* ULTIMA PUNTATA *
In quei giorni il consiglio dei
ministri sedeva in permanenza; e anche molte notti vennero trascorse intorno al
lungo tavolo di noce nella gran sala del Viminale. Qualcuno domandava: «Che
cosa faranno al Quirinale?» E al Quirinale taluno si domandava: «Cosa
macchineranno al Viminale?». Pareva una farsa, ed era invece l'inizio di un
dramma.
In effetti, gli avvenimenti
precipitavano. Il re era tacciato d'illegalità, mentre a sua volta sosteneva di
essere ancora il capo dello Stato. Si temeva un suo atto di forza. mentre
Umberto rifiutava, in effetti, ogni proposta di intervento armato in difesa
della monarchia.
Evidentemente il segreto del suo
atteggiamento era legato In gran parte all'ultimo colloquio con l'ammiraglio
Stone. Tre mesi fa a Cascais Umberto stesso ebbe a dire:
«Nell'istante in cui lottavo
maggiormente con me stesso, fra la scelta di subire quello che consideravo un
sopruso, od usare a mia volta e con maggiore tempestività un atto di forza per
difendere non tanto una situazione personale quanto la giusta richiesta che mi
veniva negata (cioè non anteporre la decisione del governo alla decisione
finale della Corte Suprema), mi pervenne da fonte ineccepibile la notizia che
nel caso di un urto fra la monarchia ed il governo, le divisioni di Tito
avrebbero marciato su Trieste, proseguendo anche oltre. Di fronte alla
prospettiva di nuovo sangue, versato nella nostra città più martoriata, decisi
di sacrificare me stesso, pur che Trieste fosse salva».
La "fonte ineccepibile" era
quasi sicuramente Stone. Chi lo aveva informato? Temeva Tito? Sono tutti
interrogativi ai quali forse non sarà mai data risposta.
OPINIONI ANGLOAMERICANE
L'8 giugno alle ore 17 uscirono dal
Quirinale tre grosse automobili scure. Il Re, seguito da parte della Casa
civile e della Casa militare si recava in visita di congedo dal Pontefice. A
stento le vetture poterono aprirsi un varco tra la folla compatta che gremiva
il grande cortile e la piazza antistante.
Per quanto tale visita fosse stata
tenuta completamente nascosta, anche in piazza San Pietro molta folla s'era
adunata. L'automobile del Re venne circondata, quasi non poteva proseguire.
L'udienza presso Sua Santità durò
mezz'ora. Che cosa si siano detti Pio XII e Umberto, non si sa, ma recentemente
l'ex primo aiutante di campo di Umberto II affermò d'aver appreso da fonte
attendibile che dopo la visita del sovrano il Pontefice esclamasse: «Era un re
molto comprensivo e molto umano...».
Da quel giorno, cioè dal 9 giugno
1946, il dramma si fece acuto, avviandosi alla soluzione. Si serrarono i
cordoni della polizia per arginare le manifestazioni dei monarchici, che
aumentavano e s'infittivano, come rivoli umani, lungo il vicolo Scanderbeg, via
XXIV Maggio, via XX Settembre e ai piedi della Datarla. È forse interessante
riportare il dialogo svoltosi allora fra il maggiore inglese R., dell'intelligence
Service, sincero amico dell'Italia, ed un alto dignitario del Quirinale, cosi
come questo lo ebbe successivamente a riferire.
«Non è possibile fare nulla », disse
l'inglese Il referendum è stato male organizzato, per colpa anzitutto dei
liberali che hanno accettato di far convogliare due elezioni nello stesso
giorno. Quanto ai monarchici, non hanno saputo prendere le loro misure a tempo;
e poi, come lei sa meglio di me, non tutti dell'entourage del Re...». S'arrestò
un istante, quasi intendesse significare: "non tutti sono persone
fidate".
Il dignitario in questione osservò: «Ma
se il re parte, l'Italia sarà divisa... ».
«È già divisa, non potrà non essere
divisa anche in seguito ».
« Ma se il re parte », insistette
l'italiano, «non tornerà più: nessun sovrano è mai tornato ».
«Uno di noi due, evidentemente, non
conosce bene la storia!», rispose l'arguto britannico. Ed aggiunse: «La storia
è il banco di prova delle forze effettive. Dipenderà molto dal confronto tra la
democrazia cristiana e il comunismo...».
S'affrettò a spiegare: «Una eredità
vale, non tanto per il modo con il quale la si riceve, quanto per il modo con
il quale la si sa tenere!».
«Ma questa è mia politica di attesa,
che stanca, adatta soltanto peri popoli nordici, freddi e compassati; mentre
l'italiano è mediterraneo, uso alle rapide realizzazioni...».
