NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 1 marzo 2026

Saggi storici sulla tradizione monarchica - XVI

 


LE FONTI

1) LE FONTI CLASSICHE

Si può ben dire che il principio monarchico sia vecchio quanto il mondo; fino alle porte misteriose della preistoria, fin dove giunge l'occhio dello storico è sempre presente il concetto immutabile del supremo reggitore terreno la cui 'autorità è partecipazione di quella divina, di ordinamenti umani strettamente legati a quelli celesti.

Così in Oriente, là dove sorsero le prime grandi civiltà storiche, i Re sono dei, o figli, o pupilli di divinità e come queste possono esercitare un potere assoluto dispotico; i Faraoni egiziani e i Re babilonesi, come più tardi quelli assiri, venivano considerati come padroni assoluti della vita e dei beni dei loro sudditi e nello stesso tempo dovevano procurare a questi il necessario alla loro vita ed al loro benessere: il loro governo di carattere paternalistico a tendenza totalitaria, mirava a regolare giuridicamente i rapporti economici ed a stabilire o controllare prezzi, salari tassi, attraverso una porzione di prodotti incamerati dai Sovrano, tanto grande da formare quasi dei monopoli regi.

In Europa, più 'antico ricordo monarchico è costituito s'alla ci‑

viltà cretese (3000-1200 a. C.) che fiorì nell'isola del Mediterraneo e di cui la tradizione serba Fil ricordo attraverso la leggenda del mitico Re Minosse, e quindi dalle monarchie d'Argo e di Micene, cantate dai poemi del ciclo titolo= omerico.

Gli avanzi che ancora oggi restano a testimoniare gli splendori di Creta, di Micene e di Troia, la tradizione orale e scritta, n cui primeggiavano i due grandi poemi di Omero: l'Iliade e l'Odissea, possono

 

darci anche un'idea abbastanza precisa di quale fosse il sistema politico su cui queste civiltà poggiarono ed in esso sempre primeggia,

il concetto del Re definito araldo di Giove» pastore di popoli in una parola rappresentante della divinità e da questa investito del suo potere sopra gli altri uomini. Molti di questi antichi sovrani sono anche parenti degli Dei, benché mortali, come benché figlio di Giove, Achille figlio di Veti e le sorelle Elena e Clitennestra sorelle dei Divine Dioscuri e figlie di Giove; tuttavia queste divine parentele non implicano quasi mai un concetto d'infallibilità o d'immortalità perché anche i Re sono soggetti alle passioni e agli errori propri dell'umana natura, ed ugualmente debbono soggiacere alla vecchiaia e alla morte.

Passando all'epoca storica, troviamo le monarchie ellenistiche ed ancora prima greche. come quella spartana, in cui sempre assoluta è l'autorità sovrana talvolta appena mitigata da consigli di anziani o di generali. I Re sono quasi sempre figure di prima grandezza di eroi come Leonida e Codro, ambedue sacrificatisi per la loro città (rispettivamente Sparta ed Atene) o addirittura passando nell'ambito propriamente storico come Alessandro che, figlio di Filippo di Macedonia, fondò il grande impero i cui confini giunsero fino all’Eufrate e a Babilonia.

Costante è nella tradizione il tentativo di trovare per questi Uomini una origine divina che ne legittimi in un certo senso l'autorità assoluta e per questo Alessandro Magno non disdegnò di far diffondere una voce che lo spacciasse come figlio di Giove.

Maggiori sviluppi ebbe questa tendenza nelle monarchie ellenistiche, sorte dalla divisione dell'impero del grande Alessandro, favorita specialmente del carattere mistico delle popolazioni orientali. In Egitto, in Siria, ed in Asia Minore, i Sovrani continuano a presentarsi come inviati della divinità ed alimentano queste credenze popolari attraverso la pompa, esteriore e complicate regole di cerimoniale destinate a fare del Sovrano il centro di una specie di liturgia pagana e di una venerazione singolare a cui tutto il popolo doveva partecipare; nel recesso delle segrete stanze della reggia, vive il Re nascosto quasi ai suoi sudditi, davanti ai quali appare soltanto in una scenografia fantastica e suggestiva.

In Europa occidentale, e precisamente a Roma, la figura. del Re assume nel primo periodo di vita della città, un carattere più semplice ma non meno autorevole. Nel periodo monarchico di Roma, che si può porre approssimativamente fra il 753 ed il 509 a. C. il Re non è solo il suprem capo politico e militare ma soprattutto II detentore degli «auspicia» il designato dalla divinità.

 

E tale carattere sacro è tanto forte, direi quasi indelebile, che quando — per ragioni che sarebbe troppo lungo illustrare e comunque esulano dal carattere di queste pagine — la monarchia decade per la­sciare il posto ad una forma nuova di governo, il rex resta come «rex sacrorum» ovvero capo religioso; la monarchia viene cioè spogliata, del suo carattere politico ma non del suo contenuto e della funzione reli­giosa, che le è propria.

Il Re romano non è come i Sovrani orientali un idolo nascosto, ma piuttosto come gli antichi eroi omerici, un pastore di popoli ed anche di armenti; i sette re che la tradizione ci mostra come condottieri del­l'antica Roma, che in realtà dovettero essere assai di più, condussero una vita semplice inframmezzata da guerre e da scaramucce con i popoli vicini, e le loro vicende restarono avvolte nella leggenda tan­to che nella lunga parentesi repubblicana di circa cinque secoli, du­rante i quali Roma da misero villaggio di pastori divenne la capitale di tutto il mondo conosciuto, sembrò quasi che la tradizione monar­chica fosse a poco, a poco restata sepolta sotto il lento fluire dei seco­li ed il rapido avanzare degli avvenimenti, delle conquiste guerriere e delle vicende politiche, ma quando per un fatale complesso di circo­stanze il nipote di Giulio Cesare, il giovane Ottaviano, s'impadronì dello Stato e ne divenne di fatto, se non di nome, il Sovrano assoluto, ecco riapparire gli elementi della tradizione monarchica più vitale e più attuale di prima.

Cesare aveva rifiutato la corona offertagli durante i Lupercali da Antonio e neppure Ottaviano volle incoronarsi Re, ma nonostante que­sto eccolo riportare alla luce la leggenda di Enea, che in Virgilio ebbe il suo poeta aulico, secondo la quale Ottaviano attraverso l'eroe troiano discenderebbe da Venere. Il desiderio di dare un concetto della sacra­lità del suo potere, di trovare un diritto risalente ai privilevi della divi­nità, lo spinsero a questo come ad assumere il nome di Augusto che appunto significa: «Colui che è sacro per designazione divina».

