaturale della Sovranità ed il conseguente potere del rappresentante di Dio, Papa, di concederla o di toglierla, ma non a capriccio perché come ammette Gregorio VII — il Papa può sciogliere soltanto dal giuramento prestato ad un Sovrano iniqui°, trasformatosi cioè da padre in tiranno del suo popolo.

Le dottrine gregoriane acquistarono in seguito maggiore sviluppo, quando dopo oltre un secolo salì sul trono pontificio Innocenzo III (1198-1216). Con Innocenzo III divenuto papa a soli 38 anni, il Papato parve raggiungere l'acme della potenza; le idee teocratiche di Gregorio VII erano da lui condivise, ma in una forma ancora più accentuata.

Al Papa, quale Vicario di Gesù Cristo in terra e successore di S. Pietro, a cui il Signore aveva affidato il governo non solo della Chiesa ma di tutto il mondo, appartenevano le due spade; La spirituale da lui adoperata direttamente a quella temporale da lui affidata ai principi; su questi egli ha un diritto supremo di controllo e di comando, in quanto manchino ,alla legge divina (ratione peccati); il potere regio di origine umana, deriva la sua dignità dall'autorità pontificia, come la luna riceve la luce del sole. Nella supremazia della Sede Apostolica si confondono l'autorità dell'Impero e quella del Sacerdozio; ed era stato il Papato a togliere il privilegio dell'impero ai greci per darlo ai tedeschi. Il Pontefice era il supremo legislatore, giudice e reggitore della Chiesa, che chiamava gli altri Vescovi a partecipare alle sue cure per il mondo cristiano, mantenendo da solo la pienezza del potere.

Naturalmente questi principi venivano, a svuotare il potere monarchico del suo contenuto profondo, riducendo la funzione del sovrano a quello di delegato del papa, per i compiti d'ordine temporale; significava insomma la negazione della regalità come potere derivante direttamente da Dio, come missione affidata al legittimo Sovrano, a cui la Chiesa doveva dare solo la sua benedizione e la sua consacrazione senza interferire in merito alla persona dell'eletto che doveva essere scelto dai Principi elettori per l'Impero, ed in base al principio di legittimità per le altre corone.

Innocenzo III intervenne però talvolta in aiuto del potere regio, quando tale aiuto rientrò nel quadro della sua politica teocratica così allorquando Giovanni Re d'Inghilterra invocò il suo aiuto contro i baroni che con forza avevano estorto al Sovrano la «Magna Charta libertatum» specie di ordinamento costituzionale dello Stato, Innocenzo annullò le concessioni della Charta, vietandone sotto pena di scomunica l'osservanza. Del resto in ogni contingenza, la politica innocenziana mirò sempre ad imporre alle corone europee il riconoscimento della Sede Apostolica come unica fonte del potere civile, e tale politica fu coronata dalla scoperta influenza esercitata dal Papa sulle questioni dinastiche dei troni di Polonia, di Portogallo, di Ungheria, d'Aragona e di Bulgaria mentre nella stessa elezione del Re di Germania, Innocenzo non rinunciò ad intervenire da Sovrano.

Alla luce di questi atteggiamenti, va soprattutto considerato il pensiero monarchico di Dante Alighieri che rappresenta la fonte della reazione alla dottrina teocratica di Gregorio VII e di Innocenzo III; il grande fiorentino, nella sua opera « De Monarchia » controbatte decisamente le tesi dei decretalisti od interpreti del diritto canonico, i quali valendosi di argomenti biblici e storici alla luce dell'insegnamento, teocratico, sostenevano la dipendenza dell’imperatore, e oppone loro la necessità di distinguere i due poteri: L'Impero, o potere temporale, serve al raggiungimento della felicità naturale dell'uomo; la Chiesa o potere spi­rituale, è guida all'uomo verso la felicità soprannaturale. Per Dante non sono ammissibili né la teoria guelfa che vuole l'Impero soggetto al pa­pato, né la ghibellina che sostiene la tesi contraria; l'Imperatore deve usare rispetto e riverenza al Vicario di Cristo in terra, ma non è legato a lui da alcun vincolo di dipendenza.

Questa nuova formulazione del principio monarchico, di per sé non originale, perché molti scrittori politici partecipavano alla controversia tenendosi sulle medesime posizioni, ha il profondo pregio di penetrare nell'intimo dell'intricata questione per dare dell'impero una visione ideale che lo elevi al di sopra delle fazioni, in un'atmosfera superiore.

