NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 29 maggio 2026

Vita segreta al Quirinale VI parte

 


IL 2 GIUGNO

La mattina del 2 giugno la vita al Quirinale si svolse come di con­sueto, contrassegnata da un unico avvenimento: l'udienza solenne con la quale il re ricevette il nuo­vo ministro del Portogallo che gli presentò le credenziali. Era la pri­ma udienza solenne che Umberto dava come sovrano: e il caso volle che essa fosse riservata al rappresentante del Paese che Umberto II, undici giorni dopo, avrebbe all'im­provviso raggiunto.

Sin dalle prime ore, quel giorno Roma era animatissima: file inter­minabili dinanzi ai seggi elettorali, volti seri, eccezionale disciplina.

Per la prima volta anche le don­ne votavano. A molte, soltanto all'ultimo momento venne spiegato come doveva svolgersi tale proce­dura. Altra complicazione per la gente semplice: dover usare due schede.

La regina si recò a votare nel tardo pomeriggio, al seggio di via dell'Umiltà, e venne salutata da ovazioni calorose. Il re votò il 3 mattina, a via Lovanio, accompa­gnato dal ministro della Real Casa.

Fu tentato qualche applauso, ma il presidente del seggio protestò: il che era nel suo pieno diritto. Tut­tavia ebbe il cattivo gusto di insi­stere nelle proteste anche col so­vrano. Umberto, come sempre, non perse né la calma né la serenità.

Nel pomeriggio del 3 giugno, chiusi i seggi, cominciò lo spoglio delle schede. Fu allora che si con­statò un primo grave errore delle destre: ben trecento seggi a Roma erano privi di scrutatori monar­chici! Si corse ai ripari, si cerca­rono persone di buona volontà: ma ormai era tardi.

Comunque le prime notizie che giunsero erano consolanti: Torino, contro ogni aspettativa, aveva dato iI 40% dei voti alla monarchia, Mi­lano il 39%, mentre si temeva sol­tanto il 20%. Alle 17 del 4 giugno, da fonte degna di fede, si seppe che v'erano due milioni di maggio­ranza monarchica. La regina rice­vette nel pomeriggio un gruppo di signore che maggiormente s'erano prodigate in quel giorni e fissò per l'indomani altre udienze. All'una di notte si apprese che la monarchia aveva raggiunto il 59% dei voti... Fu a questo punto che negli am­bienti di sinistra che dirigevano le elezioni cominciarono misteriose telefonate tra Roma e Milano.

Si giunse all'alba del 5: fra le due e le quattro del mattino la Repub­blica era nata.

La notizia raggiunse i direttori dei giornali nelle rispettive tipografie; quelli di destra cercarono vanamente una smentita («Romita era andato a dormire»), e quelli di sinistra sbandierarono i titoli della vittoria, già composti.

Quella mattina al Quirinale l'uf­ficio dei Mastri apparve gremito: persone che da tempo non s'erano più viste, si presentavano, quasi in visita di condoglianze.

Alle 10,30 giunse De Gasperi. La grossa automobile nera apparve come un lugubre presagio. Il presi­dente sali dal Re, Il colloquio fu lungo e difficile. Umberto II si di­mostrò molto dignitoso nel rice­vere, calmissimo, la notizia che De Gasperi gli recava: nessuna parola di risentimento o di critica usci dal suo labbro.

Quando il presidente usci, pare abbia detto agli ufficiali d'ordinan­za del re: «Peccato, è un uomo politico d'eccezione».

Il centralino del Quirinale quel pomeriggio non rispose più: la sor­veglianza divenne ferrea. Si poteva comunicare col palazzo soltanto a mezzo del centralino militare. Su Roma pareva fosse sceso un drappo funebre.

In quella drammatica atmosfera la persona più serena fu come sempre il re: prese ogni decisione con una calma superiore ad ogni commento od elogio.

Avvenimenti gravi si andavano preparando. Alle 14 la regina con i figli partì in aereo per Napoli ac­compagnata dalla dama contessa Guendalina Spalletti e dal generale Infante. La decisione fu -così af­frettata e inattesa, che solo poche persone riuscirono a salutare la so­vrana. A Napoli ella scese alla villa Rosebery ove nel- passato aveva trascorso tante ore felici.

Benché effettuatosi nel più stret­to incognito, l'arrivo venne tuttavia appreso dal popolo napoletano e la notizia si propalò immediatamente; furono organizzati cortei che la po­lizia alleata sciolse.

I napoletani non volevano che la regina partisse, non volevano che lasciasse il suolo della patria... l'a­vrebbero assistita, difesa! La so­vrana ne fu commossa, fece telefo­nare dal generale Infante al re per­ché le fosse concesso di rimanere alcuni giorni a Napoli. Ma alle pri­me luci del giorno, due automo­bili uscirono dalla villa Rosebery dirigendosi al porto: Maria José s'imbarcò con i figli sulla stessa nave da guerra che un mese prima aveva recato in esilio i vecchi sovrani. Insieme con la regina s'im­barcarono pure i duchi d'Ancona e di Genova, con i seguiti.

 

DRAMMATICA ATTESA

Rimasto solo nel grande palazzo del Quirinale, dopo aver ricevuto alcuni uomini politici, il re volle uscire e fece un rapido giro per la città, su una vettura 1500, seduto accanto all'autista. Pensieri di ma­linconia, di rimpianto, ricordi in tumulto... O forse nessun pensiero, ma soltanto un bisogno acuto di dimenticare, almeno per pochi mi­nuti, e respirare liberamente, così come liberamente respiravano quei passanti che si erano battuti con lui contro di lui.

Umberto tornò tardi al Quirinale ed espresse il desiderio di pranzare alla Corte Nobile (ciò che non era mai avvenuto), per salutare i di­gnitari di palazzo. Quando apparve., i sedici convitati scattavano sul­l'attenti. Erano presenti, oltre il vecchio conte di Torino e il duca d'Aosta, che sedettero il primo alla destra e il secondo alla sinistra del re, anche il generale Cassiani, il marchese Spinola, i mastri Graziani, Marini Clarelli e Pallavicino.

L'atmosfera era greve, piena di tristezza; e per quanto si cercasse da parte di tutti d'avviare la con­versazione su temi diversi e qual­siasi, il senso della tragedia incom­bente era in ciascuno. I due prin­cipi del sangue sapevano che il giorno dopo avrebbero dovuto par­tire essi pure per l'esilio; e pare che il conte di Torino abbia detto:

Sono vecchio, quasi cieco, se parto non rivedrò più l'Italia; quale fastidio potrei dare ormai alla re­pubblica?».

Umberto si trattenne a lungo con gli invitati, ricordando episodi della propria giovinezza, non facendo piani per il futuro. Avreb­be per ora atteso, da solo, il ver­detto della Cassazione, fissato al 18 giugno.

Si diceva nella capitale che nu­merosi gruppi di monarchici ar­mati fossero pronti per venire dal Sud onde impedire, anche con la forza, la partenza del re. Ma il so­vrano rifiutò sempre proposte o progetti del genere: «Non voglio che una sola goccia di sangue sia sparsa per la monarchia, l'Italia ha già troppo sofferto...».

Egli aveva piena fiducia nella magistratura, e si sapeva, nell'at­tesa del verdetto finale, che il pro­curatore generale dello Stato, Mas­simo Pilotti, era uomo integerrimo e italianissimo, deciso a impedire ogni genere di "brogli".

Fra i monarchici regnava la mag­giore incertezza: v'era persino chi sosteneva che occorresse far con­vocare il Senato In alta Corte per giudicare i ministri, i quali, avendo giurato nelle mani del re, lo ave­vano tradito. Sostenitore di questa idea era l'avvocato Bartolino. Con­trari a questa tesi (se non altro per l'evidente impossibilità di attuazio­ne) i senatori Della Torretta e Bergamini, ai quali il Bartolino ave­va esposto la propria idea.

