NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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domenica 29 marzo 2026

La Monarchia e il Fascismo, di Mario Viana

Riproponiamo nella sua interezza ed organicità un testo fondamentale per capire la complessità delle situazioni in cui si trovò ad agire il nostro Re Vittorio, della cui lettura c'è estremo bisogno per poter difendere il buon nome del Re e della Monarchia.
Abbiamo riportato capitoli e paragrafi così come avevamo fatto con l'Ingegnere Presidente Giglio qualche anno fa.
Ne raccomandiamo la lettura a tutti. 

 

Sommario

Capitolo 1

 

Capitolo 2

 

Capitolo 3

 

Capitolo 4 

 

Capitolo 5

 

Capitolo 6

 

Capitolo 7 

 

Capitolo 8


Capitolo 9

 

 Capitolo 10


Capitolo 11

 

Capitolo 12


Capitolo 13
 


 

giovedì 7 gennaio 2016

La Monarchia e il Fascismo - XIII capitolo - VI

Con un po' di dispiacere pubblichiamo l'ultimo capitolo di quest'opera di cui alcune parti meriterebbero di essere mandate a memoria.
Seguiranno alcune pagine di appendice molto interessanti relative alle votazioni parlamentari che costituirono la chiave di volta per la resa della democrazia parlamentare al Fascismo.
Crediamo di aver fatto cosa buona.



Riconoscimento giuridico delle Camere del lavoro, libertà di sciopero e 8 ore di lavoro, che portarono al miglioramento dei salari. Redenzione delle lavoratrici delle risaie, assicurazioni sociali, divieto del lavoro notturno delle donne e dei fanciulli, spezzettamento del latifondo, conversione della rendita, statizzazione delle ferrovie, ammissione delle cooperative ai pubblici appalti, istruzione obbligatoria e lotta contro l'analfabetismo, legge del perdono, ampia libertà religiosa, riposo festivo, suffragio universale, primo maggio consacrato ufficialmente festa del lavoro e finalmente i ripetuti inviti alla classe operaia ad assumere la responsabilità del potere.

Sotto il suo Regno si rinsaldava l'Intesa cordiale con Inghilterra e, Francia, ottenendo via libera per la conquista della Libia. Intanto la nostra Marina mercantile dal 7° passava al 3° posto e con l'apoteosi di Vittorio Veneto l'Italia assurgeva al rango di Grande Potenza. Mentre le conquiste ottenute in regime di libertà costituzionale miravano a raggiungere con l'elevazione morale e materiale del popolo la pacificazione sociale, l'Italia auspice la Monarchia dei Savoia si poneva fra le nazioni d'Europa alla testa delle riforme e la sua economia, con una finanza granitica, si migliorava al punto che la nostra lira carta faceva premio sull'oro.

Vittorio Emanuele è caduto sotto il peso di colpe non sue, è caduto vittima degli errori di questa nostra disgraziata umanità miserabile e miseranda. E' stato ingiustamente e crudelmente gettato nel Tevere da quel suo popolo ch'Egli aveva energicamente difeso ed umilmente ascoltato, seguito e servito, soltanto perché volle a qualunque costo, in ogni occasione, evitare lo scatenarsi della guerra civile. Egli appare colpito dalla tragica grandiosità di un dolore cupo ed inconsolabile, come un eroe sconfitto, sperduto in una immensa solitudine, avvolto in una angosciosa tragedia. Ma la storia non può mentire. Già si delinea la riabilitazione del Vecchio Sovrano: Egli a poco a poco si risveglia. La storia dovrà assolvere la Monarchia innalzata dalla tradizione millenaria, consacrata dagli eroismi del Risorgimento e dai plebisciti popolari, mentre condannerà tutto ciò che è nato dalla frode, nel terrore delle repressioni, delle intimidazioni, delle imboscate, dei colpi alla nuca, delle fucilate proditorie dietro le siepi. La guerra è stato un errore? Non per questo si sputa sui soldati che l'hanno combattuta. I popoli forti, i popoli generosi devono saper confortare anche gli sconfitti.

Noi ammettiamo che la forma repubblicana si addica a molte nazioni, ma neghiamo che essa sia benefica all'Italia, a questo nostro meraviglioso e sfortunato Paese, che dopo avere conosciuto la grandezza e lasciato orme millenarie in tante parti del mondo, visse secoli di annientamento senza espressione unitaria consumando le molteplici energie in nuclei regionali mai affratellati fra loro, il più delle volte ostili, spesso dilaniati da guerre fratricide, sempre influenzata dal dominio della Chiesa.

