NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 10 giugno 2026

Tra storia e sogni. I racconti monarchici di Giovannino Guarrschi

 


Abbiamo il piacere e l'orgoglio di presentare il lavoro di un nostro carissimo amico, Franco Ceccarelli, già segretario di Alleanza Monarchica, che raccoglie in un unico volume tutti i racconti del nostro Giovannino Guareschi che fanno riferimento al Re e alla Monarchia.

Pensiamo alla Signora Cristina che viene portata a spalla in Chiese dai comunisti col fazzoletto rosso al collo con la Bandiera del Regno... Pensiamo a "Ultimo saluto"... Pensiamo a "Colpo di Stato"... Pensiamo a Peppone che cita nello stesso discorso  il Piave, l'Esercito, la Repubblica ed il bene indissolubile del Re e della Patria

Tutti racconti che abbiamo finito di leggere con gli occhi lucidi dalla commozione. Alcuni visti e rivisti mille volte nei film di Peppone e Don Camillo.

Con pazienza certosina sono stati raccolti e ripubblicati tutti insieme per la nostra gioia. Gioia a cui si unisce la soddisfazione del bel lavoro fatto da un amico di oltre 40 anni.

ll libro entro questa settimana dovrebbe essere ordinabile su tutte le piattaforme on line o anche direttamente dal sito della casa editrice 

www.dreambookedizioni.it

Vita segreta al Quirinale VI parte

 



* ULTIMA PUNTATA *

In quei giorni il consiglio dei ministri sedeva in permanenza; e anche molte notti vennero trascorse intorno al lungo tavolo di noce nella gran sala del Viminale. Qualcuno domandava: «Che cosa faranno al Quirinale?» E al Quirinale taluno si domandava: «Cosa macchineranno al Viminale?». Pareva una farsa, ed era invece l'inizio di un dramma.

In effetti, gli avvenimenti precipitavano. Il re era tacciato d'illegalità, mentre a sua volta sosteneva di essere ancora il capo dello Stato. Si temeva un suo atto di forza. mentre Umberto rifiutava, in effetti, ogni proposta di intervento armato in difesa della monarchia.

Evidentemente il segreto del suo atteggiamento era legato In gran parte all'ultimo colloquio con l'ammiraglio Stone. Tre mesi fa a Cascais Umberto stesso ebbe a dire:

«Nell'istante in cui lottavo maggiormente con me stesso, fra la scelta di subire quello che consideravo un sopruso, od usare a mia volta e con maggiore tempestività un atto di forza per difendere non tanto una situazione personale quanto la giusta richiesta che mi veniva negata (cioè non anteporre la decisione del governo alla decisione finale della Corte Suprema), mi pervenne da fonte ineccepibile la notizia che nel caso di un urto fra la monarchia ed il governo, le divisioni di Tito avrebbero marciato su Trieste, proseguendo anche oltre. Di fronte alla prospettiva di nuovo sangue, versato nella nostra città più martoriata, decisi di sacrificare me stesso, pur che Trieste fosse salva».

La "fonte ineccepibile" era quasi sicuramente Stone. Chi lo aveva informato? Temeva Tito? Sono tutti interrogativi ai quali forse non sarà mai data risposta.

OPINIONI ANGLOAMERICANE

L'8 giugno alle ore 17 uscirono dal Quirinale tre grosse automobili scure. Il Re, seguito da parte della Casa civile e della Casa militare si recava in visita di congedo dal Pontefice. A stento le vetture poterono aprirsi un varco tra la folla compatta che gremiva il grande cortile e la piazza antistante.

Per quanto tale visita fosse stata tenuta completamente nascosta, anche in piazza San Pietro molta folla s'era adunata. L'automobile del Re venne circondata, quasi non poteva proseguire.

L'udienza presso Sua Santità durò mezz'ora. Che cosa si siano detti Pio XII e Umberto, non si sa, ma recentemente l'ex primo aiutante di campo di Umberto II affermò d'aver appreso da fonte attendibile che dopo la visita del sovrano il Pontefice esclamasse: «Era un re molto comprensivo e molto umano...».

Da quel giorno, cioè dal 9 giugno 1946, il dramma si fece acuto, avviandosi alla soluzione. Si serrarono i cordoni della polizia per arginare le manifestazioni dei monarchici, che aumentavano e s'infittivano, come rivoli umani, lungo il vicolo Scanderbeg, via XXIV Maggio, via XX Settembre e ai piedi della Datarla. È forse interessante riportare il dialogo svoltosi allora fra il maggiore inglese R., dell'intelligence Service, sincero amico dell'Italia, ed un alto dignitario del Quirinale, cosi come questo lo ebbe successivamente a riferire.

«Non è possibile fare nulla », disse l'inglese Il referendum è stato male organizzato, per colpa anzitutto dei liberali che hanno accettato di far convogliare due elezioni nello stesso giorno. Quanto ai monarchici, non hanno saputo prendere le loro misure a tempo; e poi, come lei sa meglio di me, non tutti dell'entourage del Re...». S'arrestò un istante, quasi intendesse significare: "non tutti sono persone fidate".

Il dignitario in questione osservò: «Ma se il re parte, l'Italia sarà divisa... ».

«È già divisa, non potrà non essere divisa anche in seguito ».

« Ma se il re parte », insistette l'italiano, «non tornerà più: nessun sovrano è mai tornato ».

«Uno di noi due, evidentemente, non conosce bene la storia!», rispose l'arguto britannico. Ed aggiunse: «La storia è il banco di prova delle forze effettive. Dipenderà molto dal confronto tra la democrazia cristiana e il comunismo...».

S'affrettò a spiegare: «Una eredità vale, non tanto per il modo con il quale la si riceve, quanto per il modo con il quale la si sa tenere!».

«Ma questa è mia politica di attesa, che stanca, adatta soltanto peri popoli nordici, freddi e compassati; mentre l'italiano è mediterraneo, uso alle rapide realizzazioni...».

«Nulla da fare per il momento. Dovevate organizzarvi meglio prima. Ma... remember it went be so bad! ». (Ricordate, non sarà poi tanto male in definitiva!).

Diversi erano invece i commenti dei diplomatici americani allora accreditati a Roma.

«La colpa è anzitutto degli alleati, lo ammetto, disse allora uno di essi: «appena sbarcati appoggiarono quel Partito d'Azione che si presumeva contasse molto mentre contava poco ed oggi non conta quasi più nulla; e non s'allarmarono del Partito Comunista che era il vero pericolo».

Alla domanda del dignitario. dl Corte, su che cosa si potesse ancora fare per tentare di salvare, sia pure in extremis, la situazione, rispose: «Petizioni a Stone, regolarmente redatte su carta da bollo e presentate da tutti i partiti conservatori».

Ma numerosissime petizioni, regolarmente firmate, vennero presentate recentemente e non ottennero alcun effetto!».

«Non erano redatte su carta da bollo!». E poiché l'altro lo fissava incredulo, chiari:  Stone è un burocratico, non un uomo politico...».

Quanti furono i votanti al referendum?, ci si domandò allora e poi. Secondo le cifre fornite dal ministro Nenni, furono 24.900.000. Ma se il numero degli elettori, tenuto conto dei morti in guerra e per cause di guerra, dei detenuti e degli epurati, dei prigionieri, eccetera, non poteva superare i 20 milioni e 900.000, i 4 milioni: in più da quale prolifica e progressista matrice erano stati generati? Questi interrogativi tenevano in agitazione tutti gli ambienti, soprattutto, è ovvio, quelli monarchici.

La mattina del 9 giugno il generale Anders, comandante le truppe polacche in Italia, andò al Quirinale accompagnato dal conte Tieskiewich, presidente della Croce Rossa polacca; e pare abbia detto ad alcuni dignitari di Corte: «Le dernier mot n'est pas encore dít!». Ma l'ultima parola a chi sarebbe toccata? Al re, a De Gasperi, agli alleati, od al binomio allora operante: Togliatti-Tito?

