NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 22 marzo 2019

Prima e dopo Caporetto?


Risponde Carlo Cadorna con documenti 



di Aldo A. Mola
  
Gli Uomini che fecero la Storia: Giolitti, Cadorna, Diaz

Il 1928 in pochi mesi portò via Armando Diaz (classe 1861), Giovanni Giolitti (1842) e Luigi Cadorna (1850), tre massimi protagonisti della storia d'Italia: lo Statista e i due Comandanti Supremi dell'esercito nella Grande guerra. Diaz non lasciò memorie. Le sue carte sono state studiate e valorizzate dal generale Luigi Gratton (2001), fiero di essere stato alfiere del Tricolore al rientro dell'Italia a Trieste nel 1954. Giolitti pubblicò le Memorie della sua vita nel suo 80° compleanno, il 27 ottobre 1922. Nei sei anni seguenti non aggiunse nulla, né rilasciò interviste. Ma il 16 marzo 1924, vigilia delle elezioni vinte dal “listone nazionale” filofascista che candidò Enrico De Nicola a Napoli e Vittorio Emanuele Orlando in Sicilia, Giolitti deplorò la deriva precipitosa dalla democrazia liberale di Azeglio, Cavour e Sella al “partito unico”, sempre con l'avallo della Camera dei deputati, pronuba dinnanzi al “duce”, che ripetutamente la umiliò con parole sferzanti. Dal canto suo Cadorna non tenne un “Diario” né pubblicò  “memorie”. Però cent'anni orsono fece di più e di meglio. Nel 1919, vergò la sua opera fondamentale: “La guerra alla fronte italiana fino all'arresto sulla linea della Piave e del Grappa (24 maggio 1915-9 novembre 1917)”. Non generici “ricordi” personali ma Storia, densa di documenti e di atti ufficiali. L'opera è la “biografia” dell'Italia dalla Conflagrazione europea (luglio1914) alla sostituzione  di Cadorna con Armando Diaz a capo dell'Esercito italiano (9 novembre 1917).
Quando scrisse, il Generale viveva a Firenze, in un villino acquistato per festeggiare il suo 68° compleanno: una residenza appartata, modesta, senza riscaldamento. Chi lo visitava nei lunghi mesi del freddo lo trovava alla scrivania “intabarrato e inguantato”, intento a compulsare documenti. Posava la penna e conversava. Limpido, chiaro, tutto “fatti”, dati, luoghi. A volte s'accendeva, alzava la voce, batteva il pugno sulla scrivania, come gli accadde mentre conversava con Olindo Malagodi. Aveva sempre dinnanzi agli occhi le sterminate carte militari “della fronte” e l'“ordine di battaglia” aggiornato per anni, le 35 divisioni iniziali, via via cresciute di numero e di capacità, ma sempre periclitanti per carenza di mezzi e la sorda ostilità serpeggiante malgrado l'attivismo del “fronte interno”.
In “La guerra alla fronte italiana” il Generale ampliò quanto aveva dichiarato alla Commissione d'inchiesta “sugli avvenimenti dall'Isonzo al Piave (24 ottobre-9 novembre 1917)”, titolo pudico della Relazione pubblicata in due volumi nell'estate 1919.
Per capire il canone della sua opera occorre ricordare i drammatici mesi vissuti da Cadorna dal giorno stesso dell'arretramento dalla conca di Caporetto alla destra del “fiume Sacro”, quando fu rimosso dal comando della macchina militare da lui costruita con determinazione, grazie all’intelligente collaborazione di militari di alte capacità, di “militari senza divisa” e dell'apparato industriale, a cominciare dall'Ansaldo di Genova, che si valse, tra altri, delle competenze scientifiche di Federico Giolitti, figlio dello Statista.
Dal dicembre 1917 rappresentante dell'Italia nell'appena costituito Consiglio superiore di guerra interalleato con sede a Versailles (carica accettata con spirito di servizio, dopo iniziale riluttanza), il 20 gennaio 1918 Cadorna fu chiamato “a disposizione” della Commissione d'inchiesta come un teste qualunque, quasi non potesse essere “audito” diversamente, come invece avvenne al migliaio di altre persone chiamate a deporre. Qualcosa non gli tornava. Né torna a chi studi il “caso” senza preconcetti.

Il Generale nella tempesta scrive la verità dei “fatti” 
Tirava vento pessimo. L'antico Comandante Supremo ne colse le prime folate, ma non avvertì la bufera. Nel luglio 1918 fu drasticamente collocato a disposizione “in sovrannumero”, con riduzione di rango e assegni. All'estero il provvedimento venne inteso come punizione, “una vera e propria destituzione”. “Ma le porcherie e le vessazioni – egli scrisse il 1° agosto al figlio, Raffaele, futuro comandante del Corpo Volontari della Libertà - hanno sempre disonorato chi le commette e non chi le subisce”. Protestò col presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, da anni suo fierissimo nemico, lo stesso che in quei giorni incalzava Armando Diaz affinché scatenasse l'offensiva contro l'esercito asburgico e, secondo il vicecomandante Gaetano Giardino, arrivò ad affermare: “Preferisco una sconfitta all'inazione”, quasi che il Paese potesse permetterselo. In realtà, un eventuale sciagurato disastro (la storia insegna che nessuno sa “prima” come finiscano le battaglie né le guerre) avrebbe fatto crollare il regno d'Italia, senza speranze di riscossa, com'era accaduto in Russia e poi avvenne in Bulgaria, Austria, Turchia e Germania. 
Il 21 novembre 1919 Cadorna aveva già terminato i primi quattro dei dieci capitoli del libro “Dalla Bainsizza al Piave”. Contava di terminarlo entro l'anno e di mettere subito mano a un secondo tomo “Dall'origine alla Bainsizza”. Non aveva ancora deciso se pubblicarli separatamente o fonderli in un unico volume. Nel frattempo cominciarono a uscire le memorie di altri generali, come le “Note di guerra” di Luigi Capello, già comandante della II armata, travolta dall'avanzata austro-germanica dell'ottobre 1917, e il memoriale di Luigi Nava, da lui rimosso da comandante della IV Armata. “L'affare di Caporetto –  scrisse Cadorna al figlio – è come una pentola che bolle e che ogni tanto solleva il coperchio e poi si chiude. Figurati che pandemonio accadrà quando se ne parlerà sul serio” (14 marzo 1919).
Il governo Orlando-Sonnino era alla resa dei conti. La delegazione italiana alla conferenza di pace di Versailles non fu all'altezza del compito, né dell'alto prezzo pagato dal Paese per la vittoria finale. Lo ammise Orlando nelle “Memorie” (lasciate incompiute per motivi fabulosi), in cui polemizzò aspramente ex post con il presidente degli Stati Uniti d'America, Woodrow Wilson, “arbitro di fatto dalla forza irresistibile della sua potenza” e al tempo stesso succubo di “una forza occulta”, degli jugoslavi e (venne insinuato) delle loro “attiviste”. Fantasie. Non avendo ottenuto Fiume in aggiunta a quanto previsto dall'arrangement con il quale il 26 aprile 1915 il governo Salandra-Sonnino aveva aderito all'Intesa (senza però entrarvi organicamente: imperdonabile errore strategico di politica diplomatica), la delegazione di Roma lasciò il Congresso di Parigi (“non conferenza di pace” ma arbitrato secondo Orlando), nell'indifferenza degli altri partecipanti, che si affrettarono ad approvare lo statuto della Lega delle Nazioni e a fissare i preliminari del diktat contro la Germania. Non le rimase che riprendere la via francigena. Il 23 giugno la Camera rovesciò il governo Orlando-Sonnino, pochi giorni prima della firma del Trattato di pace nel Castello di Versailles nel quinto anniversario del mortale attentato di Sarajevo, motivo scatenante della conflagrazione.
Anche il nuovo presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, alimentò la canea nei confronti di Cadorna, in vista della pubblicazione della Relazione della commissione d'inchiesta. Questa gli attraeva i consensi degli antimilitaristi. Per lui il generale era solo un “brutto ricordo”. Perciò Cadorna venne messo nell'oggettiva impossibilità di rispondere  pubblicamente con la necessaria efficacia e abbandonato al “crucifige” di una “piazza” da oltre un anno aizzata e assetata del sacrificio di un capro espiatorio. I due volumi di “La guerra alla fronte italiana” rimasero inediti sino all'aprile del 1921. Cent'anni dopo escono (BastogiLibri, Roma, con prefazione di Gianni Rabbia) in vista della Giornata Cadorna in programma a Pallanza il 7 aprile prossimo.  
  
