NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 15 marzo 2026

43° Anniversario della scomparsa in esilio di Re Umberto II

 

 




di Emilio Del Bel Belluz

 

Il 18 marzo 1983 moriva in terra d’esilio Umberto II di Savoia, ultimo Re d’Italia. Da allora sono passati 43 anni. Per coloro che lo hanno amato, questa data si ricorda con la stessa tristezza con cui si ricorda la scomparsa di una persona cara che ci ha voluto bene e ci ha insegnato a percorrere le strade della vita.

Ho voluto bene a questo Sovrano con tutto me stesso, e ho sofferto per la sua scomparsa. Qualcuno mi ha chiesto cosa mi abbia avvicinato a quest’uomo. La risposta è molto semplice e sa di verità.

Nella mia vita non ho mai voluto allontanare nessuno, e non ho mai pensato che si potesse impedire ad una persona di vivere nello Stato dove è nata o di amare ciò che le avrebbe reso più lieta la vita. Si dice che ognuno possieda un pezzetto di cielo nel luogo in cui è nato e che lo porti con sé per tutta la vita.

Quando a scuola venni a conoscenza che il Re Umberto II si trovava in esilio, avrei voluto poter fare qualcosa per far finire questa terribile condanna. Da bambini non è facile comprendere ciò che accade alle persone; ma la parola esilio, una volta imparata, mi è rimasta dentro come se si fosse attaccata al mio cuore.

Quando appresi la storia di Casa Savoia e del Re Umberto II, mi augurai che prima o poi questo esilio potesse terminare. Quelli come me si domandavano, nel corso degli anni, se il Re potesse finalmente ritornare, mail tempo passava inesorabile, e allora sperai in un atto di giustizia. Il mio Paese si riteneva paladino dei principi di democrazia, ma nulla accadeva.



Come aveva detto lo scrittore Giuseppe Prezzolini: “Nulla è più stabile del provvisorio”. Quando raggiunsi la maggiore età, ero talmente dispiaciuto che il Re si trovasse in Portogallo che decisi di scrivergli. Nella lettera che gli invia, gli dissi che ero molto dispiaciuto che dovesse rimanere lontano, e gli raccontai che molti italiani lo amavano e che avrebbero fatto qualsiasi cosa perché tornasse. In questa mia missiva gli chiesi se potessi avere una sua foto con dedica, che per me sarebbe stato un regalo molto importante.

Mi ricordo che mi recai alla posta, e con orgoglio, chiesi all’impiegato un francobollo per il Portogallo e informazioni sul tempo necessario perché la lettera arrivasse a destinazione.

Ero molto felice e nutrivo tanta speranza. Alla sera pensavo che il Re avrebbe gradito che un giovane si ricordasse di Lui. In certi momenti immaginavo di essere il primo a vederlo dal suo ritorno dall’esilio. Quella lettera che avevo inviato al Re, arrivò a destinazione, perché qualche settimana dopo, mi giunse la sua gradita riposta e la sua foto con dedica. Mi sentivo come se avessi toccato il cielo con un dito dalla felicità.

Mostrai con orgoglio quella foto con dedica a tutte le persone che conoscevo. La posi in una cornice d’argento, quindi la sistemai con cura nella mia biblioteca. Gli anni continuavano a passare e seguivo le vicende del Sovrano attraverso gli articoli che comparivano nei vari giornali. Li custodivo come fossero un tesoro. Quando seppi che il Re era ricoverato in un ospedale a Londra, perché le sue condizioni di salute non erano buone, avrei voluto essergli vicino come un figlio fa con il proprio padre.




Leggendo una sua intervista, nella quale chiedeva al presidente della repubblica di poter morire nel suolo italiano, mi si strinse il cuore. In un cero verso ero sicuro che lo avrebbero accontentato, non per pietà verso un Re che stava morendo, ma per un atto di giustizia, anche se arrivava troppo tardi. Dopo il referendum istituzionale il Re aveva lasciato il proprio Paese per evitare una guerra civile. A Napoli ci furono dieci morti e centinaia di feriti monarchici.


