NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 26 giugno 2026

80 anni-Assemblea Costituente. Il vizio mai domo di confondere democrazia con Repubblica







Se c’è una cosa che non si può sopportare è la narrazione ideologica che a ogni celebrazione importante e storica per noi (1 maggio, 25 aprile, 2 giugno), le più alte cariche dello Stato diano luogo a una versione della storia che sa, ancora oggi, di “ideologia della storia”. E ci dispiace.

Lo schema che anche ieri è stato affermato in pompa magna e ovviamente riportato con enfasi dai media è che festeggiando doverosamente gli 80 anni della prima seduta dell’Assemblea Costituente, si sia sancito il passaggio definitivo dalla dittatura alla democrazia. Giusto, se il riferimento riguarda la guerra civile e il fascismo. Ma dal 1943 (la caduta di Mussolini e il Regno del Sud) al 1946, qualcosa di nuovo era successo. Sbagliato, quindi, se si unisce la Monarchia “rinnovata” di Re Umberto al passato. Il proclama del Re, all’atto del suo insediamento, era proteso al futuro (“autogoverno di popolo, libertà individuale, giustizia sociale, autonomie locali”), non alla mera continuità col vecchio Statuto che tra l’altro, merito indubbio, ha anche normato legislativamente il processo risorgimentale, lo Stato unitario parlamentare e lo Stato sociale (il Welfare di Giolitti): un dato di modernizzazione non da poco.

Un invito: quando si semplificano fatti basilari come questi, la memoria collettiva di un popolo, bisogna affrontarli e riportarli dialetticamente in modo articolato, complesso e soprattutto obiettivo.

Nel 1946, non siamo passati dalla dittatura alla democrazia, ma dalla Monarchia alla Repubblica: due forme di governo che in quella fase erano entrambe garanzia di libertà e pluralismo. Anzi, se gli atti e i provvedimenti del governo di Re Umberto, prima luogotenente del Regno (con tanto di partecipazione dei partiti del Cln), erano acclarati e certificati, nero su bianco (l’indizione del referendum istituzionale, il voto alle donne, la scelta della festa del 25 aprile etc, non solo come atto del presidente del Consiglio Bonomi), stessa cosa non si poteva dire della nascente Repubblica, ancora un mistero e una novità in quanto ad attività e coerenza istituzionale.

Se da un lato, la Monarchia il 2 giugno 1946 pagò per le responsabilità, tutte da approfondire in sede accademica, di Vittorio Emanuele III; dall’altro, gli italiani confermarono il consenso alla Corona quasi per la metà del corpo elettorale, al netto delle contestazioni note e oggetto di studi e approfondimenti a 360 gradi: il calcolo relativo alla maggioranza legale che prevedeva la somma dei voti espressi, nulli e bianchi diviso due (che avrebbe ridotto la maggioranza repubblicana di poche centinaia di migliaia di voti), i 40mila ricorsi, la non omologazione dei risultati da parte della Corte di Cassazione, il Nord-Est che non ha votato, reduci compresi etc.

E come se non bastasse, Re Umberto II nel suo proclama e giuramento alla nazione, come detto, ribadì la sua fedeltà alla democrazia, alla legalità. Un forte richiamo all’identità e all’indipendenza nazionale che in quel momento le potenze vincitrici non potevano gradire: meglio una Repubblica da guerra fredda filo-Usa, che una Monarchia troppo svincolata dai controlli esterni.

Domanda: se nel referendum del 1946 avesse vinto Casa Savoia ci sarebbe stata la nuova Carta? La risposta è semplice quanto scontata.

Quindi, per favore basta con le versioni che non fanno onore alla storia d’Italia e alla pacificazione nazionale. Lungi da me il tentativo di criticare le più alte sfere delle istituzioni (non dubito che nella elaborazione culturale si avvalgano di studiosi e insigni esperti). Mi limito modestamente a ricordare il rimprovero che Montanelli fece a Bruno Vespa, quando il giornalista veicolò più o meno il medesimo concetto: “Nel 1946 abbiamo scelto la libertà”. E Montanelli lo corresse con un altro concetto: “Abbiamo scelto tra due libertà”. Visto che lui voto non pentito per la Monarchia.

