NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 7 marzo 2021

Non dimentichiamo i martiri del Risorgimento

 

G. Previati - L'esecuzione di Amatore Antonio Sciesa - dipinto - Museo del Risorgimento - Milano


Anche se c’è un risveglio di scrittori sul Risorgimento e sulla sua riaffermazione contro neo borbonici e neo austriacanti, ancora lo stesso non è arrivato al grosso pubblico per cui è opportuno ricordare i principali eventi ed i martiri che hanno onorato e “santificato” il cammino verso l’unità e l’indipendenza della nostra “umile Italia”, unendosi ai lontani caduti citati da Dante.

Ora limitandoci al mese di marzo del 1853, ad opera del benevolo e paterno impero d’Austria, abbiamo il 3 marzo l’impiccagione nel già tristemente noto vallone di Belfiore, presso Mantova di Tito Speri, Carlo Montanari e don Bartolomeo Grazioli, sacerdote ed il successivo 19 di Pietro Frattini, mentre tre giorni prima, il 16 erano stati impiccati a Milano, Angelo Galimberti, Pietro Colla, Angelo Bisi, nomi meno noti e dimenticati. Per non essere da meno, sempre il 16 marzo, sempre per sentenza austriaca venivano fucilati a Ferrara, per mancanza del materiale per l’impiccagione, Domenico Malagutti, Giacomo Succi e Luigi Parmeggiani, per il delitto di “patriottismo”.

E questo genere di bilancio si sarebbe ripetuto fino al 1866 e non secondo all’Impero Austro- Ungarico sarebbe stato il Regno delle Due Sicilie, che già dagli anni ’40 aveva represso nel sangue le continue insurrezioni. Ed in questi nominativi sono presenti tutte le classi sociali, con prevalenza di artigiani ed altri di modeste condizioni sociali. E questo per smentire l’altra favola del Risorgimento senza, se non contro, il popolo.

Domenico Giglio.

Capitolo XVIII: Carnera affronta Riccardo Bertazzolo

di Emilio Del Bel Belluz

 


Il 30 agosto 1930 Carnera affrontò il pugile italiano Riccardo Bertazzolo, proveniente dal Veneto e che era già stato molte volte sul ring. Riccardo aveva conquistato il titolo italiano dei pesi massimi, togliendoglielo a un pugile importante come Erminio Spalla, che fu anche il primo italiano a conquistare la corona dei pesi massimi europea. Bertazzolo godeva di una certa fama, anche perché aveva un fisico forte e tra tanti italiani, che avevano preso la nave per venire in America a combattere, era il più richiesto. Carnera lo conosceva solo di fama, gli avevano parlato di lui, aveva voglia di conoscerlo e di batterlo, perché la scalata al titolo mondiale richiedeva di sostenere dei combattimenti importanti. In America c’erano molti italiani che stravedevano per Carnera, era amato perché era un uomo del popolo, aveva un buon cuore, pensava agli altri ed aiutava le persone in difficoltà. 

Un giornale aveva raccontato l’episodio in cui Carnera aveva fatto visita in un ospedale ad un suo connazionale che aveva tentato il suicidio. Costui, avendo perso il lavoro e non sapendo come fare per andare avanti, aveva scelto di morire. All’ingresso dell’ospedale, fu subito circondato da persone che lo acclamavano. Entrò nella stanza del poveretto e con una mano grande come un badile gli fece una carezza, supplicandolo di pensare alla vita. L’uomo si commosse, nella stanza c’era anche sua moglie ed iniziò a raccontare la sua storia. Carnera lo ascoltò, seduto accanto al letto del poveretto, lo incoraggiò dicendogli che anche lui aveva provato la povertà e che nella vita si dovevano accettare anche i periodi bui perché poi passano e che il buon Dio non ci abbandonava mai. La moglie proseguì il racconto, dicendo che gestivano una bottega ma con la recessione dovettero chiudere. Avrebbero desiderato fare ritorno in Italia, ma non avevano i soldi per sostenere il viaggio, anche perché avevano tre figli. Carnera che era un uomo pratico, estrasse da una tasca della giacca una busta contenente del denaro e la porse alla moglie, dicendole che non era un prestito, ma un regalo di un italiano ad un altro italiano. Si fece poi assicurare dal marito che non avrebbe mai più tentato un gesto disperato. 

Entrambi espressero a Carnera parole di gratitudine. Fuori della stanza si erano raccolte delle persone, arrivarono anche il primario e delle suore, tra cui una italiana che lo aiutò a comprendere quello che gli veniva detto in inglese. Alla fine un giornalista scattò anche delle foto. Carnera con la sua mano salutò tutti e a poco a poco riuscì a guadagnare l’uscita dell’ospedale. Fuori c’erano in una macchina ad aspettarlo il suo allenatore Paul Journée e Léon Sée, che non vedendolo arrivare si erano preoccupati . Il campione salì in auto, e con la sua mano che sembrava toccare il cielo, salutò la gente che lo applaudiva. Carnera continuava a vivere il suo sogno americano. Qualche giorno dopo Primo incontrò sul ring di Atlantic City, il connazionale Bertazzolo. Una grande moltitudine di persone era corsa a vedere l’incontro. I biglietti si esaurirono subito. Attorno al ring c’erano molti giornalisti ed italiani attratti dall’avvenimento. Carnera entrò e la folla applaudiva ed urlava il suo nome. Primo rimase molto contento dell’entusiasmo che lo circondava e notò con piacere le tante bandiere italiane che sventolavano. 

Negli ultimi mesi Carnera aveva combattuto tante volte e sempre vincendo. Anche ora voleva continuare questa scia di vittorie. Bertazzolo era già salito sul ring, pensava che il match non sarebbe stato facile, perché voleva vincere a tutti i costi per ottenere la possibilità di continuare a combattere, guadagnando delle buone borse. In Italia non c’erano delle possibilità così allettanti. I giornalisti erano convinti che avrebbe fatto un buon incontro, perché era un pugile forte, determinato ed aggressivo. Bertazzolo aveva fatto un buon contratto, aveva stabilito una buona borsa, superiore a quella di Carnera. Quella mattina durante le operazioni di peso Bertazzolo aveva registrato 212 libbre, contro le 253 di Primo Carnera. Questo incontro era determinante per tutti e due i campioni. 

Un pezzetto d’Italia era presente in America. All’angolo di Primo c’era il suo allenatore che, come in ogni incontro, sembrava più nervoso dell’ avversario di Carnera. Il match ebbe inizio, non durò molte riprese. Al terzo round, l’ex campione italiano dei massimi Riccardo Bertazzolo veniva sconfitto dal suo connazionale Primo Carnera. L’arbitro lo dichiarava vincitore, alzandogli il braccio verso il cielo. Alla sera i due connazionali si ritrovarono a cenare assieme. Bertazzolo raccontò a Carnera che sperava di poter combattere in America, e di farsi una vita. Era stato alle Olimpiadi a rappresentare l’Italia nel 1924, ed era stato battuto dal vincitore dell’alloro olimpico Otto Von Paret. Carnera
davanti ad una buona bottiglia di vino e ad una bistecca grande come un vassoio, disse che gli sarebbe piaciuto partecipare alle Olimpiadi, indossando la maglia con lo scudo Sabaudo. Per lui era molto importante portare i colori dell’Italia in giro per il mondo, e far vedere che il suo Paese era una nazione forte. Bertazzolo gli raccontò che, dopo la conquista del titolo italiano, aveva cercato di farsi strada in Europa, e si era battuto per il titolo europeo contro Phil Scott, ma gli era andata male con suo grande dispiacere. Il suo sogno era quello di scrivere il suo nome tra i pesi massimi italiani che si erano imposti in Europa. 

Il primo peso massimo era stato Erminio Spalla, che lui aveva sconfitto. Carnera lo ascoltava in silenzio, mentre la bistecca che aveva davanti era finita. Il cameriere ne portò subito un’altra, perché era stato avvertito che la fame di Carnera era davvero insaziabile. Consumarono anche dell’ottimo vino. Primo si mise a parlare di Mussolini. Da un giornale italiano aveva letto la sua storia, quella di un uomo determinato a risollevare l’Italia, a portarla al centro del mondo. A Carnera gli sarebbe piaciuto incontrarlo. Aveva saputo da un giornalista che Mussolini e i suoi figli amavano la boxe, e seguivano il pugilato. La noble art era l’immagine della forza che gli atleti portavano in giro per il mondo. Aveva constato che i giornali americani dedicavano dello spazio a Mussolini. 

Ricordava precisamente il suo volto dalla mascella volitiva, lo sguardo penetrante, la sua uniforme ed il saluto romano. Carnera parlava come se avesse conosciuto personalmente Mussolini. Bertazzolo disse che lo aveva visto a Roma, era l’uomo affidato dal destino per rendere grande l’Italia. Il fascismo era diventato una realtà, e ci si sentiva fieri di portare l’Italia nel cuore. Nella Grande Guerra aveva combattuto da eroe, era stato ferito, e aveva dimostrato un grande coraggio. Bertazzolo disse che aveva letto spesso degli articoli su di lui, e il suo potere aumentava sempre di più. A tavola con Carnera e Bertazzolo, oltre agli allenatori, vi era Léon Sée che quella sera era stanco più dei due pugili che erano saliti sul ring, non parlava e il suo pensiero era legato ai prossimi incontri. Bertazzolo e Primo si salutarono con una stretta di mano, si augurarono ogni bene e un fotografo volle immortale il momento.


venerdì 5 marzo 2021

Io difendo la Monarchia cap X - 6

 


Non si equivalgono allo stesso modo una Monarchia costituzionale e una repubblica giacobina o socialista o comunista per la elementare ragione che quest'ultima repubblica tende alla dittatura di una par­te, il proletariato, e quindi al partito unico e alla dittatura permanente. Quando il sig. Nenni dice che la Repubblica «sarà socialista o non sarà», egli esclude che possa essere democratica o parlamentare. È allora evidente che la repubblica giacobina del signor Nenni rispetterà le libertà individuali e le garanzie parlamentari, a quel modo che la recente legislazione dei Comitati di liberazione nazionale e i sistemi da loro inau­gurati e la storia di tutti i regimi giacobini possono far pensare. Le intimazioni ai giornali del nord da parte di tali comitati, la pratica dell'assassinio ad opera delle milizie di parte, la scomparsa e deportazione di citta­dini ai quali la polizia regolare e i carabinieri non han­no nessun addebito da fare, i tumulti popolari, sorretti da schiere di armati e il tentativo di risolvere tutti i pro­blemi con l'impiego della forza, possono far comprende­re come una siffatta repubblica rispetterebbe i diritti del Parlamento. E non parliamo della repubblica che sareb­be attuata dal comunismo o da quella coalizione delle sinistre che troverebbe necessariamente la sua direzione e l'iniziativa e la più rigorosa organizzazione e la milizia di parte, nel comunismo. Da 28 anni questo partito ha strappato il potere in Russia e lo regge con la dittatura permanente e con un sistema rigorosamente totalitario.

