NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 11 maggio 2026

Il Re costava meno di Mario Viana - prefazione II


 


Come quelle accennate, apprendiamo in questo libro un gran numero di altre cose generalmente ignote o poco note; apprendiamo, fra l'altro, che nel 1864-65, al tempo del trasferimento della capitale da Torino a Firenze, date le difficoltà in cui versavano le pubbliche finanze il Re rinunziò a quattro milioni della Lista civile, esempio subito seguito dai ministri i quali stabilirono la ridu­zione di un quinto del loro stipendio.

Sono immaginabili oggi eccellenze e onorevoli che per la stessa ragione compiano un uguale gesto? E sap­piamo tutti a quali eccessi giunga la pressione fiscale e se sarebbe necessario ridurre la spesa pubblica, e lo dice il bilancio in perenne disavanzo di centinaia di miliardi.

Altri tempi, altri politici, altra moralità.

Moralità: è la parola giusta, poiché ogni problema politico è riducibile in ultima istanza a problema morale.

Nel tempo nostro accade in campo civile ciò che accade in campo religioso.

La nostra società continua a chiamarsi cristiana sebbene non abbia quasi più nulla di cristiano. Nei secoli passati il cristianesimo era una realtà del pensiero, del­l'animo, del costume continuamente alimentata da una cultura coerente.

Nel nostro secolo la cultura predominante è anticristiana, e tuttavia un residuo di cristianesimo persiste in noi per atavismo, per certa viscosità delle idee e dei principii, come antico sedimento passato nella subco­scienza. Ma quel residuo non più alimentato dalla cul­tura, anzi in contrasto con essa, è destinato a gradual­mente assottigliarsi sino all'estinzione, e noi ci troviamo su una china in fondo alla quale si trova una condizione umana totalmente scristianizzata, si trova l'hobbesiano bellum omnium contra omnes.

Così in campo civile: i concetti di dovere onestà serietà abnegazione prodezza sacrificio eroismo non hanno più alcuna giustificazione nella cultura corrente. Altro non sarebbero che retorica. Chiunque alzi gli occhi dal truogolo o porga orecchio a una voce che non sia quella della «femmina balba» è un retore.

Sola filosofia valida l'edonismo, sola meta appetibile il «benessere», solo dio superstite il Denaro, il quale non ha altro dio avanti di sè.

Milioni Milioni Milioni !

Sgorgano ovunque a cascatelle o a cateratte funzio­nanti a sifone, e gli uomini corrono affannati qua e là nella brama d'essere investiti dal getto della manna, unico alimento nel Sinai della vita.

La Provvidenza è materializzata in alcune dozzine di quiz e lotterie e in alcune centinaia di case produttrici, la Grazia illuminante è sostituita dalla Fortuna ben­data, la Predestinazione divina ha per succedaneo il palpitante Sorteggio, e non è neppur concepibile che la gente possa interessarsi a qualcosa in cui non siano in palio i Milioni.

Codesta frenesia del gioco datore di ricchezza, pedi­nata in sordina e con lo stesso miraggio dalla delin­quenza rapinatrice (che non è solo quella qualificata per tale dal codice), si verificò altre volte nella storia del costume, presso le società in procinto di dissolversi in colliquame putrido.

E nondimeno per arcano processo ancestrale quegli antichi principii di dovere onestà ecc. sopravvivono in alcuni uomini e donne che li praticano loro malgrado; e sono gli uomini e le donne che sgobbano sodo, amano il lavoro fatto bene, si contentano del proprio stato e non pensano di migliorarlo altrimenti che col lavoro e l'ingegno, si occupano della casa, si sforzano di edu­care i figli. Gli uni e le altre sono il sale della terra, sono quelli che mantengono in piedi la traballante baracca.

Alla prossima generazione codesti anacronismi viventi saranno ridotti a esemplari da museo.

Avanti negli anni e più o meno acciaccati ma ancora vivi, siamo un certo numero di Italiani della generazione carsica. Fra il 1915 e il 1918 noi abbiamo per 40 mesi tenuto duro fra privazioni disagi fatiche pericoli d'ogni giorno e d'ogni ora, anteponendo al nostro soffrire e al nostro morire la trascendenza della Patria, alla quale riconoscevano su noi ogni diritto.

