di
Emilio Del Bel Belluz
Nell’aprile 1929 per la seconda volta tornò in Germania, dopo la vittoria
contro Ernst Rosemann. Incontrò questa volta un pugile che era giunto alla fine
della sua carriera, ma che voleva ancora guadagnare qualcosa. Si chiamava Franz
Diener e Primo lesse da un giornale che questi voleva aprire una macelleria e
ritirarsi dalla boxe. La città dove combatté questa volta era Lipsia. Venne
alloggiato in un albergo piuttosto lontano dal centro della città, era stato il
suo allenatore a volere questo, perché Carnera in questo modo avrebbe potuto
allenarsi con tranquillità, e si sarebbe potuto concentrare meglio. La palestra
dove si allenava non era distante dall’albergo. In quel luogo abitavano alcuni
italiani che lo vennero a trovare, e con i quali passò del tempo, era gente che
lavorava in alcune fattorie della zona, per lo più braccianti.
Avevano letto dai giornali che il loro connazionale avrebbe combattuto in
Germania. Per loro era motivo d’orgoglio che un pugile così famoso fosse
italiano. Questa gente sarebbe andata a vederlo combattere, a sostenerlo. Franz
Diener era un pugile che avevano sentito nominare, e qualcuno l’aveva visto
all’opera. Il 28 aprile 1929 Carnera salì sul ring, era il settimo incontro
della sua carriera e il numero sette non lo dimenticò mai. Venne squalificato
dall’arbitro, dopo appena due minuti di combattimento e gli fu sequestrata la
borsa. Ricevette un colpo basso che lo fece piegare in due, non si reggeva in
piedi: era la sua prima sconfitta. A nulla valsero le proteste del suo allenatore,
che spiegò che si trattava di un colpo proibito.
Carnera all’angolo con la faccia sofferente si disperava, ma tutto quello
che accadeva intorno a lui era una grande delusione. Gli altri incontri di
pugilato erano terminati in modo diverso: le sue braccia erano alzate verso il
cielo, la gloria della vittoria lo inebriava; mentre ora sentiva solo una
grande sofferenza. Quella sera scendendo dal ring, alcuni italiani gli si
avvicinarono, dicendogli che nella rivincita avrebbe fatto pagare a Ernst Dieder
questo suo comportamento così scorretto. Qualcuno degli italiani presenti lo
raggiunse nello spogliatoio, e una donna che aveva assistito al combattimento
gli donò dei fiori e un bacio. Primo, che aveva ancora l’accappatoio che aveva
comprato a Milano, la volle ringraziare. Il suo allenatore gli disse che la
sconfitta subita si sarebbe potuta sanare con una rivincita in terra tedesca.
Alla stazione di Berlino, prima di salire sul treno, riuscì a imbucare
alcune cartoline indirizzate alla giovane di Arcachon e alla mamma. Il ritorno
non fu felice, guardava il paesaggio che gli scorreva davanti per distrarsi e,
poi, si mise a leggere un libro: un romanzo di Gabriele d’Annunzio che aveva
comprato in una bottega proprio ad Arcachon. Questo libro gli era stato
suggerito da un italiano che, prima della guerra, aveva conosciuto lo scrittore
Gabriele d’Annunzio, che aveva scelto Arcachon per sfuggire dai creditori.
Gabriele amava il pugilato e nel periodo in cui fu ospite della cittadina
lavorò per un quotidiano e scrisse un articolo sull’incontro pugilistico tra
Georges Carpentier e Joe Jeanette. Carnera voleva conoscere dal suo
connazionale altre informazioni inerenti al periodo che D’Annunzio trascorse
nella cittadina francese. La maestra a scuola ne aveva parlato come di un
grande scrittore, e di un combattente della Grande Guerra.
L’insegnante aveva mostrato alcuni giornali dove lo si vedeva mentre
parlava alla folla. L’immagine che si era fatto di D’Annunzio era quindi di un
valoroso soldato che scriveva in molti giornali, pubblicava tanti libri, ed era
apprezzato dal duce. La vita di D’Annunzio si era resa ancora più celebre con
l’occupazione di Fiume assieme ai suoi legionari. Sul libro vide una suo foto
che lo ritraeva a cavallo proprio lungo la spiaggia di Arcachon. Il treno si
era riempito di persone, Carnera ad un certo punto si era messo a dormicchiare,
ma i pensieri lo tormentavano, quella sconfitta gli pesava, perché non aveva
combattuto, e questo l’aveva fatto andare fuori dai gangheri. Giunto in Francia
riprese la vita di sempre, bisognava tornare sul ring, e dimenticare quello che
era accaduto. Una nuova vittoria avrebbe cancellato la sconfitta patita. Chiese
al suo manager Léon Sée, se era possibile fare un nuovo incontro con Franz
Diener, ma gli fu risposto che doveva passare del tempo.
Nei giorni che seguirono si intratteneva con la ragazza del bistrot, che lo
aveva atteso con grande impazienza. Carnera si dimostrava, però, di cattivo
umore. Dalla Germania non aveva portato neanche un dono alla giovane e in
qualche modo cercò di porvi rimedio. Le regalò una borsa alla moda, acquistata
nel negozio più lussuoso della cittadina. La gioia dimostrata dalla giovane nel
ricevere il dono gli fece scordare, almeno in parte, la tristezza che ancora albergava
nel suo cuore. Alla giovane sarebbe piaciuto che si vedessero di più ma gli
allenamenti lo rendevano impossibile. Nel Bistrot gli affari, alla mattina,
andavano bene, perché molti avventori si riunivano in attesa dell’arrivo di
Carnera, dopo la sua corsa. I prossimi impegni sarebbero stati più duri.
Bisognava scalare le classifiche dei pesi massimi, e quell’anno era l’anno
buono.
Il suo allenatore Paul Journée gli voleva bene, si era affezionato sempre
di più, si sentiva per lui non solo un maestro ma anche un grande amico. Quello
che lui non era riuscito a fare nella boxe, voleva che lo realizzasse Primo.
Paul era stato un pugile che si era reso famoso per aver combattuto all’estero,
era stato definito un pugile con la valigia. Era uno di quei campioni che non
avevano avuto la vita facile, non gli era riuscito di conquistare la cintura di
campione dei pesi massimi francese, aveva fallito il suo grande sogno.
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