DALLA COOPERAZIONE ALLA
COBELLIGERANZA
8 SETTEMBRE-13 OTTOBRE
1943
di Aldo A. Mola
In un quotidiano di Torino un ex parlamentare
recentemente ha scritto che nel dopoguerra «avrebbe dovuto esserci non il
referendum fra monarchia e repubblica, ma la corte marziale per tradimento per
la monarchia, per Badoglio e gli alti gradi dell’esercito». Sta di fatto che
per le “Nazioni Unite”, cioè gli Alleati, l'Italia era rappresentata dal re e
dal suo governo. Alla corte marziale sarebbero dovuti essere deferiti dunque
anche Roosevelt, Churchill, Stalin, Eisenhower…, poiché essi, imponendole la
resa senza condizioni, ne riconobbero le Istituzioni?
Forse gli eventi di quei giorni, compreso il
“reciproco inganno”, meritano un po’ di “carità di patria”, documenti alla
mano. A salvare la continuità dello Stato con iniziative sofferte furono il re
e il capo del governo, non micropartiti dei quali non si trova traccia nelle
estenuanti trattative che condussero dalla resa del 3 settembre 1943 alla
dichiarazione di guerra alla Germania il 13 ottobre.
Via da Roma, ma in Italia
Nelle
prime ore del 9 settembre 1943 il capo del governo, maresciallo Pietro
Badoglio, organizzò la partenza da Roma dei Reali, del principe ereditario
Umberto di Savoia, del capo di stato maggiore generale Vittorio Ambrosio, di
alcuni ministri (Vittorio Emanuele III riteneva che fossero stati tutti
avvertiti: farlo non era compito suo). Dal ministero della Guerra (più sicuro
rispetto al Quirinale e ove tutti si erano raccolti la sera dell’8) alle 5:10
del mattino la Fiat 2800 del re uscì e imboccò la via Tiburtina in direzione di
Avezzano, seguita da altre vetture, con le rispettive insegne bene in vista,
come documentano le fotografie pubblicate da Angelo Squarti Perla in “Le menzogne
di chi scrive la storia” (BastogiLibri, 2024). Il re e Badoglio
decisero di trasferirsi nella Puglia meridionale poiché non vi erano già
arrivati gli angloamericani e i militari italiani stavano cacciando i tedeschi
verso nord, come avvenne a Bari, ove presero il controllo del porto
valorosamente guidati dal generale Nicola Bellomo, poi arrestato e fucilato
dagli inglesi come criminale di guerra.
In
quelle ore la posta in gioco non era Roma ma l'Italia. Con la partenza dalla
capitale verso un territorio italiano libero il re salvò la continuità dello
Stato, riconosciuto dalle Nazioni Unite e
chiamato a eseguire le clausole della resa, nei cui strumenti i
vincitori non ne misero in discussione i confini. In coincidenza con l'annuncio
dell’armistizio gli Alleati iniziarono lo “sbarco principale” nella piana di
Salerno, con forze inadeguate. Rischiarono di essere rigettati in mare.
Il
pomeriggio del 9 il re presiedette a Pescara la breve riunione di vertici
militari che decise la partenza per la Puglia, con imbarco la sera stessa da
Ortona, pochi chilometri a sud. Alle 21:50 il comando supremo italiano informò
quello alleato: «We are moving to Taranto. We shall re-establish communications
tomorrow 10 September, we repeat 10 September. Greetings.» Alle 16:57 del 10
Eisenhower rispose a Badoglio: «L’intero futuro ed onore dell’Italia dipendono
da ciò che le sue forze armate sono ora pronte a fare. Se l’Italia, dal primo
all’ultimo uomo, si alza ora prenderemo ogni tedesco per la gola. Vi propongo
con urgenza a fare perciò un richiamo squillante a tutti gli italiani amanti
della Patria.» Il presidente degli Stati Uniti e il premier britannico
Churchill lo stesso giorno si congratularono con Badoglio che l’11 assicurò da
Brindisi «tutto quello che è possibile è e sarà fatto con quello stesso spirito
e con quella stessa tenacia che esplicammo insieme sui campi di battaglia
d’Italia e di Francia durante la grande ultima guerra». Il 15 Badoglio esortò
il capo della Missione militare alleata in Italia, l'inglese Noel Mason
MacFarlane, a far sapere al mondo «che gli Alleati considerano ormai l’Italia
come uno Stato che collabora spontaneamente sul piano militare».
