NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 21 marzo 2021

Capitolo XX : il ritorno di Carnera in Italia

di Emilio Del Bel Belluz

 

 


 

 Carnera ritorna in Italia dopo la sconfitta patita il 9 ottobre sul ring di Boston contro Maloney. Si imbarca a New York sulla nave il Conte Grande.

Con lui c’era il suo allenatore Paul Journée, il suo animo era triste, dopo tanti incontri vinti, aveva quella sconfitta che gli bruciava dentro. L’amarezza, però, era mitigata dalla prospettiva di rientrare in famiglia, dopo una anno di assenza. Una cosa era certa: era diventato famoso, la gente lo riconosceva e lo fermava per congratularsi del suo coraggio. La sua vita era cambiata, non era più povero, in tasca aveva un portafoglio con del denaro. In nave trascorreva molto tempo con gli italiani che si erano imbarcati. Questa gente lo commuoveva, ascoltava le loro storie, si informava su che paese fossero diretti: c’erano molti veneti e friulani, ma anche gente del sud. Erano orgogliosi di parlargli, e Carnera amava sentire dei connazionali. Il suo manager gli aveva confermato che nel mese di novembre 1930 avrebbe combattuto contro il basco di Spagna, Paulino Uzcudum. Questo pugile aveva passato due anni in America dove aveva incontrato molti pesi massimi, aveva esperienza, non era molto alto, ma aveva un fisico ben costruito, grazie al lavoro come taglialegna. Gli italiani lo conoscevano bene perché aveva tolto il titolo europeo dei pesi massimi a Erminio Spalla. Costui l’aveva detenuto dal 1923 al 1926. Spalla era un puglie molto forte e per questo il boxeur basco non sarebbe stato un uomo facile da sconfiggere. Questo match per il basco avrebbe potuto rappresentare il passaporto per il titolo mondiale, tanto agognato. Carnera, dal canto suo, aveva bisogno di vincere questo incontro per archiviare la sconfitta patita a Boston contro Maloney. La stampa americana aveva scritto troppe inesattezze sulla sua sconfitta e temeva d’essere dimenticato. Carnera era consapevole che la sua carriera era giunta a un bivio: poteva tornare in America e combattere per diventare campione del mondo, o rimanere in Italia e disputare il titolo italiano ed europeo dei pesi massimi che erano alla sua portata. Primo aveva solo 24 anni, un fisico da lottatore, e in questi mesi era molto maturato. In nave Carnera venne invitato dal capitano a mangiare al suo tavolo, assieme a persone molto importanti. Il comandante gli disse d’essere onorato della sua presenza, e considerava Carnera un pugile che si sarebbe aggiudicato il titolo mondiale dei massimi. La stampa americana dedicava molto spazio al campione. Si diceva che in America si dava più rilevanza a Carnera che al presidente degli Stati Uniti. A tavola, Primo parlò del suo prossimo match in Spagna contro Paulino Uzcudum. Non sarebbe stato un match facile, non avrebbe potuto perdere contro lo sfidante che era avvantaggiato combattendo nella sua terra. Carnera riferì che aveva visto molte volte il filmato dell’incontro tra il basco ed Erminio Spalla. Nella prima parte del match l’italiano era riuscito a guadagnarsi le riprese, combattendo come un gladiatore, ma poi l’irruenza del basco aveva avuto la meglio. Il capitano della nave ascoltava con molta attenzione, e poi disse che il basco era più vecchio di lui, aveva trentadue anni, e l’età giocava a suo sfavore. Il comandante non aveva dubbi che Primo sarebbe risultato vincitore. Per sigillare questa sua previsione scommise con Carnera una bottiglia di buon vino italiano. A tavola tutti concordarono con lui, il nostro Carnera avrebbe sconfitto agevolmente il basco. Quei giorni trascorrevano come un premio: Carnera mangiava bene e godeva di ottima compagnia. La mattina si allenava correndo, e questo esercizio gli era utilissimo per smaltire i chili di troppo guadagnati nel viaggio. A correre con lui c’era un giovane di appena sedici anni che stava ritornando in Italia, vinto dalla nostalgia per la sua terra e dalle poche prospettive di guadagno in America. Entrambi godevano della reciproca compagnia. Il giovane era di un paesino vicino a Padova. La sua famiglia era tornata in patria lo scorso anno, lui aveva cercato di resistere in America. Ma preferiva fare la fame nel suo paese, piuttosto che all’estero. La depressione economica aveva stravolto la vita di molte persone. Anche lui, come tanti, aveva fatto la fila per un pezzo di pane e una minestra, e aveva sofferto, abitando in una baracca, assieme ad altri italiani. Carnera lo ascoltava e gli diede una pacca sulle spalle, gli raccontò che pure lui aveva patito tanto e si era dovuto allontanare dalla sua Sequals, per andare in Francia da uno zio dove lo attendeva una vita dura e con poche speranze. Il giovane disse che la più bella cosa era quella di aver conosciuto Carnera e avrebbe voluto che anche suo padre avesse potuto godere di questo momento. Molti volevano stringere la mano a Carnera, quando lo vedevano non gli toglievano gli occhi di torno, e volevano fare una foto con lui. In nave c’era un fotografo che offriva volentieri i suoi servigi, era un modo come un altro per sbarcare il lunario. In quei giorni il campione non era mai solo, un sorriso e una frase cordiali li aveva per tutti. Il successo andava goduto finché durava e questo era il suo motto. La vita correva velocemente e nulla poteva essere rivissuto. Quello che spesso gli veniva in mente era che tutto questo sarebbe finito. Il Conte Grande fece scalo a Gibilterra, e fu imbarcato un noto giornalista delle Gazzetta dello Sport, uno dei giornali italiani che avevano criticato la sua carriera, nel momento in cui venne in Italia per combattere nel 1928. Aveva sognato molto quel giorno in cui avrebbe rivisto la sua terra, ma la sua gioia era stata smorzata dai commenti negativi della stampa italiana. Il giornalista Cappelletti si presentò al campione per intervistarlo e scrisse:

