NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 12 novembre 2013

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - VI

Camera dei Deputati: discussione sulle comunicazioni del Governo e primo voto di fiducia.

Nello stesso giorno dell'apertura della Sessione, sia alla Camera che al Senato si inizia la discussione sulle comunicazioni del governo. Diamo qui gli interventi degli esponenti più in vista e di quei deputati che parlarono a nome di un partito o di un gruppo. Ciò varrà a dare un'idea esatta, collegando la discussione con la votazione, dell'ambiente parlamentare, non dissimile da quello del Paese, cioè di enorme favore per Mussolini ed il fascismo.

Parla contro il governo l'on. Cao del gruppo sardo, il quale dice: «Voi avete anche facilmente squassato ruderi che si reggevano sol per forza d'inerzia; per ultimo il ministro Facta. Non fu generoso bollare «traditori della Patria» uomini ai quali il dovere di una forza pari all'altezza dell'ufficio era, dal vostro partito, reso più che malagevole, impossibile. Dirà la storia quanta parte di responsabilità nello smarrimento della forza e della dignità dello Stato, in ultimi due anni- spetti all'azione del vostro partito ».

Giovanni Rosadi liberale è contro il governo, ma voterà la fiducia non senza prima avere rilevato - a proposito della presenza di alcuni esponenti del Partito Popolare - come questi in sede di Consiglio Nazionale, pochi giorni prima della marcia su Roma si erano dichiarati contrari al movimento di conquista ma poi improvvisamente, alla chiamata di Mussolini «facevano tregua con le milizie fasciste e le loro deprecate violenze ed entravano a partecipare a questo governo».
L'on. Terzaghi svolge il suo ordine del giorno:
«La Camera, fiduciosa nelle sorti della Patria, udite le dichiarazioni del Governo, le approva e passa all'ordine del giorno».

Ad una interruzione dell'estrema sinistra Mussolini rivolto a questa così la investe: «Del resto anche voi non eravate alieni dal mandare qualcuno dei vostri! Avreste mangiato il frutto proibito anche voi!».

Filippo TURATI, parla a nome del gruppo socialista unitario: «Dopo che il nuovo Presidente del Consiglio con esempio ignoto fin qui negli annali di tutti i parlamenti civili - non conosco la storia dei parlamenti turchi od egizi - ci aveva, anzi vi aveva parlato, evidentemente tra la distrazione del nostro illustre Presidente, naturale tutore della Camera - non dimesso né dimissionario, perché la nuova istoria esige in tutto cose nuove - dopo che, dicevo, il nuovo Presidente del Consiglio ci aveva parlato col frustino in mano, come nel circo un domatore di belve quanto narcotizzate! - e lo spettacolo delle grosse offerte allo scudiscio e del ringraziamento di plausi ad ogni nerbata...». Turati si rammarica delle parole ingiuriose del Popolo d'Italia contro la Camera e Mussolini risponde in due successive interruzioni: «Come si merita!». E Turati continua: «Potevate, diceste, sprangare il Parlamento, potevate in questa aula grigia e sorda fare un bivacco di manipoli e l'on. De Nicola poteva essere nominato vivandiere...». «Quale beffa, on. Mussolini, quale atroce beffa, on. colleghi, noi facciamo, votando, alla Nazione e a noi stessi!».

L'on. De Vecchi, che siede al banco del governo, grida ai deputati dell'estrema sinistra: «Castroni!» e l'on. De Nicola lo richiama all'ordine poi aggiunge:
DE NICOLA (seccato e con forza): «Ed io dichiaro alla Camera, dal momento che il Presidente sono io, che dopo la parola dell'on. De Vecchi e dopo quella dell'on. Turati, rassegnerò le mie dimissioni». (Fra la destra e l'estrema sinistra sì accende uno scambio vivace di invettive). Il repubblicano on. Conti scatta in piedi ed urla rivolto verso l'on. Mussolini additandogli i socialisti: «Fustigateli! Fustigateli! Per la salvezza d'Italia». Alte ingiurie dei socialisti i quali evidentemente sono rimasti scottati dalla frase del collega repubblicano già filofascista. Il Presidente scampanella ripetutamente, energicamente riuscendo a stento a stabilire una relativa calma.

GIOVANNI CONTI «Credo non dispiaccia neppure al Presidente del Consiglio di udire una parola di opposizione più precisa e più chiara di quella pronunciata testé dall’on. Turati. una parola ispirata non già ad un programma di governo e di collaborazione come quella dell’on. Turati, ma ispirata alle idee, agli ideali anzi di un partito. il repubblicano, che non cede le armi di fronte alla dittatura che si inaugura oggi in Italia.
«lo credo. on Mussolini che voi abbiate trovato nel socialismo riformista di oggi così come è accaduto nel passato ad altri dominatori, il vostro migliore alleato».
«Voi conoscete i vostri ex compagni così come li conosco io. Credo che possiamo essere d'accordo in questo giudizio. Se avete pensato di aver paura di costoro, nessuna paura... ».
E l’on Conti dice queste parole rivolto a Mussolini indicando i deputati socialisti e quasi offrendosi per venirgli in aiuto. Il suo discorso vorrebbe essere di opposizione al governo, ma ad una interruzione ironica di Modigliani dice: «Già per voi l'opposizione è stata sempre una guerricciola con le persone. lo non faccio codesta opposizione. Il nostro bersaglio è la Monarchia. Il vostro eminente collega Turati ha insegnato per trent'anni ai suoi compagni che far la Repubblica non valeva la pena poiché si trattava di null'altro che del cambiamento delle insegne delle rivendite dei sali e tabacchi».