In margine all’“armistizio lungo”
Risalire
la china era però un cammino irto di ostacoli. Proprio perché ne ebbe
cognizione diretta e gli venivano documentate le angherie degli Alleati ai
danni degli italiani, il 21 settembre Vittorio Emanuele III scrisse al
presidente degli Usa, Franklin D. Roosevelt, e al re di Gran Bretagna e
Irlanda, Giorgio VI, invitandoli a propiziare il suo ritorno in Roma in tempi
ravvicinati: «L’esercizio del potere civile su di una notevole parte del
territorio nazionale consentirebbe, fornendo una maggior scelta di uomini
politici, la ricostruzione politica del Paese da completarsi col ritorno al
regime parlamentare da me sempre auspicato.» Il progetto del sovrano era dunque
molto diverso da quello ripetuto dalla “narrazione”. Il re osservò che a quel
modo sarebbe stato contrastato efficacemente «il nuovo governo fascista, sia
pure illegalmente costituito».
Da
pochi giorni, infatti, Mussolini, prelevato da un “commando” tedesco il 12
settembre a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, trasferito in Germania e
riportato in Italia sotto controllo di Hitler, aveva proclamato la nascita
dello Stato fascista repubblicano d’Italia, poi Repubblica sociale italiana.
Rimane senza risposta l’interrogativo sui motivi della sua mancata efficace
custodia da parte di Badoglio. È possibile che il maresciallo pensasse che l'ex
duce fosse innocuo, avendo egli in mano la lettera del 26 luglio con cui
Mussolini, desideroso di ritirarsi in qualsiasi momento a Rocca delle Caminate,
dichiarò: «da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta,
ma sarà data ogni possibile collaborazione». Quello stesso giorno, credendo che
Badoglio volesse davvero continuare la guerra come aveva proclamato assumendo
il governo, Mussolini aveva augurato il successo del grave compito al quale il
maresciallo si accingeva «per ordine ed in nome di S.M. il Re, del quale durante
21 anni sono stato leale servitore, e tale rimango». In quei giorni tutto ci si
poteva attendere da lui tranne l’instaurazione di uno Stato repubblicano
incardinato sul ritorno al “fascismo delle origini”, impasto di
social-massimalismo e opzione repubblicana. Però il 26 luglio Mussolini aveva
scritto in una situazione politica completamente diversa dal quella del 12
settembre. La resa, i cui termini rimanevano del tutto ignoti ma i cui effetti
(incluso il trasferimento dei Reali e del governo da Roma al Mezzogiorno) erano
sotto gli occhi, e la sua “liberazione” per opera dei tedeschi lo avevano
sciolto dall’impegno precedentemente dichiarato.
Alle
10:50 del 29 settembre 1943, nel quadrato della nave britannica “Nelson”,
ancorata a Malta, Eisenhower e Badoglio sottoscrissero i 44 articoli del
cosiddetto “armistizio lungo”, scritto contemporaneamente a quello corto. In 65
minuti, comprensivi di pausa per bibite, Badoglio, Ambrosio, Roatta, Sandalli e
De Courten per l’Italia, Eisenhower, l’ammiraglio Cunningham e i generali
Alexander, MacFarlane e John Gort, governatore di Malta, per gli
angloamericani, a margine della firma, che richiese pochi minuti, si
confrontarono sulle prospettive. Il comandante in capo degli Alleati esortò
Badoglio a dichiarare guerra alla Germania per tutelare i militari altrimenti
passibili di fucilazione quali “partigiani”. Lo ribadì il maresciallo
Alexander. Badoglio assicurò che ne avrebbe riferito al re, poiché la
dichiarazione di guerra era sua prerogativa esclusiva, e propose il rientro in
Italia di Dino Grandi, il gerarca fascista che, con Luigi Federzoni e Giuseppe
Bottai, aveva scritto l'ordine del giorno approvato dal Gran Consiglio verso le
2:30 del 25 luglio. La proposta suscitò la perplessità Eisenhower, che a sua
volta esortò ad accogliere e a valorizzare Carlo Sforza, poco gradito al
sovrano per le sue aspre dichiarazioni antimonarchiche, ancorché in vent'anni
nessuno ne avesse messo in discussione il titolo di Collare della SS.
Annunziata né lo scranno di senatore del regno, malgrado il suo assenteismo.
