4) LA MONARCHIA UNITARIA.
Nel tracciare per sommi capi, nelle pagine precedenti,
l'evoluzione storica del pensiero monarchico, come è stato elaborato e fissato
dalle varie correnti dottrinarie, abbiamo di proposito accantonato ogni riferimento
alla struttura della Monarchia sabauda, di quella che oggi consideriamo la
nostra Monarchia, e questo non perché essa abbia rappresentato nei secoli una
forma diversa di monarcato, ma per la necessità di lumeggiare i rapporti della
dinastia con la realizzazione rivoluzionaria del Risorgimento.
Non sarebbe ammissibile che parlando della Monarchia, non si
trattassero dei punti che investono un giudizio storico e politico non sodo
sulla Dinastia ma sull'Istituzione, quei punti cioè che racchiudono il
significato della nostra storia nazionale.
Come si inquadra nella teoria monarchica, il nostro
risorgimento? Questi sono i quesiti ai quali è necessario rispondere per
avviare il problema ad una soluzione: Il concetto della regalità plebiscitaria
concretato nel processo unitario è l'antitesi della Monarchia tradizionale?
Rappresenta una negazione della tradizione o addirittura un suo superamento?
Diremo subito che per noi non esiste una teoria della
monarchia risorgimentale in quanto tale, perché «mutatis mutandis» non esiste
in realtà nessuna differenza sostanziale fra il processo unitario italiano e
quello che in altre nazioni si verificò con qualche secolo d'anticipo, almeno
per quel che concerne la valutazione filosofica e giuridica dell'avvenimento. È
stata la storiografia ufficiale italiana, in tutto ligia allo spirito
moderno a darci dell'opera della Monarchia sabauda nel risorgimento due «clichés»
antitetici e ugualmente inesatti; uno della Monarchia come fattore propulsivo
della rivoluzione, l'altro persistente nel rappresentare il risorgimento come
teatro del conflitto fra monarchia e rivoluzione.
In realtà il processo unitario fu opera della Monarchia perché
la unità è uno stato sociale che non avrebbe potuto conseguirsi altrimenti. I
conati liberali e gli estremismi rivoluzionari sarebbero restati
nell'indeterminatezza dei tentativi non riusciti, se la loro opera non fosse
stata assorbita. Nello schema dello stato monarchico, tali tentativi
rivoluzionari sfociarono in un risultato tradizionale: la formazione dello
stato unitario. Di chi il merito? Della 'Monarchia che di ogni forza seppe
servirsi ed ogni istanza utilizzare per il conseguimento del fine, tanto che
ben può dirsi che alla costruzione della nazione italiana tutte le forze politiche
del tempo, in un modo o nell'altro collaborarono. In altre parole, il processo
unitario che è il travaglio che si compie nella storia di un popolo, richiede
un ente che compia il coordinamento degli sforzi e delle azioni in cui il
processo si scompone e tale ente non poteva essere un governo aristocratico o
democratico, la cui attività è quasi esclusivamente impegnata nel problema di
sopravvivere; solo la Monarchia poteva bastare a tanto.
Ciò detto, apparirà chiaro che non esiste soluzione di
continuità nella politica sabauda e che il risorgimento non rappresenta uno
iato perché non si tratta di una Monarchia che diviene liberale, ma della
Monarchia che dalle istanze di una corrente di pensiero e di azione, trae il
lievito per una realizzazione politica di altissimo livello, a cui non meno dei
liberali collaborarono moderati, cattolici e perfino repubblicani.
La Monarchia non si fece paladina della rivoluzione, ma
dell'unità nazionale ed anche la sua azione contro gli altri principi italiani
non fu ispirata dal desiderio di contestare le legittimità storica di questi sovrani,
ma solo dalla necessità di rivendicare contro il presupposto antigiuridico
della frazionabilità del nostro paese, il diritto all'unità di una terra che
forma un tutto storico, geografico e etnografico.
Nessuno ha mai creduto di osservare nei tentativi di egemonia
tentati volta per volta da tante signorie italiane un principio rivoluzionario
né di ravvisarlo nell'opera di unificazione intrapreso dalle monarchie europee
nel XV e XVI secolo per la creazione dei grandi stati nazionali. Se le
coincidenze della storia hanno voluto che per l'Italia questo processo si
svolgesse contemporaneamente a quello di sviluppo degli istituti
rappresentativi ciò non significa che due aspetti fra i quali indubbiamente
intercorrono dei nessi possono essere ricondotti ad uno solo o che l'adesione
morale dei popoli agli eventi, espressa nei plebisciti, privi di ogni valore,
quei trattati internazionali che sanzionarono l'unione delle terre italiane
alla Corona di Sardegna. Da Carlo Emanuele I a Vittorio Emanuele II è la
politica tradizionale di Casa Savoia che si sviluppa e che nell'ardire di un
grande Re, nel genio politico di un insigne ministro e nelle circostanze
favorevoli create dalle aspirazioni unitarie, trova le condizioni più opportune
per raggiungere le mete estreme: i confini naturali della penisola.
La tradizione non viene né scavalcata, né accantonata perché
nel suo ambito avviene la concretizzazione di un ideale politico che pur
traendo le premesse da principi antitradizionali, solo nella Corona sabauda
acquista il valore di una realizzazione compiuta.
Il problema monarchico in Italia, non esula quindi dello
schema generale della Monarchia tradizionale, anche se circostanze storiche e
contingenze politiche incidono profondamente sulle istituzioni dando loro oggi
una portata ed un significato diverso da quelli che potettero avere in passato;
resta l'Istituto nel suo profondo significato e nella sua essenzialità,
superatore della conservazione e della rivoluzione, nella sintesi unitaria.
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