Tutti i Metodi di polizia del nazismo e del fascismo furono copiati da Mosca (la polizia politica, i campi di concentramento, le esecuzioni sommarie, il colpo alla nuca, la fossa comune, ecc.) e ora che il fascismo e il nazismo sono andati distrutti noi dovremmo introdurre in Italia il loro modello? Ma ecco i liberali di sinistra, i democristiani, i demolaburisti, gli azionisti sostenere che essi vogliono attuare una repubblica parlamentare, una repubblica che chiameremo di destra (1). In che modo?

Essi fanno parte di una coalizione che riceve vigore, impulso, programmi, masse dai partiti socialista e comunista. Questa coalizione in ogni città, in ogni villaggio, in ogni azienda, in ogni ufficio, in ogni commissione si inchina a una sola decisione, si affretta ad accogliere un solo parere, quello socialcomunista. In che modo questa situazione potrebbe cambiare? La giustizia ordinaria e quella straordinaria sono nel­le mani del partito socialista e di quello comunista: così l'epurazione che tormenta centinaia di migliaia di per­sone è nelle loro mani. L'illegalità e l'ingiustizia di tali procedimenti sono evidenti e clamorose (2).

Rimane a questo punto un interrogativo. Perché le autorità di occupazione inglesi e americane che hanno probabilmente compreso questa situazione, continuano a favorire, tenendola al potere, una coalizione che non può avere altro sbocco logico che consegnare l'Italia al socialcomunismo e cioè a quella Russia che i Governi di Londra e di Washington devono fronteggiare già in con­dizioni di estremo sfavore, in Polonia, in Austria, in Cecoslovacchia, in Romania, in Ungheria, in Bulgaria, in Jugoslavia, nel Levante, nel Medio Oriente?

Ma supponiamo — per amor di polemica — che si possa arrivare ad una repubblica parlamentare sul modello francese. In che modo tale Repubblica potrebbe impedire lo slittamento verso la dittatura quando un partito più forte d'ogni altro si impadronisse del potere?

I partiti in Italia, come altra volta le fazioni, non si affidano ai soli dati razionali nella lotta politica. Essi vi introducono la fantasia e il sentimento e le passioni delle moltitudini, così da mutare il significato e i termini della contesa. A tale impetuosa corrente non poté far fronte né il Parlamento nel 1919-1922, né la Corona; né alcun altro istituto tradizionale: come potrebbe resistere una repubblica che è usa a scegliere il suo Presidente tra uomini politici rappresentativi dei partiti di governo?

 

(1) Nel settimanale L'Indice del 10 settembre 1945 veniva posto acutamente il problema in un articolo, dal titolo: "La Repubblica di destra ": a Alcuni suggeritori di fiducia hanno insinuato nelle mani dei nostri repubblicani di destra volumi ben rilegati e brani di enciclopedie edite dall'alta borghesia francese, dai quali si apprende senza eccessivo sforzo intellet­tuale che il celebre politico marsigliese A. Thiers, dopo la di­sfatta della Francia a Sédan, provocata dalla follia dittatoriale del terzo Napoleone, riuscì a edificare sulle macerie imperiali una repubblica conservatrice borghese, le cui forme diedero, si, ampia e sufficiente soddisfazione al rivoluzionarismo generico del popolo, che non ne poteva più di avventure militari; ma il cui contenuto diede amplissima e sufficientissima garanzia di salvezza e di durata alla ricchezza francese, ricchezza che voleva; sopravvivere a qualunque costo. La repubblica di Thiers è il modello dello Stato oligarchico moderno, il cui comando viene trasmesso, di generazione in generazione, ai rappresen­tanti di gruppi finanziari, industriali e affaristici. Il sogno del­l'oligarchia conservatrice capitalistica dell'Italia del Nord è questo : facciamoci la nostra repubblica, e terremo il potere ben più saldamente di quanto non ci sia stato concesso nei 50 anni di monarchia costituzionale. Se Thiers riuscì a costrui­re rapidamente, con materiale sostanzioso di destra, una re­pubblica la cui facciata era di sinistra, perchè non dovrebbero pervenire al medesimo risultato i Parri e le banche, gli Alber-tini e le industrie, i Carandini e gli agrari, i Tupini e i catto­lici, i Cingolani e l'ex aristocrazia nera, i Brosio e i professio­nisti piemontesi? I nostri repubblicani di destra non hanno un Thiers, è vero, questo nei loro conciliabili lo riconoscono : ma noi pensiamo francamente che manca loro, oltre un Thiers, tantissima altra roba necessaria per imbastire, oggi in Italia, una repubblica di destra con l'etichetta di sinistra. Manca qua­si tutto ». E dopo una dettagliata esposizione della nostra mi­seria l'A. continua : « Ed è con questa miseria che i gruppi set­tentrionali, che trent'anni fa costituivano la consorteria clerico-moderato-liberale lombarda, vogliono costruire ora una repub­blica di destra? Stolta illusione! La miseria è sostanza di sini­stra, rivoluzionaria, livellatrice, ugualitaria, atea, antiborghese, anticapitalista. Se in Italia si fa la repubblica, si fa soltanto e necessariamente la repubblica di Nenni e Togliatti. Non è vero che manca solo Thiers: o meglio Thiers manca, non perché la borghesia italiana non lo dà„ ma perché mancano completa­mente le condizioni e i presupposti che potrebbero generare un Thiers italiano. Thiers fu l'espressione francese individuale e superficiale di una realtà collettiva e profonda: la repubblica di Thiers fu la vera repubblica dei francesi. La repubblica detta di destra, sarebbe la repubblica di alcune... quasi sovrane fa­miglie, e dei loro più immediati accoliti di parentado, di regio­ne, di mentalità), di passato politico — e non sarebbe la repub­blica di nessun altro. La repubblica di Nenni sarebbe solo quel­la sognata dalle masse ingannate; resterebbe la repubblica del­la povera gente rivoluzionaria per fame. La repubblichina del­l'ex Corriere della Sera si rivelerebbe subito per un malinconico episodio effimero, solitario e prealpino, e avrebbe un solo risul­tato veramente concreto, tangibile, non rimediabile, di lunga durata: quello di distruggere lo Stato Monarchico, di privare l'Italia di quella realtà, nazionale che si chiama ed è un trono che aveva in nome di Dio, eccellenti prove storiche…

(2) Nella rivista La civiltà cattolica del 1 settembre 1945 il padre gesuita Lener scrive: «Vi sono, senza dubbio respon­sabilità specifiche di singoli individui per azioni obbiettivamente considerate dal diritto comune come fonti, appunto di responsabilità penale, politica, amministrativa. Questo è il ter­reno solido su cui attuare una genuina e severa giustizia in modo che nessun disonesto, nessun delinquente, nessun respon­sabile della folle dichiarazione di guerra, se ancora ne soprav­vivono, resti impunito, o peggio, stipendiato dallo Stato». In un acuto studio sul "Diritto e politica nelle sanzioni contro il fascismo" lo stesso Lener scrive: «...Se fosse vero che tutti o i principali esponenti del regime furono ladri omicidi, concussori e via dicendo, non si comprende per qual motivo sfasi ritenuto necessario per colpirli, ricorrere a disposizioni eccezio­nali, a nome mai udite come quelle che li puniscono appunto non in quanto delinquenti, ma membri del patrio governo o attivamente partecipi alla vita politica di un partito che co­stituì l'unica attività politica possibile in Italia per oltre venti anni! ».

mercoledì 3 marzo 2021

Il libro azzurro sul referendum - XXI cap - 3

 


III. - Autocritica di un elaborato critico

Stabiliti i criteri da seguire, ho compiuta una prima analisi dei risultati del Referendum, sulla base dei dati comunicati alla stampa dal Ministero dell'Interno, in data 7 giugno 1946, riassumendone deduzioni e rilievi in una «memoria» che aveva il precipuo scopo di richiamare l'attenzione sulle appariscenti incongruenze dei «dati» ministeriali.

Infatti vi ponevo in evidenza che 28.000.000 di elettori erano indubbiamente eccessivi allorché il 60% di una popolazione, calcolata aggirarsi sui 43 milioni - essendone escluse le Provincie di Bolzano e della Venezia Giulia - •denunciava una cifra di elettori non superiore ai 25.800.000; rilevavo che da questa cifra di elettori occorreva dedurre il numero degli elettori esclusi di diritto o di fatto, per varie cause normali o arbitrarie, dall'esercizio del voto, cosicché avendoli calcolati con un calcolo presuntivo sommare complessivamente dai tre ai tre milioni e trecentomila, la cifra di elettori in possesso legittimo di certificato elettorale doveva ridursi a 22.500.000; osservavo che questa cifra doveva ulteriormente ridursi di un 10% per arrivare a stabilire il numero dei votanti, che risultarono conseguentemente aggirarsi sui 20 milioni, e notavo che diventava inspiegabile come i dati ministeriali denunciassero 23.500.000 voti validi per il «referendum», ai quali dovendosi aggiungere almeno un milione di voti nulli, i «votanti» avrebbero sommato a 24.500.000, cifra evidentemente incredibile di fronte agli stessi 25.800.000 elettori «teorici» di cui avrebbe rappresentato il 95%, e sbalorditiva di fronte ai 22.500.000 elettori «probabili», fatte le deduzioni degli esclusi, ed ai 20 milioni di votanti probabili. Concludevo che se le cifre ministeriali erano vere, occorreva supporre che tre milioni e mezzo o quattro milioni di elettori «non muniti di certificato elettorale» avessero votato «per interposta persona».

Debbo però confessare che in quella prima «memoria» ero incorso in un errore materiale, in quanto, avendo calcolato separatamente per ciascuno dei periodi 1936-1940 e 1941-1945 le cifre di probabile accrescimento della popolazione, allorché per il periodo bellico 1941-1945 ho calcolato la cifra di probabile «diminuzione naturale» mi è accaduto, nella operazione aritmetica riepilogativa, di omettere per una svista la correlativa cifra di accrescimento. Il calcolo rettificato, dovendosi tener conto in diminuzione anche dei morti in zona di operazione, valutati oltre 500.000, avrebbe elevato la cifra di popolazione a circa 44.300.000, e la corrispondente popolazione elettorale a circa 26.580.000. Correlativamente si sarebbero modificate le altre cifre per valori da seicento a settecentomila, compensati in parte da circa mezzo milione di voti nulli in più di quelli da me presupposti sulla base dei risultati di elezioni precedenti: senza peraltro modificare la sostanza dei miei rilievi.

Il 13 giugno 1946, il Ministro dell'Interno aveva comunicati i «suoi» dati «ufficiali» per il «referendum»: voti validi 23.361.772, votanti 24.887.300. Nel frattempo, mi era riuscito di trovare una pubblicazione che pareva divenuta clandestina: il Bollettino Mensile dell'Istituto Centrale di Statistica, da cui rilevai che la popolazione del Regno era «valutata» alla data del io luglio 1943 in 45.681.000, e quindi 44.373 .449 deducendone le Provincie di Bolzano e della Venezia Giulia.