Il carattere sacro dell'imperatore venne poi sempre più accentuato sotto i successori tanto che prima nell'ambito dei «clientes» e poi in tutto il popolo si diffuse il costume di prestare l'adorazione al «ge-nius» dell'imperatore divinizzato, come era accaduto per Romolo, con­siderato dio sotto il nome di Quirino, anche Cesare ebbe dopo la morte un tempio nel centro del Foro, là dove il suo cadavere era stato arso, e tutti i successori vennero alla, loro morte considerati assunti in cielo come divinità e tale culto fu tributato anche alle loro virtù divinizzate, come dimostrano le memorie di un tempio eretto in memoria della «Clementia Caesaris».


Tali forme che ebbero uno sviluppo sotto il principato, raggiunsero l'acme sotto l'impero assoluto, favorite ancora una, volta dallo spostarsi del centro dell'impero verso oriente, cioè a Nicomedia dove Diocleziano pose la sua sede, rafforzando il concetto teocratico dell'im­periale potestà assumendo il titolo di «Iovius» ed attribuendo al col­lega Massimiano quello di «Herculius». Così alla fine del III sec. d. C. mentre più nessuno o quasi conservava la fede dei padri nelle divinità, dell'Olimpo pagano, ancora la forza morale del potere monarchico ve­niva legata alla religione ufficiale dello Stato di cui l'Imperatore rap­presentava non soltanto il sommo sacerdote ma anche una delle divi­nità pretendendo quindi dai sudditi, non solo l'obbedienza ed il rispetto, ma la vera e propria adorazione.

Mentre la corona veniva strappata da generali insanguinati, forti della acclamazione delle loro legioni, bastava che questi illegittimi de­tentori se ne adornassero per acquistare un carattere sacro ed inviolabile, davanti al quale non si fermavano però i congiurati e le loro trame.

domenica 22 febbraio 2026

Casa Savoia, le onorificenze dell'ultimo Re d'Italia Umberto II vanno all'asta a Ginevra il 18 marzo, lo stesso giorno in cui l'ex sovrano morì in esilio in Svizzera

 


Questa collezione arriva sul mercato per la prima volta: 44 lotti ripercorrono mezzo secolo di diplomazia, strategia e alleanze del Regno d’Italia con il resto del mondo


Casa Savoia, le onorificenze dell'ultimo Re d'Italia Umberto II, vanno all'asta a Ginevra il 18 marzo, lo stesso giorno in cui l'ex sovrano morì in esilio in Svizzera

Finora conservata in famiglia, questa collezione unica di onorificenze appartenute a Umberto II, ultimo Re d'Italia, sarà presentata per la prima volta all'asta a Ginevra durante la settimana che va da lunedì 16 marzo dalla Casa d'Aste Piguet. Finemente lavorate, queste decorazioni saranno offerte in 44 lotti, con una stima complessiva compresa tra 400.000 e 600.000 franchi svizzeri. La maggior parte di queste onorificenze fu assegnata a Umberto II (1904-1983) quando era ancora Principe di Piemonte: simboleggiano i legami dinastici e diplomatici che univano le grandi famiglie regnanti del mondo. Raccontano la storia di un mondo tra due guerre e di una monarchia che accumulò onorificenze internazionali proprio nel momento in cui stava perdendo la sua legittimità in patria. Così commenta Bernard Piquet, direttore della casa d’aste ginevrina: «È rarissimo offrire un insieme così importante e prestigioso all’interno di un’unica asta. Gli ordini cavallereschi più illustri vi sono rappresentati nel loro grado più elevato. Ricevere la fiducia delle più grandi famiglie aristocratiche europee è un immenso privilegio, che comporta anche la responsabilità di vigilare affinché questi oggetti di prestigio proseguano la loro storia presso un nuovo proprietario degno della loro eredità».

[...]

Casa Savoia, le onorificenze dell'ultimo Re d'Italia Umberto II vanno all'asta a Ginevra il 18 marzo, lo stesso giorno in cui l'ex sovrano morì in esilio in Svizzera - Il Giornale d'Italia

sabato 21 febbraio 2026

ONORIFICENZE DEL RE D'ITALIA, UMBERTO II, ALL'ASTA A GINEVRA

 Da un nostro amico affezionato apprendiamo la notizia che segue, tradotta dal francese tramite Google.
Notizia che, solo per il momento, lasciamo senza commento.



Fonte: qui (1) Instagram


Questa collezione appare sul mercato per la prima volta: 44 lotti che ripercorrono mezzo secolo di diplomazia, strategia e alleanze.

 

Rimasta fino ad ora di proprietà della famiglia, questa collezione di onorificenze appartenute a Umberto II, ex Re d'Italia, è stata presentata per la prima volta a Ginevra durante la settimana del 16 marzo.

Offerti in 44 lotti, questi pezzi eccezionali erano stimati tra i 400.000 e i 600.000 franchi svizzeri.
La maggior parte di queste onorificenze si ispira a Umberto II (1904-1983), anche primo Principe di Piemonte: testimoniano i legami dinastici e diplomatici che unirono le grandi famiglie regnanti d'Europa e del mondo.

Raccontano la storia di un mondo tra due guerre, quello di una monarchia che accumulava onorificenze internazionali proprio nel momento in cui stava perdendo la sua legittimità in patria.

Erede della corona italiana, Umberto II regnò per trentacinque giorni, dal 9 maggio al 13 giugno 1946, e fu allora soprannominato "Re di Maggio".

Appartenenti a Casa Savoia, dove linee dinastiche e diplomatiche continuano a esercitare influenza sull'Europa e sul mondo, queste illustri figure emergono su una mappa geografica, sia negli scritti che nelle parole.

 

Articolo: Vanessa Schmitz-Grucker

 

Una giornata dalla Casa d'Aste Piguet, mercoledì 18 marzo.


(18 Marzo, anniversario della scomparsa di Re Umberto II. A Ginevra. Nota del webmaster)

 

📷 Impero russo. Ordine di Sant'Andrea Apostolo il Primo Nominato, fondato nel 1698, set da cavaliere (singolo grado), comprensivo di gioiello, collare, placca e astuccio. Lo stemma imperiale e il nome dell'ordine sono incisi in oro sulla rilegatura. 39 x 24 x 6 cm. Stima: CHF 100.000/150.000


giovedì 12 febbraio 2026

L’ITALIA IN FORMAZIONE LA PEDAGOGIA AMBIENTALISTA. IL FORO ITALICO

 Siete invitati a una Nostra Conferenza, dal Titolo

L’ITALIA IN FORMAZIONE LA PEDAGOGIA AMBIENTALISTA. IL FORO ITALICO



                         
La Conferenza, occasionata dal Centenario
dell’istituzione dell’Opera Nazionale Balilla,
illustrerà attraverso una sequenza d’immagini,
la genesi del Foro Italico,
intesa come momento determinante
dello sviluppo urbanistico della Terza Roma.
Sarà individuata la Via Italiana alla Modernità
intesa come Terza Via Europea.


