NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 28 febbraio 2021

Capitolo XVII : Big Boy Peterson, il primo avversario americano di Carnera

 di Emilio Del Bel Belluz 

Allo sbarco dalla nave Carnera trovò il suo manager, Léon Sée ad attenderlo. L’abile personaggio aveva avvertito i giornalisti del suo arrivo. Quel giorno tutti i quotidiani sportivi, e anche quelli nazionali pubblicarono degli articoli che narravano del gigante italiano, venuto in America in cerca di fortuna; dopo una carriera folgorante che gli aveva permesso di vincere molti incontri per KO in Europa. Grande rilievo all’arrivo di Carnera venne dato da un giornale scritto in lingua italiana per gli emigranti. Questo mostrava nella prima pagina una foto del pugile. Tanta gente era accorsa al porto per vedere il campione e sventolava il tricolore Sabaudo. Per un istante pensò all’Italia, la sua patria che doveva onorare, voleva far sapere al mondo che lui era venuto per scrivere una storia pugilistica importante, e non per fare un giro turistico. Carnera era contento di parlare con gli italiani presenti, percepiva il bene che gli trasmettevano e per un attimo sentì l’atmosfera di casa. Léon Sée gli presentò alcuni personaggi della boxe, per lo più allenatori ed organizzatori. 

Ad accoglierlo c’era anche un pugile italiano che da anni combatteva in America, ed avrebbe avuto il compito di allenarlo. A stento riuscì a muoversi tra la folla, i poliziotti lo aiutarono a raggiungere la macchina che lo stava aspettando: un’auto nera di grandi dimensioni, di quelle che non aveva mai visto in vita sua. Carnera era confuso, stanco, il suo allenatore Paul Journée lo raggiunse ed andarono verso l’albergo. Primo si trovò immerso in un grande traffico, vide le vie piene di passanti e molte insegne di ristoranti e negozi italiani con esposta la bandiera Sabauda. La piccola valigia che aveva con sé, conteneva il tricolore assieme alla bibbia. Gli altri bagagli arrivarono in albergo più tardi, gli uomini di Leon Sée erano stati incaricati di ritrarli. Con gioia vide una chiesa e questa immagine la impresse nella sua mente, per descriverla al suo parroco di Sequals. Carnera in macchina non parlò molto, non distolse lo sguardo dal finestrino e pensò che avrebbe dovuto migliorare l’inglese, era la terza lingua da imparare, e questo non lo spaventava. Arrivò all’albergo, una costruzione altissima affiancata da due alberi secolari, che svettavano verso il cielo. 

Davanti all’hotel c’era un grande trambusto, dato dai parecchi giornalisti che si riconoscevano dalla penna e da un piccolo block notes tra le mani e dai molti fotografi. A Primo vennero poste molte domande che venivano tradotte dal suo manager, come pure le risposte. Un giornalista italo - americano chiese a Carnera che cosa si aspettasse dall’avventura americana. Primo rispose che avrebbe voluto dare spettacolo pugilistico e tentare la scalata al titolo mondiale dei pesi massimi. Carnera disse che era felice di aver visto tanti italiani ad accoglierlo, e che avrebbe voluto abbracciarli tutti. Era stanco e confuso, e sperava che l’America gli volesse bene, perché in quei tempi duri bisognava stare uniti e lottare senza arrendersi. Tra le persone che lo avevano atteso, c’erano anche delle donne che lo volevano vedere da vicino, una curiosità che si trova sempre nel genere femminile: osservare accuratamente questa montagna che cammina. 