Intanto a Napoli si moltiplica­vano i comizi di protesta, dura­mente impediti dalla polizia, spe­cie di un reparto Celere spedito dal Nord. Vi furono morti e feriti.

Al Quirinale, tutto continuava in apparenza come prima; quale fat­to eccezionale, si notava un grande afflusso di gente di tutti i ceti e di tutte le età: venivano a salutare il sovrano. La mattina del 7, più di trecento persone aspettavano nel­

l'anticamera delle udienze al primo piano. Vecchi generali a riposo, ammiragli, medaglie d'oro, diplo­matici, tutti sorpresi e commossi come fanciulli. Lo studio del re tenne costantemente la porta aper­ta: era un andirivieni confuso e senza sosta. Il comandante Balbo avrebbe voluto ordinare, con rigi­dità protocollare, quel caotico mo­vimento non pensando che la sto­ria una volta in cammino non si fa annunciare da nessuno.

In piedi, pallido, Umberto pa­reva l'ombra di sé stesso. Prese la mano della povera marchesa di M., il cui marito era stato fucilato dai tedeschi, e la strinse a lungo. «Non parta, Maestà! La monarchia è stata l'ideale per cui mio marito è morto...»

 disse la marchesa. La risposta del re vibrò nell'aria come un monito: In qualunque momen­to il popolo italiano avesse bisogno di me, e-se il bene del Paese lo esi­gesse, tornerei. Ora debbo partire: alle frontiere si spia un'occasione propizia per approfittare d'una nostra discordia interna

Dopo una pausa si lasciò sfuggire con viva amarezza «! «Per due anni mi hanno offeso in tutti i modi... mi hanno calunniato! Parto per la tranquillità del Paese che amo, e credo di averlo dimostrato in questi pochi giorni di regno...»

Non ebbe mai parole di risenti­mento per nessuno.

Quella stessa mattina l'ammira­glio Stone si recò al Quirinale in una lussuosa automobile nera. Nes­sun mastro delle cerimonie gli andò incontro: seguito dal suo uf­ficiale di bandiera, ostentando un passo sportivo, salì i pochi gradini della vetrata in fondo al cortile; poi usò l'ascensore per raggiungere il primo piano. Venne subito intro­dotto presso Umberto, e vi si trat­tenne pochi minuti.

mercoledì 27 maggio 2026

Il Re costava meno di Mario Viana - prefazione III

 


«Capo ha cosa fatta», come disse il fiorentino Bocca degli Abati alla battaglia di Montaperti, sostenuta dai suoi concittadini contro i Senesi, dopo aver con un colpo di spada mozzato la mano all'alfiere che reggeva l'inse­gna fiorentina, contribuendo così alla sconfitta della sua parte; e Dante lo colloca nella ghiaccia di Cocito fra i traditori della Patria.

Alcuni dei valentuomini artefici della Repubblica credevano di porre la Libertà, come idea più attuale e vibrante, nel luogo lasciato vacante dalla Patria a cui si era tolto il centro di coesione molecolare, ma s'ingannavano. La Libertà, che oggi è generalmente sentita in quanto significhi scrollarsi di dosso ogni dovere e ogni disciplina, non ha più fedeli pronti a impegnarsi per essa di quanti ne abbia la Patria.

Le coscienze non sono recipienti che si possono vuo­tare e riempire a volontà di liquidi differenti e il vuoto lasciato in esse distruggendovi una ragione ideale non è colmabile con altro contenuto ideale, ma resta campo aperto a ogni sorta di sterpaglia nostrale o forestiera.

E la devastazione operata nelle coscienze è riscon
trabile nella inefficacia degli sforzi con cui i sullodati valentuomini tentano di instaurare il culto dei Caduti per la Libertà, i quali di fatto sono dal grosso pubblico accomunati nello stesso frettoloso oblio riservato ai Caduti per la Patria. La devozione non si propaga dalla ufficialità delle celebrazioni in più ampi cerchi, perché neppure i Morti sono sacri dove non vi è più nulla di sacro. Essi appartengono a un mondo che si è voluto abolire, nel quale esisteva una fede.

Il presente libro ha un evidente valore informativo, ma esso contiene, forse a insaputa dello stesso Autore, un insegnamento più alto, poiché attraverso la visione di tante azioni particolari, distanziate nel tempo e colle­gate da una superiore coerenza, il lettore intuisce quale sia il valore della continuità, che è la legge della Monar­chia ed è la forza dei popoli.

Congiunti al passato, sentiamo tutto il bene compiuto dai nostri padri presente in noi a fortificarci ed accrescerci; avulsi dal passato, siamo un'erba di poca radice, destinata a estinguersi alla prima arsura.

Ai contabili guardinghi nelle spese si può dimostrare, come ha fatto Viana, cifre alla mano, che il Re costava meno, e, cosa assai più importante, che rendeva di più, sul terreno morale e nazionale.

PIERO OPERTI

Torino, febbraio 1960.

Prove tecniche di comportamenti intelligenti


 

Con grandissima gioia e ancor più grande soddisfazione salutiamo, finalmente, un evento che unisce tutti i monarchici, al di là delle sigle e delle divisioni nella ricorrenza dell'infausta partenza per l'esilio di Re Umberto II.

Noi, che da sempre pensiamo che la Monarchia sia più importante del Re, che abbiamo aborrito le divisioni e abbiamo auspicato una unità di intenti, esprimiamo tutta la nostra soddisfazione ed il nostro sincero augurio della perfetta riuscita della manifestazione. 


Manifestazione alla quale occorre partecipare numerosissimi non solo e soprattutto perché siamo quelli che rappresentano la metà del popolo italiano che votò per il Re ma anche perché sarà bene guardarsi di nuovo negli occhi,  conoscersi e parlare di nuovo e cercare quello che unisce invece che quello che ci divide.

Ringraziamo dal profondo del cuore quanti hanno ideato l'evento e quanti, in spirito di concordia, lo attueranno.

Chiunque agisca così ci troverà sempre dalla sua parte.

Viva l'Italia! Viva il Re! 

venerdì 22 maggio 2026

Saggi storici sulla Monarchia - XXV


 4) LA MONARCHIA UNITARIA.

Nel tracciare per sommi capi, nelle pagine precedenti, l'evoluzione storica del pensiero monarchico, come è stato elaborato e fissato dalle varie correnti dottrinarie, abbiamo di proposito accantonato ogni rife­rimento alla struttura della Monarchia sabauda, di quella che oggi con­sideriamo la nostra Monarchia, e questo non perché essa abbia rappre­sentato nei secoli una forma diversa di monarcato, ma per la necessità di lumeggiare i rapporti della dinastia con la realizzazione rivoluzionaria del Risorgimento.

Non sarebbe ammissibile che parlando della Monarchia, non si trat­tassero dei punti che investono un giudizio storico e politico non sodo sulla Dinastia ma sull'Istituzione, quei punti cioè che racchiudono il significato della nostra storia nazionale.

Come si inquadra nella teoria monarchica, il nostro risorgimento? Questi sono i quesiti ai quali è necessario rispondere per avviare il pro­blema ad una soluzione: Il concetto della regalità plebiscitaria concre­tato nel processo unitario è l'antitesi della Monarchia tradizionale? Rappresenta una negazione della tradizione o addirittura un suo supe­ramento?