L’indirizzo interpretativo adottato, per ragioni di Metodo,
sarà esaminato alla luce della Pedagogia Ambientalista d’epoca,
secondo la lezione antica che l’architettura educa.
Si intende portare avanti la concezione Greco-Romana della Paideia,
con l’obiettivo di fortificare l’attività intellettuale con l’esercizio fisico, a salvaguardia dell’integrità morale del soggetto,
al fine di promuovere e formare lo Stato Organico.


           MENS SANA IN CORPORE SANO


LIBRERIA  HORAFELIX

VIA REGGIO EMILIA, 89   ROMA
GIOVEDÌ   19  FEBBRAIO  2026  ORE 18
INGRESSO  CON  CALICE € 5
INFO E PRENOTAZIONI   Telefono  338 4714674  
terzanavigazionefutura@gmail.com


      Cordialmente
          Prof. Massimo Fulvio Finucci e D.ssa Clarissa Emilia Bafaro

LINK NOSTRA CONFERENZA
https://consulpress.it/litalia-in-formazione-la-pedagogia-ambientalista-il-foro-italico/

 

N.B. INVITO VILLINO  GIUSTINIANI  MASSIMO
         GIOVEDI’ POMERIGGIO 12  FEBBRAIO  ORE 16
N.B. INVITO MUSEO PORTA SAN PANCRAZIO
         DOMENICA POMERIGGIO 15  FEBBRAIO  ORE 16
N.B. INVITO CONFERENZA IL FORO ITALICO

sabato 31 gennaio 2026

LA REGINA MARGHERITA LA CULTURA E LE LECTURAE DANTIS

 



di Gianluigi Chiaserotti

 

Cade quest’anno, esattamente il 4 gennaio, il Primo Centenario della morte della prima regina dell’Italia Unita, Margherita di Savoia, che nata a Torino nel Palazzo Chiablese il 20 novembre 1851.

Era la figlia di Ferdinando di Savoia (1822-1855), primo duca di Genova, e fratello di Vittorio Emanuele II (1820-1878), primo Re d’Italia, il quale ascese al trono italiano in quanto vedovo, quindi la nostra, andata in sposa al figlio, Umberto I di Savoia (1844-1900), fu la prima regina d’Italia.

Ma in questa pagina voglio evidenziare essenzialmente la parte culturale di Margherita di Savoia, in quanto, una volta al Quirinale, aveva senza dubbio un ascendente notevole sulle scelte del marito, ma ufficialmente si occupava dei ricevimenti e ben presto acquisirono grande fama i suoi incontri del giovedì, i c. d. «giovedì della Regina»,  giorno in cui intellettuali di spicco giungevano al Palazzo, sedotti forse dalla conversazione della padrona di casa, interessata ad affrontare tematiche che solitamente rimanevano lontane dai palazzi reali, ed erano più inclini a delle serate frivole. Anche la scelta degli ospiti, in cui il rango non aveva un ruolo decisivo, rappresentò un elemento nuovo che concorse a dare notorietà alle serate della regina, alimentandone il mito presso i poeti e, quindi, presso l’immaginario comune.

Il giovedì si riunivano quindi al Quirinale nomi quali Ruggero Bonghi, il colto ministro Marco Minghetti (amico intimo di Margherita e successivamente Presidente del Consiglio per la seconda volta, dopo il primo governo degli anni Sessanta del Secolo XIX), l’illustre storico Ferdinand GregoroviusEmilio Broglio, il marchese Francesco Nobili Vitelleschi e il barone archeologo Giovanni Barracco, per citare i più significativi.

Le donne entravano nel cenacolo solo in quanto consorti di politici vicini alla regina: fra loro vi erano Laura Minghetti, Antonietta Farini (moglie di Domenico), Bice Tittoni (sposata con il senatore Tommaso) e Carolina Rattazzi, parente del noto Urbano.

La figura di Margherita di Savoia fu esaltata dal poeta Giosuè Carducci (1835-1907), ma negli ultimi anni della sua vita, con l’Ode “alla Regina d’Italia”.

Infatti il poeta ebbe un passato alquanto repubblicano.

Aveva un dispregio verso i monarchi, ma poi, negli ultimi anni appunto, si convertì all’idea monarchica.

Da regina promosse le arti e la cultura, introdusse la musica da camera in Italia, fondò il quintetto d’archi di Roma, il c. d. “Quintetto della Regina”.

Fu grazie ad una borsa di studio da lei concessa che, dal 1880 al 1883, Giacomo Puccini poté studiare al Conservatorio di Milano.

Ma sicuramente l’alta istituzione culturale patrocinata dalla regina Margherita furono le “lecturae Dantis” a Roma.

Queste furono istituite, con l’augusto contributo della Regina, inizialmente presso il Nobile Collegio Nazareno, diretto dai Padri Scolopi.

L’ideatore fu il dantista scolopio Luigi Pietrobono (1863-1960) (celebre è un suo commento alla Divina Commedia), già dai primi anni del secolo XX.

Si svolgevano nell’Aula Magna del Collegio, ubicata al piano nobile.

Tale Aula, con una solenne cerimonia, il 30 maggio 1939, e con lo svelamento di una lapide e di un’erma, fu intitolata appunto alla Regina Margherita di Savoia.

Tali “lecturae Dantis” si trasferirono poi presso la Casa di Dante, costituita come ente morale nel 1914 con “regio decreto del 16 luglio 1914 n. 796” e confermata appunto sotto l’alto patrocinio della regina madre Margherita di Savoia, la quale fu onorata di porre la prima firma su queste attività culturali al solo scopo di essere l’organo principe in Italia per la promulgazione e il sostegno dell’opera dantesca, con particolare attenzione alla Divina Commedia.

L’istituzione ha ancora sede in Roma, in Trastevere, nel palazzetto degli Anguillara, in piazza Sonnino 5, e svolge attività culturale dantesca, anche con le scuole, con incontri pressocché settimanali basati sul commento di canti del Poema Dantesco, a cura di illustri accademici, docenti e studiosi dell’Alighieri.

mercoledì 14 gennaio 2026

IL MITO CAPITALE LA METAPOLITICA DEL TERZO MILLENNIO

 

Siete invitati a una Nostra Lectio Magistralis dal Titolo

IL MITO CAPITALE

LA METAPOLITICA DEL TERZO MILLENNIO


Si presenta in questa occasione il Progetto Pilota . Serie M

che sta a  fondamento della Nostra Operazione Metapolitica.