Noi siamo monarchici e siamo dinastici, poiché ci sentiamo attaccati ai Savoia, che ebbero origine nel piccolo Piemonte e contarono fra loro Santi, guerrieri e audaci riformatori antagonisti delle baronie feudali. Richiamare la Monarchia Sabauda vuol dire rendere giustizia a un secolo e più di patimenti, sofferti per aspirazioni insoddisfatte. Vuol dire ridare agli italiani il senso e la responsabilità dell’Unità nazionale, vuol dire rievocare la Gloria del passato, quella Gloria che è l'idealismo, che è il pane spirituale degli umili. La Gloria degli Amidei, dei Filiberti, degli Emanueli e degli Eugeni. Vuol dire tutta la storia risorgimentale.

Si è osato chiamare l'azione dei Comitati di L. un secondo Risorgimento! Ma il Risorgimento fu la espressione più schietta, più generosa e spontanea della solidarietà nazionale, mentre l'essenza dei Comitati si ispirò all'odio ed al rancore politico scatenato in una guerra civile. La Repubblica quindi, nata in una atmosfera di bolscevismo materialista, è l'antiRisorgimento.

Questo maturò il trionfo dell'idea nazionale e la liberazione dallo straniero donde emanarono i bagliori dell'Unità della Patria: è il fermento donde scaturirono i sublimi sacrifici dei martiri del 21, di Tito Speri e di quelli appesi alle forche di Belfiore; la vita esemplare di Emilio Dandolo e di Daniele Manin, di Manara, di Mameli, di Nino Bixio; l'epopea degli studenti di Curtatone e Montanara; lo spirito combattivo delle truppe di Solferino e San Martino, di Novara e di Porta Pia; il fuoco e il furore dei Mille, dei volontari di Mentana e di Bezzeca, di Pisacane e dei fratelli Bandiera. Veri eroi perchè tutto donarono e nulla chiesero.

Sacrificando la Monarchia si è offuscato quel simbolo luminoso disceso dalla Poesia e maturato nei secoli per cui il pensiero di Mazzini e la spada di Garibaldi si erano ricomposti nella realtà del popolo risorto e nella Gloria, della quale il destino l'aveva precinta.

Solo nella Monarchia è il Risorgimento.

martedì 29 dicembre 2015

La Monarchia e il Fascismo - XIII capitolo - V

La repubblica è stato uno squarcio all'edificio della Chiesa e del sentimento nazionale. I democratici per snobismo, per spirito demagogico o per tornaconto personale, ammetteranno ora che il nuovo ordinamento instaurato con spirito fazioso e con mezzi fraudolenti ha fatto fare alla democrazia molti passi indietro. Essi vorranno ammettere che liberalismo e democrazia sono stati superati dal settarismo dei partiti sottratti oramai alla sorveglianza di un Istituto superiore che li tratteneva nelle loro ambizioni sfrenate.

Caduta la Monarchia, è venuto meno quel provvidenziale solco divisorio fra la Chiesa e lo Stato, «le due parallele, che non devono incontrarsi mai». Lo splendore spirituale e l'influenza internazionale del cattolicesimo coincidono con la sua separazione dalla responsabilità del potere temporale, trasferita alla Monarchia, cattolica ma laica. Dalla investitura fatta alla Democrazia Cristiana, per arrivare al Papa Re il passo è breve, e sarebbe pericolo grave per la Chiesa, pericolo divinato nella rampogna dantesca: «Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre». Occupata e preoccupata dalle cure politiche, amministrative e sociali, la Chiesa viene distratta dalla sua funzione educatrice ed ispiratrice di perfezione umana necessaria per aspirare al Regno dei Cieli. Le lotte sociali, le aspirazioni della vita terrena sono in contrasto con la carità cristiana e con la vita ultramondana.

Presa fra due forze demolitrici la Monarchia ha dovuto soccombere ma esse, la Chiesa ed i partiti, non vollero comprendere che abbattendola hanno eliminato la più grande forza equilibratrice delle fazioni, delle competizioni di parte. Alla Monarchia, superiore ai partiti, protettrice delle minoranze e dei deboli, hanno sostituito la fazione. Essi hanno salvato, cioè credono di avere salvato se stessi indicando al popolo credulo e volubile il responsabile delle loro colpe: Vittorio Emanuele III. Ma la storia non si distrugge con le falsificazioni. Quale bersaglio Sceglieranno domani i campioni della nuova Repubblica per scaricarsi delle colpe, degli errori che stanno già commettendo in grande stile? Come si difenderanno quando sarà arrivata Fora della resa dei conti? Dove troveranno un altro capro espiatorio? Stia attento il popolo italiano. Non rimarrà ai nuovi apostoli, che seguire le orme della Russia, dove gli insuccessi sono addossati alla massa lavoratrice che, sotto le spoglie di sabotatori viene colpita e massacrata senza pietà.

