NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 25 marzo 2026

Vita segreta al Quirinale

Un caso fortuito ha voluto che entrassimo in possesso di questa interessantissima cronaca del Nostro Nino Bolla, pubblicata nel settembre ottobre 1949. 
I nostri lettori conoscono Nino Bolla, già capo ufficio stampa del Governo dal 2 gennaio 1944,  per averne, più volte, pubblicato alcuni degli scritti.  


Giuridicamente impossibilitato a lasciare il suo posto Umberto consigliò nell’autunno 1944 i principi di Casa Reale a unirsi alla Resistenza, ma tutti rifiutarono.


Cronaca di NINO BOLLA

Le vicende e i retroscena qui narrati sono stati redatti dall'autore sulla traccia di un "Diario" intimo, tenuto dal 4 giugno 1944 (data del ritorno a Roma di Umberto di Savoia) al 13 giugno 1946 (partenza per l'esilio di Umberto), da un alto personaggio che per tutto questo periodo visse presso i sovrani.

PRIMA PUNTATA 

Non era certo una situazione facile quella del Luogotenente quando nel giugno 1944 tornò a Roma. La dominazione tedesca era stata atroce e troppo vive erano ancora le piaghe lasciate nella popolazione romana dalle deportazioni in massa, compresa quella dei Carabinieri, in numero di ottomila (quasi l'intera legione) e purtroppo dietro delazione di un italiano. Il Quirinale era stato salvato per puro caso dalla rapina totale dei nazisti. Gli arazzi, i quadri di valore, le porcellane, erano stati nascosti fuori Roma. I tedeschi si limitarono ad asportare tutti i vestiti della principessa di Piemonte e dei principi reali; nonché tutti i pregiati vini delle cantine, parte dell'argenteria che non s'era fatto In tempo ad occultare, molte livree del personale e tutti i cavalli con la maggior parte dei finimenti.

Durante gli otto mesi della dominazione tedesca, tre furono i dignitari di corte che non abbandonarono mai il loro posto: e cioè il marchese Tàcoll, gran scudiere, il marchese Giandomenico Spinola, ex ufficiale d'artiglieria mutilato di guerra, il generale d'aviazione Carlo Graziani, maestro delle cerimonie. Degli altri, molti si nascosero nei conventi, purtroppo taluno rinnegò la propria fede, compresa una dama di palazzo che nella tema di essere compromessa calpestò la sua cifra di diamanti; per non parlare di quelli (e non furono pochi) che giurarono fedeltà a Salò.

All'arrivo a Roma del Luogotenente tutto era da ricominciare. Il Quirinale riaprì, si, i battenti, chiusi al tempo dell'armistizio; ma gli animi, come ho già detto, erano tesi, la propaganda nazi-fascista era stata perfettamente organizzata - per denigrare quanto più si poteva la fa miglia reale. I fedelissimi corazzieri si erano dovuti nascondere per sfuggire alle rappresaglie: molti del Nord, erano rimasti tagliati fuori dalla capitale. Ma, per quanto In numero ridotto, cioè non più di 40, ricominciarono a prestare immediatamente servizio all'arrivo del Luogotenente; e la loro caserma la bella palazzina di via XX Settembre, contigua alla chiesa di Santa Susanna, ritornò a vivere corre un tempo, sebbene con molte restrizioni. Gli alleati nei primi tempi vegliarono, anzi sorvegliarono ogni Mossa del Luogotenente. e sempre con quella conoscenza d'ambiente e di persone che sarebbero state necessarie in un momento così delicato della vita nazionale

italiana. Fin dal Sud vi era stata una certa ostilità verso Umberto di Savoia, da parte degli alleati: gli si rimproverava dl non aver agito come tanti altri regnanti, di non essersi cioè recato a Londra sin dall'inizio delta guerra, tanto più che si sapeva della sua rigidezza di fronte al fasciamo. Fu con molto tatto e molta pazienza che egli riuscì a conquistare a poco a poco gli animi degli alleati. Iniziò la Luogotenenza nel grande palazzo disabitato ormai da tanti anni, giacché i genitori avevano preferito risiedere a Villa Savoia servendosi del Quirinale soltanto per i ricevimenti ufficiali. Vi era nel palazzo ancora la struttura di una grandiosità cui non rispondevano più i mezzi nuovi. Ma con l'arrivo del marchese Falcone Lucifero, nuovo ministro della Real casa, fu applicata dall'agosto 1944 una Rigida economia. Egli paventava le spese, che andavano sempre più crescendo per la beneficenza e la generosità del Luogotenente, il quale poteva disporre di soli 5 milioni e mezzo, poiché il padre, sino al giorno dell'abdicazione, corrispose al figlio solamente la metà dell'appannaggio Questo particolare, quasi da tutti ignorato, documenta bene le strettezze di quel periodo, se si considera che l'organico del personale di corte era di 350 persone, mentre per rifare semplicemente una sola livrea all'anno agli addetti, occorreva un milione e mezzo.