 

“Debbo constatare che i modi di Carnera hanno un effetto accattivante sull’animo di tutti. I passeggeri di terza classe, quasi tutti emigranti italiani che ritornano in Patria, tra i quali egli passa sovente lunghe ore, lo idolatrano. Sono le manifestazioni più commoventi. Bisogna pensare all’animo dell’operaio italiano che porta il suo lavoro in un Paese straniero; gente semplice, elementare, che si piega a duri lavori e che sente il bisogno di nutrire di sentimenti il proprio spirito. Negli Sati Uniti ce ne sono otto milioni e mezzo, quasi due milioni nella sola New York. Essi non sono mai scesi all’analisi del valore tecnico di Carnera e non lo faranno mai. Carnera è il pugile che ha vinto tutti i match prima di arrivare all’ultimo con Jim Maloney; è l’uomo al quale i giornali americani dedicano il maggior spazio, più che al presidente della repubblica, al disarmo navale, alla Società delle Nazioni, più che agli uragani di Wall Street, e infine l’uomo che quando compariva a passeggiare in Broadway arrestava il traffico convulso, diventando l’epicentro di una marea di curiosità e faceva accorrere un affannato esercito di policeman per ristabilire l’ordine e la circolazione”. Quello che scrisse fece piacere a Carnera, non era facile far cambiare opinione ai giornalisti. Primo aveva cercato con il pugilato di riscattare sé stesso, di combattere la fame che lo aveva perseguitato negli anni passati. Era stato uno dei tanti che avevano provato a migliorarsi, ad andare avanti. Cappelletti parla anche di Léon Sée che ammette: “Colpa mia la sconfitta di Carnera. Tutti mi avevano detto che non si può battere Maloney a Boston, ma io, sicuro del mio uomo, accettai ugualmente. Invece l’arbitro seppe impedire che Carnera portasse un pugno efficace al suo avversario, bloccandogli il braccio destro ogni qual volta Primo faceva un passo avanti. Porto con me il film di questo match e voi vedrete in quale maniera inaudita sia stato arbitrato”. Il viaggio in nave era lungo ma per Carnera era un modo per riflettere. Rimuginava quella sconfitta, e avrebbe voluto rimediare con una rivincita, ma non a Boston, che era la tana del suo avversario. In nave incontrò un giornalista che ritornava dall’America, dove lavorava nella redazione di un giornale per gli italiani. Trascorse con lui del tempo, e gli narrò che la boxe era uno sport duro, ma che alla fine gli aveva dato qualcosa. Una sera che non dimenticherà facilmente fu quella in cui il comandante della nave, mentre mangiavano, gli confidò che era sicuro che lui sarebbe diventato campione del mondo. Il capitano amava il pugilato, aveva assistito ad alcuni incontri importanti, e raccontò che quella sera a Milano aveva visto il suo primo combattimento in Italia. Il comandante aveva chiesto un autografo su una sua foto, voleva donarla alla moglie. Carnera ne fu felice, sorrise come faceva sempre, e si lasciò andare a qualche battuta sulla vita. Quando arrivò a Genova c’erano migliaia di persone che lo attendevano, che urlavano il suo nome; la gente felice voleva stingergli la mano e toccarlo. Trovò ad attenderlo il sindaco di Sequals, assieme ad altre personalità del fascismo in uniforme, e a degli uomini della milizia fascista. Primo fu travolto da questo tripudio, non s’ aspettava un’accoglienza così calorosa. Quando riuscì a sottrarsi alla folla, raggiunse l’albergo Savoia e ricevette il saluto delle autorità. Tanti furono i giornalisti che vollero informazioni sul suo prossimo impegno in Spagna. Qualcuno gli chiese dei chiarimenti sul combattimento che aveva perduto contro Maloney. Carnera disse che non vedeva l’ora di rincontrarlo