Cronaca
di NINO BOLLA
Le
vicende e i retroscena qui narrati sono stati redatti dall'autore sulla traccia
di un "Diario" intimo, tenuto dal 4 giugno 1944 (data del ritorno a
Roma di Umberto di Savoia) al 13 giugno 1946 (partenza per l'esilio di Umberto),
da un alto personaggio che per tutto questo periodo visse presso i sovrani.
PRIMA
PUNTATA
Non
era certo una situazione facile quella del Luogotenente quando nel giugno 1944
tornò a Roma. La dominazione tedesca era stata atroce e troppo vive erano
ancora le piaghe lasciate nella popolazione romana dalle deportazioni in massa,
compresa quella dei Carabinieri, in numero di ottomila (quasi l'intera legione)
e purtroppo dietro delazione di un italiano. Il Quirinale era stato salvato per
puro caso dalla rapina totale dei nazisti. Gli arazzi, i quadri di valore, le
porcellane, erano stati nascosti fuori Roma. I tedeschi si limitarono ad
asportare tutti i vestiti della principessa di Piemonte e dei principi reali;
nonché tutti i pregiati vini delle cantine, parte dell'argenteria che non s'era
fatto In tempo ad occultare, molte livree del personale e tutti i cavalli con
la maggior parte dei finimenti.
Durante
gli otto mesi della dominazione tedesca, tre furono i dignitari di corte che
non abbandonarono mai il loro posto: e cioè il marchese Tàcoll, gran scudiere,
il marchese Giandomenico Spinola, ex ufficiale d'artiglieria mutilato di guerra,
il generale d'aviazione Carlo Graziani, maestro delle cerimonie. Degli altri,
molti si nascosero nei conventi, purtroppo taluno rinnegò la propria fede,
compresa una dama di palazzo che nella tema di essere compromessa calpestò la
sua cifra di diamanti; per non parlare di quelli (e non furono pochi) che
giurarono fedeltà a Salò.
All'arrivo
a Roma del Luogotenente tutto era da ricominciare. Il Quirinale riaprì, si, i
battenti, chiusi al tempo dell'armistizio; ma gli animi, come ho già detto,
erano tesi, la propaganda nazi-fascista era stata perfettamente organizzata -
per denigrare quanto più si poteva la fa miglia reale. I fedelissimi corazzieri
si erano dovuti nascondere per sfuggire alle rappresaglie: molti del Nord,
erano rimasti tagliati fuori dalla capitale. Ma, per quanto In numero ridotto,
cioè non più di 40, ricominciarono a prestare immediatamente servizio
all'arrivo del Luogotenente; e la loro caserma la bella palazzina di via XX
Settembre, contigua alla chiesa di Santa Susanna, ritornò a vivere corre un
tempo, sebbene con molte restrizioni. Gli alleati nei primi tempi vegliarono,
anzi sorvegliarono ogni Mossa del Luogotenente. e sempre con quella conoscenza d'ambiente
e di persone che sarebbero state necessarie in un momento così delicato della
vita nazionale
italiana.
Fin dal Sud vi era stata una certa ostilità verso Umberto di Savoia, da parte
degli alleati: gli si rimproverava dl non aver agito come tanti altri regnanti,
di non essersi cioè recato a Londra sin dall'inizio delta guerra, tanto più che
si sapeva della sua rigidezza di fronte al fasciamo. Fu con molto tatto e molta
pazienza che egli riuscì a conquistare a poco a poco gli animi degli alleati.
Iniziò la Luogotenenza nel grande palazzo disabitato ormai da tanti anni,
giacché i genitori avevano preferito risiedere a Villa Savoia servendosi del
Quirinale soltanto per i ricevimenti ufficiali. Vi era nel palazzo ancora la
struttura di una grandiosità cui non rispondevano più i mezzi nuovi. Ma con
l'arrivo del marchese Falcone Lucifero, nuovo ministro della Real casa, fu
applicata dall'agosto 1944 una Rigida economia. Egli paventava le spese, che
andavano sempre più crescendo per la beneficenza e la generosità del Luogotenente,
il quale poteva disporre di soli 5 milioni e mezzo, poiché il padre, sino al
giorno dell'abdicazione, corrispose al figlio solamente la metà
dell'appannaggio Questo particolare, quasi da tutti ignorato, documenta bene le
strettezze di quel periodo, se si considera che l'organico del personale di
corte era di 350 persone, mentre per rifare semplicemente una sola livrea
all'anno agli addetti, occorreva un milione e mezzo.
