NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 10 giugno 2026

Vita segreta al Quirinale VI parte

 



* ULTIMA PUNTATA *

In quei giorni il consiglio dei ministri sedeva in permanenza; e anche molte notti vennero trascorse intorno al lungo tavolo di noce nella gran sala del Viminale. Qualcuno domandava: «Che cosa faranno al Quirinale?» E al Quirinale taluno si domandava: «Cosa macchineranno al Viminale?». Pareva una farsa, ed era invece l'inizio di un dramma.

In effetti, gli avvenimenti precipitavano. Il re era tacciato d'illegalità, mentre a sua volta sosteneva di essere ancora il capo dello Stato. Si temeva un suo atto di forza. mentre Umberto rifiutava, in effetti, ogni proposta di intervento armato in difesa della monarchia.

Evidentemente il segreto del suo atteggiamento era legato In gran parte all'ultimo colloquio con l'ammiraglio Stone. Tre mesi fa a Cascais Umberto stesso ebbe a dire:

«Nell'istante in cui lottavo maggiormente con me stesso, fra la scelta di subire quello che consideravo un sopruso, od usare a mia volta e con maggiore tempestività un atto di forza per difendere non tanto una situazione personale quanto la giusta richiesta che mi veniva negata (cioè non anteporre la decisione del governo alla decisione finale della Corte Suprema), mi pervenne da fonte ineccepibile la notizia che nel caso di un urto fra la monarchia ed il governo, le divisioni di Tito avrebbero marciato su Trieste, proseguendo anche oltre. Di fronte alla prospettiva di nuovo sangue, versato nella nostra città più martoriata, decisi di sacrificare me stesso, pur che Trieste fosse salva».

La "fonte ineccepibile" era quasi sicuramente Stone. Chi lo aveva informato? Temeva Tito? Sono tutti interrogativi ai quali forse non sarà mai data risposta.

OPINIONI ANGLOAMERICANE

L'8 giugno alle ore 17 uscirono dal Quirinale tre grosse automobili scure. Il Re, seguito da parte della Casa civile e della Casa militare si recava in visita di congedo dal Pontefice. A stento le vetture poterono aprirsi un varco tra la folla compatta che gremiva il grande cortile e la piazza antistante.

Per quanto tale visita fosse stata tenuta completamente nascosta, anche in piazza San Pietro molta folla s'era adunata. L'automobile del Re venne circondata, quasi non poteva proseguire.

L'udienza presso Sua Santità durò mezz'ora. Che cosa si siano detti Pio XII e Umberto, non si sa, ma recentemente l'ex primo aiutante di campo di Umberto II affermò d'aver appreso da fonte attendibile che dopo la visita del sovrano il Pontefice esclamasse: «Era un re molto comprensivo e molto umano...».

Da quel giorno, cioè dal 9 giugno 1946, il dramma si fece acuto, avviandosi alla soluzione. Si serrarono i cordoni della polizia per arginare le manifestazioni dei monarchici, che aumentavano e s'infittivano, come rivoli umani, lungo il vicolo Scanderbeg, via XXIV Maggio, via XX Settembre e ai piedi della Datarla. È forse interessante riportare il dialogo svoltosi allora fra il maggiore inglese R., dell'intelligence Service, sincero amico dell'Italia, ed un alto dignitario del Quirinale, cosi come questo lo ebbe successivamente a riferire.

«Non è possibile fare nulla », disse l'inglese Il referendum è stato male organizzato, per colpa anzitutto dei liberali che hanno accettato di far convogliare due elezioni nello stesso giorno. Quanto ai monarchici, non hanno saputo prendere le loro misure a tempo; e poi, come lei sa meglio di me, non tutti dell'entourage del Re...». S'arrestò un istante, quasi intendesse significare: "non tutti sono persone fidate".

Il dignitario in questione osservò: «Ma se il re parte, l'Italia sarà divisa... ».

«È già divisa, non potrà non essere divisa anche in seguito ».

« Ma se il re parte », insistette l'italiano, «non tornerà più: nessun sovrano è mai tornato ».

«Uno di noi due, evidentemente, non conosce bene la storia!», rispose l'arguto britannico. Ed aggiunse: «La storia è il banco di prova delle forze effettive. Dipenderà molto dal confronto tra la democrazia cristiana e il comunismo...».

S'affrettò a spiegare: «Una eredità vale, non tanto per il modo con il quale la si riceve, quanto per il modo con il quale la si sa tenere!».

«Ma questa è mia politica di attesa, che stanca, adatta soltanto peri popoli nordici, freddi e compassati; mentre l'italiano è mediterraneo, uso alle rapide realizzazioni...».