Diremo subito che per noi non esiste una teoria della monarchia risorgimentale in quanto tale, perché «mutatis mutandis» non esiste in realtà nessuna differenza sostanziale fra il processo unitario italiano e quello che in altre nazioni si verificò con qualche secolo d'anticipo, al­meno per quel che concerne la valutazione filosofica e giuridica dell'av­venimento. È stata la storiografia ufficiale italiana, in tutto ligia allo spirito moderno a darci dell'opera della Monarchia sabauda nel risorgi­mento due «clichés» antitetici e ugualmente inesatti; uno della Mo­narchia come fattore propulsivo della rivoluzione, l'altro persistente nel rappresentare il risorgimento come teatro del conflitto fra monarchia e rivoluzione.

In realtà il processo unitario fu opera della Monarchia perché la unità è uno stato sociale che non avrebbe potuto conseguirsi altri­menti. I conati liberali e gli estremismi rivoluzionari sarebbero restati nell'indeterminatezza dei tentativi non riusciti, se la loro opera non fosse stata assorbita. Nello schema dello stato monarchico, tali tenta­tivi rivoluzionari sfociarono in un risultato tradizionale: la formazione dello stato unitario. Di chi il merito? Della 'Monarchia che di ogni forza seppe servirsi ed ogni istanza utilizzare per il conseguimento del fine, tanto che ben può dirsi che alla costruzione della nazione italiana tutte le forze politiche del tempo, in un modo o nell'altro collaborarono. In altre parole, il processo unitario che è il travaglio che si com­pie nella storia di un popolo, richiede un ente che compia il coordi­namento degli sforzi e delle azioni in cui il processo si scompone e tale ente non poteva essere un governo aristocratico o democratico, la cui attività è quasi esclusivamente impegnata nel problema di sopravvivere; solo la Monarchia poteva bastare a tanto.

Ciò detto, apparirà chiaro che non esiste soluzione di continuità nella politica sabauda e che il risorgimento non rappresenta uno iato perché non si tratta di una Monarchia che diviene liberale, ma della Monarchia che dalle istanze di una corrente di pensiero e di azione, trae il lievito per una realizzazione politica di altissimo livello, a cui non meno dei liberali collaborarono moderati, cattolici e perfino repub­blicani.

La Monarchia non si fece paladina della rivoluzione, ma dell'unità nazionale ed anche la sua azione contro gli altri principi italiani non fu ispirata dal desiderio di contestare le legittimità storica di questi so­vrani, ma solo dalla necessità di rivendicare contro il presupposto anti­giuridico della frazionabilità del nostro paese, il diritto all'unità di una terra che forma un tutto storico, geografico e etnografico.

Nessuno ha mai creduto di osservare nei tentativi di egemonia ten­tati volta per volta da tante signorie italiane un principio rivoluzionario né di ravvisarlo nell'opera di unificazione intrapreso dalle monarchie europee nel XV e XVI secolo per la creazione dei grandi stati nazionali. Se le coincidenze della storia hanno voluto che per l'Italia questo processo si svolgesse contemporaneamente a quello di sviluppo degli isti­tuti rappresentativi ciò non significa che due aspetti fra i quali indub­biamente intercorrono dei nessi possono essere ricondotti ad uno solo o che l'adesione morale dei popoli agli eventi, espressa nei plebisciti, privi di ogni valore, quei trattati internazionali che sanzionarono l'unio­ne delle terre italiane alla Corona di Sardegna. Da Carlo Emanuele I a Vittorio Emanuele II è la politica tradizionale di Casa Savoia che si sviluppa e che nell'ardire di un grande Re, nel genio politico di un insigne ministro e nelle circostanze favorevoli create dalle aspirazioni unitarie, trova le condizioni più opportune per raggiungere le mete estreme: i confini naturali della penisola.

La tradizione non viene né scavalcata, né accantonata perché nel suo ambito avviene la concretizzazione di un ideale politico che pur traendo le premesse da principi antitradizionali, solo nella Corona sa­bauda acquista il valore di una realizzazione compiuta.

Il problema monarchico in Italia, non esula quindi dello schema generale della Monarchia tradizionale, anche se circostanze storiche e
contingenze politiche incidono profondamente sulle istituzioni dando loro oggi una portata ed un significato diverso da quelli che potettero avere in passato; resta l'Istituto nel suo profondo significato e nella sua essenzialità, superatore della conservazione e della rivoluzione, nel­la sintesi unitaria.

I mutamenti dei tempi e delle condizioni politiche che inevitabil­mente si riflettono anche sulla funzione pratica delle istituzioni tradi­zionali, fanno sì che i compiti di una monarchia moderna siano in parte diversi dal passato, così come ad esempio la monarchia di Luigi XV dif­feriva profondamente dal sistema monarchico di Carlo Magno; ma al di sopra degli aspetti contingenti e mutevoli, quello che importa è il contenuto morale dell'istituzione monarchica nella sua continuità sto­rica e nella sua compiutezza.

Conferenza del Professor Quaglieni



LUNEDÌ 25 MAGGIO ALLE ORE 18.00 

PRESSO LA SEDE DEL CENTRO PANNUNZIO,

 VIA MARIVITTORIA 35 H, 

LO STORICO PIER FRANCO QUAGLIENI PARLERA' SU

"FASCISMO, ANTIFASCISMO: IL POST FASCISMO DI NICOLA MATTEUCCCI E DI AUGUSTO DEL NOCE"



sabato 16 maggio 2026

Vita segreta al Quirinale VII parte

 


BOTTONI STRAPPATI

Dovette subito riprendere la sua febbrile attività, giacché quella not­te stessa il ministro Falcone Lucifero comunicò al presidente De Gasperi che il re lo avrebbe ricevuto il mattino dopo alle 10,30 per dargli la bozza del messaggio che inten­deva rivolgere agli Italiani.

Il 10 maggio alle ore 7,30 nella cappellina dell'Annunziata, presen­ti pochi intimi, ebbe luogo una Mes­sa bassa. La preghiera, che sempre era letta alla fine della funzione, mutò quel giorno e per la prima volta fu detto: « Salvo fac Regi Nostro, Umberto, et ruxorl suae Mariae, et Principi hereditario Victorio...».

Il vecchio sovrano era ormai e definitivamente nella storia. Pare che la principessina Maria Pia, per­spicace e sensibilissima, dopo l'ab­braccio del padre e alla richiesta del perché fosse tanto triste, abbia risposto: •Soffro, pensando che si possa parlare della partenza del nonno come di una nuova fuga.

Più tardi, la piazza del Quirinale offrì uno spettacolo straordinario: marea di bandiere, di stendardi, sventolo di fazzoletti agitati da una grande folla. Quando i nuovi sovrani ed i principi apparvero al balcone, un grido immenso li ac­colse. La principessina Maria Bea­trice, ignara e felice, mandava baci con le manine. Si riaffacciarono più volte, e solo quando il tricolore stemmato venne tolto dal balcone, la folla lentamente si sciolse.

Come risposta alle prime tangi­bili manifestazioni popolari di fede monarchica, l'11 maggio la Camera del lavoro organizzò a sua volta una manifestazione spettacolare.

Che tale adunata imponente fos­se però soltanto l'emanazione di­retta di ordini superiori e non rispecchiasse il sentimento della maggior parte del popolo, venne dimostrato il giorno 12 quando vi fu un'altra riunione spontanea di donne del popolo nei giardini del Quirinale. Non più di mille per­sone si era detto di far entrare: furono invece tremila, e non soltanto donne ma anche uomini. L'ordine non fu potuto mantenere e i sovrani furono stretti dalla fol­la in un solo abbraccio.

Più tardi, però, fra le segrete pa­reti del Quirinale, specie alla Corte Nobile, le critiche non mancarono. Era cosa ammissibile vedere il re quasi soffocato da gente eccitata "che non si sapeva chi fosse", e vederlo tornare senza i bottoni del­la giubba e la regina con il vestito imbrattato di rossetto, e così pure le guance della piccola Maria Bea­trice per i baci ricevuti? Un vero scandalo sollevò soprattutto la que­stione dei bottoni strappati alla giubba di Umberto, nonostante l'interessato stesso si adoperasse ad affermare che la cosa non gli era dispiaciuta affatto.