E se proprio vogliamo insistere sulla libertà, al di là dei presunti brogli del 1946 (comunque un vizio di origine), non è che la nostra Costituzione così idolatrata in tante parti sia totalmente perfetta. Altrimenti non avrebbe avuto bisogno dell’articolo 139 che dichiara eterna la Repubblica, a dispetto della sovranità che appartiene al popolo, secondo l’articolo 1. E non avrebbe avuto bisogno di comminare il reato di cognome per i Savoia (si pensi all’esilio per i discendenti maschi, previsto dalla 13esima norma transitoria e finale).

Riflettiamo e meditiamo prima di dire che “La Repubblica è di tutti”.

E a proposito di Monarchia bandiera di retroguardia e di autoritarismo, guardiamo alle 10 Corone europee, che tutelano maggiormente la democrazia, di quanto facciano alcune Repubbliche, definite sinonimo di modernità, diventate invece, regimi dittatoriali, comunisti o teocratici.


domenica 21 giugno 2026

Il Re costava meno - I

 

Dotazione della Corona e Lista civile - Principi giuridici - Origini degli appannaggi, assegni e doti.

La Dotazione della Corona era costituita:

a)   dall'assegno annuo che lo Stato concedeva al Sovrano per le sue spese personali in danaro contante — costituente la Lista civile — del quale poteva disporre a suo piacimento;

b)   dai beni mobili ed immobili — costituenti i Beni della Corona — dei quali ne aveva l'uso: palazzi, ville, tenute, castelli, con quanto in essi vi era di arredamento, di proprietà del Demanio ed in certi casi, non ben definiti, di proprietà del Sovrano stesso o di terzi, e che egli doveva amministrare e conservare al decoro della Nazione, tutto a sue spese senza diritto ad alcun rimborso dallo Stato, nemmeno per le migliorie apportatevi, diritto contemplato invece dal Codice Civile in favore del privato cittadino.

c)   Riferiamo a maggiore chiarezza quanto si legge in proposito sul Nuovo Digesto Italiano:

d)   Art. 1. — «Il complesso dei beni assegnati al Capo dello Stato per l'adempimento delle sue alte funzioni forma la cosiddetta Dotazione della Corona. Questa chiamasi anche con termine derivato dalla terminologia costituzionale inglese Lista civile. Essa comprende una somma annua di danaro (la lista civile propriamente detta) e beni mobili e immobili. Fanno parte della Dotazione anche le chiese cappelle o basiliche palatine».

e)   Sono, in altri termini, quei servizi attraverso i quali la Corona esercita le sue attribuzioni sovrane e che debbono considerarsi come un vero e proprio servizio pubblico.

f)    Art. 2. — «L’assegno in danaro ha la natura giuridica e fondamentale di stipendio; come tale, quando è acquisito al Re, entra nel suo patrimonio privato e diventa consumabile. Se non che differisce dallo stipendio in questo: esso è assegno, più che alla persona del Re, alla sua funzione, di guisa che fino a quando è in possesso dello Stato è indisponibile per qualsiasi effetto; laddove gli stipendi degli impiegati pubblici sino ad un certo limite e per certi titoli sono disponibili, cioè cedibili, pignorabili, sequestrabili».

g)   Art. 6. — «Distinto dalla Dotazione della Corona è il patrimonio privato del Re, cioè il complesso dei beni che egli possiede come un qualunque privato, che egli possedeva come tale prima dell'avvento al trono e che acquista a titolo gratuito e a titolo oneroso durante il suo regno».

h)   Il regime giuridico che regola il patrimonio privato del Re è quello applicato ad ogni altra proprietà privata, salvo l'eccezione relativa alla quota disponibile, di cui al primo capoverso dell'articolo 20 dello Statuto, per il quale il Re può disporre del suo patrimonio privato «senza essere tenuto alle leggi civili che limitano la quantità disponibile».