LA CASSAZIONE NON DECIDE

Sparsasi la voce dell'imminente partenza del sovrano, varie personalità monarchiche del Nora vennero a Roma; molti erano pronti alla lotta, anche estrema; e, fu poi risaputo, nella notte fra il 9 e il 10 giugno un forte gruppo ventilò l'idea di un colpo al ministero degli interni, con l'arresto di tutti i ministri. Ma il Re, impassibile, non defletteva dalla sua decisione di partire. E non certo per paura, poiché il coraggio del giovane sovrano era a tutti noto.

Il 10 giugno l'atmosfera era realmente elettrica; si sentiva nell'aria una irrequietezza che pareva precorrere il temporale: Roma pareva più una città in istato d'emergenza che una capitale soddisfatta di un così radicale mutamento politico.

Intanto giungevano da Napoli notizie di nuovi moti, in un ritmo crescente, e soffocati con crescente durezza dalla polizia. Si pensava che il Re non partisse prima del 18, cioè soltanto dopo l'annunciato verdetto finale della Cassazione: e si diceva che, In rapporto al preannuncio dato dal sovrano nel suo proclama, in caso di non forte maggioranza monarchica si sarebbe avuto un nuovo referendum, e parimenti sarebbe accaduta la stessa cosa nella eventualità d'una forte maggioranza repubblicana.

Nella mattinata del 10 giugno, per quanto si avesse la certezza che il re sarebbe rimasto fino al 18, le edizioni straordinarie dei giornali annunciarono all'improvviso che la Cassazione si sarebbe riunita quello stesso pomeriggio per decidere in merito al referendum. Evidentemente erano stati accorciati i tempi. Da chi? Perché?

Sia il presidente della Corte, S. E. Pagano, sia S. E. Pilota, erano d'avviso che quel pomeriggio non vi sarebbe stata alcuna proclamazione e che la Corte si sarebbe limitata a comunicare il risultato del referendum, pur riconoscendo che per rivedere i verbali delle varie sezioni sarebbero occorsi dei mesi.

Ed ecco la Corte a Montecitorio, nella sala della Lupa, locale angusto, gremito in quell'afoso pomeriggio. Alle 18 precise S. E. Pagano lesse il verbale, la Corte fece le sue riserve sulla mancanza di tempo per l'esame dei documenti, dei voti nulli, delle schede mancanti, eccetera; poi, di scatto si alzò ed usci. Era nata la repubblica? Viveva ancora la monarchia? Forse nessuno Io sapeva.

De Gasperi comunicò al Quirinale il verbale, e prospettò che, di diritto, il presidente provvisorio dello Stato era ormai lui stesso. Il Re, sempre più chiuso a sua volta, e non tanto esausto quanto stanco, informando unicamente il fidatissimo capitano Avalle, quella notte dormi fuori Palazzo Reale, in casa di persone sicure.

I signori Lignana, che quella sera ospitarono il sovrano, riferirono poi che Umberto, affacciandosi al balcone verso la villa Massimo (la casa era in via Verona 3), amareggiato per quanto era accaduto ed accadeva, indicando gli alberi ondeggianti al forte vento
mormorò: «Anche il mio animo è incerto e senza pace».

Quella notte stessa fu redatto il proclama che il 13 sera venne let­to alla radio dal ministro Lucife­ro. Invitava alla pacificazione ed alla concordia.

Intanto al Quirinale, a tarda ora, il maresciallo Berté, che aveva in custodia il sovrano, non sapeva se far chiudere il portone del palazzo o lasciarlo aperto, poiché igno­rava dove fosse il Re e temeva per la sua vita. Il capitano Avalle, no­tato il suo orgasmo, gli diede l'or­dine di chiudere: ne avrebbe as­sunta lui la responsabilità. Il pri­mo aiutante di campo, che veglia­va nel suo studio, chiamò il capi­tano, ingiungendogli di dire dove fosse il Re. Ma Avalle, nonostante ogni pressione, tacque, e per tut­ta la notte Infante ignorò dove si trovasse Umberto.

I giornali estremisti del mattino annunciarono con sollievo che il Re si era già allontanato da Roma.

Alle ore 730, però, Umberto II si ripresentava al Quirinale... Le misure di pubblica sicurezza intor­no al palazzo in quella notte erano state raddoppiate; nonostante ciò, la folla continuava ad assieparsi dietro i cordoni della polizia.

LA PARTENZA

L'11 giugno, mentre il governo sedeva in permanenza al Viminale, la giornata trascorse in un'atmo­sfera resa febbrile dalle notizie più contraddittorie o più nere. Altri moti a Napoli, con morti e feriti... Roma taceva. Ma la calma era più apparente che reale. Nel pomerig­gio del 12 ebbe luogo una manife­stazione monarchica a piazza del Popolo: venne sciolta con decisio­ne dalla Celere. Molti feriti e nu­merosi contusi: la piazza del Quirinale non fu potuta raggiungere. Il re sembrava ormai un prigio­niero.

Il 13 giugno nell'interno del Qui­rinale, fin dalle prime ore, l'ani­mazione apparve insolita, specie se paragonata alla calma del giorno precedente. I portoni esterni erano, chiusi, sorvegliati dalla polizia e dai corazzieri affiancati. Affiancati, ma coi mitra. D'un tratto corse voce che Infante stava cercando di convincere il Re a partire in gior­nata: vera o non vera la notizia, poco dopo si seppe che effettiva­mente Umberto aveva deciso di la­sciare Roma quel giorno stesso. Qualcuno aggiunse che il sovrano sarebbe rimasto però in Italia fino al 18: e non andando in Sicilia, come taluno ventilava, ma in Sar­degna. Ci furono dei piloti che si offrirono per accompagnarlo, ma il primo aiutante di campo aveva già disposto altrimenti prendendo ac­cordi con Cevolotto. Nelle prime ore del pomeriggio Umberto salu­tò tutti 1 dipendenti della Real Casa.

Gli onori vennero resi al sovra­no per l'ultima volta dai corazzie­ri; poi, tre vetture uscirono dal portone principale. La bandiera stemmata sventolava ancora sulla torretta.

A Ciampino vi fu una sosta im­provvisa: per quanto il marchese Graziani avesse preventivamente preso accordi con il generale Low del R.A.C., chiedendo il permesso che alcune vetture di Casa reale potessero accedere all'aeroporto, furono chiesti ed esaminati tutti i documenti. Il re venne riconosciu­to: bastò questo perché una picco­la folla si adunasse e seguisse l'automobile.

Fiori vennero raccolti e gettati verso il sovrano, che, pur conser­vando come d'abitudine il perfetto dominio di sé, appariva visibilmen­te commosso. La risposta di Umberto II, a chi gli diceva di non partire, era solo un triste sorriso. «Non voglio un trono macchiato di sangue! La mia partenza deve segnare un periodo di, pace e di concordia fra tutti gli italiani...».

Mentre l'aereo si levava alto sul cielo di Roma, sulla torretta del Quirinale la bandiera con lo scudo sabaudo veniva ammainata,

5 - (Fine)  Nino Bolla

venerdì 29 maggio 2026

Vita segreta al Quirinale VI parte

 


IL 2 GIUGNO

La mattina del 2 giugno la vita al Quirinale si svolse come di con­sueto, contrassegnata da un unico avvenimento: l'udienza solenne con la quale il re ricevette il nuo­vo ministro del Portogallo che gli presentò le credenziali. Era la pri­ma udienza solenne che Umberto dava come sovrano: e il caso volle che essa fosse riservata al rappresentante del Paese che Umberto II, undici giorni dopo, avrebbe all'im­provviso raggiunto.

Sin dalle prime ore, quel giorno Roma era animatissima: file inter­minabili dinanzi ai seggi elettorali, volti seri, eccezionale disciplina.