Atto di nascita di una vera e propria Scuola di Specializzazione

dedicata alla Capitale del Mondo, rivolta a studiosi e professionisti

intenti a elaborare l’immagine di questa sublime Realtà.

L’Italia si innova in verità al suo cospetto Nomen Omen

L’Ipotesi .  L’Origine Ermetica dell’Unione Europea

Il Focus L’Idea di Roma

LIBRERIA  HORAFELIX

VIA REGGIO EMILIA, 89   ROMA

GIOVEDÌ   22  GENNAIO  2026  ORE 18

INGRESSO  CON  CALICE  AUGURALE    € 5

INFO E PRENOTAZIONI   338 4714674

Posta    terzanavigazionefutura@gmail.com



Cordialmente

Prof. Massimo Fulvio Finucci e D.ssa Clarissa Emilia Bafaro

 

SITO NOSTRO EVENTO

 HTTPS://CONSULPRESS.IT/LIDEA-DI-ROMA-LECTIO-MAGISTRALIS/


giovedì 8 gennaio 2026

Ricordo della Regina Elena nel 153° della nascita


Ritratto della Regina Elena di Ida Bove


Di Emilio Del Bel Belluz

 
L’8 gennaio 2025 si ricorda il 153esimo anniversario della nascita della Serva di Dio, la Regina Elena di Savoia, nata nella terra lontana del Montenegro, nel 1873. Una donna coraggiosa che seppe affrontare tutte le avversità che le vennero poste dal destino con la forza della fede. Una donna che ha saputo conservare nel suo cuore un grande amore per la terra che le diedi i natali, ma che, dopo il matrimonio con il Re Vittorio Emanuele III, nutrì un grande affetto e una devozione per l’Italia. Non è facile descrivere  in poche righe chi è stata la Serva di Dio, Elena, ma basta chiudere gli occhi e pensare al grande amore che possiedono le mamme nei confronti dei loro figli e degli altri componenti della famiglia. La Regina Elena per gli italiani divenne una mamma premurosa, e nei tanti avvenimenti difficili e drammatici che la videro presente, dimostrò il suo prodigarsi con abnegazione nei confronti degli umili e degli ultimi. 
Si pensi al terremoto di Messina, dove fu presente nel prestare soccorso alle popolazioni colpite  dalla tragedia con lo spirito e l’amore di madre, non preoccupandosi delle ripercussioni che sarebbero state possibili sulla sua vita. Il suo grande coraggio fu dimostrato anche nel momento in cui supplicò un ammiraglio di una nave russa di trasportare negli ospedali vicini tanti italiani feriti nel terremoto. La Regina non aveva paura di  nulla, era una persona nata per fare del bene al prossimo. 
Pensiamo a quando trasformò il Quirinale in un ospedale per curare le ferite dei tanti  soldati della seconda guerra mondiale e donando, inoltre, a ciascuno una parola d’affetto e d’amore. Si aggirava tra i letti d’ospedale e, se sentiva che qualche soldato chiedeva della mamma, si metteva al suo capezzale e gli stringeva la mano, tranquillizzandolo, come avrebbe fatto la sua madre naturale.  
La sua opera tra i poveri, tra le persone umili che non avevano il necessario per vivere, non conosceva sosta. Non poteva chiudere gli occhi davanti alla sofferenza, nella sofferenza vedeva la croce di Cristo. Fu una donna che dovette vivere una terribile esperienza come quella d’andare in esilio in una terra straniera, assieme al suo consorte Re Vittorio Emanuele III. Anche in esilio riuscì a fare del bene alla gente. 
Dopo la morte del marito dovette, a malincuore, lasciare quel Paese che l’aveva ospitata per andare in Francia. La malattia la stava consumando, ma il dolore fisico non le impediva di fare del bene. Alla sua morte furono migliaia le persone che parteciparono ai suoi funerali, migliaia di persone che non l’avevano potuta dimenticare. 
Da anni la Serva di Dio è in attesa di diventare Beata. Nel mondo sono in molti a pregare affinché il nuovo Papa Leone XIV La elevi agli onori degli altari.  Voglio concludere questo mio ricordo, riportando un episodio  scritto da Renato Barneschi nel libro “Elena di Savoia” che conferma ulteriormente che Ella era la madre di tutti. 
“A Roma, nel cimitero del Verano, c’è la tomba di una bambina di due anni, vittima di un assassinio. La chiamano la tomba della bambina della Regina perché fu la Regina Elena a farvi collocare la lapide che la sovrasta, da Lei stessa disegnata, e a dettarne  l’ epigrafe. Sulla lastra di marmo sono scolpiti in bassorilievo alcuni gigli. Uno di essi è reclinato su se stesso, reciso dal morso di una serpe. Dice l’epigrafe:
 
Qui dove giace
 
Rosina Pelli
 
vittima inespiabile
 
di nefanda barbarie
 
il pianto perpetuo del popolo
 
lavi l’orrendo oltraggio
 
gigli e rose ricordino
 
l’innocente anima
 
ascesa al Regno dei Cieli
 
        

   Elena di Savoia Regina d’Italia

sabato 3 gennaio 2026

In ricordo della Regina Margherita a cent’ anni dalla sua morte

 

 di Emilio Del Bel Belluz

 

Era il 4 gennaio del 1926 quando la prima Regina d’Italia, Margherita di Savoia si spense nella bella città di Bordighera. Era la moglie del Re Umberto I, assassinato a Monza, il 29 luglio del 1900. Qualcuno scrisse che dopo la sua morte il cielo grigio si era fatto turchino: sembrava che la Regina avesse voluto lasciare un saluto al popolo italiano che tanto l’aveva amata.

Dalla Villa Reale dove morì venne issata la bandiera a mezz’asta in segno di lutto. In quella casa aveva goduto per l’ultima volta la visita dei bambini di Bordighera che la avevano voluto omaggiare con i loro canti nel giorno del suo compleanno: il 20 novembre 1925.

