NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 12 ottobre 2013

Re Umberto II per il disastro del Vajont

Sua Maestà Umberto II 

fa sapere che il Suo  cuore addolorato dall'immane sciagura che si è abbattuta sulle popolazioni del Piave e del Vajont, è vicino a tutti coloro che sono stati colpiti negli affetti più cari. 

Belluno, 12 ottobre 1963.

S.A.R. la principessa Maria Beatrice prega sul luogo del disastro, inviata dal Re suo padre Umberto II

venerdì 11 ottobre 2013

Nuovo aggiornamento del sito dedicato a Re Umberto II

Al sito di Re Umberto II sono stati aggiunti i proclami di Re Vittorio durante la parte più brutta della II Guerra Mondiale. 
Sono i proclami che chiamavano gli Italiani a stringersi attorno alle Istituzioni che avevano fatto nascere l'Italia perché questa non morisse sotto il tacco degli eserciti stranieri che si combattevano sul suolo della nostra Patria.

"...il vostro Re è oggi, come ieri, come sempre con voi, indissolubilmente legato al destino della nostra Patria immortale."

Il nostro Re è in esilio anche da morto dopo quasi 70 anni e i suoi destini sono simbolici di un Italia che non risorge.

domenica 6 ottobre 2013

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - II

Carlo Sforza
Sforza a Mussolini: «Se il vostro Governo fosse breve, significherebbe un disastro».

Da Parigi l'ambasciatore Carlo Sforza telegrafa le sue dimissioni, prima ancora di avere conosciuto le direttive del governo in materia di politica estera e «formula per il nuovo governo i voti più cordiali». Dopo le dimissioni si fa intervistare da un giornalista italiano al quale fra l'altro dice: «Ho la massima ammirazione per il nuovo capo di Governo che è un uomo leale che ragiona ed agisce con la sensibilità della realtà. Sono sicuro che il suo sarà un governo forte e che durerà a lungo. Gli auguro sinceramente che duri il più a lungo possibile. Sorretto da questo governo forte avrei potuto svolgere anche meglio la mia missione a Parigi lavorando alla diretta intesa fra la Francia e l'Italia nel senso di trattarci con schietta parità».
Egli ha l'aria di dire, anzi lo dice chiaramente, che pur dimesso da ambasciatore sarebbe pronto a collaborare col nuovo governo. Infatti in una lettera a Mussolini, dopo avergli espressi i soliti auguri di «vita lunga e felice, perché se fosse breve significherebbe un disastro», così continua: «Ma se la mia decisione è immutabile, è anche certo che io sento oggi il profondo dovere di dimostrare che non solo non vi è opposizione nell'animo mio, ma che desidero anzi cooperare in quel modo che potrei, senza sentirmene diminuito. Da ciò la mia dichiarazione di essere pronto a rimanere al mio posto sino al giungere del nuovo Ambasciatore, ed anche - ove ci intendessimo sulle direttive - di essere pronto ad accettare la rappresentanza dell'Italia nella conferenza del vicino Oriente, se V.E. lo desiderasse, e conservando in ogni modo sino alla fine della conferenza la direzione dell'Ambasciata». E' chiaro il piano dello Sforza: si dimette da Ambasciatore ma pone la sua candidatura a ministro degli esteri. Mussolini lo chiama a Roma ed accetta le sue dimissioni.
Come tanti altri, come tutti i fondatori della repubblica accuserà un giorno il Sovrano di avere voluto e creato il fascismo, di avere chiamato Mussolini al governo: quel Mussolini del quale egli aveva la massima ammirazione e fiducia.
Il Corriere della Sera, di cui i fascisti avevano impedito l'uscita il 29 ottobre, riprende dopo un giorno di sospensione le pubblicazioni: «Usciamo pertanto, ma per assolvere solo il compito dell'informazione, non quello del giudizio sui fatti, che intendiamo riprendere solo quando il nuovo governo abbia la volontà prima e l'autorità e la forza poi, di restituire alla stampa i suoi diritti e di mettere questi diritti al riparo da ogni pericolo di arbitrio e di violenze».
Mussolini telegrafa ai Prefetti: «Lo stillicidio domenicale delle risse e dei conflitti con morti e feriti", stillicidio che insanguina e disonora la Nazione, deve assolutamente cessare ». E a De Nicola che gli richiama la difficoltà di circolazione dei deputati, risponde: «Il mio fermo proposito è di restaurare il diritto di libera circolazione per tutti i cittadini, deputati, avversari compresi». Al senatore Barzilai che invoca la restaurazione della libertà di critica telegrafa: «Intendo salvaguardare la libertà di stampa, purché la stampa sia degna della libertà. La libertà non è soltanto un diritto, è anche un dovere». Ed il Corriere della Sera dopo avere constatato che «nel corso di pochi giorni il governo ha acquistato diritto ad una benevola attesa» aggiunge che «la più leale collaborazione è dunque giustificabile».
La commemorazione della Vittoria assume una intonazione di commossa rievocazione delle glorie nazionali: è una vera apoteosi dei combattenti e dei mutilati; tutta Italia è imbandierata ed il 4 novembre è dichiarato festa nazionale. A Firenze si acclama a Cadorna. Mussolini lancia un proclama al Paese nel quale è detto fra l'altro: «Il Governo intende governare e governerà!» A Roma la popolazione sosta in piazza dell'Esedra per la funzione di Santa Maria degli Angeli. A piazza Venezia all'apparire del Re, solo, tutti si inginocchiano davanti al Milite Ignoto mentre suonano a distesa le campane del Campidoglio. A sera il Re è chiamato dalla folla al balcone del Quirinale ed è acclamato ancora.

