NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 14 maggio 2026

Un grande Re: Vittorio Emanuele III – Parte 2





 Il 9 maggio 1946, 80 anni addietro, dopo 46 anni di regno Vittorio Emanuele III abdicò e partì per l’Egitto.

Ebbe ruolo fondamentale nella storia d’Italia. La guerra di liberazione e il Corpo Volontari della Libertà dicono che la Patria non era morta e gli italiani non era affetti da “sindrome dell’inerme”, di cui ha scritto Ernesto Galli della Loggia. Vittorio Emanuele III va ricordato “sine ira et studio” (seconda parte; la prima venne pubblicata il 3 maggio 2026).

 

Il Re: rimasto solo di fronte al regime

Anche dopo il discorso del 3 gennaio 1925, con il quale Mussolini respinge ogni addebito nell’assassinio di Matteotti e rivendica la “Rivoluzione fascista”, il Re emana le leggi approvate dal Parlamento, comprese quelle che limitano la libertà di stampa e di associazione (costringendo le Massonerie ad auto-sciogliersi), dichiarano decaduti i deputati assenti ai lavori, istituiscono il Tribunale speciale per la difesa dello Stato e ripristinano la pena di morte per attentati contro lo Stato. A chi gli chiede di intervenire nella crisi Vittorio Emanuele III risponde che gli occorre un pronunciamento significativo della Camera.

Nel corso del 1925 Mussolini, capo del governo e ministro degli Esteri, assume la titolarità di Guerra, Marina e Aeronautica. Dal 6 novembre 1926 è ministro per l’Interno. Ha in pugno l’Esecutivo.

La legge elettorale del 17 maggio 1928 approntata dal ministro Alfredo Rocco, attribuisce al Gran Consiglio del Fascismo (solo successivamente regolamentato: un corto circuito approvato dal Parlamento), la predisposizione della lista di 400 candidati alla Camera, da approvare o rifiutare in blocco. Giudicandola un «decisivo distacco dal regime retto dallo Statuto» il 18 marzo l’ottantaseienne Giolitti vota contro. Muore il 17 luglio.

L’11 febbraio 1929 Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri firmano i Patti Lateranensi: il regno d’Italia riconosce lo Stato della Città del Vaticano e viene riconosciuto dalla Santa Sede.

La “Conciliazione” chiude la “questione romana”, aperta dall’annessione di Roma (20 settembre 1870), che aveva “debellato” lo Stato pontificio e spinto Pio IX a scomunicare il Re e tutta la dirigenza politica della Nuova Italia.

Alle elezioni politiche (24 marzo 1929) il governo ottiene straripante consenso. Al giuramento di fedeltà al Re e ai suoi legittimi discendenti si aggiunge quello di fedeltà al regime. Obbligatorio per i pubblici impiegati, è esteso ai professori e ai docenti universitari. L’iscrizione al PNF diviene requisito necessario per il concorso ai pubblici impieghi.

Nel 1932 viene fondato l’Istituto per la Ricostruzione industriale (IRI), presieduto da Alberto Beneduce, già deputato socialista e massone.

Nel 1935 l’Italia dichiara guerra all’Impero di Etiopia, membro della Società delle Nazioni, delibera sanzioni economiche contro l’Italia. Pressoché inefficaci, suscitano un’onda di solidarietà patriottica.

All’ingresso delle truppe italiane in Addis Abeba (9 maggio) Vittorio Emanuele III assume la corona di Imperatore d’Etiopia. Il 15 aprile 1937 Pio XI conferisce la Rosa d’Oro della Cristianità alla Regina Elena, «fulgido esempio di virtù e carità per tutte le donne italiane». Il 30 marzo 1938 il Parlamento conferisce al Re il grado di primo Maresciallo dell’Impero, poco prima assegnato a Mussolini.

Nel marzo 1938 la Germania annette l’Austria,che avalla con plebiscito. L’Italia confina direttamente con il Reich. Visita di Stato di Hitler in Italia (maggio). Nel Partito nazionale fascista (PNF) e nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) riaffiorano fermenti antimonarchici, blanditi da Mussolini.

La conferenza di Monaco di Baviera (settembre) concede a Hitler l’annessione di parte della Cecoslovacchia. Nettamente contrario all’antisemitismo dilagante e dopo aver ripetutamente espresso a Mussolini «infinita pietà per gli ebrei» (20 novembre), il Re emana le leggi antiebraiche perché approvate dai due rami del Parlamento.

La Camera le vota all’unanimità dei 360 presenti (14 dicembre). Al Senato si contano dieci voti contrari su 164 presenti e circa 400 membri (19 dicembre). Le leggi razziali costituiscono un grave “vulnus” allo Statuto ma il Re non dispone di mezzi costituzionali per negare la firma. La sua abdicazione scaricherebbe la responsabilità sull’erede, Umberto, che verrebbe a trovarsi di fronte all’identico bivio.