«Nulla da fare per il momento.
Dovevate organizzarvi meglio prima. Ma... remember it went be so bad! ».
(Ricordate, non sarà poi tanto male in definitiva!).
Diversi erano invece i commenti dei
diplomatici americani allora accreditati a Roma.
«La colpa è anzitutto degli alleati,
lo ammetto, disse allora uno di essi: «appena sbarcati appoggiarono quel
Partito d'Azione che si presumeva contasse molto mentre contava poco ed oggi
non conta quasi più nulla; e non s'allarmarono del Partito Comunista che era il
vero pericolo».
Alla domanda del dignitario. dl
Corte, su che cosa si potesse ancora fare per tentare di salvare, sia pure in
extremis, la situazione, rispose: «Petizioni a Stone, regolarmente redatte su
carta da bollo e presentate da tutti i partiti conservatori».
Ma numerosissime petizioni,
regolarmente firmate, vennero presentate recentemente e non ottennero alcun
effetto!».
«Non erano redatte su carta da bollo!».
E poiché l'altro lo fissava incredulo, chiari: Stone è un burocratico, non un uomo
politico...».
Quanti furono i votanti al
referendum?, ci si domandò allora e poi. Secondo le cifre fornite dal ministro
Nenni, furono 24.900.000. Ma se il numero degli elettori, tenuto conto dei
morti in guerra e per cause di guerra, dei detenuti e degli epurati, dei
prigionieri, eccetera, non poteva superare i 20 milioni e 900.000, i 4 milioni:
in più da quale prolifica e progressista matrice erano stati generati? Questi
interrogativi tenevano in agitazione tutti gli ambienti, soprattutto, è ovvio,
quelli monarchici.
La mattina del 9 giugno il generale
Anders, comandante le truppe polacche in Italia, andò al Quirinale accompagnato
dal conte Tieskiewich, presidente della Croce Rossa polacca; e pare abbia detto
ad alcuni dignitari di Corte: «Le dernier mot n'est pas encore dít!». Ma
l'ultima parola a chi sarebbe toccata? Al re, a De Gasperi, agli alleati, od al
binomio allora operante: Togliatti-Tito?
LA CASSAZIONE NON DECIDE
Sparsasi la voce dell'imminente
partenza del sovrano, varie personalità monarchiche del Nora vennero a Roma;
molti erano pronti alla lotta, anche estrema; e, fu poi risaputo, nella notte
fra il 9 e il 10 giugno un forte gruppo ventilò l'idea di un colpo al ministero
degli interni, con l'arresto di tutti i ministri. Ma il Re, impassibile, non
defletteva dalla sua decisione di partire. E non certo per paura, poiché il
coraggio del giovane sovrano era a tutti noto.
Il 10 giugno l'atmosfera era
realmente elettrica; si sentiva nell'aria una irrequietezza che pareva
precorrere il temporale: Roma pareva più una città in istato d'emergenza che
una capitale soddisfatta di un così radicale mutamento politico.
Intanto giungevano da Napoli notizie
di nuovi moti, in un ritmo crescente, e soffocati con crescente durezza dalla
polizia. Si pensava che il Re non partisse prima del 18, cioè soltanto dopo
l'annunciato verdetto finale della Cassazione: e si diceva che, In rapporto al
preannuncio dato dal sovrano nel suo proclama, in caso di non forte maggioranza
monarchica si sarebbe avuto un nuovo referendum, e parimenti sarebbe accaduta
la stessa cosa nella eventualità d'una forte maggioranza repubblicana.
Nella mattinata del 10 giugno, per
quanto si avesse la certezza che il re sarebbe rimasto fino al 18, le edizioni
straordinarie dei giornali annunciarono all'improvviso che la Cassazione si
sarebbe riunita quello stesso pomeriggio per decidere in merito al referendum.
Evidentemente erano stati accorciati i tempi. Da chi? Perché?
Sia il presidente della Corte, S. E.
Pagano, sia S. E. Pilota, erano d'avviso che quel pomeriggio non vi sarebbe
stata alcuna proclamazione e che la Corte si sarebbe limitata a comunicare il
risultato del referendum, pur riconoscendo che per rivedere i verbali delle
varie sezioni sarebbero occorsi dei mesi.
Ed ecco la Corte a Montecitorio,
nella sala della Lupa, locale angusto, gremito in quell'afoso pomeriggio. Alle
18 precise S. E. Pagano lesse il verbale, la Corte fece le sue riserve sulla
mancanza di tempo per l'esame dei documenti, dei voti nulli, delle schede
mancanti, eccetera; poi, di scatto si alzò ed usci. Era nata la repubblica?
Viveva ancora la monarchia? Forse nessuno Io sapeva.