La dimostrazione assume l'impeto del delirio. Il Re deve aver visto quel giorno nel fascismo l'espressione evidente e clamorosa della volontà popolare e sopratutto la realizzazione delle idealità nazionali e la restaurazione dello Stato.

sabato 5 ottobre 2013

VOGLIA DI MONARCHIA



Anche la Corona inglese entrerebbe in crisi senza la favola dei Principi Azzurri, con William giovane e bel militare in congedo e Kate mamma radiosa che, nel più chic e naturale dei modi, ha partorito l’erede dell’erede dell’erede che la folla ha promosso erede tout court, incoronando per acclamazione Kate, futura regina borghese. Del resto è così anche nelle altre monarchie d’Europa: non hanno sangue blu Charlene (già sul trono del principato di Monaco), Mary in Danimarca, Daniel che ha sposato Victoria di Svezia e ancora Maxima in Olanda, Mette in Novergia, Letizia in Spagna… L’unica eccezione nobile è Mathilde in Belgio.
Nell'Europa democratica, la Monarchia non è più fatta di politica e neppure è dominata dai demoni dinastici di lady Macbeth, ma dal sentimento popolare che trasforma le cerimonie, i protocolli e le etichette in irrazionale gioia di massa, meglio di un concerto dei Rolling Stones.
La ‘mossa del cavallo’ delle Maestà è il carisma democratico, sopratutto delle donne. Non contano più il portamento, l’ intonazione della voce, l’ impalpabilità, la distanza e il pallore aristocratico. La monarchia si rigenera attraverso le virtù borghesi di donne moderne ma seducenti, madri e mogli ma sensibili ai turbamenti del desiderio, non l’ eroina romantica tutta passione che perdeva se stessa accanto ai grandi dittatori del Novecento, al duce, al führer, al piccolo padre, al grande timoniere, all’ imperatore, domatori domati e persino dominati da giovani e ardenti innamorate, ma un vero, riconoscibile marchio di simpatia popolare come la mela di Apple, come lo Swoosh della Nike, come la parola Coca-cola.
Nella gioia popolare per l’abdicazione di Alberto e Paola del Belgio c’è la legittimazione di massa del gesto più nobile che è il mettersi da parte – altro che rottamazione – perché la continuità del bosco dipende dal taglio degli alberi o troppo ingombranti o estenuati. Abbandonando il trono, il re si conferma re come mai era stato.
[...]

giovedì 3 ottobre 2013

Eugenio di Savoia-Carignano - Un artefice del Risorgimento Italiano

Recensione dell'Ingegnere Domenico Giglio

"Perché un personaggio di tale statura, che tanto ha influito sugli eventi che hanno contraddistinto uno dei periodi più importanti, significativi e complessi della storia d'Italia,ha trovato così poco riscontro presso gli storici tanto da essere quasi dimenticato?" Questa è la domanda sulla quarta di copertina dei libro del generale Mauro Ferranti intitolato "Eugenio di Savoia - Carignano - Un artefice dei Risorgimento ltaliano", stampato dalla «Umberto Soletti Editore"a marzo 2013 ed uscito in questi giorni.

La domanda ha una facile risposta: in una Italia che dopo il 1946 ha cercato in tutti i modi di cancellare qualsiasi memoria della Monarchia Unitaria, che ignora Carlo Alberto, che ha dimenticato Vittorio Emanuele II, protagonista del Risorgimento eliminando in molte città il suo nome dalle strade, e solo con il 150° del Regno d'Italia pudicamente definito dell'Unità d'Italia, ha avuto un risveglio di interesse nei suoi confronti ed un riconoscimento ufficiale con l'omaggio da parte dell'attuale Capo dello Stato, alla tomba del gran Re al Pantheon, cosa poteva interessare la figura di questo Principe cadetto di un ramo che non era erede della Corona e che non aveva partecipato fisicamente alle nostre guerre d'indipendenza, proprio perché delegato ad esercitare il potere regio, mentre Carlo Alberto nel 1848-1849 e Vittorio Emanuele II nel 1859-1860 erano al fronte quale loro Luogotenente Generale, ruolo ritenuto erroneamente di scarso rilievo ed importanza.

A questa mancanza d'interesse per non definirla con il suo vero nome di voluta "ignoranza", ha posto un punto fermo il Ferranti con un testo documentassimo e completo, ricco di note e con le biografie di tutte le personalità citate, che partendo dalla origine di questo ramo cadetto Savoia Carignano Villafranca dei ramo Savoia - Carignano, ne traccia la storia dal 1752 al 1816, data di nascita di Eugenio Emanuele, di cui segue passo per passo la sua vita che ha una svolta decisiva quando con l'estinzione alla morte di Carlo Felice nel 1831, del ramo primogenito di Casa Savoia che aveva ininterrottamente regnato per ottocento anni, sale al trono Carlo Alberto di Savoia Carignano. A questo punto infatti, non avendo Carlo Alberto fratelli ed essendo bambini i figli Vittorio Emanuele (n. 1820 ) e Ferdinando (n.1822), questo giovane Eugenio già di 15 anni rappresenta un rafforzamento della nuova dinastia e saggiamente il Re ne curò l'educazione, raccogliendone i frutti nel 1848 dandogli il prestigioso ma non facile incarico di Suo Luogotenente, che il Principe Eugenio, ormai trentaduenne seppe assolvere con saggezza e dignità,doti che lo accompagnarono in tutta la sua per l'epoca, lunga vita, venendo a mancare nel 1888 a settantadue anni.

Prima di questa esperienza politica e statuale il giovane Principe militare come nella tradizione storica dei Savoia aveva però scelto la vita marinara nella Regia Marina Sarda che grazie all'opera dei Des Geneys, si stava consolidando ed affermando nel Mediterraneo contro i pirati barbareschi ed anche nell'Atlantico con importanti crociere per tutelare gli interessi materiali e morali degli emigrati dei Regno Sardo ed in una di queste crociere Eugenio di Savoia si trattenne qualche tempo in Brasile, accolto con tutti gli onori dall'imperatore Don Pedro II, della casa di Braganza, ed ammirato dalla figlia, principessa Januaria, erede del trono, tanto che si erano imbastiti progetti matrimoniali tra le due Case Reali, tramontati per un insieme di fattori ampiamente descritti nel testo ricco, come già detto, di documenti originali, pubblicati nel loro testo integrale, molti dei quali provenienti da legati testamentari dei Re Umberto II.

La carriera militare del Principe raggiunge il suo culmine il 16 luglio 1844 quando assume il comando della Marina Sarda, dopo altri importanti traguardi quale il 28 aprile 1834 il suo riconoscimento di Principe del Sangue, e la concessione nel 1836 del Collare della Santissima Annunziata. Tornando alla prima Luogotenenza del Re Carlo Alberto, spetta ad Eugenio di inaugurare l'8 maggio 1848 il nuovo Parlamento Subalpino, pronunciando il primo "Discorso della Corona", in nome di Carlo Alberto, che esule ad Oporto, un anno dopo, il 30 giugno 1849, riceve la visita di Eugenio, inviato dal nuovo Re e da tutta la famiglia e successivamente è sempre Eugenio a riportarne in Patria le spoglie mortali sulla Regia Nave "Monzambano" sbarcando a Genova il 4 ottobre 1849.