Alexander aggiunse «di poter ritenere che la liberazione di Roma sarà
abbastanza presto». Avvenne il 5 giugno 1944, molti mesi dopo lo sbarco ad
Anzio (22 gennaio) e otto mesi dopo la firma di Cassibile. Badoglio chiese anche
di far parlare da Londra il maresciallo Giovanni Messe, già aiutante di campo
del re (massone, anche se nessuno lo disse e probabilmente era noto solo al re,
che lo aveva avuto aiutante di campo, e ad alcuni anglo-americani). Eisenhower,
affiliato a una loggia del Kansas, assentì, malgrado la palese contrarietà
degli inglesi, di cui Messe era prigioniero.
L'ombra tetra dell’“armistizio lungo”
Lo
strumento di resa sottoscritto da Badoglio e Eisenhower era noto a Roma sin da
quando vi era stato recato dal generale Giacomo Zanussi, inviato a Lisbona di
rincalzo a Castellano, che nel viaggio di ritorno in Italia non dava notizie di
sé per non essere intercettato dai tedeschi. Le clausole della resa
esplicitavano le «condizioni di carattere politico, economico e finanziario»
lasciate intravvedere dall’“armistizio breve”. Alcune, però, andarono oltre le
peggiori previsioni. Il punto 1-A prevedeva: «Le Forze italiane di terra, mare,
aria, ovunque si trovino, si arrendono.» Il 29 settembre si poteva ormai dire: “consummatum
erat”. Quanto previsto per la flotta navale e aerea era già stato attuato.
Però l'’art. 29 dell’“armistizio lungo” allungò un'ombra tetra. Esso recitò:
«Benito Mussolini, i suoi principali associati fascisti e tutte le persone
sospette di aver commesso delitti di guerra o reati analoghi, i cui nomi si
trovino sugli elenchi comunicati dalle Nazioni Unite e che ora o in avvenire si
trovino in territorio controllato dal Comando Militare alleato o dal Governo
italiano, saranno immediatamente arrestati e consegnati alle forze delle
Nazioni Unite. Tutti gli ordini impartiti dalle Nazioni Unite a questo riguardo
verranno osservati.» A quel modo la sorte ultima (detentiva e giudiziaria)
dell’ex duce e di un numero imprecisato, ma certo ampio, di gerarchi, nonché
degli indiziati di crimini di guerra (fossero pure militari agli ordini del
governo del re e ora aspiranti a collaborare con gli angloamericani) fu
sottratta alla giurisdizione dello Stato e riservata alle “Nazioni Unite”,
comprendenti Usa, Gran Bretagna, Urss e loro alleati, a cominciare da Francia,
Grecia, Jugoslavia e il restaurato impero d’Etiopia. L’obbligo di consegnare
Mussolini e i gerarchi alle Nazioni Unite tornò incombente a fine aprile del
1945, quando si prospettò la loro possibile cattura a opera del Corpo Volontari
della Libertà: insegna delle formazioni partigiane riconosciute al di sopra dei
partiti che le avevano promosse ed emanazione nell’Italia occupata del governo
nazionale, a sua volta tenuto a osservare gli ordini al riguardo impartiti
dagli Alleati che, come noto, prevedevano di processare i vertici del
nazi-fascismo e di condannarli, anche alla pena capitale, come avvenne in
Germania con il processo di Norimberga e in Giappone.
Anche
la seconda parte dell’art. 30 dello strumento andò molto oltre gli aspetti
militari della resa. Dettò: «Il governo italiano si conformerà a tutte le
ulteriori direttive che le Nazioni Unite potranno dare per l'abolizione delle
istituzioni fasciste, il licenziamento ed internamento del personale fascista,
il controllo dei fondi fascisti, la soppressione della ideologia e
dell'insegnamento fascista», da sostituire con radicale epurazione del sistema
scolastico, dalle elementari all’Università, e degli strumenti didattici, sotto
controllo del PWB (Psychological Warfare Branch). Infine il punto B dell’art.
32 stabilì: «Le persone di qualsiasi nazionalità che sono state sotto
sorveglianza, detenute o condannate (incluse le condanne in contumacia) in
conseguenza delle loro relazioni e simpatie colle Nazioni Unite saranno
rilasciate in conformità agli ordini delle Nazioni Unite e saranno sciolte da
tutti gli impedimenti legali ai quali sono state sottomesse.» Era il
riconoscimento dell’antifascismo dell’esilio e interno e della legalità delle
sue azioni, comprese quelle considerate “terroristiche” dai loro stessi autori.