Quei bambini le avevano riempito il cuore, con i loro canti festosi e le loro poesie che avevano recitato. I loro volti sorridenti l’avevano commossa. Poi, quei bambini avevano potuto mangiare delle buone cose, disposte sui tavoli imbanditi della Villa. Il loro vociare s’era arrestato davanti a quel ben di Dio. Non era facile in quei tempi godere di un tale momento conviviale. La Regina, una decina di giorni prima, aveva potuto godere della festa del Santo Natale, che per Lei era un momento molto importante. Quando era a Roma amava circondarsi da tutta la famiglia, e preparare il presepe e il grande albero di Natale. Per l’occasione aveva l’abitudine di chiamare uno zampognaro che suonasse i canti natalizi davanti al presepe. Questo fortunato zampognaro aveva il piacere di godere della compagnia della famiglia Savoia. L’uomo aveva, poi la gioia di trovare sotto l’albero un regalo anche per lui. Due motti furono da Lei molto amati, di cui era l’autrice: “Sempre avanti Savoia”, e  “La Regina  è la madre dei poveri”. Tra i poveri privilegiava i piccoli che non avevano nulla, e i senza famiglia. Una donna che aveva imparato il latino a trent’anni per seguire gli studi del figlio, il principe Vittorio Emanuele. Dunque una mamma che amava con il cuore, seguendo la vita del figlio. Alla sua morte il corpo della Regina venne trasportato con una locomotiva da Bordighera a Roma, dove fu sepolta al Pantheon. Tra i tanti ricordi della Mamma dei poveri, come Lei si definiva, c’è un piccolo racconto uscito come trafiletto nel settimanale Oggi dell’agosto 1951, dal titolo: “Cuore di Regina”.  “Mentre la Regina Margherita era in campagna a Gressoney, durante una passeggiata, sentì uscire da una casupola il disperato pianto di bambini. “Che cosa succede là dentro?”, chiese la Regina ad un passante.” Sono i figli di mamma Teresa”, rispose questi senza riconoscerla, “i quali, ogni volta che la madre esce, piangono così: hanno avuto il padre morto un anno fa, e da allora temono sempre che anche la madre non abbia più a ritornare”. La Regina colpita dal racconto, entrò nella casa e vi trovò due bambini di cinque, sei anni coricati su un misero pagliericcio. Poco dopo tornò la madre che, riconosciuta l’illustre visitatrice, non sapeva più come farle onore. La Regina lasciò del denaro e, anche negli anni successivi, non mancò mai di provvedere ai bimbi di Teresa. Fu molto felice quando la povera donna le fece sapere che dal giorno della sua visita la fortuna si era ricordata anche di loro. “Vostra Maestà “, commentava la donna, “ha messo in fuga lo spirito maligno della mia casa”.  

sabato 6 dicembre 2025

Conferenza " Il mito di Roma"

 


Siete invitati a un 
Nostro Convegno, dal Titolo
IL MITO DI ROMA. LA CAPITALE. 1925
Il Convegno alla Libreria Horafelix sarà dedicato
alla propaganda del Mito di Roma,
all'impianto mitopoietico dell'Urbe in quanto Capitale d'Italia
e alla tutela del Patrimonio Storico Italiano.
La Propaganda d’Epoca, iniziata con il processo
di Unificazione Risorgimentale, dopo la Grande Guerra,
avvia un’operazione mitopoietica innovativa.
Il focus. Il Mito di Roma
LIBRERIA  HORAFELIX
VIA REGGIO EMILIA, 89   ROMA
GIOVEDÌ   18  DICEMBRE  2025  ORE 18
INGRESSO  CON  CALICE  AUGURALE    € 5
INFO E PRENOTAZIONI   338 4714674  

      Cordialmente
          Prof. Massimo Fulvio Finucci e D.ssa Clarissa Emilia Bafaro

SITO NOSTRO CONVEGNO

https://www.consulpress.eu/il-mito-capitale/

 

venerdì 28 novembre 2025

𝐈𝐧 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐫𝐝𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐧𝐚 𝐄𝐥𝐞𝐧𝐚 𝐚 𝟕𝟑 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐞


di Emilio del Bel Belluz

Il 28 novembre 1952, moriva in terra di Francia, a Montpellier, la Regina Elena, moglie dell’amato Re Vittorio Emanuele III. La notizia della sua morte raggiunse subito l’Italia, e fu come se il Paese si oscurasse. Per gli italiani la Regina era stata sempre come una Mamma, una donna che aveva nel cuore la sua famiglia, ma anche milioni di italiani che non aveva mai dimenticato. Anche dal suo esilio il suo cuore palpitava per l’Italia. Da donna di carità si è sempre prodigata fino al’ultimo per il bene dei poveri.

Il suo percorso umano era iniziato nel lontano Montenegro, figlia del Re Nicola. Aveva lasciato il suo Paese per sposare il futuro Re d’Italia. La sua morte fu sentita anche molto in Francia, dove aveva vissuto gli ultimi anni, il periodo difficile della malattia. Anche in quel caso aveva affrontato con coraggio la prova che Dio Le aveva dato. Non si era piegata al male. Aveva tanto amato e frequentato un orfanatrofio di Montpellier. Vi andava spesso, portando dei doni, e ogni bene alle persone sfortunate che non avevano più i genitori. Questi bambini la chiamavano Mamma.

Da molti anni si parla di Lei, La si ricorda nei giornali, e se ne ricavano tante testimonianze, che la dipingono come è sempre stata: una Madre. Una madre che preferiva spendere il suo denaro nelle opere di beneficenza, anziché nelle feste mondane. Una volta venni a sapere che, dopo la sua morte, sulla sua tomba a portare un fiore e una preghiera, vennero delle suore dall’Italia. La Regina meritava largamente questo amore, e queste attenzioni. Da alcuni anni riposa in Italia, assieme al suo amato Re Vittorio Emanuele III. Il suo caro figlio, Re Umberto II, avrebbe voluto che i suoi genitori riposassero al Pantheon. Questo non è ancora accaduto, ma speriamo che il Re d’Italia e la consorte possano venire traslati al Pantheon, come da molti è auspicato.

In questo modo si capirebbe che finalmente si è fatta pace con la storia. Da anni si sta attendendo che il Papa La elevi agli onori degli altari, nessuno come Lei lo meriterebbe. Sarebbe per il mondo cattolico una figura esemplare, il cui operato nelle opere solidali non verrà mai dimenticato.


lunedì 24 novembre 2025

La Monarchia Spagnola non è residuo storico ma un pilastro dello stato di diritto

 Il prof. Berzosa ricorda che in un contesto di polarizzazione e crisi di fiducia istituzionale, la monarchia parlamentare offre stabilità, continuità e rappresentanza di tutti gli spagnoli senza adesione partigiana.