Entrò finalmente in albergo, raggiunse la sua stanza, e si buttò esausto sul letto, che per l’occasione gli era stato preparato, era lungo oltre i due metri. La stanza era molto elegante, ma questo particolare non lo notò, perché tanta era la stanchezza. Il sonno lo colse subito, non si era neanche svestito. Alle tredici, Paul Journée bussò alla sua stanza e gli disse di prepararsi per andare a mangiare, lo stavano aspettando e questa notizia lo rese subito allegro; finalmente avrebbe mangiato le specialità americane. In ogni Paese che era stato aveva sempre voluto rendere omaggio alla cucina del posto. Il pane italiano, a cui era sempre stato abituato, l’aveva trovato simile in Francia. Al circo c’era una donna che lo preparava e poi lo cucinava in un forno a legna. La sala dove mangiavano era molto bella, c’erano degli specchi e tante luci, molti camerieri vestiti in modo impeccabile: un ambiente davvero elegante. Il tavolo a loro riservato era molto grande, e vi trovò Léon Sée, che stava fumando il suo sigaro, assieme a Paul Journée, ed ad altre persone che gli furono presentate. Uno di queste era un manager della boxe, il più importante d’America, che avrebbe organizzato il suo primo combattimento che doveva essere tra una ventina di giorni. Per questo il suo allenatore gli ordinò del cibo abbondante come se dovesse combattere l’indomani. I due procuratori parlarono del prossimo match che si sarebbe svolto al Madison Square Garden contro l’avversario: Big Boy Peterson. Paul Journée disse a Carnera che da domani la vita sarebbe per lui cambiata. 

Rimanevano solo due settimane a mezza per potersi preparare, in nave il suo pupillo aveva fatto solo degli allenamenti poco intensi. La palestra non era molto lontana dall’albergo, e quel tragitto l’avrebbe fatto di corsa. Il suo allenatore lo avrebbe seguito con un’auto. Dopo che il pranzo era finito concesse un’intervista a un giornalista, al quale annunciò il suo prossimo combattimento al Madison Square Garden, il 24 gennaio. Il buon Carnera non si fece molte domande, era venuto in America per combattere e questo avrebbe fatto. L’indomani, all’alba, si preparò per fare il suo primo allenamento. Si vestì bene perché era una giornata molto fredda, il gelo pungeva come non mai. In strada, durante la sua sessione d’allenamento, notò pochi passanti infreddoliti che si recavano al lavoro. Gli piacque la città che con le sue luci illuminava il suo percorso, e si sentiva di buon umore. Nella palestra ebbe modo di fare conoscenza con parecchi pugili, tra cui quelli con i quali avrebbe fatto le sessioni di allenamento. Si augurava di frequentarli per parecchi mesi. La palestra era molto ben fornita d’attrezzi, gli fecero notare il sacco che avrebbe utilizzato, su cui gli avevano scritto il suo nome, e questo fu un pensiero che gradì molto. In America davano la possibilità ai tifosi, rappresentati soprattutto da vecchi pugili, di assistere agli allenamenti pagando l’ingresso, cosa che gli era capitata in Italia, quando nel 1928 era andato a combattere. Gli allenamenti furono piuttosto duri, da settimane Primo non si esercitava in palestra e si sentiva piuttosto arrugginito. Le prime sessioni di boxe furono molto faticose, la noble art alla fine è sudore e sangue, sul ring non viene regalato nulla. 

