NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 29 maggio 2026

Vita segreta al Quirinale VI parte

 


IL 2 GIUGNO

La mattina del 2 giugno la vita al Quirinale si svolse come di con­sueto, contrassegnata da un unico avvenimento: l'udienza solenne con la quale il re ricevette il nuo­vo ministro del Portogallo che gli presentò le credenziali. Era la pri­ma udienza solenne che Umberto dava come sovrano: e il caso volle che essa fosse riservata al rappresentante del Paese che Umberto II, undici giorni dopo, avrebbe all'im­provviso raggiunto.

Sin dalle prime ore, quel giorno Roma era animatissima: file inter­minabili dinanzi ai seggi elettorali, volti seri, eccezionale disciplina.

Per la prima volta anche le don­ne votavano. A molte, soltanto all'ultimo momento venne spiegato come doveva svolgersi tale proce­dura. Altra complicazione per la gente semplice: dover usare due schede.

La regina si recò a votare nel tardo pomeriggio, al seggio di via dell'Umiltà, e venne salutata da ovazioni calorose. Il re votò il 3 mattina, a via Lovanio, accompa­gnato dal ministro della Real Casa.

Fu tentato qualche applauso, ma il presidente del seggio protestò: il che era nel suo pieno diritto. Tut­tavia ebbe il cattivo gusto di insi­stere nelle proteste anche col so­vrano. Umberto, come sempre, non perse né la calma né la serenità.

Nel pomeriggio del 3 giugno, chiusi i seggi, cominciò lo spoglio delle schede. Fu allora che si con­statò un primo grave errore delle destre: ben trecento seggi a Roma erano privi di scrutatori monar­chici! Si corse ai ripari, si cerca­rono persone di buona volontà: ma ormai era tardi.

Comunque le prime notizie che giunsero erano consolanti: Torino, contro ogni aspettativa, aveva dato iI 40% dei voti alla monarchia, Mi­lano il 39%, mentre si temeva sol­tanto il 20%. Alle 17 del 4 giugno, da fonte degna di fede, si seppe che v'erano due milioni di maggio­ranza monarchica. La regina rice­vette nel pomeriggio un gruppo di signore che maggiormente s'erano prodigate in quel giorni e fissò per l'indomani altre udienze. All'una di notte si apprese che la monarchia aveva raggiunto il 59% dei voti... Fu a questo punto che negli am­bienti di sinistra che dirigevano le elezioni cominciarono misteriose telefonate tra Roma e Milano.

Si giunse all'alba del 5: fra le due e le quattro del mattino la Repub­blica era nata.

La notizia raggiunse i direttori dei giornali nelle rispettive tipografie; quelli di destra cercarono vanamente una smentita («Romita era andato a dormire»), e quelli di sinistra sbandierarono i titoli della vittoria, già composti.

Quella mattina al Quirinale l'uf­ficio dei Mastri apparve gremito: persone che da tempo non s'erano più viste, si presentavano, quasi in visita di condoglianze.

Alle 10,30 giunse De Gasperi. La grossa automobile nera apparve come un lugubre presagio. Il presi­dente sali dal Re, Il colloquio fu lungo e difficile. Umberto II si di­mostrò molto dignitoso nel rice­vere, calmissimo, la notizia che De Gasperi gli recava: nessuna parola di risentimento o di critica usci dal suo labbro.

Quando il presidente usci, pare abbia detto agli ufficiali d'ordinan­za del re: «Peccato, è un uomo politico d'eccezione».

Il centralino del Quirinale quel pomeriggio non rispose più: la sor­veglianza divenne ferrea. Si poteva comunicare col palazzo soltanto a mezzo del centralino militare. Su Roma pareva fosse sceso un drappo funebre.

In quella drammatica atmosfera la persona più serena fu come sempre il re: prese ogni decisione con una calma superiore ad ogni commento od elogio.

Avvenimenti gravi si andavano preparando. Alle 14 la regina con i figli partì in aereo per Napoli ac­compagnata dalla dama contessa Guendalina Spalletti e dal generale Infante. La decisione fu -così af­frettata e inattesa, che solo poche persone riuscirono a salutare la so­vrana. A Napoli ella scese alla villa Rosebery ove nel- passato aveva trascorso tante ore felici.

Benché effettuatosi nel più stret­to incognito, l'arrivo venne tuttavia appreso dal popolo napoletano e la notizia si propalò immediatamente; furono organizzati cortei che la po­lizia alleata sciolse.

I napoletani non volevano che la regina partisse, non volevano che lasciasse il suolo della patria... l'a­vrebbero assistita, difesa! La so­vrana ne fu commossa, fece telefo­nare dal generale Infante al re per­ché le fosse concesso di rimanere alcuni giorni a Napoli. Ma alle pri­me luci del giorno, due automo­bili uscirono dalla villa Rosebery dirigendosi al porto: Maria José s'imbarcò con i figli sulla stessa nave da guerra che un mese prima aveva recato in esilio i vecchi sovrani. Insieme con la regina s'im­barcarono pure i duchi d'Ancona e di Genova, con i seguiti.