La legge 19 gennaio 1939, n. 129 sostituisce la Camera dei deputati con quella “dei Fasci e delle Corporazioni”, i cui componenti, denominati “consiglieri”, sono in parte gerarchi del regime e in parte designati dal Consiglio nazionale delle Corporazioni, riformato con la legge 5 gennaio 1939, n. 10 , “aggregati”, in numero indeterminato.

Il 23 marzo 1939, inaugurando la XVII Legislatura, Vittorio Emanuele III auspica che «la pace duri il più a lungo possibile». Il 16 aprile assume la corona di Re d’Albania, pochi giorni prima occupata da truppe italiane.

Dall’intervento in guerra alla svolta dell’estate 1943

Previo il patto di non aggressione con l’Unione sovietica (23 agosto), il 1° settembre la Germania invade la Polonia. Dal 16 l’URSS ne occupa la parte orientale e gli Stati Baltici. Bocciata la proposta di una conferenza di pace avanzata da Mussolini, il 3 settembre Gran Bretagna e Francia dichiarano guerra alla Germania. Il governo Mussolini annuncia la «non belligeranza» dell’Italia.

La Regina Elena, non ignaro il re, scrive alle sei sovrane di Paesi neutrali (Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Bulgaria e Jugoslavia) auspicando un intervento comune per scongiurare il dilagare del conflitto.

Il 10 giugno 1940 il governo dichiara guerra alla Gran Bretagna e alla Francia, ormai al collasso, anche nel timore che i tedeschi, di lì a poco a Parigi, arrivino sul Mediterraneo chiudendo l’Italia in una tenaglia germanica. Nell’errata previsione di imminente armistizio generale, il governo conduce “guerra parallela”. Il 28 ottobre l’Italia aggredisce la Grecia, con esito negativo.

Dalla dissoluzione del regno di Jugoslavia, travolto dai tedeschi (6 aprile 1941), nasce il regno di Croazia (10 aprile), la cui corona è assegnata ad Aimone di Savoia, duca di Spoleto, che il 18 maggio assume il nome di Tomislavo II ma rimane a Firenze, ove istituisce un “ufficio per gli affari croati”. Il 12 ottobre 1943 abdicherà formalmente, rientrando nella linea di successione alla corona d’Italia. Suo fratello maggiore, Amedeo, duca di Aosta, sconfitto dagli inglesi nell’Africa Orientale Italiana, muore prigioniero in Kenia (3 marzo 1942).

Il 22 giugno 1941 inizia l’offensiva tedesca contro l’URSS. L’Italia vi destina un Corpo di spedizione e poi un’Armata. Il 7 dicembre il Giappone bombarda la flotta statunitense a Pearl Harbour (Hawaii) e dichiara guerra agli USA. L’11 dicembre Italia e Germania, alleate del Giappone, dichiarano guerra agli USA.

Nella Conferenza anglo-russa di Mosca (12-15 agosto 1942) Churchill e Stalin prospettano le rispettive aree di influenza dopo la vittoria. Gli inglesi sconfiggono gli italo-germanici ad El-Alamein (23 ottobre-5 novembre). Gli anglo-americani sbarcano in Marocco e Algeria (8 novembre). L’Armata italiana in Russia (ARMIR) è travolta dall’offensiva sovietica.

Dal gennaio 1943, perdute l’Africa Orientale Italiana e la Libia e mentre le armate italiane sono disseminate al di fuori dei confini nazionali, di concerto con il ministro della Real Casa Pietro d’Aquarone il Re decide di revocare Mussolini e rompere l’alleanza con la Germania. Su pressione dell’URSS, la conferenza anglo-americana a Casablanca (14-26 gennaio) delibera che i nemici dovranno arrendersi «senza condizioni».

Il 25 luglio, a cospetto dell’assalto anglo-americano alla Sicilia (10 luglio) e del bombardamento su Roma mentre Mussolini incontra Hitler a Feltre (19 luglio), il Gran consiglio del fascismo a larga maggioranza invita il Re a esercitare i poteri statutari, ma non chiede né le dimissioni di Mussolini né lo smantellamento del regime.

Constatata l’incapacità del “duce” di separare l’Italia dalla Germania, Vittorio Emanuele III revoca Mussolini da capo del governo e lo sostituisce con il maresciallo Pietro Badoglio, che scioglie la Camera, il PNF, la MVSN e avvia la defascistizzazione. In stato di fermo sotto custodia di carabinieri, Mussolini si dichiara disposto a collaborare con il nuovo governo.