Facit indignatio versum                                                               
Mentre scriveva l'Opus magnum, come fosse due persone in una, con due teste e quattro mani, il generale intraprese l'“altro libro”. Il primo era la Storia, il secondo una sorta di lunga “nota a pie' di pagina”, puntuale e puntuta, meticolosa e rigorosa, sempre documenti alla mano. Man mano che i lavori della Commissione d'inchiesta procedevano, egli sentiva sempre più impellente e doveroso “testimoniare” dinnanzi all'opinione nazionale e internazionale. Doveva illuminare i passaggi fondamentali del différend tra la sua opera di Comandante supremo e i governi susseguitisi dalla conflagrazione alla sua rimozione: Salandra-San Giuliano e Salandra-Sonnino sino al 10 giugno 1916, il ministero Boselli, rovesciato il 25 ottobre 1917, e gli esordi di quello presieduto da Orlando, sempre con Sonnino agli Esteri, anello di congiunzione fra le trame diplomatiche del 1914 e il rovescio del 1919. Neppur Sonnino lasciò “Memorie”. Solo un “Diario”, molto frammentario e lacunoso proprio nei passaggi cruciali, e lettere. 
 
Sin dai primi mesi dell'intervento dell'Italia in guerra Governo e Comando Supremo giunsero ai ferri corti su molti versanti sostanziali delle rispettive competenze. Lo aveva anticipato il ministro della Guerra Domenico Grandi quando, consultato proprio Cadorna, il 23 settembre 1914 aveva avvertito Salandra: il governo era l'unico titolato a valutare lo spirito pubblico e le esigenze politiche e a stabilire se “il Paese” avrebbe condiviso e assecondato, o no, l'ingresso nella fornace ardente, con tutti i rischi derivanti dalla impreparazione dello “strumento bellico”. Poiché non era allineato con gli scopi occulti del governo, Grandi venne sostituito. Ad aggravare la tensione sull'inizio del 1916 intervenne la decisione dell'Esecutivo di intraprendere un'azione militare in Albania. Attestarsi a Vallona (come all'epoca si diceva) per Salandra e Sonnino significava fare dell'Adriatico il “lago italiano”, come a  grandi linee tratteggiato dall'“accordo” (non patto né trattato, a differenza di quanto molti scrissero e ripetono) siglato a Londra il 26 aprile 1915 in vista dell'adesione all'Intesa anglo-franco-russa.
Secondo Cadorna l'apertura di quel fronte bellico sulla “quinta sponda” era invece del tutto fuorviante: avrebbe distratto mezzi e uomini dall'unico vero campo di battaglia e, in prospettiva, assorbito risorse sempre più ampie, in uno scenario politico-militare colmo di incognite e di possibili sorprese negative. Lo stesso valeva per le truppe italiane Oltremare, dalla Tripolitania al Mar Rosso, Ve n'era invece urgente e prioritario bisogno sul lunghissimo sinuoso fronte italo-austriaco. L'Italia, egli soleva ripetere, avrebbe riconquistato la Libia sul Carso, ove, diversamente, rischiava di perdere tutto. Anche Londra si disperdeva in imprese azzardate su teatri diversissimi, ma da secoli era un impero. All'opposto l'Italia doveva invece concentrare tutte le sue risorse per sfondare il fronte austro-ungarico a est, arrivare a Lubiana e Zagabria e aggirare da sud l'impero asburgico, suscitandovi l'insorgenza delle “nazioni senza Stato” o, come poi si disse, dei “popoli oppressi”. La sua visione potrebbe essere classificata mazziniana o garibaldina se non fosse che sin dal 1864 Vittorio Emanuele II aveva caldeggiato un'azione italiana di quel tenore, per destabilizzare l'Austria. Come scrive suo nipote Carlo nel succoso saggio introduttivo a “Caporetto. Risponde Cadorna” (BCSMedia, Grottaferrata, aprile 2019), il Comandante era “un generale del Risorgimento italiano”.