sul ring, ma non a Boston. L’incontro con Paolino verrà considerato come una prova della sua tenacia e della sua ottima forma. I giornalisti gli chiesero di come avesse trovato la società americana. Carnera era molto dispiaciuto che ci fossero tanti italiani che faticassero a sbarcare il lunario, a causa della depressione economica. Quando gli chiesero che cosa l’avesse emozionato di più, rispose che era stato il vedere la bandiera sabauda sventolare ai suoi mach e al di fuori dei ristoranti e botteghe gestite da italiani. Tanti connazionali erano fieri delle loro radici, e speravano un giorno di poter tornare a casa. Carnera confidò che ogni tanto telefonava alla famiglia, e parlando con sua madre amava sentire il rintocco delle campane del paese che lo facevano vivere per un attimo in terra amica. Disse che l’Italia era il più bel Paese del mondo. Quello che intristì Carnera fu che allo sbarco qualcuno gli sottrasse il portafoglio, che era un dono di una persona cara. Esso fu, poi, miracolosamente ritrovato, ma il ladro aveva pensato bene di prendersi tutti i soldi. Si accorse del furto, quando per la strada si era fermato per bere qualcosa, e non trovò più il portafoglio. Questo furto lo infastidì parecchio, ma conoscendo Carnera avrebbe perdonato anche il malvivente. Il viaggio verso Sequals lo fece in compagnia di suo fratello e di un amico. L’autista era felice di fare qualcosa per Primo, ne aveva tanto sentito parlare e a tutti avrebbe ricordato che aveva fatto da autista al campione. La strada che portava a Sequals gli sembrava sempre più lunga, tanta era la voglia di arrivarci, non fecero che poche tappe, per far rifornimento e per mangiare un boccone. In ogni posto dove si fermavano c’erano persone che lo volevano salutare, e il campione non si sottraeva mai. Quando arrivarono a Sequals era già sera, la casa di Primo era illuminata a festa, lo attendevano amici e parenti e prima di tutti, i suoi genitori. La gente veniva a salutarlo, come un anno prima, a dimostrazione che la sua fama era cresciuta. I giorni di permanenza a Sequals furono una festa continua, gli facevano domande di come si fosse trovato in America e se avesse conosciuto persone importanti, ed attori famosi. Carnera raccontò d’aver visto molta gente del mondo del pugilato, come Max Schmeling, il pugile tedesco che era campione del mondo dei pesi massimi: si videro e si salutarono ad un suo incontro. Primo aveva notato che questo pugile era molto più piccolo di lui, ma non significava niente perché anche i piccoli pugili hanno una grande forza. Carnera passò alcuni giorni in lieta compagnia dei familiari. In cantiere c’era la possibilità di comprare un terreno per edificare la sua nuova casa, che doveva essere grande, una villa con degli alberi attorno e un pezzetto di terra. Primo ne aveva parlato con uno del posto che aveva un terreno da vendere. Nel suo cuore il campione voleva fare qualcosa di meraviglioso per i familiari. Questo progetto lo occupò per qualche giorno. Il 30 novembre del 1930 doveva combattere contro lo spagnolo, e non sarebbe stata un’impresa facile. Dopo aver festeggiato con i paesani era giunto il momento di incominciare gli allenamenti con Paul e un nuovo allenatore che lo affiancava. Alla mattina si svegliava all’alba e imbottito di maglioni si metteva a correre, solo le stalle avevano la luce accesa, i contadini stavano mungendo e provava nostalgia per i tempi passati in cui anche lui aiutava la famiglia nel lavoro dei campi. Correva quasi un’ora, e nei primi giorni con qualche pausa, poi la forma fisica ritrovata gli permise di migliorare. Aveva la passione di