Nel frattempo la campagna elet­torale dei partiti si intensificava.

Alla metà di maggio il re partì all'improvviso in aereo per la Sici­lia, accompagnato dagli ufficiali di ordinanza e dal ministro Falcone Lucifero. Accoglienze entusiastiche, al di là di ogni previsione. Umberto amava la Sicilia e ne era spontaneamente ricambiato: non il minimo incidente.

Intanto a Roma la regina molti­plicava la sua attività e si recava a visitare ospizi e centri di assisten­za, ovunque bene accolta. Il 19 mag­gio un'altra riunione di popolane ebbe luogo nel giardini reali: circa 8.000 persone, quella domenica, en­trarono dalla porta di via XX Set­tembre. Applausi alla regina a non finire. • È stata ferita! •, si sentì a un tratto gridare da parte di un maresciallo di servizio: aveva scor­to tracce rosse sulle mani della so­vrana. Ma, come otto giorni pri­ma, si trattava ancora di rossetto.

VISITE IN ALTA ITALIA

Umberto II tornò quella sera stessa ripartendo il lunedì per la Sardegna, l'isola fedelissima. I sar­di ricordavano come l'unica auto­rità mossasi da Roma dopo il pauroso bombardamento di Cagliari, era stato l'allora principe di Pie­monte; il quale ora tornava da re: il vecchio inno isolano lo salutò perciò auguralmente.

Rientrato a Roma il 23 maggio, il 24, anniversario dell'entrata in guerra, Umberto II dovette affac­ciarsi ancora al balcone del Quiri­nale per rispondere a una nuova manifestazione della folla.

Nei giorni seguenti il re effettuò un rapido giro nelle Venezie, bene accolto ovunque, benché al Nord la propaganda antimonarchica avesse lavorato nel profondo, incontrasta­ta, e tanto meno controbattuta.

Per il giovedì 30 maggio, giorno dell'Assunzione, era stato chiesto al re se avrebbe ricevuto nuovamen­te nei giardini un'altra folla di fe­deli; ed il ministro Lucifero, auto­rizzato, aveva dato ordini in pro­posito. Ma il primo aiutante di campo, tornato al suo ufficio dopo un mese di assenza, si oppose af­fermando che nessuna manifesta­ione poteva essere indetta senza il suo beneplacito.

La folla giunse, ma il portone principale rimase chiuso: gli ordi­ni del generale Infante erano stati categorici.

Sulla piazza, alle ore 17, era ri­masto ormai solo mi piccolo grup­po di persone, deluse come le altre che se ne erano già andate, ma che non si decidevano ancora a rincasare; la regina stessa, la quale con i figli aspettava al primo piano di essere chiamata per salutare il po­polo, non sapeva spiegarsi il per­ché del ritardo. Il giorno dopo il primo aiutante di campo si scusò dichiarando di essersi spaventato nel vedere tanta gente, e di non essersi sentito di assumere la responsabilità di farla ricevere dai sovrani.

Quella stessa mattina il re parti in aereo per Torino. Nessun inci­dente. Anzi, nei pressi della cancel­lata che è dinanzi all'ingresso, Um­berto venne sollevato dalla fol­la e portato a braccia sino al por­tone del Palazzo Reale. Il vigilante Falcone Lucifero da principio era rimasto piuttosto preoccupato; ma, rilevando tanto entusiasmo, pur se­guendo da vicino il re non ebbe più preoccupazioni di sorta.

Certo un cambiamento era avve­nuto nella vecchia città sabauda, visto che nonostante la scarsa propaganda, i monarchici locali pote­vano esprimere indisturbati i loro sentimenti di devozione, ciò che sei mesi prima non sarebbe stato pos­sibile.

Seguì la visita a Milano, ove la notizia della favorevole accoglien­za torinese era giunta, allarmando i capi della opposizione. Dall'aero­porto il re si recò al Palazzo Reale attraversando tutta la città. Dopo aver ricevuto le autorità, tranne il sindaco, socialista, e che non si presentò affatto, Umberto II per­corse a piedi il breve tragitto dal Palazzo al Duomo, tra due ali di popolo chiaramente disposto alle acclamazioni. Ma dietro i cordoni dei carabinieri, molti facinorosi urlavano agitando bandiere rosse. Il sovrano non si scompose, non perse la calma; pur sapendo che dalla capitale lombarda un anno prima era partito il monito: Se verrai a Milano, ricordati che c'è Piazzale Loreto ».

Anche a Genova l'accoglienza fu tutt'altro che cordiale. In prefettura le autorità stesse cercarono di far capire al re che per loro era una vera preoccupazione averlo ospite. Ma Umberto, come già a Milano, rimase calmissimo; sul fronte di Montelungo, a Cassino, aveva corso ben altri pericoli. Attraversando la città in automobile scoperta, un energumeno sali sul predellino della vettura del re cercando di raggiungerlo con un pugno. Il sovrano stesso, con rapido ed energico gesto, lo respinse indietro.

Umberto quella sera pranzò alla villa Groppallo, dinanzi alla quale si adunò una piccola folla acclamante. Si presentò pure un comunista il quale chiese di entrare e poter parlare al sovrano. Taluni del seguito volevano opporsi, ma il re, accortosene, chiamò lo scamiciato giovanotto e gli parlò con molta bonomia chiedendogli che cosa volesse. Il comunista sciorinò la lezione imparata a memoria, ma a metà se ne scordò e concluse scusandosi.

Il 1° giugno il re tornò a Roma in aereo. Benché stanco, era soddisfatto: il Nord gli si era rivelato nel complesso meno antimonarchico di quanto ci si aspettasse.


venerdì 15 maggio 2026

Il referendum che esiliò i Savoia


Continua sul sito dedicato a Re Umberto IIla pubblicazione dello studio di Luigi Cavicchioli sul discusso referendume del 1946.


La terza parte.

giovedì 14 maggio 2026

Un grande Re: Vittorio Emanuele III – Parte 2





 Il 9 maggio 1946, 80 anni addietro, dopo 46 anni di regno Vittorio Emanuele III abdicò e partì per l’Egitto.

Ebbe ruolo fondamentale nella storia d’Italia. La guerra di liberazione e il Corpo Volontari della Libertà dicono che la Patria non era morta e gli italiani non era affetti da “sindrome dell’inerme”, di cui ha scritto Ernesto Galli della Loggia. Vittorio Emanuele III va ricordato “sine ira et studio” (seconda parte; la prima venne pubblicata il 3 maggio 2026).

 

Il Re: rimasto solo di fronte al regime

Anche dopo il discorso del 3 gennaio 1925, con il quale Mussolini respinge ogni addebito nell’assassinio di Matteotti e rivendica la “Rivoluzione fascista”, il Re emana le leggi approvate dal Parlamento, comprese quelle che limitano la libertà di stampa e di associazione (costringendo le Massonerie ad auto-sciogliersi), dichiarano decaduti i deputati assenti ai lavori, istituiscono il Tribunale speciale per la difesa dello Stato e ripristinano la pena di morte per attentati contro lo Stato. A chi gli chiede di intervenire nella crisi Vittorio Emanuele III risponde che gli occorre un pronunciamento significativo della Camera.

Nel corso del 1925 Mussolini, capo del governo e ministro degli Esteri, assume la titolarità di Guerra, Marina e Aeronautica. Dal 6 novembre 1926 è ministro per l’Interno. Ha in pugno l’Esecutivo.