Il
Luogotenente cominciò a ricevere uomini politici e privati cittadini, scrittori
ed artisti, era affabile con tutti e ad ogni richiesta di aiuto cercava sempre
di sopperire. Ma è bene ricordare come nei primi tempi non fossero molti a chiedere
udienza, un po' per tema di disturbare, e questi erano certamente i più devoti,
mentre altri avevano paura di compromettersi perché si diceva che tutti coloro
i quali entravano al Quirinale fossero segnalati ai partiti estremisti. Anche
qualcuno fra gli appartenenti alla disciolta corte di re Vittorio, si astenne
nei primi mesi dall'andare a rendere omaggio al figlio.
CAMINETTI
SPENTI
Insieme
con Umberto di Savoia erano arrivati a Roma i duchi di Genova, che al tempo
dell'armistizio, dietro ordine del re, avevano lasciato la loro residenza
abituale di Venezia per raggiungere in aereo Brindisi. Arrivarono poi i duchi di
Ancona e il duca d'Aosta, il quale però veniva nella capitale saltuariamente
avendo come sede Napoli, ove abitava con la vecchia duchessa Elena d'Aosta.
Generalmente, quando i principi del sangue venivano a Roma, erano ospiti della
corona e così i loro seguiti. La vastità del Quirinale fu molto criticata in
quel periodo: troppi appartamenti e troppe camere sprecate. Non si capiva,
evidentemente, che molte cose erano mutate dall'armistizio in poi; né si
sapeva, evidentemente, che la "manica lunga" era occupata nella parte
più rappresentativa dal generale Infante e famiglia, in tutto 15 stanze; e
nella parte più modesta, ossia il mezzanino, da persone che non avevano nulla a
che vedere con la corte, ma che si erano raccomandate al Luogotenente per avere
un alloggio senza dover pagare somme ingenti; ed il Luogotenente aveva generosamente
offerto tutti gli ambienti disponibili. Nell'inverno del 1944 vi saranno state
circa un centinaio di persone ospitate gratuitamente e che non avevano nessun
diritto all'alloggio.
Per
regola di corte le dame, i mastri ed i gentiluomini, la cui carica era
onorifica e cioè senza prebenda alcuna, quando erano di servizio godevano di
vitto e alloggio. Vitto che in quei tempi di magra era molto parco per tutti.
Alle 13 precise gli addetti alle varie corti si riunivano nella cosiddetta
Corte Nobile, una sala da pranzo capace di ospitare trenta persone, con due
finestre che davano sul giardino. Questa sala corrispondeva attraverso due
vetrate con l'ufficio del prefetto di palazzo. Dietro ad un paravento, che dava
sull'office, occhieggiava sempre, perché il servizio
andasse
bene, il cav. Olivieri, direttore di mensa, il quale non indossava alcuna
livrea.
In
quell'inverno 1944-45, e sino al ritorno a Roma della principessa di Piemonte,
I principi. compreso Umberto, mangiavano in modo più che modesto, ossia lo
stesso vitto della Corte Nobile, se non meno. Il palazzo, per ordine del
Luogotenente, non venne mai riscaldato. Anche ai reali cugini venne detto che,
data la scarsità di fondi, non sì poteva più fornire la legna gratuitamente,
come per il passato e che ognuno avrebbe dovuto pagare la quantità consumata. I
caminetti vennero accesi molto di rado.
Inutile
dire quanto fosse amato Falcone Lucifero il quale, giustamente, non faceva che
eseguire gli ordini del Luogotenente. Anche l'impianto per il riscaldamento
dell'acqua, che era centrale, per le stesse ragioni di economia non veniva
usato che tre volte la settimana, ed era una gara di velocità per poterne
usare, tanto più che il Luogotenente era molto mattiniero e gli ufficiali
d'ordinanza dovevano essere puntualissimi. L'unico appartamento che aveva il
bagno con riscaldamento elettrico, era quello già del conte di Torino e allora
occupato dalla contessa Stelluti Scala Frascara, dama di corte della duchessa
di Genova. Si racconta che una volta tale dama, molto stanca perché in verità
si prodigava nel lavoro, s'addormentò nel bagno svegliandosi a notte alta
quando l'acqua era ghiacciata. Se ne rise molto al Quirinale, ma l'interessata
prese la cosa con spirito.