Il Luogotenente cominciò a ricevere uomini politici e privati cittadini, scrittori ed artisti, era affabile con tutti e ad ogni richiesta di aiuto cercava sempre di sopperire. Ma è bene ricordare come nei primi tempi non fossero molti a chiedere udienza, un po' per tema di disturbare, e questi erano certamente i più devoti, mentre altri avevano paura di compromettersi perché si diceva che tutti coloro i quali entravano al Quirinale fossero segnalati ai partiti estremisti. Anche qualcuno fra gli appartenenti alla disciolta corte di re Vittorio, si astenne nei primi mesi dall'andare a rendere omaggio al figlio.

CAMINETTI SPENTI

Insieme con Umberto di Savoia erano arrivati a Roma i duchi di Genova, che al tempo dell'armistizio, dietro ordine del re, avevano lasciato la loro residenza abituale di Venezia per raggiungere in aereo Brindisi. Arrivarono poi i duchi di Ancona e il duca d'Aosta, il quale però veniva nella capitale saltuariamente avendo come sede Napoli, ove abitava con la vecchia duchessa Elena d'Aosta. Generalmente, quando i principi del sangue venivano a Roma, erano ospiti della corona e così i loro seguiti. La vastità del Quirinale fu molto criticata in quel periodo: troppi appartamenti e troppe camere sprecate. Non si capiva, evidentemente, che molte cose erano mutate dall'armistizio in poi; né si sapeva, evidentemente, che la "manica lunga" era occupata nella parte più rappresentativa dal generale Infante e famiglia, in tutto 15 stanze; e nella parte più modesta, ossia il mezzanino, da persone che non avevano nulla a che vedere con la corte, ma che si erano raccomandate al Luogotenente per avere un alloggio senza dover pagare somme ingenti; ed il Luogotenente aveva generosamente offerto tutti gli ambienti disponibili. Nell'inverno del 1944 vi saranno state circa un centinaio di persone ospitate gratuitamente e che non avevano nessun diritto all'alloggio.

Per regola di corte le dame, i mastri ed i gentiluomini, la cui carica era onorifica e cioè senza prebenda alcuna, quando erano di servizio godevano di vitto e alloggio. Vitto che in quei tempi di magra era molto parco per tutti. Alle 13 precise gli addetti alle varie corti si riunivano nella cosiddetta Corte Nobile, una sala da pranzo capace di ospitare trenta persone, con due finestre che davano sul giardino. Questa sala corrispondeva attraverso due vetrate con l'ufficio del prefetto di palazzo. Dietro ad un paravento, che dava sull'office, occhieggiava sempre, perché il servizio

andasse bene, il cav. Olivieri, direttore di mensa, il quale non indossava alcuna livrea.

In quell'inverno 1944-45, e sino al ritorno a Roma della principessa di Piemonte, I principi. compreso Umberto, mangiavano in modo più che modesto, ossia lo stesso vitto della Corte Nobile, se non meno. Il palazzo, per ordine del Luogotenente, non venne mai riscaldato. Anche ai reali cugini venne detto che, data la scarsità di fondi, non sì poteva più fornire la legna gratuitamente, come per il passato e che ognuno avrebbe dovuto pagare la quantità consumata. I caminetti vennero accesi molto di rado.

Inutile dire quanto fosse amato Falcone Lucifero il quale, giustamente, non faceva che eseguire gli ordini del Luogotenente. Anche l'impianto per il riscaldamento dell'acqua, che era centrale, per le stesse ragioni di economia non veniva usato che tre volte la settimana, ed era una gara di velocità per poterne usare, tanto più che il Luogotenente era molto mattiniero e gli ufficiali d'ordinanza dovevano essere puntualissimi. L'unico appartamento che aveva il bagno con riscaldamento elettrico, era quello già del conte di Torino e allora occupato dalla contessa Stelluti Scala Frascara, dama di corte della duchessa di Genova. Si racconta che una volta tale dama, molto stanca perché in verità si prodigava nel lavoro, s'addormentò nel bagno svegliandosi a notte alta quando l'acqua era ghiacciata. Se ne rise molto al Quirinale, ma l'interessata prese la cosa con spirito.