Agli ordini del Re, il nostro animo e il nostro volere s'innalzavano ad animo e volere della Patria.
Sarebbe pensabile, oggi, in questa Italia in berretto frigio, spensierata e godereccia, spogliarellare e bustarellare, canzonettistica e regionalistica, di riunire milioni d'uomini capaci di sostenere uno sforzo simile?

Oggi s'insegna che la Patria - questa unità costante nel tempo e nello spazio da cui procede ogni nostra vita personale - è un'astrazione, una irrealtà verbale, un flatus vocis, unica realtà concreta essendo l'individuo coi suoi interessi di categoria classe partito fazione.

La cialtroneria esisteva anche allora, ma costituiva eccezione in una società fondata su principii sani, che arginavano la cialtroneria.

Oggi i principii sono opposti, e la corruzione penetra capillarmente in tutto e in tutti, sicchè noi stessi talvolta ci domandiamo se quel nostro tener duro fosse virtù o fosse idiozia congenita.

Virtù, parola scomparsa dal nostro vocabolario.

Quella virtù era stata creata dalla Monarchia, la quale nel corso di lunghi secoli aveva educato le gene­razioni al sentimento dell'onore, alla disciplina civile, all'equilibrio fra diritti e doveri. Con la sua sola presenza il Re attestava l'esistenza di una gerarchia funzionale e di un ordine etico. La Monarchia era una sorgente assi­dua di energia spirituale, una sorta di disinfettante atto a neutralizzare la corruttibilità della natura umana.

Quel tanto di intrinsecamente civile che sussiste nel tempo nostro (all'infuori della tecnica, la quale da sola non è creatrice di civiltà) è costituito dalle ultime ren­dite di un patrimonio che la più recente cultura e il conseguente costume hanno dilapidato. Giornali lette­ratura cinema teatro arte, tutte le suggestioni a cui siamo quotidianamente sottoposti cospirano alla dilapidazione, e, scomparse le rendite, sarà palese l'impotenza della
Repubblica, a meno che questa voglia rinnegare le pro­prie origini e giustificazioni, a creare vita morale, a costruire qualcosa in
interiore homine, come diceva S. Agostino.

Tutto ciò era nei voti di chi reclamò il referendum, intendendone in anticipo per scontato l'esito, poiché un'Italia disossata e disintegrata sarebbe stata più facil­mente fagocitabile, sul terreno ideologico e su quello pratico, dagli stranieri portatori di verbi vecchi o nuovi.

Per liquidare l'Italia creata e tenuta unita dalla Monarchia, bisognava per prima cosa liquidare la Monarchia.

Circa il modo della liquidazione rimandiamo il lettore che volesse ragguagliarsi al Libro Azzurro sul refe­rendum del 2 giugno 1946 di Niccolò Rodolico e di Vit­torio Prunas Tola, pubblicato dalle Edizioni Superga nel 1953; all'articolo del nostro Viana sullo stesso tema, uscito in Candido, ultimo numero del 1959: e alla serie di interviste concesse a Cascais dal Re a Luigi Cavicchioli e da questi pubblicate sotto il titolo «Il mio esilio» nel settimanale Oggi a cominciare dal primo numero del 1960.

Nelle votazioni del 2 giugno chi scrive era presidente di un seggio a Torino, e inoltrò ricorso per le irregolarità riscontrate dopo che ebbe espletato il proprio lavoro, ma il suo come migliaia d'altri ricorsi rimase lettera morta (unica conseguenza, del tutto personale e irrile­vante, fu la sua cancellazione dalla lista dei designabili a presiedere un seggio elettorale).

Ogni possibilità di controllo venne eliminata dalla distruzione delle schede in loco e tamburo battente.

Nell'imminenza del referendum i capi degli eserciti inglesi e americani che occupavano il nostro territorio furono prevenuti che la Repubblica non avrebbe oppo­sto resistenze al trattato di pace, qualunque esso fosse, cosa non altrettanto sicura se avesse vinto la Monar­chia; ma coloro non avevano bisogno di venire illumi­nati su quello che era il loro vantaggio e il danno del­l'Italia.

E il 2 giugno nacque la Repubblica.


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