Nelle pause degli allenamenti gli toccava parlare con i giornalisti che accorrevano numerosi. L’avvenimento era stato pubblicizzato con dei manifesti, uno di questi se lo volle portare nella sua camera. Passava la giornata in palestra e per il pranzo andava a mangiare in una trattoria gestita da italiani, finalmente, poteva esprimersi liberamente nella sua lingua. Il gestore del locale era un italiano originario di Napoli che era stato tra quelli che erano arrivati dopo la Grande Guerra con la famiglia, e da anni viveva a New York. L’uomo fu davvero felice di vedere ogni giorno il campione, e cercava di preparagli la carne migliore e, come era accaduto da altre parti, ci fu un aumento della clientela, attirata dalla presenza del pugile. Carnera veniva fotografato in ogni luogo dove si recava. Il 24 gennaio al Madison Square Garden fece il suo esordio, aveva portato dall’Italia la sua bandiera Sabauda e scrutava se tra il pubblico ci fossero altri vessilli italiani. Nell’accappatoio si poteva leggere la scritta Carnera. Dopo le solite raccomandazioni fatte dal’ ’arbitro agli sfidanti, iniziò il suo primo incontro americano che vinse mettendo KO l’ avversario alla prima ripresa. La gente urlava il suo nome. La prima sfida era stata vinta, assai agevolmente. Non passò molto tempo che si ritrovò di nuovo sul ring, questa volta a Chicago per incontrare il pugile canadese: Elizar Rioux e si sbarazzò di lui, mettendolo a KO alla prima ripresa. Il pubblico era numerosissimo, tra cui molti italiani, che lo salutarono con affetto: era il 31 gennaio del 1930. Da quasi un mese si trovava in America e aveva combattuto ben due volte. Il suo manager, Léon Sée era entusiasta, perché incominciava ad incassare molti dollari. Neanche una settimana dopo era di nuovo sul ring, questa volta contro Bil Owens. I giornali parlavano sempre di questo gigante che era muscoloso come un Maciste. Nel mese di febbraio vinse cinque incontri, tutti per KO, contro Bil Owens, Buster Martin, Billy Sigman, Johann Erickson, Farmen Lodge ed era quello che il pubblico si aspettava dai pesi massimi. I giornali lo esaltavano e Carnera li conservava per farseli tradurre poi da una ragazza italiana che lavorava nella trattoria dove era cliente abituale. Il campione in quei pochi mesi cercò di migliorare l’inglese, grazie all’aiuto della ragazza ed aveva sempre con sé un piccolo vocabolario. Nel mese di marzo combatté per ben sei volte vincendo sempre per KO contro avversari che cadevano come birilli. Il 3 marzo fu a Filadelfia dove stese per kO alla sesta ripresa l’americano Roy Clark, poi di seguito vinse contro Sully Montgomery, Chuck Wiggins, Frank Zavita, George Thayton, Jack Mc Auliffe, sempre per KO. 

In quei due mesi non scrisse spesso alla famiglia, pensò solo ad allenarsi. Riuscì a vedere alcune città americane, e continuò con l’apprendimento dell’inglese. La gente lo acclamava e gli chiedeva l’autografo, era sempre gentile con tutti. Portava sempre con sé del denaro e spesso lo donava ai mendicanti, che lo ringraziavano con un semplice sorriso, e questo gli bastava. Quando poteva si recava a messa nella chiesa della comunità italiana, questa abitudine non lo lascerà mai. Il prete della chiesa dove si recava a pregare lo riconobbe, l’aveva visto nei giornali e lo invitò ad una festa con i suoi connazionali. Confidò al sacerdote che gli sarebbe piaciuto diventare il campione del mondo, per dare all’Italia una grande gioia, e lustro a quegli italiani che erano dovuti emigrare in America. Carnera era felice di poter fare qualcosa per gli altri e chiese al sacerdote se c’erano delle famiglie italiane bisognose d’aiuto. Il vecchio prete volle che fosse lui ad accompagnarlo in visita a due famiglie che stavano vivendo male, a causa della depressione economica. Essersi prodigato per loro lo aveva reso felice; quando si fa qualcosa per gli altri, il buon Dio ne tiene conto: questo ripeteva spesso sua madre. Carnera si commosse davanti a quella realtà, anche se aveva conosciuto un altro modo di vivere, quello rappresentato dai ricchi che assistevano a bordo ring i suoi combattimenti. Un giorno ritornò a trovare il sacerdote, aveva voglia di parlare con lui. In quei periodi aveva incassato una buona somma di denaro dal suo manager, e voleva fare qualcosa di più importante, non la solita elemosina. Il prete stava dicendo la messa, e il campione approfittò per assistervi, non aveva fretta. Quando fu finita la funzione il sacerdote lo fece accomodare in canonica, la perpetua aveva preparato un dolcetto, sperando che a mangiarlo fosse Primo. 