De Gasperi promise al Re che il suo allontanamento dall’Italia sarebbe stato provvisorio, per qualche mese, finché le acque si sarebbero calmate. Quel provvisorio durò 37 anni d’esilio da vivo e 43 anni d’esilio da morto. Ai funerali del sovrano morto in esilio mi sentivo umiliato, triste, abbattuto come un albero sfondato.

Da studente in legge ricordai come fosse giusta la citazione del grande avvocato Francesco Carnelutti: “L’Italia è la culla del diritto, ma è la tomba della giustizia”. Quel giorno eravamo migliaia di persone di ogni età, provenienti da tutta Italia, per vedere il loro Re. Lo vidi morto, il volto sofferente, indossava la divisa da generale del Regio Esercito, e sopra la sua bara era stesa la bandiera con lo stemma Sabaudo. Il 23 marzo 1983, piansi il Re come se fosse morto mio padre, e ripensai alla terribile condanna chiamata esilio.

Ero stato costretto ad onorare il mio Re in terra straniera. Lo stesso giorno vidi S.A.R., il Principe Vittorio Emanuele IV, assieme a suo figlio, il Principe Emanuele Filiberto che all’epoca aveva 11 anni. Suo padre e suo figlio avrebbero continuato a rimanere in esilio fino al 2002. In questi giorni che precedono la data dell’anniversario della sua morte, mi sento indignato nei confronti del mio Paese perché mi ha impedito di vedere il mio Sovrano vivere nella nostra bella Italia.

Nella mia biblioteca ho centinaia di libri e riviste inerenti alla storia di Casa Savoia che ho ereditato dai miei antenati e che custodisco come fossero un tesoro. Ogni volta che osservo la sua foto con dedica conservata nella mia biblioteca, rivedo un Sovrano che non aveva mai dimenticato le sue origini, la sua storia e il suo amore per la Patria che lo vide nascere. Uno dei sogni della mia vita, era quello di poterlo conoscere, di stringergli la mano, e di dimostrargli il mio affetto e la mia stima.

È da sessant’anni, comunque, che lo porto nel cuore. Alcuni giorni fa, ebbi la fortuna di trovare scritto sul settimanale Epoca del 1952, questa lettera indirizzata al Sovrano in cui una bambina Lo invitava a ritornare in Italia. Caro Re. Sono una bambina di 7 anni e ti voglio tanto bene. Ti voglio bene che desidero vederti. Mi hanno detto che tu a Roma non puoi venire. Io ti do un consiglio, fatti dare i vestiti di un povero e tu dai i tuoi a lui e così vestito vieni a Roma. Fai sapere quando verrai che ti veniamo ad aspettare alla stazione. Per piacere mi mandi la fotografia della principessa Beatrice della prima comunione. Bacetti Luciana Nardi.

Questa una delle tante lettere che giunsero al Re in esilio, che lo avranno reso felice. Chissà se quella bambina sarà ancora vivente? Riporto questa sua riflessione, quella di un uomo che ha tanto sofferto e tanto amato la sua patria. “Ogni giorno mi è più amaro l’esilio, non solo per il tempo trascorso senza aver potuto vedere i luoghi e persone tutti per me cari e pieni di ricordi, ma soprattutto perché nelle difficoltà da affrontare e da risolvere avrei potuto dare una mano anch’io”. Alla sua morte, il 18 marzo 1983, nel suo scrittoio di Cascais, trovarono il suo testamento spirituale: «Dal testamento di San Pietro I Vladika del Montenegro. “Io mi avanzo pieno di speranza alle soglie del Tuo Divino Santuario la cui fulgida luce ravvisai sul sentiero misurato dai miei passi mortali. Alla Tua chiamata io vengo tranquillo...”». Una citazione di una lettera di san Paolo ai Corinti, copiata in latino e tradotta in italiano: «Mihi autem pro minimo est ut a vobis iudicer (aut ab humano die). Sed neque me ipsum iudico. Nihil enim mihi conscius sum sed non in hoc iustificatus sum; qui autem iudicat me, Dominus est». Traduzione del Re: «Poco importa a me d’essere giudicato da voi (o da un tribunale di uomini) né mi giudico da me stesso, poiché non ho coscienza di aver commesso alcunché ma non per questo sono giustificato: mio giudice è il Signore».


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