Il Re autorizza la trattativa armistiziale con gli anglo-americani, condotta da militari. Con il Memorandum di Quebec (18 agosto), dopo il contatto a Lisbona tra il generale Giuseppe Castellano e il comando delle forze anglo-americane, gli Alleati ventilano modifiche delle condizioni di resa in proporzione all’impegno «del governo» e «del popolo italiano» contro i tedeschi, con «tutto l’aiuto possibile delle forze delle Nazioni Unite».

Il 2 settembre il Comitato centrale (poi Comitato di Liberazione Nazionale, CLN) di sei partiti antifascisti (liberali, democrazia del lavoro, democristiani, partito d’azione, socialisti e comunisti) invita alla «mobilitazione degli spiriti per la salvezza della Patria».

Su assenso di Badoglio, il 3 settembre il generale Castellano sottoscrive presso Cassibile (Siracusa) la resa dell’Italia, annunciata la sera dell’8 settembre dal generale Dwight Eisenhower da Radio Algeri e comunicata da Badoglio dalla radio di Stato. Essa subordina il Paese al Governo militare alleato e vincola a eseguire «altre condizioni di carattere politico economico e finanziario».

Per evitare che Roma, militarmente indifendibile, divenga campo di battaglia, Badoglio si trasferisce in auto a Pescara e, via mare, a Brindisi, con la Famiglia Reale e vertici militari (9-11 settembre). L’Italia è sconfitta, ma lo Stato, non debellato, è riconosciuto dai vincitori. Inizia la ricostruzione.

Prelevato da una missione delle SS tedesche a Campo Imperatore sul Gran Sasso e trasferito in Germania, Mussolini istituisce lo Stato repubblicano d’Italia, poi Repubblica sociale italiana, sotto controllo hitleriano.

Il 29 settembre il maresciallo Badoglio sottoscrive a Malta l’“armistizio lungo”, comprendente le durissime condizioni non comunicate il 3 settembre ma consegnate al generale Giacomo Zanussi inviato a Lisbona da Roma in assenza di notizie da Castellano. Le Nazioni Unite eserciteranno «tutti i diritti di potenza occupante» tramite il Comando militare alleato.

L’Italia arresterà e consegnerà Mussolini, i suoi principali associati e le persone sospette di crimini di guerra. Il 5 ottobre il CLN decide di non collaborare con il governo Badoglio; lo farebbe con un governo politico.

Il 13 ottobre Vittorio Emanuele III, su decisione del governo, dichiara guerra alla Germania.

Il 17 novembre, riunito a casa di monsignor Barbieri, il CLN delibera che «il problema istituzionale dovrà essere sottoposto nella sua interezza, non pregiudicabile da sostituzioni di persona, al sovrano giudizio di tutto il paese», cioè a “plebiscito”.

Il convegno dei CLN (Bari, 28 gennaio 1944) chiede l’abdicazione immediata del re, la rinuncia alla corona del principe ereditario e la sua trasmissione a Vittorio Emanuele principe di Napoli (di sette anni) sotto tutela di un Reggente estraneo a Casa Savoia: richieste propugnate da Benedetto Croce e Carlo Sforza ma contrarie allo Statuto e ignorate da Vittorio Emanuele III.

In marzo URSS e Italia riconoscono i rispettivi governi. Il 12 aprile, su arrogante pressione degli anglo-americani, irritati dall’indipendenza del governo del re, il sovrano annuncia che alla liberazione di Roma trasferirà tutti i poteri al principe ereditario, in veste di suo Luogotenente Generale. Il 22 aprile Vittorio Emanuele III incarica un nuovo governo, presieduto da Badoglio e formato da esponenti del CLN.

I ministri, impegnati alla “tregua” sulla questione istituzionale, giurano «sul proprio onore». Il 5 giugno, impedito di raggiungere Roma, appena liberata, il Re firma a Ravello il conferimento a Umberto di «tutti i poteri, nessuno escluso», ma conserva la corona.

Il 18 giugno si insedia il governo presieduto da Ivanoe Bonomi, esponente del Partito del lavoro.

Il Decreto legge luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151 stabilisce che la forma dello Stato verrà decisa dall’Assemblea costituente, eletta a suffragio universale entro quattro mesi dalla fine della guerra. Dal monarca la sovranità è trasferita al popolo che nel 1848-1870 la aveva ratificata con i plebisciti.

Il decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159 dichiara decaduti dalle cariche i parlamentari imputabili di concorso all’avvento e al mantenimento del regime fascista e all’ingresso dell’Italia in guerra. Giuristi quali Arturo Carlo Jemolo e Massimo Severo Giannini protestano, giacché il decreto viola il principio della irretroattività delle leggi (“nullum crimen sine lege”).