Ne elaborai nuovi «rilievi» che sostanzialmente confermavano i precedenti, ponendosi in evidenza che, pur considerandosi elevata a 26.700.000 la cifra della «popolazione elettorale», le differenze risultanti incidevano minimamente sulle primitive deduzioni.

        Alla fine, la sera del 18 giugno 1946, la Suprema Corte di Cassazione comunicava - senza alcuna «proclamazione» quale era prevista dalla legge, e che doveva fondarsi sul presupposto di risultati indubbi — le somme filiali delle votazioni per il «referendum» : Repubblica voti validi 12.717.923; Monarchia : voti validi 10:719.284. Totale voti validi, 23.437.207. Voti nulli, 1.498.136. Totale votanti, 24.935.343. La sera stessa, il Ministro dell'Interno annunciava: Elettori inscritti, 28.021.375. Votanti, l'89%.

Poiché la cifra che avevo definito «cervellotica» era ufficialmente consacrata, elaborai un ulteriore commento ai miei precedenti rilievi statistici per illustrare la «falsità» di quella cifra — che naturalmente l'Istituto Centrale di Statistica aveva il dovere di accettare ad occhi chiusi - di fronte alla irrealtà di correlativi 46.700.000 abitanti, contraddetta dal dato di popolazione al 10luglio 1943 calcolato dall'Istituto Centrale di Statistica in circa 44.500.000 a cui non potevano corrispondere più di 26.700.000 «legittimi» elettori.

Le mie considerazioni conseguenti concludevano col prospettare la probabilità di una cifra effettiva di votanti non superiore ai 22.500.000; il che induceva a considerare a esuberanti o 2.500.000 voti, sui 25 milioni circa di votanti ufficialmente comunicati.

Evidentemente soltanto carattere polemico poteva avere, ed aveva, la supposizione di una «ricostruzione dei risultati» che, ipotizzando l'attribuibilità alla Monarchia del milione e mezzo di voti nulli, e la sottraibilità alla Repubblica dei due milioni e mezzo di voti «esuberanti», induceva, per un facile giuoco aritmetico, all'esatto capovolgimento dei risultati ufficiali.

La finalità serena, il risultato obiettivo di quei miei «Rilievi», erano tuttavia espressi dalle parole conclusive di quel mio studio: volte ad affermare che i risultati del Referendum comunque, lasciano i soccombenti fautori della Monarchia, logicamente dubbiosi e insoddisfatti i fautori della Repubblica.

E concludevo osservando: «Sull'incertezza e il sospetto non può ovviamente reggersi un Regime che comunque la stragrande maggioranza degli Italiani avverte nato da una consultazione popolare insincera se non pur viziata da una preordinata frode. Ragioni morali e di onestà politica esigono che ogni incertezza sia sanata, ogni dubbio eliminato; e ciò non può conseguirsi se non col ripetersi del «referendum», in un clima di pacificazione degli animi, con la partecipazione indiscriminata di tutti i cittadini, con ogni e più ampia garanzia di libertà di propaganda, e di voto».

domenica 28 febbraio 2021

L'arte al Senato ed alla Camera dei deputati

 


Siete invitati gentilmente alla lettura di un nostro nuovo articolo pubblicato dall'agenzia stampa Consul Press dedicato all'arte d'epoca presente nei due Palazzi del Potere, Palazzo Madama e Palazzo Montecitorio, ricorrendo il 150° Anniversario di Roma Capitale scelti nel 1871 come sede del Senato e della Camera dei Deputati.


 Prof.Massimo Fulvio Finucci e D.ssa Clarissa Emilia Bafaro

 

https://www.consulpress.eu/larte-al-senato-e-alla-camera-dei-deputati/

 

https://www.consulpress.eu/storia-collezionismo-horafelix/

Da Bava Beccaris a Bresci. Anatomia di un regicidio

Giorgio Ferrari ricostruisce il lungo percorso che ha portato all'attentato a Umberto I


 

di Matteo Sacchi

Monza, 29 luglio dell'anno mille e novecento, due destini si incrociano: quello di Umberto I di Savoia, re d'Italia dal 1878, e quello di Gaetano Bresci, anarchico e figlio di contadini.

Tre colpi di pistola - in rapida sequenza, e a breve distanza - contro il Re in carrozza, che saluta la folla venuta ad assistere ad un saggio ginnico, troncano la vita del monarca. È un attimo. La carrozza tenta la fuga, il Re dice «Non credo sia niente» e poi si accascia, la gente inferocita cerca di linciare Bresci che balbetta «non sono stato io». Lo salverà, arrestandolo, un maresciallo dei carabinieri, Andrea Braggio. Bresci non oppone resistenza e solo a posteriori, salvato dai bastoni, dirà la celebre frase: «Io non ho ucciso Umberto. Io ho ucciso il Re. Ho ucciso un principio».

Quella scena accaduta nell'afosa serata estiva di Monza che cambierà la storia d'Italia è solo l'ultima di un dramma iniziato ben prima. Per rendersene conto a 120 anni dalla morte di Gaetano Bresci, forse (e il forse è d'obbligo) suicida nel carcere di Santo Stefano a Ventotene, c'è un libro che ricostruisce non tanto il regicidio, quanto l'intricato percorso sociale e politico che ha portato a esso: Uccidete il Re Buono. Da Bava Beccaris a Gaetano Bresci (Neri Pozza, pagg. 272, euro 18) di Giorgio Ferrari. Ferrari, inviato speciale ed editorialista, cesella con precisione certosina il contesto europeo e internazionale in cui è maturato l'attentato. L'impressione che se ne ricava è che molte delle tensioni politiche e ideologiche del Novecento, nonché il militarismo e la violenza che ha portato alle Guerre mondiali, abbiano solide radici nel secolo precedente. I tre proiettili (ma c'è stato anche chi ha parlato di un quarto colpo) che uccisero un Re schiacciato dall'ombra di suo padre, il vitale e battagliero Vittorio Emanuele II, sono stati fusi tanto nello stampo dell'anarchia che in quello del militarismo bismarckiano.

[...]

https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/bava-beccaris-bresci-anatomia-regicidio-1927016.html

Capitolo XVII : Big Boy Peterson, il primo avversario americano di Carnera

 di Emilio Del Bel Belluz 

Allo sbarco dalla nave Carnera trovò il suo manager, Léon Sée ad attenderlo. L’abile personaggio aveva avvertito i giornalisti del suo arrivo. Quel giorno tutti i quotidiani sportivi, e anche quelli nazionali pubblicarono degli articoli che narravano del gigante italiano, venuto in America in cerca di fortuna; dopo una carriera folgorante che gli aveva permesso di vincere molti incontri per KO in Europa. Grande rilievo all’arrivo di Carnera venne dato da un giornale scritto in lingua italiana per gli emigranti. Questo mostrava nella prima pagina una foto del pugile. Tanta gente era accorsa al porto per vedere il campione e sventolava il tricolore Sabaudo. Per un istante pensò all’Italia, la sua patria che doveva onorare, voleva far sapere al mondo che lui era venuto per scrivere una storia pugilistica importante, e non per fare un giro turistico. Carnera era contento di parlare con gli italiani presenti, percepiva il bene che gli trasmettevano e per un attimo sentì l’atmosfera di casa. Léon Sée gli presentò alcuni personaggi della boxe, per lo più allenatori ed organizzatori. 

Ad accoglierlo c’era anche un pugile italiano che da anni combatteva in America, ed avrebbe avuto il compito di allenarlo. A stento riuscì a muoversi tra la folla, i poliziotti lo aiutarono a raggiungere la macchina che lo stava aspettando: un’auto nera di grandi dimensioni, di quelle che non aveva mai visto in vita sua. Carnera era confuso, stanco, il suo allenatore Paul Journée lo raggiunse ed andarono verso l’albergo. Primo si trovò immerso in un grande traffico, vide le vie piene di passanti e molte insegne di ristoranti e negozi italiani con esposta la bandiera Sabauda. La piccola valigia che aveva con sé, conteneva il tricolore assieme alla bibbia. Gli altri bagagli arrivarono in albergo più tardi, gli uomini di Leon Sée erano stati incaricati di ritrarli. Con gioia vide una chiesa e questa immagine la impresse nella sua mente, per descriverla al suo parroco di Sequals. Carnera in macchina non parlò molto, non distolse lo sguardo dal finestrino e pensò che avrebbe dovuto migliorare l’inglese, era la terza lingua da imparare, e questo non lo spaventava. Arrivò all’albergo, una costruzione altissima affiancata da due alberi secolari, che svettavano verso il cielo. 

Davanti all’hotel c’era un grande trambusto, dato dai parecchi giornalisti che si riconoscevano dalla penna e da un piccolo block notes tra le mani e dai molti fotografi. A Primo vennero poste molte domande che venivano tradotte dal suo manager, come pure le risposte. Un giornalista italo - americano chiese a Carnera che cosa si aspettasse dall’avventura americana. Primo rispose che avrebbe voluto dare spettacolo pugilistico e tentare la scalata al titolo mondiale dei pesi massimi. Carnera disse che era felice di aver visto tanti italiani ad accoglierlo, e che avrebbe voluto abbracciarli tutti. Era stanco e confuso, e sperava che l’America gli volesse bene, perché in quei tempi duri bisognava stare uniti e lottare senza arrendersi. Tra le persone che lo avevano atteso, c’erano anche delle donne che lo volevano vedere da vicino, una curiosità che si trova sempre nel genere femminile: osservare accuratamente questa montagna che cammina. 

Entrò finalmente in albergo, raggiunse la sua stanza, e si buttò esausto sul letto, che per l’occasione gli era stato preparato, era lungo oltre i due metri. La stanza era molto elegante, ma questo particolare non lo notò, perché tanta era la stanchezza. Il sonno lo colse subito, non si era neanche svestito. Alle tredici, Paul Journée bussò alla sua stanza e gli disse di prepararsi per andare a mangiare, lo stavano aspettando e questa notizia lo rese subito allegro; finalmente avrebbe mangiato le specialità americane. In ogni Paese che era stato aveva sempre voluto rendere omaggio alla cucina del posto. Il pane italiano, a cui era sempre stato abituato, l’aveva trovato simile in Francia. Al circo c’era una donna che lo preparava e poi lo cucinava in un forno a legna. La sala dove mangiavano era molto bella, c’erano degli specchi e tante luci, molti camerieri vestiti in modo impeccabile: un ambiente davvero elegante. Il tavolo a loro riservato era molto grande, e vi trovò Léon Sée, che stava fumando il suo sigaro, assieme a Paul Journée, ed ad altre persone che gli furono presentate. Uno di queste era un manager della boxe, il più importante d’America, che avrebbe organizzato il suo primo combattimento che doveva essere tra una ventina di giorni. Per questo il suo allenatore gli ordinò del cibo abbondante come se dovesse combattere l’indomani. I due procuratori parlarono del prossimo match che si sarebbe svolto al Madison Square Garden contro l’avversario: Big Boy Peterson. Paul Journée disse a Carnera che da domani la vita sarebbe per lui cambiata. 

