NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 14 gennaio 2016

Lettere a Sergio Romano del Corriere della Sera


24/12/2015

La forma repubblicana

Caro Romano, 
non crede che l'art 139 della Costituzione sia ormai datato e un'imposizione di tipo dittatoriale? Mi spiego. Non sono monarchico, ma non vedo perché una democrazia matura quale l'Italia si vanta di essere (a mio parere non lo è), dovrebbe imporre dall'alto la forma istituzionale della nazione, anche se in caso di libera scelta vincerebbe in ogni caso la Repubblica. Questo è quanto si faceva nei Paesi del «socialismo reale»; perpetuandolo si danno validi argomenti a chi ha sempre sostenuto che la nostra Costituzione sia in parte di tipo sovietico

Fabio Todini, Roma 


L'art. 139 non dice che la Repubblica è imperitura. Dice che «la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale» Giovanni Gronchi, parlando per il gruppo democristiano ricordò che la questione istituzionale (Monarchia o Repubblica) era stata decisa con una consultazione popolare e che soltanto un'altra consultazione diretta avrebbe potuto modificare quella decisione.

Sergio Romano



mercoledì 13 gennaio 2016

Albino, cavallo eroe in Russia

di Emilio Del Bel Belluz  

In questi tempi così difficili ed incomprensibili, sento il bisogno di tornare alle letture che facevo un tempo. Ho ripreso in mano i libri di lettura delle elementari e per fare questo mi sono tolto cinquant'anni di dosso. Narravano degli episodi di vita vissuta e di storie che potevano essere raccontate dai nonni ai nipoti davanti al caminetto accesso.
Allora era un mondo diverso dove trionfavano i buoni sentimenti. In quegli anni non avendo più i nonni c’era un prozio paterno Gaetano  che mi raccontava spesso degli episodi di guerra, cercandoli nei suoi ricordi.
Alla mattina era solito leggere i giornali e un giorno mi parlò del cavallo più famoso d’Italia: Albino. In questi giorni ho preso in mano un libro delle elementari e vi ho trovato scritto la sua storia e una immagine in cui si vedeva il cavallo Albino vicino al suo cavaliere in divisa e alla bandiera Sabauda. Nell’agosto del 1942, in Russia, gli italiani stavano combattendo assieme all’alleato Germanico una guerra molto difficile.
I tedeschi che all’inizio avanzavano molto facilmente abbattendo ogni ostacolo, e travolgendo tutto, poi si arrestarono, non riuscivano a far un solo passo in avanti e a complicare tutto vi era il generale inverno, lo stesso generale che aveva fermato Napoleone.
Nel libro trovai questo episodio dove si narrava dell’ultimo assalto del reggimento “Savoia Cavalleria” avvenuto il 24 agosto del 1942.  
In quei giorni infuriava la terribile battaglia del Don, i Russi avevano circondato con tre battaglioni riforniti con duecento mitragliatrici, gli italiani. Non rimaneva che una sola possibilità : quella di rompere questo accerchiamento e fu quello che si verificò.
I supersiti che riuscirono a rientrare in Italia, non avrebbero mai cancellato dalla loro memoria quella data.  Al comando del colonnello Bettoni, i soldati del Savoia Cavalleria, si mossero all’attacco. L’impresa si presentava con una difficoltà assoluta, il pericolo proveniva dallo schieramento di quelle duecento mitragliatrici pronte  a fare fuoco sugli italiani.