Comincia così il decennio 1849 - 1859 dove il Principe Eugenio continua ad assolvere numerosi incarichi di rappresentanza, conferitigli da Vittorio Emanuele specie dopo il 1855, quando con la prematura scomparsa del fratello dei Re, il Duca di Genova, Ferclinando, rimane l'unico principe maggiorenne di Casa Savoia. Oltre a questi incarichi il Principe Eugenio continua a seguire le vicende politiche del Regno, intrattenendo una frequente corrispondenza con il conte di Cavour, che, a sua volta, è sempre sollecito e deferente nelle sue risposte. Si giunge così al 1859 ed alla seconda guerra d'indipendenza e Vittorio Emanuele II nomina il suo "Caro Fratello", Luogotenente Generale, prima di assumere il comando supremo dell'esercito e partire per il fronte. A questa Luogotenenza, dopo l'armistizio di Villafranca seguono incarichi sempre più delicati, quando liberatisi i popoli dei Ducati, dell'Emilia Romagna e della Toscana che vorrebbero subito unirsi al Regno di Sardegna, bisogna prendere tempo questa unione, evitando il rientro dei sovrani spodestati con le baionette straniere o la creazione di quel Regno dell'Italia Centrale che sarebbe stato per evitare reazioni austro-francesi e provvedere gradualmente al gradimento napoleonico. Così si giunge alla Luogotenenza del Re in Toscana con Decreto dei 23 marzo 1860, dopo il plebiscito per l'adesione al Regno di Vittorio Emanuele, i cui risultati positivi (366.571 voti per l'unione, 14.925 per un regno separato e 4649, nulli) erano stati portati a Torino dal Barone Bettino Ricasoli, accolto solennemente dal Re, con vicini Cavour ed il Principe di Carignano. Le vicende si fanno sempre più complesse: Garibaldi sbarca in Sicilia e poi nel continente dirigendosi verso Napoli. Vittorio Emanuele deve prendere il comando delle truppe che liberate Umbria e Marche dal governo pontificio si apprestano ad entrare nel territorio delle Due Sicilie per cui nomina nuovamente Suo Luogotenente il Principe Eugenio che lascia Firenze il 2 ottobre 1860 per tornare a Torino. Vicende ed eventi anche successivi che il Ferranti inserisce in una vera e propria storia del Risorgimento e dell'Unità rendendo il libro di estremo interesse storico a prescindere dalla figura dei Principe Eugenio.

Il 26 ottobre avviene l'incontro di Teano tra il Re e Garibaldi che lo saluta "Re d'Italia" ed il 7 novembre Vittorio Emanuele entra a Napoli e si trattiene nelle provincie meridionali fino alla fine del 1860 e conscio del problema di non lasciare Napoli, già capitale di regno senza una adeguata rappresentanza nomina il 3 gennaio 1861 il Principe Eugenio Luogotente Generale delle Province Meridionali, con ampi poteri, ed Eugenio si affretta a raggiungere Napoli, accompagnato da Costantino Nigra abile diplomatico, che tanta parte positiva aveva avuto nelle vicende del Risorgimento sempre a stretto contatto con Cavour di cui era uno dei migliori collaboratori. L’incarico questa volta è ancora più difficile e delicato dei precedenti, durante i quali Eugenio aveva dovuto egualmente prendersi numerosi e notevoli responsabilità, ma l'esperienza maturata e le doti di carattere, di cui abbiamo già detto, fanno superare anche momenti difficili quale il rapporto tra Luogotenente e Cialdini che comandava le truppe che assediavano Gaeta. La Luogotenenza termina alla fine di maggio ed Eugenio ritorna a Torino dove rimarrà fino al 1866 quando in occasione della terza guerra d'indipendenza deve recarsi nella nuova capitale Firenze, essendo stato nominato da Vittorio Emanuele suo Luogotenente, partendo il Re con l'esercito, insieme con i due figli Umberto ed Amedeo, ormai maggiorenni, che entrambi sì comportarono valorosamente, Umberto nel famoso quadrato di Villafranca, ed Amedeo addirittura ferito, sia pure lievemente. Gli anni dal 1861 al 1866 non furono privi di eventi importanti e significativi dalla prima esposizione italiana d'arte e macchine per l'agricoltura tenuta a Firenze e di cui il Principe era stato promotore e presidente onorario, al viaggio ufficiale nel 1862 a Parigi e Londra, avendo incontri con Napoleone III, con la regina Vittoria e con importanti membri dei Governo inglese ed alla Presidenza della "Commissione permanente per la difesa generale dello Stato" e del "Consorzio Nazionale per l'estinzione del Debito Pubblico" alla cui raccolta di fondi contribuì personalmente con un milione Vittorio Emanuele, a dimostrazione della fiducia riposta dal Re nel suo cugino e testimonianza dei clima di affetto che regnava nella famiglia reale. Infatti ad Eugenio era stato anche affidato il compito di protutore dei figli dei Duca di Genova Margherita e Tommaso, compito assolto con il consueto zelo particolarmente nei confronti del giovane Tommaso che seguirà la vocazione marinara dello Zio, compiendo tutta la sua carriera militare nei ranghi della Regia Marina .
In questo periodo il 25 novembre 1863 il Principe Eugenio a 47 anni si sposa con una ragazza della piccola borghesia Felicita Crosio, molto più giovane. Matrimonio senza dubbio felice e ricco di figli ma che rimane morganatico in quanto Vittorio Emanuele secondo le precise regole di Casa Savoia, è molto rigido nelle questioni matrimoniali dei Principi Reali, per cui non dà il suo assenso, malgrado l'affetto per il cugino ma fortunatamente, i rapporti rimangono più che buoni e proprio nello stesso periodo essendo nato un figlio alla Regina dei Portogallo, Maria Pia di Savoia, il Re incarica Eugenio di recarsi a Lisbona con la flotta per congratularsi con la figlia, e di questa missione fa pure parte Amedeo, Duca d'Aosta fratello della Regina. Altra missione dopo la Luogotenenza dei 1866, è l'invio dei Principe Eugenio a Napoli per alcuni mesi nel 1867 per far sentire nuovamente ai napoletani la sollecitudine della nuova dinastia nei loro confronti, sollecitudine che ebbe poi il suo culmine con la residenza a Napoli dei Principe Ereditario Umberto con Margherita nel 1869 e la nascita, l'11 novembre dello stesso anno, del loro figlio,al quale fu messo il nome di Vittorio Emanuele in onore del Nonno, ed il titolo di "Principe di Napoli” .
Torino dopo il sofferto trasferimento della Capitale a Firenze e successivamente a Roma, con il Re e la corte trova nella presenza dei principe Eugenio, ritornato a risiedervi, un motivo di soddisfazione ed Eugenio, anche per motivi di salute riduce le sue assenze se non per motivi gravi come la morte di Vittorio Emanuele II, ed il suo imponente funerale, che Edmondo De Amicis ricordò così nel libro "Cuore": "... Il feretro di Vittorio Emanuele II portato dai corazzieri passò, e allora ottanta veli neri caddero, cento medaglie urtarono contro la cassa e quello strepito sonoro e confuso, che rimescolò il sangue di tutti, fu come il suono di mille voci umane che dicessero tutte insieme: Addio buon Re, prode Re leale Re! Tu vivrai nel cuore del tuo popolo finché risplenderà il sole sopra l'Italia".
Anche per Eugenio si avvicinava la fine ma la sua vecchiaia era allietata dai numerosi figli e dal rispetto affettuoso dei nuovi giovani Sovrani per il vecchio Zio, il “barba” nomignolo affettuoso che in Piemonte si dà normalmente allo zio, che si ricorda di loro in ogni occasione e ricorrenza da vero "pater familiae", ed Umberto I con le R.R. Lettere Patenti del 14 settembre 1888 convalida il matrimonio morganatico del Principe e conferisce alla moglie ed ai figli il titolo di "Conti di Villafranca Soissons” recandosi con tutta la famiglia reale a dargli la notizia nel Castello di Stupinigi "...dove Eugenio villeggia con la famiglia...". E Ferranti a proposito dei titolo comitale concesso scrive U... che il nome Soissons porta con sé ricordi tra i felici e dignitosi nella storia di Casa Savoia e che, averlo dato alla famiglia dei Principe di Carignano, è da considerare come un alto riconoscimento della statura di Eugenio come uomo politico e della sua grandezza come principe e come uomo", parole che sono il miglior suggello della vita di questo Principe che sarebbe mancato di lì a poco il 15 dicembre dello stesso anno ed i cui solenni funerali furono indetti per il successivo 18 dicembre nel Tempio della Gran Madre di Dio, a spese della Real Casa, che nobilmente volle assumersi questo onere, esentandone il Governo che pure aveva deliberato essere i funerali a spese dello Stato.