Per la prima volta anche le don­ne votavano. A molte, soltanto all'ultimo momento venne spiegato come doveva svolgersi tale proce­dura. Altra complicazione per la gente semplice: dover usare due schede.

La regina si recò a votare nel tardo pomeriggio, al seggio di via dell'Umiltà, e venne salutata da ovazioni calorose. Il re votò il 3 mattina, a via Lovanio, accompa­gnato dal ministro della Real Casa.

Fu tentato qualche applauso, ma il presidente del seggio protestò: il che era nel suo pieno diritto. Tut­tavia ebbe il cattivo gusto di insi­stere nelle proteste anche col so­vrano. Umberto, come sempre, non perse né la calma né la serenità.

Nel pomeriggio del 3 giugno, chiusi i seggi, cominciò lo spoglio delle schede. Fu allora che si con­statò un primo grave errore delle destre: ben trecento seggi a Roma erano privi di scrutatori monar­chici! Si corse ai ripari, si cerca­rono persone di buona volontà: ma ormai era tardi.

Comunque le prime notizie che giunsero erano consolanti: Torino, contro ogni aspettativa, aveva dato iI 40% dei voti alla monarchia, Mi­lano il 39%, mentre si temeva sol­tanto il 20%. Alle 17 del 4 giugno, da fonte degna di fede, si seppe che v'erano due milioni di maggio­ranza monarchica. La regina rice­vette nel pomeriggio un gruppo di signore che maggiormente s'erano prodigate in quel giorni e fissò per l'indomani altre udienze. All'una di notte si apprese che la monarchia aveva raggiunto il 59% dei voti... Fu a questo punto che negli am­bienti di sinistra che dirigevano le elezioni cominciarono misteriose telefonate tra Roma e Milano.

Si giunse all'alba del 5: fra le due e le quattro del mattino la Repub­blica era nata.

La notizia raggiunse i direttori dei giornali nelle rispettive tipografie; quelli di destra cercarono vanamente una smentita («Romita era andato a dormire»), e quelli di sinistra sbandierarono i titoli della vittoria, già composti.

Quella mattina al Quirinale l'uf­ficio dei Mastri apparve gremito: persone che da tempo non s'erano più viste, si presentavano, quasi in visita di condoglianze.

Alle 10,30 giunse De Gasperi. La grossa automobile nera apparve come un lugubre presagio. Il presi­dente sali dal Re, Il colloquio fu lungo e difficile. Umberto II si di­mostrò molto dignitoso nel rice­vere, calmissimo, la notizia che De Gasperi gli recava: nessuna parola di risentimento o di critica usci dal suo labbro.

Quando il presidente usci, pare abbia detto agli ufficiali d'ordinan­za del re: «Peccato, è un uomo politico d'eccezione».

Il centralino del Quirinale quel pomeriggio non rispose più: la sor­veglianza divenne ferrea. Si poteva comunicare col palazzo soltanto a mezzo del centralino militare. Su Roma pareva fosse sceso un drappo funebre.

In quella drammatica atmosfera la persona più serena fu come sempre il re: prese ogni decisione con una calma superiore ad ogni commento od elogio.

Avvenimenti gravi si andavano preparando. Alle 14 la regina con i figli partì in aereo per Napoli ac­compagnata dalla dama contessa Guendalina Spalletti e dal generale Infante. La decisione fu -così af­frettata e inattesa, che solo poche persone riuscirono a salutare la so­vrana. A Napoli ella scese alla villa Rosebery ove nel- passato aveva trascorso tante ore felici.

Benché effettuatosi nel più stret­to incognito, l'arrivo venne tuttavia appreso dal popolo napoletano e la notizia si propalò immediatamente; furono organizzati cortei che la po­lizia alleata sciolse.

I napoletani non volevano che la regina partisse, non volevano che lasciasse il suolo della patria... l'a­vrebbero assistita, difesa! La so­vrana ne fu commossa, fece telefo­nare dal generale Infante al re per­ché le fosse concesso di rimanere alcuni giorni a Napoli. Ma alle pri­me luci del giorno, due automo­bili uscirono dalla villa Rosebery dirigendosi al porto: Maria José s'imbarcò con i figli sulla stessa nave da guerra che un mese prima aveva recato in esilio i vecchi sovrani. Insieme con la regina s'im­barcarono pure i duchi d'Ancona e di Genova, con i seguiti.

 

DRAMMATICA ATTESA

Rimasto solo nel grande palazzo del Quirinale, dopo aver ricevuto alcuni uomini politici, il re volle uscire e fece un rapido giro per la città, su una vettura 1500, seduto accanto all'autista. Pensieri di ma­linconia, di rimpianto, ricordi in tumulto... O forse nessun pensiero, ma soltanto un bisogno acuto di dimenticare, almeno per pochi mi­nuti, e respirare liberamente, così come liberamente respiravano quei passanti che si erano battuti con lui contro di lui.

Umberto tornò tardi al Quirinale ed espresse il desiderio di pranzare alla Corte Nobile (ciò che non era mai avvenuto), per salutare i di­gnitari di palazzo. Quando apparve., i sedici convitati scattavano sul­l'attenti. Erano presenti, oltre il vecchio conte di Torino e il duca d'Aosta, che sedettero il primo alla destra e il secondo alla sinistra del re, anche il generale Cassiani, il marchese Spinola, i mastri Graziani, Marini Clarelli e Pallavicino.

L'atmosfera era greve, piena di tristezza; e per quanto si cercasse da parte di tutti d'avviare la con­versazione su temi diversi e qual­siasi, il senso della tragedia incom­bente era in ciascuno. I due prin­cipi del sangue sapevano che il giorno dopo avrebbero dovuto par­tire essi pure per l'esilio; e pare che il conte di Torino abbia detto:

Sono vecchio, quasi cieco, se parto non rivedrò più l'Italia; quale fastidio potrei dare ormai alla re­pubblica?».

Umberto si trattenne a lungo con gli invitati, ricordando episodi della propria giovinezza, non facendo piani per il futuro. Avreb­be per ora atteso, da solo, il ver­detto della Cassazione, fissato al 18 giugno.

Si diceva nella capitale che nu­merosi gruppi di monarchici ar­mati fossero pronti per venire dal Sud onde impedire, anche con la forza, la partenza del re. Ma il so­vrano rifiutò sempre proposte o progetti del genere: «Non voglio che una sola goccia di sangue sia sparsa per la monarchia, l'Italia ha già troppo sofferto...».

Egli aveva piena fiducia nella magistratura, e si sapeva, nell'at­tesa del verdetto finale, che il pro­curatore generale dello Stato, Mas­simo Pilotti, era uomo integerrimo e italianissimo, deciso a impedire ogni genere di "brogli".

Fra i monarchici regnava la mag­giore incertezza: v'era persino chi sosteneva che occorresse far con­vocare il Senato In alta Corte per giudicare i ministri, i quali, avendo giurato nelle mani del re, lo ave­vano tradito. Sostenitore di questa idea era l'avvocato Bartolino. Con­trari a questa tesi (se non altro per l'evidente impossibilità di attuazio­ne) i senatori Della Torretta e Bergamini, ai quali il Bartolino ave­va esposto la propria idea.

Intanto a Napoli si moltiplica­vano i comizi di protesta, dura­mente impediti dalla polizia, spe­cie di un reparto Celere spedito dal Nord. Vi furono morti e feriti.

Al Quirinale, tutto continuava in apparenza come prima; quale fat­to eccezionale, si notava un grande afflusso di gente di tutti i ceti e di tutte le età: venivano a salutare il sovrano. La mattina del 7, più di trecento persone aspettavano nel­

l'anticamera delle udienze al primo piano. Vecchi generali a riposo, ammiragli, medaglie d'oro, diplo­matici, tutti sorpresi e commossi come fanciulli. Lo studio del re tenne costantemente la porta aper­ta: era un andirivieni confuso e senza sosta. Il comandante Balbo avrebbe voluto ordinare, con rigi­dità protocollare, quel caotico mo­vimento non pensando che la sto­ria una volta in cammino non si fa annunciare da nessuno.