Il “differend” tra governi allo sbando e il Comandante Supremo
La risposta del governo ai suoi mòniti e, presto, alle sue rimostranze, consegnate anche al carteggio con il titolare degli Esteri, Sonnino, fu quanto di più deludente e assurdo. Lo documenta il verbale della seduta del Consiglio dei ministri del 26 febbraio1916, firmato da Antonio Salandra e da Salvatore Barzilai, sinora inedito: “Presenti tutti i ministri. Si autorizza la pubblicazione di un decreto relativo all'avvio delle azioni militari in Albania, in sostituzione del decreto 1 dicembre 1915”. Il governo avocò a sé il comando dell'impresa. Così l'Italia condusse due guerre separate, una con la regia del Comandante Supremo, un'altra “gestita” direttamente da Roma. Quella delibera comportava due diverse politiche estere, perché (lo aveva insegnato Clausewitz) le armi sono la prosecuzione della diplomazia con altri mezzi. Ma era appunto la politica estera il “ventre molle” del governo italiano. Lo si vide anche con l’esecutivo Boselli, quando Roma non poté più esimersi dal dichiarare guerra alla Germania, che si era impegnata a combattere sin dal 26 aprile 1915. Dopo la “spedizione di primavera” (o “punitiva”) austroungarica del maggio 1916 e la controffensiva abilmente allestita da Cadorna, culminata con l'ingresso in Gorizia il 10 agosto, la guerra mutò volto e “ragione sociale”: non poteva più essere confinata nel recinto del “sacro egoismo” accampato da Salandra, il cui vero e miope obiettivo era annientare Giolitti. La guerra dell'Italia andava inquadrata nell'ambito di una visione europea, delle alleanze e delle loro prospettive postbelliche, come da Cadorna scritto e ripetuto sin dal luglio 1914, con lungimiranza superiore a quella dei “politici”.
Solo il 24 agosto 1916, presenti tutti i ministri, il governo Boselli fece mettere a verbale il passo fatale: udita la relazione del ministro degli Esteri, deliberò “in conformità degli impegni assunti con gli alleati, di proporre a Sua Maestà la dichiarazione di guerra alla Germania, [autorizzando] il Presidente  del Consiglio e il ministro degli Esteri di determinare il momento opportuno per dar seguito alla deliberazione presa”. Roma doveva però motivare una decisione così gravida di conseguenze. Lo fece con argomenti di basso profilo: gli aiuti militari germanici all'Austria-Ungheria sua alleata, la consegna agli asburgici di militari italiani evasi dai campi di prigionia, la sospensione del pagamento delle pensioni dovute a operai italiani: contenziosi da sottoporre a commissioni paritetiche, non alle armi. La dichiarazione di guerra venne comunicata alle 13.40 del 27 agosto con efficacia dall'indomani. Lo stesso giorno la Romania scese in campo a fianco dell'Intesa. A quel punto Cadorna chiese a Sonnino di farsi almeno comunicare “i patti interceduti fra gli alleati circa la sorte eventuale dell'impero turco: Costantinopoli, gli Stretti, l'Asia Minore, questioni di primaria importanza per la preparazione della pace, a cui bisogna pure pensare quando non ci sia altra guerra da dichiarare”. Sonnino si chiuse a riccio. La politica estera era suo riservato dominio. Di più e di peggio fece Boselli col sostegno del ministro dell'Interno, Orlando. Lungo tutto il 1917 e specialmente dopo la rivoluzione in Russia, l'ingresso degli USA nella guerra e il rischio di un'offensiva austro-germanica, come bene documenta Carlo Cadorna, il Comandante Supremo incalzò il governo con ben quattro lettere per chiedere il potenziamento del “fronte interno” e la lotta contro il disfattismo che dal paese contagiava l'Esercito. Non ebbe alcuna risposta. Il 27 marzo e il 28 settembre Cadorna partecipò a due sedute del governo. Della prima non v'è alcuna traccia nei verbali del Consiglio dei ministri; la seconda è riassunta in poche righe, elusive, senza alcun cenno al dibattito. Cadorna non compare. Secondo una postuma Dichiarazione di Orlando, il Comandante supremo gli condensò il programma in poche parole a seduta ormai terminata: “Lei pensi ad assicurarmi le retrovie, che ai soldati ci penso io”.
La vera storia di quei drammatici mesi non si comprende appieno dunque né dalle Memorie di Orlando o dal carteggio di Sonnino né, tanto meno, dall'Inchiesta su Caporetto, ma emerge invece a luce meridiana da “La guerra alla fronte italiana” e dal volume ora pubblicato da Carlo Cadorna per riaprire il dibattito su pagine fondamentali della storia d'Italia.                                                    
                                                                                         Aldo A. Mola


    
     
   
  



giovedì 21 marzo 2019

I Cantori di San Cipriano nel sacrario dei Savoia. Ad Hautecombe le loro note per la messa a suffragio di Umberto II



GRAVELLONA TOCE - 20-03-2019 -  Un altro fiore all'occhiello per i Cantori di San Cipriano, la corale diretta da Alessio Lucchini, che l'ha fondata nel 2005 assieme a Roberta Giavina,  sabato scorso 16 marzo è stata chiamata ad esibirsi nell’antica abbazia di Hautecombe, in Francia, da secoli sacrario di Casa Savoia. Nel luogo che custodisce le spoglie dei sovrani sabaudi si è tenuta la messa in suffragio di Re Umberto II e della Regina Maria José, in occasione del 36mo anniversario della scomparsa dell'ultimo regnante d'Italia.  

[...]




lunedì 18 marzo 2019

Cagliari, “Viva il Re Umberto II: sacrosanto ricordare il sovrano nella nostra città”

Lettera al quotidiano Castedduonline.it


La Messa organizzata dai monarchici a Cagliari accende il dibattito: ecco quando sarà

Spettabile Redazione,

il 23 marzo p.v. verrà celebrata una Santa Messa per commemorare il Re Umberto II a 36 anni dalla sua scomparsa. Che, per la precisione, avvenne il 18 marzo.

La funzione religiosa si terrà nella Basilica Magistrale Mauriziana di Santa Croce, in Castello, alle ore 18.

Un importante giornale come il Vostro,che si rifà alla nostra Città di Cagliari, non può dimenticare che il Re (prima dell’esilio) fu a Cagliari nel maggio 1946. E ricevette una vera e propria OVAZIONE POPOLARE.
I 3/4 dei Cagliaritani votarono Monarchia al referendum. Voto NETTO per Casa Savoia.
Ecco perché è sacrosanto ricordare il Sovrano e perché sarebbe altrettanto giusto intitolargli una via o piazza della nostra Città. 
Più che giusto!
Cordiali saluti,
M. Razzoli.


https://www.castedduonline.it/cagliari-viva-il-re-umberto-ii-sacrosanto-ricordare-il-sovrano-nella-nostra-citta/

Intervista del 1956 a Re Umberto II


Sul sito dedicato a Re Umberto una "nuova" intervista del 1956. 


Intervista che Monarchici in Rete e il sito "Dedicato a Re Umberto II" dedicano alla memoria del Nostro Camillo Zuccoli in quanto rimane nitido nella nostra memoria  il nostro piccolo comune rito di gioia allorché ricostruivamo un nuovo tassello  della nostra storia di monarchici fedeli al Re .
"Che meraviglia!" era la tipica espressione di Camillo quando sottoponevamo a lui nuovi ritrovamenti. E tale era stata l'espressione anche in questo caso.

Nel 36° anniversario della scomparsa in esilio del Re lo ricordiamo insieme a tutti quelli che non hanno mai ammainato la sua Bandiera.

Ricordo il Re Umberto II


Il 18 marzo 2019 saranno trascorsi trentasei anni dalla morte dell’ultimo Re d’Italia, Umberto II. Come ogni anniversario lo onorerò partecipando alla Santa Messa, assieme a mio nipote, che ha lo stesso nome del sovrano. Per i trentasei anni dalla sua morte e per ricordare questo buon Re, pianterò nella mia terra una quercia. Il tempo passa, ma l’uomo non riesce a comprendere la grande lezione che Umberto II ha dato alla storia. Il Re d’Italia riuscì a sopportare un destino avverso, una sorte che di solito è assegnata a quelli che hanno le spalle più forti, diventando così un grande esempio per le generazioni future. Sua madre, la Regina Elena, gli aveva insegnato ad amare Dio e ad accettare il suo disegno. 