Le parole dell’autore del racconto meritano di essere trascritte con precisione : “ Ma la carica continuava … l’alfiere, il giovane sottotenente cadde; la bandiera era in pericolo. Il sergente maggiore Fantini accorse e afferrò il glorioso stendardo del “ Savoia Cavalleria”.
Egli cavalcava Albino, un bel cavallo maremmano che si era già distinto in battaglia. – Avanti Albino! – incitò il cavaliere – Dobbiamo portarla alla vittoria. – E, senza esitare, si slanciò davanti a tutti. A un tratto, una raffica di mitragliatrice colpì Fantini in pieno petto. Il giovane cadde riverso tra i girasoli, ma la bandiera rimase infilata nel porta lancia e continuò a sventolare in alto, sulla groppa di Albino. Il cavallo, benché ferito a un occhio, proseguì da solo la sua corsa.
Gli altri cavalleggeri lo seguirono ed egli li guidò  verso le posizioni nemiche.  Il vecchio prozio Gaetano si commuoveva nel ricordare questo episodio. Il prozio era stato un combattente della Grande Guerra, e non dimenticava quello che aveva vissuto nei campi di battaglia. Quando parlava era affilato come la baionetta degli Arditi. 
L’episodio di quel giovane cavalleggero che aveva raccolto la bandiera gli era entrato nel cuore come se fosse stato tra quei soldati. Il Savoia Cavalleria  con il suo eroico attacco era riuscito ad aprirsi un varco molto importante.
Non era stato facile vincere il fuoco delle mitragliatrici, e quei soldati schierati in modo compatto, ma aveva prevalso l’onore a quella bandiera con lo stemma Sabaudo. La figura del cavallo Albino commuoveva particolarmente lo zio.
Albino, dopo la battaglia cercò il suo cavaliere in un campo di girasoli. Vagò finche non lo trovò, quando rinvenne il corpo  gli fece la guardia come ad un soldato, come ad un amico. Furono migliaia coloro che non ritornarono  dalla Russia, e che riposano in quei campi di girasoli.
Quello che fece impazzire di dolore molte donne, molte madri e spose italiane era il fatto di non poter piangere sulla tomba dei propri famigliari.
Qualche politico comunista e il mio riferimento è a Togliatti, avrebbe potuto spendere qualche parola con Stalin per far tornare quei soldati prigionieri dei Russi, oltre a facilitarne il rientro delle salame dei nostri eroici alpini. Non ne fece parola ma dimostrò totale disprezzo per quei soldati.  Dopo quella epica battaglia legata ai Savoia Cavalleria di Albino non si seppe più nulla. “ Nella confusione, Albino si perse nella steppa immensa e fu dichiarato disperso, ma, non si sa come riuscì ugualmente a rientrare in patria con gli ultimi superstiti.
In Italia non incontrò nessuno che lo conoscesse: fu venduto a un fattore di Sommacampagna come un cavallo qualunque, lui, il migliore e il più valoroso cavallo del  “Savoia Cavalleria “! Finalmente, un giorno dell’estate del 1945, il capitano De Leone, ufficiale in congedo del Savoia Cavalleria, incontrò, lungo una strada del Veneto, un cavallo che trainava un carretto di verdura e lo riconobbe: era proprio Albino, cieco da un occhio e con una macchia in fronte.