In piedi, pallido, Umberto pa­reva l'ombra di sé stesso. Prese la mano della povera marchesa di M., il cui marito era stato fucilato dai tedeschi, e la strinse a lungo. «Non parta, Maestà! La monarchia è stata l'ideale per cui mio marito è morto...»

 disse la marchesa. La risposta del re vibrò nell'aria come un monito: In qualunque momen­to il popolo italiano avesse bisogno di me, e-se il bene del Paese lo esi­gesse, tornerei. Ora debbo partire: alle frontiere si spia un'occasione propizia per approfittare d'una nostra discordia interna

Dopo una pausa si lasciò sfuggire con viva amarezza «! «Per due anni mi hanno offeso in tutti i modi... mi hanno calunniato! Parto per la tranquillità del Paese che amo, e credo di averlo dimostrato in questi pochi giorni di regno...»

Non ebbe mai parole di risenti­mento per nessuno.

Quella stessa mattina l'ammira­glio Stone si recò al Quirinale in una lussuosa automobile nera. Nes­sun mastro delle cerimonie gli andò incontro: seguito dal suo uf­ficiale di bandiera, ostentando un passo sportivo, salì i pochi gradini della vetrata in fondo al cortile; poi usò l'ascensore per raggiungere il primo piano. Venne subito intro­dotto presso Umberto, e vi si trat­tenne pochi minuti.

mercoledì 27 maggio 2026

Il Re costava meno di Mario Viana - prefazione III

 


«Capo ha cosa fatta», come disse il fiorentino Bocca degli Abati alla battaglia di Montaperti, sostenuta dai suoi concittadini contro i Senesi, dopo aver con un colpo di spada mozzato la mano all'alfiere che reggeva l'inse­gna fiorentina, contribuendo così alla sconfitta della sua parte; e Dante lo colloca nella ghiaccia di Cocito fra i traditori della Patria.

Alcuni dei valentuomini artefici della Repubblica credevano di porre la Libertà, come idea più attuale e vibrante, nel luogo lasciato vacante dalla Patria a cui si era tolto il centro di coesione molecolare, ma s'ingannavano. La Libertà, che oggi è generalmente sentita in quanto significhi scrollarsi di dosso ogni dovere e ogni disciplina, non ha più fedeli pronti a impegnarsi per essa di quanti ne abbia la Patria.

Le coscienze non sono recipienti che si possono vuo­tare e riempire a volontà di liquidi differenti e il vuoto lasciato in esse distruggendovi una ragione ideale non è colmabile con altro contenuto ideale, ma resta campo aperto a ogni sorta di sterpaglia nostrale o forestiera.

E la devastazione operata nelle coscienze è riscon
trabile nella inefficacia degli sforzi con cui i sullodati valentuomini tentano di instaurare il culto dei Caduti per la Libertà, i quali di fatto sono dal grosso pubblico accomunati nello stesso frettoloso oblio riservato ai Caduti per la Patria. La devozione non si propaga dalla ufficialità delle celebrazioni in più ampi cerchi, perché neppure i Morti sono sacri dove non vi è più nulla di sacro. Essi appartengono a un mondo che si è voluto abolire, nel quale esisteva una fede.

Il presente libro ha un evidente valore informativo, ma esso contiene, forse a insaputa dello stesso Autore, un insegnamento più alto, poiché attraverso la visione di tante azioni particolari, distanziate nel tempo e colle­gate da una superiore coerenza, il lettore intuisce quale sia il valore della continuità, che è la legge della Monar­chia ed è la forza dei popoli.

Congiunti al passato, sentiamo tutto il bene compiuto dai nostri padri presente in noi a fortificarci ed accrescerci; avulsi dal passato, siamo un'erba di poca radice, destinata a estinguersi alla prima arsura.

Ai contabili guardinghi nelle spese si può dimostrare, come ha fatto Viana, cifre alla mano, che il Re costava meno, e, cosa assai più importante, che rendeva di più, sul terreno morale e nazionale.

PIERO OPERTI

Torino, febbraio 1960.

Prove tecniche di comportamenti intelligenti


 

Con grandissima gioia e ancor più grande soddisfazione salutiamo, finalmente, un evento che unisce tutti i monarchici, al di là delle sigle e delle divisioni nella ricorrenza dell'infausta partenza per l'esilio di Re Umberto II.

Noi, che da sempre pensiamo che la Monarchia sia più importante del Re, che abbiamo aborrito le divisioni e abbiamo auspicato una unità di intenti, esprimiamo tutta la nostra soddisfazione ed il nostro sincero augurio della perfetta riuscita della manifestazione. 


Manifestazione alla quale occorre partecipare numerosissimi non solo e soprattutto perché siamo quelli che rappresentano la metà del popolo italiano che votò per il Re ma anche perché sarà bene guardarsi di nuovo negli occhi,  conoscersi e parlare di nuovo e cercare quello che unisce invece che quello che ci divide.

Ringraziamo dal profondo del cuore quanti hanno ideato l'evento e quanti, in spirito di concordia, lo attueranno.

Chiunque agisca così ci troverà sempre dalla sua parte.

Viva l'Italia! Viva il Re! 

venerdì 22 maggio 2026

Saggi storici sulla Monarchia - XXV


 4) LA MONARCHIA UNITARIA.

Nel tracciare per sommi capi, nelle pagine precedenti, l'evoluzione storica del pensiero monarchico, come è stato elaborato e fissato dalle varie correnti dottrinarie, abbiamo di proposito accantonato ogni rife­rimento alla struttura della Monarchia sabauda, di quella che oggi con­sideriamo la nostra Monarchia, e questo non perché essa abbia rappre­sentato nei secoli una forma diversa di monarcato, ma per la necessità di lumeggiare i rapporti della dinastia con la realizzazione rivoluzionaria del Risorgimento.

Non sarebbe ammissibile che parlando della Monarchia, non si trat­tassero dei punti che investono un giudizio storico e politico non sodo sulla Dinastia ma sull'Istituzione, quei punti cioè che racchiudono il significato della nostra storia nazionale.

Come si inquadra nella teoria monarchica, il nostro risorgimento? Questi sono i quesiti ai quali è necessario rispondere per avviare il pro­blema ad una soluzione: Il concetto della regalità plebiscitaria concre­tato nel processo unitario è l'antitesi della Monarchia tradizionale? Rappresenta una negazione della tradizione o addirittura un suo supe­ramento?

Diremo subito che per noi non esiste una teoria della monarchia risorgimentale in quanto tale, perché «mutatis mutandis» non esiste in realtà nessuna differenza sostanziale fra il processo unitario italiano e quello che in altre nazioni si verificò con qualche secolo d'anticipo, al­meno per quel che concerne la valutazione filosofica e giuridica dell'av­venimento. È stata la storiografia ufficiale italiana, in tutto ligia allo spirito moderno a darci dell'opera della Monarchia sabauda nel risorgi­mento due «clichés» antitetici e ugualmente inesatti; uno della Mo­narchia come fattore propulsivo della rivoluzione, l'altro persistente nel rappresentare il risorgimento come teatro del conflitto fra monarchia e rivoluzione.