INTRIGHI
A CORTE
I
nuovi ufficiali d'ordinanza erano stati nominati dal Luogotenente ai primi di
agosto del 1944, nelle persone del capitano Michele Avelle, già aiutante di
volo del principe di Piemonte nel Sud, decorato di sei medaglie al valor militare,
dal maggiore dei paracadutisti Caratti e dei comandanti Balbo e Brandolin. Era
con essi il maggiore Oscar Gallone, che cito per ultimo desiderando raccontare
la sua fortunata avventura per sfuggire ai tedeschi. Egli apparteneva alla
divisione "Piave"; un giorno, mentre guidava l'automobile, gli venne
intimato l'alt da un ufficiale tedesco: non essendosi fermato, gli spararono
contro, venne ferito a un braccio, prosegui lo stesso a grande velocità verso
la clinica "Quisisana". Posto su una barella fu portato nella sala
operatoria. Sopravvenne l'ufficiale nazista, che si era dato all'inseguimento;
il cappellano, con molta presenza di spirito, fece l'atto di benedire in 'extremis
il corpo che giaceva sulla barella. Il tedesco domandò: Kaput?», e il prete
soldato annuì. In seguito il maggiore Gallone, guarito, ai lasciò crescere la
barba, portò gli occhiali neri e fu il più tranquillo dei morti viventi.
I
mastri delle cerimonie erano gli stessi del re, con la differenza che uno era
ancora tagliato fuori, perché a Torino; un altro, il principe Ruffo di
Calabria, morto in seguito alle sofferenze patite in prigionia; un terzo, il
Lanza d'Ayeta, malatissimo a causa dei maltrattamenti ricevuti dai nazisti. Il
Luogotenente, giungendo a Roma, non aveva provveduto a nessuna nomina; perciò
rimanevano in carica il generale d'aviazione Carlo -Grariani, devotissimo e
attivissimo; il marchese Clarelli, gran signore, con due figli al fronte; il
marchese Ferdinando Pallavicini, ex ufficiale di cavalleria. Spesso mangiava
alla Corte Nobile il generale Infante, `unico aiutante di campo del Luogotenente
sino alla nomina dell'ammiraglio Garofalo, avvenuta nell'aprile del 1945.
Infante, molto abile, era riuscito a farsi benvolere dagli alleati, sfuggendo
così agli attacchi che all'improvviso gli vennero mossi per il suo comportamento
in Grecia, ove all'epoca dell'armistizio comandava una divisione.
Pure
in una corte così ridotta. gli intrighi non mancavano. Ad osservatori
superficiali la cosa poteva sfuggire, ma vivendo nell'interno del Quirinale era
facile scoprire la
rete
che andava stringendo sempre più le sue fila attorno al luogotenente, Il quale
non poteva neppure lontanamente sospettare, esistessero persone non fidate,
nemiche. Per esempio, uno degli staffieri, che da oltre 19 anni prestava
servizio al Quirinale, dava costantemente notizie ad un partito estremista, di
quanto accadeva a corte; e per i suoi servigi di pochi mesi ricevette un milione
e mezzo, che consegnò all'ingegner R. con l'incarico d'impiegare tale somma.
Segnalata alla principessa di Piemonte l'infedeltà dello staffiere, Maria José
riuscì a far allontanare dal proprio servizio ma, incredibile ma vero, non a
farlo dimettere dall'impiego.
In
quello scorcio d'inverno del 1944, il Luogotenente uscì molto poco dal palazzo.
Spesso la sera pranzava col maggiore di Campello, suo ex ufficiale d'ordinanza
con il conte Alfredo Solaro del Borgo, gentiluomo della principessa di
Piemonte, o con il duca Mario Cito di Filomarino di Bitetto la cui compagnia
era molto gradita perché, occupandosi egli soltanto di arte, evitava di parlar
e di politica o di cose essenzialmente. militari: un riposo quindi per il
Luogotenente, dopo le lunghe, snervanti e non sempre. piacevoli Conversazioni
politiche con uomini più o meno benevoli e più o meno accetti.
Altre
volte pranzava con i duchi di Genova; e della duchessa si avvaleva per
importanti incarichi di beneficenza.
In
questo primo periodo accadde ro intanto episodi premonitori. della situazione
che ai sarebbe sviluppata nel futuro.
Alla
Messa di Requiem per I caduti delle Fosse 'Ardeatine, che ebbe luogo in Roma a
Santa Maria degli Angeli,' intervenne il Luogotenente con la sua casa militare,
oltre tutti i componenti del governo. Quando Umberto entrò nel tempio si
udirono alcune voci gridare concitatamente: Fuori. non ne sei degno! è. E un
gruppo di donne scalmanate tentò addirittura di far sospendere la funzione.
