di Aldo A. Mola
Alle prese con
cronache irrilevanti, i “media” hanno ignorato l'anniversario dell'evento che
il 3 settembre 1943 cambiò la storia d'Italia, a conclusione della guerra
contro Francia e Gran Bretagna, intrapresa con azzardo il 10 giugno 1940 e
proseguita con errori rovinosi. Basti ricordare la dichiarazione di guerra
contro l'Urss sulla scia di Adolf Hitler (giugno1941) e contro gli Stati Uniti
d'America (11 dicembre 1941). La resa umiliante sottoscritta a Cassibile (Siracusa)
ebbe conseguenze catastrofiche. Una certa Italia, ultranazionalista e fatua,
mise a rischio l’indipendenza formale e sostanziale della Patria.
Un re costituzionale
Nell’estate del 1943 Vittorio Emanuele III
esercitò i poteri di re costituzionale per smantellare il regime fascista,
avviare trattative armistiziali con gli angloamericani e traghettare l’Italia
dalla guerra a fianco della Germania di Hitler alla cobelligeranza con le
Nazioni Unite. Il suo disegno riuscì solo in parte. Alla conferenza di
Casablanca (14-26 gennaio), nella quale decisero l'attacco all'Italia, i
vincitori avevano stabilito che i vinti dovevano arrendersi “senza condizioni”.
L’Italia perse la guerra mentre tante sue forze armate erano in terre lontane
dai confini nazionali. La 4a armata, in quel momento in Provenza,
ricevette l’ordine di rientrare e fu sciolta. Dopo trattative complesse (fu il
caso della futura “Garibaldi” in Jugoslavia) altri corpi passarono sull’altro
lato.
Il 4 giugno 1943 Vittorio Emanuele III
respinse il suggerimento di Dino Grandi (destituire Mussolini “con un colpo di
forza”) e gli fece intravvedere un’altra via: «Oggi il Parlamento tace; è
imprigionato, lo so; ma c’è anche il Gran Consiglio che potrebbe costituire un
surrogato del Parlamento.» Dopo l’ennesimo inconcludente incontro di Mussolini
con Hitler a Villa Gaggia presso Feltre lo stesso giorno del bombardamento
angloamericano su Roma (19 luglio 1943), a fronte dell’incapacità del “duce” di
separare le sorti dell’Italia da quelle della Germania, il re ne decise la
revoca da capo del governo, da tempo in programma, e la sostituzione con il
maresciallo Pietro Badoglio.
Il 22 luglio 1943, due giorni prima che il
Gran Consiglio si riunisse a Palazzo Venezia, 63 senatori «presenti in Roma,
sicuri interpreti di quanti hanno a cuore le gloriose tradizioni del Senato del
regno […], data la gravità della situazione» chiesero al presidente Giacomo
Suardo di convocare «in seduta plenaria» la Camera Alta che non si riuniva da
ormai quattro anni.
Prima che fosse esaminata, la richiesta venne
scavalcata dagli eventi, a cominciare dalla seduta del Gran Consiglio del
fascismo, convocata da Mussolini per le 17 del 24 luglio e conclusa verso le
2:30 del 25 con l’approvazione a larga maggioranza (19 voti favorevoli, 9
contrari e 1 astenuto) dell’ordine del giorno presentato da Dino Grandi, con
adesione di Giuseppe Bottai e Luigi Federzoni. Esso mirò a salvaguardare il
Gran Consiglio, la Camera dei fasci e tutte le istituzioni del regime. Invitò
«il Governo a pregare la Maestà del Re […] affinché Egli voglia per l’onore e
la salvezza della Patria assumere con l’effettivo comando delle forze armate di
terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno,
quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui
attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il
retaggio della nostra Augusta Dinastia di Savoia». L’appello si risolveva nella
richiesta dei gerarchi alla “monarchia fascista”, come recitò l'odg, di
accollarsi il peso della guerra, che precipitava verso l’ormai inevitabile
sconfitta e quindi di addossarsi la responsabilità del loro stesso fallimento:
una proposta astuta ma irricevibile da parte della Corona, che da tempo
approntava la separazione della monarchia dal regime che da quasi vent'anni ne
insidiava le prerogative e la sminuiva nell'opinione pubblica interna ed
estera. Vittorio Emanuele III agì certo per il trono e per la dinastia, ma
altresì per l’Italia nata dal Risorgimento, dalle guerre per l'indipendenza e
quasi tutta unificata dal 1918.