INTRIGHI A CORTE

I nuovi ufficiali d'ordinanza erano stati nominati dal Luogotenente ai primi di agosto del 1944, nelle persone del capitano Michele Avelle, già aiutante di volo del principe di Piemonte nel Sud, decorato di sei medaglie al valor militare, dal maggiore dei paracadutisti Caratti e dei comandanti Balbo e Brandolin. Era con essi il maggiore Oscar Gallone, che cito per ultimo desiderando raccontare la sua fortunata avventura per sfuggire ai tedeschi. Egli apparteneva alla divisione "Piave"; un giorno, mentre guidava l'automobile, gli venne intimato l'alt da un ufficiale tedesco: non essendosi fermato, gli spararono contro, venne ferito a un braccio, prosegui lo stesso a grande velocità verso la clinica "Quisisana". Posto su una barella fu portato nella sala operatoria. Sopravvenne l'ufficiale nazista, che si era dato all'inseguimento; il cappellano, con molta presenza di spirito, fece l'atto di benedire in 'extremis il corpo che giaceva sulla barella. Il tedesco domandò: Kaput?», e il prete soldato annuì. In seguito il maggiore Gallone, guarito, ai lasciò crescere la barba, portò gli occhiali neri e fu il più tranquillo dei morti viventi.

I mastri delle cerimonie erano gli stessi del re, con la differenza che uno era ancora tagliato fuori, perché a Torino; un altro, il principe Ruffo di Calabria, morto in seguito alle sofferenze patite in prigionia; un terzo, il Lanza d'Ayeta, malatissimo a causa dei maltrattamenti ricevuti dai nazisti. Il Luogotenente, giungendo a Roma, non aveva provveduto a nessuna nomina; perciò rimanevano in carica il generale d'aviazione Carlo -Grariani, devotissimo e attivissimo; il marchese Clarelli, gran signore, con due figli al fronte; il marchese Ferdinando Pallavicini, ex ufficiale di cavalleria. Spesso mangiava alla Corte Nobile il generale Infante, `unico aiutante di campo del Luogotenente sino alla nomina dell'ammiraglio Garofalo, avvenuta nell'aprile del 1945. Infante, molto abile, era riuscito a farsi benvolere dagli alleati, sfuggendo così agli attacchi che all'improvviso gli vennero mossi per il suo comportamento in Grecia, ove all'epoca dell'armistizio comandava una divisione.

Pure in una corte così ridotta. gli intrighi non mancavano. Ad osservatori superficiali la cosa poteva sfuggire, ma vivendo nell'interno del Quirinale era facile scoprire la

 

 

rete che andava stringendo sempre più le sue fila attorno al luogotenente, Il quale non poteva neppure lontanamente sospettare, esistessero persone non fidate, nemiche. Per esempio, uno degli staffieri, che da oltre 19 anni prestava servizio al Quirinale, dava costantemente notizie ad un partito estremista, di quanto accadeva a corte; e per i suoi servigi di pochi mesi ricevette un milione e mezzo, che consegnò all'ingegner R. con l'incarico d'impiegare tale somma. Segnalata alla principessa di Piemonte l'infedeltà dello staffiere, Maria José riuscì a far allontanare dal proprio servizio ma, incredibile ma vero, non a farlo dimettere dall'impiego.

In quello scorcio d'inverno del 1944, il Luogotenente uscì molto poco dal palazzo. Spesso la sera pranzava col maggiore di Campello, suo ex ufficiale d'ordinanza con il conte Alfredo Solaro del Borgo, gentiluomo della principessa di Piemonte, o con il duca Mario Cito di Filomarino di Bitetto la cui compagnia era molto gradita perché, occupandosi egli soltanto di arte, evitava di parlar e di politica o di cose essenzialmente. militari: un riposo quindi per il Luogotenente, dopo le lunghe, snervanti e non sempre. piacevoli Conversazioni politiche con uomini più o meno benevoli e più o meno accetti.

Altre volte pranzava con i duchi di Genova; e della duchessa si avvaleva per importanti incarichi di beneficenza.

In questo primo periodo accadde ro intanto episodi premonitori. della situazione che ai sarebbe sviluppata nel futuro.