Esse furono indotte ad uscire dalla chiesa ad opera specialmente. del marchese
di Montezemolo, comandante di marina, capo della segreteria del Luogotenente e
fratello dell'eroico colonnello, caduto appunto alle Fosse Ardeatine. Egli
affrontò le donne più esaltate contestando loro in primo luogo dl non essere
parenti delle vittime (difatti la cosa risultò poi tale) e dichiarando infine,
dinanzi ai fischi ed alle male parole: Mi chiamo Montezemolo, deve bastarvi!».
Le donne tacquero: si seppe in seguito come esse fossero state pagate da un
partito estremista onde inscenare quella manifestazione.
Per
quanto dolorosamente, sorpreso, Il Luogotenente continuò ad assistere alla
funzione sino alla fine, intrattenendosi, dopo, con i parenti veri delle
vittime. Quando alcuni mesi più tardi vi fu l'episodio del lancio della bomba
sulla piazza del Quirinale, che provocò non poco panico, il comandante
Montezemolo, recatogli sul luogo e apertosi un varco fra le 200 persone urlanti
insulti all'indirizzo del Luogotenente e della famiglia reale, fra le donne più
scalmanate riconobbe colei che aveva provocato l'incidente in Santa Maria degli
Angeli; la quale, riconosciutolo a sua volta, subito scomparve.
Montezemolo,
ufficiale di marina era passato nel ruolo della riserva per non sottostare alla
legge fascista che agevolava gli ufficiali sposati. Richiamato alle armi per la
guerra, divenne ufficiale d'ordinanza del principe di Piemonte e poi capo della
segreteria politica, ove svolse efficacissima opera perché era retto, non
temeva le critiche, e non aveva paura di esporre le proprie idee. Ciò non
poteva di certo procurargli molti amici nell'ambiente di corte, e fu forse per tale
ragione che egli finì per dare le dimissioni. Prima di andar via suggerì,
d'accordo con II ministro della marina, di mettere al suo posto l'ammiraglio
Garofalo, che fu infatti subito nominato.
Il
Garofalo, pari grado con l'altro aiutante di campo. non seppe imporsi; anzi,
cercò di barcamenarsi, e quella povera segreteria del principe continuò a
funzionare per tanti altri scopi fuorché quello di fare della giusta, onesta
propaganda. Il segretario, capitano Callegarini, lavoratore, instancabile,
pieno di buona volontà, se fosse stato bene diretto avrebbe potuto rendere
ancor più. Invece, caratteristica di quell'ufficio era di scontentare tutti.
Specie i patrioti che venivano dal Nord e che avevano rischiato la vita
attraversando le linee nemiche: non erano bene accolti ed alle loro richieste
di essere ricevuti dal Luogotenente, si rispondeva quasi sempre con un diniego.
"STANCARE
I MONARCHICI"
E il
Luogotenente ignorava tutto. Significativo è l'episodio, appena avvenuta la
liberazione del Nord. dell'ammiraglio Marengo di Moriondo, padre di caduto
medaglia d'oro, al quale Garofalo fece aspettare 40 giorni l'udienza. Eppure il
Moriondo aveva scritto pagine di vero valore nella lotta partigiana piemontese,
vivendo per due inverni sulle montagne, affrontando disagi enormi, tanto che la
liberazione lo trovò in uno, stato di 'salute quanto mal. precario.
Si
dice che l'ammiraglio Garofalo usava affermare, scherzando, che il suo compito
era quello di stancare i monarchici. In verità non poteva meglio raggiungere lo
scopo. E quando si ammalò, due mesi prima delle elezioni, il ministro Falcone
Lucifero prese le redini della propaganda; ma per quanto abile ed instancabile
fosse, era troppo tardi. Pare che lo slogan di taluni in questo periodo fosse:
I
reali non devono farsi réclame»; però in un tempo in cui i partiti estremisti
si organizzavano in modo perfetto e rivoluzionario.
La
fine dell'anno trovò il Luogotenente ospite dei duchi di Genova e di Ancona.
Molto modestamente, nel loro salotto era stato preparato un tavolo in un angolo:
un panettone, una bottiglia di spumante italiano. Fu brindato agli assenti, e
negli occhi di Umberto, sempre così padrone di sé, i presenti videro brillare
una lagrima. Di certo pensava ai figli lontani: aveva ricevuto notizie telegrafiche
quel giorno stesso, ma si capiva come soffrisse della forzata lontananza: Così,
nel palazzo del Quirinale, in grande semplicità, fini l'anno 1944. E quella
notte arrivarono, attraverso le spesse mura e le chiuse finestre, gli echi dei
colpi d'arma da fuoco e dei petardi lanciati, e forse intenzionalmente, con
maggiore abbondanza del solito. Salutavano il sorgere del nuovo anno.