Come
già era avvenuto a Cassibile il 3 settembre, anche a Malta, a margine della
“consegna” e della firma dello strumento di resa, si svolse un ampio confronto
tra il maresciallo Badoglio, Eisenhower, Alexander e altri partecipanti
all’incontro. Lo scambio di proposte, ipotesi e informazioni è consegnato a due
diversi verbali, uno conservato nell’archivio storico del ministero della
Difesa, l’altro in quello degli Esteri. Il primo è pubblicato nel volume “Otto
settembre 1943. L'armistizio italiano 40 anni
dopo (a cura di R.H. Rainero e A. A. Mola, Roma, Ministero della
Difesa, 1985); il secondo figura nei “Documenti Diplomatici Italiani”. Il primo
è più articolato e lascia intravvedere qualche spiraglio di apertura
angloamericana alla partecipazione di truppe italiane nella lotta contro i
tedeschi, prospettata da Castellano sin dai colloqui di Lisbona, ma, come
subito ruvidamente osservò Alexander, subordinata alla dichiarazione di guerra
dell’Italia contro la Germania. Nelle settimane seguenti gli Alleati
ostacolarono in molti modi la riscossa politico-militare del regno d’Italia,
soprattutto lesinando gli aiuti per la riorganizzazione dell’esercito.
Il
13 ottobre Vittorio Emanuele III dichiarò guerra alla Germania. Come l’indomani
scrisse Badoglio, così si chiuse «il periodo di armistizio e quello di
cooperazione, durato complessivamente trentacinque giorni, per entrare nel
terzo periodo, quello della co-belligeranza». Il maresciallo sintetizzò il
quadro del campo militare, alternanza di pagine negative (la «difesa sfortunata
di Corfù e Cefalonia») e positive, e di quello politico con «il concorso alla
causa dei vari partiti di patrioti nelle Nazioni invase.» Non fece alcun cenno
alla situazione nelle “terre liberate”. Agli occhi dei più questa risultava
deludente, non solo perché il Comitato Centrale di Liberazione Nazionale
presieduto da Bonomi gli negava ogni collaborazione ma soprattutto perché, come
il 4 novembre scrisse il primo segretario di legazione Antonio Venturini, «la
grande maggioranza della gente (militari, funzionari, uomini di governo,
intellettuali, privati di ogni genere ecc.) ha l’impressione – e questa
impressione va sempre più estendendosi – che il Governo sta seguendo una politica
dilatoria e che, per ora, preferisca non affrontare numerosi problemi che
assillano la vita del paese.»
Aveva
veduto lungo Vittorio Emanuele III quando il 7 settembre confidò al suo
aiutante di campo Paolo Puntoni che l’azione di Badoglio era «indecisa e poco
sincera. Non è certamente un uomo all’altezza del momento». Puntoni ne ebbe
conferma la sera dell’8 allorché il re osservò: «l’armistizio è accettato, ma
Badoglio che rappresenta il governo non impartisce alcuna disposizione per
fronteggiare gli avvenimenti che incalzano.»
Dunque,
anche in regime di cobelligeranza, il futuro rimaneva fosco.
Perché per anni gli italiani avevano plaudito
“Lui”?
La
“responsabilità”, però, non era solo di chi governava o del capo dello Stato.
Investiva ogni cittadino. Dal 1912 quasi
tutti i maschi erano titolari del diritto di voto. Essi eleggevano la Camera,
che a sua volta conferiva o negava la fiducia ai governi. Gli elettori non
erano “innocenti”, come non lo erano i partiti nei quali parecchi cittadini si
riconoscevano. Tutti avevano avuto le loro responsabilità. Avevano esercitato i
loro diritti politici nel 1913, 1919, 1921 e 1924 sulla base di leggi
elettorali varate dalle Camere via via elette prima dell’avvento del regime
mussoliniano instaurato con il discorso del 3 gennaio 1925 e sino alla
catastrofe dell’estate 1943. Ci rifletté Benedetto Croce confidando al “Diario”
le sue riflessioni su Mussolini, «di corta intelligenza», privo di sensibilità
morale, vanitosissimo, sempre fra il pacchiano e l’arrogante. «Ma – aggiunse
Croce – chiamato a rispondere del danno e dell’onta in cui ha gettato l’Italia,
con le sue parole e la sua azione come con tutte le sue arti di sopraffazione e
di corruzione, potrebbe rispondere agli italiani come quello sciagurato capopopolo
di Firenze, di cui parla Giuseppe Villani, il qual rispose ai suoi compagni
d’esilio che gli rinfacciavano di averli condotti al disastro di Montaperti: “E
voi, perché mi avete creduto?”» Le piazze stracolme di folla plaudente al duce
sino al 1939, quando già l'Italia era vincolata alla Germania hitleriana dal
Patto di acciaio, e persino alla dichiarazione di guerra, il 10 giugno 1940,
sono motivo perenne di riflessione.