«Nulla da fare per il momento. Dovevate organizzarvi meglio prima. Ma... remember it went be so bad! ». (Ricordate, non sarà poi tanto male in definitiva!).

Diversi erano invece i commenti dei diplomatici americani allora accreditati a Roma.

«La colpa è anzitutto degli alleati, lo ammetto, disse allora uno di essi: «appena sbarcati appoggiarono quel Partito d'Azione che si presumeva contasse molto mentre contava poco ed oggi non conta quasi più nulla; e non s'allarmarono del Partito Comunista che era il vero pericolo».

Alla domanda del dignitario. dl Corte, su che cosa si potesse ancora fare per tentare di salvare, sia pure in extremis, la situazione, rispose: «Petizioni a Stone, regolarmente redatte su carta da bollo e presentate da tutti i partiti conservatori».

Ma numerosissime petizioni, regolarmente firmate, vennero presentate recentemente e non ottennero alcun effetto!».

«Non erano redatte su carta da bollo!». E poiché l'altro lo fissava incredulo, chiari:  Stone è un burocratico, non un uomo politico...».

Quanti furono i votanti al referendum?, ci si domandò allora e poi. Secondo le cifre fornite dal ministro Nenni, furono 24.900.000. Ma se il numero degli elettori, tenuto conto dei morti in guerra e per cause di guerra, dei detenuti e degli epurati, dei prigionieri, eccetera, non poteva superare i 20 milioni e 900.000, i 4 milioni: in più da quale prolifica e progressista matrice erano stati generati? Questi interrogativi tenevano in agitazione tutti gli ambienti, soprattutto, è ovvio, quelli monarchici.

La mattina del 9 giugno il generale Anders, comandante le truppe polacche in Italia, andò al Quirinale accompagnato dal conte Tieskiewich, presidente della Croce Rossa polacca; e pare abbia detto ad alcuni dignitari di Corte: «Le dernier mot n'est pas encore dít!». Ma l'ultima parola a chi sarebbe toccata? Al re, a De Gasperi, agli alleati, od al binomio allora operante: Togliatti-Tito?

LA CASSAZIONE NON DECIDE

Sparsasi la voce dell'imminente partenza del sovrano, varie personalità monarchiche del Nora vennero a Roma; molti erano pronti alla lotta, anche estrema; e, fu poi risaputo, nella notte fra il 9 e il 10 giugno un forte gruppo ventilò l'idea di un colpo al ministero degli interni, con l'arresto di tutti i ministri. Ma il Re, impassibile, non defletteva dalla sua decisione di partire. E non certo per paura, poiché il coraggio del giovane sovrano era a tutti noto.

Il 10 giugno l'atmosfera era realmente elettrica; si sentiva nell'aria una irrequietezza che pareva precorrere il temporale: Roma pareva più una città in istato d'emergenza che una capitale soddisfatta di un così radicale mutamento politico.

Intanto giungevano da Napoli notizie di nuovi moti, in un ritmo crescente, e soffocati con crescente durezza dalla polizia. Si pensava che il Re non partisse prima del 18, cioè soltanto dopo l'annunciato verdetto finale della Cassazione: e si diceva che, In rapporto al preannuncio dato dal sovrano nel suo proclama, in caso di non forte maggioranza monarchica si sarebbe avuto un nuovo referendum, e parimenti sarebbe accaduta la stessa cosa nella eventualità d'una forte maggioranza repubblicana.

Nella mattinata del 10 giugno, per quanto si avesse la certezza che il re sarebbe rimasto fino al 18, le edizioni straordinarie dei giornali annunciarono all'improvviso che la Cassazione si sarebbe riunita quello stesso pomeriggio per decidere in merito al referendum. Evidentemente erano stati accorciati i tempi. Da chi? Perché?

Sia il presidente della Corte, S. E. Pagano, sia S. E. Pilota, erano d'avviso che quel pomeriggio non vi sarebbe stata alcuna proclamazione e che la Corte si sarebbe limitata a comunicare il risultato del referendum, pur riconoscendo che per rivedere i verbali delle varie sezioni sarebbero occorsi dei mesi.

Ed ecco la Corte a Montecitorio, nella sala della Lupa, locale angusto, gremito in quell'afoso pomeriggio. Alle 18 precise S. E. Pagano lesse il verbale, la Corte fece le sue riserve sulla mancanza di tempo per l'esame dei documenti, dei voti nulli, delle schede mancanti, eccetera; poi, di scatto si alzò ed usci. Era nata la repubblica? Viveva ancora la monarchia? Forse nessuno Io sapeva.