In realtà il processo unitario fu opera della Monarchia perché la unità è uno stato sociale che non avrebbe potuto conseguirsi altri­menti. I conati liberali e gli estremismi rivoluzionari sarebbero restati nell'indeterminatezza dei tentativi non riusciti, se la loro opera non fosse stata assorbita. Nello schema dello stato monarchico, tali tenta­tivi rivoluzionari sfociarono in un risultato tradizionale: la formazione dello stato unitario. Di chi il merito? Della 'Monarchia che di ogni forza seppe servirsi ed ogni istanza utilizzare per il conseguimento del fine, tanto che ben può dirsi che alla costruzione della nazione italiana tutte le forze politiche del tempo, in un modo o nell'altro collaborarono. In altre parole, il processo unitario che è il travaglio che si com­pie nella storia di un popolo, richiede un ente che compia il coordi­namento degli sforzi e delle azioni in cui il processo si scompone e tale ente non poteva essere un governo aristocratico o democratico, la cui attività è quasi esclusivamente impegnata nel problema di sopravvivere; solo la Monarchia poteva bastare a tanto.

Ciò detto, apparirà chiaro che non esiste soluzione di continuità nella politica sabauda e che il risorgimento non rappresenta uno iato perché non si tratta di una Monarchia che diviene liberale, ma della Monarchia che dalle istanze di una corrente di pensiero e di azione, trae il lievito per una realizzazione politica di altissimo livello, a cui non meno dei liberali collaborarono moderati, cattolici e perfino repub­blicani.

La Monarchia non si fece paladina della rivoluzione, ma dell'unità nazionale ed anche la sua azione contro gli altri principi italiani non fu ispirata dal desiderio di contestare le legittimità storica di questi so­vrani, ma solo dalla necessità di rivendicare contro il presupposto anti­giuridico della frazionabilità del nostro paese, il diritto all'unità di una terra che forma un tutto storico, geografico e etnografico.

Nessuno ha mai creduto di osservare nei tentativi di egemonia ten­tati volta per volta da tante signorie italiane un principio rivoluzionario né di ravvisarlo nell'opera di unificazione intrapreso dalle monarchie europee nel XV e XVI secolo per la creazione dei grandi stati nazionali. Se le coincidenze della storia hanno voluto che per l'Italia questo processo si svolgesse contemporaneamente a quello di sviluppo degli isti­tuti rappresentativi ciò non significa che due aspetti fra i quali indub­biamente intercorrono dei nessi possono essere ricondotti ad uno solo o che l'adesione morale dei popoli agli eventi, espressa nei plebisciti, privi di ogni valore, quei trattati internazionali che sanzionarono l'unio­ne delle terre italiane alla Corona di Sardegna. Da Carlo Emanuele I a Vittorio Emanuele II è la politica tradizionale di Casa Savoia che si sviluppa e che nell'ardire di un grande Re, nel genio politico di un insigne ministro e nelle circostanze favorevoli create dalle aspirazioni unitarie, trova le condizioni più opportune per raggiungere le mete estreme: i confini naturali della penisola.

La tradizione non viene né scavalcata, né accantonata perché nel suo ambito avviene la concretizzazione di un ideale politico che pur traendo le premesse da principi antitradizionali, solo nella Corona sa­bauda acquista il valore di una realizzazione compiuta.

Il problema monarchico in Italia, non esula quindi dello schema generale della Monarchia tradizionale, anche se circostanze storiche e
contingenze politiche incidono profondamente sulle istituzioni dando loro oggi una portata ed un significato diverso da quelli che potettero avere in passato; resta l'Istituto nel suo profondo significato e nella sua essenzialità, superatore della conservazione e della rivoluzione, nel­la sintesi unitaria.

I mutamenti dei tempi e delle condizioni politiche che inevitabil­mente si riflettono anche sulla funzione pratica delle istituzioni tradi­zionali, fanno sì che i compiti di una monarchia moderna siano in parte diversi dal passato, così come ad esempio la monarchia di Luigi XV dif­feriva profondamente dal sistema monarchico di Carlo Magno; ma al di sopra degli aspetti contingenti e mutevoli, quello che importa è il contenuto morale dell'istituzione monarchica nella sua continuità sto­rica e nella sua compiutezza.

Conferenza del Professor Quaglieni



LUNEDÌ 25 MAGGIO ALLE ORE 18.00 

PRESSO LA SEDE DEL CENTRO PANNUNZIO,

 VIA MARIVITTORIA 35 H, 

LO STORICO PIER FRANCO QUAGLIENI PARLERA' SU

"FASCISMO, ANTIFASCISMO: IL POST FASCISMO DI NICOLA MATTEUCCCI E DI AUGUSTO DEL NOCE"



sabato 16 maggio 2026

Vita segreta al Quirinale VII parte

 


BOTTONI STRAPPATI

Dovette subito riprendere la sua febbrile attività, giacché quella not­te stessa il ministro Falcone Lucifero comunicò al presidente De Gasperi che il re lo avrebbe ricevuto il mattino dopo alle 10,30 per dargli la bozza del messaggio che inten­deva rivolgere agli Italiani.

Il 10 maggio alle ore 7,30 nella cappellina dell'Annunziata, presen­ti pochi intimi, ebbe luogo una Mes­sa bassa. La preghiera, che sempre era letta alla fine della funzione, mutò quel giorno e per la prima volta fu detto: « Salvo fac Regi Nostro, Umberto, et ruxorl suae Mariae, et Principi hereditario Victorio...».

Il vecchio sovrano era ormai e definitivamente nella storia. Pare che la principessina Maria Pia, per­spicace e sensibilissima, dopo l'ab­braccio del padre e alla richiesta del perché fosse tanto triste, abbia risposto: •Soffro, pensando che si possa parlare della partenza del nonno come di una nuova fuga.

Più tardi, la piazza del Quirinale offrì uno spettacolo straordinario: marea di bandiere, di stendardi, sventolo di fazzoletti agitati da una grande folla. Quando i nuovi sovrani ed i principi apparvero al balcone, un grido immenso li ac­colse. La principessina Maria Bea­trice, ignara e felice, mandava baci con le manine. Si riaffacciarono più volte, e solo quando il tricolore stemmato venne tolto dal balcone, la folla lentamente si sciolse.

Come risposta alle prime tangi­bili manifestazioni popolari di fede monarchica, l'11 maggio la Camera del lavoro organizzò a sua volta una manifestazione spettacolare.

Che tale adunata imponente fos­se però soltanto l'emanazione di­retta di ordini superiori e non rispecchiasse il sentimento della maggior parte del popolo, venne dimostrato il giorno 12 quando vi fu un'altra riunione spontanea di donne del popolo nei giardini del Quirinale. Non più di mille per­sone si era detto di far entrare: furono invece tremila, e non soltanto donne ma anche uomini. L'ordine non fu potuto mantenere e i sovrani furono stretti dalla fol­la in un solo abbraccio.

Più tardi, però, fra le segrete pa­reti del Quirinale, specie alla Corte Nobile, le critiche non mancarono. Era cosa ammissibile vedere il re quasi soffocato da gente eccitata "che non si sapeva chi fosse", e vederlo tornare senza i bottoni del­la giubba e la regina con il vestito imbrattato di rossetto, e così pure le guance della piccola Maria Bea­trice per i baci ricevuti? Un vero scandalo sollevò soprattutto la que­stione dei bottoni strappati alla giubba di Umberto, nonostante l'interessato stesso si adoperasse ad affermare che la cosa non gli era dispiaciuta affatto.

Nel frattempo la campagna elet­torale dei partiti si intensificava.

Alla metà di maggio il re partì all'improvviso in aereo per la Sici­lia, accompagnato dagli ufficiali di ordinanza e dal ministro Falcone Lucifero. Accoglienze entusiastiche, al di là di ogni previsione. Umberto amava la Sicilia e ne era spontaneamente ricambiato: non il minimo incidente.

Intanto a Roma la regina molti­plicava la sua attività e si recava a visitare ospizi e centri di assisten­za, ovunque bene accolta. Il 19 mag­gio un'altra riunione di popolane ebbe luogo nel giardini reali: circa 8.000 persone, quella domenica, en­trarono dalla porta di via XX Set­tembre. Applausi alla regina a non finire. • È stata ferita! •, si sentì a un tratto gridare da parte di un maresciallo di servizio: aveva scor­to tracce rosse sulle mani della so­vrana. Ma, come otto giorni pri­ma, si trattava ancora di rossetto.

