LE FONTI
1) LE FONTI CLASSICHE
Si può ben dire che il principio
monarchico sia vecchio quanto il mondo; fino alle porte misteriose della
preistoria, fin dove giunge l'occhio dello storico è sempre presente il
concetto immutabile del supremo reggitore terreno la cui 'autorità è
partecipazione di quella divina, di ordinamenti umani strettamente legati a
quelli celesti.
Così in Oriente, là dove
sorsero le prime grandi civiltà storiche, i Re sono dei, o figli, o pupilli di
divinità e come queste possono esercitare un potere assoluto dispotico; i
Faraoni egiziani e i Re babilonesi, come più tardi quelli assiri, venivano
considerati come padroni assoluti della vita e dei beni dei loro sudditi e
nello stesso tempo dovevano procurare a questi il necessario alla loro vita ed
al loro benessere: il loro governo di carattere paternalistico a tendenza
totalitaria, mirava a regolare giuridicamente i rapporti economici ed a
stabilire o controllare prezzi, salari tassi, attraverso una porzione di
prodotti incamerati dai Sovrano, tanto grande da formare quasi dei monopoli
regi.
In Europa, più 'antico ricordo
monarchico è costituito s'alla ci‑
viltà cretese (3000-1200 a.
C.) che fiorì nell'isola del Mediterraneo e di cui la tradizione serba Fil
ricordo attraverso la leggenda del mitico Re Minosse, e quindi dalle monarchie
d'Argo e di Micene, cantate dai poemi del ciclo titolo= omerico.
Gli avanzi che ancora oggi restano
a testimoniare gli splendori di Creta, di Micene e di Troia, la tradizione
orale e scritta, n cui primeggiavano i due grandi poemi di Omero: l'Iliade e
l'Odissea, possono
darci anche un'idea abbastanza
precisa di quale fosse il sistema politico su cui queste civiltà poggiarono ed in
esso sempre primeggia,
il concetto del Re definito
araldo di Giove» pastore di popoli in una parola rappresentante della divinità
e da questa investito del suo potere sopra gli altri uomini. Molti di questi
antichi sovrani sono anche parenti degli Dei, benché mortali, come benché
figlio di Giove, Achille figlio di Veti e le sorelle Elena e Clitennestra sorelle
dei Divine Dioscuri e figlie di Giove; tuttavia queste divine parentele non implicano
quasi mai un concetto d'infallibilità o d'immortalità perché anche i Re sono
soggetti alle passioni e agli errori propri dell'umana natura, ed ugualmente
debbono soggiacere alla vecchiaia e alla morte.
Passando all'epoca storica,
troviamo le monarchie ellenistiche ed ancora prima greche. come quella
spartana, in cui sempre assoluta è l'autorità sovrana talvolta appena mitigata
da consigli di anziani o di generali. I Re sono quasi sempre figure di prima
grandezza di eroi come Leonida e Codro, ambedue sacrificatisi per la loro città
(rispettivamente Sparta ed Atene) o addirittura passando nell'ambito propriamente
storico come Alessandro che, figlio di Filippo di Macedonia, fondò il grande
impero i cui confini giunsero fino all’Eufrate e a Babilonia.
Costante è nella tradizione il
tentativo di trovare per questi Uomini una origine divina che ne legittimi in
un certo senso l'autorità assoluta e per questo Alessandro Magno non disdegnò
di far diffondere una voce che lo spacciasse come figlio di Giove.
Maggiori sviluppi ebbe questa
tendenza nelle monarchie ellenistiche, sorte dalla divisione dell'impero del
grande Alessandro, favorita specialmente del carattere mistico delle
popolazioni orientali. In Egitto, in Siria, ed in Asia Minore, i Sovrani
continuano a presentarsi come inviati della divinità ed alimentano queste
credenze popolari attraverso la pompa, esteriore e complicate regole di
cerimoniale destinate a fare del Sovrano il centro di una specie di liturgia
pagana e di una venerazione singolare a cui tutto il popolo doveva partecipare;
nel recesso delle segrete stanze della reggia, vive il Re nascosto quasi ai suoi
sudditi, davanti ai quali appare soltanto in una scenografia fantastica e
suggestiva.