Domenico Giglio


sabato 28 settembre 2013

La Monarchia e il Fascismo - Quinto capitolo - I

1) PIENI  POTERI, GRAN CONSIGLIO E MILIZIA
(fine 1922 e prima metà 1923)


- Popolo, Camera e Senato tributano a Mussolini gli onori del trionfo e gli apprestano gli strumenti della Dittatura.
- L'aperto appoggio del Vaticano. Qui ha inizio l'isolamento della Corona.


Mussolini Capo del Governo e le adulazioni dei cortigiani.

Insediato a Palazzo Chigi, acclamato come il salvatore della Nazione, Mussolini - fatti rientrare in sede i battaglioni delle camicie nere- si appresta a svolgere il suo programma ed a predisporre l'apertura della Camera e del Senato dove gli saranno tributati gli onori del trionfo. Dopo le acclamazioni delle folle l'apoteosi ufficiale. Nessun uomo politico è andato mai al governo avvolto in tanta aureola di popolarità e col consenso quasi generale. Chi non applaude si apparta e tace. Chi ha temuto i pericoli di una insurrezione armata e ha guardato con sospetto e diffidenza la marcia su Roma è disorientato.
Intanto nelle anticamere della Presidenza del Consiglio c'è ressa: politicanti ed adulatori, postulanti e avventurieri, avversari convertiti ed amici improvvisati, ammiratori ed ammiratrici di ogni ceto, di modesto ed alto rango. Mussolini è il più giovane dei capi di governo che abbia avuto il Regno d'Italia. Non ha ancora 40 anni; ha 20 anni meno di D'Annunzio, 7 meno di De Nicola, 14 meno di Nitti, 16 meno di Bonomi, 29 meno di Salandra, 40 meno di Giolitti. Ha fama di lavoratore formidabile e di attività multiforme. Non siamo ancora al «mito» ma siamo già all'«uomo fenomeno», capace di rifare le sorti della Nazione e sopratutto di ristabilire l'ordine compromesso dalle agitazioni inconsulte degli uomini rossi. «A me piace sopratutto l'atteggiamento di Mussolini - dice Salandra - come capo di un governo disposto a farsi ubbidire»; mentre Giolitti, che il 27 ottobre non aveva potuto aderire all'invito del Sovrano per le consultazioni sull'atteggiamento della Corona, afferma che «la situazione non poteva risolversi meglio di così». Il Giornale d'Italia lo chiama «professore d'energia» e d'Annunzio gli scrive la sua esultanza con una lettera datata 28 ottobre pur avendola scritta il 29:

« Caro Mussolini,
Ricevo nella notte i tre messaggeri dopo una giornata laboriosa. In questo libro, tante volte interrotto, sono raccolte le verità che il «monocolo» scopre nella meditazione. Credo che oggi la giovinezza italiana di ogni parte non possa non riconoscerla e non seguirla con purificato cuore. E' necessario raccogliere le forze sicure ed avviarle alle grandi mète che alla Italia sono prefisse dai suoi fati eterni. Dalla pazienza maschia e non dall'impazienza irrequieta a voi Verrà la salvezza. Vi riaffermo i miei pensieri e i miei propositi immuni da ogni ombra e da ogni macchia. Il Re sa che io sono il più devoto e il più volenteroso combattente d'Italia. Rimanga egli levato contro le sorti avverse che debbono essere affrontate e superate. La storia ha gli occhi chiari di Pallade. Non la bendate.
Sine strage vincit
Crepitu sine ictu

Gabriele D'Annunzio ».