Rimanevano solo due settimane a mezza per potersi preparare, in nave il suo pupillo aveva fatto solo degli allenamenti poco intensi. La palestra non era molto lontana dall’albergo, e quel tragitto l’avrebbe fatto di corsa. Il suo allenatore lo avrebbe seguito con un’auto. Dopo che il pranzo era finito concesse un’intervista a un giornalista, al quale annunciò il suo prossimo combattimento al Madison Square Garden, il 24 gennaio. Il buon Carnera non si fece molte domande, era venuto in America per combattere e questo avrebbe fatto. L’indomani, all’alba, si preparò per fare il suo primo allenamento. Si vestì bene perché era una giornata molto fredda, il gelo pungeva come non mai. In strada, durante la sua sessione d’allenamento, notò pochi passanti infreddoliti che si recavano al lavoro. Gli piacque la città che con le sue luci illuminava il suo percorso, e si sentiva di buon umore. Nella palestra ebbe modo di fare conoscenza con parecchi pugili, tra cui quelli con i quali avrebbe fatto le sessioni di allenamento. Si augurava di frequentarli per parecchi mesi. La palestra era molto ben fornita d’attrezzi, gli fecero notare il sacco che avrebbe utilizzato, su cui gli avevano scritto il suo nome, e questo fu un pensiero che gradì molto. In America davano la possibilità ai tifosi, rappresentati soprattutto da vecchi pugili, di assistere agli allenamenti pagando l’ingresso, cosa che gli era capitata in Italia, quando nel 1928 era andato a combattere. Gli allenamenti furono piuttosto duri, da settimane Primo non si esercitava in palestra e si sentiva piuttosto arrugginito. Le prime sessioni di boxe furono molto faticose, la noble art alla fine è sudore e sangue, sul ring non viene regalato nulla. 

Nelle pause degli allenamenti gli toccava parlare con i giornalisti che accorrevano numerosi. L’avvenimento era stato pubblicizzato con dei manifesti, uno di questi se lo volle portare nella sua camera. Passava la giornata in palestra e per il pranzo andava a mangiare in una trattoria gestita da italiani, finalmente, poteva esprimersi liberamente nella sua lingua. Il gestore del locale era un italiano originario di Napoli che era stato tra quelli che erano arrivati dopo la Grande Guerra con la famiglia, e da anni viveva a New York. L’uomo fu davvero felice di vedere ogni giorno il campione, e cercava di preparagli la carne migliore e, come era accaduto da altre parti, ci fu un aumento della clientela, attirata dalla presenza del pugile. Carnera veniva fotografato in ogni luogo dove si recava. Il 24 gennaio al Madison Square Garden fece il suo esordio, aveva portato dall’Italia la sua bandiera Sabauda e scrutava se tra il pubblico ci fossero altri vessilli italiani. Nell’accappatoio si poteva leggere la scritta Carnera. Dopo le solite raccomandazioni fatte dal’ ’arbitro agli sfidanti, iniziò il suo primo incontro americano che vinse mettendo KO l’ avversario alla prima ripresa. La gente urlava il suo nome. La prima sfida era stata vinta, assai agevolmente. Non passò molto tempo che si ritrovò di nuovo sul ring, questa volta a Chicago per incontrare il pugile canadese: Elizar Rioux e si sbarazzò di lui, mettendolo a KO alla prima ripresa. Il pubblico era numerosissimo, tra cui molti italiani, che lo salutarono con affetto: era il 31 gennaio del 1930. Da quasi un mese si trovava in America e aveva combattuto ben due volte. Il suo manager, Léon Sée era entusiasta, perché incominciava ad incassare molti dollari. Neanche una settimana dopo era di nuovo sul ring, questa volta contro Bil Owens. I giornali parlavano sempre di questo gigante che era muscoloso come un Maciste. Nel mese di febbraio vinse cinque incontri, tutti per KO, contro Bil Owens, Buster Martin, Billy Sigman, Johann Erickson, Farmen Lodge ed era quello che il pubblico si aspettava dai pesi massimi. I giornali lo esaltavano e Carnera li conservava per farseli tradurre poi da una ragazza italiana che lavorava nella trattoria dove era cliente abituale. Il campione in quei pochi mesi cercò di migliorare l’inglese, grazie all’aiuto della ragazza ed aveva sempre con sé un piccolo vocabolario. Nel mese di marzo combatté per ben sei volte vincendo sempre per KO contro avversari che cadevano come birilli. Il 3 marzo fu a Filadelfia dove stese per kO alla sesta ripresa l’americano Roy Clark, poi di seguito vinse contro Sully Montgomery, Chuck Wiggins, Frank Zavita, George Thayton, Jack Mc Auliffe, sempre per KO. 

In quei due mesi non scrisse spesso alla famiglia, pensò solo ad allenarsi. Riuscì a vedere alcune città americane, e continuò con l’apprendimento dell’inglese. La gente lo acclamava e gli chiedeva l’autografo, era sempre gentile con tutti. Portava sempre con sé del denaro e spesso lo donava ai mendicanti, che lo ringraziavano con un semplice sorriso, e questo gli bastava. Quando poteva si recava a messa nella chiesa della comunità italiana, questa abitudine non lo lascerà mai. Il prete della chiesa dove si recava a pregare lo riconobbe, l’aveva visto nei giornali e lo invitò ad una festa con i suoi connazionali. Confidò al sacerdote che gli sarebbe piaciuto diventare il campione del mondo, per dare all’Italia una grande gioia, e lustro a quegli italiani che erano dovuti emigrare in America. Carnera era felice di poter fare qualcosa per gli altri e chiese al sacerdote se c’erano delle famiglie italiane bisognose d’aiuto. Il vecchio prete volle che fosse lui ad accompagnarlo in visita a due famiglie che stavano vivendo male, a causa della depressione economica. Essersi prodigato per loro lo aveva reso felice; quando si fa qualcosa per gli altri, il buon Dio ne tiene conto: questo ripeteva spesso sua madre. Carnera si commosse davanti a quella realtà, anche se aveva conosciuto un altro modo di vivere, quello rappresentato dai ricchi che assistevano a bordo ring i suoi combattimenti. Un giorno ritornò a trovare il sacerdote, aveva voglia di parlare con lui. In quei periodi aveva incassato una buona somma di denaro dal suo manager, e voleva fare qualcosa di più importante, non la solita elemosina. Il prete stava dicendo la messa, e il campione approfittò per assistervi, non aveva fretta. Quando fu finita la funzione il sacerdote lo fece accomodare in canonica, la perpetua aveva preparato un dolcetto, sperando che a mangiarlo fosse Primo. 

La donna lo portò in tavola, era una torta di mele, che ebbe una vita breve, e la perpetua arrossì ai complimenti del campione. Il sacerdote era felice di questa visita inaspettata, allora Carnera gli disse che voleva regalargli una mucca da latte, per aiutare i poveri. L’aveva acquistata da un commerciante di bestiame. Il curato sorrise, lo abbracciò ringraziandolo, quella bestia l’avrebbe data a una famiglia numerosa, che in questo modo sarebbe stata meno preoccupata per il futuro. La stessa sera, nella sua stanza, Carnera scrisse una lettera alla mamma e le raccontò che il mondo della boxe era importante, ma aveva tanta nostalgia per la sua terra. La informò, inoltre, della dura vita che facevano gli italiani in America, a causa della depressione economica. Alla madre raccomandò di non faticare molto nei campi e di pensare alla salute. Primo le confidò che con i soldi guadagnati gli sarebbe piaciuto farsi una casa, con un giardino per lei e per il papà. Nella lettera, ancora, aggiungeva di salutare gli amici, nei prossimi mesi sarebbe ritornato in paese che gli mancava tanto. La vita americana per lui era una grande corsa, dove non si aveva il tempo per pensare. Allegato alla lettera c’era un articolo uscito in un giornale italiano che elogiava una sua vittoria. Carnera quella sera, prima di addormentarsi, lesse la traduzione che gli aveva fatto la figlia del suo amico napoletano di un articolo uscito sul Dainly Mail di New York: “Questa volta Carnera ha incontrato un pugile che gli ha dato filo da torcere. Le due riprese di avvio sono passate incolori, ma Clark fu più attivo e dimostrò una leggera superiorità. Al terzo round l’italiano detto da alcuni cronisti “la torre di gorgonzola”, sembrò risvegliarsi e i tre minuti furono interessanti. I due avversari si batterono con ardore. Nella quarta ripresa Carnera spedì due volte Clark al tappeto ma il negro per nulla impressionato dai terribili colpi, si alzò sempre velocemente e si difese con grande foga, applaudito dalla folla. Appena iniziato il quinto round, Clark aggredì il gigante e lo centrò con un diretto destro sull’occhio sinistro che si gonfiò subito in misura preoccupante. Il pubblico ebbe la sensazione che la serie di vittorie di Carnera venisse interrotta. L’occhio pareva dovesse scoppiare da un momento all’altro. 

E quando il gong fermò la lotta, l’arbitrio disse che bisognava sospendere il match. Però fu proprio Carnera a chiedere di poter fare un’altra ripresa, una sola. E si lanciò furibondo in mezzo al ring, raccolse tutte le sue forze e sgranò una girandola di colpi finendo per travolgere Clark che cadde svenuto”. Da quell’incontro era uscito con un occhio pesto e nero, che gli faceva male, pensò che il suo avversario gli avesse rovinato per sempre la vista, ma il buon Dio era dalla sua parte. Gli venne in mente sua madre, perché le aveva appena scritto una lettera, e pensò che se fosse stata presente all’incontro di sicuro sarebbe salita sul ring per impedire di proseguire, scagliandosi addirittura contro l’avversario. Quell’incontro fu davvero difficile, ma di sicuro ce ne sarebbero stati molti di peggiori. Importante era che non avesse interrotto la serie di vittorie per ko. Quella sera tornato al camerino il suo manager gli mise del ghiaccio sull’occhio e venne chiamato un dottore. Dieci giorni dopo, ritornò sul ring per un’altra sfida, con l’occhio ancora tumefatto e vinse per KO. I primi tre mesi trascorsi in America furono soddisfacenti, vinse tredici incontri per KO e riuscì, pertanto, a spedire a casa una somma di denaro ragguardevole: il suo sogno si stava realizzando. Gli capitava di vedere il suo volto stampato sui giornali e sui manifesti che pubblicizzavano i suoi futuri incontri. Gli organizzatori gli procuravano delle interviste su vari giornali, la sua fama diventava sempre più grande, ma Carnera temeva che una sconfitta avrebbe potuto cancellare questo periodo d’oro. Quando viaggiava in treno, alle stazioni c’era della gente che lo voleva salutare; addirittura un giorno ad una fermata ci fu una banda italiana che lo volle onorare con l’inno Sabaudo. 