La storia dell’eroe Albino ebbe un lieto fine, il cavallo venne ripreso nell’esercito. Accolto in una stalla, fu posto assieme all’asino Mariolino, un piccolo asino che gli tenne compagnia fino alla morte. Albino morì nell’ottobre del 1960, a 18 anni dalla gloriosa carica del “ Savoia Cavalleria”. Mariolino successivamente rifiutò la biada e la crusca, non volle più mangiare e forse non sarà riuscito a sopravvivere al dolore di aver perduto il suo grande e famoso amico.

lunedì 11 gennaio 2016

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA “REX” LXVIII CICLO DI CONFERENZE

PROGRAMMA DELLE RIUNIONI 2015/2016 

SECONDA PARTE






24  gennaio 
sen. prof. Domenico  FISICHELLA 
 “Il  sistema  politico  italiano  fra  le  due  guerre  mondiali”

7  febbraio  
avv. Benito  PANARITI
 “Donne  italiane  nella  grande  guerra  “

14  febbraio  
prof. avv.  Salvatore  SFRECOLA
“Italia  1915- 1918 :  l’economia  e  la  finanza  di  guerra”

28  febbraio
 prof. don  Ennio  INNOCENZI
“Stato  e  Chiesa  sorpresi  ed  impreparati  
alla  Grande  Guerra”

6   marzo 
prof. Fabio  TORRIERO
 “Cristianità  ed  Islam : qual è  la  nostra  identità  di  italiani e \di  europei ?”

20  marzo 
prof Andrea  UNGARI.

“ Monarchici  di  ieri , monarchici  di  oggi”

200.000 volte grazie!


Questo è uno "screnshot" ( in realtà una foto dello schermo del computer) che dice quante sono state le pagine visualizzate.
Non possiamo che esserne soddisfatti e condividere con voi il risultato.
Grazie!

giovedì 7 gennaio 2016

La Monarchia e il Fascismo - XIII capitolo - VI

Con un po' di dispiacere pubblichiamo l'ultimo capitolo di quest'opera di cui alcune parti meriterebbero di essere mandate a memoria.
Seguiranno alcune pagine di appendice molto interessanti relative alle votazioni parlamentari che costituirono la chiave di volta per la resa della democrazia parlamentare al Fascismo.
Crediamo di aver fatto cosa buona.