Il Cardinale Gasparri, Segretario di Stato, intervistato dal Journal dichiara che il movimento fascista era diventato una necessità: «L'Italia andava verso l'anarchia ed il Re ha saggiamente agito, poiché comandare ai soldati di sparare voleva dire scatenare la guerra civile».
Maffeo Pantaleoni, interrogato dal Giornale d'Italia, dopo avere accennato all'adesione di Cadorna ed alla partecipazione al governo di Diaz e di Thaon di Revel, si domanda: «Essi si rendono conto quale improbo compito abbia assunto Mussolini assumendo il governo dell'Italia, ora che è ridotta in rovina morale e finanziaria dal bolscevismo e dal disfattismo, e forniscono una prova palmare che la sola rivoluzione che vi è stata, è stata tutta morale e di ripristinamento dei valori nazionali? ».
Sem Benelli intervistato dal Popolo d'Italia dice fra altro: «Voi sapete che io fui uno dei precursori di questo movimento di riscossa contro la tendenza livellatrice rossa, ignorante e bestiale, contro le mezze coscienze che ressero l'Italia negli ultimi tempi, contro coloro che si rivelarono impreparati alla vittoria e inconsapevoli dei nostri diritti. Ho seguito perciò con ansia e spessissimo con la cooperazione delle mie idee e dei miei atti il movimento fascista. Benito Mussolini ha il compito maggiore dei mondo moderno, poiché l'Italia potrà un'altra volta essere di esempio al mondo, perché egli ha spezzato le catene della recente storia, ha vinto concorrenti ambiziosi che non avevano il suo cuore saldo e la sua volontà gigantesca. Egli è il solo che può » (1). Domizio Torrigiani, Gran Maestro della Massoneria telegrafa a Mussolini che: «tutte le forze nazionali debbono seguirla, così che Ella possa superare la prova nel modo più glorioso per la Patria». Uno scrittore del Giornale d'Italia chiama Mussolini «Messia banditore di una religione grande e bella: l'amor di Patria».


Tutto il personale dei ministeri rimane al proprio posto ansioso di collaborare. Alte cariche dello Esercito e della Marina, Ministri Plenipotenziari e Ambasciatori fanno atto di solidarietà col nuovo Governo; meno il senatore Alfredo Frassati che rientra da Berlino e dopo un colloquio col Presidente del Consiglio si dimette per divergenze di vedute.

(1) Sem Benelli finirà nel Fronte popolare, comunisteggiante, fra le «mezze coscienze ignoranti e bestiali», anche lui accusatore della Monarchia colpevole di avere creato quel fascismo di cui egli si vantava essere il precursore!

domenica 22 settembre 2013

Ci impedirono di chiudere le porte al Fascismo



di Ivanoe Bonomi

E resero possibile la marcia su Roma

Rivelazioni di Bonomi sul tentativo di Turati nel 1922

Intorno alla marcia dei fascisti su Roma compiuta Il 28 ottobre 1922 molto si è scritto e molto si è documentato. Ma poco invece si sa circa Il contegno del mondo parlamentare e circa la sua inopinata inerzia prima e dopo l'avvenimento. Si tenga presente che nel 1922 la Camera dei Deputati comprendeva, di fronte a una trentina di deputati fascisti, oltre un centinaio di deputati popolari (gli attuali democristiani), altrettanti socialisti di tendenza democratica e parecchie decine di democratici di tutte le tinte, dal cosiddetti democratici sociali al democratici liberali. Dunque nella Camera dei Deputati (e altrettanto deve dirsi per il Senato) una forte maggioranza avrebbe potuto opporsi ai metodi violenti adottati dal fascisti e costituire tempestivamente un argine contro il loro dilagare e contro i loro piani insurrezionali. Perché non si è tentata una difesa sul terreno parlamentare? Perché la Corona non ha trovato nel Parlamento lo strumento atto a reprimere un movimento che apertamente confessava dì volersi impadronire con la forza dello Stato?
A queste domande occorre dare qualche risposta.
E' risaputo che nel dopoguerra 1919-1922 l'instabilità del governo era diventata un pericolo mortale per il regime parlamentare. In brevi anni l'Italia aveva visto succedersi al ministero Orlando i ministeri Nitti, Giolitti, Bonomi e Facta e aveva assistito a crisi lunghe ed estenuanti dove il prestigio dello Stato veniva compromesso e abbassato nelle più meschine diatribe e nelle più miserevoli gare. La radice del male era nel rifiuto a collaborare di una grossa frazione della Camera: il gruppo socialista, che già costituito da quasi un terzo dell'assemblea prima delle elezioni del 1921, era pur sempre rimasto, per il suo numero e per la sua combattività oppositrice, l'elemento determinante della situazione. La presenza di questo gruppo sempre schierato per la sua intransigenza dottrinale all'opposizione, permetteva a tutti i gruppi e i gruppetti della Camera di giuocare a cuor leggero al rovesciamento del Gabinetto, con uno di quelli assalti alla diligenza dove chi attaccava sapeva d'aver sempre alleate le formidabili forze dell'estrema sinistra. Da ciò non solo nasceva il discredito del regime parlamentare con il pullulare di invocazioni alla dittatura (considerata come un rimedio alla crisi perpetua dello Stato), ma derivava anche una irrimediabile debolezza di tutti i Governi che, nati provvisori e vissuti nella precarietà della situazione, non potevano fare alcun atto di forza e neppure infondere energia e risolutezza alle loro burocrazie sfiduciate e disorientate.
Nel luglio del 1922 questa situazione parve doversi chiarire. Una discussione sulla politica interna del Gabinetto Facta aveva avuto per argomento il pericolo fascista, la necessità conclamata di ristabilire il rispetto della legge, la deplorazione delle violenze antiche e recenti di cui il fascismo era apertamente dichiarato responsabile. I 253 voti contrari, contro 89 favorevoli, con cui la Camera votava contro il Governo nella seduta del 19 luglio 1922, significavano che coloro che si erano decisi a condannare il Governo per la sua politica interna erano anche decisi a volere una politica contraria, cioè una politica di difesa energica delle libertà fondamentali dello Stato. E poiché in quei 253 voti di maggioranza avevano confluito popolari (democristiani) e socialisti insieme ad alcune frazioni liberali e democratiche, era logico che il nuovo Governo dovesse essere fondato su queste forze e dovesse essere l'espressione genuina della nuova maggioranza.
Ma la realtà fu purtroppo diversa.
Il primo uomo politico a cui la Corona, sulla designazione dei capi gruppi politici, confidò l'incarico di formare il nuovo Governo fu l'on. Orlando. Egli naturalmente lavorò nel solco tracciato dal voto del 19 luglio. Ma avendo opinato di tentare un ministero di conciliazione nel quale fossero rappresentati a destra i fascisti e a sinistra i socialisti Orlando incontrò le nette ripulse dell'una e dell'altra parte. Effetto di queste ripulse fu la sua decisione di declinare l'incarico nel pomeriggio del 24 luglio.
Io ero in quel momento a casa ad attendere dai giornali del pomeriggio le notizie della crisi, quando inaspettatamente venne a trovarmi I' amico Filippo Turati. Le varie vicende della vita socialista italiana avevano allentati i legami che un tempo ci avevano strettamente avvinti; ma rimaneva fra noi una amicizia profonda maturata in lunghi anni di collaborazione cordiale ed assidua. Egli aveva per me l'affetto d'un fratello maggiore e giudicava con imparziale serenità la mia opera nel Governo e nel Parlamento. Della mia opera sulla fine del 1921, in difesa delle organizzazioni proletarie contro la violenza fascista, egli dava un giudizio favorevole. Aveva approvato l'organizzazione difensiva affidata per la bassa valle padana da me, allora Presidente del Consiglio, ad un prefetto di polso, il Mori (che fu poi inviato in Sicilia a combattervi la mafia), e di quella difesa vigile e pronta (con una specie di «Celere» avanti lettera) aveva riconosciuta l'efficacia. Così egli sempre levato contro le malevoli voci, provenienti da qualche settore deteriore della Camera, che accusavano me e Giolitti di aver armato i fascisti con le armi dell'esercito: sciocche storielle che uscivano dalla malignità per finire nel ridicolo.