Quando acquistava i giornali riusciva a tradurre i titoli che gli dedicavano, e qualche frase, aiutandosi con un piccolo vocabolario. I progressi nella lingua erano lenti, ma costanti. Una sera si trovò in una stazione ferroviaria, assieme al suo allenatore, e si mise a parlare con un italiano, avanti con l’età, che viveva in America da tanti anni. Costui gli raccontò che aveva visto un solo incontro di boxe nella sua vita: quello del pugile italiano Emilio Buttafuochi, nato nel mantovano, vicino al fiume Po, nel paese di Poggiorusco, e trasferitosi in America per combattere. Questo pugile aveva incontrato molti grandi della boxe, e lui lo aveva visto combattere contro Johnny Grosso nel 1926. Gli erano rimasti nel cuore questi due pugili così diversi nell’arte di boxare. L’incontro fu vinto da Johnny Grosso che venne poi ucciso dalla malavita. Mostrò a Carnera un articolo che era uscito alcuni anni dopo la sua morte. Quel giovane forse non era riuscito a trovare la sua strada. Quel ragazzo era comparso in alcune riviste di pugilato, che lo stimavano come boxeur. Carnera volle offrigli un bicchiere di buon vino, e continuarono a parlare finché arrivò il treno che era in ritardo. Primo chiese notizie di Johnny Grosso al suo manager, ma ne ebbe una risposta evasiva. Nei giorni che seguirono, gli allenamenti furono molto impegnativi. Gli veniva in mente il pugile Johnny Grosso che era stato ucciso, e non si capiva il perché. Era un boxeur di una certa fama, aveva combattuto nei pesi massimi con alterna fortuna. Magari si sarebbero potuti incontrare sul ring, ma è strano il destino di chi non ha fortuna. Primo pensò alla sua famiglia, a una mamma che lo aveva pianto che, forse, sarebbe stata ancora viva. Questi pensieri lo fecero star male, se ne accorse anche Paul Journée che quel giorno lo stava allenando. Il 30 agosto doveva combattere contro un pugile italiano, l’incontro si doveva disputare ad Atlantic City. In quel mese faceva molto caldo che per un atleta è un fastidio in più, e Carnera con la sua mole sembrava una caffettiera che sbuffava. In palestra non c’era un filo d’aria, Paul Journée era affaticato, perché non aveva dormito molto. 


La giornata si presentava difficile per Carnera, era arrivato un nuovo pugile con il quale fare i guanti. Questi era un giovane simpatico, incassava bene i colpi di Carnera, e si muoveva con agilità. La sera del 30 agosto, anche lui, avrebbe esordito tra i pesi massimi e di questo era felice. Questo giovane non aveva un grande fisico, ma ugualmente era dotato di una grande forza. Obbediva scrupolosamente e con attenzione all’allenatore. Questo gli permetteva di imparare una tecnica che non aveva mai conosciuto prima. Quella sera, mentre erano a cena, chiese a Primo se voleva allenarsi sempre con lui, lo avrebbe seguito ovunque. Carnera ne volle parlare con Léon Sée, che accettò per un periodo di farlo stare con loro. Non poteva pagargli l’albergo dove loro alloggiavano, ma doveva trovarsi una pensioncina modesta ed avrebbe avuto i pasti garantiti. Primo era teso, gli capitava spesso in questo ultimo periodo, dopo che nei mesi precedenti si era fatto male all’occhio, temeva di essere ferito nuovamente.


martedì 23 febbraio 2021

Ricordi del Partito Nazionale Monarchico - Tre conferenze del 1958

 All’indomani delle elezioni politiche del 1958 che avevano visto la sensibile flessione elettorale del PNM, superato nel numero di voti e di seggi dal Partito Monarchico Popolare di Achille Lauro, il partito entrò in un periodo di crisi anche economica per cui vi fu un’assenza di iniziative di qualsiasi genere. 

In particolare la federazione di Roma, che aveva una bellissima sede in Via Quattro Fontane 143, cadde nel letargo più completo, per cui l’allora Commissario Nazionale del Movimento Giovanile del PNM ritenne suo dovere politico e morale cercare di ravvivare gli iscritti con una iniziativa che fu necessariamente accolta.


Da sinistra Amedeo De Giovanni, dirigente giovanile, Generale Bonamici,



Onorevole Degli Occchi

In effetti nelle elezioni del 1958 i giovani del PNM, in tutta Italia, si erano sobbarcati a tenere comizi oltre al solito “attacchinaggio” dei manifesti, per sopperire alla mancanza in molti casi di oratori di spicco che difendevano il proprio seggio e non andavano a tenere discorsi al di fuori del loro collegio, per cui l’iniziativa presa a Roma, rientrava in questa “supplenza”, ed in una urgente prospettiva di rinnovamento delle strutture organizzative, dimostratesi in molti casi carenti.

Perciò fu organizzato un ciclo di conferenze, tenute nel salone della federazione romana, che poteva ospitare un centinaio di persone. Gli oratori scelti furono Carlo Delcroix, che purtroppo non era stato rieletto, Roberto Cantalupo e Cesare Degli Occhi, che invece avevano mantenuto il loro seggio di Deputato, il primo a Roma ed il secondo a Milano. Erano effettivamente quanto di meglio per pensiero politico e fedeltà monarchica poteva rappresentare il partito.




Nella IV fila a sinistra L'ing Giglio Padre, in prima fila a sinistra La figlia della MOVM Raffaele Paolucci


A questo proposito è bene ricordare l’opera di formazione e cultura storico-politica che l’ambasciatore Cantalupo aveva svolto con il periodico “Governo” e l’appassionata difesa della Monarchia Sabauda, che nelle difficili piazze del Nord aveva svolto, all’epoca del referendum l’avvocato Cesare Degli Occhi, che anche nel congresso della Democrazia Cristiana del 1946 aveva combattuto per la scelta istituzionale monarchica, venendo, purtroppo sconfitto. Per non parlare di Delcroix, grande invalido della Guerra 1915-1918, per un tragico evento, avvenuto nel 1917,che lo privò della vista e delle mani, che, con la sua appassionata oratoria, densa di contenuti storici aveva percorso tutta l’Italia riempendo le piazze come pochi altri oratori, anche di altri partiti, erano mai riusciti ad ottenere, e di cui ricorderemo la frase finale di un suo discorso romano, nella piazza del Colosseo : “Italia e Monarchia, insieme sono cadute, insieme risorgeranno”, che fu accolta da un uragano di applausi, come non avevamo, né avremmo sentito in altre occasioni.


Al centro Giglio, Volpe, Delcroix

On Carlo Delcroix, MOVM

Gioacchino Volpe

Le date delle conferenze furono rispettivamente il 4 novembre, il 27 novembre e l’11 dicembre ed il salone della federazione non ebbe posti sufficienti per il pubblico accorso, con numerosi giovani, nonché il grande storico Gioacchino Volpe, sempre presente, per cui tutti ne uscirono rinfrancati. 

On Cantalupo, Ing Domenico Giglio9


Manifestazioni, è amaro dirlo, che furono forse il canto del cigno di questo partito.

“Haec saepe olim meminisse juvabit”

 

di Domenico Giglio (all’epoca Commissario nazionale del Movimento Giovanile del PNM).


domenica 21 febbraio 2021

Capitolo XVI: Carnera alla conquista dell'America


 di Emilio Del Bel Belluz

Nel gennaio del 1930, Carnera assieme al suo allenatore, Paul Journée s’imbarcò nella nave “Conte di Savoia“ a Genova. È una bella giornata, riscaldata da un pallido sole. Non nascose la sua tristezza e la sua preoccupazione per il futuro. 

Non era mai stato in America, al suo paese gli avevano parlato di questa grande nazione solo quelli che vi erano emigrati. Primo ricordava un vecchio del paese che gli raccontava sempre che in America si mangiavano delle bistecche dal peso di oltre un chilo. Si poteva trovare ogni ben di Dio, ma lui non era riuscito a fare fortuna e ritornò più povero di prima. L’uomo aveva avuto sfortuna perché si era ammalato e non riusciva a lavorare, solo l’aiuto di un prete italiano gli salvò la vita. Costui aveva una chiesa in un paese abitato da una comunità italiana e aiutava i poveri, quelli che non erano più di nessuno. Questa gente derelitta trovava ospitalità nelle sua canonica. Il vecchio aveva sempre detto che quel prete sarebbe diventato un santo per come si prodigava instancabilmente per gli altri. Carnera aveva per il vecchio una grande simpatia, e la figura di questo prete lo aveva affascinato, e chiedeva sempre di lui. L’uomo raccontava che il prete, una volta esauriti i soldi delle elemosine, aveva il coraggio di andare a bussare nelle case dei più benestanti. Nella stalla aveva una mucca, e un asinello. La prima l’aveva presa per produrre il latte per i poveri, e in canonica alla mattina, arrivava tanta gente da sfamare. L’asinello lo utilizzava durante i suoi vagabondaggi alla ricerca di cibo. 

Anche la gente povera gli donava dei viveri che lui metteva nella bisaccia portata dall’asinello, e nei momenti difficili doveva stare fuori quasi tutto il giorno per chiedere la carità. La sua meta preferita era la casa di un ricco italiano, che aveva fatto una grande fortuna in America. Possedeva un’ azienda agricola con centinaia di ettari di terreno, e questo anziano ricco, ma solo, lo vedeva sempre con felicità. Il prete sapeva che non era capace di negare la carità a nessuno, e gli voleva bene. La solitudine di questo signore era data dalla scomparsa della sua famiglia, la moglie era morta da anni, e l’unico figlio gli era stato ucciso durante una rapina nella villa dove abitava. Il prete di nome Felice lo consolava, e gli portava la parola del buon Dio che non abbandona mai nessuno dei suoi figli. Quando ripartiva dalla sua villa, l’asinello era carico di cibo, e di altre cose. La generosità dell’anziano signore non aveva limiti. Il vecchio paesano di Sequals gli aveva talmente parlato del prete Felice che gli sarebbe piaciuto conoscerlo. Carnera conservava nel suo portafoglio una lettera del prete su cui era scritto il suo indirizzo: era il suo contatto con l’America, di cui aveva tanto sentito parlare, senza averla mai vista. Il vecchio del paese, ogni tanto riceveva da lui degli aiuti, almeno due volte all’anno: in prossimità del Natale e della Santa Pasqua. Il vecchio continuò a vivere nella povertà, ma almeno nel suo paese era confortato dai suoi amici. La nave finalmente salpò dal porto, e Carnera dal ponte osservò per l’ultima volta le luci che provenivano dalle case lontane ed immaginava che in ognuna ci fosse una famiglia felice, perché riunita, anche se doveva sopportare una vita di stenti. Il suo allenatore, soffrendo di mal di mare, si era ritirato nella sua cabina. In nave molti lo avevano riconosciuto, si erano fermati a salutarlo, erano italiani poveri in cerca di fortuna, che viaggiavano stipati in terza classe. Primo Carnera osservò il cielo e si raccomandò a Dio che aiutasse questa gente disperata, e che le facesse incontrare un buon prete come Felice, disposto sempre a dividere il suo cibo con gli altri. Carnera guardava il mare e sentiva il profumo intenso dell’acqua; in lontananza vedeva le luci di qualche bastimento. Rientrò in cabina, e si preparò per andare a mangiare. Il suo allenatore Paul Journée non avrebbe cenato. 