Noi non neghiamo ai giornali, agli uomini politici, agli intellettuali, la libertà di essere repubblicani e antifascisti ora; contestiamo a costoro nel modo più assoluto il diritto di scagliarsi contro la Monarchia dopo avere preparato quel clima di cui l'Italia e la stessa Monarchia sono state vittime. Grande responsabilità hanno giornali, giornalisti e scrittori nella formazione dell'opinione pubblica, e se il fascismo ebbe un consenso in Italia, la grande stampa fiancheggiatrice (quella che adesso si chiama indipendente) è una delle principali responsabili della critica situazione attuale. Chi ha provocato con le sue intemperanze del 1919, 1920 e 1921 la reazione fascista; chi ha preso parte ai cortei del ventennio; chi ha votato le leggi fasciste, dal Gran Consiglio alla Riforma elettorale; chi ha accettato supinamente la dittatura con o senza tessera, con o senza distintivo; chi ha trafficato col regime; chi lo ha esaltato con scritti o con discorsi; nessuno cioè la quasi totalità degli italiani ha il diritto di accusare il Re, come non ha il diritto di accusare Mussolini. Costoro sono i veri responsabili della catastrofe. Perchè non sarà mai rammentato abbastanza che quanto si imputa ora al Sovrano come tanti errori, sono proprio quegli atti che più clamorosamente furono approvati dalle folle oceaniche. Tutto ciò che il popolo approva, tutto quanto il popolo applaude, questo non è più un errore. La volontà popolare, dice la dottrina democratica, è sacra. Ed il Re non ha fatto altro che sanzionare la volontà del popolo conclamante ed osannante. Eppure si incontrano persino vecchi squadristi, reduci dalla marcia su Roma, che accusano il Re di avere permesso a Mussolini di assumere il potere!!!

In un colloquio con lo scrittore Nino Bolla nel gennaio 1944 a Brindisi, Vittorio Emanuele dice testualmente: «Se la maggioranza non seguisse troppo gli impulsi estemporanei, che portano facilmente, sia al delitto passionale che politico, potrei rispondere, convinto di essere compreso da tutti gli italiani, che io ho ubbidito, sia nel 1922 che nel 1943, unicamente e sempre alla volontà del Paese. Con ciò non intendo dare alcuna responsabilità al popolo, perchè i popoli, dovendo subire gli eventi, non sotto mai responsabili degli eventi stessi. Responsabili sono i capi, e non perchè tali ma per come si sono comportati appunto nelle decisioni estreme. Se i capi antifascisti nel 1922, incapaci di opporsi a Mussolini abbandonarono la lotta, la responsabilità spetta a loro e non al popolo che assistette alla competizione politica, né alla Monarchia che non parteggiò, come non doveva parteggiare, per nessuno dei contendenti. La Costituzione rappresenta la suprema espressione della volontà del popolo. Ed io mi sono attenuto sempre, inflessibilmente, sempre dico, alla Costituzione: anche il giorno in cui non accettai più Mussolini come Capo del Governo».

Generoso come sempre il Re assolve il popolo addossando ogni responsabilità ai capi. Noi intendiamo però rilevare che le masse seguendo ciecamente questi capi, in queste come in altre occasioni, si sono fatte partecipi degli avvenimenti e quindi delle responsabilità che ne derivarono. Vittorio Emanuele così riprendeva il colloquio : « Nel 1940, alla dichiarazione di guerra, né Senato, né Camera, né Gran Consiglio, sollevarono la benché minima eccezione affinché l'opera del Governo fosse discussa». Del resto è oramai acquisito alla storia il fatto che, sia per quanto riguarda il « patto d'acciaio » che per la brusca entrata in guerra, Mussolini fece trovare il Re di fronte al fatto compiuto, mettendolo - è il Re stesso che lo afferma - nella «impossibilità di agire con qualche probabilità di riuscita e senza un urto irreparabile e di incalcolabili conseguenze per la vita interna del Paese...».

Il popolo italiano - bisogna avere il coraggio di rammentarglielo ha voluto il fascismo, ha voluto Mussolini. Il popolo italiano ha voluto la guerra, sia pure perché illuso, dalla sconfitta francese e dalla insufficienza inglese. Cambiò atteggiamento quando le cose andarono male. Sono gli stessi attuali accusatori del Re che quando erano fascisti scrivevano che la guerra era «voluta dal popolo». Sono questi stessi accusatori del Re - i repubblicani storici in testa che nel 1915 minacciavano la rivoluzione se la Monarchia non dichiarava la guerra all'Austria, guerra «voluta dal popolo» ma che essi reclamavano soprattutto nell'interesse della Francia della quale erano in Italia la pedina di manovra negli intrighi anti-italiani dell'ambasciatore Camillo Barrère, ex comunista della Comune di Parigi diventato reazionario e clericale. Non il Re dunque deve essere chiamato responsabile dal momento che ha sempre seguita la volontà popolare, sia attraverso le manifestazioni di piazza che quelle del Parlamento. Egli fu per questo un Re scrupolosamente ligio alle regole, alle esigenze della vera democrazia, dato che sia concepibile governare i popoli con questa idilliaca, astratta concezione. Diceva Jean Jacques Rousseaux che ne fu il padre spirituale, che la democrazia «è governo degli Dei; un governo così perfetto non si addice agli uomini».