 

In un momento in cui vengono festeggiati i 50 anni dalla restaurazione della Monarchia, l’articolo del prof. Daniel Berzosa, professore di Diritto all’Istituto Europeo di Madrid, rafforza l'idea che la Corona abbia un ruolo da svolgere: essere ponte, canale di consenso e custode della libertà.

Il ruolo di un Re in una Monarchia Parlamentare: cosa può e cosa non può fare? In un mondo in cui i cambiamenti politici possono essere repentini, Sua Maestà, estraneo alle fluttuazioni elettorali, funge da punto di riferimento per la comunità. Cinquant'anni dopo la restaurazione della Monarchia in Spagna, è opportuno riflettere sull'utilità della Real Istituzione. La monarchia parlamentare istituita dalla Costituzione, incarnata dal 19 giugno 2014 da Sua Maestà Re Filippo VI e, dal 29 dicembre 1978 fino a tale data, da Re Juan Carlos I (che, tuttavia, era Re di Spagna dal 22 novembre 1975), è una componente chiave del sistema democratico spagnolo. Cos'è una monarchia parlamentare? Una monarchia parlamentare è il sistema politico della Spagna, un regime di libertà in cui il Re è il capo dello Stato. Grazie a questa disposizione costituzionale, la sua posizione primaria nella nazione non è meramente cerimoniale; egli è parte integrante dell'intera nazione, comprendendo ognuno di noi e tutte le strutture che la compongono. Il Re non è il capo del potere esecutivo né il Primo Ministro. Questa posizione è ricoperta dal Parlamento, dove il potere politico viene incanalato in prima istanza. In Spagna, il Parlamento è noto come Cortes Generales e comprende il Congresso dei Deputati e il Senato, sebbene solo il Congresso sia responsabile di questa elezione. Nelle monarchie assolute, il monarca era la fonte di tutto il potere politico. Nelle monarchie costituzionali, il monarca deteneva il potere che il Parlamento non possedeva. In una monarchia parlamentare, il Re è un pilastro di integrazione e stabilità che contribuisce e incarna la democrazia. Le funzioni del Re: cosa può fare? L'articolo 56 della Costituzione delinea le tre funzioni principali del Re. Le altre sono descritte dettagliatamente negli articoli 62 e 63 della Costituzione, sebbene alcune si trovino al di fuori del Titolo II, espressamente dedicato alla Corona. Il Re è simbolo dell'unità e della continuità storica della Spagna, che trascende i cambiamenti politici e sociali. Non essendo legato ad alcuna ideologia, il Re accoglie tutti i cittadini e promuove la coesione di un Paese pluralista.


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articolo complerto 

"La Monarchia spagnola non è un residuo storico, ma un pilastro dello Stato di diritto". Daniel Berzosa riflette sulla figura del Re, non solo come capo di Stato, ma come simbolo di unità e moderazione - Il Giornale d'Italia

DA BERTONE A PELLA “RAGIONERIA” E “POLITICA”


di Aldo A. Mola

La lunga carriera politica di Giovanni Battista Bertone...

   “In illo tempore”, un giorno di primavera del 1968, mentre l'Italia da almeno un anno era alle prese con sessantottismo e tanti “politici” premevano per un fumoso “cambio di passo”, una delegazione di democristiani cuneesi andò a Mondovì per un riservatissimo “colloquio” con il senatore Giovanni Battista Bertone, classe 1874. Avvocato e molto altro, il novantaquattrenne la accolse con pacata giovialità. Appena si affacciarono mogi mogi, capito quel che volevano dirgli, andò subito al dunque. Mostrò ancora una volta la sua tempra mite e leonina. Sciorinò come niente aneddoti di venti, quaranta, cinquant'anni addietro. Ricordò la sua prima campagna elettorale. Nel 1909, sessant'anni prima, aveva guidato con successo un blocco clerico-intransigente nella lotta per la conquista del comune di Mondovì. Vinse, ma l'esito fu annullato. Il governo inviò un regio commissario per preparare la riscossa dei liberali. Nel 1911 Bertone prevalse nuovamente. Di lì a poco fu eletto nel consiglio provinciale di Cuneo per il mandamento di Mondovì-Villanova-Frabosa. Da sette anni i suoi sessanta componenti (aristocratici, parlamentari, scienziati, artisti, notabili di ampia fama...) erano presieduti da Giovanni Giolitti (1842-1928).

   Nel 1913, egli narrò agli ospiti, le elezioni alla Camera nel collegio di Mondovì furono al centro dell'attenzione nazionale perché il “patto Gentiloni” tra Giolitti e i “cattolici moderati” doveva scongiurare la sua elezione. Vinsero i moderati, capitanati da Vittorio Vinai, che sconfisse il giolittiano Vittorio Giaccone. Il socialista Felice Momiliano si fermò a 609 voti contro i 5908 di Vinai. Quel patto non funzionò nemmeno a Cuneo, dove Gentiloni in persona intervenne per bloccare i cattolici intransigenti e spianare la strada all'elezione del trentunenne Marcello Soleri, già sindaco di Cuneo, contro Tancredi Galimberti, in rotta di collisione con Giolitti e nettamente sbaragliato.

   Anche all'epoca in provincia piccole ruggini diventano odi immarcescibili. Bertone però sapeva guardare lontano. Il 1° settembre 1917 da Frabosa, ove estivava, rinnovò a Giolitti il plauso per il coraggioso discorso tenuto a metà agosto al consiglio provinciale di Cuneo: «Quando milioni di lavoratori delle città e delle campagne, la parte più virile della nazione, torneranno affratellati per anni dai comuni pericoli, ritorneranno alle loro umili case con la coscienza dei loro diritti e reclameranno ordinamenti improntati a maggiore giustizia sociale che la patria riconoscente non potrà loro negare.» Bertone aggiunse: «Dietro a Vostra Eccellenza vada, silenziosa nel dolore ma ferma nelle sue aspirazioni, la grande massa del popolo italiano.» Parlava la lingua dei cattolici che verso fine Ottocento si erano organizzati nella prima “Democrazia cristiana” ponendo la “questione sociale” in termini non troppo diversi dall'Estrema sinistra (più equità: la “Rerum Novarum” di papa Leone XIII aveva più di vent'anni), ma senza toccare quella istituzionale. Da politico già sperimentato e avveduto, Bertone gli propose anche di varare un accordo tra “La Stampa” del senatore giolittiano Alfredo Frassati e il foglio cattolico torinese “Il Momento”: «Si avrebbero così due giornali a disposizione. E parmi cosa importante», egli osservò.