La legge elettorale del 17 maggio 1928 approntata dal ministro Alfredo Rocco, attribuisce al Gran Consiglio del Fascismo (solo successivamente regolamentato: un corto circuito approvato dal Parlamento), la predisposizione della lista di 400 candidati alla Camera, da approvare o rifiutare in blocco. Giudicandola un «decisivo distacco dal regime retto dallo Statuto» il 18 marzo l’ottantaseienne Giolitti vota contro. Muore il 17 luglio.

L’11 febbraio 1929 Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri firmano i Patti Lateranensi: il regno d’Italia riconosce lo Stato della Città del Vaticano e viene riconosciuto dalla Santa Sede.

La “Conciliazione” chiude la “questione romana”, aperta dall’annessione di Roma (20 settembre 1870), che aveva “debellato” lo Stato pontificio e spinto Pio IX a scomunicare il Re e tutta la dirigenza politica della Nuova Italia.

Alle elezioni politiche (24 marzo 1929) il governo ottiene straripante consenso. Al giuramento di fedeltà al Re e ai suoi legittimi discendenti si aggiunge quello di fedeltà al regime. Obbligatorio per i pubblici impiegati, è esteso ai professori e ai docenti universitari. L’iscrizione al PNF diviene requisito necessario per il concorso ai pubblici impieghi.

Nel 1932 viene fondato l’Istituto per la Ricostruzione industriale (IRI), presieduto da Alberto Beneduce, già deputato socialista e massone.

Nel 1935 l’Italia dichiara guerra all’Impero di Etiopia, membro della Società delle Nazioni, delibera sanzioni economiche contro l’Italia. Pressoché inefficaci, suscitano un’onda di solidarietà patriottica.

All’ingresso delle truppe italiane in Addis Abeba (9 maggio) Vittorio Emanuele III assume la corona di Imperatore d’Etiopia. Il 15 aprile 1937 Pio XI conferisce la Rosa d’Oro della Cristianità alla Regina Elena, «fulgido esempio di virtù e carità per tutte le donne italiane». Il 30 marzo 1938 il Parlamento conferisce al Re il grado di primo Maresciallo dell’Impero, poco prima assegnato a Mussolini.

Nel marzo 1938 la Germania annette l’Austria,che avalla con plebiscito. L’Italia confina direttamente con il Reich. Visita di Stato di Hitler in Italia (maggio). Nel Partito nazionale fascista (PNF) e nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) riaffiorano fermenti antimonarchici, blanditi da Mussolini.

La conferenza di Monaco di Baviera (settembre) concede a Hitler l’annessione di parte della Cecoslovacchia. Nettamente contrario all’antisemitismo dilagante e dopo aver ripetutamente espresso a Mussolini «infinita pietà per gli ebrei» (20 novembre), il Re emana le leggi antiebraiche perché approvate dai due rami del Parlamento.

La Camera le vota all’unanimità dei 360 presenti (14 dicembre). Al Senato si contano dieci voti contrari su 164 presenti e circa 400 membri (19 dicembre). Le leggi razziali costituiscono un grave “vulnus” allo Statuto ma il Re non dispone di mezzi costituzionali per negare la firma. La sua abdicazione scaricherebbe la responsabilità sull’erede, Umberto, che verrebbe a trovarsi di fronte all’identico bivio.

La legge 19 gennaio 1939, n. 129 sostituisce la Camera dei deputati con quella “dei Fasci e delle Corporazioni”, i cui componenti, denominati “consiglieri”, sono in parte gerarchi del regime e in parte designati dal Consiglio nazionale delle Corporazioni, riformato con la legge 5 gennaio 1939, n. 10 , “aggregati”, in numero indeterminato.

Il 23 marzo 1939, inaugurando la XVII Legislatura, Vittorio Emanuele III auspica che «la pace duri il più a lungo possibile». Il 16 aprile assume la corona di Re d’Albania, pochi giorni prima occupata da truppe italiane.

Dall’intervento in guerra alla svolta dell’estate 1943

Previo il patto di non aggressione con l’Unione sovietica (23 agosto), il 1° settembre la Germania invade la Polonia. Dal 16 l’URSS ne occupa la parte orientale e gli Stati Baltici. Bocciata la proposta di una conferenza di pace avanzata da Mussolini, il 3 settembre Gran Bretagna e Francia dichiarano guerra alla Germania. Il governo Mussolini annuncia la «non belligeranza» dell’Italia.

La Regina Elena, non ignaro il re, scrive alle sei sovrane di Paesi neutrali (Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Bulgaria e Jugoslavia) auspicando un intervento comune per scongiurare il dilagare del conflitto.

Il 10 giugno 1940 il governo dichiara guerra alla Gran Bretagna e alla Francia, ormai al collasso, anche nel timore che i tedeschi, di lì a poco a Parigi, arrivino sul Mediterraneo chiudendo l’Italia in una tenaglia germanica. Nell’errata previsione di imminente armistizio generale, il governo conduce “guerra parallela”. Il 28 ottobre l’Italia aggredisce la Grecia, con esito negativo.

Dalla dissoluzione del regno di Jugoslavia, travolto dai tedeschi (6 aprile 1941), nasce il regno di Croazia (10 aprile), la cui corona è assegnata ad Aimone di Savoia, duca di Spoleto, che il 18 maggio assume il nome di Tomislavo II ma rimane a Firenze, ove istituisce un “ufficio per gli affari croati”. Il 12 ottobre 1943 abdicherà formalmente, rientrando nella linea di successione alla corona d’Italia. Suo fratello maggiore, Amedeo, duca di Aosta, sconfitto dagli inglesi nell’Africa Orientale Italiana, muore prigioniero in Kenia (3 marzo 1942).

Il 22 giugno 1941 inizia l’offensiva tedesca contro l’URSS. L’Italia vi destina un Corpo di spedizione e poi un’Armata. Il 7 dicembre il Giappone bombarda la flotta statunitense a Pearl Harbour (Hawaii) e dichiara guerra agli USA. L’11 dicembre Italia e Germania, alleate del Giappone, dichiarano guerra agli USA.

Nella Conferenza anglo-russa di Mosca (12-15 agosto 1942) Churchill e Stalin prospettano le rispettive aree di influenza dopo la vittoria. Gli inglesi sconfiggono gli italo-germanici ad El-Alamein (23 ottobre-5 novembre). Gli anglo-americani sbarcano in Marocco e Algeria (8 novembre). L’Armata italiana in Russia (ARMIR) è travolta dall’offensiva sovietica.

Dal gennaio 1943, perdute l’Africa Orientale Italiana e la Libia e mentre le armate italiane sono disseminate al di fuori dei confini nazionali, di concerto con il ministro della Real Casa Pietro d’Aquarone il Re decide di revocare Mussolini e rompere l’alleanza con la Germania. Su pressione dell’URSS, la conferenza anglo-americana a Casablanca (14-26 gennaio) delibera che i nemici dovranno arrendersi «senza condizioni».

Il 25 luglio, a cospetto dell’assalto anglo-americano alla Sicilia (10 luglio) e del bombardamento su Roma mentre Mussolini incontra Hitler a Feltre (19 luglio), il Gran consiglio del fascismo a larga maggioranza invita il Re a esercitare i poteri statutari, ma non chiede né le dimissioni di Mussolini né lo smantellamento del regime.

Constatata l’incapacità del “duce” di separare l’Italia dalla Germania, Vittorio Emanuele III revoca Mussolini da capo del governo e lo sostituisce con il maresciallo Pietro Badoglio, che scioglie la Camera, il PNF, la MVSN e avvia la defascistizzazione. In stato di fermo sotto custodia di carabinieri, Mussolini si dichiara disposto a collaborare con il nuovo governo.

Il Re autorizza la trattativa armistiziale con gli anglo-americani, condotta da militari. Con il Memorandum di Quebec (18 agosto), dopo il contatto a Lisbona tra il generale Giuseppe Castellano e il comando delle forze anglo-americane, gli Alleati ventilano modifiche delle condizioni di resa in proporzione all’impegno «del governo» e «del popolo italiano» contro i tedeschi, con «tutto l’aiuto possibile delle forze delle Nazioni Unite».