L'unico che tendeva alla ricerca di questa perfezione attraverso l'equilibrio dei suoi atteggiamenti, fu Vittorio Emanuele III. Egli è stato soprattutto un saggio. Uomo di talento, fu indubbiamente un Re di vera grandezza, superiore di gran lunga ai Suoi avversari. A Sforza che si era manifestato il suo più acerrimo nemico, offre di assumere la direzione del Governo. Lasciando il potere al figlio Umberto, prima di partire per l'esilio, così lo ammoniva: «Se per il bene dell'Italia lo ritieni utile, serviti pure dei miei nemici». Quando mai i suoi denigratori, sarebbero capaci di tanta cristiana elevatezza d'animo? Egli è caduto senza serbare rancore per nessuno. sempre sereno, sempre superiore alle beghe dei piccoli politicanti.


Salito sul trono dopo l'assassinio del Padre, impedì che le forze della reazione prevalessero, richiamando invece, con un nobile messaggio, gli italiani alla realtà ed alla moderazione e rendendosi conto delle esigenze che richiede uno Stato moderno, incoraggiò il suo governo a realizzare quelle riforme sociali che i tempi imponevano e le masse richiedevano. Così le conquiste operaie agli albori del secolo XX sotto il suo Regno sono quanto di più ardito si potesse immaginare e superano quelle contemplate dallo stesso Carlo Marx nel Manifesto dei comunisti.

sabato 19 dicembre 2015

La Monarchia e il Fascismo - XIII capitolo - IV

Vittorio Emanuele III Re costituzionale capro espiatorio degli errori e delle colpe dei suoi accusatori

La tragedia dell'Italia non è quella di essere stata sconfitta. Non c'è nazione che non registri nella sua storia sconfitte anche più clamorose. La caduta di Napoleone non ha eguali, pur tuttavia la Francia è orgogliosa sia delle sue vittorie che delle sue sconfitte. I romani andavano incontro ai superstiti, a confortare i generali sconfitti. La tragedia dell'Italia è quella di essere stata umiliata. Umiliata dagli stranieri per intercessione ed ispirazione dei Comitati di Liberazione che miravano soltanto a colpire la Monarchia. L'antifascismo non cessò dall'applaudire ad ogni mortificazione del nostro sentimento nazionale. E così esultarono quando due ufficiali inglesi scamiciati in atteggiamento provocatorio fecero sloggiare i Sovrani da una villa di Ravello per prenderne possesso, ma l’oltraggio non fu diretto soltanto alle loro persone: era diretto all'Italia intera, umiliata e derisa dallo straniero. Da quello straniero dimentico che nel dicembre 1924, quando gli attacchi dell'Aventino al fascismo erano al punto culminante, inviava a Roma il Presidente Chamberlain a rendere omaggio a Mussolini: «Egli è un uomo meraviglioso e un lavoratore formidabile. Non posso addentrarmi nella politica interna di paesi stranieri, ma devo dire che il signor Mussolini lavora per la grandezza della sua Patria e regge sulle spalle un peso enorme», mentre la sua augusta consorte girava per le città italiane ostentando il distintivo fascista, orgogliosa che questo le fosse stato appuntato al petto dallo stesso Duce. E così Lord Rothermere, dopo una visita a Mussolini scriveva: «Egli è la più grande figura della nostra epoca. Mussolini dominerà, probabilmente la storia del secolo ventesimo come Napoleone dominò quella del primo Ottocento».

Dopo l'attentato di Zaniboni, l'organo conservatore Daily Mail scriveva: «Mussolini ha salvato l'Italia e forse anche l'Europa dal pericolo dell'anarchia e la sua vita è di un valore altissimo per la civiltà».

Lo stesso Churchill ora nemico dell'Italia, nel 1927 ministro delle finanze del Gabinetto Baldwin, così parlava a Roma ai rappresentanti della stampa italiana ed estera: «Non posso fare a meno di sentirmi affascinato, come lo furono altri, dal contegno semplice, cortese, distinto e equilibrato del signor Mussolini, non ostante tante responsabilità e pericoli. In secondo luogo, qualsiasi può vedere che Egli pensò solamente al benessere duraturo del popolo italiano e che lo interpretò veramente. Se io fossi italiano sono sicuro che sarei stato con voi con tutto il mio cuore, dal principio alla fine della vostra lotta trionfale contro gli appetiti bestiali e le passioni del leninismo». E dava mano libera alla Commissione ministeriale inglese che nel giugno 1935 concludeva uno studio affermando - quasi volesse porgere a Mussolini un invito all'azione - che una conquista dell'Etiopia da parte, dell'Italia non avrebbe offeso vitali interessi britannici.