VISITE IN ALTA ITALIA

Umberto II tornò quella sera stessa ripartendo il lunedì per la Sardegna, l'isola fedelissima. I sar­di ricordavano come l'unica auto­rità mossasi da Roma dopo il pauroso bombardamento di Cagliari, era stato l'allora principe di Pie­monte; il quale ora tornava da re: il vecchio inno isolano lo salutò perciò auguralmente.

Rientrato a Roma il 23 maggio, il 24, anniversario dell'entrata in guerra, Umberto II dovette affac­ciarsi ancora al balcone del Quiri­nale per rispondere a una nuova manifestazione della folla.

Nei giorni seguenti il re effettuò un rapido giro nelle Venezie, bene accolto ovunque, benché al Nord la propaganda antimonarchica avesse lavorato nel profondo, incontrasta­ta, e tanto meno controbattuta.

Per il giovedì 30 maggio, giorno dell'Assunzione, era stato chiesto al re se avrebbe ricevuto nuovamen­te nei giardini un'altra folla di fe­deli; ed il ministro Lucifero, auto­rizzato, aveva dato ordini in pro­posito. Ma il primo aiutante di campo, tornato al suo ufficio dopo un mese di assenza, si oppose af­fermando che nessuna manifesta­ione poteva essere indetta senza il suo beneplacito.

La folla giunse, ma il portone principale rimase chiuso: gli ordi­ni del generale Infante erano stati categorici.

Sulla piazza, alle ore 17, era ri­masto ormai solo mi piccolo grup­po di persone, deluse come le altre che se ne erano già andate, ma che non si decidevano ancora a rincasare; la regina stessa, la quale con i figli aspettava al primo piano di essere chiamata per salutare il po­polo, non sapeva spiegarsi il per­ché del ritardo. Il giorno dopo il primo aiutante di campo si scusò dichiarando di essersi spaventato nel vedere tanta gente, e di non essersi sentito di assumere la responsabilità di farla ricevere dai sovrani.

Quella stessa mattina il re parti in aereo per Torino. Nessun inci­dente. Anzi, nei pressi della cancel­lata che è dinanzi all'ingresso, Um­berto venne sollevato dalla fol­la e portato a braccia sino al por­tone del Palazzo Reale. Il vigilante Falcone Lucifero da principio era rimasto piuttosto preoccupato; ma, rilevando tanto entusiasmo, pur se­guendo da vicino il re non ebbe più preoccupazioni di sorta.

Certo un cambiamento era avve­nuto nella vecchia città sabauda, visto che nonostante la scarsa propaganda, i monarchici locali pote­vano esprimere indisturbati i loro sentimenti di devozione, ciò che sei mesi prima non sarebbe stato pos­sibile.

Seguì la visita a Milano, ove la notizia della favorevole accoglien­za torinese era giunta, allarmando i capi della opposizione. Dall'aero­porto il re si recò al Palazzo Reale attraversando tutta la città. Dopo aver ricevuto le autorità, tranne il sindaco, socialista, e che non si presentò affatto, Umberto II per­corse a piedi il breve tragitto dal Palazzo al Duomo, tra due ali di popolo chiaramente disposto alle acclamazioni. Ma dietro i cordoni dei carabinieri, molti facinorosi urlavano agitando bandiere rosse. Il sovrano non si scompose, non perse la calma; pur sapendo che dalla capitale lombarda un anno prima era partito il monito: Se verrai a Milano, ricordati che c'è Piazzale Loreto ».

Anche a Genova l'accoglienza fu tutt'altro che cordiale. In prefettura le autorità stesse cercarono di far capire al re che per loro era una vera preoccupazione averlo ospite. Ma Umberto, come già a Milano, rimase calmissimo; sul fronte di Montelungo, a Cassino, aveva corso ben altri pericoli. Attraversando la città in automobile scoperta, un energumeno sali sul predellino della vettura del re cercando di raggiungerlo con un pugno. Il sovrano stesso, con rapido ed energico gesto, lo respinse indietro.

Umberto quella sera pranzò alla villa Groppallo, dinanzi alla quale si adunò una piccola folla acclamante. Si presentò pure un comunista il quale chiese di entrare e poter parlare al sovrano. Taluni del seguito volevano opporsi, ma il re, accortosene, chiamò lo scamiciato giovanotto e gli parlò con molta bonomia chiedendogli che cosa volesse. Il comunista sciorinò la lezione imparata a memoria, ma a metà se ne scordò e concluse scusandosi.

Il 1° giugno il re tornò a Roma in aereo. Benché stanco, era soddisfatto: il Nord gli si era rivelato nel complesso meno antimonarchico di quanto ci si aspettasse.


venerdì 15 maggio 2026

Il referendum che esiliò i Savoia


Continua sul sito dedicato a Re Umberto IIla pubblicazione dello studio di Luigi Cavicchioli sul discusso referendume del 1946.


La terza parte.

giovedì 14 maggio 2026

Un grande Re: Vittorio Emanuele III – Parte 2





 Il 9 maggio 1946, 80 anni addietro, dopo 46 anni di regno Vittorio Emanuele III abdicò e partì per l’Egitto.

Ebbe ruolo fondamentale nella storia d’Italia. La guerra di liberazione e il Corpo Volontari della Libertà dicono che la Patria non era morta e gli italiani non era affetti da “sindrome dell’inerme”, di cui ha scritto Ernesto Galli della Loggia. Vittorio Emanuele III va ricordato “sine ira et studio” (seconda parte; la prima venne pubblicata il 3 maggio 2026).

 

Il Re: rimasto solo di fronte al regime

Anche dopo il discorso del 3 gennaio 1925, con il quale Mussolini respinge ogni addebito nell’assassinio di Matteotti e rivendica la “Rivoluzione fascista”, il Re emana le leggi approvate dal Parlamento, comprese quelle che limitano la libertà di stampa e di associazione (costringendo le Massonerie ad auto-sciogliersi), dichiarano decaduti i deputati assenti ai lavori, istituiscono il Tribunale speciale per la difesa dello Stato e ripristinano la pena di morte per attentati contro lo Stato. A chi gli chiede di intervenire nella crisi Vittorio Emanuele III risponde che gli occorre un pronunciamento significativo della Camera.

Nel corso del 1925 Mussolini, capo del governo e ministro degli Esteri, assume la titolarità di Guerra, Marina e Aeronautica. Dal 6 novembre 1926 è ministro per l’Interno. Ha in pugno l’Esecutivo.

La legge elettorale del 17 maggio 1928 approntata dal ministro Alfredo Rocco, attribuisce al Gran Consiglio del Fascismo (solo successivamente regolamentato: un corto circuito approvato dal Parlamento), la predisposizione della lista di 400 candidati alla Camera, da approvare o rifiutare in blocco. Giudicandola un «decisivo distacco dal regime retto dallo Statuto» il 18 marzo l’ottantaseienne Giolitti vota contro. Muore il 17 luglio.

L’11 febbraio 1929 Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri firmano i Patti Lateranensi: il regno d’Italia riconosce lo Stato della Città del Vaticano e viene riconosciuto dalla Santa Sede.

La “Conciliazione” chiude la “questione romana”, aperta dall’annessione di Roma (20 settembre 1870), che aveva “debellato” lo Stato pontificio e spinto Pio IX a scomunicare il Re e tutta la dirigenza politica della Nuova Italia.

Alle elezioni politiche (24 marzo 1929) il governo ottiene straripante consenso. Al giuramento di fedeltà al Re e ai suoi legittimi discendenti si aggiunge quello di fedeltà al regime. Obbligatorio per i pubblici impiegati, è esteso ai professori e ai docenti universitari. L’iscrizione al PNF diviene requisito necessario per il concorso ai pubblici impieghi.