Re Umberto II non dimenticò mai nella sua vita di essere un buon cattolico. La lealtà, l’onestà e l’umanità lo contraddistinguevano. La solitudine che ha dovuto sopportare il sovrano in esilio fu un duro percorso, che avrebbe messo alla prova chiunque. Qualcuno non ha ancora pensato di fare un film sulla vita di questo sovrano che sicuramente avrebbe successo e permetterebbe di conoscere la vita di un galantuomo. Al momento di lasciare l’Italia, non avrebbe mai pensato che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe visto il suo Paese. Credo che in cuor suo pensasse di passare qualche tempo in esilio e di ritornare. La storia non è andata in questo modo, il Re trascorse tutta la sua vita in un Paese che non era il suo, amato dai portoghesi che lo stimavano e gli erano grati d’aver scelto il loro Paese per viverci. Passò trentasei anni in esilio, l’unica cosa che domandò fu quella di ritornare a morire in quella terra che aveva amato per tutta la vita. Non chiedeva che un letto da cui non si sarebbe più mosso, era ammalato gravemente e forse avrà pensato al suo amico, il campione Primo Carnera, che anni prima, anche lui aveva scelto di morire nel suo piccolo paese. Il Re non domandava molto, ma il Parlamento italiano vedeva in lui un pericolo, forse si temeva un ritorno nostalgico. Le lacrime di coccodrillo di alcuni politici che vedemmo dopo la sua morte, furono la cosa più triste cui si potesse assistere. Ricordo che in quei tempi la Chiesa non mosse una parola a favore del Re, non un appello alle istituzioni. Eppure la Chiesa aveva avuto molto da Casa Savoia, si pensi solo alla Sacra Sindone. L’atteggiamento indifferente della Chiesa non so ancora spiegarmelo. Fui tra i tanti italiani che parteciparono ai funerali del Re in terra d’esilio e come tutti con un doppio dolore, sia per aver perduto il Re, che per seppellirlo in terra straniera. Nell’abbazia di Hautcombe, anche quest’anno, molti italiani arriveranno per ricordare il Re. La storia di questo sovrano non è mai giunta veramente alla gente e, probabilmente, non ci sarà nessuno tra i politici che lo ricorderà. Il Re avrebbe meritato un trattamento diverso. Alla sua morte, il giornalista Indro Montanelli scrisse sul – Giornale – del 19 marzo 1983, il seguente articolo. ” Nessuno può dire che Re sarebbe stato Umberto di Savoia, se fosse rimasto Re. Nelle poche settimane in cui lo fu, anche i più arrabbiati repubblicani che ebbero a che fare con lui ne riconobbero l’equilibrio, la correttezza e la lealtà. Chiamato a rispondere di colpe non sue, lo fece senza trincerarsi dietro quelle di suo padre. Mai una parola uscì dalla sua bocca, né allora né poi, contro di lui. Quando, anni dopo, gli chiesi a Cascais se era vero che l’otto settembre il Re gli aveva proibito di restare a Roma alla testa delle truppe che dovevano difenderla dai tedeschi- un gesto che forse avrebbe salvato la monarchia- me lo smentì, mentendo. Mi accorsi che non difendeva la memoria di suo padre, per affetto di figlio: di affetti, nelle case regnanti, ce ne sono sempre pochi, e in quella dei Savoia meno che nelle altre. Difendeva, da Re, il Re. Qualcuno gli rimprovera di aver contestato i risultati del plebiscito che sanciva la fine della Corona, qualche altro gli rinfaccia di esservisi troppo facilmente rassegnato. Credo che Umberto si rendesse conto che anche se qualche broglio c’era stato, esso non era tale da sovvertire il verdetto: su un margine risicato, quale in ogni caso sarebbe stato quello del 2 giugno, possono vincere le repubbliche, non le monarchie. Capì che una resistenza avrebbe significato il sangue per le strade.

E preferì abbandonare la partita. Raccontano che, salendo a Ciampino sull’aereo che doveva condurlo a Lisbona, a chi gli diceva che presto sarebbe tornato, rispondesse:”I re sono come is gni: o si ricordano subito o non si ricordano più”. Tante volte nella mia vita mi sono domandato perché avessi nel cuore il Re D’Italia e la Monarchia, cosa mi avesse spinto ad avvicinarmi a queste istituzioni. La scelta fu per me obbligatoria, sono sempre stato vicino a quelli che subiscono delle ingiustizie e il Re aveva subito la più tremenda delle iniquità, quella di essere tradito da tanti che gli avevano giurato lealtà. Questo può capitare a uomini veri, che lottano con lealtà e il Re è sempre stato fino all’ultimo giorno una persona vera e leale. Nel lungo esilio, in cui la solitudine era imperante, trovava nella fede la sua forza. Da buon cristiano andava alla messa e pregava il buon Dio che lo sorreggesse. Quando partì per l’esilio, disse “ Ero incapace di pensare. Avevo la sensazione di essere immerso in un clima irreale. Poi mi resi conto che l’aereo decollava. Vidi Roma laggiù in un velo grigio di pioggia: di colpo riacquistai, acutissimo, il senso della realtà. E in quel momento, lo confesso, non fui più capace né mi curai di trattenere le lacrime”. In quell’aereo cui erano stati tolti i simboli della monarchia, e i cui piloti vestivano normalmente, senza la divisa della Regia Aereonautica, il Re salutava per sempre l’Italia. Un mio amico poeta, un giorno m’inviò questa poesia per farmi capire il dramma che aveva subito il Re. “Fuori dalla mia patria che ho amato e amo con tutto me stesso, osservo il susseguirsi degli avvenimenti senza poter intervenire, senza poter fare qualcosa, senza, quando sarà l'ora, poter dormire il sonno eterno nel mio suolo natio. Osservo, osservo e, dall'estero, deluso e intristito nel cuore, mi rammarico”. Leggendo queste parole ho pensato a quel pugno di terra italiana che una contadina aveva dato al Re prima della sua partenza. Con il Re Umberto II gli avversari non furono molto corretti, specialmente quelli che si consideravano cattolici, lo erano solo davanti agli uomini, ma non davanti a Dio. Quando arrivò in terra d’esilio, il Re scrisse una lettera al suo Ministro Falcone Lucifero e con quelle parole nate dal cuore, spiegava il suo stato d’animo di esule. “ Caro Lucifero! Eccomi in Portogallo! Ma il mio cuore è con Voi tutti: con gli amici noti e ignoti, con tutti quelli che hanno creduto in me per tanto tempo ... e che ora? Io non dimentico, ma senza notizie si sta male, molto male, e il tormento per il Proprio Paese è tremendo e a stento si nasconde… Ripenso alle ultime ore di Roma, a quando mi fu detto che allontanandomi per poco dalla città tutto mi sarebbe stato più semplice e invece quel “trucco “che non voglio qui definire in termini “appropriati”! Non so le reazioni degli amici né quelle degli “alleati”. Attendo con ansia notizie! Balbo forse le dirà qualcosa di qui: il paese è bello, tutti molto cortesi: dal Presidente all’ortolano della nostra villa, ospitalità affettuosa, la casa molto simpatica, il giardino bellissimo con la vista, senza luce però e a trenta chilometri dalla città! Un po’ troppo! E il clima come da noi in marzo-aprile. Caro Lucifero! Lei non può credere come io pensi a Lei! Purtroppo come non le seppi dire partendo da Roma, credo che non saprò mai dirle tutto quello che provo per Lei! La mia gratitudine è come la mia amicizia, sicura, costante e ferma! Mi dia presto notizie e mi abbia sempre per il suo affezionatissimo, riconoscentissimo Umberto . 