Era preferibile che lui stesse a digiuno. Carnera aveva fame, da alcuni giorni si era dovuto mettere a dieta, perché mangiando in famiglia era cresciuto di quasi dieci chili, ed ora doveva ritrovare il suo peso forma. Quando scese nel ristorante il cameriere lo fece accomodare in un posto tranquillo, ma la solitudine non durò molto, perché alcuni signori italiani, conoscendolo di fama, gli chiesero se voleva unirsi al loro tavolo, e Carnera accettò. Queste erano persone ricche, mangiavano cibi raffinati e seguendo le norme del galateo, ma Carnera aveva mangiato alla tavola di un principe e non temeva di fare brutta figura: l’avevano istruito per bene. Durante la cena gli chiesero cosa si aspettasse da questa avventura americana, e se era mai stato in America. L’uomo che gli poneva queste domande era un italiano partito dal nulla che in America aveva fatto fortuna diventando un grande proprietario terriero ed era tornato in Italia per rivedere la terra dei padri. Manifestò a Carnera che ora era indeciso se lasciare l’ America e tornare in Italia. Al tavolo c’era anche la moglie che era americana, una bella donna dai capelli biondi . Questa signora sorrise a Carnera e si aspettava una risposta. Allora il campione disse che quando espatriò per la prima volta, per recarsi in Francia a lavorare, il desiderio che lo accompagnava era quello di poter fare presto il suo ritorno in patria, anche se poi gli fu permesso solo dopo alcuni anni, in occasione del combattimento a Milano contro Epifanio Islas. Un’idea gli era chiara in mente e che non avrebbe mai cambiato: la sua patria era l’Italia dove erano nati i suoi avi ed anche lui era venuto al mondo, e lì vi avrebbe fatto ritorno. 

L’America rappresentava solo una grande opportunità per la conquista del titolo mondiale dei pesi massimi. L’uomo che gli stava vicino gli disse che aveva conosciuto la sua storia proprio dai giornali americani, che avevano spesso parlato di un gigante italiano che aveva un fisico da Ercole, che avrebbe cercato in America la sua fortuna. Vari articoli erano stati pubblicati anche da un quotidiano scritto in lingua italiana e letto dagli emigranti. Questo giornale aveva riportato la storia di Carnera, raccontandola in alcune puntate, e corredandola con delle foto molto esplicative. Gli italiani d’America aspettavano con ansia i suoi prossimi combattimenti. Al tavolo arrivò pure il comandante della nave che, appena aveva saputo della presenza del gradito ospite, lo invitò a cena nelle sere successive. Carnera non era abituato a simili gentilezze, ai tanti complimenti, e timidamente, ringraziò i suoi ammiratori. Anche lui era un emigrante che cercava attraverso la boxe un lasciapassare per abbandonare la povertà, se ci fosse riuscito non avrebbe dimenticato quelli che erano poveri e che non erano stati molto fortunati. 

Quella sera chiuso nella sua cabina non riusciva a prendere sonno, gli era rimasto nel cuore quella povera gente che viaggiava in terza classe, che avrebbe avuto poco con cui sfamarsi e che s’accingeva a riscattare la propria vita in una terra nuova. Lui si vergognava d’aver mangiato in una tavola imbandita d’ogni ben di Dio. Quando era stato a Sequals, prima che partisse, il vecchio prete gli aveva fatto dono di una Bibbia, che era appartenuta a un sacerdote che era sepolto a Sequals. Il curato gli disse che, in ogni posto dove si trovasse, non dimenticasse mai di leggere una pagina di questo grande libro, lo avrebbe consolato perché il buon Dio era con lui. Il curato gli aveva fatto una dedica: “ A Primo Carnera, che non dimentichi mai il suo piccolo paese, e in qualunque parte del mondo si trovi, pensi al suo prete di campagna che prega per lui. Con tante benedizioni, Don Giuseppe”. Carnera si era portato nella sua valigia, oltre alla bibbia, il libro Cuore, quello regalatogli dalla sua maestra, di cui era gelosissimo. Dopo avere letto un passo della Bibbia si addormentò, felice e commosso. Il giorno dopo, incontrò il suo allenatore che non aveva chiuso occhio, aveva una faccia davvero sofferta, il mal di mare non gli dava tregua. Primo aveva dormito come un re, un sonno ristoratore, ed era di buon umore. Scese nella sala delle colazioni e fece onore al caffelatte, e ai molti dolci di cui era ghiotto; in quei momenti, che raramente sarebbero stati ripetibili, s’era dimenticato del proposito di mettersi a dieta. 

Gli capitava spesso di pensare ai tempi difficili, per lui l’America sarebbe stata un ulteriore banco di prova. Rimuginava spesso che nella vita l’importante era di non fare del male agli altri, e in questo modo si poteva stare tranquilli. Mentre era solo al tavolo, s’avvicinò il comandante della nave che gli chiese se poteva fargli compagnia. Era un appassionato di pugilato e aveva letto alcuni articoli scritti su Carnera. La conversazione ebbe come argomento la boxe, e l’uomo gli augurò di coronare il sogno di tutti gli italiani che era quello di diventare campione del mondo. Il comandante gli riferì che il duce Benito Mussolini stava seguendo la sua carriera e per questo aveva fatto pubblicare sul “Popolo d’­Italia “ un lungo articolo, che ripercorreva la vita di Carnera. Il puglie volle ringraziare il comandante della nave perché non sapeva di avere tra i suoi ammiratori proprio il Duce. La conversazione s’indirizzò nei difficili momenti che l’America stava vivendo. Il 24 ottobre 1929 fu il giovedì nero: il crollo della borsa di Wall Street e dell’economia. Le conseguenze gravissime avevano costretto molte persone sul lastrico, mai il mondo avrebbe pensato a questo drammatico epilogo. Il capitano volle scusarsi se aveva portato la conversazione su argomenti così tristi, tra cui ricordò anche il ritorno in patria di molti emigranti italiani, per loro era preferibile una vita di stenti in Italia che all’estero. Il capitano lasciò Carnera visibilmente intristito. Temeva che la stessa sorte potesse toccare a lui. La fame l’aveva sconfitta da pochi anni, e gli sarebbe dispiaciuto tornare indietro. Primo pensava che ci si debba adattare ad ogni evenienza, anche la più brutta, come gli diceva spesso don Giuseppe il suo parroco di Sequals:” Siamo nelle mani di Dio, perché Dio vede e Dio provvede”. Carnera era immerso in questi pensieri, quando gli si avvicinò una ragazza che voleva conoscerlo, aveva appena letto su un giornale un articolo su di lui. Aveva tra le mani un rotocalco, in cui veniva pubblicato ogni settimana un capitolo di un libro. Gli sedette vicino, sorridendogli, era vestita in modo elegante e iniziarono a conversare. 

La ragazza disse che abitava a Padova e andava a New York per far compagnia ad una zia che era rimasta vedova, e le sarebbe piaciuto convincerla a tornare in Italia. Disse a Primo che era felice di parlare con lui, una persona inusuale, infatti, non aveva mai conosciuto un boxeur che avrebbe combattuto per il titolo mondiale dei pesi massimi. Carnera le sorrise, e le disse che l’America rappresentava per lui la carta vincente del momento. La donna si mise a raccontare che si era laureata in lettere all’Università di Padova, e il suo sogno era quello di lavorare per i quotidiani nazionali. Quando conobbe Carnera pensò subito di scrivere un articolo da pubblicare su un giornale di Padova. Primo ne rimase felice e si dilungò nel racconto con particolari riguardanti la sua vita nel circo e i suoi combattimenti in Germania. La ragazza lo salutò felice, per lei era la persona più importante che aveva incontrato, gli diede la mano, e Primo sentiva quella manina che si perdeva nella sua. Durante il viaggio aveva cominciato ad allenarsi con Paul che, nel frattempo, stava superando il mal di mare. Alla mattina presto correvano lungo il perimetro della nave. Faceva un freddo cane, ma si vestivano con molta accortezza, e ad entrambi piaceva sentire il profumo ed il rumore del mare. 

Alcuni italiani che aveva conosciuto e che viaggiavano in terza classe, lo seguivano negli allenamenti. Carnera aveva un cuore davvero generoso e si era messo d’accordo con il cuoco che gli passasse del cibo da distribuire tra di loro. Un giorno aveva chiamato il medico di bordo, perché una donna e il suo bambino stavano male, e costui fu felice di fare qualcosa per il campione. La donna ed il figlio avevano la febbre molto alta. Questa disponibilità verso le persone povere lo rese ancora più popolare. Una sera con il capitano organizzò una lotteria per raccogliere del denaro da destinare a quelli che avevano bisogno, e questa iniziativa ebbe un grande successo. La gente si era abituata a conoscere questo gigante dal cuore buono, lo apprezzava e sperava che potesse trionfare. La giovane che lo aveva intervistato gli disse che aveva preparato il suo primo articolo e, se voleva, glielo avrebbe spedito. Carnera le diede l’indirizzo di sua madre, perché non sapeva nulla sulla sua destinazione in America. Nella nave aveva fatto la conoscenza di alcuni uomini italiani che da anni vivevano in America e qualche volta aveva giocato a carte con loro, senza rischiare il denaro che aveva portato con sé. Passarono i giorni successivi quasi in un baleno e finalmente si vide una mattina la famosa statua della Libertà, immersa nella nebbia. 

L’America lo aspettava e iniziava la sua avventura. Quando discese la scaletta, gli italiani che viaggiavano in terza classe urlarono il suo nome, e lo salutarono, ansiosi di raccontare ai loro famigliari che avevano conosciuto un campione che aveva un buon cuore e coraggio da vendere: infatti, fino ad ora non si era mai arreso davanti alle difficoltà della vita


venerdì 19 febbraio 2021

Liberazione dell'Italia. Ecco il "film" degli alleati


Da Salerno a Milano e Bergamo. Così la storia in presa diretta smentisce la vulgata comunista

di Francesco Perfetti 

L'idea dell'unità della Resistenza a guida comunista come mito fondante dell'Italia post-fascista fu il grande capolavoro di quella cultura azionista e comunista che si era proposta, in linea con il progetto gramsciano, la conquista della società civile e politica.

Tale idea presupponeva che la Resistenza fosse stata un movimento popolare di massa all'interno del quale le componenti non comuniste erano state inessenziali o marginali. Scomparvero, così, o furono minimizzati, in tanta letteratura storiografica, sia i contributi forniti alla Liberazione da parte di uomini o formazioni partigiane - cattolici, liberali, monarchici - che non fossero comunisti sia, ancora, quelli dei militari e degli internati nei campi di prigionia tedeschi. Persino in una opera celebrata come innovativa, quale fu il volume di Claudio Pavone dal titolo Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, le cose non cambiarono troppo: anche in quel caso il contributo di alcune componenti alla Liberazione (si pensi, per esempio, alla monarchica e liberale Franchi di Edgardo Sogno) è marginalizzato mentre il contrasto fra partigiani di colore diverso culminato nella strage di Porzûs è confinato in qualche nota a piè di pagina.