Nel 1932 viene fondato l’Istituto per la Ricostruzione industriale (IRI), presieduto da Alberto Beneduce, già deputato socialista e massone.

Nel 1935 l’Italia dichiara guerra all’Impero di Etiopia, membro della Società delle Nazioni, delibera sanzioni economiche contro l’Italia. Pressoché inefficaci, suscitano un’onda di solidarietà patriottica.

All’ingresso delle truppe italiane in Addis Abeba (9 maggio) Vittorio Emanuele III assume la corona di Imperatore d’Etiopia. Il 15 aprile 1937 Pio XI conferisce la Rosa d’Oro della Cristianità alla Regina Elena, «fulgido esempio di virtù e carità per tutte le donne italiane». Il 30 marzo 1938 il Parlamento conferisce al Re il grado di primo Maresciallo dell’Impero, poco prima assegnato a Mussolini.

Nel marzo 1938 la Germania annette l’Austria,che avalla con plebiscito. L’Italia confina direttamente con il Reich. Visita di Stato di Hitler in Italia (maggio). Nel Partito nazionale fascista (PNF) e nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) riaffiorano fermenti antimonarchici, blanditi da Mussolini.

La conferenza di Monaco di Baviera (settembre) concede a Hitler l’annessione di parte della Cecoslovacchia. Nettamente contrario all’antisemitismo dilagante e dopo aver ripetutamente espresso a Mussolini «infinita pietà per gli ebrei» (20 novembre), il Re emana le leggi antiebraiche perché approvate dai due rami del Parlamento.

La Camera le vota all’unanimità dei 360 presenti (14 dicembre). Al Senato si contano dieci voti contrari su 164 presenti e circa 400 membri (19 dicembre). Le leggi razziali costituiscono un grave “vulnus” allo Statuto ma il Re non dispone di mezzi costituzionali per negare la firma. La sua abdicazione scaricherebbe la responsabilità sull’erede, Umberto, che verrebbe a trovarsi di fronte all’identico bivio.

La legge 19 gennaio 1939, n. 129 sostituisce la Camera dei deputati con quella “dei Fasci e delle Corporazioni”, i cui componenti, denominati “consiglieri”, sono in parte gerarchi del regime e in parte designati dal Consiglio nazionale delle Corporazioni, riformato con la legge 5 gennaio 1939, n. 10 , “aggregati”, in numero indeterminato.

Il 23 marzo 1939, inaugurando la XVII Legislatura, Vittorio Emanuele III auspica che «la pace duri il più a lungo possibile». Il 16 aprile assume la corona di Re d’Albania, pochi giorni prima occupata da truppe italiane.

Dall’intervento in guerra alla svolta dell’estate 1943

Previo il patto di non aggressione con l’Unione sovietica (23 agosto), il 1° settembre la Germania invade la Polonia. Dal 16 l’URSS ne occupa la parte orientale e gli Stati Baltici. Bocciata la proposta di una conferenza di pace avanzata da Mussolini, il 3 settembre Gran Bretagna e Francia dichiarano guerra alla Germania. Il governo Mussolini annuncia la «non belligeranza» dell’Italia.

La Regina Elena, non ignaro il re, scrive alle sei sovrane di Paesi neutrali (Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Bulgaria e Jugoslavia) auspicando un intervento comune per scongiurare il dilagare del conflitto.

Il 10 giugno 1940 il governo dichiara guerra alla Gran Bretagna e alla Francia, ormai al collasso, anche nel timore che i tedeschi, di lì a poco a Parigi, arrivino sul Mediterraneo chiudendo l’Italia in una tenaglia germanica. Nell’errata previsione di imminente armistizio generale, il governo conduce “guerra parallela”. Il 28 ottobre l’Italia aggredisce la Grecia, con esito negativo.

Dalla dissoluzione del regno di Jugoslavia, travolto dai tedeschi (6 aprile 1941), nasce il regno di Croazia (10 aprile), la cui corona è assegnata ad Aimone di Savoia, duca di Spoleto, che il 18 maggio assume il nome di Tomislavo II ma rimane a Firenze, ove istituisce un “ufficio per gli affari croati”. Il 12 ottobre 1943 abdicherà formalmente, rientrando nella linea di successione alla corona d’Italia. Suo fratello maggiore, Amedeo, duca di Aosta, sconfitto dagli inglesi nell’Africa Orientale Italiana, muore prigioniero in Kenia (3 marzo 1942).

Il 22 giugno 1941 inizia l’offensiva tedesca contro l’URSS. L’Italia vi destina un Corpo di spedizione e poi un’Armata. Il 7 dicembre il Giappone bombarda la flotta statunitense a Pearl Harbour (Hawaii) e dichiara guerra agli USA. L’11 dicembre Italia e Germania, alleate del Giappone, dichiarano guerra agli USA.

Nella Conferenza anglo-russa di Mosca (12-15 agosto 1942) Churchill e Stalin prospettano le rispettive aree di influenza dopo la vittoria. Gli inglesi sconfiggono gli italo-germanici ad El-Alamein (23 ottobre-5 novembre). Gli anglo-americani sbarcano in Marocco e Algeria (8 novembre). L’Armata italiana in Russia (ARMIR) è travolta dall’offensiva sovietica.

Dal gennaio 1943, perdute l’Africa Orientale Italiana e la Libia e mentre le armate italiane sono disseminate al di fuori dei confini nazionali, di concerto con il ministro della Real Casa Pietro d’Aquarone il Re decide di revocare Mussolini e rompere l’alleanza con la Germania. Su pressione dell’URSS, la conferenza anglo-americana a Casablanca (14-26 gennaio) delibera che i nemici dovranno arrendersi «senza condizioni».

Il 25 luglio, a cospetto dell’assalto anglo-americano alla Sicilia (10 luglio) e del bombardamento su Roma mentre Mussolini incontra Hitler a Feltre (19 luglio), il Gran consiglio del fascismo a larga maggioranza invita il Re a esercitare i poteri statutari, ma non chiede né le dimissioni di Mussolini né lo smantellamento del regime.

Constatata l’incapacità del “duce” di separare l’Italia dalla Germania, Vittorio Emanuele III revoca Mussolini da capo del governo e lo sostituisce con il maresciallo Pietro Badoglio, che scioglie la Camera, il PNF, la MVSN e avvia la defascistizzazione. In stato di fermo sotto custodia di carabinieri, Mussolini si dichiara disposto a collaborare con il nuovo governo.

Il Re autorizza la trattativa armistiziale con gli anglo-americani, condotta da militari. Con il Memorandum di Quebec (18 agosto), dopo il contatto a Lisbona tra il generale Giuseppe Castellano e il comando delle forze anglo-americane, gli Alleati ventilano modifiche delle condizioni di resa in proporzione all’impegno «del governo» e «del popolo italiano» contro i tedeschi, con «tutto l’aiuto possibile delle forze delle Nazioni Unite».

Il 2 settembre il Comitato centrale (poi Comitato di Liberazione Nazionale, CLN) di sei partiti antifascisti (liberali, democrazia del lavoro, democristiani, partito d’azione, socialisti e comunisti) invita alla «mobilitazione degli spiriti per la salvezza della Patria».

Su assenso di Badoglio, il 3 settembre il generale Castellano sottoscrive presso Cassibile (Siracusa) la resa dell’Italia, annunciata la sera dell’8 settembre dal generale Dwight Eisenhower da Radio Algeri e comunicata da Badoglio dalla radio di Stato. Essa subordina il Paese al Governo militare alleato e vincola a eseguire «altre condizioni di carattere politico economico e finanziario».

Per evitare che Roma, militarmente indifendibile, divenga campo di battaglia, Badoglio si trasferisce in auto a Pescara e, via mare, a Brindisi, con la Famiglia Reale e vertici militari (9-11 settembre). L’Italia è sconfitta, ma lo Stato, non debellato, è riconosciuto dai vincitori. Inizia la ricostruzione.