Da Cintra, 17 VI 1946 

Avevano convinto il Re di partire per un periodo, per calmare le acque, ma dopo l’allontanamento, il tradimento. Il Re dichiarò alla giornalista straniera Edith Wieland: “La mia partenza dall’Italia doveva essere una lontananza di qualche tempo in attesa che le passioni si placassero. Poi pensavo di poter tornare per dare anch’io, umilmente e senza avallare turbamenti dell’ordine pubblico, il mio apporto all’opera di pacificazione e di ricostruzione ”. Al giornalista e scrittore Bruno Gatta disse:” Mai si parlò d’esilio, da parte di nessuno. Né mai, io almeno, vi avevo pensato. Poi, durante i lunghi lavori della Costituzione s’inflisse l’esilio a me,a mia moglie e a mio figlio. Una pena inesistente in ogni altra legislazione”. Spesso nella mia vita mi sono chiesto se chi subisce un torto debba passare per uno che lo fa. Il Re rimase in esilio tutta la vita, ma nessun politico lo potrà mai accusare di non essere sempre stato un Re onesto. E chi ama si sacrifica per il bene. L’Italia forse non meritava un Re come Umberto II. Ha trascorso trentasette anni in esilio e sono trentasei anni dalla sua morte. Il Re è ancora lontano dall’Italia, ma è nel cuore di quelli che continuano ad amarlo. Con amarezza posso trascrivere quella citazione del grande Francesco Carnelutti:” L’Italia è la culla del diritto, e la tomba della giustizia”. I tempi passano, ma l’Italia non ha ancora permesso ai monarchici di poter dare sepoltura al Pantheon, al proprio Re. Per il trentaseiesimo anniversario della sua scomparsa, esporrò la mia bandiera Sabauda, quella che ha lo stemma del Re. Umberto II confidò al giornalista Giovanni Mosca: ”E’ una pena terribile. Nessuno conosce l’Italia, angolo per angolo, quanto me. Nessuno immagina quanto io la rimpianga. C’è nella lingua portoghese una parola, saudade, che è qualche cosa di più che rimpianto, qualche cosa più che nostalgia. E’ intrisa di dolore”.


venerdì 15 marzo 2019

Conferenza del Circolo Rex


CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”
71° CICLO di CONFERENZE 2018-2019




***
“ Il 17 marzo 1861 nasce il Regno d’Italia. Il 4 novembre 1918 il Bollettino del Comando Supremo del Regio Esercito , firmato Diaz , annuncia la conclusione vittoriosa della Grande Guerra che vede il Regno d‘Italia raggiungere i suoi confini storici e geografici .
 Il 10 febbraio 1947 un iniquo Trattato di Pace ci sottrae territori storicamente italiani ed altre terre che avevamo fecondato con il nostro lavoro e dove avevamo portato i segni della nostra civiltà. 
Oggi vogliamo ricordarlo insieme con i profughi e gli esuli di queste terre ed i loro discendenti”


Su questi temi

Domenica 17 marzo alle ore 10.30 , dopo una introduzione del Presidente
Domenico Giglio, parleranno:

Giovanna ORTU
 Pres.Naz.le Ass.ne Italiana Rimpatriati Libia -onlus

Marino MICICH 
Pres.te Ass.ne Cultua Fiumana Istriana Dalmata nel Lazio

Massimo Andreuzzi
 Pres.te Ass.ne ex Alunni di Rodi e profughi Dodecanneso

Guido CACE 
 Pres.te Asso.ne Nazionale Dalmata

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Sala Italia presso “Associazione Piemontesi a Roma”,
via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), 
o 16/B (ingresso con ascensore)
raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” 
ed autobus  “ 910” ,” 223” ,”52” e “ 53”

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Ingresso libero  / Brindisi augurale

giovedì 14 marzo 2019

Le stragi sabaude? Nate dalla propaganda dei filoborbonici



Il famoso eccidio di Pontelandolfo fu ingigantito dai legittimisti. Un falso storico di lunga durata
Il caso dell'«eccidio» che sarebbe stato consumato il 14 agosto 1861 dal regio esercito piemontese in un paese, Pontelandolfo, oggi in provincia di Benevento è stato elevato, dalla letteratura antirisorgimentale, a simbolo della ferocia con la quale sarebbe stata portata avanti «la conquista del Sud» dalle truppe fedeli ai Savoia.
Per molto tempo è stata accreditata una versione dei fatti che aveva come fonte primaria la Storia delle Due Sicilie di uno storico borbonico, Giacinto de' Sivo, il quale, dopo la caduta di Napoli, alla sottomissione ai Savoia aveva preferito l'esilio e aveva raggiunto a Roma Francesco II rifugiatovisi con la corte. Qui aveva scritto la sua opera, che rimane peraltro il miglior prodotto della letteratura storiografica legittimista e filoborbonica. La tesi di De' Sivo, transitata poi in maniera acritica in tanti altro lavori, è che l'azione militare ordinata dal generale Cialdini, che comandava l'esercito italiano, fosse una rappresaglia per la strage di una quarantina di soldati piemontesi avvenuta l'11 agosto.
Le cose, in realtà, stanno diversamente. E lo dimostra un libro di Giancristiano Desiderio dal titolo Pontelandolfo 1861 (Rubbettino, pagg. 152, euro 14), che non soltanto ricostruisce i tragici avvenimenti di quel periodo sulla base di una lettura critica di documenti e testimonianze ma che, pure, rivista e ridimensiona il «mito» che la letteratura filo-borbonica e anti-unitaria aveva finito per costruire attorno ai fatti di Pontelandolfo.
Gli avvenimenti vanno inquadrati nel clima turbolento che accompagnò il crollo del Regno delle Due Sicilie e l'annessione di quei territori al Regno d'Italia. Si pensò da parte di comitato e nostalgici del regno borbonico di utilizzare le bande di briganti per dare l'illusione della nascita di una Vandea napoletana e di una resistenza legittimista. Ma, come osserva Desiderio, «i briganti rimangono tali e non possono essere trasformati in patrioti borbonici senza falsificare la storia».
Nel piccolo centro di Pontelandolfo i briganti, capeggiati da un certo Cosimo Giordano, un ex sergente borbonico ora a capo di una banda sanguinaria, si erano impadroniti del potere e avevano costituito una specie di governo provvisorio opera dello stesso Giordano e di un sacerdote legittimista, l'arciprete don Epifanio De Gregorio che sognava di trasformare quel luogo nel centro della rivolta sanfedista e antisabauda. L'11 agosto, una quarantina di soldati del regio esercito furono inviati nei pressi di Pontelandolfo per un'opera di ricognizione sul territorio al fine di fare argine ai briganti. Ma, accolti da manifestazioni di ostilità, vennero trucidati. Qualche giorno dopo, il 14 agosto, si ebbe l'incendio e il sacco di Pontelandolfo ad opera dalle truppe inviate dal generale Cialdini e guidate dal colonnello Pier Eleonoro Negri. Si trattò, certo, di fatto di una rappresaglia, ma in realtà l'operazione era stata programmata prima dell'eccidio dei soldati italiani e come una operazione di controllo e di ripristino dell'ordine in una zona che aveva fatto registrare numerosi e violenti atti di brigantaggio.