La donna lo portò in tavola, era una torta di mele, che ebbe una vita breve, e la perpetua arrossì ai complimenti del campione. Il sacerdote era felice di questa visita inaspettata, allora Carnera gli disse che voleva regalargli una mucca da latte, per aiutare i poveri. L’aveva acquistata da un commerciante di bestiame. Il curato sorrise, lo abbracciò ringraziandolo, quella bestia l’avrebbe data a una famiglia numerosa, che in questo modo sarebbe stata meno preoccupata per il futuro. La stessa sera, nella sua stanza, Carnera scrisse una lettera alla mamma e le raccontò che il mondo della boxe era importante, ma aveva tanta nostalgia per la sua terra. La informò, inoltre, della dura vita che facevano gli italiani in America, a causa della depressione economica. Alla madre raccomandò di non faticare molto nei campi e di pensare alla salute. Primo le confidò che con i soldi guadagnati gli sarebbe piaciuto farsi una casa, con un giardino per lei e per il papà. Nella lettera, ancora, aggiungeva di salutare gli amici, nei prossimi mesi sarebbe ritornato in paese che gli mancava tanto. La vita americana per lui era una grande corsa, dove non si aveva il tempo per pensare. Allegato alla lettera c’era un articolo uscito in un giornale italiano che elogiava una sua vittoria. Carnera quella sera, prima di addormentarsi, lesse la traduzione che gli aveva fatto la figlia del suo amico napoletano di un articolo uscito sul Dainly Mail di New York: “Questa volta Carnera ha incontrato un pugile che gli ha dato filo da torcere. Le due riprese di avvio sono passate incolori, ma Clark fu più attivo e dimostrò una leggera superiorità. Al terzo round l’italiano detto da alcuni cronisti “la torre di gorgonzola”, sembrò risvegliarsi e i tre minuti furono interessanti. I due avversari si batterono con ardore. Nella quarta ripresa Carnera spedì due volte Clark al tappeto ma il negro per nulla impressionato dai terribili colpi, si alzò sempre velocemente e si difese con grande foga, applaudito dalla folla. Appena iniziato il quinto round, Clark aggredì il gigante e lo centrò con un diretto destro sull’occhio sinistro che si gonfiò subito in misura preoccupante. Il pubblico ebbe la sensazione che la serie di vittorie di Carnera venisse interrotta. L’occhio pareva dovesse scoppiare da un momento all’altro. 

E quando il gong fermò la lotta, l’arbitrio disse che bisognava sospendere il match. Però fu proprio Carnera a chiedere di poter fare un’altra ripresa, una sola. E si lanciò furibondo in mezzo al ring, raccolse tutte le sue forze e sgranò una girandola di colpi finendo per travolgere Clark che cadde svenuto”. Da quell’incontro era uscito con un occhio pesto e nero, che gli faceva male, pensò che il suo avversario gli avesse rovinato per sempre la vista, ma il buon Dio era dalla sua parte. Gli venne in mente sua madre, perché le aveva appena scritto una lettera, e pensò che se fosse stata presente all’incontro di sicuro sarebbe salita sul ring per impedire di proseguire, scagliandosi addirittura contro l’avversario. Quell’incontro fu davvero difficile, ma di sicuro ce ne sarebbero stati molti di peggiori. Importante era che non avesse interrotto la serie di vittorie per ko. Quella sera tornato al camerino il suo manager gli mise del ghiaccio sull’occhio e venne chiamato un dottore. Dieci giorni dopo, ritornò sul ring per un’altra sfida, con l’occhio ancora tumefatto e vinse per KO. I primi tre mesi trascorsi in America furono soddisfacenti, vinse tredici incontri per KO e riuscì, pertanto, a spedire a casa una somma di denaro ragguardevole: il suo sogno si stava realizzando. Gli capitava di vedere il suo volto stampato sui giornali e sui manifesti che pubblicizzavano i suoi futuri incontri. Gli organizzatori gli procuravano delle interviste su vari giornali, la sua fama diventava sempre più grande, ma Carnera temeva che una sconfitta avrebbe potuto cancellare questo periodo d’oro. Quando viaggiava in treno, alle stazioni c’era della gente che lo voleva salutare; addirittura un giorno ad una fermata ci fu una banda italiana che lo volle onorare con l’inno Sabaudo. 

