Come
quelle accennate, apprendiamo in questo libro un gran numero di altre cose
generalmente ignote o poco note; apprendiamo, fra l'altro, che nel 1864-65, al
tempo del trasferimento della capitale da Torino a Firenze, date le difficoltà
in cui versavano le pubbliche finanze il Re rinunziò a quattro milioni della
Lista civile, esempio subito seguito dai ministri i quali stabilirono la riduzione
di un quinto del loro stipendio.
Sono
immaginabili oggi eccellenze e onorevoli che per la stessa ragione compiano un
uguale gesto? E sappiamo tutti a quali eccessi giunga la pressione fiscale e
se sarebbe necessario ridurre la spesa pubblica, e lo dice il bilancio in
perenne disavanzo di centinaia di miliardi.
Altri
tempi, altri politici, altra moralità.
Moralità:
è la parola giusta, poiché ogni problema politico è riducibile in ultima
istanza a problema morale.
Nel tempo nostro accade in campo civile ciò che accade in campo religioso.
La
nostra società continua a chiamarsi cristiana sebbene non abbia quasi più nulla
di cristiano. Nei secoli passati il cristianesimo era una realtà del pensiero,
dell'animo, del costume continuamente alimentata da una cultura coerente.
Nel
nostro secolo la cultura predominante è anticristiana, e tuttavia un residuo di
cristianesimo persiste in noi per atavismo, per certa viscosità delle idee e
dei principii, come antico sedimento passato nella subcoscienza. Ma quel
residuo non più alimentato dalla cultura, anzi in contrasto con essa, è
destinato a gradualmente assottigliarsi sino all'estinzione, e noi ci troviamo
su una china in fondo alla quale si trova una condizione umana totalmente
scristianizzata, si trova l'hobbesiano bellum
omnium contra omnes.
Così
in campo civile: i concetti di dovere onestà serietà abnegazione prodezza
sacrificio eroismo non hanno più alcuna giustificazione nella cultura corrente.
Altro non sarebbero che retorica. Chiunque alzi gli occhi dal truogolo o porga
orecchio a una voce che non sia quella della «femmina balba» è un retore.
Sola
filosofia valida l'edonismo, sola meta appetibile il «benessere», solo dio
superstite il Denaro, il quale non ha altro dio avanti di sè.
Milioni
Milioni Milioni !
Sgorgano
ovunque a cascatelle o a cateratte funzionanti a sifone, e gli uomini corrono
affannati qua e là nella brama d'essere investiti dal getto della manna, unico
alimento nel Sinai della vita.
La
Provvidenza è materializzata in alcune dozzine di quiz e lotterie e in alcune
centinaia di case produttrici, la Grazia illuminante è sostituita dalla Fortuna
bendata, la Predestinazione divina ha per succedaneo il palpitante Sorteggio,
e non è neppur concepibile che la gente possa interessarsi a qualcosa in cui
non siano in palio i Milioni.
Codesta
frenesia del gioco datore di ricchezza, pedinata in sordina e con lo stesso
miraggio dalla delinquenza rapinatrice (che non è solo quella qualificata per
tale dal codice), si verificò altre volte nella storia del costume, presso le
società in procinto di dissolversi in colliquame putrido.
E
nondimeno per arcano processo ancestrale quegli antichi principii di dovere
onestà ecc. sopravvivono in alcuni uomini e donne che li praticano loro
malgrado; e sono gli uomini e le donne che sgobbano sodo, amano il lavoro fatto
bene, si contentano del proprio stato e non pensano di
migliorarlo altrimenti che col lavoro e l'ingegno, si occupano della casa, si
sforzano di educare i figli. Gli uni e le altre sono il sale della terra, sono
quelli che mantengono in piedi la traballante baracca.
Alla
prossima generazione codesti anacronismi viventi saranno ridotti a esemplari da
museo.
Avanti
negli anni e più o meno acciaccati ma ancora vivi, siamo un certo numero di
Italiani della generazione carsica. Fra il 1915 e il 1918 noi abbiamo per 40
mesi tenuto duro fra privazioni disagi fatiche pericoli d'ogni giorno e d'ogni
ora, anteponendo al nostro soffrire e al nostro morire la trascendenza della
Patria, alla quale riconoscevano su noi ogni diritto.