Un'esigua pattuglia decise le
sorti dell’Italia
Dopo
il 25 luglio 1943, azzerate per decreto legge o nei fatti le Camere che per
statuto condividevano con lui il potere legislativo, il re risultò sovraesposto
e non tardò a lamentare che gli venivano proposte misure anticostituzionali
mentre riteneva che bisognasse tornare alla monarchia rappresentativa.
Badoglio
tenne per sé gli Esteri e l’ormai quasi superfluo ministero dell’Africa
italiana. Il maresciallo si trovò quindi a sciogliere con mezzi esigui i
complessi nodi dei rapporti con i vincitori e i Paesi neutrali e a fronteggiare
le crisi provocate dall’adesione alla Repubblica sociale mussoliniana di parte
del personale addetto alle sedi diplomatiche. Molti uomini che avevano svolto
ruolo protagonistico nell’estate del 1943 risultarono emarginati o quasi
ostaggio degli angloamericani (fu il caso di Castellano, trattenuto ad Algeri)
o, come il maresciallo Giovanni Messe, furono ostacolati nello svolgimento
dell’opera di ricostruzione dello Stato e, in primis, delle forze armate; opera
alla quale essi erano stati chiamati su indicazione personale del re.
Con
la dichiarazione di guerra alla Germania (13 ottobre 1943) Vittorio Emanuele
III completò il percorso intrapreso il 25 luglio e proseguito con le difficili
decisioni del 3 e 8-9 settembre. Ma l’Italia era ormai divisa in due, si erano
consumate tragedie immense, e altre sarebbero seguite.
DIDASCALIA : Giovanni Messe (Mesagne, Brindisi, 10 dicembre 1883-Roma, 18 dicembre 1968). Uscito sottotenente dall'Accademia Militare di Modena (1910), partecipò alla guerra italo-turca (1911-1912). Ferito e pluridecorato durante la prima guerra mondiale, il 3 giugno 1919 fu iniziato massone nella loggia “Michelangelo” di Firenze (Grande Oriente d'Italia, tessera n. 53.738). Aiutante di campo di Vittorio Emanuele III (1923-1927), generale di divisione dal 1938, vicecomandante della spedizione in Albania (marzo 1939), generale di corpo d'armata, ebbe il comando del Corpo di spedizione in Russia (Csir, luglio 1941, 50-60.000 uomini, con pochi mezzi e rifornimenti), la cui avanzata dall'Ucraina al Don comandò sino al 1° novembre 1942 quando chiese il rimpatrio. Promosso generale d'armata per merito di guerra, fu comandante della I Armata italo-tedesca in Africa settentrionale in sostituzione di Erwin Rommel. Arretrò combattendo sino alla Tunisia, ove, promosso maresciallo d'Italia (12 maggio 1943), fu autorizzato alla resa agli inglesi, che lo imprigionarono a Wilton Park in Inghilterra, vegliato dai servizi segreti. Chiamato in Italia su sollecitazione di Badoglio per impulso del re, il 21 novembre 1943 fu nominato capo di stato maggiore generale dell'Esercito, conducendolo da Corpo italiano di liberazione e Gruppi di combattimento sino alla liberazione (aprile 1945). Collocato nella riserva nel 1947, nel 1953 fu eletto senatore come indipendente nelle file della Democrazia cristiana. Fondata l'Associazione nazionale combattenti e reduci, transitato nel Partito democratico italiano (monarchico) e subentrato alla Camera ad Achille Lauro, fu infine deputato nelle file del Partito liberale sino al giugno 1968. Su Messe v. Antonio Zerrillo, “Il Maresciallo Giovanni Messe e la riscossa del Regio Esercito Italiano”, in AA.VV., “Il regno di Vittorio Emanuele III (1900-1946)”, vol. II, “Gli anni delle tempeste (1938-1946)”, Roma, BastogiLibri, 2021, pp. 143-56.
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