NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 31 marzo 2026

Saggi storici sulla Monarchia


 

2) LA TRADIZONE MONARCHICA NEL BASSO MEDIO EVO.

Il pensiero teocratico, in opposizione alle indebite ingerenze del potere civile negli affari interni della Chiesa, fu la reazione !alla politica di Ottone I e dei suoi successori persuasi che il crisma col quale i Pontefici avevano unto le loro fronti, desse loro il potere di ergersi arbitri nelle contese fra Vescovi, di scegliere i titolari delle sedi episcopali, di imporre alla stessa cattedra apostolica la propria volontà soprattutto mediante il diritto di dare il proprio assenso alle elezioni dei Pontefici.

Contro queste pretese sorse tutto un movimento di idee che rivendicò alla Chiesa i suoi diritti e di cui fu centro il Papa Gregorio VII che ad esso diede un'alta ed organica espressione nel «Dietatus Papae»;

per Gregario VII il Papa è il capo assoluto della Chiesa universale„ padrone di deporre, condannare, assolvere e trasferire fi Vescovi, unico autorizzato a convocare e presiedere i concili ecumenici; inappellabili sono le sue decisioni, mentre egli può rivedere quelle di tutti gli altri e non può essere giudicato da nessuno; può deporre gli Imperatori e sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà ai Sovrani (iniqui; la Chiesa romana è infallibile ed il Papa fatto santo per i meriti di S. Pietro.

Queste dottrine 'trovarono immediata applicazione quando l'imperatore Enrico IV volle nominare, alcuni Vescovi senza l'assenso del Papa che minacciò di scomunicarlo e di deporlo; vedendo che Enrico non si curava delle sue minacce ed anzi cercava di rivolgere contro di lui i vescovi dell'Impero, Gregorio VII nel febbraio del 1076 scomunicò e depose l'imperatore sciogliendo i sudditi dal vincolo di fedeltà e vietando di obbedirgli. Era questa la prima volta che un Papa si attribuiva il potere di deporre un sovrano legittimo.

Questi avvenimenti segnano un data fondamentale nella storia della tradizione monarchica perché ribadiscono la provenienza soprannaturale della Sovranità ed il conseguente potere del rappresentante di Dio, Papa, di concederla o di toglierla, ma non a capriccio perché come ammette Gregorio VII — il Papa può sciogliere soltanto dal giuramento prestato ad un Sovrano iniqui°, trasformatosi cioè da padre in tiranno del suo popolo.

Le dottrine gregoriane acquistarono in seguito maggiore sviluppo, quando dopo oltre un secolo salì sul trono pontificio Innocenzo III (1198-1216). Con Innocenzo III divenuto papa a soli 38 anni, il Papato parve raggiungere l'acme della potenza; le idee teocratiche di Gregorio VII erano da lui condivise, ma in una forma ancora più accentuata.

Al Papa, quale Vicario di Gesù Cristo in terra e successore di S. Pietro, a cui il Signore aveva affidato il governo non solo della Chiesa ma di tutto il mondo, appartenevano le due spade; La spirituale da lui adoperata direttamente a quella temporale da lui affidata ai principi; su questi egli ha un diritto supremo di controllo e di comando, in quanto manchino ,alla legge divina (ratione peccati); il potere regio di origine umana, deriva la sua dignità dall'autorità pontificia, come la luna riceve la luce del sole. Nella supremazia della Sede Apostolica si confondono l'autorità dell'Impero e quella del Sacerdozio; ed era stato il Papato a togliere il privilegio dell'impero ai greci per darlo ai tedeschi. Il Pontefice era il supremo legislatore, giudice e reggitore della Chiesa, che chiamava gli altri Vescovi a partecipare alle sue cure per il mondo cristiano, mantenendo da solo la pienezza del potere.

Naturalmente questi principi venivano, a svuotare il potere monarchico del suo contenuto profondo, riducendo la funzione del sovrano a quello di delegato del papa, per i compiti d'ordine temporale; significava insomma la negazione della regalità come potere derivante direttamente da Dio, come missione affidata al legittimo Sovrano, a cui la Chiesa doveva dare solo la sua benedizione e la sua consacrazione senza interferire in merito alla persona dell'eletto che doveva essere scelto dai Principi elettori per l'Impero, ed in base al principio di legittimità per le altre corone.

Innocenzo III intervenne però talvolta in aiuto del potere regio, quando tale aiuto rientrò nel quadro della sua politica teocratica così allorquando Giovanni Re d'Inghilterra invocò il suo aiuto contro i baroni che con forza avevano estorto al Sovrano la «Magna Charta libertatum» specie di ordinamento costituzionale dello Stato, Innocenzo annullò le concessioni della Charta, vietandone sotto pena di scomunica l'osservanza. Del resto in ogni contingenza, la politica innocenziana mirò sempre ad imporre alle corone europee il riconoscimento della Sede Apostolica come unica fonte del potere civile, e tale politica fu coronata dalla scoperta influenza esercitata dal Papa sulle questioni dinastiche dei troni di Polonia, di Portogallo, di Ungheria, d'Aragona e di Bulgaria mentre nella stessa elezione del Re di Germania, Innocenzo non rinunciò ad intervenire da Sovrano.

