2) LA TRADIZONE MONARCHICA
NEL BASSO MEDIO EVO.
Il pensiero teocratico, in
opposizione alle indebite ingerenze del potere civile negli affari interni
della Chiesa, fu la reazione !alla politica di Ottone I e dei suoi successori
persuasi che il crisma col quale i Pontefici avevano unto le loro fronti, desse
loro il potere di ergersi arbitri nelle contese fra Vescovi, di scegliere i
titolari delle sedi episcopali, di imporre alla stessa cattedra apostolica la
propria volontà soprattutto mediante il diritto di dare il proprio assenso alle
elezioni dei Pontefici.
Contro queste pretese sorse
tutto un movimento di idee che rivendicò alla Chiesa i suoi diritti e di cui fu
centro il Papa Gregorio VII che ad esso diede un'alta ed organica espressione
nel «Dietatus Papae»;
per Gregario VII il Papa è il
capo assoluto della Chiesa universale„ padrone di deporre, condannare,
assolvere e trasferire fi Vescovi, unico autorizzato a convocare e presiedere i
concili ecumenici; inappellabili sono le sue decisioni, mentre egli può
rivedere quelle di tutti gli altri e non può essere giudicato da nessuno; può
deporre gli Imperatori e sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà ai
Sovrani (iniqui; la Chiesa romana è infallibile ed il Papa fatto santo per i
meriti di S. Pietro.
Queste dottrine 'trovarono
immediata applicazione quando l'imperatore Enrico IV volle nominare, alcuni
Vescovi senza l'assenso del Papa che minacciò di scomunicarlo e di deporlo;
vedendo che Enrico non si curava delle sue minacce ed anzi cercava di rivolgere
contro di lui i vescovi dell'Impero, Gregorio VII nel febbraio del 1076
scomunicò e depose l'imperatore sciogliendo i sudditi dal vincolo di fedeltà e
vietando di obbedirgli. Era questa la prima volta che un Papa si attribuiva il potere
di deporre un sovrano legittimo.
Questi avvenimenti segnano un
data fondamentale nella storia della tradizione monarchica perché ribadiscono
la provenienza soprannaturale della Sovranità ed il conseguente potere del
rappresentante di Dio, Papa, di concederla o di toglierla, ma non a capriccio perché
come ammette Gregorio VII — il Papa può sciogliere soltanto dal giuramento
prestato ad un Sovrano iniqui°, trasformatosi cioè da padre in tiranno del suo
popolo.
Le dottrine gregoriane
acquistarono in seguito maggiore sviluppo, quando dopo oltre un secolo salì sul
trono pontificio Innocenzo III (1198-1216). Con Innocenzo III divenuto papa a
soli 38 anni, il Papato parve raggiungere l'acme della potenza; le idee
teocratiche di Gregorio VII erano da lui condivise, ma in una forma ancora più
accentuata.
Al Papa, quale Vicario di Gesù
Cristo in terra e successore di S. Pietro, a cui il Signore aveva affidato il
governo non solo della Chiesa ma di tutto il mondo, appartenevano le due spade;
La spirituale da lui adoperata direttamente a quella temporale da lui affidata
ai principi; su questi egli ha un diritto supremo di controllo e di comando, in
quanto manchino ,alla legge divina (ratione peccati); il potere regio di
origine umana, deriva la sua dignità dall'autorità pontificia, come la luna
riceve la luce del sole. Nella supremazia della Sede Apostolica si confondono
l'autorità dell'Impero e quella del Sacerdozio; ed era stato il Papato a togliere
il privilegio dell'impero ai greci per darlo ai tedeschi. Il Pontefice era il
supremo legislatore, giudice e reggitore della Chiesa, che chiamava gli altri
Vescovi a partecipare alle sue cure per il mondo cristiano, mantenendo da solo
la pienezza del potere.
Naturalmente questi principi
venivano, a svuotare il potere monarchico del suo contenuto profondo, riducendo
la funzione del sovrano a quello di delegato del papa, per i compiti d'ordine
temporale; significava insomma la negazione della regalità come potere
derivante direttamente da Dio, come missione affidata al legittimo Sovrano, a
cui la Chiesa doveva dare solo la sua benedizione e la sua consacrazione senza interferire
in merito alla persona dell'eletto che doveva essere scelto dai Principi
elettori per l'Impero, ed in base al principio di legittimità per le altre
corone.
Innocenzo III intervenne però
talvolta in aiuto del potere regio, quando tale aiuto rientrò nel quadro della
sua politica teocratica così allorquando Giovanni Re d'Inghilterra invocò il
suo aiuto contro i baroni che con forza avevano estorto al Sovrano la «Magna
Charta libertatum» specie di ordinamento costituzionale dello Stato, Innocenzo annullò
le concessioni della Charta, vietandone sotto pena di scomunica l'osservanza.
Del resto in ogni contingenza, la politica innocenziana mirò sempre ad imporre
alle corone europee il riconoscimento della Sede Apostolica come unica fonte
del potere civile, e tale politica fu coronata dalla scoperta influenza
esercitata dal Papa sulle questioni dinastiche dei troni di Polonia, di
Portogallo, di Ungheria, d'Aragona e di Bulgaria mentre nella stessa elezione
del Re di Germania, Innocenzo non rinunciò ad intervenire da Sovrano.