ALCIDE DE GASPERI: Il deputato popolare critica l'atteggiamento rivoluzionario del fascismo nei confronti dello Stato accentratore e monopolizzatore: il fascismo vorrebbe correggere questa situazione con la violenza e l'azione diretta mentre il P.P. ha proceduto covi opera di critica e con propositi di legale trasformazione. «Ciò non pertanto - dice De Gasperi - i nostri amici, dopo che il movimento insurrezionale ebbe vita costituzionale dall'incarico della Corona, entrarono a far parte del nuovo governo con la ferma speranza che al di là di ogni valutazione della sua opera e funzionalità passate, quell'istituto parlamentare che i nostri padri ci hanno conquistato attraverso il martirio delle lotte per la libertà e che rappresenta il patto di alleanza fra la Maestà del Re e il suo popolo, debba rimanere per rinvigorirsi a presidio della libertà dei cittadini e per la grandezza d'Italia. Perché secondo le nostre convinzioni inseparabili sono nel nostro regime la volontà del popolo e la volontà del Re, le due fonti dei nostri diritti civili e politici». Accennando poi alla eventualità di uno scioglimento della Camera, afferma: «Saprà il Re trovare il momento in cui ha da essere fatto». E dopo avere dichiarato che il P.P. voterà in favore del governo e che lo appoggerà nella sua politica, l'on. De Gasperi aggiunge: «Nel fascismo - si è affermato spesso qui - divampa la passione e l'orgoglio di rendere l'Italia d'oggi degna della sua tradizione millenaria ».

REUTH NICOLUSSI: parla esclusivamente sulla situazione dell'Alto Adige e delle violenze fasciste colà compiute contro le minoranze tedesche.

COSTANTINO LAZZARI: socialista, nega alcun valore parlamentare al programma enunciato dal governo, in quanto che «il capo del nuovo governo ne ha già dato la preventiva e inesorabile svalutazione affermando che egli non domanda, non ricerca una maggioranza parlamentare della quale può fare benissimo a meno, perché crede di essere in grado ora più che mai di schiacciare ogni opposizione e stravincere con la forza dei trecentomila giovani armati di tutto punto e a tutto decisi e quasi misticamente pronti al suo cenno imperiale »... Resteremo in pochi a votare contro il governo. Le democrazie, i popolari, dopo avere con la loro insufficiente debolezza, con le loro miserabili competizioni di uomini. con la loro cronica incomprensione dei fatti sociali, lasciato determinarsi la presente situazione, daranno l'ultimo spettacolo di viltà votando in favore dell'on. Mussolini il quale mentre proclama di apprestarsi ad inaugurare una politica di dignità nazionale, non sente la vergogna che infligge all'Italia di fronte al mondo trattando, così come la tratta, la rappresentanza elettiva!». Il Lazzari continua facendo una critica serrata al «fortunato colpo di mano» compiuto da Mussolini.
Nessun altro oratore chiede di parlare sulle dichiarazioni del governo e si passa allo svolgimento degli ordini del giorno. Parla l'on. De Andreis, repubblicano, che svolgendo il suo ordine del giorno critica con ironia dolorosa gli atteggiamenti del governo.

RABEZZANA, comunista, per un suo ordine del giorno contro il governo polemizza coi partiti democratico, socialdemocratico e popolare che appoggiano il governo.

Luigi GASPAROTTO, della democrazia sociale, difende l'azione di Mussolini durante l'intervento, ed il metodo seguito dal fascismo nella sua ascesa al potere col suo movimento travolgente della gioventù, in quanto egli lo ha «seguito fin dalla prima ora, con aperta simpatia». E continua: «Ma penetrando nel vivo e nel fondo del fatto storico recente perché on. Colleghi, perché il paese in aperto contrasto con la Camera ha fatto ala senza proteste alla gioventù che marciava su Roma e minacciava di stringere di assedio il Viminale e diciamolo pure, forse anche il Quirinale? Perché finalmente vedeva spezzarsi le incrostazioni dei vecchi partiti, troppe volte intristiti negli intrighi, e la egemonia di pochi uomini che, attraverso il Parlamento, dominavano tutta la vita nazionale». Il discorso è tutto una aperta difesa della marcia su Roma per dare l'impressione che questa è la volontà dei combattenti che nel gesto di Mussolini vogliono riassumere la Vittoria e la loro volontà di rinnovamento dell'Italia. E così termina: «La democrazia sociale accompagna lealmente il nuovo Governo alla prova e riprende il suo posto nel Paese. On. Mussolini! Rassegnando al Re la lista dei nuovi ministri, Voi avete detto: - Vi presento un governo dell'Italia di Vittorio Veneto (1). - La democrazia rivolgendosi fidente al vostro cuore di soldato e di cittadino ricorda che l'Italia di Vittorio Veneto è l'Italia uscita dal dolore e dal sacrificio serenamente superati per fare più lieta e gloriosa la vita ai nostri figli ».

D'ARAGONA del partito socialista e segretario della Confederazione Generale del Lavoro dichiara di parlare a nome di questa e indipendentemente da ogni partito politico (2) e svolgere un suo ordine del giorno nel quale chiede semplicemente che il governo tenga conto, nella sua risposta alla Camera, dei bisogni della classe lavoratrice. Il discorso del D'Aragona non è un discorso di opposizione, ma quasi un desiderio, una offerta di collaborazione; un discorso che pone le basi di quelle trattative che poi seguiranno e che se fallirono non fu soltanto per colpa del governo, ma dell'influenza che ebbero i partiti socialisti i quali, mentre si dilaniavano fra di loro pretendevano, disuniti e slegati com’erano, di far argine alle imponenti forze fasciste. A questo  il fenomeno del passaggio in massa dei lavoratori alle organizzazioni che si vanno costituendo sotto l’egida del Fascio littorio.