La
mattina del 1° gennaio 1045 il Luogotenente ricevette gli auguri del governo e
delle rappresentanze del senato, delle camere e della magistratura. Giacchette.
e anche giacche chiare. Solo il marchese della Torretta, presidente del senato,
ed il procuratore generale dello stato, Pilotti, si presentarono in vestito
scuro e da cerimonia. Subito dopo la presentazione degli auguri, Umberto di
Savoia si recò nella grande sala detta degli Svizzeri, per servire un pranzo ai
bimbi poveri. Ma tutto ciò era ignorato dai più, non soltanto nel rimanente del
paese, ma anche nella stessa Roma. Le pareti del Quirinale parevano ovattate ad
arte.
L'8
gennaio, Te Deum nella Cappellina dell'Annunziata, per il genetliaco della
regina Elena. Quel giorno erano presenti, inoltre, due nuove dame di corte, fra
le quali, nominata sei giorni prima, con meraviglia di tutti, la duchessa
Acquarone. La cosa fu molto discussa negli ambienti del Quirinale, sia perché
si era certi che la regina Elena non avrebbe mai più abitato il palazzo, anche
in caso di vittoria monarchica, sia perché si rimproverava al duca Acquarone di
avere male organizzato il colpo del 25 luglio, e di non essersi affiancato
personalità di valore politico, sia anche per l'armistizio, che se fosse stato
meglio predisposto avrebbe forse. risparmiato all'Italia tante sofferenze.
tante umiliazioni e distruzioni.
Nei
primi mesi del 1945 la vita scorrevi normalmente a corte. Il Luogotenente
riceveva sempre più gente, compresi molti ministri in carica, ch'erano soliti
mostrarsi gentilissimi durante l'udienza, per poi lasciar scrivere" nei
loro giornali attacchi ferocissimi contro Umberto di Savoia. Anche Nenni, di
fronte al Luogotenente, era corretto e contegnosissimo; benché, arrivando al
Quirinale, ostentasse di calzare sul capo il basco.
In
quel periodo Umberto non andava quasi mai a pranzo fuori del palazzo, tranne
che per gli inviti' dell'ambasciatore americano Kirk. A volte trascorreva le
serate con la vecchia principessa Militza del Montenegro, sua zia, che abitava
in un modesto villino di via Scialoia; oppure dai conti Tieskiewich, cugini
della regina Elena. Lavorava indefessamente. Anche a tarda notte, quando tutto
taceva nel vasto palazzo, si poteva notare la luce filtrante dalle imposte chiuse
del suo studio.
Intanto
la guerra continuava ad infuriare nell'alta Italia. Si udivano storie
raccapriccianti narrate dai patrioti che giornalmente affluivano al palazzo
reale provenienti dal Nord. Sevizie a donne e bambini, torture ai non
simpatizzanti per i nazisti. Dalla sua unità nazionale, l'Italia non aveva vissuto
pagine di storia più sanguinose; e gli animi erano tesi, specie in coloro che
avevano la famiglia nel settentrione. Le bande di partigiani monarchici non
mancavano: la "Mauri" a Torino, la "Osoppo" nel Friuli,
comandata dal colonnello Del Din, il cui figlio era morto nella divisione
stessa e la figlia seviziata dagli slavi; in Lombardia la divisione
"Franchi" che scrisse pagine di gloria. Si sarebbe però desiderato,
fra i patrioti monarchici del Nord, un principe di casa Savoia. Per il
Luogotenente la cosa non era possibile, perché, giuridicamente, - egli non
avrebbe potuto (come aveva fatto Vittorio Emanuele III nel 1915) nominare un altro
Luogotenente; e poi doveva mantenere i contatti con il governo e con gli alleati.
Umberto interessò invece i suoi cugini in Svizzera, duchi di Bergamo e di
Pistoia, invitandoli a raggiungere, attraverso le montagne, le divisioni dei patrioti.
Pare che ambedue abbiano rifiutato, così come tutti gli altri. Soltanto il
vecchio conte di Torino, quasi cieco, che si trovava pure in Svizzera, scrisse una
nobile lettera al colonnello Moscatelli, deprecando che l'età e gli acciacchi
non gli consentissero di unirsi a coloro che combattendo i tedeschi tenevano
'alto il nome dell'Italia., La sua lettera fu molto apprezzata, pur non essendo
certo monarchiche le bande di Moscatelli.
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