De Gasperi comunicò al Quirinale il
verbale, e prospettò che, di diritto, il presidente provvisorio dello Stato era
ormai lui stesso. Il Re, sempre più chiuso a sua volta, e non tanto esausto
quanto stanco, informando unicamente il fidatissimo capitano Avalle, quella
notte dormi fuori Palazzo Reale, in casa di persone sicure.
I signori Lignana, che quella sera
ospitarono il sovrano, riferirono poi che Umberto, affacciandosi al balcone
verso la villa Massimo (la casa era in via Verona 3), amareggiato per quanto
era accaduto ed accadeva, indicando gli alberi ondeggianti al forte vento
mormorò:
«Anche il mio
animo è incerto e senza pace».
Quella notte stessa fu redatto il proclama che il 13 sera
venne letto alla radio dal ministro Lucifero. Invitava alla pacificazione ed
alla concordia.
Intanto al Quirinale, a tarda ora, il maresciallo Berté,
che aveva in custodia il sovrano, non sapeva se far chiudere il portone del
palazzo o lasciarlo aperto, poiché ignorava dove fosse il Re e temeva per la
sua vita. Il capitano Avalle, notato il suo orgasmo, gli diede l'ordine di
chiudere: ne avrebbe assunta lui la responsabilità. Il primo aiutante di
campo, che vegliava nel suo studio, chiamò il capitano, ingiungendogli di
dire dove fosse il Re. Ma Avalle, nonostante ogni pressione, tacque, e per tutta
la notte Infante ignorò dove si trovasse Umberto.
I
giornali estremisti del mattino annunciarono con sollievo che il Re si era già
allontanato da Roma.
Alle ore 730, però, Umberto II si ripresentava al
Quirinale... Le misure di pubblica sicurezza intorno al palazzo in quella
notte erano state raddoppiate; nonostante ciò, la folla continuava ad
assieparsi dietro i cordoni della polizia.
LA
PARTENZA
L'11 giugno, mentre il governo sedeva in permanenza al
Viminale, la giornata trascorse in un'atmosfera resa febbrile dalle notizie
più contraddittorie o più nere. Altri moti a Napoli, con morti e feriti... Roma
taceva. Ma la calma era più apparente che reale. Nel pomeriggio del 12 ebbe
luogo una manifestazione monarchica a piazza del Popolo: venne sciolta con
decisione dalla Celere. Molti feriti e numerosi contusi: la piazza del Quirinale
non fu potuta raggiungere. Il re sembrava ormai un prigioniero.
Il 13 giugno
nell'interno del Quirinale, fin dalle prime ore, l'animazione apparve
insolita, specie se paragonata alla calma del giorno precedente. I portoni
esterni erano, chiusi, sorvegliati dalla polizia e dai corazzieri affiancati.
Affiancati, ma coi mitra. D'un tratto corse voce che Infante stava cercando di
convincere il Re a partire in giornata: vera o non vera la notizia, poco dopo
si seppe che effettivamente Umberto aveva deciso di lasciare Roma quel giorno
stesso. Qualcuno aggiunse che il sovrano sarebbe rimasto però in Italia fino al
18: e non andando in Sicilia, come taluno ventilava, ma in Sardegna. Ci furono
dei piloti che si offrirono per accompagnarlo, ma il primo aiutante di campo
aveva già disposto altrimenti prendendo accordi con Cevolotto. Nelle prime ore
del pomeriggio Umberto salutò tutti 1 dipendenti della Real Casa.
Gli onori vennero resi al sovrano
per l'ultima volta dai corazzieri; poi, tre vetture uscirono dal portone
principale. La bandiera stemmata sventolava ancora sulla torretta.
A Ciampino vi fu una sosta improvvisa:
per quanto il marchese Graziani avesse preventivamente preso accordi con il
generale Low del R.A.C., chiedendo il permesso che alcune vetture di Casa reale
potessero accedere all'aeroporto, furono chiesti ed esaminati tutti i
documenti. Il re venne riconosciuto: bastò questo perché una piccola folla si
adunasse e seguisse l'automobile.
Fiori vennero raccolti e gettati
verso il sovrano, che, pur conservando come d'abitudine il perfetto dominio di
sé, appariva visibilmente commosso. La risposta di Umberto II, a chi gli
diceva di non partire, era solo un triste sorriso. «Non voglio un trono
macchiato di sangue! La mia partenza deve segnare un periodo di, pace e di
concordia fra tutti gli italiani...».
Mentre l'aereo si levava alto sul
cielo di Roma, sulla torretta del Quirinale la bandiera con lo scudo sabaudo
veniva ammainata,
5 - (Fine) Nino Bolla