Il sentimento italiano non seppe reagire. Come non reagì quando due generali e fra questi il famigerato Mac Farlane intendevano democraticamente costringere il Re, con fare altezzoso, a firmare d'urgenza il decreto di Luogotenenza; ma aveva ben reagito Vittorio Emanuele mettendo i due inglesi alla porta: «Loro mi hanno già seccato abbastanza». Ai sovrani d'Italia non vennero inflitte che continue umiliazioni. Anche il governo di Londra doveva crearsi una verginità per l'appoggio dato durante quasi vent'anni a Mussolini. Allora interessava all'Inghilterra un'Italia unita e forte per opporla nel Mediterraneo all'invadenza francese, ora serve un'Italia umiliata, divisa e debole per derubarla di Trieste e delle Colonie, ed i Comitati dell'antifascismo si sono schierati contro l'Italia ponendosi al servizio dello straniero. Non per nulla hanno preteso ogni sorta di garanzie, prima fra tutte l'art. 16 del Trattato di pace che protegge rinnegati e traditori dal rigore di una infamante condanna per alto tradimento.

L'atteggiamento sia degli Alleati che dei Comitati antifascisti è stato determinato: per i primi dal sentimento di rapina ai nostri danni e dai secondi dalla necessità di sfuggire alle proprie responsabilità. Bisognava trovare un colpevole, un capro espiatorio sul quale rovesciare colpe ed errori da essi commessi. Una volta, fino ai primi lustri del secolo, le democrazie facevano bersaglio di ogni loro più volgare contumelia il Vaticano. La minima contrarietà alle loro aspirazioni era attribuita all'influsso della Chiesa. Il Vaticano, la Chiesa, il prete, erano la colpa di tutti i mali che affliggevano l'Italia. Erano le forze occulte che tremavano ai danni del popolo al quale si propinavano i racconti terrificanti dell'Inquisizione di Spagna. Il Vaticano era la piovra adescatrice, il simbolo del male, dell'oscurantismo, dell'immoralità, della perfidia, del malcostume, dell'affarismo, dei peggiori vizi, ed il prete era, senza discriminazione alcuna, descritto come un corruttore dell'infanzia e della gioventù. Chi non ricorda le sensazionali, oscene caricature di Ratalanga sull'Asino e quelle di Scalarini sull'Avanti! e le ributtanti volgarità dei periodici repubblicani in Romagna quando si impediva ai preti di votare? Ed il processo contro don Riva a Torino nel 1908 tentativo per seppellire nel disonore non soltanto un prete ma tutta la classe sacerdotale? Sono ancora vivi i ricordi delle imponenti dimostrazioni anticlericali organizzate dal Partito Repubblicano contro il Vaticano nelle giornate commemorative di Giordano Bruno e la caccia ai preti per le vie cittadine. Per le democrazie estremiste il Vaticano era l'alibi delle loro incapacità: bisognava abbattere la Chiesa, ostacolo alla elargizione della felicità terrena.


Poi venne la guerra 1915-18, venne la Vittoria. E poiché questa avvolgeva della sua gloria luminosa la Monarchia, questa fu il nuovo bersaglio che l'estremismo si accinse a colpire per giustificare la sua inettitudine creativa. I partiti compromessi nella nascita e nello sviluppo del fascismo, volgendo questo alla disfatta indicavano nella Monarchia e per essa la persona di Vittorio Emanuele III il capro espiatorio dei loro errori e delle loro colpe. In questa nuova impresa si trovò associata la Chiesa attraverso la Democrazia Cristiana la quale dava man forte all'estremismo rosso cercando soprattutto di superarlo. L'organo ufficiale del Vaticano, l'Osservatore romano, che per mezzo secolo aveva denigrato e sovente anche in senso spregiativo e con tono autoritario il liberalismo monarchico, accusandolo di avere lasciato passare indisturbata quella merce incendiaria che è il socialismo, improvvisamente dopo avere elevato agli altari il fascismo si affiancava al comunismo nell'intento di minare lo Stato, vedendo in entrambi questi movimenti una mortificazione dell'autorità del Principato Civile. Invece di seguire la storia la Chiesa, al fine di riprendere una posizione direttiva volle fare della storia, che è compito esclusivo delle istituzioni politiche. Questo nuovo atteggiamento portò Benedetto XV alla costituzione del Partito Popolare che assunse subito un carattere pagano anticristiano e Pio XI dopo avere glorificato il fascismo dovette subire malgrado il Concordato, le mortificazioni della dittatura mentre Pio XII non poté impedire la solidarietà della Democrazia Cristiana col comunismo, consacrata, cementata nello scatenamento dei massacri che sboccarono nell'avvento della Repubblica. Al governo l'investitura vaticana si è trovata confusa con l'ateismo massonico di La Malfa e di Pacciardi. Alleato questi dei «senza Dio» in Spagna dove la brigata internazionale cui apparteneva fece scempio di preti e monache, di altari ed ostie consacrate.