La mattina di domenica 25 luglio Mussolini
chiese udienza al re, con un giorno di anticipo sul consueto incontro del
lunedì. Alle cinque del pomeriggio il re lo ricevette. Premesso che l’Italia
era “in tocchi”, in un brevissimo colloquio gli comunicò la revoca da capo del
governo e la sua sostituzione con Pietro Badoglio, a lui inviso e allontanato
dal potere il 4 dicembre 1940, al fallimento della guerra contro la Grecia.
“Fermato” (non “arrestato”, a differenza di quanto solitamente si legge),
Mussolini si dichiarò pronto a collaborare. Vittorio Emanuele III non ne aveva
alcun bisogno.
Gli antifascisti dinnanzi al
“colpo di Stato”
Su tacito impulso del re e di concerto con il
ministro della Real Casa Pietro d’Acquarone, il capo di Stato Maggiore generale
Vittorio Ambrosio aveva allestito il piano per “far sparire” Mussolini. Non per
ucciderlo, come taluno interpreta, ma isolarlo e renderlo irreperibile, in modo
che non potesse capitanare movimenti fascisti eversivi. Il progetto del sovrano
risultò analogo a quello prospettatogli il 2 giugno da Ivanoe Bonomi
(1873-1951), un tempo socialriformista, democratico, già ministro della Guerra
nell’ultimo governo presieduto da Giolitti, presidente del Consiglio (luglio
1920-febbraio1922) e collare della SS. Annunziata (e quindi “cugino del re”).
Benché non avesse motivo di fidarsene
ciecamente, il re optò per Badoglio. Lo sapeva noto e anche apprezzato
all’estero, in specie dai francesi, e non ne ignorava i contatti con gli
inglesi, ai quali, documenta Elena Aga Rossi, il maresciallo aveva comunicato
di non ritenersi più vincolato a Casa Savoia e di essere pronto a sostituire
Mussolini. Il premier britannico Winston Churchill ne prese nota.
Il voto del Gran Consiglio colse di sorpresa
gli antifascisti “moderati”. Il pomeriggio stesso della seduta, Bonomi venne
informato dell’ordine del giorno Grandi dal massone Domenico Maiocco, su
incarico dell'antico quadrumviro e monarchico Cesare Maria De Vecchi di Val
Cismon. Il 28 luglio in casa di Giuseppe Spataro gli esponenti di sei
“correnti” (liberale, democratica, cattolica, di azione, socialista e
comunista) incaricarono Bonomi di illustrare le «questioni – a loro avviso –
urgenti» a Badoglio, capo del «governo militare del Paese, con pieni poteri».
Il 29 si costituirono in comitato nazionale. Dalla mera “osservazione”
passarono dunque al “colloquio” con il maresciallo, che a Bonomi parve di
«molta inesperienza politica, ma molta buona volontà».
Badoglio al governo
Come documentano i verbali del Consiglio dei
ministri pubblicati a cura di Aldo G. Ricci,, nella sua prima
riunione, il 27 luglio 1943, il governo approvò schemi di decreti legge che
voltarono pagina nella storia d’Italia: soppressione del Partito nazionale
fascista, del Gran Consiglio del fascismo e del Tribunale speciale per la
difesa dello Stato; scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni;
sostituzione di Giacomo Suardo con il grande ammiraglio Paolo Thaon di Revel
alla presidenza del Senato; nomina del generale Quirino Armellini al comando
della Milizia volontaria di sicurezza nazionale, che assunse per distintivo le
stellette dell’esercito al posto dei fasci. Carmine Senise fu nominato capo
della Polizia, militarizzata e sottoposta alla legge penale militare. Una mole
di misure così ampia e di vasta portata non fu frutto di improvvisazione. Nelle
settimane precedenti “la svolta”, Badoglio era stato ripetutamente in udienza
dal re.