Alla luce di questi
atteggiamenti, va soprattutto considerato il pensiero monarchico di Dante
Alighieri che rappresenta la fonte della reazione alla dottrina teocratica di
Gregorio VII e di Innocenzo III; il grande fiorentino, nella sua opera « De
Monarchia » controbatte decisamente le tesi dei decretalisti od interpreti del
diritto canonico, i quali valendosi di argomenti biblici e storici alla luce
dell'insegnamento, teocratico, sostenevano la dipendenza dell’imperatore, e
oppone loro la necessità di distinguere i due poteri: L'Impero, o potere
temporale, serve al raggiungimento della felicità naturale dell'uomo; la Chiesa
o potere spirituale, è guida all'uomo verso la felicità soprannaturale. Per
Dante non sono ammissibili né la teoria guelfa che vuole l'Impero soggetto al
papato, né la ghibellina che sostiene la tesi contraria; l'Imperatore deve
usare rispetto e riverenza al Vicario di Cristo in terra, ma non è legato a lui
da alcun vincolo di dipendenza.
Questa nuova formulazione del
principio monarchico, di per sé non originale, perché molti scrittori politici
partecipavano alla controversia tenendosi sulle medesime posizioni, ha il
profondo pregio di penetrare nell'intimo dell'intricata questione per dare
dell'impero una visione ideale che lo elevi al di sopra delle fazioni, in un'atmosfera
superiore.
E l'opera
del grande poeta ebbe un fortissimo influsso anche se, come ben dice uno
studioso «i fautori dell'autorità politica del Pontefice non si tacquero di
fronte al poderoso assalto; il De Monarchia fu confutato ben presto in altri
libri e nel 1329 il Cardinale Bertrando del Poggetto che era allora legato
papale in Romagna, lo fece abbruciare». (Rossi: St. della lett. it.) del resto
non si poteva togliere a Dante il merito indiscutibile di aver centrato il
problema vivo e palpitante intorno al principio d'autorità, se cioè l'autorità
imperiale procedesse direttamente o indirettamente da Dio e di darne una
brillante soluzione. Alla luce della sua formazione scolastica, il Poeta pur
parteggiando per l'indipendenza del potere laico, non esita a riconoscere
l'esistenza di precisi doveri da parte del potere civile verso quello
religioso, con cui deve collaborare per il bene dell'umanità.
E con Dante si può considerare
chiuso il travaglio speculativo del pensiero politico medioevale che pur nelle
controversie dottrinarie non può fare a meno di riconoscere alla tradizione
monarchica, o per via diretta o per mezzo della Chiesa, una missione di
carattere morale che trascende le vicende e le contingenze puramente politiche,
e ci sembra che questo sia il risultato essenziale e più vero dell'indagine politica
del grande evo della scolastica.
L'esame della teoria della
sovranità in questa epoca, sarebbe però gravemente incompleto se non ci
riferissimo 'anche la quelle correnti giuridiche che sulla base del diritto
romano si interessarono dei problemi ad essa connessi, dando al loro sviluppo
un valido e originale contributo.
Dalle scuole di questi
giuristi, i glossatori, mosse una indagine volta a fissare i rapporti
intercorrenti fra sovranità spirituale e sovranità temporale e a precisare i
legami fra il diritto romano e gli ordinamenti particolari degli stati
nazionali allora nascenti, con la quale indagine i glossatori dal campo
dell'astrazione scientifica venivano ad inserirsi nel travaglio connesso ai
grandi problemi politici dell'età loro. Ed ap‑
punto da questa elaborazione
nasceva la figura del «rex liber» cioè del sovrano che, nell'ambito
dell'impero universale espressione completa della sovranità temporale, poteva
considerarsi nel suo regno libero e sovrano come l'imperatore in tutto
l'impero.
Era il tentativo riuscito di
conciliare la teoria, che vedeva nell’imperatore l'esclusivo capo supremo dei
popoli, can la realtà storica che vedeva nascere dallo sgretolamento
dell'ordinamento feudale i grandi stati nazionali come la Francia, la Sicilia e
l'Aragona che nel loro ordinamento giuridico e nella loro azione politica non
intendevano riconoscere all'imperatore nulla di più che un primato d'onore fra
i potenti della terra, ma non certo un'effettiva sovranità sugli organi dello
stato. Fra questi contrasti e queste diverse visioni si inseriva un punto di comune
convergenza: la Chiesa e l'autorità spirituale del Papato a cui più volte
ricorsero ti teorici della sovranità dei re liberi, per dimostrare i loro assunti
sull'indipendenza dei loro signori dal potere imperiale e benché fin dal 1265
ne « Las Siete Partidas » di Alfonso il Saggio di Spagna fosse
codificato il principio che il re « quanto en lo temporal, bien como el imperador en su imperio », circa
mezzo secolo dopo i giuristi della corte di Filippo il bello, re di Francia,
per sostenere una tesi simile contro le pretese papali sentivano il bisogno di
riferirsi sia pure implicitamente alla decretale «per Venerabilem» cioè ad una
frase di Innocenzo III con la quale veniva riconosciuta al Re di Francia la
qualità di «rex liber». Questo dimostra come l'aspetto politico del
problema fosse ancora profondamente connesso all'aspetto teologico e
canonistico, espresso dal pensiero della Chiesa.
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