Al termine della discussione risponde a tutti l'on. Mussolini. All'on D’Aragona assicura che mai farà una politica contraria agli interessi della classe operaia. Egli invoca pertanto dai dirigenti della Confederazione del Lavoro l'opportunità di distaccarsi dalla tutela dei diversi partiti politici socialisti ognuno dei quali, a torto od a ragione, pretende di incarnare il purissimo verbo del socialismo: «Del resto, il fatto stesso che uno dei leaders della Confederazione non era alieno dal partecipare al mio Governo - dice Mussolini - dimostra chiaramente che non ci sono pregiudiziali assolute; d'altra parte io ricordo a quel settore della Camera (accennando all'estrema sinistra) che se gli eventi hanno avuto questo ritmo precipitoso, gran parte della responsabilità spetta a voi.

«Se il proletariato italiano ha assistito al nostro movimento senza tentare e senza nemmeno pensare di buttarci fra le gambe il tentativo di sciopero generale, che ci avrebbe dato evidentemente qualche fastidio, certo segno è che il proletariato italiano ha capito che bisognava spalancare le finestre perché l'aria di certi ambienti era diventata mefitica e irrespirabile. L'intuito profondo che guida le masse, e che qualche volta abbandona i capi delle medesime, quell'intuito profondo ha consigliato quell'atteggiamento del proletariato che io chiamo di benevola aspettativa». Mussolini risponde ancora a Cao ed a Wilfan e prega l'on. De Nicola di ritirare le dimissioni e questi aderisce fra le interminabili ovazioni della Camera e vi si associano anche le tribune. Indi la discussione riprende sull'ordine del giorno di fiducia al Governo.

Ezio MARIA GRAY a nome del gruppo nazionalista dichiara che l'appoggio al governo «vuole anche essere invito sereno e fraterno ai dubbiosi ed ai travagliati perché riconoscano e favoriscano con la loro adesione strettissima questo governo il quale, tenuto al fonte battesimale della nuova storia triplicemente dal Re, dal popolo, dall'esercito come espressione della Vittoria d'Italia, ha bene il diritto di aver la fiducia del Parlamento».

SARROCCHI, a nome del gruppo liberale elogia l'atteggiamento del governo e la sua «decisiva espressione di forza e di volontà contenuta nelle parole del Presidente del Consiglio» e rammenta che due anni prima, in un ordine del giorno presentato alla Camera il 31 gennaio 1921 il gruppo liberale affermava che «le benemerenze del fascismo sono infinite»... «Noi non applaudimmo ieri (primo dovere degli amici è la sincerità) alla fustigazione che infliggeste ai vinti di questa Assemblea; ma l'alta parola con la quale ieri ed oggi avete affermato le supreme necessità della Patria, ci ha reso fieri della nostra non recente alleanza col vostro partito».

BERARDELLI, a nome del gruppo socialista riformista richiamandosi alla memoria e alle tradizioni di Leonida Bissolati e Cesare Battisti. dichiara di dare voto favorevole. «Auguriamo a voi ed al Paese, on. Mussolini, che possiate ispirare la vostra opera di governo alle due grandi idealità: la grandezza dell'Italia ed i diritti del lavoro».

RAINERI, a nome del gruppo di democrazia liberale dichiara di dare voto favorevole, non soIo, ma con l'intesa che il voto «aggiungendosi alle ardenti aspettative del Paese che invoca la propria risurrezione politica, economica e finanziaria, possa confortare la vigorosa volontà con cui il governo si propone di assolvere il Suo compito».

DRAGO, socialista riformista, non è soddisfatto delle dichiarazioni fatte dal suo collega di gruppo on. Berardelli, siano pure esse favorevoli al governo. «La ragione del mio voto favorevole risale alle origini del Fascio parlamentare di difesa nazionale, che in pochi costituimmo all'indomani di Caporetto; risale, cioè, a ben cinque anni di assoluta identità tra lo spirito che ha guidato la mia azione parlamentare e quello che ha condotto il fascismo al potere. Lasciate dunque, on. colleghi, che fra tanti fascisti della sesta giornata, sia lecito, con orgoglio e con purezza di cuore, a chi lo fu fino dal primo giorno, a chi riconobbe nella vittoria di ieri il giusto conseguimento meritato, di una dura battaglia insieme combattuta per anni, lasciate la soddisfazione di dare il proprio voto, con pienezza d'animo, e non per contingenze parlamentari o per tardive resipiscenze, al governo che rappresenta per la prima volta il popolo italiano». Termina accennando ai tentativi di pacificazione fatti dall'on. Mussolini «con arrendevolezza», ma esigendo unicamente una dichiarazione di apoliticità da parte della Confederazione del Lavoro ed il distacco dal Partito Socialista, per disarmare.

Si passa quindi alla votazione dell'ordine del giorno presentato dall'on. Terzaghi:
«La Camera, fiduciosa nelle sorti della Patria, udite le dichiarazioni del Governo, le approva e passa all'ordine del giorno».

La votazione dà il seguente risultato:
Presenti: 429; astenuti: 7; votanti: 422; maggioranza: 212, favorevoli: 306; contrari: 116. (17 novembre 1922).
La Camera approva a grande maggioranza la fiducia a Mussolini ed al Governo Fascista (3).

(1) Afferma la figlia Edda Ciano nelle sue memorie che la frase attribuita a Mussolini non è mai stata pronunciata.
(2) La C.G.I.L. si mosse sempre nell'ambito del Partito Socialista e ne subì le influenze.
(3) Atti parlamentari C.D. Veggansi in appendice i nomi dei deputati che hanno votato Sì, quelli che hanno votato No, gli astenuti, gli ammalati e gli assenti volontari.