Il 2 settembre il Comitato centrale (poi Comitato di Liberazione Nazionale, CLN) di sei partiti antifascisti (liberali, democrazia del lavoro, democristiani, partito d’azione, socialisti e comunisti) invita alla «mobilitazione degli spiriti per la salvezza della Patria».

Su assenso di Badoglio, il 3 settembre il generale Castellano sottoscrive presso Cassibile (Siracusa) la resa dell’Italia, annunciata la sera dell’8 settembre dal generale Dwight Eisenhower da Radio Algeri e comunicata da Badoglio dalla radio di Stato. Essa subordina il Paese al Governo militare alleato e vincola a eseguire «altre condizioni di carattere politico economico e finanziario».

Per evitare che Roma, militarmente indifendibile, divenga campo di battaglia, Badoglio si trasferisce in auto a Pescara e, via mare, a Brindisi, con la Famiglia Reale e vertici militari (9-11 settembre). L’Italia è sconfitta, ma lo Stato, non debellato, è riconosciuto dai vincitori. Inizia la ricostruzione.

Prelevato da una missione delle SS tedesche a Campo Imperatore sul Gran Sasso e trasferito in Germania, Mussolini istituisce lo Stato repubblicano d’Italia, poi Repubblica sociale italiana, sotto controllo hitleriano.

Il 29 settembre il maresciallo Badoglio sottoscrive a Malta l’“armistizio lungo”, comprendente le durissime condizioni non comunicate il 3 settembre ma consegnate al generale Giacomo Zanussi inviato a Lisbona da Roma in assenza di notizie da Castellano. Le Nazioni Unite eserciteranno «tutti i diritti di potenza occupante» tramite il Comando militare alleato.

L’Italia arresterà e consegnerà Mussolini, i suoi principali associati e le persone sospette di crimini di guerra. Il 5 ottobre il CLN decide di non collaborare con il governo Badoglio; lo farebbe con un governo politico.

Il 13 ottobre Vittorio Emanuele III, su decisione del governo, dichiara guerra alla Germania.

Il 17 novembre, riunito a casa di monsignor Barbieri, il CLN delibera che «il problema istituzionale dovrà essere sottoposto nella sua interezza, non pregiudicabile da sostituzioni di persona, al sovrano giudizio di tutto il paese», cioè a “plebiscito”.

Il convegno dei CLN (Bari, 28 gennaio 1944) chiede l’abdicazione immediata del re, la rinuncia alla corona del principe ereditario e la sua trasmissione a Vittorio Emanuele principe di Napoli (di sette anni) sotto tutela di un Reggente estraneo a Casa Savoia: richieste propugnate da Benedetto Croce e Carlo Sforza ma contrarie allo Statuto e ignorate da Vittorio Emanuele III.

In marzo URSS e Italia riconoscono i rispettivi governi. Il 12 aprile, su arrogante pressione degli anglo-americani, irritati dall’indipendenza del governo del re, il sovrano annuncia che alla liberazione di Roma trasferirà tutti i poteri al principe ereditario, in veste di suo Luogotenente Generale. Il 22 aprile Vittorio Emanuele III incarica un nuovo governo, presieduto da Badoglio e formato da esponenti del CLN.

I ministri, impegnati alla “tregua” sulla questione istituzionale, giurano «sul proprio onore». Il 5 giugno, impedito di raggiungere Roma, appena liberata, il Re firma a Ravello il conferimento a Umberto di «tutti i poteri, nessuno escluso», ma conserva la corona.

Il 18 giugno si insedia il governo presieduto da Ivanoe Bonomi, esponente del Partito del lavoro.

Il Decreto legge luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151 stabilisce che la forma dello Stato verrà decisa dall’Assemblea costituente, eletta a suffragio universale entro quattro mesi dalla fine della guerra. Dal monarca la sovranità è trasferita al popolo che nel 1848-1870 la aveva ratificata con i plebisciti.

Il decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159 dichiara decaduti dalle cariche i parlamentari imputabili di concorso all’avvento e al mantenimento del regime fascista e all’ingresso dell’Italia in guerra. Giuristi quali Arturo Carlo Jemolo e Massimo Severo Giannini protestano, giacché il decreto viola il principio della irretroattività delle leggi (“nullum crimen sine lege”).

Su quella base, tuttavia, il 7 agosto l’Alta Corte di Giustizia, presieduta dal repubblicano Carlo Sforza, collare della SS. Annunziata e senatore, dichiara decaduti e privati dei diritti politici e civili 307 senatori. Vittorio Emanuele III rivendica l’azione del ministro della Real Casa, Pietro d’Acquarone, culminata con la revoca di Mussolini e la demolizione del regime.

Il 12 dicembre, rassegnate le dimissioni nelle mani del Luogotenente, Bonomi forma un governo comprendente liberali, democristiani, democratici del lavoro e comunisti.

Il Re e la Famiglia vestono il lutto alla conferma della morte della principessa Mafalda (28 agosto 1944), sposata con il principe Filippo d’Assia, deportata dai tedeschi presso il campo di concentramento du Buchenwald in Germania, gravemente ferita sotto bombardamento alleato e operata con esito infausto.

Verso il tramonto

Il 2 maggio 1945 le truppe tedesche presenti in Italia sottoscrivono la resa nella reggia di Caserta. Alle dimissioni di Bonomi, il 21 giugno i sei partiti del CLN formano un governo presieduto da Ferruccio Parri, già comandante delle formazioni partigiane “Giustizia e Libertà”, ispirate dal Partito d’azione.

Dall’inizio di maggio nelle terre liberate i CLN regionali, provinciali e comunali insediano giunte provvisorie e nuovi dirigenti di banche,di  enti a partecipazione pubblica e imprese private già “socializzate” dalla Repubblica sociale italiana o i cui proprietari e amministratori sono interdetti per motivi politici.

Alle dimissioni di Parri, il 10 dicembre si insedia il governo presieduto da Alcide De Gasperi, segretario della Democrazia cristiana, che tiene per sé gli Esteri. Tranne Leone Cattani, i ministri sono tutti repubblicani militanti.

Tra loro spiccano i socialisti Giuseppe Romita (Interno) e Pietro Nenni (Costituente), il comunista Palmiro Togliatti (Giustizia) e il liberale Manlio Brosio (Guerra).

Tra marzo e aprile del 1946 vengono eletti i consigli comunali di migliaia di Comuni. Per la prima volta votano anche le donne.

Il 9 maggio, in prossimità del referendum sulla forma dello Stato e dell’elezione dell’Assemblea Costituente (2-3 giugno), Vittorio Emanuele III abdica a favore di Umberto e, con il titolo di conte di Pollenzo, salpa da Napoli alla volta dell’Egitto con la regina Elena e un piccolo seguito. Accolto da Re Faruk, si stabilisce a “Villa Yela”, in Alessandria.

Il 2 – 3 giugno si svolgono il referendum sulla forma dello Stato e l’elezione dell’Assemblea costituente. Il 10 giugno la Corte Suprema di Cassazione, presieduta da Giuseppe Pagano, comunica i dati provvisori del referendum: su circa 28.000.000 aventi diritto al voto la repubblica ha ottenuto 12.700.000 preferenze; la monarchia 10.700.000. Il presidente Pagano riconvoca la Corte  per il 18 giugno e chiede che vengano rendicontate anche le schede bianche, nulle e contestate.

In una convulsa seduta, con un solo voto contrario (Leone Cattani), alle 0:15 del 13 giugno il governo conferisce le funzioni di Capo dello Stato al presidente del Consiglio De Gasperi, che le assume.