Riconoscimento giuridico delle Camere del lavoro, libertà di sciopero e 8 ore di lavoro, che portarono al miglioramento dei salari. Redenzione delle lavoratrici delle risaie, assicurazioni sociali, divieto del lavoro notturno delle donne e dei fanciulli, spezzettamento del latifondo, conversione della rendita, statizzazione delle ferrovie, ammissione delle cooperative ai pubblici appalti, istruzione obbligatoria e lotta contro l'analfabetismo, legge del perdono, ampia libertà religiosa, riposo festivo, suffragio universale, primo maggio consacrato ufficialmente festa del lavoro e finalmente i ripetuti inviti alla classe operaia ad assumere la responsabilità del potere.

Sotto il suo Regno si rinsaldava l'Intesa cordiale con Inghilterra e, Francia, ottenendo via libera per la conquista della Libia. Intanto la nostra Marina mercantile dal 7° passava al 3° posto e con l'apoteosi di Vittorio Veneto l'Italia assurgeva al rango di Grande Potenza. Mentre le conquiste ottenute in regime di libertà costituzionale miravano a raggiungere con l'elevazione morale e materiale del popolo la pacificazione sociale, l'Italia auspice la Monarchia dei Savoia si poneva fra le nazioni d'Europa alla testa delle riforme e la sua economia, con una finanza granitica, si migliorava al punto che la nostra lira carta faceva premio sull'oro.

Vittorio Emanuele è caduto sotto il peso di colpe non sue, è caduto vittima degli errori di questa nostra disgraziata umanità miserabile e miseranda. E' stato ingiustamente e crudelmente gettato nel Tevere da quel suo popolo ch'Egli aveva energicamente difeso ed umilmente ascoltato, seguito e servito, soltanto perché volle a qualunque costo, in ogni occasione, evitare lo scatenarsi della guerra civile. Egli appare colpito dalla tragica grandiosità di un dolore cupo ed inconsolabile, come un eroe sconfitto, sperduto in una immensa solitudine, avvolto in una angosciosa tragedia. Ma la storia non può mentire. Già si delinea la riabilitazione del Vecchio Sovrano: Egli a poco a poco si risveglia. La storia dovrà assolvere la Monarchia innalzata dalla tradizione millenaria, consacrata dagli eroismi del Risorgimento e dai plebisciti popolari, mentre condannerà tutto ciò che è nato dalla frode, nel terrore delle repressioni, delle intimidazioni, delle imboscate, dei colpi alla nuca, delle fucilate proditorie dietro le siepi. La guerra è stato un errore? Non per questo si sputa sui soldati che l'hanno combattuta. I popoli forti, i popoli generosi devono saper confortare anche gli sconfitti.

Noi ammettiamo che la forma repubblicana si addica a molte nazioni, ma neghiamo che essa sia benefica all'Italia, a questo nostro meraviglioso e sfortunato Paese, che dopo avere conosciuto la grandezza e lasciato orme millenarie in tante parti del mondo, visse secoli di annientamento senza espressione unitaria consumando le molteplici energie in nuclei regionali mai affratellati fra loro, il più delle volte ostili, spesso dilaniati da guerre fratricide, sempre influenzata dal dominio della Chiesa.

Noi siamo monarchici e siamo dinastici, poiché ci sentiamo attaccati ai Savoia, che ebbero origine nel piccolo Piemonte e contarono fra loro Santi, guerrieri e audaci riformatori antagonisti delle baronie feudali. Richiamare la Monarchia Sabauda vuol dire rendere giustizia a un secolo e più di patimenti, sofferti per aspirazioni insoddisfatte. Vuol dire ridare agli italiani il senso e la responsabilità dell’Unità nazionale, vuol dire rievocare la Gloria del passato, quella Gloria che è l'idealismo, che è il pane spirituale degli umili. La Gloria degli Amidei, dei Filiberti, degli Emanueli e degli Eugeni. Vuol dire tutta la storia risorgimentale.

Si è osato chiamare l'azione dei Comitati di L. un secondo Risorgimento! Ma il Risorgimento fu la espressione più schietta, più generosa e spontanea della solidarietà nazionale, mentre l'essenza dei Comitati si ispirò all'odio ed al rancore politico scatenato in una guerra civile. La Repubblica quindi, nata in una atmosfera di bolscevismo materialista, è l'antiRisorgimento.