Palazzo Reale di Torino: riapre il percorso tra le cucine e gli appartamenti riscoperti

Un nuovo percorso di visita a Palazzo Reale permetterà di ammirare gli appartamenti di Maria Felicita di Savoia e le cucine reali: la visita si concluderà nei depositi, dove si potranno vedere i grandi servizi da tavola

Le cucine sono uno degli ambienti più particolari del palazzo: qui venivano preparati i grandi banchetti di corte. I locali sono stati restaurati e riproposti così come si presentavano negli anni Trenta del Novecento. Il percorso si snoderà tra antichi utensili da cucina, forni e stoviglie: le scale e i corridoi che i valletti utilizzavano per portare il cibo sulla tavola dei reali saranno percorsi durante la visita, che toccherà anche la sala da pranzo di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena.
Negli appartamenti contigui, dal 1778, la principessa Maria Felicita, sorella del Re di Piemonte-Sardegna Vittorio Amedeo III, venne ad abitare: gli appartamenti furono decorati in stile Luigi XVI e furono molto amati anche da altre figure femminili di Casa Savoia, tanto che ancora nel Novecento anche la Regina Elena, moglie di Vittorio Emanuele III, vi abitò saltuariamente.
La visita si concluderà nei depositi visitabili, nei quali sono conservati i grandi servizi da tavola del palazzo, realizzati delle più importanti manifatture europee.

venerdì 8 novembre 2013

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II


Nel nuovo aggiornamento del sito dedicato a Re Umberto II la commemorazione del Re tenuta dallo scrittore Roberto Pazzi in Campidoglio nel 2004.


Buona lettura!

mercoledì 6 novembre 2013

Per il Re, di Gabriele D'Annunzio




Salva il Re che, dimesso l’ermellino
e la porpora, come il fantaccino
renduto in panni bigi,
sfanga nel fosso o va calzato d’uosa
cercando nella cruda alpe nevosa,
Dio vero, i tuoi prodigi.

Salva il Re che partisce il pane scuro
col combattente e non isdegna il duro
macigno alla sua sosta
né pe’ suoi brevi sonni strame o paglia
sospesi ai rossi orli della battaglia
che sotterra è nascosta.

Proteggi il Re del sollecito amore,
che in casta forza il tremante dolore
cangia con l’occhio fermo,
il Re che in fronte ha la ruvida ruga
e pur sì dolce esser può quando asciuga
la tempia dell’infermo.

Proteggi il Re della semplice vita
chinato verso ogni bella ferita
che è rosa del suo regno,
chinato verso il sorriso dei morti,
verso il sorriso immortale dei morti,
che è l’alba del suo regno.

19 decembre 1915.

sabato 2 novembre 2013

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - V

La stampa italiana

I commenti dei nostri quotidiani sono disparati: Il Giornale d'Italia è fra i più entusiasti. «L'on. Mussolini ha rivolto alla Camera parole schiette. Egli non ha voluto usare con l'assemblea nessuna delle vecchie formule sacre all'ipocrisia parlamentare; egli ha detto ai deputati la verità che scaturisce dal rivolgimento fascista operato per salvare il Paese boccheggiante. Quale il maggiore responsabile delle gravi condizioni della Nazione? Il Presidente del Consiglio lo ha fatto intendere molto esplicitamente: è il parlamentarismo. Per ben due volte nel maggio del 1915 e nell'ottobre del 1922 la Nazione ha dovuto imporre la propria volontà al di fuori, al di sopra e contro il Parlamento. Mussolini adunque ha parlato a nome del Paese e si è rivolto alla Camera unicamente per raccogliere in aiuto della « Nazione boccheggiante » quanti, al di sopra dei partiti, questa vogliono salvare. Egli ha detto di non volere governare contro la Camera, finché ciò gli sarà possibile, ma di poterne fare a meno.
 
« Particolarmente caloroso è stato l'omaggio che l'on. Mussolini ha rivolto al Sovrano per essersi rifiutato ai tentativi reazionari, per avere, evitato la guerra civile, e per avere permesso di immettere nelle stracche arterie dello Stato parlamentare la nuova impetuosa corrente fascista uscita dalla guerra ed esaltata dalla Vittoria. A tale omaggio al Sovrano, oltre che all'omaggio reso dal Presidente del Consiglio all'esercito e alla marina, la grande maggioranza della Camera si è associata con caldi applausi ed evviva ».

La Gazzetta del Popolo di Torino: « Il discorso di Mussolini nella parte programmatica fu superbo di vigore, di larghezza di visione, di intelligente comprensione e graduazione dei problemi nazionali. Mussolini, come uomo di governo, si rivela ogni giorno più poderoso e più grande». E poi ancora: «La requisitoria brutale dell'on. Mussolini non sarebbe stata possibile se in essa non si fosse espresso, anche più che quello dell'oratore, il pensiero e il sentimento dei nove decimi degli italiani».

La Stampa di Torino, in una corrispondenza da Roma pubblica le impressioni del suo corrispondente Sobrero intitolate «Il dominatore» : « Una profonda amarezza - sarebbe più esatto dire un profondo disgusto - è rimasto nell'ambiente parlamentare per la brutalità con la quale il Capo del governo ha inteso colpire la Camera; brutalità voluta per la brutalità, si dice a Montecitorio, poiché - si aggiunge dai malcontenti - sarebbe stato più leale da parte dell'on. Mussolini sciogliere la Camera secondo la facoltà che egli non nasconde di possedere. Perché si domanda da molti deputati - il volersi servire eventualmente per due anni di una Assemblea verso la quale il Presidente del Consiglio mostra di nutrire così profondi disistima» ?

L'Avanti! scrive: Tutti gli uomini rappresentativi del fascismo hanno assunto funzioni di Stato: i gangli della vita statale sono nelle mani del fascismo. Gli stessi ministri popolari, democratici, liberali che compongono la combinazione Mussolini non sono che degli ostaggi nelle mani del fascismo: ed ostaggio sarà la maggioranza parlamentare che suffragherà di larghi voti. per paura personale ed elettorale ».
Il Corriere della Sera invece, dopo avere osservato che per fare un ministero di transizione come quello presentato da Mussolini non occorreva fare una rivoluzione. ammette: < Il Presidente del Consiglio ha esposto alla Camera un programma politico che qualunque Parlamento avrebbe potuto e dovuto liberamente approvare. Nulla o quasi nulla in esso può sollevare una onesta opposizione; né una politica interna diretta alla restaurazione dello Stato, al miglioramento della situazione finanziaria, a una pacificazione civile fondata sulla disciplina nazionale e non su una coscienza dei doveri non meno chiara e severa della coscienza dei diritti ».