Nei Principati assoluti il sovrano disponeva dei beni e delle rendite dello Stato senza alcun controllo da parte di questo; erano quindi variabili a seconda delle circostanze, e non sempre esisteva differenza fra le spese personali del Principe e della sua famiglia e quelle dei servizi pubblici; patrimonio privato, lista civile e patrimonio dello Stato, questi tre elementi si confondevano l'uno con l'altro. Ma nemmeno per le proprietà demaniali vigevano norme precise: il patrimonio dello Stato ebbe per secoli contrasti fra la sua inalienabilità e la necessità di alienarlo; poi vennero le leggi formate per correggere il fatto delle alienazioni, cioè la massima del riscatto ed i provvedimenti effettivi di ricupero della parte venduta e fu così creata la Cassa di redenzione. Venne proclamata l'inalienabilità del demanio quando gli ordini imperfettissimi della cosa pubblica ne rendeva facile il disperdimento. La Cassa doveva provvedere a raccogliere fondi per riscattare al demanio beni ceduti a vil prezzo che, caduti in mano a feudatari e ad inesperti amministratori rappresentavano altro che una vastissima manomorta. La prima dichiarazione di inalienabilità come massima fondamentale l'abbiamo con la lettera patente del 22 aprile 1445 del Duca Ludovico di Savoia là dove accenna a beni «da non donarsi al di fuori della tua discendenza né alienarsi in alcun modo in qualsiasi parte della sua giurisdizione o appellativo». Tale disposizione può ritenersi l'estensione del primo codice di leggi emanate nei famosi Statuti del padre Amedeo VIII il primo Principe Sabaudo che dette allo Stato savoiardo una vera legislazione a tutela del cittadino contro i soprusi dei feudatari.

La nostra lista civile assegnata in Italia al Sovrano, trae la sua origine dal così detto «appannaggio» che egli concedeva al primogenito o anche ad altri figli maschi oppure ai fratelli. Le notizie più remote di appannaggio risalgono ad Amedeo IV il quale destinava con atto del 1235 al fratello Tommaso «sotto legge di investitura il territorio di Avigliana, appannaggio del quale godettero poi i Principi d'Acaja, ed alla estinzione di questo ramo nel 1418 si riuniva alla Corona. Ne contiamo in seguito una ventina che rileviamo da una «Serie» compilata per il Re Carlo Alberto dal Primo Presidente della Sua Regia Camera dei Conti: quello del ramo di Vaud (estintosi nel 1350), di Nemours (1659), di Chiablese (1808) ed altri come quelli costituiti per i Duchi d'Aosta, Monferrato, Genevese, Moriana, ecc.; deceduti in stato nubile o senza prole mascolina. Salito al trono Carlo Alberto, l'appannaggio — di cui egli ed i suoi ascendenti avevano goduto per oltre due secoli — doveva essere assegnato al suo secondogenito Ferdinando Duca di Genova, ma in seguito alla Convenzione del 16 maggio 1832 di cui vedremo più avanti esso veniva abolito.

La lista civile attuale risale dunque di qualche secolo. Fu il Duca Carlo Emanuele I il quale, volendo fondare, come già altri sovrani, un ramo collaterale

1 Archivio di Stato di Torino, posizione Editti originali, mazzo I, fascicolo V.

della stirpe Sabauda affinché non mancassero per l'avvenire — estinguendosi quello principale — successori al trono, stabiliva con istrumento 17 settembre 1620 un appannaggio — «che dovesse durare perpetuamente costituito» — non al primogenito, ma al Principe Tommaso quinto dei suoi figli, ascendente alla annua rendita complessiva di scudi d'oro 40.000; modificato poi con successive transazioni.

È da questo atto di costituzione d'appannaggio che venne istituito il ramo Savoia-Carignano famiglia separata da quella Reale e di cui il Principe Tommaso è capostipite. Con questo annuo assegno i Principi che si succedettero nei trecento e più anni volta a volta andavano migliorando il loro patrimonio con stabili, di modo che il castello di Racconigi e l'attiguo parco potevano riuscire, quale sono oggi, una villeggiatura degna della Sovrana residenza. Il patrimonio pertanto si accresceva per via d'eredità e d'acquisti provenienti specie dalla Casa di Soissons nel vicino regno di Francia ma che gli avvenimenti del 1789 riducevano all'estremo, mentre Napoleone I ne annullava l'appannaggio, ricostituito però in seguito alla sua caduta.