mercoledì 25 novembre 2015

La Monarchia e il Fascismo - XIII capitolo - III

Il Re
Nel discorso del 3 gennaio Mussolini sfida gli oppositori a denunciarlo all'Alta Corte di Giustizia in base all'art. 36 dello Statuto, ma nessuno si fa avanti.

Alla fine del 1926 (9 novembre) approfittando dell'attentato del giovane Zamboni a Bologna che ha ridato a Mussolini una enorme, decisiva popolarità, questi fa decretare dalla Camera la decadenza ai 123 deputati dell'Aventino che si sono ostinati a disertare le sedute venendo meno, secondo le precise disposizioni dello Statuto, al mandato parlamentare (1).

Con una Camera oramai tutta fascista Mussolini procede ad una nuova riforma della legge elettorale (legge Rocco) detta del Collegio Unico e con le elezioni del marzo 1929 il fascismo assume l'aspetto definitivo di Regime senza oppositori.

E' qui che si sbizzarriscono ora alcuni costituzionalisti, con Orlando in testa (che due anni prima si era già sottratto ad ogni responsabilità dimettendosi da deputato) per stabilire il punto debole della condotta di Vittorio Emanuele, il tallone d'Achille del suo costituzionalismo. Egli non doveva, dicono costoro, concedere la firma ad una legge che variava il sistema elettorale consacrato dallo Statuto. E' proprio allora, sostengono questi supercritici, che il Re doveva abdicare. Tesi assurda, secondo noi. Infatti lo Statuto non è stato nemmeno sfiorato. E' stata modificata la legge alla quale lo Statuto si riferisce. Dice infatti l'art. 39 della Carta statutaria: «La Camera elettiva è composta di deputati scelti dai collegi elettorali conformemente alla legge». Orbene, questa legge è stata modificata dalla Camera. E' stata modificata la legge ma non è stato toccato lo Statuto E questo avvio alle modifiche elettorali ebbe inizio nel 1921 con una Camera scaduta e che proprio l'on. Orlando aveva convocato contro le più rigorose norme statutarie. E' stata modificata la legge con l’instaurazione della proporzionale. Da questa al Collegio Unico (abolito cioè il collegio uninominale) non vi era che un piccolo passo, e questo passo fu compiuto dal Parlamento, - espressione della volontà popolare - cioè l'Istituto che determina l'orientamento, la condotta del Sovrano. Così la Monarchia fu liberale quando la maggioranza della Camera era tale, poi fu socialista quando gli elementi che la componevano era impregnata dello spirito socialista, indi dal Gran Consiglio e dalla maggioranza fascista è uscito lo Stato Corporativo.
Ma il Gran Consiglio assunse anche la funzione di       Consigliere della Corona e del Governo e quindi persino l'iniziativa di guerra e di pace veniva sottratta all'esame del Parlamento poiché fra questo e le prerogative della Corona si frapponeva il nuovo Istituto oramai arbitro della facoltà di legiferare anche in       materia costituzionale. Se era arduo per un Sovrano costituzionale a regime rigorosamente parlamentare respingere una     legge fu ancora più per Vittorio Emanuele terzo dopo che le democrazie lo imprigionarono     fra la Milizia, il Gran Consiglio e la Riforma elettorale. In regime democratico non è possibile al Re   negare la sanzione ad una legge approvata dalla Camera poiché la Camera è l'espressione della volontà popolare. In Italia non si è avuto un solo esempio di rifiuto di sanzione. Ragioni politiche derivanti dalla nuova concezione democratica impongono al Re di sanzionare le leggi approvate dalle Camere e dei Disegni proposti dai Ministri. Negare la sanzione significherebbe atto di sfiducia non soltanto ai ministri ma anche al Parlamento in quanto che il ministero con la nuova pratica democratica deriva i suoi poteri oltre che dalla legge, dal Parlamento cioè dalla volontà popolare, e non più dalla Corona il cui potere è soltanto discrezionale che non ha altra norma giuridica che le manifestazioni e gli atteggiamenti dei partiti. Una volta il Sovrano nominava i ministri ed il Presidente del Consiglio al di fuori delle segnalazioni della maggioranza, mentre con la nuova pratica democratica sono designati dal Parlamento. Essi traevano così la loro autorità dalla fiducia del Parlamento. Del resto lo Statuto non parla nemmeno di presidente del Consiglio dei Ministri e quindi questo si doveva intendere presieduto dallo stesso Sovrano che tacitamente e democraticamente passò la funzione all'eletto dall'alto Consesso.