L'Italia, giornale cattolico di Milano, è tutto esultante ed in un editoriale si compiace della parte del discorso che giustifica la presenza dei popolari al governo. Fra le molte impressioni fiorite fra i deputati, particolarmente interessanti sono le due che qui sotto riportiamo. L’on. Arturo Vella, socialista massimalista: «L'attacco sprezzante, offensivo che ha fatto al Parlamento attuale è stato da molti di noi socialisti intransigenti non soltanto ironicamente applaudito: l'attuale Camera, che raccoglie l'ingiuria in silenzio, la merita pienamente. Parimenti lo scherno ai feticisti del diritto costituzionale è pienamente giustificato, e, attraverso la durezza della forma appariva l'antico  marxista: il diritto non esiste, esiste la forza soltanto, che poi plasma, trionfando, il nuovo diritto formale. La classe operaia, in ciò, ha ancora qualche cosa da apprendere da Benito Mussolini ».

L'on Giolitti, richiesto in mezzo ad un cerchio di un centinaio di deputati, se approvava il discorso anche nella parte che tocca la sovranità della Camera, risponde: «La colpa è vostra, dice con fermezza, ve l'ho scritto e ve lo ripeto ora. Avete avuta molta paura». All'obiezione che in agosto non parlava così, egli aggiunge: «Allora non ero pronto non solo, ma avevo il veto di don Sturzo contro di me».

sabato 26 ottobre 2013

I Savoia al Verbano



La Casa Reale, Stresa e la villeggiatura fra Otto e Novecento


MAGAZZENO STORICO VERBANESE
CONVEGNO DI STUDI
Sabato 9 Novembre 2013,
dalle ore 9.15
Grand Hôtel des Iles Borromées
C.so Umberto I, 67
Stresa 28838 (VB)





Programma

Moderatore: ING. ROBERTO TROUBETZKOY

Saluto delle autorità e dei rappresentanti di Casa Savoia

PAOLO COZZO,
Università di Torino 
I Savoia, il Verbano e le terre di “nuovo acquisto” progetti e strategie di una dinastia in ascesa

UMBERTOMURATORE,
Centro Internazionale Studi Rosminiani di Stresa.
Rosmini, i Rosminiani e Casa Savoia

GIANNI PICENARDI,
Centro Internazionale Studi Rosminiani di Stresa.
Stresa, Palazzo Bolongaro, Villa Ducale, Centro Internazionale di Studi Rosminiani

ORNELLA SELVAFOLTA,
Politecnico di Milano.
La Villa Reale di Monza, a fine Ottocento, tra corte estiva e residenza di villeggiatura. Il
ruolo dell’Architetto Achille Majnoni d'Intignano nella costruzione di un modello di gusto
Visita alla Villa Ducale di Stresa a seguire Buffet

MARGHERITA AZZI VISENTINI,
Politecnico di Milano.
Ville e giardini del Golfo Borromeo tra Otto e Novecento

LUCIA PINI,
Conservatore del Museo Bagatti Valsecchi Milano.
L’iconografia di Margherita di Savoia

coffee break

CARLO ALESSANDRO PISONI,
Archivio Borromeo Isola Bella e Magazzeno Storico Verbanese.
Tra due sponde di lago: i Borromeo, feudatari di due regimi

VALERIO CIRIO,
Magazzeno Storico Verbanese.
La formazione delle infrastrutture al lago Maggiore: I Savoia e il Sempione

ANDREA LAZZARINI,
Scenari, Stresa.
L’ospitalità sul Verbano, dall’Unità d’Italia alla Repubblica: villeggiature, personaggi e
storici alberghi 


Il Convegno è rivolto a studiosi di Storia Sociale, Storia dell’Arte, Storia della Chiesa, studenti universitari e delle scuole secondarie di secondo grado, a guide turistiche, a operatori del settore turistico e alberghiero,
ad amministratori locali, nazionali e internazionali, a operatori del settore enogastronomico.
Il Convegno si pone l’obiettivo di affrontare una pagina di storia del lago Maggiore di notevole importanza che vede Stresa sede di considerevoli avvenimenti culturali, religiosi e politici. Fra otto e Novecento si assistette, infatti, alla presenza nella cittadina verbanese di esponenti di primo piano di Casa Savoia e in specifico della duchessa di Genova Elisabetta di Sassonia, madre della Regina Margherita, che con Stresa ebbe un legame durato quasi mezzo secolo e interrotto solo con la morte della duchessa madre nel 1912. A Stresa e a Villa Ducal.e, già interessata in precedenza dalla forte presenza di Antonio Rosmini, fu costante pure quella della regina Margherita e di personalità della cultura, della politica e della nobiltà europea, che posero fra Otto e Novecento la cittadina sul lago Maggiore fra le mete del Grand Tour e della Belle Époque.

Il convegno, inoltre, vuole indagare la figura di Margherita Regina d’Italia e i suoi legami con il territorio piemontese e lombardo e quella dei Savoia-Genova, ramo collaterale dei Savoia Carignano, poco affrontato rispetto a quello dei Savoia-Aosta. Il convegno vuole, poi, essere un monito per la riscoperta culturale e turistica di Stresa, del lago Maggiore e più in generale dei laghi italiani e dei loro beni culturali, quale volano futuro per l’economia locale e nazionale.

mercoledì 23 ottobre 2013

La posizione di Dante nel più grande dibattito dei suoi tempi: il “De Monarchia”


Articolo di Corrado Capone 
La presa di posizione del più grande poeta di sempre nel rapporto tra Chiesa e Impero

Parlare di produzione minore, quando l’autore si chiama Dante Alighieri, non ha davvero senso. Accanto alla Divina Commedia qualsiasi creazione letteraria impallidisce.
Eppure, anche se non avesse scritto il più imponente poema concepito da mente umana, Dante avrebbe occupato ugualmente un posto di straordinario spessore nella storia della letteratura.
Il De Monarchia fa parte di questa immensa eredità che ci ha lasciato il Sommo Poeta. In questo trattato, scritto in lingua latina e suddiviso in tre libri, Dante esprime il proprio punto di vista nei confronti del tema più dibattuto di allora: il rapporto tra Stato e Chiesa. Evidenziarne l’attualità appare addirittura lapalissiano.