L'appannaggio era un diritto del primogenito, gli altri godevano soltanto di assegni se maschi, e doti alle Principesse.

Nel Piemonte precostituzionale già esisteva pertanto nella linea diretta di Casa Savoia la distinzione della privata proprietà del Re, parallelamente alla distinzione della sua lista civile e con un Editto del dicembre 1818 emanato da Vittorio Emanuele I veniva fatta espressa e distinta menzione così della dotazione immobiliare della Corona sarda come del privato patrimonio del regnante. Anche il Re Carlo Felice continuò a tenere distinte le sue spese personali e della Reale Famiglia da quelle dello Stato, mantenendole in una media di L. 4.200.000 all'anno. Come vedremo in seguito, da questa somma egli ed i suoi successori detraevano buona parte per istituzioni benefiche e per raccolte di opere d'arte ancora oggi famose e insuperate.


venerdì 19 giugno 2026

Presentazione del libro "Tra storia e sogni"

A Roma si è svolta con ottimo afflusso di pubblico la prima presentazione del libro Curato Da Franco Cerccarelli ed Emiliano Procucci che raccoglia in unico volume tutti i racconti "monarchici" di Giovannino Guareschi.




La cosa ci fa piacere tante volte, per la gioia di ritrovare tutti i racconti che ci hanno commosso in un'unica edizione, per il rinnovato omaggio alla memoria del nostro Giovannino, per l'amicizia pluridecennale con Franco Ceccarelli. 
Il nostro "in bocca al lupo!" in attesa delle prossime presentazioni.









 



mercoledì 10 giugno 2026

Tra storia e sogni. I racconti monarchici di Giovannino Guareschi

 


Abbiamo il piacere e l'orgoglio di presentare il lavoro di un nostro carissimo amico, Franco Ceccarelli, già segretario di Alleanza Monarchica, che raccoglie in un unico volume tutti i racconti del nostro Giovannino Guareschi che fanno riferimento al Re e alla Monarchia.

Pensiamo alla Signora Cristina che viene portata a spalla in Chiese dai comunisti col fazzoletto rosso al collo con la Bandiera del Regno... Pensiamo a "Ultimo saluto"... Pensiamo a "Colpo di Stato"... Pensiamo a Peppone che cita nello stesso discorso  il Piave, l'Esercito, la Repubblica ed il bene indissolubile del Re e della Patria

Tutti racconti che abbiamo finito di leggere con gli occhi lucidi dalla commozione. Alcuni visti e rivisti mille volte nei film di Peppone e Don Camillo.

Con pazienza certosina sono stati raccolti e ripubblicati tutti insieme per la nostra gioia. Gioia a cui si unisce la soddisfazione del bel lavoro fatto da un amico di oltre 40 anni.

ll libro entro questa settimana dovrebbe essere ordinabile su tutte le piattaforme on line o anche direttamente dal sito della casa editrice 

www.dreambookedizioni.it

Vita segreta al Quirinale VI parte

 



* ULTIMA PUNTATA *

In quei giorni il consiglio dei ministri sedeva in permanenza; e anche molte notti vennero trascorse intorno al lungo tavolo di noce nella gran sala del Viminale. Qualcuno domandava: «Che cosa faranno al Quirinale?» E al Quirinale taluno si domandava: «Cosa macchineranno al Viminale?». Pareva una farsa, ed era invece l'inizio di un dramma.

In effetti, gli avvenimenti precipitavano. Il re era tacciato d'illegalità, mentre a sua volta sosteneva di essere ancora il capo dello Stato. Si temeva un suo atto di forza. mentre Umberto rifiutava, in effetti, ogni proposta di intervento armato in difesa della monarchia.

Evidentemente il segreto del suo atteggiamento era legato In gran parte all'ultimo colloquio con l'ammiraglio Stone. Tre mesi fa a Cascais Umberto stesso ebbe a dire:

«Nell'istante in cui lottavo maggiormente con me stesso, fra la scelta di subire quello che consideravo un sopruso, od usare a mia volta e con maggiore tempestività un atto di forza per difendere non tanto una situazione personale quanto la giusta richiesta che mi veniva negata (cioè non anteporre la decisione del governo alla decisione finale della Corte Suprema), mi pervenne da fonte ineccepibile la notizia che nel caso di un urto fra la monarchia ed il governo, le divisioni di Tito avrebbero marciato su Trieste, proseguendo anche oltre. Di fronte alla prospettiva di nuovo sangue, versato nella nostra città più martoriata, decisi di sacrificare me stesso, pur che Trieste fosse salva».