Prelevato da una missione delle SS tedesche a Campo Imperatore sul Gran Sasso e trasferito in Germania, Mussolini istituisce lo Stato repubblicano d’Italia, poi Repubblica sociale italiana, sotto controllo hitleriano.

Il 29 settembre il maresciallo Badoglio sottoscrive a Malta l’“armistizio lungo”, comprendente le durissime condizioni non comunicate il 3 settembre ma consegnate al generale Giacomo Zanussi inviato a Lisbona da Roma in assenza di notizie da Castellano. Le Nazioni Unite eserciteranno «tutti i diritti di potenza occupante» tramite il Comando militare alleato.

L’Italia arresterà e consegnerà Mussolini, i suoi principali associati e le persone sospette di crimini di guerra. Il 5 ottobre il CLN decide di non collaborare con il governo Badoglio; lo farebbe con un governo politico.

Il 13 ottobre Vittorio Emanuele III, su decisione del governo, dichiara guerra alla Germania.

Il 17 novembre, riunito a casa di monsignor Barbieri, il CLN delibera che «il problema istituzionale dovrà essere sottoposto nella sua interezza, non pregiudicabile da sostituzioni di persona, al sovrano giudizio di tutto il paese», cioè a “plebiscito”.

Il convegno dei CLN (Bari, 28 gennaio 1944) chiede l’abdicazione immediata del re, la rinuncia alla corona del principe ereditario e la sua trasmissione a Vittorio Emanuele principe di Napoli (di sette anni) sotto tutela di un Reggente estraneo a Casa Savoia: richieste propugnate da Benedetto Croce e Carlo Sforza ma contrarie allo Statuto e ignorate da Vittorio Emanuele III.

In marzo URSS e Italia riconoscono i rispettivi governi. Il 12 aprile, su arrogante pressione degli anglo-americani, irritati dall’indipendenza del governo del re, il sovrano annuncia che alla liberazione di Roma trasferirà tutti i poteri al principe ereditario, in veste di suo Luogotenente Generale. Il 22 aprile Vittorio Emanuele III incarica un nuovo governo, presieduto da Badoglio e formato da esponenti del CLN.

I ministri, impegnati alla “tregua” sulla questione istituzionale, giurano «sul proprio onore». Il 5 giugno, impedito di raggiungere Roma, appena liberata, il Re firma a Ravello il conferimento a Umberto di «tutti i poteri, nessuno escluso», ma conserva la corona.

Il 18 giugno si insedia il governo presieduto da Ivanoe Bonomi, esponente del Partito del lavoro.

Il Decreto legge luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151 stabilisce che la forma dello Stato verrà decisa dall’Assemblea costituente, eletta a suffragio universale entro quattro mesi dalla fine della guerra. Dal monarca la sovranità è trasferita al popolo che nel 1848-1870 la aveva ratificata con i plebisciti.

Il decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159 dichiara decaduti dalle cariche i parlamentari imputabili di concorso all’avvento e al mantenimento del regime fascista e all’ingresso dell’Italia in guerra. Giuristi quali Arturo Carlo Jemolo e Massimo Severo Giannini protestano, giacché il decreto viola il principio della irretroattività delle leggi (“nullum crimen sine lege”).

Su quella base, tuttavia, il 7 agosto l’Alta Corte di Giustizia, presieduta dal repubblicano Carlo Sforza, collare della SS. Annunziata e senatore, dichiara decaduti e privati dei diritti politici e civili 307 senatori. Vittorio Emanuele III rivendica l’azione del ministro della Real Casa, Pietro d’Acquarone, culminata con la revoca di Mussolini e la demolizione del regime.

Il 12 dicembre, rassegnate le dimissioni nelle mani del Luogotenente, Bonomi forma un governo comprendente liberali, democristiani, democratici del lavoro e comunisti.

Il Re e la Famiglia vestono il lutto alla conferma della morte della principessa Mafalda (28 agosto 1944), sposata con il principe Filippo d’Assia, deportata dai tedeschi presso il campo di concentramento du Buchenwald in Germania, gravemente ferita sotto bombardamento alleato e operata con esito infausto.

Verso il tramonto

Il 2 maggio 1945 le truppe tedesche presenti in Italia sottoscrivono la resa nella reggia di Caserta. Alle dimissioni di Bonomi, il 21 giugno i sei partiti del CLN formano un governo presieduto da Ferruccio Parri, già comandante delle formazioni partigiane “Giustizia e Libertà”, ispirate dal Partito d’azione.

Dall’inizio di maggio nelle terre liberate i CLN regionali, provinciali e comunali insediano giunte provvisorie e nuovi dirigenti di banche,di  enti a partecipazione pubblica e imprese private già “socializzate” dalla Repubblica sociale italiana o i cui proprietari e amministratori sono interdetti per motivi politici.

Alle dimissioni di Parri, il 10 dicembre si insedia il governo presieduto da Alcide De Gasperi, segretario della Democrazia cristiana, che tiene per sé gli Esteri. Tranne Leone Cattani, i ministri sono tutti repubblicani militanti.

Tra loro spiccano i socialisti Giuseppe Romita (Interno) e Pietro Nenni (Costituente), il comunista Palmiro Togliatti (Giustizia) e il liberale Manlio Brosio (Guerra).

Tra marzo e aprile del 1946 vengono eletti i consigli comunali di migliaia di Comuni. Per la prima volta votano anche le donne.

Il 9 maggio, in prossimità del referendum sulla forma dello Stato e dell’elezione dell’Assemblea Costituente (2-3 giugno), Vittorio Emanuele III abdica a favore di Umberto e, con il titolo di conte di Pollenzo, salpa da Napoli alla volta dell’Egitto con la regina Elena e un piccolo seguito. Accolto da Re Faruk, si stabilisce a “Villa Yela”, in Alessandria.

Il 2 – 3 giugno si svolgono il referendum sulla forma dello Stato e l’elezione dell’Assemblea costituente. Il 10 giugno la Corte Suprema di Cassazione, presieduta da Giuseppe Pagano, comunica i dati provvisori del referendum: su circa 28.000.000 aventi diritto al voto la repubblica ha ottenuto 12.700.000 preferenze; la monarchia 10.700.000. Il presidente Pagano riconvoca la Corte  per il 18 giugno e chiede che vengano rendicontate anche le schede bianche, nulle e contestate.

In una convulsa seduta, con un solo voto contrario (Leone Cattani), alle 0:15 del 13 giugno il governo conferisce le funzioni di Capo dello Stato al presidente del Consiglio De Gasperi, che le assume.

Alle 16, privo di tutela da parte degli Alleati e per evitare scontri sanguinosi a sostegno della monarchia, Umberto II protesta contro il “gesto rivoluzionario” del governo, non ne riconosce gli effetti, scioglie dal giuramento alla monarchia ma non alla Patria quanti l’abbiano pronunciato e parte in aereo da Re alla volta del Portogallo.

Non abdicherà mai. Muore a Ginevra il 18 marzo 1983 ed è sepolto nell’Abbazia di Altacomba, in Savoia, regione d’Europa dalla quale ebbe inizio l’ascesa della dinastia.

Il 28 dicembre 1947 Vittorio Emanuele III si congeda dalla vita nella pienezza dei diritti di “cittadino italiano all’estero” (non “in esilio”) e delle prerogative esercitate.

Al termine dei funerali, celebrati con onori militari voluti da Re Faruk, il feretro del Re è murato nel retro dell’altare della chiesa cattolica di Santa Caterina in Alessandria d’Egitto.

Il 28 novembre 1952 muore a Montpellier la Regina Elena, circondata dall’affetto della città e degli italiani non immemori. Viene sepolta nel cimitero cittadino Saint-Lazare.