Dallo studio fatto da Giancristiano Desiderio, che ha messo a confronto le diverse versioni sui fatti oltre che le interpretazioni storiografiche che ne sono state date, emergono una serie di importanti contraddizioni e la inattendibilità della versione, divenuta una vulgata della letteratura filoborbonica, di Giacinto De Sivo. Ma soprattutto da esso risultano ridimensionati sia la portata dell'operazione sia il numero delle vittime. Scrive, dunque, l'autore: «se la controstoria ci dice che a Pontelandolfo il 14 agosto 1861 ci furono centinaia o addirittura migliaia di vittime e l'azione dell'esercito italiano fu una spietata rappresaglia, i documenti tutti i documenti sconfessano il mito della controstoria e dicono che l'ordine di intervenire sull'Alto Sannio non fu concepito come una vendetta e mostrano che nell'incendio morirono tredici persone».
Da attento cultore di Benedetto Croce, qual egli è, Desiderio svela il meccanismo attraverso il quale è stata creata, e si è affermata nel tempo, una versione di quei fatti che è una «falsa storia», proprio nel senso crociano del termine, cioè a dire una storia che, per giustificare una tesi precostituita, non si cura dei documenti. Probabilmente il saggio di Giancristiano Desiderio, per il fatto di demolire un mito della polemica antiunitaria, provocherà in taluni irritazione, ma è un esempio di come la storia dovrebbe la storia dovrebbe essere davvero scritta. Senza cedere alla dittatura delle passioni di parte e allo gusto dello scandalismo.

http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/stragi-sabaude-nate-propaganda-dei-filoborbonici-1661433.html

Le Guardie d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon ricordano Re Umberto II a Racconigi






Per ricordarne la memoria, la delegazione cuneese dell'Istituto nazionale per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon deporrà una corona d’alloro al monumento situato di fronte al municipio.

Appuntamento alle ore 10 nella piazza davanti al Castello, poi in Parrocchia per la messa in divisa e la benedizione dei nuovi mantelli . La cerimonia liturgica sarà celebrata nel ricordo del re, cittadino di Racconigi.

La cerimonia si svolgerà a partire dalle ore 11,00 (al termine della messa) e durerà circa 30 minuti con una breve sfilata fino al monumento.

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mercoledì 13 marzo 2019

Federzoni, uomo del Re?


ESCE IL SUO DIARIO INEDITO (1943-1944)

di Aldo A. Mola

Comunione e confessione prima del Gran Consiglio
  La mattina del 24 luglio 1943, un sabato, Luigi Federzoni (Bologna, 27 settembre 1878- Roma, 24 gennaio 1967) andò a confessarsi e a comunicarsi. Lo ricordò egli stesso in “Italia di ieri per la storia di domani”, il “memoriale” pubblicato un mese dopo la sua morte. Altrettanto fecero Dino Grandi e “forse qualcun altro” componente del Gran Consiglio del Fascismo, convocato a Palazzo Venezia per le 17 in piena calura estiva. Quei gerarchi, ricorda Emilio Gentile nel saggio più recente sul 25 luglio (ed. Laterza), erano “consapevoli del rischio mortale, ma sereni per la certezza di combattere una battaglia forse decisiva per la salvezza del Paese”. Alcuni alla riunione andarono “bene armati”. Federzoni narra che uno lo “rimorchiò in un cantuccio e con aria alquanto spaccona trasse di sotto la palandrana di prescrizione due bombe a mano”. Era forse il pugnace Cesare Maria De Vecchi, conte di Val Cismon, pluridecorato al valore, quadrumviro della marcia su Roma del 31 ottobre 1922, fiduciario di Vittorio Emanuele III. Il Gran Consiglio, organo supremo della Rivoluzione fascista” dal 1928, non si riuniva da oltre quattro anni. Contava e non contava. I suoi poteri effettivi erano e rimangono dispute tra costituzionalisti. Ne ha scritto recentemente Guido Melis in “La macchina imperfetta” (ed. il Mulino), Premio Acqui Soria 2018. A volte gliene vengono attribuiti molti più di quanti ne avesse, in specie sulla successione al trono, nel quale non ebbe mai alcun potere determinante. Poteva solo esprimere “pareri”. Quanto poco Mussolini lo tenesse in considerazione si era visto negli anni successivi all'abbraccio mortale tra lui e Adolf Hitler, Fuerher della Germania e del suo partito unico, il nazionalsocialista. Esondando dai poteri di capo del governo, il duce del fascismo aveva deciso l'alleanza militare con la Germania, la “non belligeranza” e poi la dichiarazione di guerra (10 giugno 1940) contro Francia e Gran Bretagna, Unione Sovietica e, davvero esagerando, conto gli Stati Uniti d'America senza mai consultarlo. D'altronde nessuno dei suoi componenti si era sentito in dovere di chiederne la convocazione. Anche per loro il Duce aveva sempre ragione.
  Tre anni dopo lo sciagurato ingresso in guerra, perduta in pochi mesi l'intera Africa Orientale (Eritrea, Somalia ed Etiopia, conquistata appena sei anni prima) e poi l'intera Libia e l'ultimo ridotto in Tunisia, anche la Sicilia dal 10 luglio era stata invasa dagli anglo-americani, i cui comandanti impartirono alle truppe direttive poco tenere nei confronti degli italiani, civili compresi. Molte piazzeforti si arresero senza opporre resistenza. Gli “alleati” in molti casi furono accolti come liberatori. A quel punto occorreva salvare il salvabile.

Federzoni avverte il Re, che già sapeva tutto
Federzoni concorse con Dino Grandi alla redazione dell'ordine del giorno da proporre al Gran Consiglio, per proclamare “il dovere sacro di tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l'unità, l'indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l'avvenire del popolo italiano”. Lo pensavano e lo ripetevano da anni quel che rimaneva di liberali, democratici, popolari, socialisti, antifascisti in forzato esilio o da molti anni incarcerati, militanti del neonato partito d'azione e il repubblicano Randolfo Pacciardi, massone. Il Risorgimento non era affatto monopolio dei nazionalisti, meno ancora dei fascisti, che lo avevano confiscato e ridotto a retorica. L'Italia era e doveva tornare a essere degli italiani, come avevano spiegato a loro tempo tanti patres della Terza Italia, quali i “fratelli” Francesco De Sanctis, Giosue Carducci, Giovanni Pascoli e una legione di studiosi che non si erano fermati alla contemplazione letteraria del Paese ma si erano immersi negli studi di statistica, scienze sociali ed economia. Non avevano mai formato un partito, ma una “opinione nazionale”, sulla scia di Cavour e di Massimo d'Azeglio, nel solco di Giuseppe Garibaldi, Francesco Crispi e via via sino a Giovanni Giolitti, capofila del “senso dello Stato”.
Federzoni ebbe il merito di far arrivare clandestinamente il testo dell'ordine del giorno a Vittorio Emanuele III, che ne aveva già notizia indiretta, così come lo ebbe anticipatamente il demolaburista Ivanoe Bonomi tramite Domenico Maiocco, socialista, antifascista e massone. Chi davvero aveva il potere di fare ebbe quindi modo di muovere le falangi di un ordine di battaglia predisposto da tempo.    