La "fonte ineccepibile" era quasi sicuramente Stone. Chi lo aveva informato? Temeva Tito? Sono tutti interrogativi ai quali forse non sarà mai data risposta.

OPINIONI ANGLOAMERICANE

L'8 giugno alle ore 17 uscirono dal Quirinale tre grosse automobili scure. Il Re, seguito da parte della Casa civile e della Casa militare si recava in visita di congedo dal Pontefice. A stento le vetture poterono aprirsi un varco tra la folla compatta che gremiva il grande cortile e la piazza antistante.

Per quanto tale visita fosse stata tenuta completamente nascosta, anche in piazza San Pietro molta folla s'era adunata. L'automobile del Re venne circondata, quasi non poteva proseguire.

L'udienza presso Sua Santità durò mezz'ora. Che cosa si siano detti Pio XII e Umberto, non si sa, ma recentemente l'ex primo aiutante di campo di Umberto II affermò d'aver appreso da fonte attendibile che dopo la visita del sovrano il Pontefice esclamasse: «Era un re molto comprensivo e molto umano...».

Da quel giorno, cioè dal 9 giugno 1946, il dramma si fece acuto, avviandosi alla soluzione. Si serrarono i cordoni della polizia per arginare le manifestazioni dei monarchici, che aumentavano e s'infittivano, come rivoli umani, lungo il vicolo Scanderbeg, via XXIV Maggio, via XX Settembre e ai piedi della Datarla. È forse interessante riportare il dialogo svoltosi allora fra il maggiore inglese R., dell'intelligence Service, sincero amico dell'Italia, ed un alto dignitario del Quirinale, cosi come questo lo ebbe successivamente a riferire.

«Non è possibile fare nulla », disse l'inglese Il referendum è stato male organizzato, per colpa anzitutto dei liberali che hanno accettato di far convogliare due elezioni nello stesso giorno. Quanto ai monarchici, non hanno saputo prendere le loro misure a tempo; e poi, come lei sa meglio di me, non tutti dell'entourage del Re...». S'arrestò un istante, quasi intendesse significare: "non tutti sono persone fidate".

Il dignitario in questione osservò: «Ma se il re parte, l'Italia sarà divisa... ».

«È già divisa, non potrà non essere divisa anche in seguito ».

« Ma se il re parte », insistette l'italiano, «non tornerà più: nessun sovrano è mai tornato ».

«Uno di noi due, evidentemente, non conosce bene la storia!», rispose l'arguto britannico. Ed aggiunse: «La storia è il banco di prova delle forze effettive. Dipenderà molto dal confronto tra la democrazia cristiana e il comunismo...».

S'affrettò a spiegare: «Una eredità vale, non tanto per il modo con il quale la si riceve, quanto per il modo con il quale la si sa tenere!».

«Ma questa è mia politica di attesa, che stanca, adatta soltanto peri popoli nordici, freddi e compassati; mentre l'italiano è mediterraneo, uso alle rapide realizzazioni...».

«Nulla da fare per il momento. Dovevate organizzarvi meglio prima. Ma... remember it went be so bad! ». (Ricordate, non sarà poi tanto male in definitiva!).

Diversi erano invece i commenti dei diplomatici americani allora accreditati a Roma.

«La colpa è anzitutto degli alleati, lo ammetto, disse allora uno di essi: «appena sbarcati appoggiarono quel Partito d'Azione che si presumeva contasse molto mentre contava poco ed oggi non conta quasi più nulla; e non s'allarmarono del Partito Comunista che era il vero pericolo».

Alla domanda del dignitario. dl Corte, su che cosa si potesse ancora fare per tentare di salvare, sia pure in extremis, la situazione, rispose: «Petizioni a Stone, regolarmente redatte su carta da bollo e presentate da tutti i partiti conservatori».