Alla luce di questi atteggiamenti, va soprattutto considerato il pensiero monarchico di Dante Alighieri che rappresenta la fonte della reazione alla dottrina teocratica di Gregorio VII e di Innocenzo III; il grande fiorentino, nella sua opera « De Monarchia » controbatte decisamente le tesi dei decretalisti od interpreti del diritto canonico, i quali valendosi di argomenti biblici e storici alla luce dell'insegnamento, teocratico, sostenevano la dipendenza dell’imperatore, e oppone loro la necessità di distinguere i due poteri: L'Impero, o potere temporale, serve al raggiungimento della felicità naturale dell'uomo; la Chiesa o potere spi­rituale, è guida all'uomo verso la felicità soprannaturale. Per Dante non sono ammissibili né la teoria guelfa che vuole l'Impero soggetto al pa­pato, né la ghibellina che sostiene la tesi contraria; l'Imperatore deve usare rispetto e riverenza al Vicario di Cristo in terra, ma non è legato a lui da alcun vincolo di dipendenza.

Questa nuova formulazione del principio monarchico, di per sé non originale, perché molti scrittori politici partecipavano alla controversia tenendosi sulle medesime posizioni, ha il profondo pregio di penetrare nell'intimo dell'intricata questione per dare dell'impero una visione ideale che lo elevi al di sopra delle fazioni, in un'atmosfera superiore.

E l'opera del grande poeta ebbe un fortissimo influsso anche se, come ben dice uno studioso «i fautori dell'autorità politica del Pontefice non si tacquero di fronte al poderoso assalto; il De Monarchia fu confutato ben presto in altri libri e nel 1329 il Cardinale Bertrando del Poggetto che era allora legato papale in Romagna, lo fece abbruciare». (Rossi: St. della lett. it.) del resto non si poteva togliere a Dante il merito indiscutibile di aver centrato il problema vivo e palpitante intorno al prin­cipio d'autorità, se cioè l'autorità imperiale procedesse direttamente o indirettamente da Dio e di darne una brillante soluzione. Alla luce della sua formazione scolastica, il Poeta pur parteggiando per l'indipendenza del potere laico, non esita a riconoscere l'esistenza di precisi doveri da parte del potere civile verso quello religioso, con cui deve collaborare per il bene dell'umanità.

E con Dante si può considerare chiuso il travaglio speculativo del pensiero politico medioevale che pur nelle controversie dottrinarie non può fare a meno di riconoscere alla tradizione monarchica, o per via di­retta o per mezzo della Chiesa, una missione di carattere morale che trascende le vicende e le contingenze puramente politiche, e ci sembra che questo sia il risultato essenziale e più vero dell'indagine politica del grande evo della scolastica.

L'esame della teoria della sovranità in questa epoca, sarebbe però gravemente incompleto se non ci riferissimo 'anche la quelle correnti giu­ridiche che sulla base del diritto romano si interessarono dei problemi ad essa connessi, dando al loro sviluppo un valido e originale contributo.

Dalle scuole di questi giuristi, i glossatori, mosse una indagine vol­ta a fissare i rapporti intercorrenti fra sovranità spirituale e sovranità temporale e a precisare i legami fra il diritto romano e gli ordinamenti particolari degli stati nazionali allora nascenti, con la quale indagine i glossatori dal campo dell'astrazione scientifica venivano ad inserirsi nel travaglio connesso ai grandi problemi politici dell'età loro. Ed ap‑

punto da questa elaborazione nasceva la figura del «rex liber» cioè del sovrano che, nell'ambito dell'impero universale espressione completa della sovranità temporale, poteva considerarsi nel suo regno libero e sovrano come l'imperatore in tutto l'impero.

Era il tentativo riuscito di conciliare la teoria, che vedeva nell’imperatore l'esclusivo capo supremo dei popoli, can la realtà storica che vedeva nascere dallo sgretolamento dell'ordinamento feudale i grandi stati nazionali come la Francia, la Sicilia e l'Aragona che nel loro ordi­namento giuridico e nella loro azione politica non intendevano ricono­scere all'imperatore nulla di più che un primato d'onore fra i potenti della terra, ma non certo un'effettiva sovranità sugli organi dello stato. Fra questi contrasti e queste diverse visioni si inseriva un pun­to di comune convergenza: la Chiesa e l'autorità spirituale del Pa­pato a cui più volte ricorsero ti teorici della sovranità dei re liberi, per dimostrare i loro assunti sull'indipendenza dei loro signori dal potere imperiale e benché fin dal 1265 ne « Las Siete Partidas » di Alfonso il Saggio di Spagna fosse codificato il principio che il re « quanto en lo temporal, bien     como el imperador en su imperio », circa mezzo secolo dopo i giuristi della corte di Filippo il bello, re di Francia, per sostenere una tesi simile contro le pretese papali sentivano il bisogno di riferirsi sia pure implicitamente alla decretale «per Venerabilem» cioè ad una frase di Innocenzo III con la quale veniva riconosciuta al Re di Francia la qualità di «rex liber». Questo dimostra come l'aspetto politico del problema fosse ancora profondamente connesso all'aspetto teologico e canonistico, espresso dal pensiero della Chiesa.

Nessun commento:

Posta un commento