Alle 16, privo di tutela da parte degli Alleati e per evitare scontri sanguinosi a sostegno della monarchia, Umberto II protesta contro il “gesto rivoluzionario” del governo, non ne riconosce gli effetti, scioglie dal giuramento alla monarchia ma non alla Patria quanti l’abbiano pronunciato e parte in aereo da Re alla volta del Portogallo.

Non abdicherà mai. Muore a Ginevra il 18 marzo 1983 ed è sepolto nell’Abbazia di Altacomba, in Savoia, regione d’Europa dalla quale ebbe inizio l’ascesa della dinastia.

Il 28 dicembre 1947 Vittorio Emanuele III si congeda dalla vita nella pienezza dei diritti di “cittadino italiano all’estero” (non “in esilio”) e delle prerogative esercitate.

Al termine dei funerali, celebrati con onori militari voluti da Re Faruk, il feretro del Re è murato nel retro dell’altare della chiesa cattolica di Santa Caterina in Alessandria d’Egitto.

Il 28 novembre 1952 muore a Montpellier la Regina Elena, circondata dall’affetto della città e degli italiani non immemori. Viene sepolta nel cimitero cittadino Saint-Lazare.

 

mercoledì 13 maggio 2026

Saggi storici sulla Monarchia - XXIV




 

3) TRADIZIONE MONARCHICA E STORIA CONTEMPORANEA

Abbiamo detto che il Congresso di Vienna nella sua azione di riordinamento dell'Europa, si era ispirato a due precisi principi: quello della legittimità e quello dell'equilibrio europeo.

Tale equilibrio era stato realizzato assegnando ai vari Sovrani i ter­ritori che loro spettavano e cercando d'impedire l'egemonia di una na­zione sulle altre, ma senza tenere alcun conto delle sorgenti aspirazioni nazionali dei popoli. Di questo stato di cose avevano approfittato i na­scenti movimenti liberali, associando alle idee di libertà politica quella d'indipendenza nazionale, a loro avviso irrealizzabile senza l'intervento delle forze nuove promandati dei principi della Rivoluzione francese.

Tale stato di cose era rafforzato dal fatto che non raramente le aspi­razioni nazionali erano in netta opposizione con le esigenze tradizionali­ste. come in Italia, dove a prescindere dall'occupazione austriaca del Lombardo Veneto, una unità nazionale avrebbe significato il tramon­to dei troni che come quello napoletano, quello pontificio e quello to­scano appartenevano a Sovrani legittimi e i cui nessuno avrebbe potu­to mettere in dubbio.

Un aspetto particolarmente grave presentava poi, la questione dello Stato pontificio, che per il suo carattere di sede del Vicario di Cristo me­ritava uno speciale riguardo da parte di Sovrani cattolici e quando il 20 settembre 1870 le truppe piemontesi irruppero nella Città santa, apri­rono con la breccia di Porta Pia, una intricata questione politica, giu­ridica e morale che non poca influenza ebbe negli avvenimenti italiani di questi ultimi ottanta anni.

Il problema che si apriva dinanzi ai Sovrani europei, immediata­mente dopo il Congresso di Vienna era appunto quello di scegliere fra reazione e rivoluzione, fra legittimismo e liberalismo; tale scelta talvol­ta costò anzi il trono ad alcuni Re come a Don Carlos in Spagna e a Car­lo X in Francia mentre altri come Vittorio Emanuele I di Sardegna, po­sti nell'alternativa di versare il sangue dei loro sudditi o di subire le pres­sioni rivoluzionarie, preferirono abdicare ed altri ancora concessero del­le libertà che revocarono dopo, ritornando sulle proprie decisioni.

In questo marasma politico, vivo restava però il problema della fon­te dell'autorità politica in genere e monarchica in particolare. Nono­stante che i rivoluzionari, grazie al loro ardimento ed alla loro attività, riuscissero a far prevalere in diverse occasioni la loro volontà, molti restavano coloro che continuavano a pensare come in passato e che intendevano restare fedeli al tradizionale binomio: trono e altare.

Portavoce ed esponente principale di questa corrente fu, special­mente in Italia, il conte Clemente Solaro della Margarita che per circa tredici anni fu ministro di Carlo Alberto, lasciando il suo posto alla vigilia della proclamazione dello Statuto Albertino; Solaro della Margarita che capeggiò poi nel parlamento subalpino l'opposizione con­servatrice di destra, fu anche scrittore politico ed il maggiore teorico della dottrina monarchica del suo tempo.


Per lui la fonte dell'autorità monarchica è puramente divina: « La autorità deriva da Dio — egli scrive — inclinate aures vestras o superbi; non può esservi diritto nell'uomo, nella società se vi si ascrive altra origine che quella della volontà del Supremo Fattore e Legislatore dell'Uni­verso». (Uomo di Stato, III, 2) ma ben lontano da certi suoi predecessori teorici dell'assolutismo, ripudia ogni concetto di superiorità del prin­cipe sulle leggi anche positive ed ogni giustificazione della ragion di Stato. «L'autorità è data ai regnanti — nota infatti — non perché pos­sano fare quanto a loro piace, ma perché l'esercitino con subordinazione alle sue leggi che lor non è lecito dì violare» (Ib. III, 2) ed infine sog­giunge: « ...non v'è circostanza di tempi, non riguardi di forza e di posizione particolare che autorizzino la violazione della giustizia. In nessun caso mai si può fare astrazione dalle leggi della morale» (Ib, II).

Tali principii non potevano naturalmente che essere in contrasto con la linea di condotta di coloro che volevano scacciare i vari sovrani italiani per fare un'Italia unita e liberale sotto lo scettro costituzionale di Vittorio Emanuele II. Ai tradizionalisti italiani non ripugnava affatto il pensiero di un'unificazione della penisola ma ritenevano indispensa­bile che avvenisse per gradi, senza offendere i diritti di nessuno e so­prattutto senza che il concetto unitario implicasse quello di un indi­rizzo liberale della politica italiana.

Il processo unitario nazionale, avvenuto invece nell'ambito ideolo­gico del liberalismo non favorì una dinamica dialettica del problema della sovranità che non ebbe perciò sviluppi notevoli autonomi, rinser­randosi piuttosto nell'ambito del più vasto problema dell'autorità con­trapposto all'esigenza della libertà che i tempi postulavano.

Il problema rimaneva però aperto e mentre all'antica formula del «Re per grazia di Dio» veniva aggiunta anche la frase facente riferi­mento alla volontà nazionale, che sanzionava giuridicamente la validità dei plebisciti popolari, non pochi rimasero nei vecchi schemi tradiziona­listi, che in Francia risorsero sotto un particolare aspetto nel pensiero di Charles Maurras e della sua «Action francaise» e in Italia furono studiati da qualche non secondario scrittore politico.

Con questo arriviamo all'elaborazione teorica contemporanea, nel punto cronologico in cui la storia è ancora polemica politica e ci aste­niamo dall'entrare in un campo che in questo caso non sarebbe il no­stro; preferiamo attendere, prima di parlare del pensiero monarchico contemporaneo, che questo più solidamente si concretizzi e si sviluppi nelle formulazioni che caratterizzeranno la Monarchia di domani.

lunedì 11 maggio 2026

Il Re costava meno di Mario Viana - prefazione II


 


Come quelle accennate, apprendiamo in questo libro un gran numero di altre cose generalmente ignote o poco note; apprendiamo, fra l'altro, che nel 1864-65, al tempo del trasferimento della capitale da Torino a Firenze, date le difficoltà in cui versavano le pubbliche finanze il Re rinunziò a quattro milioni della Lista civile, esempio subito seguito dai ministri i quali stabilirono la ridu­zione di un quinto del loro stipendio.