Questo maturò il trionfo dell'idea nazionale e la liberazione dallo straniero donde emanarono i bagliori dell'Unità della Patria: è il fermento donde scaturirono i sublimi sacrifici dei martiri del 21, di Tito Speri e di quelli appesi alle forche di Belfiore; la vita esemplare di Emilio Dandolo e di Daniele Manin, di Manara, di Mameli, di Nino Bixio; l'epopea degli studenti di Curtatone e Montanara; lo spirito combattivo delle truppe di Solferino e San Martino, di Novara e di Porta Pia; il fuoco e il furore dei Mille, dei volontari di Mentana e di Bezzeca, di Pisacane e dei fratelli Bandiera. Veri eroi perchè tutto donarono e nulla chiesero.

Sacrificando la Monarchia si è offuscato quel simbolo luminoso disceso dalla Poesia e maturato nei secoli per cui il pensiero di Mazzini e la spada di Garibaldi si erano ricomposti nella realtà del popolo risorto e nella Gloria, della quale il destino l'aveva precinta.

Solo nella Monarchia è il Risorgimento.

mercoledì 6 gennaio 2016

Guareschi, un emarginato da Nobel per la letteratura

di Daniele Abbiati

Sarà provinciale dirlo, ma molto spesso il Nobel per la Letteratura è un premio al milite ignoto (o quasi). Quando poi si pensi che esiste un esercito di generali, condottieri e in qualche caso autentici eroi del romanzo che non lo hanno vinto, tipo Tolstoj, Proust, Borges e compagnia scrivendo...
Un provinciale ben più nobile di noi (da Nobel, appunto...), anzi il provinciale per eccellenza, di penna e di gloria, ahinoi e ahilui quasi tutta postuma avrebbe potuto vincerlo, il premio dell'Accademia Svedese. Lo rivelano proprio gli archivi del sancta sanctorum scandinavo risalenti a mezzo secolo fa, anno di disgrazia (per il Nostro) 1965.
Ebbene sì, Giovannino Guareschi figurava nelle nominations, accanto a nomi grossi come Anna Akhmatova, Marguerite Yourcenar, Ezra Pound, Georges Simenon, Giuseppe Ungaretti e molti altri. Il suo sponsor? Mario Manlio Rossi, all'epoca professore di filosofia e letteratura all'Università di Edimburgo. Non a caso, un italiano all'estero. Perché l'Italia di cinquant'anni fa, l'Italia poverella del boom economico e ricca d'inventiva ma governata dai monocolore democristiani, l'Italia della commedia all'italiana, aveva messo la sordina al dramma del papà di Peppone e Don Camillo. In fondo, dieci anni prima era stato in galera per la nota questione del «Ta-pum del cecchino» non gradita a De Gasperi, e dunque non era percepito come uno stinco di santo, nonostante l'intercessione del suo amico parroco. Pensate, in occasione della sua messa al gabbio, durante un'allegra cena conviviale al «Bagutta» di Milano affollato di bella gente, s'era addirittura brindato alla lieta novella, presente fra gli altri, come relazionò Indro Montanelli sul Candido, il sommo poeta Eugenio Montale.
«Guadagnati coi libri dei quattrini - ricordava nel '65 Guareschi - ho tentato di fare l'agricoltore e l'oste, con lacrimevoli risultati per me, per l'agricoltura e per l'industria turistico-alberghiera del mio paese. Adesso sono pressoché disoccupato, perché nessuno in Italia, eccettuato un amico di Roma, ha l'incoscienza di pubblicare i miei articoli e disegni politici. Ma io non mi agito e mi limito ad aspettare tranquillamente che scoppi la rivoluzione». Alle Roncole aveva aperto un piccolo ristorante e collaborava con la Paul Film scrivendo testi per i caroselli pubblicitari...
Morirà tre anni dopo, Giovannino, il 22 luglio del '68 (22 luglio, come Indro). E Baldassarre Molossi, sulla Gazzetta di Parma, fu tra i pochissimi a ricordarne come si doveva la grandezza: «Giovannino Guareschi - scrisse il 25 luglio - è lo scrittore italiano più letto al mondo con traduzioni in tutte le lingue e cifre di tiratura da capogiro. Ma l'Italia ufficiale lo ha ignorato. Molti dei nostri attuali governanti devono pur qualcosa a Guareschi e alla sua strenua battaglia del 1948 se oggi siedono ancora su poltrone ministeriali, ma nessuno di essi si è mosso. Nessuno di essi si è fatto vivo . Anche Giovannino Guareschi ormai riposa al cimitero dei galantuomini. È un luogo poco affollato. L'abbiamo capito ieri, mentre ci contavamo tra di noi vecchi amici degli anni di gioventù e qualche giornalista, sulle dita di due mani». C'erano infatti Nino Nutrizio, Enzo Biagi, Enzo Ferrari. Gli altri, non pervenuti. L'infarto che si era portato via il deus ex machina di un Mondo piccolo ma anche grande era stato derubricato a lieve infreddatura, giudicando dai titoli di alcune testate. «Malinconico tramonto dello scrittore che non era mai sorto», borbottò in stile trinariciuto l'Unità. Ma i cattolici non furono da meno, tutt'altro. Il Nostro Tempo, espressione diretta della curia di Torino, lo omaggiò con l'elegantissimo titolo «Guareschi diede voce all'italiano mediocre». L'articolista, Elidio Antonelli, incominciò così il suo pezzo: «Era un uomo finito». E lo concluse così: «Fu in definitiva un corruttore». Evidentemente, contava di cavarsela con due Ave Maria e un Pater noster. Poco lungimirante, oltre che poco informato, don Lorenzo Bedeschi sull'Avvenire: «Peppone e don Camillo sono premorti al loro autore».
Insomma, prima di ringraziare a posteriori l'oscuro professor Mario Manlio Rossi per la candidatura di Giovannino, e prima di chiederci se ce lo siamo davvero meritati, uno scrittore come Guareschi, testimone e custode di un'Italia orgogliosamente provinciale e onesta di qualsiasi colore fosse, il nostro Bernanos al lambrusco, il nostro Turgenev in bicicletta, dovremmo chiederci che cosa abbiamo fatto di male per aver avuto questi tromboni che suonavano lo spartito del regime. Del resto, se le colpe dei padri ricadono sui figli, quelle dei nonni mettono ko i nipoti.
Nel '65, il premio Nobel per la Letteratura andò al russo Michail Aleksandrovic olochov, autore di Il placido Don. Il Don sarà anche placido, ma il Po è ancora lì che piange la morte di Guareschi.