Ma l'improvvisa visita dei Turati aveva un ben determinato fine. Egli mi avvertì subito che ormai alla Camera si dava per certo che, dopo il ritiro dell'on. OrIando la Corona si sarebbe rivolta a me per affidarmi l'incarico di costituire il nuovo ministero e pertanto occorreva intendersi circa la soluzione da darsi alla crisi. Per suo conto, e precorrendo le deliberazioni del suo gruppo parlamentare egli riteneva doversi costituire un Gabinetto poggiato sulle forze espresse nel voto del 19 luglio, dove, tranne i voti fascisti dati per motivi di opportunità tattica, si erano raccolti in blocco popolari, socialisti, e democratici.

Io risposi subito al Turati che condividevo interamente la sua valutazione della situazione parlamentare, e che avrei ritenuto inutile anzi dannoso costituire un Gabinetto non rispecchiante tutta la nuova maggioranza. Infatti un Gabinetto che fosse sorto su basi malferme e con la continua sistematica opposizione dei socialisti non avrebbe avuto la forza di resistere all'impetuosa ondata fascista e si sarebbe, come i ministeri precedenti, logorato in una debolezza congenita distruttrice dell'ultima residua autorità dello Stato. Ma che avrebbero fatto i socialisti nella presente situazione?

Filippo Turati non lasciò finire la domanda senza rispondere immediatamente e con estrema chiarezza. Egli mi disse che i più autorevoli socialisti ritenevano ormai che un'opposizione perpetua diretta a combattere tutti i ministeri avrebbe finito per fare il giuoco dei fascisti; che occorreva pertanto uscire dalla sterile intransigenza che il rivoluzionarismo massimalista aveva fatto prevalere, e che, con una chiara aperta decisione di appoggiare un Governo dì difesa, si sarebbe potuto entrare nella maggioranza per sostenervi l'opera del Gabinetto.

Naturalmente io chiesi se questo appoggio, che Turati mi assicurava potersi concretare in un impegno scritto di quasi cento deputati socialisti, potesse arrivare fino alla partecipazione di qualche autorevole socialista al Gabinetto. Tale partecipazione, non solo avrebbe legato di più il gruppo al Governo, ma avrebbe dato la sensazione precisa al Paese che i socialisti, già sospettati d'essere elementi di disordine e di sovversione, accettavano le responsabilità del potere disposti a far rispettare da tutti, anche da loro stessi, le leggi dello Stato.

Qui Turati fu preciso e esplicito. Personalmente egli era del mio avviso che il passo dovesse farsi e che la fobia del potere non dovesse durare. Un grande partito con un fortissimo gruppo parlamentare non può a lungo, per ideologie rivoluzionarie inconcludenti, escludersi dal Governo. Ma tale era la resistenza delle vecchie formule, l'ossequio alle antiche tradizioni, che un mutamento così radicale non avrebbe avuto fortuna. Bisognava pertanto accontentarsi di un preciso, chiaro, irrevocabile impegno di sostenere il Governo votando per lui nei voti politici del Parlamento.

Io mi arresi alle esortazioni del Turati. Avrei fatto un governo di sinistra con l'appoggio dei socialisti ma senza la presenza dei socialisti. Programma: la difesa contro l'ondata di illegalità e di violenza che abbatteva le organizzazioni politiche ed economiche degli avversari del fascismo e minacciava lo Stato di un colpo di mano rivoluzionario.

Intanto, durante la conversazione, il telefono squillava. Era il generale Cittadini che mi convocava al Quirinale per invito del Re. Indubbiamente si trattava dell'incarico ufficioso preannunziatomi dal Turati.
Andai dal Re con l'impressione vivissima del mio colloquio col «leader» socialista. Sebbene fosse nelle consuetudini che, all'invito del Re, l'incaricato si riservasse di dare una, risposta dopo il necessario sondaggio parlamentare, io, bruciando le tappe, gli riferii subito la mia conversazione col Turati dichiarandogli che, pur di fare un Governo con una salda maggioranza, avrei accettato l'adesione socialista benché diminuita della loro non partecipazione al Governo. Di ciò il Re si mostrò contentissimo. Era da tempo che egli deplorava l'instabilità delle maggioranze parlamentari, il loro rapido farsi e disfarsi la loro isterica mutabilità che contribuiva alla debolezza del Governo e alla sua perpetua perplessità. La nuova soluzione, pur non essendo ancora l'ingresso dei socialisti al potere, ne era il preludio. Forse un preludio breve che avrebbe terminato col trionfo della logica. Ad ogni modo il Re incoraggiava il mio tentativo e, uscendo dal consueto riserbo, mi augurava calorosamente di riuscire.
Non posi indugi alla difficile opera. Rividi subito il Turati, che aspettava, nel mio studiolo, il mio ritorno. Conferii con alcuni eminenti popolari. Anche il loro gruppo (il gruppo democristiano come si direbbe ora) era favorevole al tentativo pur non dissimulandosi le gravi difficoltà. L'on. Meda, che ne era il «leader», mi dava pubblicamente il suo incoraggiamento. Né insuperabili ostacoli opponevano i gruppi democratici sebbene le loro rivalità personali rendessero difficili, le intese.

Sennonché nel giorno successivo tutto quell'edificio crollò dalle fondamenta. Il gruppo socialista, sulla cui avvedutezza aveva contato il Turati, non volle arrendersi alla dura realtà. I massimalisti, ipnotizzati dal grande sogno di una vicina palingenesi, per la quale occorreva mantenersi immuni da contatti impuri, avevano silurate le intese e rese impossibili le più ragionevoli soluzioni. Quando, il mattino successivo, Turati, ormai scoraggiato per l'esito della sua vana battaglia, mi condusse a casa gli interpreti autorizzati del gruppo socialista, capii subito che la partita era perduta. L'on. Modigliani, incaricato egli non massimalista, di spiegare e attenuare le intransigenze dei suoi amici di sinistra cercò di medicare la ripulsa con questo surrogato il Governo avrebbe contato, volta a volta sul benevolo atteggiamento dei socialisti senza però che questi prendessero un preciso impegno di appoggiarlo in tutta in sua opera nella continuità della sua azione.