Alla Messa di Requiem per I caduti delle Fosse 'Ardeatine, che ebbe luogo in Roma a Santa Maria degli Angeli,' intervenne il Luogotenente con la sua casa militare, oltre tutti i componenti del governo. Quando Umberto entrò nel tempio si udirono alcune voci gridare concitatamente: Fuori. non ne sei degno! è. E un gruppo di donne scalmanate tentò addirittura di far sospendere la funzione. Esse furono indotte ad uscire dalla chiesa ad opera specialmente. del marchese di Montezemolo, comandante di marina, capo della segreteria del Luogotenente e fratello dell'eroico colonnello, caduto appunto alle Fosse Ardeatine. Egli affrontò le donne più esaltate contestando loro in primo luogo dl non essere parenti delle vittime (difatti la cosa risultò poi tale) e dichiarando infine, dinanzi ai fischi ed alle male parole: Mi chiamo Montezemolo, deve bastarvi!». Le donne tacquero: si seppe in seguito come esse fossero state pagate da un partito estremista onde inscenare quella manifestazione.

Per quanto dolorosamente, sorpreso, Il Luogotenente continuò ad assistere alla funzione sino alla fine, intrattenendosi, dopo, con i parenti veri delle vittime. Quando alcuni mesi più tardi vi fu l'episodio del lancio della bomba sulla piazza del Quirinale, che provocò non poco panico, il comandante Montezemolo, recatogli sul luogo e apertosi un varco fra le 200 persone urlanti insulti all'indirizzo del Luogotenente e della famiglia reale, fra le donne più scalmanate riconobbe colei che aveva provocato l'incidente in Santa Maria degli Angeli; la quale, riconosciutolo a sua volta, subito scomparve.

Montezemolo, ufficiale di marina era passato nel ruolo della riserva per non sottostare alla legge fascista che agevolava gli ufficiali sposati. Richiamato alle armi per la guerra, divenne ufficiale d'ordinanza del principe di Piemonte e poi capo della segreteria politica, ove svolse efficacissima opera perché era retto, non temeva le critiche, e non aveva paura di esporre le proprie idee. Ciò non poteva di certo procurargli molti amici nell'ambiente di corte, e fu forse per tale ragione che egli finì per dare le dimissioni. Prima di andar via suggerì, d'accordo con II ministro della marina, di mettere al suo posto l'ammiraglio Garofalo, che fu infatti subito nominato.

Il Garofalo, pari grado con l'altro aiutante di campo. non seppe imporsi; anzi, cercò di barcamenarsi, e quella povera segreteria del principe continuò a funzionare per tanti altri scopi fuorché quello di fare della giusta, onesta propaganda. Il segretario, capitano Callegarini, lavoratore, instancabile, pieno di buona volontà, se fosse stato bene diretto avrebbe potuto rendere ancor più. Invece, caratteristica di quell'ufficio era di scontentare tutti. Specie i patrioti che venivano dal Nord e che avevano rischiato la vita attraversando le linee nemiche: non erano bene accolti ed alle loro richieste di essere ricevuti dal Luogotenente, si rispondeva quasi sempre con un diniego.

"STANCARE I MONARCHICI"

E il Luogotenente ignorava tutto. Significativo è l'episodio, appena avvenuta la liberazione del Nord. dell'ammiraglio Marengo di Moriondo, padre di caduto medaglia d'oro, al quale Garofalo fece aspettare 40 giorni l'udienza. Eppure il Moriondo aveva scritto pagine di vero valore nella lotta partigiana piemontese, vivendo per due inverni sulle montagne, affrontando disagi enormi, tanto che la liberazione lo trovò in uno, stato di 'salute quanto mal. precario.

Si dice che l'ammiraglio Garofalo usava affermare, scherzando, che il suo compito era quello di stancare i monarchici. In verità non poteva meglio raggiungere lo scopo. E quando si ammalò, due mesi prima delle elezioni, il ministro Falcone Lucifero prese le redini della propaganda; ma per quanto abile ed instancabile fosse, era troppo tardi. Pare che lo slogan di taluni in questo periodo fosse:

I reali non devono farsi réclame»; però in un tempo in cui i partiti estremisti si organizzavano in modo perfetto e rivoluzionario.

La fine dell'anno trovò il Luogotenente ospite dei duchi di Genova e di Ancona. Molto modestamente, nel loro salotto era stato preparato un tavolo in un angolo: un panettone, una bottiglia di spumante italiano. Fu brindato agli assenti, e negli occhi di Umberto, sempre così padrone di sé, i presenti videro brillare una lagrima. Di certo pensava ai figli lontani: aveva ricevuto notizie telegrafiche quel giorno stesso, ma si capiva come soffrisse della forzata lontananza: Così, nel palazzo del Quirinale, in grande semplicità, fini l'anno 1944. E quella notte arrivarono, attraverso le spesse mura e le chiuse finestre, gli echi dei colpi d'arma da fuoco e dei petardi lanciati, e forse intenzionalmente, con maggiore abbondanza del solito. Salutavano il sorgere del nuovo anno.