Al Re i poteri statutari per salvare l'Italia
Con breve interruzione la seduta del Gran Consiglio durò oltre le due del mattino e si concluse con l'approvazione dell'ordine del giorno Grandi-Federzoni, al quale avevano aderito anche Giuseppe Bottai, Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, mesi prima defenestrato da ministro degli Esteri e nominato ambasciatore presso la Santa Sede (così poté tramare con maggior sicurezza), e altre personalità eminenti del “regime”. Ciascuna di esse poi narrò in memoriali o a intervistatori quanto ricordava. I Grandi Consiglieri del Fascismo tradirono il partito o addirittura l'Italia? Volevano la eliminazione del duce? Anche il verbale redatto da Federzoni molti giorni dopo la seduta conferma che persino i più strenui fautori della “svolta” in realtà si limitarono a “invitare il Capo del Governo a pregare la Maestà del Re (…) affinché egli voglia per l'onore e la salvezza della Patria assumere con l'effettivo comando delle Forze Armate (…) quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono...”. L'appello era necessario giacché gli anglo-americani preparavano l'assalto alla penisola, le armate italiane erano disperse all'estero, dalla Provenza alla Jugoslavia e alla Grecia, e, dopo anni di stolida autarchia e di razionamento, la maggior parte della popolazione, specialmente nelle città, era ormai alla fame, preda della ”borsa nera”. Gli scioperi del marzo 1943 proprio nei centri industriali avevano suonato il campanello d'allarme: “pane e pace”. Una settimana prima della seduta del Gran Consiglio, nell'incontro di Feltre Mussolini per l'ennesima volta non riuscì a far capire a Hitler che l'Italia non ce la faceva più. Il Fuerher comprese invece che doveva farvi affluire subito divisioni in assetto di guerra per prenderla sotto controllo prima dell'invasione angloamericana. In quelle ore Roma stessa subì un devastante bombardamento aereo “pedagogico”: una brutale esortazione a muoversi, a disfarsi del fascismo e del suo duce prima di essere sistematicamente schiacciata dal cielo, come sin  dal 1940 era accaduto a tante sue città, da Torino a Genova e Cagliari…, in un crescendo di rovine e di orrori. Del resto era stata l'Italia a dichiarare guerra.
  
La mattina del 25 luglio 1943, una domenica, Roma si destò come poteva. Alternava speranza e angoscia. Mussolini, dopo una mattinata di lavoro ordinario (ricevette persino l'ambasciatore del Giappone, al quale assicurò che l'Italia avrebbe  “tirato diritto”: qualcuno ha favoleggiato che stesse approntando la richiesta di pace separata all'Urss staliniana), alle cinque del pomeriggio andò in udienza dal re, che gli revocò la carica di capo del governo, lo fece fermare (non “arrestare” o “incarcerare”) dai carabinieri, “nei secoli fedeli”, e tradurre al sicuro sotto sorveglianza. Poche ore dopo, il maresciallo Pietro Badoglio, duca di Addis Abeba, annunciò per radio la sua successione al “cavalier Mussolini”, che in effetti dal 1924 era insignito dell'Ordine della Santissima Annunziata, “cugino del re”.
Nella seduta, in alcuni momenti concitata ma mai tumultuosa, Federzoni, Grandi, Bottai e gli altri firmatari dell'ordine del giorno avevano chiesto quanto da tempo il Re aveva deciso da sé: il cambio al vertice dell'Esecutivo in vista dell'uscita dell'Italia da una guerra ormai insostenibile, al costo minore possibile. Iniziava una partita difficilissima tuttora poco capita dalla storiografia e dall'opinione comune. Non era la prima volta nei secoli di Casa Savoia. Quel che contava era salvare la continuità dello Stato, sulla base della ribadita unione tra Istituzioni e Paese: “Italia e Vittorio Emanuele”, secondo la formula cara a Garibaldi. L'Italia fu pervasa da manifestazioni di giubilo per la caduta del regime. Non si registrarono mobilitazioni significative a favore di Mussolini né del Partito nazionale fascista, che pochi giorni dopo venne sciolto per decreto legge, come la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, un tempo onnipotente ma che non mosse un dito a favore del “Capo”. Tacquero anche i celebrati “battaglioni M”. Dai cortei nessuno inneggiò a Federzoni, Grandi, Bottai, Ciano o al altri firmatari del poi famoso ordine del giorno. La storia aveva mutato corso senza attenderli. I gerarchi uscirono di scena. Entrò in campo il governo di militari e di tecnici (come Raffaele Guariglia agli esteri) che sin dal 1925 Giovanni Giolitti aveva vaticinato quale unica alternativa alla deriva dell'Italia verso il “partito unico” e le sue nefaste conseguenze interne e internazionali. Qualcuno lamenta che Badoglio impiegò 45 giorni a ottenere la “resa senza condizioni”. Che cosa fa oggi il governo in 45 giorni?

Il regime
Il partito unico ebbe la premessa il 23 febbraio 1923 con la confluenza dei nazionalisti nel partito nazionale fascista, previo un solenne rito sacrificale: la dichiarazione di incompatibilità tra fasci e logge massoniche, deliberata dal Gran Consiglio del fascismo con la partecipazione, in via eccezionale, di uno spretato massonofago, che già aveva pubblicato in Italia i Protocolli dei Savi anziani di Sion e da un decennio faceva da rompighiaccio dell'estremismo contro liberalismo e democrazia parlamentare. Se il giovane Federzoni aveva deplorato la germanizzazione del lago di Garda, quell'ex reverendo aveva scritto un libello su la Germania alla conquista dell'Italia, denunciando i complotti di banche (come la Commerciale di Milano) e di grandi industrie a favore dello straniero.  
A quel punto i nazionalisti ritennero di mettere le briglie al fascismo, ancora un arcipelago di correnti, dissidenze e pulsioni mai giunte a sintesi. Di fatto nell'ambito del regime essi rimasero una frangia autorevole per cultura giuridica e letteraria ma scarsamente influente nell'apparato del partito che era un caleidoscopio di “ras” e di personalità dagli itinerari disparati, ben lontani da qualunque sintesi nella guida politica del Paese.
I nazionalisti avevano avuto maggior peso quando erano la piccola avanguardia dell'opposizione di estrema destra e, sulla scia delle generose visioni di Alfredo Oriani, si erano attribuiti il ruolo di antesignani del grande ritorno a una storia mai esistita. Di fatto avevano funto da mosche cocchiere nella guerra per la sovranità dell'Italia su Tripolitania, Cirenaica e occupazione/liberazione di Rodi e delle Sporadi. Questa venne decisa da uomini pragmatici come il Re, Giolitti e San Giuliano, pronti a tirare le somme di vent'anni di trattative diplomatiche. Del pari si considerarono avanguardia dell'intervento dell'Italia nella Grande guerra, ove però furono anticipati dal loro principale contendente, il Grande Oriente d'Italia capitanato da Ettore Ferrari, e si pronunciarono per la guerra contro l'Austria quando Alfredo Rocco (l'unico nazionalista con alto senso dello Stato) ancora guardava con ammirazione all'impero di Germania quale modello da replicare in Italia. Nel corso del conflitto, che tra gli interventisti registrò la prevalenza di sindacalisti rivoluzionari, socialisti riformisti come Leonida Bissolati, socialmassimalisti alla Mussolini e repubblicani, sempre pronti a minacciare “guerra o rivoluzione”, i nazionalisti ebbero un ruolo marginale, sino alla fase estrema, dopo Caporetto, quando tornò preminente il Grande Oriente guidato da Ernesto Nathan, per il quale bisognava schiacciare i pacifisti come serpenti.
 