Il maresciallo aveva due obiettivi: reprimere
drasticamente prevedibili proteste a favore di Mussolini e del fascismo;
mostrare all’estero di avere il controllo dell’ordine pubblico. Conseguì lo
scopo e mostrò agli angloamericani che il “governo del re” era l’unico
interlocutore affidabile e garante delle condizioni di resa, messe a punto
dagli alleati prima ancora di sbarcare in Sicilia e di accelerare la crisi del
regime.
Il 5 agosto il governo tenne la sua seconda
seduta e varò altre importanti misure: cancellazione del fascio littorio,
funzionamento della giustizia e del corpo diplomatico, organico dei
carabinieri, reintegrazione di docenti ingiustamente rimossi dal regime e
devoluzione dei patrimoni di non giustificata provenienza, mentre i giornali (i
cui direttori erano di nomina post-fascista) denunciavano i “profitti di
regime”.
Verso la fine della guerra: “armistizio” o “resa senza condizioni”?
Il 7 agosto il re autorizzò l’avvio di
contatti con gli angloamericani per approdare a trattative armistiziali. Come
scrisse nelle memorie, mai confutate al riguardo, il generale Giuseppe
Castellano (1893-1977), il più giovane dell’esercito italiano e di piena
fiducia del sovrano, si offrì di raggiungere in qualsiasi modo il comandante
delle forze angloamericane sul fronte europeo, Dwight Eisenhower, «per far
conoscere le nuove intenzioni dell'Italia dopo la caduta del fascismo», a
cospetto della «già palese occupazione da parte dei tedeschi».
La mattina del 12 agosto il comandante
supremo Vittorio Ambrosio gli ordinò di partire il giorno stesso per Lisbona
con il compito di prendere contatto con il comando angloamericano. In un
incontro del tutto casuale, il ministro degli Esteri Raffaele Guariglia gli
raccomandò di non farsi scoprire e di chiedere agli Alleati di sbarcare a nord
di Roma per metterla al sicuro dai tedeschi. Guariglia riteneva che le
trattative armistiziali dovessero rimanere riservato dominio del corpo
diplomatico. Non percepiva che per gli angloamericani la resa dell’Italia non
era una questione politica ma prettamente militare. Contrariamente a quanto si
pensava a Roma, l’Italia non aveva nulla da “trattare”. Doveva solo ricevere ed
“eseguire” le condizioni che le sarebbero state dettate.
Privo di credenziali, a parte l’invito a
riceverlo, scritto su un biglietto dall’ambasciatore britannico in Vaticano,
Francis D’Arcy Osborne, al suo collega a Madrid, Samuel Hoare, Castellano partì
con passaporto intestato a tale Raimondi, funzionario del ministero di Scambi e
Valute. Poiché non conosceva l’inglese si valse quale interprete di Franco Montanari,
nipote di Badoglio e console italiano a Lisbona. Il viaggio fu avventuroso. A
Genova il loro vagone rischiò di essere dirottato verso Torino, donde sarebbe
proseguito in direzione Bardonecchia-Modane: una linea interrotta da
bombardamenti. Fortunatamente poté proseguire verso la Costa Azzurra. Partito
da Roma il 12, Castellano giunse a Madrid il 15. Profittò di una sosta di poche
ore per farsi ricevere dall’ambasciatore Hoare, conservatore e buon conoscitore
dell’Italia, ove dal 1917 era stato in servizio per i servizi segreti militari
britannici.
Fattosi riconoscere, Castellano fu accolto
con cordialità ed espose con franchezza non solo le tragiche condizioni
dell’Italia ma anche l’intento di combattere i tedeschi. Hoare gli dette un
biglietto per il collega a Lisbona, Ronald Campbell, e gli assicurò che avrebbe
tempestivamente informato gli Alleati del suo arrivo. Giunto a Lisbona alle 22
del 16 agosto il generale cercò il contatto con l’ambasciatore britannico.
Accolto con formale cortesia, in un primo rapido colloquio ebbe la sensazione
che Londra non fosse stata affatto informata e non lo avesse allertato. Rimase
due giorni in attesa di convocazione tramite un messaggio firmato “du Bois”,
che sarebbe stato recapitato a Montanari.