E l'opera del grande poeta ebbe un fortissimo influsso anche se, come ben dice uno studioso «i fautori dell'autorità politica del Pontefice non si tacquero di fronte al poderoso assalto; il De Monarchia fu confutato ben presto in altri libri e nel 1329 il Cardinale Bertrando del Poggetto che era allora legato papale in Romagna, lo fece abbruciare». (Rossi: St. della lett. it.) del resto non si poteva togliere a Dante il merito indiscutibile di aver centrato il problema vivo e palpitante intorno al prin­cipio d'autorità, se cioè l'autorità imperiale procedesse direttamente o indirettamente da Dio e di darne una brillante soluzione. Alla luce della sua formazione scolastica, il Poeta pur parteggiando per l'indipendenza del potere laico, non esita a riconoscere l'esistenza di precisi doveri da parte del potere civile verso quello religioso, con cui deve collaborare per il bene dell'umanità.

E con Dante si può considerare chiuso il travaglio speculativo del pensiero politico medioevale che pur nelle controversie dottrinarie non può fare a meno di riconoscere alla tradizione monarchica, o per via di­retta o per mezzo della Chiesa, una missione di carattere morale che trascende le vicende e le contingenze puramente politiche, e ci sembra che questo sia il risultato essenziale e più vero dell'indagine politica del grande evo della scolastica.

L'esame della teoria della sovranità in questa epoca, sarebbe però gravemente incompleto se non ci riferissimo 'anche la quelle correnti giu­ridiche che sulla base del diritto romano si interessarono dei problemi ad essa connessi, dando al loro sviluppo un valido e originale contributo.

Dalle scuole di questi giuristi, i glossatori, mosse una indagine vol­ta a fissare i rapporti intercorrenti fra sovranità spirituale e sovranità temporale e a precisare i legami fra il diritto romano e gli ordinamenti particolari degli stati nazionali allora nascenti, con la quale indagine i glossatori dal campo dell'astrazione scientifica venivano ad inserirsi nel travaglio connesso ai grandi problemi politici dell'età loro. Ed ap‑

punto da questa elaborazione nasceva la figura del «rex liber» cioè del sovrano che, nell'ambito dell'impero universale espressione completa della sovranità temporale, poteva considerarsi nel suo regno libero e sovrano come l'imperatore in tutto l'impero.

Era il tentativo riuscito di conciliare la teoria, che vedeva nell’imperatore l'esclusivo capo supremo dei popoli, can la realtà storica che vedeva nascere dallo sgretolamento dell'ordinamento feudale i grandi stati nazionali come la Francia, la Sicilia e l'Aragona che nel loro ordi­namento giuridico e nella loro azione politica non intendevano ricono­scere all'imperatore nulla di più che un primato d'onore fra i potenti della terra, ma non certo un'effettiva sovranità sugli organi dello stato. Fra questi contrasti e queste diverse visioni si inseriva un pun­to di comune convergenza: la Chiesa e l'autorità spirituale del Pa­pato a cui più volte ricorsero ti teorici della sovranità dei re liberi, per dimostrare i loro assunti sull'indipendenza dei loro signori dal potere imperiale e benché fin dal 1265 ne « Las Siete Partidas » di Alfonso il Saggio di Spagna fosse codificato il principio che il re « quanto en lo temporal, bien     como el imperador en su imperio », circa mezzo secolo dopo i giuristi della corte di Filippo il bello, re di Francia, per sostenere una tesi simile contro le pretese papali sentivano il bisogno di riferirsi sia pure implicitamente alla decretale «per Venerabilem» cioè ad una frase di Innocenzo III con la quale veniva riconosciuta al Re di Francia la qualità di «rex liber». Questo dimostra come l'aspetto politico del problema fosse ancora profondamente connesso all'aspetto teologico e canonistico, espresso dal pensiero della Chiesa.

domenica 29 marzo 2026

La Monarchia e il Fascismo, di Mario Viana

Riproponiamo nella sua interezza ed organicità un testo fondamentale per capire la complessità delle situazioni in cui si trovò ad agire il nostro Re Vittorio, della cui lettura c'è estremo bisogno per poter difendere il buon nome del Re e della Monarchia.
Abbiamo riportato capitoli e paragrafi così come avevamo fatto con l'Ingegnere Presidente Giglio qualche anno fa.
Ne raccomandiamo la lettura a tutti. 

 

Sommario

Capitolo 1

 

Capitolo 2

 

Capitolo 3

 

Capitolo 4 

 

Capitolo 5

 

Capitolo 6

 

Capitolo 7 

 

Capitolo 8


Capitolo 9

 

 Capitolo 10


Capitolo 11

 

Capitolo 12


Capitolo 13