In Europa occidentale, e
precisamente a Roma, la figura. del Re assume nel primo periodo di vita
della città, un carattere più semplice ma non meno autorevole. Nel periodo monarchico
di Roma, che si può porre approssimativamente fra il 753 ed il 509 a. C.
il Re non è solo il suprem capo politico e militare ma soprattutto II detentore
degli «auspicia»
il designato dalla divinità.
E tale carattere sacro è tanto
forte, direi quasi indelebile, che quando — per ragioni che sarebbe troppo
lungo illustrare e comunque esulano dal carattere di queste pagine — la
monarchia decade per lasciare il posto ad una forma nuova di governo, il rex
resta come «rex
sacrorum» ovvero capo religioso; la monarchia viene cioè spogliata, del suo
carattere politico ma non del suo contenuto e della funzione religiosa, che le
è propria.
Il Re romano non è come i
Sovrani orientali un idolo nascosto, ma piuttosto come gli antichi eroi
omerici, un pastore di popoli ed anche di armenti; i sette re che la tradizione
ci mostra come condottieri dell'antica Roma, che in realtà dovettero essere
assai di più, condussero una vita semplice inframmezzata da guerre e da
scaramucce con i popoli vicini, e le loro vicende restarono avvolte nella
leggenda tanto che nella lunga parentesi repubblicana di circa cinque secoli,
durante i quali Roma da misero villaggio di pastori divenne la capitale di
tutto il mondo conosciuto, sembrò quasi che la tradizione monarchica fosse a
poco, a poco restata sepolta sotto il lento fluire dei secoli ed il rapido
avanzare degli avvenimenti, delle conquiste guerriere e delle vicende
politiche, ma quando per un fatale complesso di circostanze il nipote di
Giulio Cesare, il giovane Ottaviano, s'impadronì dello Stato e ne divenne di
fatto, se non di nome, il Sovrano assoluto, ecco riapparire gli elementi della
tradizione monarchica più vitale e più attuale di prima.
Cesare aveva rifiutato la
corona offertagli durante i Lupercali da Antonio e neppure Ottaviano volle
incoronarsi Re, ma nonostante questo eccolo riportare alla luce la leggenda di
Enea, che in Virgilio ebbe il suo poeta aulico, secondo la quale Ottaviano
attraverso l'eroe troiano discenderebbe da Venere. Il desiderio di dare un
concetto della sacralità del suo potere, di trovare un diritto risalente ai
privilevi della divinità, lo spinsero a questo come ad assumere il nome di
Augusto che appunto significa: «Colui che è sacro per designazione divina».
Il carattere sacro
dell'imperatore venne poi sempre più accentuato sotto i successori tanto che
prima nell'ambito dei «clientes» e poi in tutto il popolo si diffuse il costume
di prestare l'adorazione al «ge-nius» dell'imperatore divinizzato, come era
accaduto per Romolo, considerato dio sotto il nome di Quirino, anche Cesare
ebbe dopo la morte un tempio nel centro del Foro, là dove il suo cadavere era
stato arso, e tutti i successori vennero alla, loro morte considerati assunti
in cielo come divinità e tale culto fu tributato anche alle loro virtù
divinizzate, come dimostrano le memorie di un tempio eretto in memoria della «Clementia
Caesaris».
Tali forme che ebbero uno sviluppo sotto il principato, raggiunsero l'acme
sotto l'impero assoluto, favorite ancora una, volta dallo spostarsi del centro
dell'impero verso oriente, cioè a Nicomedia dove Diocleziano pose la sua sede,
rafforzando il concetto teocratico dell'imperiale potestà assumendo il titolo
di «Iovius» ed attribuendo al collega Massimiano quello di «Herculius». Così
alla fine del III sec. d. C. mentre più nessuno o quasi conservava la fede dei
padri nelle divinità, dell'Olimpo pagano, ancora la forza morale del potere
monarchico veniva legata alla religione ufficiale dello Stato di cui
l'Imperatore rappresentava non soltanto il sommo sacerdote ma anche una delle
divinità pretendendo quindi dai sudditi, non solo l'obbedienza ed il rispetto,
ma la vera e propria adorazione.
Mentre la corona veniva
strappata da generali insanguinati, forti della acclamazione delle loro
legioni, bastava che questi illegittimi detentori se ne adornassero per
acquistare un carattere sacro ed inviolabile, davanti al quale non si fermavano
però i congiurati e le loro trame.
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