Su quella base, tuttavia, il 7 agosto l’Alta Corte di Giustizia, presieduta dal repubblicano Carlo Sforza, collare della SS. Annunziata e senatore, dichiara decaduti e privati dei diritti politici e civili 307 senatori. Vittorio Emanuele III rivendica l’azione del ministro della Real Casa, Pietro d’Acquarone, culminata con la revoca di Mussolini e la demolizione del regime.

Il 12 dicembre, rassegnate le dimissioni nelle mani del Luogotenente, Bonomi forma un governo comprendente liberali, democristiani, democratici del lavoro e comunisti.

Il Re e la Famiglia vestono il lutto alla conferma della morte della principessa Mafalda (28 agosto 1944), sposata con il principe Filippo d’Assia, deportata dai tedeschi presso il campo di concentramento du Buchenwald in Germania, gravemente ferita sotto bombardamento alleato e operata con esito infausto.

Verso il tramonto

Il 2 maggio 1945 le truppe tedesche presenti in Italia sottoscrivono la resa nella reggia di Caserta. Alle dimissioni di Bonomi, il 21 giugno i sei partiti del CLN formano un governo presieduto da Ferruccio Parri, già comandante delle formazioni partigiane “Giustizia e Libertà”, ispirate dal Partito d’azione.

Dall’inizio di maggio nelle terre liberate i CLN regionali, provinciali e comunali insediano giunte provvisorie e nuovi dirigenti di banche,di  enti a partecipazione pubblica e imprese private già “socializzate” dalla Repubblica sociale italiana o i cui proprietari e amministratori sono interdetti per motivi politici.

Alle dimissioni di Parri, il 10 dicembre si insedia il governo presieduto da Alcide De Gasperi, segretario della Democrazia cristiana, che tiene per sé gli Esteri. Tranne Leone Cattani, i ministri sono tutti repubblicani militanti.

Tra loro spiccano i socialisti Giuseppe Romita (Interno) e Pietro Nenni (Costituente), il comunista Palmiro Togliatti (Giustizia) e il liberale Manlio Brosio (Guerra).

Tra marzo e aprile del 1946 vengono eletti i consigli comunali di migliaia di Comuni. Per la prima volta votano anche le donne.

Il 9 maggio, in prossimità del referendum sulla forma dello Stato e dell’elezione dell’Assemblea Costituente (2-3 giugno), Vittorio Emanuele III abdica a favore di Umberto e, con il titolo di conte di Pollenzo, salpa da Napoli alla volta dell’Egitto con la regina Elena e un piccolo seguito. Accolto da Re Faruk, si stabilisce a “Villa Yela”, in Alessandria.

Il 2 – 3 giugno si svolgono il referendum sulla forma dello Stato e l’elezione dell’Assemblea costituente. Il 10 giugno la Corte Suprema di Cassazione, presieduta da Giuseppe Pagano, comunica i dati provvisori del referendum: su circa 28.000.000 aventi diritto al voto la repubblica ha ottenuto 12.700.000 preferenze; la monarchia 10.700.000. Il presidente Pagano riconvoca la Corte  per il 18 giugno e chiede che vengano rendicontate anche le schede bianche, nulle e contestate.

In una convulsa seduta, con un solo voto contrario (Leone Cattani), alle 0:15 del 13 giugno il governo conferisce le funzioni di Capo dello Stato al presidente del Consiglio De Gasperi, che le assume.

Alle 16, privo di tutela da parte degli Alleati e per evitare scontri sanguinosi a sostegno della monarchia, Umberto II protesta contro il “gesto rivoluzionario” del governo, non ne riconosce gli effetti, scioglie dal giuramento alla monarchia ma non alla Patria quanti l’abbiano pronunciato e parte in aereo da Re alla volta del Portogallo.

Non abdicherà mai. Muore a Ginevra il 18 marzo 1983 ed è sepolto nell’Abbazia di Altacomba, in Savoia, regione d’Europa dalla quale ebbe inizio l’ascesa della dinastia.

Il 28 dicembre 1947 Vittorio Emanuele III si congeda dalla vita nella pienezza dei diritti di “cittadino italiano all’estero” (non “in esilio”) e delle prerogative esercitate.

Al termine dei funerali, celebrati con onori militari voluti da Re Faruk, il feretro del Re è murato nel retro dell’altare della chiesa cattolica di Santa Caterina in Alessandria d’Egitto.

Il 28 novembre 1952 muore a Montpellier la Regina Elena, circondata dall’affetto della città e degli italiani non immemori. Viene sepolta nel cimitero cittadino Saint-Lazare.

 

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