correre intorno al paese, passando davanti al luogo dove sarebbe sorta la sua casa, e l’immaginava finita. A fianco della villa avrebbe fatto una palestra. Al suo interno vi avrebbe messo delle sue foto, e la corona mondiale se l’avesse conquistata. In quei giorni arrivarono due pesi massimi che lo avrebbero sostenuto negli allenamenti. L’incontro con lo spagnolo si faceva sentire, la meta era ambita, c’era una sconfitta da riscattare una volta ritornato in America. La preparazione fu minuziosa fino alla partenza per la Spagna. Il suo manager aveva preparato ogni singolo particolare, i giornali americani dedicavano molto spazio al combattimento, anzi lo consideravano una verifica, uno spartiacque. Se Primo avesse perso, difficilmente, avrebbe avuto la possibilità di fare il mondiale, era necessaria, pertanto, una affermazione netta. La stampa italiana questa volta gli riservava il giusto spazio. Il pugile aveva intensificato gli allenamenti perdendo quei chili in eccesso guadagnati durante le feste in famiglia e con gli amici. L’incontro con Paolino Uzcudun si svolse a Barcellona, e fu una grande manifestazione di popolo, arrivato da più parti della Spagna, al di là di ogni aspettativa. Carnera salì sul ring emozionato, e consapevole che questo sarebbe stato un incontro davvero essenziale, ma la sua mente rimuginava la sconfitta di Boston. Tra le migliaia di persone notò le bandiere italiane che sventolano. Gli spettatori urlavano il nome dello spagnolo, moltissimi erano dalla sua parte. La Spagna sperava nella vittoria del suo idolo, e l’Italia si augurava il successo del nostro Carnera. Il match iniziò alla quattro del pomeriggio, arbitrò l’inglese Moss De Young, i giudici di parte furono Edoardo Mazzia, segretario della Federazione italiana, e Casanovas, segretario della Federazione spagnola. Dopo dieci combattute riprese venne assegnata la vittoria ai punti a Primo Carnera. Al suo angolo esultavano il suo allenatore Paul Journée e Leon Sée. La felicità di Carnera era davvero incontenibile, aveva superato la paura della sconfitta precedente, aveva vinto il pugile Paolino Uzcudun in casa, davanti ai suoi tifosi che erano migliaia. Questa impresa di Primo era davvero importante per l’Italia, aveva vinto quel pugile che aveva sconfitto Erminio Spalla, togliendogli il titolo europeo di pesi massimi. All’incontro con Paolino era venuto ad assistervi lo scrittore Orio Vergani, che onorò Carnera con lodevoli parole. Per la Gazzetta dello Sport era presente il direttore Emilio Colombo che scrisse come titolo dell’articolo: “Primo Carnera, palesandosi atleta poderoso, autoritario e abile, batte nettamente ai punti Paulino Uzcudun a Barcellona”. Continuò: “Se Carnera non avesse superato ogni previsione, non scriveremmo. Per Carnera battuto malamente, o per un match dubbioso avremmo preferito il silenzio. Tacere ora non sarebbe onesto. Abbiamo discusso il gigante e lo abbiamo attaccato quando i sistemi degli organizzatori, dei managers, e suoi sembravano offendere lo sport e ci offesero. Lo si è attaccato quando la sua mole parve manovrata senza troppi scrupoli nella scelta dei matchs. Ma Primo Carnera vincitore di Paulino Uzcudun merita l’elogio pieno e anche il pieno riconoscimento “. Lo scrittore con queste parole vibranti elevava Carnera tra i grandi pesi massimi. La Gazzetta: “Carnera non ha dovuto incassare duri colpi al viso. Paulino molto più basso, non arrivava al volto di Carnera che con le sventole troppo larghe. Ma al corpo l’italiano ha incassato tutto. Anzi, a questo punto vien fatto di chiedere se sia stato Paulino a deludere i suoi connazionali e anche i