La mattina del 1° gennaio 1045 il Luogotenente ricevette gli auguri del governo e delle rappresentanze del senato, delle camere e della magistratura. Giacchette. e anche giacche chiare. Solo il marchese della Torretta, presidente del senato, ed il procuratore generale dello stato, Pilotti, si presentarono in vestito scuro e da cerimonia. Subito dopo la presentazione degli auguri, Umberto di Savoia si recò nella grande sala detta degli Svizzeri, per servire un pranzo ai bimbi poveri. Ma tutto ciò era ignorato dai più, non soltanto nel rimanente del paese, ma anche nella stessa Roma. Le pareti del Quirinale parevano ovattate ad arte.

L'8 gennaio, Te Deum nella Cappellina dell'Annunziata, per il genetliaco della regina Elena. Quel giorno erano presenti, inoltre, due nuove dame di corte, fra le quali, nominata sei giorni prima, con meraviglia di tutti, la duchessa Acquarone. La cosa fu molto discussa negli ambienti del Quirinale, sia perché si era certi che la regina Elena non avrebbe mai più abitato il palazzo, anche in caso di vittoria monarchica, sia perché si rimproverava al duca Acquarone di avere male organizzato il colpo del 25 luglio, e di non essersi affiancato personalità di valore politico, sia anche per l'armistizio, che se fosse stato meglio predisposto avrebbe forse. risparmiato all'Italia tante sofferenze. tante umiliazioni e distruzioni.

Nei primi mesi del 1945 la vita scorrevi normalmente a corte. Il Luogotenente riceveva sempre più gente, compresi molti ministri in carica, ch'erano soliti mostrarsi gentilissimi durante l'udienza, per poi lasciar scrivere" nei loro giornali attacchi ferocissimi contro Umberto di Savoia. Anche Nenni, di fronte al Luogotenente, era corretto e contegnosissimo; benché, arrivando al Quirinale, ostentasse di calzare sul capo il basco.

In quel periodo Umberto non andava quasi mai a pranzo fuori del palazzo, tranne che per gli inviti' dell'ambasciatore americano Kirk. A volte trascorreva le serate con la vecchia principessa Militza del Montenegro, sua zia, che abitava in un modesto villino di via Scialoia; oppure dai conti Tieskiewich, cugini della regina Elena. Lavorava indefessamente. Anche a tarda notte, quando tutto taceva nel vasto palazzo, si poteva notare la luce filtrante dalle imposte chiuse del suo studio.

Intanto la guerra continuava ad infuriare nell'alta Italia. Si udivano storie raccapriccianti narrate dai patrioti che giornalmente affluivano al palazzo reale provenienti dal Nord. Sevizie a donne e bambini, torture ai non simpatizzanti per i nazisti. Dalla sua unità nazionale, l'Italia non aveva vissuto pagine di storia più sanguinose; e gli animi erano tesi, specie in coloro che avevano la famiglia nel settentrione. Le bande di partigiani monarchici non mancavano: la "Mauri" a Torino, la "Osoppo" nel Friuli, comandata dal colonnello Del Din, il cui figlio era morto nella divisione stessa e la figlia seviziata dagli slavi; in Lombardia la divisione "Franchi" che scrisse pagine di gloria. Si sarebbe però desiderato, fra i patrioti monarchici del Nord, un principe di casa Savoia. Per il Luogotenente la cosa non era possibile, perché, giuridicamente, - egli non avrebbe potuto (come aveva fatto Vittorio Emanuele III nel 1915) nominare un altro Luogotenente; e poi doveva mantenere i contatti con il governo e con gli alleati. Umberto interessò invece i suoi cugini in Svizzera, duchi di Bergamo e di Pistoia, invitandoli a raggiungere, attraverso le montagne, le divisioni dei patrioti. Pare che ambedue abbiano rifiutato, così come tutti gli altri. Soltanto il vecchio conte di Torino, quasi cieco, che si trovava pure in Svizzera, scrisse una nobile lettera al colonnello Moscatelli, deprecando che l'età e gli acciacchi non gli consentissero di unirsi a coloro che combattendo i tedeschi tenevano 'alto il nome dell'Italia., La sua lettera fu molto apprezzata, pur non essendo certo monarchiche le bande di Moscatelli.


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