NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 22 maggio 2026

Saggi storici sulla Monarchia - XXV


 4) LA MONARCHIA UNITARIA.

Nel tracciare per sommi capi, nelle pagine precedenti, l'evoluzione storica del pensiero monarchico, come è stato elaborato e fissato dalle varie correnti dottrinarie, abbiamo di proposito accantonato ogni rife­rimento alla struttura della Monarchia sabauda, di quella che oggi con­sideriamo la nostra Monarchia, e questo non perché essa abbia rappre­sentato nei secoli una forma diversa di monarcato, ma per la necessità di lumeggiare i rapporti della dinastia con la realizzazione rivoluzionaria del Risorgimento.

Non sarebbe ammissibile che parlando della Monarchia, non si trat­tassero dei punti che investono un giudizio storico e politico non sodo sulla Dinastia ma sull'Istituzione, quei punti cioè che racchiudono il significato della nostra storia nazionale.

Come si inquadra nella teoria monarchica, il nostro risorgimento? Questi sono i quesiti ai quali è necessario rispondere per avviare il pro­blema ad una soluzione: Il concetto della regalità plebiscitaria concre­tato nel processo unitario è l'antitesi della Monarchia tradizionale? Rappresenta una negazione della tradizione o addirittura un suo supe­ramento?

Diremo subito che per noi non esiste una teoria della monarchia risorgimentale in quanto tale, perché «mutatis mutandis» non esiste in realtà nessuna differenza sostanziale fra il processo unitario italiano e quello che in altre nazioni si verificò con qualche secolo d'anticipo, al­meno per quel che concerne la valutazione filosofica e giuridica dell'av­venimento. È stata la storiografia ufficiale italiana, in tutto ligia allo spirito moderno a darci dell'opera della Monarchia sabauda nel risorgi­mento due «clichés» antitetici e ugualmente inesatti; uno della Mo­narchia come fattore propulsivo della rivoluzione, l'altro persistente nel rappresentare il risorgimento come teatro del conflitto fra monarchia e rivoluzione.

In realtà il processo unitario fu opera della Monarchia perché la unità è uno stato sociale che non avrebbe potuto conseguirsi altri­menti. I conati liberali e gli estremismi rivoluzionari sarebbero restati nell'indeterminatezza dei tentativi non riusciti, se la loro opera non fosse stata assorbita. Nello schema dello stato monarchico, tali tenta­tivi rivoluzionari sfociarono in un risultato tradizionale: la formazione dello stato unitario. Di chi il merito? Della 'Monarchia che di ogni forza seppe servirsi ed ogni istanza utilizzare per il conseguimento del fine, tanto che ben può dirsi che alla costruzione della nazione italiana tutte le forze politiche del tempo, in un modo o nell'altro collaborarono. In altre parole, il processo unitario che è il travaglio che si com­pie nella storia di un popolo, richiede un ente che compia il coordi­namento degli sforzi e delle azioni in cui il processo si scompone e tale ente non poteva essere un governo aristocratico o democratico, la cui attività è quasi esclusivamente impegnata nel problema di sopravvivere; solo la Monarchia poteva bastare a tanto.

Ciò detto, apparirà chiaro che non esiste soluzione di continuità nella politica sabauda e che il risorgimento non rappresenta uno iato perché non si tratta di una Monarchia che diviene liberale, ma della Monarchia che dalle istanze di una corrente di pensiero e di azione, trae il lievito per una realizzazione politica di altissimo livello, a cui non meno dei liberali collaborarono moderati, cattolici e perfino repub­blicani.

La Monarchia non si fece paladina della rivoluzione, ma dell'unità nazionale ed anche la sua azione contro gli altri principi italiani non fu ispirata dal desiderio di contestare le legittimità storica di questi so­vrani, ma solo dalla necessità di rivendicare contro il presupposto anti­giuridico della frazionabilità del nostro paese, il diritto all'unità di una terra che forma un tutto storico, geografico e etnografico.

Nessuno ha mai creduto di osservare nei tentativi di egemonia ten­tati volta per volta da tante signorie italiane un principio rivoluzionario né di ravvisarlo nell'opera di unificazione intrapreso dalle monarchie europee nel XV e XVI secolo per la creazione dei grandi stati nazionali. Se le coincidenze della storia hanno voluto che per l'Italia questo processo si svolgesse contemporaneamente a quello di sviluppo degli isti­tuti rappresentativi ciò non significa che due aspetti fra i quali indub­biamente intercorrono dei nessi possono essere ricondotti ad uno solo o che l'adesione morale dei popoli agli eventi, espressa nei plebisciti, privi di ogni valore, quei trattati internazionali che sanzionarono l'unio­ne delle terre italiane alla Corona di Sardegna. Da Carlo Emanuele I a Vittorio Emanuele II è la politica tradizionale di Casa Savoia che si sviluppa e che nell'ardire di un grande Re, nel genio politico di un insigne ministro e nelle circostanze favorevoli create dalle aspirazioni unitarie, trova le condizioni più opportune per raggiungere le mete estreme: i confini naturali della penisola.

La tradizione non viene né scavalcata, né accantonata perché nel suo ambito avviene la concretizzazione di un ideale politico che pur traendo le premesse da principi antitradizionali, solo nella Corona sa­bauda acquista il valore di una realizzazione compiuta.

Il problema monarchico in Italia, non esula quindi dello schema generale della Monarchia tradizionale, anche se circostanze storiche e
contingenze politiche incidono profondamente sulle istituzioni dando loro oggi una portata ed un significato diverso da quelli che potettero avere in passato; resta l'Istituto nel suo profondo significato e nella sua essenzialità, superatore della conservazione e della rivoluzione, nel­la sintesi unitaria.

I mutamenti dei tempi e delle condizioni politiche che inevitabil­mente si riflettono anche sulla funzione pratica delle istituzioni tradi­zionali, fanno sì che i compiti di una monarchia moderna siano in parte diversi dal passato, così come ad esempio la monarchia di Luigi XV dif­feriva profondamente dal sistema monarchico di Carlo Magno; ma al di sopra degli aspetti contingenti e mutevoli, quello che importa è il contenuto morale dell'istituzione monarchica nella sua continuità sto­rica e nella sua compiutezza.

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