Solo alle 22:30 del 19 agosto Castellano fu
finalmente ricevuto da Campbell, nel frattempo raggiunto dal generale Walter
Bedell Smith, capo di Stato Maggiore del comando alleato ad Algeri,
dall’incaricato d’affari statunitense George Kennan e dal generale Kenneth
Strong, capo dell’Intelligence Service angloamericano: una delegazione del
massimo livello, che lo salutò con un cenno del capo. Castellano cercò di
esporre il suo punto di vista, da comunicare al comandante supremo Dwight
Eisenhower: gli italiani intendevano concorrere alla guerra contro i tedeschi.
Smith rispose freddamente leggendogli le condizioni della resa che l’Italia era
tenuta a sottoscrivere senza obiezioni né riserve di sorta entro le 24 del 30
agosto (il cosiddetto “armistizio breve”) e gli illustrò la Dichiarazione
redatta il giorno prima da Roosevelt e da Churchill nel corso della conferenza
di Québec (14-24 agosto).
Castellano rifiutò di commentare i documenti
che era tenuto a recare a Roma, ma se ne fece illustrare ulteriormente i
contenuti e perorò uno sbarco angloamericano nelle vicinanze di La Spezia e uno
presso Rimini per costringere i tedeschi ad arretrare per difendersi
nell’Italia settentrionale, «abbandonando tutta la parte centro-meridionale». I
suoi interlocutori lo ascoltarono «impassibili». Castellano aggiunse infine che
«per condurre a termine i preparativi di una effettiva collaborazione» il
governo italiano aveva bisogno che trascorressero almeno quindici giorni tra la
firma segreta della resa e il suo annuncio. Al riguardo non ottenne alcun
chiarimento. Fornito di una radio ricetrasmittente, di cifrario e di una
“parola chiave” per aprire le comunicazioni, il 23 agosto partì in treno per
Roma. Vi giunse il 27, tre giorni prima della scadenza fissata all’Italia per
l’accettazione della resa. Poco dopo la sua partenza, con missione identica
alla sua, approdarono a Lisbona i generali Francesco Rossi e Giacomo Zanussi,
già addetto militare a Berlino e quindi ricevuto freddamente dagli
interlocutori, che gli consegnarono sia lo strumento di resa già dato a
Castellano sia clausole aggiuntive, il cosiddetto “armistizio lungo”,
approntato, come il “corto”, molto prima che gli italiani contattassero gli
alleati. Giunto a Roma Castellano consegnò i documenti al comandante supremo
Ambrosio, che li comunicò a Badoglio.
Mentre continuavano i durissimi bombardamenti
“pedagogici” sulle principali città italiane (il 13 agosto Roma, poi Torino,
Milano, Napoli, Foggia…), appreso che il governo Badoglio si stava avviando
alla resa, nel Memorandum di Quebec del 18 agosto 1943 il presidente degli
Stati Uniti d’America Franklin Delano Roosevelt e il premier britannico Winston
Churchill avevano dichiarato che «la misura nella quale le condizioni [di resa]
saranno modificate in favore dell’Italia dipenderà dall’entità dell’apporto
dato dal Governo e dal popolo italiano alle Nazioni Unite contro la Germania
durante il resto della guerra». Gli italiani avrebbero ricevuto tutto l’aiuto
possibile delle Nazioni Unite ovunque avessero combattuto contro i tedeschi. Al
momento dell’armistizio il governo di Roma doveva ordinare alla flotta e agli
aerei di consegnarsi agli alleati. Dai porti del Nord le navi dovevano recarsi
«nei porti a sud della linea Venezia-Livorno». Roma ne dedusse che gli
angloamericani si sarebbero attestati a nord di Roma e di Firenze a ovest e
sulla costa romagnola a est.
Nei due giorni seguenti al rientro di
Castellano, il maresciallo Badoglio, Ambrosio, d’Acquarone e il generale
Giacomo Carboni, comandante del corpo d’armata schierato a difesa di Roma,
valutarono con lui le condizioni della resa. Informato il 29 agosto dell’esito
della missione a Lisbona, il re ne colse l’aspetto fondamentale: mentre
comunicavano le durissime clausole “senza condizioni” gli angloamericani
chiamavano a risponderne il “governo del re”. Quindi la continuità
istituzionale dell'Italia era salva, proprio quale garante della loro
esecuzione. Pertanto, nell’impossibilità assoluta di invertire il corso della
storia e nell’urgenza, anzi, di rompere l’alleanza con i tedeschi, ormai
dilaganti nel Paese, Vittorio Emanuele III concluse che la resa andava
sottoscritta così com’era imposta. Dopo la revoca di Mussolini e la decisione
di avviare il contatto con gli angloamericani per l’armistizio, fu la terza
decisione di fondamentale importanza per le sorti dell’Italia assunta nel
volgere di 36 giorni da chi era “capo supremo dello Stato” in forza dell’art. 5
dello Statuto.