tecnici o se si debba piuttosto considerare Carnera un tale macigno da richiedere altri avversari ben più freschi e agguerriti … Carnera deve ancora apprendere. Se il gigante sapesse picchiare con precisione e potenza, Paulino non avrebbe potuto rimanergli di fronte sino al termine. Le braccia, la statura, le spalle, il peso del friulano sono sembrate armi formidabili per le possibilità di Paulino … Il Basco ha terminato provato, anche se è sempre ostinato e vitale. Carnera ha dimostrato di possedere una riserva di fiato proporzionata al suo patrimonio fisico. Ha chiuso il match senza segni e con una mano rovinata dal guanto troppo voluminoso”. Carnera dal suo canto dice: “Non sono contento del mio match. Ho boxato quasi sempre a mani aperte per impaccio dei guanti ingiustamente impostimi. Ho dovuto assestare degli schiaffi, anziché dei pugni. Appunto per non aver potuto serrare i guanti, mi sono lussato la mano destra. Comunque il risultato dell’incontro mi rende felice e posso serenamente affermare che a parità… di guanti, il successo sarebbe stato di certo più netto”. Questo articolo allietò molto Carnera, e il suo pensiero andò alla sua famiglia a Sequals, sperando che lo avesse letto ed immaginò la contentezza dei suoi genitori. Il mondo della boxe mondiale si accorse finalmente che Carnera non era più quello che pensavano all’inizio. Con gli anni era maturato, aveva assunto uno stile pugilistico, imparando tutti i trucchi del mestiere e lo aveva fatto velocemente. Aveva capito che il mondo della boxe era spietato, e bisognava stare in guardia. Nulla pareva come sembrasse. Carnera negli anni aveva accumulato migliaia di articoli che erano stati scritti su di lui nei giornali italiani, francesi e tedeschi. Tutto questo materiale occupava una cassa che era custodita nella sua camera a Sequals. Un domani, invecchiato, avrebbe potuto far vedere ai suoi figli la vita che aveva vissuto e le sofferenze patite girando per il mondo. Conservava dai giornali anche le critiche più aspre, che gli servivano per diventare sempre più grande e forte. Spesso osservava che le persone mutavano nel tempo, come pure la loro genuinità. Quando tornò in Italia dalla Spagna si sentì un uomo più sicuro, la vittoria lo aveva rafforzato. Anche il suo allenatore che lo seguiva sempre, Paul Journée era felice della forma ritrovata. Il pubblico lo salutò con entusiasmo al suo rientro in Italia. Un tripudio di folla a Genova e a Milano. Mani che si alzavano verso il cielo per salutarlo e gente che acclamava il suo nome. Molte persone cercavano di farsi fotografare con il campione. Il suo sorriso lo trovava sempre per tutti. Infine, Carnera era solo un ragazzo che aveva 24 anni, e nel cuore tanto entusiasmo per la vittoria conseguita. Trascorse tre settimane a casa, ed invitò a pranzo il parroco del paese che lo ricordava sempre nelle sue preghiere e gli voleva un gran bene. La mamma di Carnera preparò una pagnotta speciale che gli era riuscita molto bene, a forma di cuore, oltre alla polenta che accompagnava della cacciagione procurata dal figlio. Il prete gli raccomandava di comportarsi bene, d’essere umile, lo vedeva ancora come un chierichetto, che avrebbe potuto mettersi nei guai. Carnera sorrideva felice, la mamma ritrovò la serenità che non aveva quando il campione era in giro per il mondo. Il sacerdote disse a Primo che si accorgeva quando lui era in America, perché la madre si recava in chiesa per assistere tutti i giorni alla S. Messa e per accendere dei lumini, invocando la protezione della Beata Vergine sul figlio e l’avversario.

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