Sono immaginabili oggi eccellenze e onorevoli che per la stessa ragione compiano un uguale gesto? E sap­piamo tutti a quali eccessi giunga la pressione fiscale e se sarebbe necessario ridurre la spesa pubblica, e lo dice il bilancio in perenne disavanzo di centinaia di miliardi.

Altri tempi, altri politici, altra moralità.

Moralità: è la parola giusta, poiché ogni problema politico è riducibile in ultima istanza a problema morale.

Nel tempo nostro accade in campo civile ciò che accade in campo religioso.

La nostra società continua a chiamarsi cristiana sebbene non abbia quasi più nulla di cristiano. Nei secoli passati il cristianesimo era una realtà del pensiero, del­l'animo, del costume continuamente alimentata da una cultura coerente.

Nel nostro secolo la cultura predominante è anticristiana, e tuttavia un residuo di cristianesimo persiste in noi per atavismo, per certa viscosità delle idee e dei principii, come antico sedimento passato nella subco­scienza. Ma quel residuo non più alimentato dalla cul­tura, anzi in contrasto con essa, è destinato a gradual­mente assottigliarsi sino all'estinzione, e noi ci troviamo su una china in fondo alla quale si trova una condizione umana totalmente scristianizzata, si trova l'hobbesiano bellum omnium contra omnes.

Così in campo civile: i concetti di dovere onestà serietà abnegazione prodezza sacrificio eroismo non hanno più alcuna giustificazione nella cultura corrente. Altro non sarebbero che retorica. Chiunque alzi gli occhi dal truogolo o porga orecchio a una voce che non sia quella della «femmina balba» è un retore.

Sola filosofia valida l'edonismo, sola meta appetibile il «benessere», solo dio superstite il Denaro, il quale non ha altro dio avanti di sè.

Milioni Milioni Milioni !

Sgorgano ovunque a cascatelle o a cateratte funzio­nanti a sifone, e gli uomini corrono affannati qua e là nella brama d'essere investiti dal getto della manna, unico alimento nel Sinai della vita.

La Provvidenza è materializzata in alcune dozzine di quiz e lotterie e in alcune centinaia di case produttrici, la Grazia illuminante è sostituita dalla Fortuna ben­data, la Predestinazione divina ha per succedaneo il palpitante Sorteggio, e non è neppur concepibile che la gente possa interessarsi a qualcosa in cui non siano in palio i Milioni.

Codesta frenesia del gioco datore di ricchezza, pedi­nata in sordina e con lo stesso miraggio dalla delin­quenza rapinatrice (che non è solo quella qualificata per tale dal codice), si verificò altre volte nella storia del costume, presso le società in procinto di dissolversi in colliquame putrido.

E nondimeno per arcano processo ancestrale quegli antichi principii di dovere onestà ecc. sopravvivono in alcuni uomini e donne che li praticano loro malgrado; e sono gli uomini e le donne che sgobbano sodo, amano il lavoro fatto bene, si contentano del proprio stato e non pensano di migliorarlo altrimenti che col lavoro e l'ingegno, si occupano della casa, si sforzano di edu­care i figli. Gli uni e le altre sono il sale della terra, sono quelli che mantengono in piedi la traballante baracca.

Alla prossima generazione codesti anacronismi viventi saranno ridotti a esemplari da museo.

Avanti negli anni e più o meno acciaccati ma ancora vivi, siamo un certo numero di Italiani della generazione carsica. Fra il 1915 e il 1918 noi abbiamo per 40 mesi tenuto duro fra privazioni disagi fatiche pericoli d'ogni giorno e d'ogni ora, anteponendo al nostro soffrire e al nostro morire la trascendenza della Patria, alla quale riconoscevano su noi ogni diritto.

Agli ordini del Re, il nostro animo e il nostro volere s'innalzavano ad animo e volere della Patria.
Sarebbe pensabile, oggi, in questa Italia in berretto frigio, spensierata e godereccia, spogliarellare e bustarellare, canzonettistica e regionalistica, di riunire milioni d'uomini capaci di sostenere uno sforzo simile?

Oggi s'insegna che la Patria - questa unità costante nel tempo e nello spazio da cui procede ogni nostra vita personale - è un'astrazione, una irrealtà verbale, un flatus vocis, unica realtà concreta essendo l'individuo coi suoi interessi di categoria classe partito fazione.

La cialtroneria esisteva anche allora, ma costituiva eccezione in una società fondata su principii sani, che arginavano la cialtroneria.

Oggi i principii sono opposti, e la corruzione penetra capillarmente in tutto e in tutti, sicchè noi stessi talvolta ci domandiamo se quel nostro tener duro fosse virtù o fosse idiozia congenita.

Virtù, parola scomparsa dal nostro vocabolario.

Quella virtù era stata creata dalla Monarchia, la quale nel corso di lunghi secoli aveva educato le gene­razioni al sentimento dell'onore, alla disciplina civile, all'equilibrio fra diritti e doveri. Con la sua sola presenza il Re attestava l'esistenza di una gerarchia funzionale e di un ordine etico. La Monarchia era una sorgente assi­dua di energia spirituale, una sorta di disinfettante atto a neutralizzare la corruttibilità della natura umana.

Quel tanto di intrinsecamente civile che sussiste nel tempo nostro (all'infuori della tecnica, la quale da sola non è creatrice di civiltà) è costituito dalle ultime ren­dite di un patrimonio che la più recente cultura e il conseguente costume hanno dilapidato. Giornali lette­ratura cinema teatro arte, tutte le suggestioni a cui siamo quotidianamente sottoposti cospirano alla dilapidazione, e, scomparse le rendite, sarà palese l'impotenza della
Repubblica, a meno che questa voglia rinnegare le pro­prie origini e giustificazioni, a creare vita morale, a costruire qualcosa in
interiore homine, come diceva S. Agostino.

Tutto ciò era nei voti di chi reclamò il referendum, intendendone in anticipo per scontato l'esito, poiché un'Italia disossata e disintegrata sarebbe stata più facil­mente fagocitabile, sul terreno ideologico e su quello pratico, dagli stranieri portatori di verbi vecchi o nuovi.

Per liquidare l'Italia creata e tenuta unita dalla Monarchia, bisognava per prima cosa liquidare la Monarchia.

Circa il modo della liquidazione rimandiamo il lettore che volesse ragguagliarsi al Libro Azzurro sul refe­rendum del 2 giugno 1946 di Niccolò Rodolico e di Vit­torio Prunas Tola, pubblicato dalle Edizioni Superga nel 1953; all'articolo del nostro Viana sullo stesso tema, uscito in Candido, ultimo numero del 1959: e alla serie di interviste concesse a Cascais dal Re a Luigi Cavicchioli e da questi pubblicate sotto il titolo «Il mio esilio» nel settimanale Oggi a cominciare dal primo numero del 1960.

Nelle votazioni del 2 giugno chi scrive era presidente di un seggio a Torino, e inoltrò ricorso per le irregolarità riscontrate dopo che ebbe espletato il proprio lavoro, ma il suo come migliaia d'altri ricorsi rimase lettera morta (unica conseguenza, del tutto personale e irrile­vante, fu la sua cancellazione dalla lista dei designabili a presiedere un seggio elettorale).

Ogni possibilità di controllo venne eliminata dalla distruzione delle schede in loco e tamburo battente.

Nell'imminenza del referendum i capi degli eserciti inglesi e americani che occupavano il nostro territorio furono prevenuti che la Repubblica non avrebbe oppo­sto resistenze al trattato di pace, qualunque esso fosse, cosa non altrettanto sicura se avesse vinto la Monar­chia; ma coloro non avevano bisogno di venire illumi­nati su quello che era il loro vantaggio e il danno del­l'Italia.

E il 2 giugno nacque la Repubblica.