Era una proposta inaccettabile. Nell'ora tragica che si attraversava, mentre Mussolini minacciava alla Camera la guerra civile qualora si volesse arrestare il suo movimento, fondare un Governo sulla eventuale benevola accoglienza di un grosso gruppo parlamentare diventava una avventura da disperati.

Invano io dimostrai che l'ora non consentiva mezze misure che il pericolo era mortale e che per evitarlo occorreva superare le formule antiche del l'intransigenza rivoluzionaria. Alle mie esortazioni e a quelle accorate di Filippo Turati, che fu, per suo destino, un veggente inascoltato, si rispose che i socialisti avevano diritto, per la Carta costituzionale, d'esser difesi nelle loro persone e nelle loro cose, senza che per tale difesa essi dovessero deflettere dalla intransigente custodia della loro verginità politica che non ammetteva né connubi, né stabili accostamenti.

Nella serata del 26 luglio io riferii al Re le difficoltà incontrate e la mia inclinazione a deporre l'incarico. II Re ne fu sinceramente rammaricato, contava molto sul nuovo e sperato atteggiamento dei socialisti e aveva fiducia nella loro resipiscenza. Perciò mi esortò a tenere il mandato per fare nuove insistenze e nuovi tentativi. «Chiami», mi disse, «questa notte i suoi amici socialisti e veda di persuaderli ».

L'attesa non ebbe successo. Le mie nuove insistenze non ebbero risultato. La corrente massimalista teneva in soggezione il gruppo socialista e anche nobili spiriti (che di li a poco dovevano far parte da sé) non sapevano ancora ribellarsi alla sua tirannia.
Nel giorno di mercoledì 26 io andai dal Re per declinare definitivamente il mandato.
Il Re interpellò alcuni parlamentari di primo piano, come Luigi Meda e Giuseppe De Nava, poi nell'impossibilità di creare una situazione nuova, richiamò Luigi Facta che rifece un Gabinetto destinato a brevissima vita.
Così, a poco più di tre mesi dalla marcia fascista su Roma, nasceva si svolgeva e finiva l'estremo tentativo di opporre dal di dentro (dal Parlamento e dallo Stato) un argine solido al dilagare della violenza fascista.

Mancato quell'argine per l'incomprensione di quelli stessi che dovevano per primi esserne sommersi, l'ondata fascista non trovò alcuna barriera e quando il 28 Ottobre 1922 essa inviò le cosiddette legioni su Roma trovò la strada aperta e tutti i poteri dello Stato o inefficienti o travolti.
Ivanoe Bonomi

da Europeo 7 novembre 1948, pag 5



I monarchici si scagliano contro la via intitolata a Gaetano Bresci. La Città si spacca

La scelta toponomastica risale ad una quarantina di anni fa. L'iniziativa fu dello scrittore Armando Meoni, allora consigliere socialista.

A Carrara si è discusso per anni se innalzare o meno un monumento a Gaetano Bresci, l'anarchico che uccise nel 1990 il re Umberto Primo, mentre in questi giorni a Prato la discussione che agita la città laniera è se revocare o meno l'intitolazione di una strada al regicida: l'iniziativa è dell'associazione di sentimenti monarchici Nastro Azzurro, che ha presentato in Comune, amministrato dal centrodestra, una settantina di firme per chiedere che via Bresci cambi nome.

La notizia è stata pubblicata dalla cronaca locale de La Nazione che ha anche indetto un referendum sul proprio sito: ad ora i contrari al cambio di nome sono oltre il 70%. La via che porta il nome di Bresci, tra l'altro, è una specie di strada fantasma in cui non è residente nessuno: è in realtà un tratto di asfalto che costeggia Piazza del mercato nuovo, sulla quale si affacciano solo due o tre capannoni.

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giovedì 19 settembre 2013

La Monarchia e il Fascismo - quarto capitolo - XV

Deliranti dimostrazioni al Re per il Ministero di Concentrazione Nazionale: liberali, democristiani, demosociali, nazionalisti, vanno al governo con Mussolini e sanzionano la marcia su Roma e l'operato del Sovrano.
Il Re, affiancato da Diaz e Thaon de Revel, assiste alla sfilata delle Camicie Nere

Mussolini ha composto il Ministero che ha sottoposto all'approvazione del Re poche ore dopo l’udienza nella stessa serata del lunedì. Vi entrano 4 fascisti 2 popolari, 2 democratici sociali, 1 nazionalista, 1liberale, 3 senatori ed un'altro da nominarsi, il Gentile, liberale raccomandato da Benedetto Croce. Fra i sottosegretari vi sono 9 fascisti, 2 nazionalisti, 2 democratici sociali, 4 popolari, 1 liberale di destra. Questo Ministero di Concentrazione Nazionale è la sanzione del Parlamento e del popolo italiano alla condotta del Re. E' stato battezzato «il Ministero dell'Italia di Vittorio Veneto» e si nota con compiacimento la presenza in esso dei due esponenti delle Forze Armate, Diaz e Thaon di Revel.

L'Osservatore Romano, in un commento alla lettera del Papa di pochi giorni prima nella quale si indicava ai poteri civili quanto tesoro di energia risanatrice sia riposto nell'ordine e nella pace soprattutto nei momenti gravi della vita di un popolo, così conclude: «Noi possiamo constatare pertanto con la più viva soddisfazione come, alla pia esortazione di Pio XI abbiano fin qui corrisposto i propositi del supremo potere, la volontà dei partiti dirigenti e quegli stesso che oggi è chiamato a comporre il Governo, giacché furono impedite quelle misure straordinarie che potevano in momenti sì minacciosi degenerare in sanguinosi conflitti fratricidi, e vennero chiamati alla disciplina più rigida e al rispetto di tutti i diritti civici gli autori di deplorate violenze».
Il Gran Maestro della Massoneria, Domizio Torrigiani, in una circolare alle Loggie dipendenti, dopo avere data ampia libertà ai fratelli di rimanere nei fasci dove essi sono numerosi, così termina: «Una forza nuova entra a partecipare alla vita della Nazione. La Massoneria non può augurarsi se non che questo accada per il bene d'Italia, la quale è religione per noi». Massoneria e repubblicani furono i primi a congratularsi con Mussolini, e senza alcuna riserva. Alla Massoneria aderivano in prevalenza elementi socialisti riformisti e repubblicani o quanto meno democratici di sinistra accentuata. In quei giorni si parlava molto di considerevoli somme di danaro, uscite dalle casse delle Loggie per finanziare la marcia. Questa voce è confermata da Nitti nelle sue Rivelazioni.