De Gasperi comunicò al Quirinale il verbale, e prospettò che, di diritto, il presidente provvisorio dello Stato era ormai lui stesso. Il Re, sempre più chiuso a sua volta, e non tanto esausto quanto stanco, informando unicamente il fidatissimo capitano Avalle, quella notte dormi fuori Palazzo Reale, in casa di persone sicure.

I signori Lignana, che quella sera ospitarono il sovrano, riferirono poi che Umberto, affacciandosi al balcone verso la villa Massimo (la casa era in via Verona 3), amareggiato per quanto era accaduto ed accadeva, indicando gli alberi ondeggianti al forte vento
mormorò: «Anche il mio animo è incerto e senza pace».

Quella notte stessa fu redatto il proclama che il 13 sera venne let­to alla radio dal ministro Lucife­ro. Invitava alla pacificazione ed alla concordia.

Intanto al Quirinale, a tarda ora, il maresciallo Berté, che aveva in custodia il sovrano, non sapeva se far chiudere il portone del palazzo o lasciarlo aperto, poiché igno­rava dove fosse il Re e temeva per la sua vita. Il capitano Avalle, no­tato il suo orgasmo, gli diede l'or­dine di chiudere: ne avrebbe as­sunta lui la responsabilità. Il pri­mo aiutante di campo, che veglia­va nel suo studio, chiamò il capi­tano, ingiungendogli di dire dove fosse il Re. Ma Avalle, nonostante ogni pressione, tacque, e per tut­ta la notte Infante ignorò dove si trovasse Umberto.

I giornali estremisti del mattino annunciarono con sollievo che il Re si era già allontanato da Roma.

Alle ore 730, però, Umberto II si ripresentava al Quirinale... Le misure di pubblica sicurezza intor­no al palazzo in quella notte erano state raddoppiate; nonostante ciò, la folla continuava ad assieparsi dietro i cordoni della polizia.

LA PARTENZA

L'11 giugno, mentre il governo sedeva in permanenza al Viminale, la giornata trascorse in un'atmo­sfera resa febbrile dalle notizie più contraddittorie o più nere. Altri moti a Napoli, con morti e feriti... Roma taceva. Ma la calma era più apparente che reale. Nel pomerig­gio del 12 ebbe luogo una manife­stazione monarchica a piazza del Popolo: venne sciolta con decisio­ne dalla Celere. Molti feriti e nu­merosi contusi: la piazza del Quirinale non fu potuta raggiungere. Il re sembrava ormai un prigio­niero.

Il 13 giugno nell'interno del Qui­rinale, fin dalle prime ore, l'ani­mazione apparve insolita, specie se paragonata alla calma del giorno precedente. I portoni esterni erano, chiusi, sorvegliati dalla polizia e dai corazzieri affiancati. Affiancati, ma coi mitra. D'un tratto corse voce che Infante stava cercando di convincere il Re a partire in gior­nata: vera o non vera la notizia, poco dopo si seppe che effettiva­mente Umberto aveva deciso di la­sciare Roma quel giorno stesso. Qualcuno aggiunse che il sovrano sarebbe rimasto però in Italia fino al 18: e non andando in Sicilia, come taluno ventilava, ma in Sar­degna. Ci furono dei piloti che si offrirono per accompagnarlo, ma il primo aiutante di campo aveva già disposto altrimenti prendendo ac­cordi con Cevolotto. Nelle prime ore del pomeriggio Umberto salu­tò tutti 1 dipendenti della Real Casa.

Gli onori vennero resi al sovra­no per l'ultima volta dai corazzie­ri; poi, tre vetture uscirono dal portone principale. La bandiera stemmata sventolava ancora sulla torretta.

A Ciampino vi fu una sosta im­provvisa: per quanto il marchese Graziani avesse preventivamente preso accordi con il generale Low del R.A.C., chiedendo il permesso che alcune vetture di Casa reale potessero accedere all'aeroporto, furono chiesti ed esaminati tutti i documenti. Il re venne riconosciu­to: bastò questo perché una picco­la folla si adunasse e seguisse l'automobile.

Fiori vennero raccolti e gettati verso il sovrano, che, pur conser­vando come d'abitudine il perfetto dominio di sé, appariva visibilmen­te commosso. La risposta di Umberto II, a chi gli diceva di non partire, era solo un triste sorriso. «Non voglio un trono macchiato di sangue! La mia partenza deve segnare un periodo di, pace e di concordia fra tutti gli italiani...».

Mentre l'aereo si levava alto sul cielo di Roma, sulla torretta del Quirinale la bandiera con lo scudo sabaudo veniva ammainata,

5 - (Fine)  Nino Bolla

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