   Gli premeva fermare i nazionalisti e i rivoluzionari dell'Estrema sinistra che a metà agosto del 1917 avevano plaudito agli inviati dei soviet e incendiato Torino. L'intransigentismo clericale apparteneva al passato remoto. Perciò Bertone, laureato in legge nel 1896, nel gennaio 1919 fu tra i fondatori del partito popolare italiano guidato da don Luigi Sturzo e ne promosse rapidamente l'organizzazione capillare, utilizzando anche la rete degli ecclesiastici, preoccupati da quanto avveniva in Russia e stava dilagando dall'Europa centrale alla Gran Bretagna, preda di scioperi e dove i conservatori vittoriosi in guerra furono sconfitti alle urne.

  Il 16 novembre 1919 gli italiani vennero chiamati a rinnovare la Camera, sulla base della legge del 15 agosto: suffragio universale maschile e riparto dei seggi in proporzione ai voti ottenuti nei collegi, quasi ovunque identici al territorio delle province. Nel ricordo del “gentilonismo”, su proposta del deputato giolittiano Camillo Peano la legge adottò il “panachage” (“screziatura”): se in una provincia, come quella di Cuneo, erano in palio dodici seggi e una lista metteva in campo undici candidati l'elettore poteva aggiungere un dodicesimo nome pescandolo tra i candidati di un'altra lista. Un cattolico poteva votare anche un liberale e viceversa. In provincia di Cuneo il sistema funzionò. Ma a vantaggio di Bertone i cui elettori non aggiunsero preferenze a favore di Giolitti, mentre molti liberali votarono anche Bertone, che sommò più suffragi dello Statista. Finì che i popolari ebbero quattro seggi, come i socialisti, mentre i liberali ne ottennero appena tre (Giolitti, Soleri ed Egidio Fazio, di Garessio). Uno andò all'indipendente Carlo Bianchi, di Bra, che si affrettò a votare con il governo, presieduto dal democratico Francesco Saverio Nitti.

   Giolitti masticò amaro ma, tornato presidente del Consiglio, volle Bertone sottosegretario alle Finanze, a supporto del ministro Luigi Facta, da trent'anni eletto a Pinerolo. Quando Facta divenne presidente del Consiglio lo chiamò alla guida del ministero. Nella drammatica seduta del 28 ottobre 1922 Bertone fu tra quanti (Paolini Taddei, Giulio Alessio e Soleri) chiesero di usare la maniera forte per fermare gli squadristi. Ci voleva poco. Il generale Emanuele Pugliese, ebreo osservante, comandante della divisione militare di Roma, pluridecorato, aveva predisposto tutto, come poi documentò in “Io difendo l’Esercito”, pubblicato a Napoli nel maggio 1946: un libro che tanti “storici” dovrebbero leggere prima di narrare fiabe su quei drammatici giorni.

   Le cose andarono come è noto: il re incaricò Mussolini, che formò il governo di coalizione costituzionale comprendente i popolari, con due ministri e sottosegretari, tra i quali Giovanni Gronchi all'Inustria. Bertone, accantonato, fu nominato presidente dell'Istituto nazionale di credito per la cooperazione. Rieletto nel 1924, aderì all'Aventino, ma quando ne constatò l'inconcludenza, nell'Anno Santo 1925 rientrò alla Camera. Allo scioglimento del partito popolare si dedicò alla professione forense. “Ars longa...”. La vita anche, a volte. Per lui lo fu, come evocò alla delegazione in visita a Mondovì quella primavera del Sessantotto.

   Aveva molto altro da raccontare, a cominciare dal suo rientro nell'agone politico nel 1945, l'elezione alla Costituente nel giugno 1946, la nomina a ministro del Tesoro in successione nel governo De Gasperi al conterraneo Soleri, morto prematuramente, il lancio del prestito per la ricostruzione, voluto da Luigi Einaudi. Senatore di diritto nel 1948, ministro del Commercio Estero e poi dell'Industria e Commercio, vicepresidente del Senato dal 1951 e presidente della commissione Finanze e Tesoro nel 1948, Bertone promosse l'unione doganale italo-francese: un progetto lungimirante che anticipò la linea comunitaria europea degli anni seguenti. Ovviamente ricandidato e rieletto senatore con cifra altissima di consensi, egli divenne uno dei profeti dell'Europa ventura. Di elezione in elezione fu confermato senza rivali.

   Ma, appunto, si arrivò al 1968. Fatto capire agli interlocutori di essere ancora lucidissimo e pronto a qualsiasi ulteriore prova, prese atto della necessità di “cedere” il collegio, che anche a Roma consideravano “blindato” per qualunque politico, anche se non monregalese o cuneese. Il candidato che gli venne prospettato d'altronde, era degno di lui e della miglior tradizione nella quale era vissuto e si riconosceva: il biellese Giuseppe Pella.

 

...e quella del “ragioniere” Giuseppe Pella.

   Nato a Valdengo il 18 aprile 1902 in un famiglia contadina, diplomato ragioniere al “Sommeiller” di Torino (come Giuseppe Saragat), laureato nel 1924 in scienze economiche e commerciali con un docente quale Luigi Einaudi, fiduciario di imprese tessili del suo originario biellese e insegnante di tecnica commerciale e ragioneria industriale negli istituti tecnici, nel 1935-1936 (gli anni della guerra d'Etiopia e della proclamazione dell'Impero) Pella fu nominato vicepodestà di Biella. Iscritto dal 1919 al partito popolare italiano, negli anni centrali del regime si dedicò alla professione, allo studio e all'amministrazione civica, che risolve i problemi dei cittadini, senza retorica magniloquente. Nel 1945 aderì alla democrazia cristiana e l'anno seguente venne eletto consigliere comunale. Candidato quasi di straforo alla Costituente nel collegio Torino-Novara-Vercelli, come documentano i suoi biografi Francesco Malgeri e Franco Boiardi,  fu eletto e subito nominato sottosegretario alle Finanze, un ministero che nel disastrato dopoguerra richiedeva preparazione, competenza e applicazione. Pochi comizi, concentrazione sulla circolazione della moneta e sui cambi tra la lira, il dollaro e la sterlina: fondamentali per l'import-export. Ministro dal 1947 nel V governo De Gasperi, che segnò la rottura tra la democrazia cristiana e le sinistre, dal 1948 al 1951 fu titolare del Tesoro con interim del Bilancio e del Bilancio con interim del Tesoro.