I partiti dell'opposizione finsero sempre di ignorare che la nuova mentalità costituzionale era la conseguenza di quello che essi chiamarono un tempo «le conquiste della, democrazia». Quando però queste conquiste diedero modo all'avversario di strappare loro le armi di mano, allora pretesero che il Re con un colpo di Stato le annullasse per instaurare un regime di tirannia a loro uso e consumo. La dittatura nacque e si consolidò non per iniziativa della Monarchia ma in conseguenza di una mal compresa concezione del sistema democratico. Se la crisi di regime ha inizio il 31 luglio 1919 con l'avvento della proporzionale la dittatura fascista, impregnata di spirito repubblicano e quindi fazioso, è, nata il 15 luglio 1923 quando, dopo l'istituzione del Gran Consiglio e della M.V.S.N. venne varata la riforma elettorale. La Repubblica
quindi se è nata il 2 giugno, ha le sue origini il 15 luglio 1923: da allora cominciamo le sue incalcolabili responsabilità.

Sconfitto il liberalismo le democrazie tendendo all'annullamento dell'autorità dello Stato sono costrette, per sorreggersi, a sboccare nella dittatura, sia personale che di partito che il più delle volte degenera in tirannia. Senza risalire a Crornwell, dittatore sortito dalla Repubblica d'Inghilterra, di Scozia e d'Irlanda a Napoleone, argine fatale al caos della rivoluzione, non dimentichiamo che Napoleone Ill derivato dalla Seconda Repubblica francese, aveva maturato il suo spirito dispotico nell'attività cospiratrice fra le sette dei repubblicani romagnoli di Cesena, Forlì e Faenza.

La storia ci insegna, dall'epoca antica alla presente, che le dittature sono un rimedio inevitabile scaturito spontaneamente dalle macerie della distruzione dell'autorità dello Stato compiuta dalle democrazie. In Germania la Repubblica di Weimar ha generato Hitler ed il nazismo, in Russia da Kerensky si passò a Lenin, a Stalin, al terrore della dittatura democratico-bolscevica. Così in Rumenia in Cecoslovacchia in Bulgaria, in Ungheria In Turchia la Repubblica ha partorito la dittatura di Kemal Pascià. La Repubblica democratica di Spagna sboccò nella dittatura di Franco che è una dittatura repubblicana e così in Portogallo quella di Salazar. La stessa Repubblica degli Stati Uniti è basata sui poteri dittatoriali del Presidente (Truman non ammette l'ingerenza del Senato nelle sue decisioni), come quella dì Vargas in Brasile e quella di Peron in Argentina, come lo furono al Messico ed al Venezuela.

In Italia anche l'Esarchia - messo da parte il Re - non fu che un regime repubblicano dittatoriale democristiano - bolscevico retto dai Comitati di Liberazione. Non altrimenti è l'attuale ordinamento posto sotto la dittatura di un partito confessionale, alleato con le forze massoniche, conseguenza del disordine portato dai Comitati di liberazione. Immune da questo tarlo non vi fu che la Monarchia Sabauda fino al 1923 - prima della presa di posseso degli ingranaggi costituzionali da parte delle influenze repubblicane - nella quale il potere ebbe sempre e soltanto valore discrezionale, cioè anti-dittatoriale. Quando la dittatura si manifestò in pieno, allora le sparute forze democratiche superstiti pretesero dal Sovrano un atteggiamento di forza ch'Egli non poteva più spiegare. Non si può pretendere la vittoria da un generale dopo che gli sono state tolte le armi, strumenti del combattimento, e l'autorità del comando con la sobillazione dei soldati.

I denigratori del Re, gli integerrimi giuristi e politicanti dei Comitati di Liberazione, non gli perdonano la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940 reclamata dall'entusiasmo popolare e che non ebbe nessunissima opposizione né alle Camere né sulle piazze, ma poi si associarono agli Alleati per imporgli quella contro la Germania quando di guerra più nessuno ne voleva sentir parlare. Gli italiani dopo il 24 luglio e l'8 settembre manifestarono sopratutto la loro stanchezza ed un grande desiderio che finissero gli orrori dei bombardamenti. La guerra contro la Germania fu voluta soltanto dai Comitati di Liberazione asserviti allo straniero che impose all'Italia un trattato infame, una pace vergognosa ispirata unicamente dalla vendetta e dall'errore e non dalla giustizia, dietro istigazione dell'antifascismo i cui fautori si nascosero dietro l'art. 16. Alla fine di gennaio del 1914 infatti Benedetto Croce al Congresso di Bari aveva candidamente confessato, a nome di quell'assemblea repubblicana: «Abbiamo preferito la rovina e la sconfitta dell'Italia perchè fosse possibile abbattere il fascismo». Quel fascismo ch'essi avevano contribuito a creare. Fu la prima affermazione della fede repubblicana derivata dalla nuova filosofia crociana: la gioia per la disfatta.