Ma numerosissime petizioni, regolarmente firmate, vennero presentate recentemente e non ottennero alcun effetto!».

«Non erano redatte su carta da bollo!». E poiché l'altro lo fissava incredulo, chiari:  Stone è un burocratico, non un uomo politico...».

Quanti furono i votanti al referendum?, ci si domandò allora e poi. Secondo le cifre fornite dal ministro Nenni, furono 24.900.000. Ma se il numero degli elettori, tenuto conto dei morti in guerra e per cause di guerra, dei detenuti e degli epurati, dei prigionieri, eccetera, non poteva superare i 20 milioni e 900.000, i 4 milioni: in più da quale prolifica e progressista matrice erano stati generati? Questi interrogativi tenevano in agitazione tutti gli ambienti, soprattutto, è ovvio, quelli monarchici.

La mattina del 9 giugno il generale Anders, comandante le truppe polacche in Italia, andò al Quirinale accompagnato dal conte Tieskiewich, presidente della Croce Rossa polacca; e pare abbia detto ad alcuni dignitari di Corte: «Le dernier mot n'est pas encore dít!». Ma l'ultima parola a chi sarebbe toccata? Al re, a De Gasperi, agli alleati, od al binomio allora operante: Togliatti-Tito?

LA CASSAZIONE NON DECIDE

Sparsasi la voce dell'imminente partenza del sovrano, varie personalità monarchiche del Nora vennero a Roma; molti erano pronti alla lotta, anche estrema; e, fu poi risaputo, nella notte fra il 9 e il 10 giugno un forte gruppo ventilò l'idea di un colpo al ministero degli interni, con l'arresto di tutti i ministri. Ma il Re, impassibile, non defletteva dalla sua decisione di partire. E non certo per paura, poiché il coraggio del giovane sovrano era a tutti noto.

Il 10 giugno l'atmosfera era realmente elettrica; si sentiva nell'aria una irrequietezza che pareva precorrere il temporale: Roma pareva più una città in istato d'emergenza che una capitale soddisfatta di un così radicale mutamento politico.

Intanto giungevano da Napoli notizie di nuovi moti, in un ritmo crescente, e soffocati con crescente durezza dalla polizia. Si pensava che il Re non partisse prima del 18, cioè soltanto dopo l'annunciato verdetto finale della Cassazione: e si diceva che, In rapporto al preannuncio dato dal sovrano nel suo proclama, in caso di non forte maggioranza monarchica si sarebbe avuto un nuovo referendum, e parimenti sarebbe accaduta la stessa cosa nella eventualità d'una forte maggioranza repubblicana.

Nella mattinata del 10 giugno, per quanto si avesse la certezza che il re sarebbe rimasto fino al 18, le edizioni straordinarie dei giornali annunciarono all'improvviso che la Cassazione si sarebbe riunita quello stesso pomeriggio per decidere in merito al referendum. Evidentemente erano stati accorciati i tempi. Da chi? Perché?

Sia il presidente della Corte, S. E. Pagano, sia S. E. Pilota, erano d'avviso che quel pomeriggio non vi sarebbe stata alcuna proclamazione e che la Corte si sarebbe limitata a comunicare il risultato del referendum, pur riconoscendo che per rivedere i verbali delle varie sezioni sarebbero occorsi dei mesi.

Ed ecco la Corte a Montecitorio, nella sala della Lupa, locale angusto, gremito in quell'afoso pomeriggio. Alle 18 precise S. E. Pagano lesse il verbale, la Corte fece le sue riserve sulla mancanza di tempo per l'esame dei documenti, dei voti nulli, delle schede mancanti, eccetera; poi, di scatto si alzò ed usci. Era nata la repubblica? Viveva ancora la monarchia? Forse nessuno Io sapeva.

De Gasperi comunicò al Quirinale il verbale, e prospettò che, di diritto, il presidente provvisorio dello Stato era ormai lui stesso. Il Re, sempre più chiuso a sua volta, e non tanto esausto quanto stanco, informando unicamente il fidatissimo capitano Avalle, quella notte dormi fuori Palazzo Reale, in casa di persone sicure.