Nel pomeriggio di martedì, 31 ottobre, i fascisti (che sono entrati in Roma soltanto dopo l'arrivo di Mussolini) da piazza del Popolo sfilano per il Corso Umberto e si recano al Milite Ignoto. Il grande corteo ha in testa ufficiali, generali dell'esercito, fra questi il generale Cappello uno dei capi della Massoneria, soldati e marinai esultanti. Attraverso due fitte ali di cittadini dopo avere sostato a Piazza Venezia gremita, il corteo raggiunge il Quirinale, dove appare il Re al balcone, fra il Generale Diaz e l'Ammiraglio Thaon di Revel. La sfilata è durata 6 ore, dalle 13 alle 19 fra evviva e canti di gioiosa gloria del popolo che applaude e delira.

Ventidue anni dopo, gli stessi che oggi hanno acclamato e cooperato all'avvenimento, per sfuggire alle proprie responsabilità chiameranno l'operato del Sovrano un «atto incostituzionale fatto contro la volontà popolare»!

sabato 14 settembre 2013

Non si possono sostenere tesi contrarie a quelli dei neoborbonici...

Il calcio malato di BASTARDI SAVOIA , BASTARDI RUBENTINI

Carissimo direttore, 
mi devi scusare ma per un periodo di tempo sospendo la pubblicazione di scritti storici sul presente portale aventi quale argomento il Risorgimento. Pubblicherò solo quelli relativi alla Repubblica Napoletana del 1799, destinati anche al Nuovo Monitore Napoletano.
Non ti dico quanti insulti, offese dopo aver pubblicato i due scritti sulla camorra nell'esercito borbonico e sulla menzogna di stampo neoborbonico di Fenestrelle.

Quello che è poco edificante, oltre all'invito a trasferirmi a Torino, riguarda un'accettabile associazione pressocchè costante di commenti offensivi che si compendiano quasi sempre in BASTARDI SAVOIA, BASTARDI RUBENTINI.

Ciò fa intendere che c'è un calcio che ha preso ormai la connotazione di calcio malato, diventato preda di tifosi estremisti che associano il loro estremismo calcistico ai percorsi storici.

C'è quindi il rischio di essere coinvolto in una diatriba che non ha il più delle volte alcunché di connessione con gli eventi storici, ossia il preoccupante odio dettato da un estremismo calcistico che, grazie a Dio, noi di una certa età non abbiamo conosciuto .

Pertanto mi scuserai se per un periodo di tempo sul presente giornale on line sospendo la pubblicazione di scritti storici riguardanti il Risorgimento. 

Mi dedicherò esclusivamente agli eventi storici della Repubblica Napoletana del 1799 in quanto , riguardo a tali eventi, nessuno potrà, lo spero, ripetere BASTARDI SAVOIA, BASTARDI RUBENTINI, essendo argomento storico in cui i Savoia non c'entrano per niente e ovviamente neanche i RUBENTINI, che pensavo fossero i seguaci del grande pittore RUBENS...ma poi mi sono accorto che tale termine si riferiva ai calciatori e tifosi juventini.

Angelo Martino
redazione



Asta Bolaffi Arredi e dipinti 25 settembre 2013

venerdì 13 settembre 2013

Vivere in Italia non è più bello perché un po’ del nostro cuore è in esiIio.


E' una frase contenuta in una delle migliaia di lettere scritte a Re Umberto durante il suo esilio, riportate in un bell'articolo di Enzo Saini.
Nel 109 ° anniversario della Sua nascita il sito  www.reumberto.it  ricorda il Re.

http://www.reumberto.it/saini52.htm

mercoledì 11 settembre 2013

I Savoia vanno all'asta: Amedeo vende i beni di famiglia

 di Pierre de Nolac  



Festeggiare un compleanno vendendo i cimeli di famiglia: l'idea è venuta non solo ai comuni mortali, ma anche ad Amedeo d'Aosta, che in occasione del suo settantesimo genetliaco ha consegnato alla casa d'aste Bolaffi le collezioni di oggetti storici per ottenerne il miglior prezzo. L'appuntamento, per i fan monarchici, è fissato per il prossimo 25 settembre a Torino, in via Cavour: qui si potranno acquistare lotti di argenti, porcellane, posate e tovaglie provenienti da palazzo San Rocco di Castiglion Fibocchi, insieme a quadri, stampe, alberi genealogici, volumi, album, fotografie, coppe e monili d'oro.

Il catalogo, che si trova su internet alla pagina 
offre affari per tutte le tasche: c'è una stima di 150 euro, per esempio, per un tavolino rotondo in stile impero con cassetto, e la stessa cifra per una scatola cilindrica con coperchio in argento sbalzato a costolature, a 200 euro il catalogo dell'armeria reale, così come un gruppo di libretti di teatro e partiture musicali.
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Amedeo d’Aosta mette all’asta i gioielli di casa Savoia

Invitiamo gli amici che possono permettersi queste spese a tenere conto dell'appuntamento.



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ALLA VIGILIA DEI 70 ANNI - L’appuntamento è in via Cavour 17, a Torino, nella sala della casa d’aste Bolaffi, il 25 settembre, due giorni prima del 70° compleanno di Amedeo d’Aosta. All'asta, ben 270 lotti di ottima qualità con un importante valore storico.


IL TESORO ALL'INCANTO - Sul settimanale Oggi in edicola, tutte le immagini e le descrizioni degli oggetti che il duca mette all’incanto. Ad Amedeo d’Aosta, evidentemente, non è bastato vendere ai Ferragamo la tenuta del Borro, 700 ettari da sogno sulle colline di Arezzo. Così, dagli armadi di Palazzo San Rocco a Castiglion Fibocchi (Arezzo) sono usciti argenti, porcellane, posate e tovaglie. Dai muri sono stati staccati quadri, stampe, alberi genealogici. Dai mobili sono spariti soprammobili, sculture, candelabri. I cassetti sono stati svuotati da ventagli, orologi, stemmi. Dagli scaffali sono stati tolti volumi, album e fotografie. Dai caveau delle banche coppe e monili d’oro.

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http://www.oggi.it/focus/personaggi/2013/09/10/amedeo-daosta-mette-allasta-i-gioielli-di-casa-savoia/