Non basta. La mitizzazione della Resistenza - enfatizzata retoricamente anche dalle e nelle cerimonie celebrative - ha finito per diffondere una idea falsa della realtà storica veicolando l'idea che la Liberazione sia stata opera esclusiva, o quanto meno prevalente, della Resistenza e ridimensionando, in tal modo, il contributo militare degli Alleati a un evento che, senza il loro intervento, probabilmente avrebbe faticato a realizzarsi. A tale visione, frutto evidente di «uso politico della Resistenza», assesta un duro colpo l'ultimo importante studio dello storico contemporaneista Gianni Donno dal titolo La liberazione alleata d'Italia 1943-1945 (Pensa Multimedia, 11 volumi in cofanetto, euro 275) impreziosito da un imponente apparato iconografico e da una eccezionale documentazione archivistica proveniente dagli archivi americani e fino ad oggi inedita.

Arricchito da due introduzioni, di Piero Craveri e di Giampietro Berti, il lavoro mostra come la Liberazione sia avvenuta, proprio e soprattutto, grazie all'avanzata delle Forze Alleate lungo il versante tirrenico dallo sbarco di Salerno (settembre 1943) sino a Milano e Bergamo (aprile 1945). Una lunga e faticosa marcia ostacolata dalla resistenza delle truppe tedesche asserragliate lungo la Linea Gotica, ma anche dalle caratteristiche del territorio e dalle condizioni atmosferiche. La «campagna d'Italia», insomma, non fu affatto una passeggiata. Costò agli alleati circa 90mila morti in combattimento o a causa della guerra sepolti in 42 cimiteri sparsi in tutta la penisola. Un grande sacrificio di sangue, dunque, che per molto, troppo tempo la «vulgata» resistenziale ha lasciato in ombra per motivi esclusivamente politici. Un sacrificio che - pur senza nulla togliere al contributo di sangue dei partigiani, che secondo i dati riportati da Donno fu di circa 7mila morti - fa ben comprendere, come osserva giustamente Craveri, chi fossero stati davvero i «protagonisti» della liberazione d'Italia dal fascismo e dal nazismo.

Rispetto ad altre opere storiografiche sulla campagna d'Italia, il lavoro di Donno è originale perché la ricostruzione dell'avanzata alleata dopo lo sbarco di Salerno è fatta utilizzando i Reports of Operations delle unità combattenti americane, cioè i rapporti stilati dai comandanti di pattuglie, compagnie, battaglioni al termine delle singole operazioni. Si tratta di una documentazione che l'autore integra, naturalmente, con le altre fonti tradizionali, ma che, con il suo linguaggio scarno ed essenziale, offre un suggestivo racconto in «presa diretta» e dà conto dei sentimenti di entusiasmo o paura, di aspettative o delusioni degli uomini inquadrati nella V Armata e impegnati nelle operazioni belliche.

Al tempo stesso, questa documentazione aiuta a comprendere meglio la logica di certe scelte strategiche o tattiche suggerite da fattori imponderabili. Per esempio, le piogge torrenziali sull'Italia centromeridionale nell'ultimo trimestre del 1943 provocarono smottamenti di terreno e allagamenti che resero difficile, in qualche caso addirittura problematica, l'avanzata dei mezzi corazzati. Di tutto ciò, ed anche dei riflessi sul morale dei militari, si trova una precisa registrazione nei Reports of Operations. Di particolare interesse, lo sottolineo per inciso, è la riproduzione fotografica di alcuni numeri del settimanale Yank, un rotocalco che aveva come sottotitolo The Army Weekly e che era destinato ai soldati impegnati al fronte sia per offrire loro un aggiornamento periodico anche fotografico dell'andamento delle operazioni militari, sia per tenerne alto il morale e galvanizzarne gli spiriti.

Nel complesso, dunque, il lavoro di Gianni Donno sulla liberazione alleata dell'Italia non è, come la maggior parte delle più conosciute opere sull'argomento, una «storia politica» o una «storia militare» di taglio tradizionale costruita con un approccio di tipo «macrostorico», ma è piuttosto una narrazione di tipo «microstorico» che consente in qualche caso di rivedere taluni giudizi consolidati o di spiegare certe situazioni o decisioni. Basterà un solo esempio. Dai Reports of Operations si comprende il motivo dell'uso massiccio della artiglieria pesante e dei bombardamenti alleati. Si trattò, infatti, di una scelta, in certo senso, obbligata dalla accanita difesa delle truppe germaniche che, utilizzando piccole unità e cecchini ben celati, riusciva a ritardare l'avanzata delle truppe americane in un territorio aspro e difficile provocando uno stillicidio di caduti tra le loro file.

Al di là della ricostruzione degli aspetti militari della Campagna d'Italia, tuttavia, il lavoro di Donno finisce per avere una importanza che trascende la dimensione della «storia militare» propriamente detta perché contribuisce a demitizzare la vulgata resistenziale sulla Liberazione e a far comprendere come il contributo degli Alleati sia stato, davvero, fondamentale per le sorti del Paese.


Fonte: Il Giornale

Piccola rassegna stampa su Famiglia Cristiana


Sottoponiamo all'attenzione dei nostri amici due articoli:

Nota della presidentessa di telefono rosa



martedì 16 febbraio 2021

Capitolo XV: L’anno 1929: Carnera una lunga scia di vittorie


 di Emilio Del Bel Belluz

 