 

DRAMMATICA ATTESA

Rimasto solo nel grande palazzo del Quirinale, dopo aver ricevuto alcuni uomini politici, il re volle uscire e fece un rapido giro per la città, su una vettura 1500, seduto accanto all'autista. Pensieri di ma­linconia, di rimpianto, ricordi in tumulto... O forse nessun pensiero, ma soltanto un bisogno acuto di dimenticare, almeno per pochi mi­nuti, e respirare liberamente, così come liberamente respiravano quei passanti che si erano battuti con lui contro di lui.

Umberto tornò tardi al Quirinale ed espresse il desiderio di pranzare alla Corte Nobile (ciò che non era mai avvenuto), per salutare i di­gnitari di palazzo. Quando apparve., i sedici convitati scattavano sul­l'attenti. Erano presenti, oltre il vecchio conte di Torino e il duca d'Aosta, che sedettero il primo alla destra e il secondo alla sinistra del re, anche il generale Cassiani, il marchese Spinola, i mastri Graziani, Marini Clarelli e Pallavicino.

L'atmosfera era greve, piena di tristezza; e per quanto si cercasse da parte di tutti d'avviare la con­versazione su temi diversi e qual­siasi, il senso della tragedia incom­bente era in ciascuno. I due prin­cipi del sangue sapevano che il giorno dopo avrebbero dovuto par­tire essi pure per l'esilio; e pare che il conte di Torino abbia detto:

Sono vecchio, quasi cieco, se parto non rivedrò più l'Italia; quale fastidio potrei dare ormai alla re­pubblica?».

Umberto si trattenne a lungo con gli invitati, ricordando episodi della propria giovinezza, non facendo piani per il futuro. Avreb­be per ora atteso, da solo, il ver­detto della Cassazione, fissato al 18 giugno.

Si diceva nella capitale che nu­merosi gruppi di monarchici ar­mati fossero pronti per venire dal Sud onde impedire, anche con la forza, la partenza del re. Ma il so­vrano rifiutò sempre proposte o progetti del genere: «Non voglio che una sola goccia di sangue sia sparsa per la monarchia, l'Italia ha già troppo sofferto...».

Egli aveva piena fiducia nella magistratura, e si sapeva, nell'at­tesa del verdetto finale, che il pro­curatore generale dello Stato, Mas­simo Pilotti, era uomo integerrimo e italianissimo, deciso a impedire ogni genere di "brogli".

Fra i monarchici regnava la mag­giore incertezza: v'era persino chi sosteneva che occorresse far con­vocare il Senato In alta Corte per giudicare i ministri, i quali, avendo giurato nelle mani del re, lo ave­vano tradito. Sostenitore di questa idea era l'avvocato Bartolino. Con­trari a questa tesi (se non altro per l'evidente impossibilità di attuazio­ne) i senatori Della Torretta e Bergamini, ai quali il Bartolino ave­va esposto la propria idea.

Intanto a Napoli si moltiplica­vano i comizi di protesta, dura­mente impediti dalla polizia, spe­cie di un reparto Celere spedito dal Nord. Vi furono morti e feriti.

Al Quirinale, tutto continuava in apparenza come prima; quale fat­to eccezionale, si notava un grande afflusso di gente di tutti i ceti e di tutte le età: venivano a salutare il sovrano. La mattina del 7, più di trecento persone aspettavano nel­

l'anticamera delle udienze al primo piano. Vecchi generali a riposo, ammiragli, medaglie d'oro, diplo­matici, tutti sorpresi e commossi come fanciulli. Lo studio del re tenne costantemente la porta aper­ta: era un andirivieni confuso e senza sosta. Il comandante Balbo avrebbe voluto ordinare, con rigi­dità protocollare, quel caotico mo­vimento non pensando che la sto­ria una volta in cammino non si fa annunciare da nessuno.

In piedi, pallido, Umberto pa­reva l'ombra di sé stesso. Prese la mano della povera marchesa di M., il cui marito era stato fucilato dai tedeschi, e la strinse a lungo. «Non parta, Maestà! La monarchia è stata l'ideale per cui mio marito è morto...»

 disse la marchesa. La risposta del re vibrò nell'aria come un monito: In qualunque momen­to il popolo italiano avesse bisogno di me, e-se il bene del Paese lo esi­gesse, tornerei. Ora debbo partire: alle frontiere si spia un'occasione propizia per approfittare d'una nostra discordia interna

Dopo una pausa si lasciò sfuggire con viva amarezza «! «Per due anni mi hanno offeso in tutti i modi... mi hanno calunniato! Parto per la tranquillità del Paese che amo, e credo di averlo dimostrato in questi pochi giorni di regno...»

Non ebbe mai parole di risenti­mento per nessuno.

Quella stessa mattina l'ammira­glio Stone si recò al Quirinale in una lussuosa automobile nera. Nes­sun mastro delle cerimonie gli andò incontro: seguito dal suo uf­ficiale di bandiera, ostentando un passo sportivo, salì i pochi gradini della vetrata in fondo al cortile; poi usò l'ascensore per raggiungere il primo piano. Venne subito intro­dotto presso Umberto, e vi si trat­tenne pochi minuti.

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