Agli
ordini del Re, il nostro animo e il nostro volere s'innalzavano ad animo e
volere della Patria.
Sarebbe pensabile, oggi, in questa Italia in berretto frigio, spensierata e
godereccia, spogliarellare e bustarellare, canzonettistica e regionalistica, di
riunire milioni d'uomini capaci di sostenere uno sforzo simile?
Oggi
s'insegna che la Patria - questa unità costante nel tempo e nello spazio da cui
procede ogni nostra vita personale - è un'astrazione, una irrealtà verbale, un flatus
vocis, unica realtà concreta essendo l'individuo coi suoi interessi di
categoria classe partito fazione.
La
cialtroneria esisteva anche allora, ma costituiva eccezione in una società
fondata su principii sani, che arginavano la cialtroneria.
Oggi i
principii sono opposti, e la corruzione penetra capillarmente in tutto e in
tutti, sicchè noi stessi talvolta ci domandiamo se quel nostro tener duro fosse
virtù o fosse idiozia congenita.
Virtù,
parola scomparsa dal nostro vocabolario.
Quella
virtù era stata creata dalla Monarchia, la quale nel corso di lunghi secoli
aveva educato le generazioni al sentimento dell'onore, alla disciplina civile,
all'equilibrio fra diritti e doveri. Con la sua sola presenza il Re attestava
l'esistenza di una gerarchia funzionale e di un ordine etico. La Monarchia era
una sorgente assidua di energia spirituale, una sorta di disinfettante atto a
neutralizzare la corruttibilità della natura umana.
Quel
tanto di intrinsecamente civile che sussiste nel tempo nostro (all'infuori
della tecnica, la quale da sola non è creatrice di civiltà) è costituito dalle
ultime rendite di un patrimonio che la più recente cultura e il conseguente
costume hanno dilapidato. Giornali letteratura cinema teatro arte, tutte le
suggestioni a cui siamo quotidianamente sottoposti cospirano alla
dilapidazione, e, scomparse le rendite, sarà palese l'impotenza della
Repubblica, a meno che questa voglia rinnegare le proprie origini e
giustificazioni, a creare vita morale, a costruire qualcosa in interiore
homine, come diceva S. Agostino.
Tutto
ciò era nei voti di chi reclamò il referendum, intendendone in anticipo per
scontato l'esito, poiché un'Italia disossata e disintegrata sarebbe stata più
facilmente fagocitabile, sul terreno ideologico e su quello pratico, dagli
stranieri portatori di verbi vecchi o nuovi.
Per
liquidare l'Italia creata e tenuta unita dalla Monarchia, bisognava per prima
cosa liquidare la Monarchia.
Circa
il modo della liquidazione rimandiamo il lettore che volesse ragguagliarsi al Libro
Azzurro sul referendum del 2 giugno 1946 di Niccolò Rodolico e di Vittorio
Prunas Tola, pubblicato dalle Edizioni Superga nel 1953; all'articolo del
nostro Viana sullo stesso tema, uscito in Candido, ultimo numero del
1959: e alla serie di interviste concesse a Cascais dal Re a Luigi Cavicchioli
e da questi pubblicate sotto il titolo «Il mio esilio» nel settimanale Oggi
a cominciare dal primo numero del 1960.
Nelle
votazioni del 2 giugno chi scrive era presidente di un seggio a Torino, e
inoltrò ricorso per le irregolarità riscontrate dopo che ebbe espletato il
proprio lavoro, ma il suo come migliaia d'altri ricorsi rimase lettera morta
(unica conseguenza, del tutto personale e irrilevante, fu la sua cancellazione
dalla lista dei designabili a presiedere un seggio elettorale).
Ogni
possibilità di controllo venne eliminata dalla distruzione delle schede in loco
e tamburo battente.
Nell'imminenza
del referendum i capi degli eserciti inglesi e americani che occupavano il
nostro territorio furono prevenuti che la Repubblica non avrebbe opposto
resistenze al trattato di pace, qualunque esso fosse, cosa non altrettanto
sicura se avesse vinto la Monarchia; ma coloro non avevano bisogno di venire
illuminati su quello che era il loro vantaggio e il danno dell'Italia.
E il 2
giugno nacque la Repubblica.

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