Il 1929 fu un anno terribile che il mondo non avrebbe mai dimenticato. In America, dopo il crollo della Borsa di Wall Street del 24 ottobre, la crisi era diventata ancora più spaventosa. La disoccupazione aveva generato tanti uomini che pativano la fame, intere famiglie che non sapevano come sopravvivere. Una lotta dura che non lasciava presagire momenti di luce. Molte persone si suicidavano, capitava che in certi alberghi la gente chiedesse il piano più alto per buttarsi. Questa situazione tremenda si era estesa a macchia d’olio anche negli altri Paesi. La vita di tanta gente era stata stravolta. La parola depressione economica divenne pesante come un macigno, tante storie che avevano come matrice comune: la disperazione. La gente era costretta a fare mille sacrifici per mettere un boccone in tavola.  Carnera per affermarsi combatté molte volte nel terribile anno della depressione. Dopo l’incontro di Berlino dove aveva perduto la sua imbattibilità, salì sul ring per sedici volte, e riuscì a vincere il pugile Diener che lo aveva umiliato in Germania, il 28 aprile del 1929. Era passato quasi un anno e la rivincita fu fatta a Londra il 17 dicembre del 1929, e in quell’incontro, davanti a un pubblico numeroso, vinse per KO alla sesta ripresa. Alla fine del  1929, aveva disputato ben 19 incontri dei quali  undici vinti per KO, e due  sconfitte, di cui ottenne la rivincita. Nell’ultimo anno era stato a combattere in tante città: Parigi, Londra, S.Sebastiano, Marsiglia, Lipsia e Berlino. Il primo incontro con Stribling si svolse a Londra il 18 novembre 1929 e vinse per squalifica Carnera. Accadde una cosa importante che non avrebbe mai dimenticato, per uno come lui che era venuto dalla terra, da un mondo semplice. La vita con il circo gli aveva permesso di conoscere molto bene la Francia, tutti i piccoli paesi e gli aveva garantito almeno di poter mangiare e godere di qualche soldo, e poi l’opportunità di diventare un pugile. La sua fama di boxeur gli aveva permesso di combattere finalmente la fame; ma Carnera non avrebbe mai pensato di sedere assieme a tavola con un sovrano. La notizia giunse anche in Italia ed il Gazzettino del 20 novembre 1929 la riportò. “ Il Principe, futuro re Edoardo VIII, partecipò con Carnera ad un pranzo d’onore in casa di Lord Birkenhead  assieme ad una trentina di membri dell’aristocrazia. Carnera sedeva accanto al Principe, commosso per l’alto onore. Dopo il pranzo il Principe lo invitò a parlargli della sua vita, della sua famiglia e dei progetti per il futuro. Carnera aderì all’invito, suscitando nei presenti vivo interesse. Poi il Principe gli disse: “ Siete fortunato ad essere ancora tanto giovane, potreste così avere la possibilità di conquistare il titolo mondiale”. Il secondo incontro con Stribling si era svolto a Parigi il 7 dicembre 1929 e Carnera aveva perso per squalifica alla settima ripresa.  Primo era diventato più forte e gli allenamenti erano stati continui. Aveva 23 anni e non era più potuto tornare nei luoghi dove era nato e sognava questo momento. Aveva rivisto l’Italia e sua madre nell’unico combattimento che aveva fatto a Milano, nel novembre 1928. Sperando in un suo rientro a Sequals, gli era venuto in mente  l’organizzatore Carpegna che si era suicidato, quel dramma lo aveva dentro ancora e non era risuscito a dimenticarlo. Una sera parlò al suo allenatore di voler rientrare in Italia, ma costui era contrario, il suo posto era la Francia. Si stava già pianificando la data del prossimo incontro che sarebbe avvenuto in America. Era il sogno di tutti i pugili. Carnera insistette nella sua idea di far ritorno a casa, anche perché sua madre non stava tanto bene e  aveva già scritto a lei ed a un suo amico del suo rientro, La vita non era fatta solo di boxe e sentiva in lui la forte esigenza di trascorrere il Santo Natale in famiglia e di  assistere alla Messa di mezzanotte. Negli anni trascorsi all’estero  sognava spesso di rivedere il suo vecchio mondo. Primo Carnera, il 21 dicembre del 1929, tornò a casa. Primo partì dalla stazione di Parigi con alcune valige molto grandi, che contenevano doni e vestiti per la sua famiglia e gli amici meno fortunati di lui. Questa volta non era povero, e poteva permettersi la prima classe. Era famoso, era diventato uno dei pugili più importanti. Con sé aveva portato alcuni album su cui  la giovane del bistrot aveva incollato dei ritagli di giornale che parlavano di lui. Non vedeva l’ora di mostrarli alla sua famiglia. Questa vita è una bestia, una volta aveva detto in un momento di tristezza, ma tutto passa, anche il dolore ed ora il suo cuore esultava. Gli dispiaceva che la giovane del bistrot non l’avesse accompagnato e nemmeno fosse venuta a salutarlo alla stazione. Per lei gli addii erano troppo tristi da sopportare.  Carnera sentiva che quell’amore era molto importante e che non poteva finire tanto presto. Lasciando la Francia, provava un senso di riconoscenza verso coloro che lo avevano sostenuto.  La vita in quel periodo gli aveva  sorriso. Sapeva bene che non ci sono dei momenti solo felici, e bisognava apprezzare la gioia più che si poteva. Il suo allenatore gli aveva sempre raccomandato d’essere umile con tutti, specialmente sul ring dove tutto poteva cambiare da un momento all’altro. L’avversario è sempre imprevedibile,  i pugni fanno male, e il tappeto della vita è più doloroso del tappeto del ring. Il viaggio in treno fu lungo, ma non gli pesò, tanta era la voglia di rivedere la sua terra. Quando giunse finalmente alla stazione di Udine, qualcuno lo riconobbe e si avvicinò a salutarlo. Primo parlò con tutti, si diresse al bar della stazione dove fece un’ abbondante  colazione, che incuriosì le persone attorno nel vedere quanto mangiava e quanto alto e muscoloso era. Caricò i bagagli su un taxi, e si diresse a Sequals. La giornata di dicembre era fredda, ma aveva un grande cappotto che lo riparava. Provò una grande emozione quando sentì la parlata friulana del taxista che gli narrò gli avvenimenti più importanti degli ultimi tempi. Prima di arrivare in paese, chiese di fermarsi un attimo al cimitero, voleva portare un pensiero alla sua maestra. Non ebbe difficoltà a trovare la sua tomba, dove si raccolse a pregare, e in quegli attimi gli venne una grande nostalgia per una persona che lo aveva davvero amato, gli aveva insegnato cosa fosse la vita e gli aveva donato la bandiera Sabauda dalla quale non si era mai separato. Passando tra le tombe, riconobbe con sorpresa tante persone che erano morte, tra cui molti anziani del paese e si incupì nel vedere la tomba di un suo compagno di scuola, con il quale aveva spesso giocato. Mentre usciva dal cimitero s’avvicinò alla tomba del soldato austriaco a cui aveva preso le scarpe che era  posta vicina a quella di due soldati italiani, militi di due nazioni diverse che dormivano sotto lo stesso cielo, il sonno degli eroi. Il suo sguardo, poi, si posò sulle montagne, e sulla  chiesa che si stagliava verso il cielo. Quanto tempo era passato, sperava che ci fosse sempre lo stesso  vecchio prete e si domandava se sarebbe stato riconosciuto. Il tempo ti fa cambiare le persone con cui ti relazioni, ma quelle che hai conosciuto nell’infanzia te le porti sempre dentro. Un poco più avanti, una vecchia con dei fiori in mano lo riconobbe, lo chiamò per nome e le chiese di abbracciarlo. La donna era talmente piccola che Primo dovette inginocchiarsi per stringerla a sé. Il tassista si fermò davanti alla sua casa, scaricò le valige dal taxi. Primo rivide la mamma che lo abbracciò, questa volta non si mise in ginocchio come a Milano, l’anno prima. Dalla casa accorsero i fratelli, e il padre che stava nella stalla perché avevano riconosciuto la voce di Primo. Tra di loro ci fu una semplice stretta di mano, suo figlio non era più un bambino, questa volta aveva davanti un colosso d’uomo, una quercia come quelle  che era abituato ad abbattere nel bosco. La gente che abitava vicino alla casa di Primo voleva salutare il campione, l’uomo che aveva fatto sognare il paese. Ben presto la cucina si riempì di persone, e ognuna di loro lo salutava con affetto, specialmente i bambini che lo vedevano per la prima volta. In paese c’era aria di festa, tutti volevano vedere Carnera che da tempo era lontano, ed avevano potuto seguire le sue gesta solo dai giornali. Carnera era felice, la mamma aveva subito preparato qualcosa da mangiare, il padre Sante andò in cantina a prendere il vino migliore per brindare il ritorno del campione. Quando la cucina fu riempita di persone, Primo pensò d’uscire in strada, anche se faceva freddo, dove la gente del paese aveva preparato dei tavoli con sopra dei fiaschi di vino, del pane fresco e dei salami. In poco tempo la metà del paese si era riunita. La felicità del campione e dei suoi famigliari era immensa. Arrivò pure il vecchio parroco, che aveva tanti anni. Lo ospitarono in casa per non fargli prendere freddo. Il curato e il sindaco, le persone più illustri del paese, riservarono per Primo delle parole di lode e di gratitudine per aver fatto conoscere Sequals all’estero. Il parroco lo abbracciò e gli raccomandò la sua presenza in chiesa la prossima domenica. Era stato lui a battezzarlo, ed era lui che gli scriveva le lettere che la mamma gli dettava. Il vecchio prete non disdegnò qualche bicchiere di vino, ma lo sguardo della perpetua lo gelò al secondo bicchiere. Questa volta la donna non disse nulla, oggi era grande festa e bisognava accettare quel ben di Dio. Primo raccontò che quando si è lontani,  la nostalgia per quello che si è lasciato, é una ferita che non si rimargina mai e ti prende soprattutto alla sera, quando sei solo nella tua stanza. Quando era lontano, il suono delle campane del suo paese gli mancava moltissimo. Il primo pensiero del mattino e l’ultimo della sera era rivolto ai suoi genitori. La gente continuava ad arrivare, le donne del paese avevano preparato la gubana: il dolce preferito da Primo. Qualcuno andò a prendere una fisarmonica, sapendo che al campione  piaceva suonarla. Allora si cominciò a cantare e a ballare, il vino mitigava la sensazione pungente del freddo. Qualcuno aveva cominciato a cantare le vecchie canzoni che parlavano di coloro che avevano lasciato la propria terra e qualche lacrima era scivolata furtiva sul volto di tanti, ma complice il buio non si vide. Carnera era stato festeggiato come se avesse vinto il titolo mondiale dei pesi massimi, in realtà, aveva solo vinto una ventina d’incontri. Una ragazza del paese gli chiese come era andata la cena con il principe del Galles, e se era bella l’Inghilterra. Carnera, vista la grande curiosità della giovane, la accontentò dilungandosi a raccontare con generosità di particolari. Primo passò i giorni seguenti attorniato dal calore della famiglia; la mamma lo viziava con i suoi piatti preferiti. Ora in casa Carnera, grazie alle somme inviate dal figlio, non regnava più la povertà. La mamma però cercava di non  farsi vedere troppo affettuosa con lui, non voleva ingelosire gli altri due figli. Le madri sono gli angeli della casa, il fuoco della famiglia, e nessun vento avrebbe potuto spegnare l’amore che donano. Alcuni giorni dopo venne a trovarlo quel bambino che era fuggito da casa e che era andato a Milano, fingendo d’essere il nipote. Il ragazzo era in compagnia dei genitori che ringraziarono il campione per le gentilezza avuta per il figlio e per la grossa mancia che gli aveva dato. Il ragazzo era cresciuto e a scuola andava bene. Qualche sera Carnera andava all’osteria del suo paese, il Bottegon, dove gli piaceva giocare a carte con gli amici e bere qualche bicchiere di buon vino. Gli affari dell’oste erano notevolmente migliorati, grazie all’aumento degli avventori che accorrevano per vedere il campione. Inoltre, il proprietario aveva fatto stampare delle foto di lui e della sua casa natia che venivano autografate da Primo e poi distribuite ai clienti. Carnera aveva sempre con sé una bella penna stilografica, che esibiva volentieri come un trofeo. Gli era stata regalata da un tifoso in Francia, e per lui era un portafortuna di cui era gelosissimo. Nei giorni che precedevano il Santo Natale, il parroco aveva chiesto l’aiuto di Primo per costruire la capanna, sapendo che lui era un bravo falegname, e per restaurare delle statue che con il tempo si erano danneggiate. Alla fine in chiesa c’era il presepe più bello, mai costruito prima. Il vecchio parroco sentiva il peso degli anni, ma sembrava che in quei giorni tutto fosse incantevole. Venne la vigilia del S. Natale ed il sacerdote celebrò la Messa di Mezzanotte, la chiesa era gremita di gente. A Primo quei momenti magici e ricchi di fede erano mancati tanto. Carnera aveva capito che, dopo aver viaggiato molto, il posto che amava di più era il paese dov’era nato. La festa del Natale la passò in famiglia, che da anni attendeva questo momento e non pensava che si realizzasse. Il buon cibo, il presepe allestito in un angolo della casa assieme all’albero con le luci scintillanti, gli erano mancati molto. Quella sera la mamma gli chiese se avesse una fidanzata, se qualche ragazza avesse rapito il suo cuore. Il pugile abbassò gli occhi, come se dovesse nascondere qualcosa, ma era solo la timidezza che aveva dentro che non riusciva a vincere. Raccontò che in Francia aveva conosciuto una ragazza con la quale usciva nei momenti di libertà, era una giovane tranquilla che lavorava in un bistrot  e gli procurava tanta gioia lo stare insieme. Proprio in quei giorni le aveva scritto una lettera. Dal portafoglio trasse una sua foto e la mostrò ai genitori, che la guardarono ammirandola, era una bella giovane e le domande della mamma si fecero incalzanti e Primo rispondeva con poche parole. Il S. Natale, che era iniziato con la Messa  di Mezzanotte, finì; come tutte le cose belle terminano troppo in fretta. In quei giorni aveva ricevuto un telegramma da Léon Sée, che gli annunciava che ai primi di gennaio sarebbero partiti per l’America: una nuova avventura sarebbe iniziata. Tenne la notizia per sé, non voleva preoccupare la madre. Carnera avrebbe preso una nave come tanti avevano fatto per andare a lavorare nelle Americhe, con il cuore pieno di speranza. Il mondo della boxe negli Stati Uniti era molto popolare, nonostante ci fosse la depressione economica. Bisognava salire la vetta per arrivare al titolo mondiale.  Gli ultimi giorni a Sequals furono piuttosto malinconici. La mamma se ne era accorta, ma non volle chiedergli nulla. Festeggiò il capodanno con la famiglia e gli amici. Il giorno prima della partenza si recò dal parroco per salutarlo, e si raccomandò di stare vicino alla sua famiglia. Prima di lasciare la canonica, gli consegnò una somma di denaro da destinare ai poveri del paese. Il parroco gli diede un bacio e gli promise che avrebbe pregato per lui. Lasciò dei soldi, anche, alla mamma di un suo compagno di scuola, che dopo aver perso un figlio ed il marito, non se la passava bene. Quello stesso giorno tornò al cimitero dove era sepolta la sua mastra e incontrò la donna che l’aveva assistita con tanto amore, e gli disse che l’insegnante aveva sempre pensato a lui, lo nominava sempre, e gli aveva voluto bene come una mamma. Lasciando  il cimitero con Lucia, volle portare un fiore al soldato austriaco a cui aveva sfilato le scarpe, con le quali era andato in Francia. L’indomani mattina Carnera partì con il taxi verso la stazione di Udine, dopo aver abbracciato la mamma e salutato i fratelli e il padre. Lasciando Sequals, venne colto dalla stessa tristezza che provò quando lasciò l’Italia per la prima volta, per recarsi in Francia. Le ultime immagini che portò con sé furono una casa con le luci accese ed il fumo di un camino che volteggiava verso il cielo.