Il 31 agosto Castellano partì con Franco
Montanari per l’aeroporto di Termini Imerese, indicatogli dagli Alleati, che ne
scortarono il volo. Trasferito al loro campo presso Cassibile, illustrò il
memorandum approntato dal ministro degli Esteri Raffaele Guariglia. Il governo
aveva bisogno che l’annuncio della resa coincidesse con un massiccio sbarco
degli Alleati (almeno quindici divisioni) a nord di Civitavecchia e con il
lancio di una divisione di paracadutisti nei pressi di Roma a supporto delle
divisioni italiane schierate a difesa della capitale e, implicitamente, del
vulnerabilissimo Stato della Città del Vaticano.
Gli angloamericani si limitarono a promettere
l’aviolancio di 2.000 uomini e intimarono l’accettazione immediata delle
condizioni di resa senza alcuna obiezione. Rientrato in serata a Roma, il 1°
settembre Castellano aggiornò Badoglio, Ambrosio e Carboni. Questi dichiarò
impossibile la difesa di Roma per carenza di armi, munizioni e carburante, a
differenza di quanto da lui affermato in precedenza. Nel pomeriggio il re
sciolse ogni riserva. La resa era l’ineluttabile approdo del cammino intrapreso
il 25 luglio.
Seguirono due giorni di confusione. Il 2
settembre, sempre affiancato da Montanari quale “official italian interpreter”
e accompagnato dal maggiore Luigi Marchesi, Castellano volò per la seconda
volta a Termini Imerese per essere condotto al Fairfield angloamericano di
Cassibile. Poiché, però, si presentò senza le necessarie credenziali, dovette
insistere ripetutamente affinché Badoglio ufficializzasse la sua missione di
rappresentante del governo. A volte il maresciallo appariva l’ombra di sé stesso.
Anche il principe ereditario Umberto di Savoia lo notò e ne rimase
sfavorevolmente impressionato.
Sin dal 1° settembre il Comitato Centrale
interpartitico antifascista era informato di quanto stava avvenendo tramite
Luigi Rusca, amministratore delegato della casa editrice Mondadori, richiamato
alle armi con il grado di tenente colonnello e addetto al Servizio Informazioni
Militari. Per capire meglio, Bonomi chiese un colloquio con Badoglio, che però,
giustamente allarmato dalla fuga di notizie implicita nelle sue domande, rimase
silenzioso, «molto turbato e preoccupato».
Alle 17:15 di venerdì 3 settembre «per il
Maresciallo Pietro Badoglio, capo del governo italiano» Castellano, «generale
di brigata, addetto al Comando supremo italiano», e Walter B. Smith, maggior
generale dell’esercito statunitense e capo di Stato Maggiore «per Dwight
Eisenhower, generale dell’esercito degli USA, comandante in capo delle forze
alleate», sottoscrissero le condizioni della resa (“surrender”) dell’Italia
presentate per delega degli Stati Uniti e della Gran Bretagna e nell’interesse
delle Nazioni Unite, comprendente l'Unione delle repubbliche socialiste
sovietiche (URSS). Esse imposero il trasferimento immediato della flotta e
degli aerei nelle località designate dal comandante in capo alleato, con i
dettagli di disarmo da lui fissati, la garanzia immediata del libero uso da
parte degli alleati di tutti gli aeroporti e porti navali in territorio
italiano, l’immediato richiamo a proprio carico in Italia delle forze armate
dislocate all'estero e la garanzia da parte del governo che, se necessario,
avrebbe impegnato tutte le sue forze per assicurare la sollecita e precisa
esecuzione delle condizioni della resa.
Aldo A. Mola