Rimproverano al Re di non avere costituito subito, dopo il 23 luglio, un ministero composto di personalità anti-fasciste e questa soluzione è prospettata come una ricetta infallibile. Se così il Re avesse fatto, dopo poche ore i tedeschi arrestavano il ministero al completo, il Re compreso, ed avrebbero messo su un governo qualsiasi composto di loro fiduciari, di quisling, come fecero ovunque. La soluzione adottata dal Sovrano fu l'unico ripiego possibile, poiché sin dal giorno 26 i tedeschi avevano iniziata una calata di truppe su vasta scala - 8 divisioni ed una brigata che si dislocarono in Liguria, nel Friuli in Emilia in Romagna e Toscana.

Rimproverano ancora al Re di non aver difeso Roma invece di «fuggire ». Ebbene, si ricordino costoro la testimonianza di Caviglia che si era assunto il comando della città. Quando Calvi di Bergolo andò da lui (il Re era già « partito ») a portargli l'ultimatum di Kesselring di disarmare le truppe intorno a Roma pena il bombardamento della città, era accompagnato da Bonomi, dall'on Ruini, dal senatore Casati e dal ministro Piccardi. Questi signori approvarono «ad una voce» la sua decisione di cedere all'imposizione tedesca e di capitolare. Tutto questo gli oppositori della Monarchia lo sanno ma persistono in mala fede ad ignorarlo.

Ma forse che non hanno commesso errori i famosi «grandi» ? La loro opera è tutta cosparsa di errori e di contraddizioni. Come a Versailles Clemenecau e Lloyd George prepararono la seconda guerra mondiale col tentativo di stroncare la Germania e con le ingiustizie commesse verso l'Italia, così a Yalta Churchill e Roosevelt, il primo con lo accanirsi nella formula della «resa a discrezione» ed il secondo con la sua politica insensata, empirica e trastulla piombarono l'umanità in un incandescente furore di vendetta e prepararono un'altra guerra che incombe spaventosa sul mondo intero. Tutto questo per meschine rivalità personali: rivalità contro Mussolini che lo stesso Churchill aveva protetto e aiutato; rivalità contro Hitler che Roosevelt sostenne nell'alleanza con Stalin, il tiranno rosso, mentre Londra ora detesta Franco ma si allea con Tito perché le fa comodo per toglierci Trieste... La resa a discrezione, il disarmo dell'Italia e lo smembramento della Germania hanno aperto le porte alla Russia per l'invasione dell'Europa: pericolo tremendo dal quale non si vede la via di uscita. Lontano da simili errori, mondo da colpe di tanta gravità è Vittorio Emanuele che pure essi vollero ingiustamente sacrificare per deviare le loro responsabilità. Errori forse di dettaglio i suoi e nulla più. Tutto questo gli oppositori della Monarchia lo sanno ma persistono in mala fede ad ignorarlo.

Valga ancora questa dimostrazione: si impone il referendum - mostruosa violazione dello Statuto perché in questo non vi è contemplato - e poi si negano tutti quei chiarimenti che possono determinare gli elettori a votare a favore della Monarchia. Interpellato, l'on. De Gasperi risponde sempre evasivamente e tiene segreto il fatto straordinario, che è a sua conoscenza che l'inchiesta militare condotta dal comunista Palermo aveva riconosciuta la impossibilità della difesa di Roma. Tace perché il tacerlo aggrava la situazione della Monarchia e favorisce la causa repubblicana. Eppure il signor De Gasperi sa benissimo che l'armistizio per patto convenuto, doveva essere pubblicato il 12 settembre perché per quella data era stato predisposto tutto l'organismo della difesa. Quali torbidi interessi hanno indotto gli Alleati a precipitare la divulgazione costringendo il Governo ed il Capo dello Stato a trasferirsi precipitosamente nel sud mettendolo nella impossibilità di provvedere? Quali inconfessabili intrighi italiani e stranieri hanno gettato il Sovrano nel pericolo di essere catturato dai tedeschi? Forse per aver maggior agio alla immediata proclamazione della Repubblica? Vi è in questo misfatto - che Eisenauer si è limitato a classificare come un semplice errore al quale non va data alcuna importanza - vi è forse lo zampino dei Comitati di Liberazione? Non vi sarebbe da stupirsi dopo quello che abbiamo rilevato a loro carico negli atteggiamenti anti italiani.

(1) Sono inclusi, fra i decaduti, anche gli Il deputati comunisti che, a dire il vero, dopo una prima assenza temporanea, avevano ripreso a frequentare le sedute.