I signori Lignana, che quella sera ospitarono il sovrano, riferirono poi che Umberto, affacciandosi al balcone verso la villa Massimo (la casa era in via Verona 3), amareggiato per quanto era accaduto ed accadeva, indicando gli alberi ondeggianti al forte vento
mormorò: «Anche il mio animo è incerto e senza pace».

Quella notte stessa fu redatto il proclama che il 13 sera venne let­to alla radio dal ministro Lucife­ro. Invitava alla pacificazione ed alla concordia.

Intanto al Quirinale, a tarda ora, il maresciallo Berté, che aveva in custodia il sovrano, non sapeva se far chiudere il portone del palazzo o lasciarlo aperto, poiché igno­rava dove fosse il Re e temeva per la sua vita. Il capitano Avalle, no­tato il suo orgasmo, gli diede l'or­dine di chiudere: ne avrebbe as­sunta lui la responsabilità. Il pri­mo aiutante di campo, che veglia­va nel suo studio, chiamò il capi­tano, ingiungendogli di dire dove fosse il Re. Ma Avalle, nonostante ogni pressione, tacque, e per tut­ta la notte Infante ignorò dove si trovasse Umberto.

I giornali estremisti del mattino annunciarono con sollievo che il Re si era già allontanato da Roma.

Alle ore 730, però, Umberto II si ripresentava al Quirinale... Le misure di pubblica sicurezza intor­no al palazzo in quella notte erano state raddoppiate; nonostante ciò, la folla continuava ad assieparsi dietro i cordoni della polizia.

LA PARTENZA

L'11 giugno, mentre il governo sedeva in permanenza al Viminale, la giornata trascorse in un'atmo­sfera resa febbrile dalle notizie più contraddittorie o più nere. Altri moti a Napoli, con morti e feriti... Roma taceva. Ma la calma era più apparente che reale. Nel pomerig­gio del 12 ebbe luogo una manife­stazione monarchica a piazza del Popolo: venne sciolta con decisio­ne dalla Celere. Molti feriti e nu­merosi contusi: la piazza del Quirinale non fu potuta raggiungere. Il re sembrava ormai un prigio­niero.

Il 13 giugno nell'interno del Qui­rinale, fin dalle prime ore, l'ani­mazione apparve insolita, specie se paragonata alla calma del giorno precedente. I portoni esterni erano, chiusi, sorvegliati dalla polizia e dai corazzieri affiancati. Affiancati, ma coi mitra. D'un tratto corse voce che Infante stava cercando di convincere il Re a partire in gior­nata: vera o non vera la notizia, poco dopo si seppe che effettiva­mente Umberto aveva deciso di la­sciare Roma quel giorno stesso. Qualcuno aggiunse che il sovrano sarebbe rimasto però in Italia fino al 18: e non andando in Sicilia, come taluno ventilava, ma in Sar­degna. Ci furono dei piloti che si offrirono per accompagnarlo, ma il primo aiutante di campo aveva già disposto altrimenti prendendo ac­cordi con Cevolotto. Nelle prime ore del pomeriggio Umberto salu­tò tutti 1 dipendenti della Real Casa.

Gli onori vennero resi al sovra­no per l'ultima volta dai corazzie­ri; poi, tre vetture uscirono dal portone principale. La bandiera stemmata sventolava ancora sulla torretta.

A Ciampino vi fu una sosta im­provvisa: per quanto il marchese Graziani avesse preventivamente preso accordi con il generale Low del R.A.C., chiedendo il permesso che alcune vetture di Casa reale potessero accedere all'aeroporto, furono chiesti ed esaminati tutti i documenti. Il re venne riconosciu­to: bastò questo perché una picco­la folla si adunasse e seguisse l'automobile.

Fiori vennero raccolti e gettati verso il sovrano, che, pur conser­vando come d'abitudine il perfetto dominio di sé, appariva visibilmen­te commosso. La risposta di Umberto II, a chi gli diceva di non partire, era solo un triste sorriso. «Non voglio un trono macchiato di sangue! La mia partenza deve segnare un periodo di, pace e di concordia fra tutti gli italiani...».

Mentre l'aereo si levava alto sul cielo di Roma, sulla torretta del Quirinale la bandiera con lo scudo sabaudo veniva ammainata,

5 - (Fine)  Nino Bolla