Il Nazionalismo e la Nazione
“Nipote” in senso ideale di Giosue Carducci (suo padre, Giovanni, ne era discepolo e cultore), Federzoni dovette il successo del suo esordio politico proprio al declino di Nathan quale sindaco di Roma, non per sua incapacità amministrativa (gli assessori erano competenti e valorosi) ma per la “crociata” da lui incautamente lanciata contro la Chiesa cattolica il 20 settembre 1910. Eletto deputato a soli 35 anni il 2 novembre 1913 nel prestigioso collegio Roma I in ballottaggio contro Antonino Campanozzi (4322 voti contro 3872) Federzoni parve stella cometa di una Quarta Italia. In realtà l'affluenza dei cattolici alle urne era ormai dilagante in tutta Italia in attuazione del “patto Gentiloni” che sommò cattolici moderati, liberali temperati e massoni lungimiranti. Nessuno sentiva bisogno di clericalismo, estraneo all'Italia e soprattutto al suo Re, che aveva da poco scoperto la statua equestre del Padre della Patria e rimaneva scomunicato come i suoi antenati, colpevoli di aver debellato il potere temporale di papi.
Federzoni assunse dunque un ruolo divisivo. La sua ascesa era fatalmente subordinata all'annientamento di un “nemico interno”: il giolittismo e la massoneria, il socialismo riformistico e la democrazia liberale. Non conseguì affatto l'obiettivo. Sulla fine dell'ottobre del 1922 il governo presieduto da Luigi Facta (il sesto in appena tre anni, il peggiore per inconcludenza) fu spazzato via ma non venne sostituito da una compagine nazional-moderata guidata, per esempio, da Antonio Salandra, ma da una compagine di costituzionali capitanata da Mussolini, che andò da Alberto De Stefani al filosofo Giovanni Gentile, da Colonna di Cesarò, demosociale, al giolittiano Teofilo Rossi di Montelera e fu vegliata da Armando Diaz e da Paolo Thaon di Revel, grande ammiraglio. Il quarantaquattrenne Federzoni fu assegnato alle Colonie in successione a Giovanni Amendola, teosofo e massone. Quella del 31 ottobre 1922 non fu Rivoluzione fascista ma continuità dello Stato. Dopo le elezioni del 1924 l’Italia visse la stagione del rapimento e assassinio di Giacomo Matteotti (l'unica certezza sulla sua fine è che morì, ha osservato il suo documentato biografo, Enrico Tiozzo) e dei quattro attentati alla vita di Mussolini, usati quale acceleratore della storia, quasi fosse un paese balcanico. Chiamato a sostituire Mussolini al ministero dell'Interno nella fase più oscura della guerra civile nuovamente strisciante, Federzoni constatò l'ingovernabilità del caos con mezzi ordinari. L'Italia passò allora alle leggi fascistissime, alla reintroduzione della pena di morte per i reati contro lo Stato e al Tribunale Speciale. Il governo aumentò il consenso, ma imboccò il viottolo della repressione di ogni forma di opposizione partitica e, ben presto, di dissenso culturale. Il nazionalismo prevalse solo riducendosi a uno spicchio della Nazione, negando e conculcando la verità della storia. Dal 1925 le Comunità liberomuratorie d'Italia, che facevano da tramite con le democrazie parlamentari più avanzate (monarchie e repubbliche, quali Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti d'America, Svezia, Olanda...), furono costrette ad sciogliersi. Il Paese si era avviato alla decrescita civile. Per frenarla Mussolini stesso chiamò al governo strenui avversari del nazionalismo, quali i massoni Giuseppe Belluzzo all'Economia e all’Educazione nazionale Balbino Giuliano iniziato massone nella loggia “Valle del Chienti” di Camerino quando vi era giovane docente universitario. Ad Alberto Beneduce, grande oratore del GOI, fu affidato il nascente Istituto per la Ricostruzione Industriale. Quella era l'Italia vera.

Federzoni: un umanista di grande talento
Dopo l'avvento del regime di partito unico Federzoni ebbe ruoli eminenti prima da nuovamente ministro delle Colonie, poi come componente del Senato, di cui fu per dieci anni presidente, e soprattutto quale presidente di istituzioni accademiche benemerite, promotrici di opere emblematiche. E' il caso dell'edizione nazionale delle opere di Garibaldi e di Carducci che firmò  con lo pseudonimo “Enotrio Romano” i carmi più  antivaticaneschi usciti da penna italiana (più ancora di quelli di Lorenzo Stecchetti, l'Argia Sbolenfi  ben noto nella Bologna cara al giovane Federzoni).

 Per tutti questi motivi era importante dare alle stampe l'edizione critica del vero Diario scritto da Federzoni nei mesi durante i quali fu ospite dell'ambasciatore  del Portogallo presso la Santa Sede. Riuscì così a scampare alla Repubblica sociale che nel gennaio 1944 condannò a morte e fucilò come traditori Ciano e altri quattro sfortunati firmatari dell'ordine del giorno del 24-25 luglio 1943. E' significativo che a promuovere l'edizione del Diario inedito di Federzoni, impeccabilmente curata da Erminia Ciccozzi, funzionaria dell'Archivio Centrale dello Stato, e da Aldo G. Ricci, suo sovrintendente emerito, sia l'Istituto Lino Salvini di Firenze, per i tipi dell'editore Angelo Pontecorboli: un modello di cultura e di serena contemplazione della grande storia di un'Italia che seppe essere e deve tornare “universale”, lontana dal provincialismo spacciato come sovranismo.
Dal Diario, Federzoni emerge quale aspirante uomo del Re. Ma Vittorio Emanuele III volle essere Re di tutti gli italiani, senza pregiudizio di tessere di partito, di opinioni politiche e di culto religioso. Il carteggio tra l'antico “gerarca” e Umberto II esule in Portogallo documenta la coscienza adamantina e la profonda passione di Federzoni per l'Italia. Cinquant'anni dopo la sua morte, merita di essere conosciuto e riconosciuto nella sua identità di patriota.   


       
  


lunedì 11 marzo 2019

La Politica, ieri e oggi/I monarchici, l'exploit del '53 e l'elezione di Franco Rogadeo

Nella loro idea, la forma istituzionale della monarchia era quella che meglio rispondeva alle istanze del popolo italiano, specialmente nel Mezzogiorno


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Ma occupiamoci qui del principale, il Partito Nazionale Monarchico che nacque il 13 giugno ’46, pochi giorni dopo il referendum e la partenza di re Umberto, dalla fusione di altre forze liberali e conservatrici favorevoli alla corona. Fu fondato dall’onorevole Alfredo Covelli, eletto alla Camera nel 1948. Nell’idea monarchica, la forma istituzionale della monarchia era quella che meglio rispondeva alle istanze del popolo italiano, specialmente nel Mezzogiorno, dove la devozione alla corona era ancora grande, come disse, nei primi anni ’50, Achille Lauro (storico esponente monarchico di cui torneremo a parlare), tentando di convincere la Dc ad un’alleanza in funzione anticomunista.
E, in effetti, il Pnm non era certo un partito debole. Tanto che, nel 1953, ottenne 1 milione e 800mila voti alla Camera e 1 milione e 500mila al Senato, eleggendo rispettivamente 40 deputati e 18 senatori. A Bitonto ne ottenne ben 3220, risultato di poco inferiore a Pci e Psi. Al Senato, inoltre, era riuscito a far eleggere, in quell’anno, Franco Rogadeo, colui che donò al Comune di Bitonto Palazzo Rogadeo, sede oggi della Biblioteca Comunale. Medaglia d'argento al valor militare ricevuta direttamente dalle mani di Umberto II, fu un convinto monarchico e, dopo il referendum, da direttore generale del Personale della Marina, sciolse il suo giuramento come ricordò Marino Pagano su Bitontolive.
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Alcune imprecisioni. Lo sappiamo.          
Lo staff

L'ultimo Re Italiano... del '900


Presso Unione Monarchica Italiana, 
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