Sulla data di composizione dell’opera non mancano dubbi, perplessità e divergenze. Secondo alcuni critici, Dante lavora all’opera intorno al 1308; secondo altri, tra il 1311 e il 1313, al tempo della discesa in Italia di Arrigo VII; secondo altri ancora, il trattato sarebbe stato composto nel 1318 e anche oltre, in un periodo che vedeva Dante impegnato nella composizione del Paradiso. In ogni modo, l’eco che ebbe l’opera fu immediato, nei palazzi del potere così come nell’opinione pubblica.
Nel De Monarchia il poeta fiorentino consolida e palesa una posizione non certo nuova, che vede nel netto rifiuto dell’autorità pontificia nella politica mondana il suo più forte caposaldo. Nel corso della sua attività politica, fervida e appassionata, Danta aveva infatti sempre difeso l’autonomia civile del Comune di Firenze dalle ingerenze di papa Bonifacio VIII. Adesso difende l’autonomia dell’Impero. Supportato dall’auctoritas del pensiero di Aristotele, Averroè e San Tommaso – riconducibili tutti alla matrice filosofica aristotelica – Dante fa spesso uso del sillogismo, il procedimento logico di cui l’autore si serve per dimostrare la fallacia delle tesi dei suoi avversari.
Nel primo libro si tratta della necessità della monarchia universale: il Sommo Poeta afferma che questa è l’unica forma di governo in grado di garantire la pace universale e un governo unitario che possa dettare giustizia e favorire la concordia tra gli esseri umani.
Il secondo libro è invece dedicato alla dimostrazione dell’origine divina dell’Impero Romano. L’unificazione politica del mondo antico sotto l’egida dell’aquila imperiale romana è stata voluta proprio da Dio – sostiene Dante – per far sì che essa coincidesse con l’unificazione religiosa sotto il segno/simbolo della croce di Cristo.
Il terzo libro affronta il tema più scottante, ossia il rapporto tra il Papato e l’Impero. Nonostante il potere dell’imperatore discenda direttamente da Dio – questo il passo in cui alcuni critici hanno visto una subordinazione, tipicamente medievale, del pensiero dantesco ai valori religiosi – Papato e Impero hanno due compiti ben distinti, perchè distinti sono i fini: il Papa deve condurre l’uomo alla vita eterna, l’Imperatore alla felicità in terra. Da qui il secco no a qualsiasi ingerenza papale nell’attività dell’imperatore, che non deve essere in alcun modo contrastato nella sua attività. Dante fa riferimento anche all’illegittimità giuridica della “Donazione di Costantino”, l’atto – di cui sarebbe stata dimostrata la definitiva falsità dall’umanista Lorenzo Valla – che di fatto ha costituito l’incipit del potere temporale della Chiesa.
Straordinario saggio di pensiero e di attualità medievale, il De Monarchia conferma più che mai – qualora ce ne fosse bisogno – la grandezza di Dante, cristiano e cattolico, e insieme baluardo della divisione dei poteri e dell’autonomia della legislazione civile.

martedì 22 ottobre 2013

Alessandria: cercasi materiale per allestire una mostra su Umberto II


La sottoscritta Paola De Andrea, delegata provinciale dell'Istituto Nazionale per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon (I.N.G.O.R.T.P.), con la collaborazione di Comune, Provincia, Fondazione C.R.A., Camera di Commercio di Alessandria, sta organizzando una mostra sulla figura di S.M. Umberto II di Savoia, ultimo Sovrano d'Italia, legata al territorio della provincia di Alessandria.



Il materiale raccolto in Archivi, Biblioteche provinciali, Comuni, collezionisti privati, Industrie alessandrine, sarà esposto a Palazzo del Monferrato, con inaugurazione il giorno Venerdì 29 Novembre 2013 .
Poiché tale mostra dal titolo "Umberto II e Alessandria : testimonianze di vita pubblica e privata" vuole rendere omaggio alla figura del Principe di Piemonte, divenuto poi Re per un mese e si configura come un viaggio attraverso la nostra provincia, invito la cittadinanza a collaborare alla raccolta di materiale su questo tema.
Il materiale dovrà essere portato all'Ufficio del Turismo in Piazza Vittorio Veneto 1-piano terra.
Per informazioni ci si può rivolgere all'indirizzo email :ufficio.turismo@comune.alessandria.it, oppure al numero telefonico 0131/234794".

A Palermo i Monarchici italiani guardano al futuro e non al passato. “La Repubblica ha fallito”

Convegno dell’Unione Monarchica Italiana a Palermo, con aspre critiche alla Repubblica Italiana. Ricordato l’art. 50 dello Statuto Albertino sulla gratuità del mandato parlamentare. Michele Pivetti, commissario straordinario: vogliamo instaurare, più che restaurare, perché la Sicilia sia locomotiva d’Italia