Quando acquistava i giornali riusciva a tradurre i titoli che gli dedicavano, e qualche frase, aiutandosi con un piccolo vocabolario. I progressi nella lingua erano lenti, ma costanti. Una sera si trovò in una stazione ferroviaria, assieme al suo allenatore, e si mise a parlare con un italiano, avanti con l’età, che viveva in America da tanti anni. Costui gli raccontò che aveva visto un solo incontro di boxe nella sua vita: quello del pugile italiano Emilio Buttafuochi, nato nel mantovano, vicino al fiume Po, nel paese di Poggiorusco, e trasferitosi in America per combattere. Questo pugile aveva incontrato molti grandi della boxe, e lui lo aveva visto combattere contro Johnny Grosso nel 1926. Gli erano rimasti nel cuore questi due pugili così diversi nell’arte di boxare. L’incontro fu vinto da Johnny Grosso che venne poi ucciso dalla malavita. Mostrò a Carnera un articolo che era uscito alcuni anni dopo la sua morte. Quel giovane forse non era riuscito a trovare la sua strada. Quel ragazzo era comparso in alcune riviste di pugilato, che lo stimavano come boxeur. Carnera volle offrigli un bicchiere di buon vino, e continuarono a parlare finché arrivò il treno che era in ritardo. Primo chiese notizie di Johnny Grosso al suo manager, ma ne ebbe una risposta evasiva. Nei giorni che seguirono, gli allenamenti furono molto impegnativi. Gli veniva in mente il pugile Johnny Grosso che era stato ucciso, e non si capiva il perché. Era un boxeur di una certa fama, aveva combattuto nei pesi massimi con alterna fortuna. Magari si sarebbero potuti incontrare sul ring, ma è strano il destino di chi non ha fortuna. Primo pensò alla sua famiglia, a una mamma che lo aveva pianto che, forse, sarebbe stata ancora viva. Questi pensieri lo fecero star male, se ne accorse anche Paul Journée che quel giorno lo stava allenando. Il 30 agosto doveva combattere contro un pugile italiano, l’incontro si doveva disputare ad Atlantic City. In quel mese faceva molto caldo che per un atleta è un fastidio in più, e Carnera con la sua mole sembrava una caffettiera che sbuffava. In palestra non c’era un filo d’aria, Paul Journée era affaticato, perché non aveva dormito molto. 


La giornata si presentava difficile per Carnera, era arrivato un nuovo pugile con il quale fare i guanti. Questi era un giovane simpatico, incassava bene i colpi di Carnera, e si muoveva con agilità. La sera del 30 agosto, anche lui, avrebbe esordito tra i pesi massimi e di questo era felice. Questo giovane non aveva un grande fisico, ma ugualmente era dotato di una grande forza. Obbediva scrupolosamente e con attenzione all’allenatore. Questo gli permetteva di imparare una tecnica che non aveva mai conosciuto prima. Quella sera, mentre erano a cena, chiese a Primo se voleva allenarsi sempre con lui, lo avrebbe seguito ovunque. Carnera ne volle parlare con Léon Sée, che accettò per un periodo di farlo stare con loro. Non poteva pagargli l’albergo dove loro alloggiavano, ma doveva trovarsi una pensioncina modesta ed avrebbe avuto i pasti garantiti. Primo era teso, gli capitava spesso in questo ultimo periodo, dopo che nei mesi precedenti si era fatto male all’occhio, temeva di essere ferito nuovamente.


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