   Pressoché estraneo alle diverse correnti che (spesso per avidità di potere più che per motivi ideologici) dividevano il partito e dedito a governare la complessa macchina ministeriale, Pella venne apprezzato sia da De Gasperi, Giuseppe Paratore, Ezio Vanoni, Giuseppe Saragat, socialdemocratico, sia da quanti lo avevano conosciuto interlocutore efficiente nel decisivo viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti d'America. Presidente del governo di quell'Italia in affanno (emerge bene dai verbali del Consiglio dei ministri curati da Aldo G. Ricci, editi dal Poligrafico dello Stato), De Gasperi andò oltre Atlantico con il cappotto prestatogli da Attilio Piccioni e le valige omaggiate da Giuseppe Brusasca, mentre sua figlia Maria Romana fungeva da interprete perché il padre parlava bene latino e tedesco ma non l'inglese, lingua dei vincitori.

   Al governo, Pella perseguì la linea condivisa da Einaudi: non stampare altra moneta, lasciare che il mercato si regolasse da sé esaurendo speculazioni e inflazione, applicare rigorosamente il principio enunciato in Costituzione: «Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese. Ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte» (articolo 81: da rileggere attentamente in questi giorni).

   A fianco di De Gasperi nel suo nono e ultimo governo, un monocolore democristiano con l'appoggio esterno del partito nazionale monarchico, il 17 agosto 1953, con sorpresa generale, Pella fu nominato presidente del Consiglio. Einaudi lo scelse senza le consultazioni già allora di rito. Il Capo dello Stato decise ai sensi del secondo comma dell'articolo 92 della Costituzione: «Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.» Non era una novità nella storia d'Italia. Era già tutto scritto nello Statuto Albertino del 1848 e nel regio decreto 14 novembre 1901. I Costituenti lo ribadirono. Einaudi proseguì nel solco. Monarchico e liberale, egli non era stato il primo candidato della Democrazia cristiana alla presidenza della Repubblica dopo Enrico De Nicola. Volente o nolente De Gasperi gli aveva inizialmente preferito il repubblicano veemente Carlo Sforza, scartato dopo tre votazioni fallite. Fu il giovane Giulio Andreotti a informare Sforza (notò che aveva già pronto sul tavolino il discorso di insediamento)  e subito dopo annunciò a Einaudi che sarebbe stato il nuovo candidato della maggioranza di governo uscita dalle urne il 18 aprile 1948. Einaudi gli fece notare che era claudicante. Ma questo era l'ultimo dei problemi per uno Stato che doveva risalire lentamente la china. Importante era vedere con chiarezza la meta e “tenere la rotta”...

   Nella pienezza dei poteri costituzionali, da consegnare interi al successore quando fosse arrivato il momento, Einaudi nominò dunque Pella, che si trovò a presiedere un monocolore democristiano con l'astensione di liberali, monarchici e repubblicani. Tenne per sé gli Esteri, che volevano dire lo Stato e, indirettamente, le sue forze armate, e il Bilancio. Affidò a Fanfani l'Interno, la Difesa a Paolo Emilio Taviani, al suo primo incarico in quel ministero chiave, il Tesoro a Silvio Gava, le Finanze a Ezio Vanoni. Per molti i loro nomi oggi sono persi nell'oblio che oscura i difficili anni della Ricostruzione. Vanno invece ricordati perché quegli uomini furono artefici del “miracolo economico” degli anni immediatamente seguenti.

La questione del confine italo-jugoslavo

   Nel settembre 1953 Pella affrontò la crisi più grave dell'Italia nel dopoguerra. Il presidente della Jugoslavia, Josip Broz Tito, comunista spietato ma vezzeggiato da occidentali (soprattutto gli inglesi) perché in tensione con Stalin, il peggiore, accennò a manovre annessionistiche: intendeva occupare la “Zona B”, amara “eredità” dei giochi militari-diplomatici dell'ultima fase della seconda guerra mondiale, costata la rettifica della frontiera italo-jugoslava ai danni dell'Italia e la prolungata contesa, chiusa solo nel 1975 con il Trattato di Osimo, tardivo sotto tutti i punti di vista.    

   Nell'inerzia di chi avrebbe dovuto tutelare i diritti del Paese, che dal 1949 aveva aderito alla Nato, alleanza difensiva, Pella non esitò a decidere la mobilitazione militare. Il mite economista mostrò un volto tanto inatteso quanto necessario e decisivo. Venne osteggiato dalle sinistre e da parte della stessa democrazia cristiana e tacciato di deriva nazionalistica, quasi che l'Italia confinasse con pacifisti e non avesse al proprio interno fautori dell'Unione sovietica e nostalgici dell'arrivo dell'Armata Rossa a sostegno della mitica”rivoluzione” e del rifiuto oltranzista dell'“Occidente”. Lo spostamento di alcune divisioni verso la frontiera non fu un azzardo: ebbe vastissimo plauso dall'opinione pubblica degli italiani e risultò la premessa per il sofferto definitivo ritorno integrale di Trieste all'Italia nell'anno seguente.

   Nato come “di amministrazione”, il governo si trovò presto in bilico. I primi a non sostenerlo furono appunto i democristiani che lo consideravano appena un “amico”. Il 12 dicembre Pella venne implicitamente sfiduciato dal discorso di Mario Scelba a Novara. Dopo altri contrasti, il 18 gennaio 1954 rassegnò le dimissioni. Gli subentrò Amintore Fanfani che resse poche settimane e spianò la strada al governo presieduto da Scelba che il 10 febbraio 1954 incluse socialdemocratici e liberali, con Saragat vicepresidente. Scelba tenne l'Interno e affidò le Finanze a Roberto Tremelloni.

   Alcuni ritennero che la carriera politica di Pella fosse drasticamente finita. Invece egli tornò vicepresidente del Consiglio (con Adone Zoli), due volte ministro degli Esteri (con Zoli e Antonio Segni) e Ministro del Bilancio nel III governo Fanfani (il primo con astensione dei socialisti). Dopo che, nel 1968, gli fu trovato un collegio “sicuro”, quello di Mondovì, a scapito del nonuagenario Bertone, nel 1972 Pella venne chiamato alle Finanze da Giulio Andreotti. Poi finì sempre più ai margini in Italia. Ma dal 1956 presiedette l'Assembla generale della Comunità europea del carbone e dell'acciaio e lavorò sempre più alla costruzione dell'Europa ventura. Morì il 31 maggio 1981.

   Le vite parallele di Bertone e Pella insegnano che occorre tempo per apprendere bene ed esercitare al meglio il mestiere della politica e del governo, senza limiti di durata del mandato. Lo decidono le capacità personali e il consenso degli elettori. Gli statisti più fattivi risultano anche i più longevi, meno sensibili alle sirene dell'ideologia e più attenti alla “ragioneria”, che deve fare i conti con la realtà interna   planetaria.