Sabato scorso, a Palermo, si sono riuniti i monarchici. E non erano pochi: perché sono riusciti a riempire una sala di duecento posti. In un periodo non elettorale, non è cosa da poco.
Con tanto di bandiere italiane con lo stemma sabaudo, attorno al tema della Crisi delle Politica e della Questione istituzionale, sul pulpito si sono avvicendati Alessandro Sacchi, Michele Pivetti e Francesco D’Appolito, rispettivamente presidente nazionale, commissario straordinario in Sicilia e coordinatore provinciale dell’Unione Monarchica Italiana; il professore Tommaso Romano – uno dei fondatori di Alleanza Nazionale; gli onorevoli Vincenzo Trantino e Guido Lo Porto, l’uno esponente da giovane del Partito Nazionale Monarchico e l’altro membro storico del Movimento Sociale Italiano.
Contrariamente a quanto si possa pensare, ovvero al fatto che simili incontri possano essere solo momenti per ricordare con nostalgia il passato di Casa Savoia, soprattutto popolati da ultrasettantenni, si è discusso di attualità politica, della crisi dei sistemi partitici e delle Istituzioni, della caduta dei valori e dei principi che colpiscono di riflesso la società.
Con un assunto: “La Repubblica oggettivamente ha fallito, in quanto ci consegna oggi un Paese distrutto con un assetto territoriale, sociale e politico a brandelli. Ecco perché occorrono grandi aggiustamenti. E i monarchici hanno le carte in regola per partecipare attivamente a questo processo, tornando attuali e protagonisti, suggerendo soprattutto alle nuove generazioni chi siamo stati e chi sono stati i nostri maestri e padri”. Queste le parole di Lo Porto, ch’è stato tra il 2001 e il 2006 presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana.
Perché la Monarchia non è vista dall’UMI  – associazione fondata nel 1946 – come un’idea che appartiene al passato, ormai consacrata ai libri di storia, ma come una forma di Stato alternativa ad un’altra che ha perso il contatto con la Carta Costituzionale che la salvaguarda da ogni possibile modifica.
In pratica, i monarchici sanno che in questo preciso momento storico è impensabile che possa essere restaurata la monarchia, ma sono convinti che certi suoi cardini possano tornare utili all'Italia di oggi. A tal proposito, Enzo Trantino – eletto per la prima volta alla Camera nel 1972 e riconfermato ininterrottamente fino al 2002 – ha ricordato l’attualità dell’art. 50 dello Statuto Albertino, ai sensi del quale “le funzioni di Senatore e di Deputato non danno luogo ad alcuna retribuzione od indennità”. In pratica, secondo Trantino, “ciò che oggi dice un comico, tempo fa lo sosteneva lo Statuto che ordinava il Regno Italiano“.
Non sono mancate, poi, le stoccate al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, soprattutto provenienti da Alessandro Sacchi, il presidente nazionale dell’UMI, secondo cui il Capo dello Stato, innanzitutto, vista l’età, “dovrebbe fare altro piuttosto che guidare la Repubblica”. Napolitano è poi accusato di aver trasformato di fatto la Repubblica parlamentare in Repubblica presidenziale, attraverso i suoi continui messaggi al governo e alle Camere.
Infine, la chiamata alle armi di Michele Pivetti, giovane avvocato palermitano, già esponente del PDL e oggi anche commissario straordinario dei monarchici siciliani: “Vogliamo che l’Italia riacquisti la dignità che aveva decine di anni fa. Vogliamo che la Nazione torni ad essere protagonista assoluta di una riscossa morale, etica e civile per tutti i cittadini. E la Sicilia, in particolar modo, non deve più essere un traino ma una locomotiva. Per questo, stiamo mettendo in campo delle forze non per restaurare ma per instaurare. E diciamo no al partito della rassegnazione, ma sì a tutti coloro che combattono per ricominciare da capo, da dove altri ci avevano lasciato”.

MONARCHICI: ARSETTI CONFERMATO SEGRETARIO DEL PARTITO REAL DEMOCRATICO

AGENPARL  -  Roma,  21 ott –
  
Si è svolto oggi a Roma il Congresso Nazionale del Partito Real Democratico dal titolo: "Per una politica che nasca finalmente dal basso e non dall'alto!". Dopo un ampio ed approfondito dibattito tra i numerosi intervenuti ed il rinnovo degli Organismi Direttivi è stata espressa,nella mozione conclusiva approvata al termine dei lavori, una forte preoccupazione per la "disaffezione" dei cittadini per la politica e la necessità invece di una riaffermazione della "centralità" della politica contro l'imperante egemonia della finanza internazionale e della speculazione. Lo ha reso noto un comunicato diffuso dal Segretario Nazionale Massimo Arsetti, riconfermato nella carica dai delegati del Congresso.

lunedì 21 ottobre 2013

La 'chiamata alle armi' dell'Unione monarchica italiana

di Rosalia Bonfardino 

Un incontro per affrontare il tema della “crisi della politica e la questione istituzionale” e parlare dell'attualità delle idee monarchiche come alternativa a quelle repubblicane.



PALERMO - Al contrario di quanto si possa pensare, la monarchia non è un'ideale che appartiene solo ad ultrasettantenni con la nostalgia di Casa Savoia ma una visione alternativa alla Repubblica che unisce anche oggi giovani e anziani. Ne è prova il convegno che l'Unione Monarchica Italiana – fondata nel 1944 - ha organizzato a Palermo, presso l'Addaura Hotel. Davanti a una sala congressi gremita, da uomini e donne di età diverse, per affrontare il tema della “crisi della politica e la questione istituzionale”, si sono alternati gli avvocati Francesco D'Appolito (coordinatore provinciale UMI) e Michele Pivetti (commissario straordinario UMI Sicilia), gli onorevoli Guido Lo Porto e Vincenzo Trantino, il professore Tommaso Romano e il presidente nazionale dell'UMI, Alessandro Sacchi.


Ad esordire è stato D'Appolito che ha ricordato un messaggio di 'sua maestà' Umberto II indirizzato ai componenti della VI assemblea dell'UMI – svolta a Roma nel 1956 - con il quale ha spiegato che “l'Unione Monarchia è stata istituita per guidare tutti i monarchici, iscritti o meno a partiti, e non per partecipare direttamente alla lotta politica ma per affermare e difendere gli ideali supremi di patria e libertà”. “Noi abbiamo il dovere – ha aggiunto il coordinatore provinciale - di dare l'esempio, restando in prima fila, operando sia in centro che in periferia, per il bene dell'Italia, ispirati all'amore per la Patria e per il Re”.

Per il commissario Pivetti – esponente, tra l'altro, del Pdl - “ha inizio una lunghissima cavalcata per conquistare il campo con principi e valori sottratti dai politicanti di oggi. Quella dell'UMI è una 'chiamata alle armi' perché vogliamo che l'Italia riacquisti la dignità che aveva decine di anni fa”. “Vogliamo – ha aggiunto l'avvocato – che la Nazione torni ad essere protagonista assoluta di una riscossa morale, etica e civile per tutti i cittadini. E la Sicilia, in particolar modo, non deve più essere un traino ma una locomotiva. Per questo, stiamo mettendo in campo delle forze non per restaurare ma per instaurare. E diciamo no al partito della rassegnazione ma sì a tutti coloro che combattono per ricominciare da capo, da dove altri ci avevano lasciato”.

Seduto sul tavolo dei relatori anche l'ex presidente dell'Ars ed esponente storico del Movimento Sociale Italiano, Guido Lo Porto, per cui “la Repubblica oggettivamente ha fallito, in quanto ci consegna oggi un Paese distrutto con un assetto territoriale, sociale e politico a brandelli. Ecco perché occorrono grandi aggiustamenti”. “E i monarchici – ha aggiunto Lo Porto – hanno le carte in regola per partecipare attivamente a questo processo, tornando attuali e protagonisti, suggerendo soprattutto alle nuove generazioni chi siamo stati e chi sono stati i nostri maestri e padri”.

Il professore Tommaso Romano – uno dei fondatori di Alleanza Nazionale – ha posto l'accento sullo “sfascio delle Istituzioni e della Società, non più ipotizzato o ipotizzabile, ma un fatto reale, causato dalla politica contemporanea che è diventata l'ignobile arte del gestire del potere”. “E chi crede negli ideali monarchici – ha aggiunto il professore – deve proporre un'alternativa che bisogna costruire con le idee e non solo con la giusta nostalgia così da erigere uno Stato nuovo ed una società che si possa redimere, che si fondi non più sull'utile ma sull'ideale”. Infine, Romano ha ricordato che il firmatario dell'autonomia siciliana è stato Umberto II, perché “capì perfettamente che bisognava accentare nell'identità la diversità”.

A dire la sua anche l'onorevole Vincenzo Trantino, secondo cui “questo è un popolo che non sa amare più, non sa capire più, non sa parlare più. E' calato il silenzio, duro, compatto, rissoso, fatto di sguardi torbidi; e quando non si ha più nulla da comunicare, quel popolo è finito”. Inoltre, per l'ex esponente del Partito Nazionale Monarchico, i monarchici “non sono la panacea di tutti i mali ma rappresentano una lanterna della notte, gli unici che hanno la mappa del futuro”. E la soluzione sta nello Statuto Albertino: “Non un documento consacrato al passato ma al futuro”, sottolineando gli aspetti della tolleranza religiosa – espresso dall'articolo 1 – e del costo gratuito della politica, perché prevedeva che “le funzioni di Senatore e Deputato non danno logo a nessuna retribuzione e indennità”.

A conclusione di convegno, è intervenuto Alessandro Sacchi, che ha criticato aspramente il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per l'età, “un novantenne - ha stoccato - dovrebbe stare a casa a guardare la televisione e non guidare a uno Stato” e per il coordinamento anticostituzionale dell'orientamento politico del Parlamento. “Questo anziché eccezionalmente - ha concluso - come previsto dalla Carta Costituzionale, manda messaggi alle Camere ogni giorno. E' il vero artefice della morte del regime parlamentare: siamo diventati una Repubblica presidenziale”.

http://livesicilia.it/2013/10/20/la-chiamata-alle-armi-dellunione-monarchica-italiana_390880/

domenica 20 ottobre 2013

E se tornassimo alla monarchia?

 di Sergio Giacalone

La satira e il Palazzo: Reale nonostante tutto...


È ormai pratica frequente imbattersi nel web o sui giornali in caricature e fotomontaggi che ritraggono l’attuale Presidente Napolitano in vesti regali e con tanto di corona sul capo. L’appellativo "Re Giorgio" è divenuto ormai talmente comune che identifica la persona al pari del suo cognome.
Questa cosa mi induce a due riflessioni, antitetiche ma in egual modo pregne di amarezza.
La prima è che la cultura dominante di questo paese, che tanti passi avanti sembrerebbe aver fatto sulla strada dell’emancipazione e del revisionismo, di fronte a certi argomenti rimane arroccata alle finte verità diffuse tanti anni fa dalla combutta fra democristiani e statunitensi per liquidare la monarchia italiana, unico ostacolo alla colonizzazione yankee, che portò al ben noto risultato referendario del ‘46 e al vergognoso epilogo oggi sotto gli occhi di tutti.

L’idea di monarchia rimane così cristallizzata e stigmatizzata come un sistema monocratico in cui un uomo solo può fare e disfare a suo piacimento immonde porcherie. E gli italiani abboccano, come se non avessero occhi per guardare a ciò che accade nelle monarchie europee ancora esistenti, esempi di ben altra levatura e dimora di valori da noi incoscientementi rinnegati.
La seconda riflessione riguarda all’opposto un rigurgito della coscienza popolare, non espresso, non delineato, in qualche modo soffocato ma presente, legato proprio a quella che nel 1946 fu fatta passare come una scelta di popolo e che fu invece un’imposizione di pochi sulla volontà dei più. È come se nel fondo della coscienza del nostro popolo rimanga nascosta la voglia di recuperare quel Valore che ha permesso alla nostra nazione di farsi Stato, che ha posto al centro del tricolore un cuore pulsante, riferimento univoco e irripetibile di unitá e di dignità di popolo.
Il Risorgimento non è stato uno scherzo del destino e ogni italiano intellettualmente onesto questo lo sa.

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