http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/guareschi-emarginato-nobel-letteratura-1210451.html

domenica 3 gennaio 2016

La mistica della Monarchia

di Julius Evola
articolo pubblicato grazie alla cortesia del Nostro amico, Marco Clarke


 Esiste una mistica della Monarchia, indisgiungibile dalla sua dignità, elemento essenziale oggi purtroppo poco considerato da coloro che difendono ancora tale idea, la quale è quasi l'unica cosa sopravvissuta del retaggio dei simboli delle grandi tradizioni del passato. Il problema della  "dignità" dell'idea monarchica in sé stessa dovrebbe, in realtà essere posto prima di ogni altro: il compito fondamentale è di mettere in luce tale dignità sul piano che le è proprio.
Pertanto, si dovrebbe capire quanto pericoloso sia entrare in polemiche nelle quali si considera la "quistione istituzionale" in semplici, vuoti e disaminali termini giuridici, la Monarchia venendo implicitamente posta sullo stesso piano di altri regimi politici : per cui, per la sua difesa dovrebbero essere addotti argomenti di convenienza politica nel senso più volgare e «moderno»  - cioè profano, «sociale», utilitaristico e materialistico - della parola. Non che questi argomenti non abbiano il loro peso e ad essi nell'attività, che questa rivista intende svolgere, si darà indubbiamente il dovuto risalto. Ma tali aspetti concreti non sono che consequenziali non toccano la dignità del simbolo monarchico in sé stesso, dignità in ordine alla quale non dovrebbe essere ammessa alcuna discussione.
Il   fondamento essenziale gli ogni vera Monarchia è, infatti e appunto una sua sacrità reale e tradizionale che da nessun'altra forma di reggimento politico saprebbe essere rivestita. Il fatto che per circostanze contingenti legate alle ideologie che hanno propiziato i moti del Risorgimento in Italia la Monarchia non ha potuto affermarsi nella pienezza della sua potenza, non deve dar dimenticare che il suo prestigio e il suo diritto sempre e dovunque si trassero da una sfera superindividuale e spirituale: investitura, “diritto divino”      e genealogie mistiche e così via, non sono che modi figurati per esprimere il fatto essenziale sempre riconosciuto, e cioè che un vero ordine politico, una unità veramente organica e vivente si rendono possibili liti solo dove esista un centro, un principio sopraelevato rispetto a qualsiasi interesse particolare, avente in proprio l'autorità e l'intangibilità derivanti dal crisma insito in una forza dall'alto. Se in tempi passati, ma già appartenenti alla cristianità, si poté perciò parlare di una religio regalis (significativamente associata alla figura biblica di Melchisedek) e di un sacramentum  fidelitatis – formula che conferiva, per analogia, la dignità di un sacramento all’impegno di fedeltà del seguace e del suddito rispetto al Sovrano – questa mistica si conservò anche più tardi, come anima più o meno avvertibile di un etica speciale, dell’etica, appunto della fedeltà, della lealtà, dell’onore. E questi sono valori che non possono avere il loro dispiegamento quando manchi un punto superiore di riferimento, un simbolo personalizzato, reso vivente ed evidente dall'alta statura di un principe, di un capo. In tempi normali, che l’uomo non sia sempre all'altezza del Principio di una specie di “ascesi del potere” (quella stessa che Platone considerò indispensabile in chi accetta una funzione di capo), ciò non importa: la sua funzione resta sempre imprescrivibile ed intangibile, perché non è all'uomo, bensì al Re che si obbedisce, e la sua persona vale essenzialmente come un supporto a che si desti quella capacità di dedizione superindividuale, quell'orgoglio nel servire liberamente, quella prontezza all'azione e al sacrificio attivo (ove esso sia necessario), che vanno a costituire una via di elevazione e di dignificazione per il singolo, e nello stesso tempo, la forza più potente per tenere insieme la compagine di un organismo politico.



Che tutto ciò non possa     realizzarsi nella stessa misura in un'altra forma di reggimento politico è chiaro. Un "Presidente" può essere ossequiato, ma in lui non potrà mai essere riconosciuto altro che un “funzionario”  un “borghese” come un altro, che solo estrinsecamente è investito da una revocabile e assai condizionata autorità. E se conserva un senso vivo che ogni uomo ben nato, ogni uomo di buona razza ancora percepisce, il «combattere por il proprio Re”, il “morire per l'onore ed il diritto del proprio Re”, tutto ciò non  può non presentare una coloratura parodistica e quasi grottesca quando è al "proprio Presidente" , che, invece, ci si dovesse riferire. In clima di repubblica predomina fatalmente il nietzschiano  "umano,  troppo umano": nessuna realtà superiore adombra l'uomo. E in regime di “contratto sociale” chiedere all'individuo un comportamento che comunque porti di là del suo mero vantaggio personale sarebbe come chiedere all'azionista di una società per azioni di sacrificarsi per la società stessa che non incorpora nessun valore superiore, nessun diritto superiore.

E’ vero che nei tempi più recenti alla mistica aristocratica della Monarchia si è cercato di sostituirne un’altra,      degradata, facendo intervenire idee o retoriche sostanzializzate nate più o meno nel clima della rivoluzione giacobina. In primo piano più che il Sovrano, si vorrebbe mettere la “Patria”, la “Nazione”, il “Popolo”.

E’ in tal senso che si realizzarono le prime fasi del franamento collettivistico che accende una inesorabile concatenazione, doveva condurre  per gradi dal ciclo dalla grandi monarchie europee fino al socialismo, comunismo e bolscevismo. Il ricorso a tali entità in effetti, non è che un  fenomeno regressivo : patria e  nazione non sono nulla più di un dato naturalistico elementare e nella loro verità non vanno cercate in basso, nella sostanza promiscua del demos, del “popolo”, ma in alto, ove ciò che è diffuso nella moltiplicità si raccoglie, si personalizza,  viene ad atto: non alla base ma al vertice della piramide. E come anticamente poté dirsi «Dove è l'imperatore là è Roma», così  in un sistema politico virile, personalizzato, ben articolato, anticollettivistico può ripetersi, che è nel Monarca veramente all'altezza del simbolo da lui incarnato che vivono la Patria e la Nazione: nella Monarchia l'una e l'altra ricevono un superiore crisma.

E' tutto questa quasi fino a ieri lo sentì lo stesso popolo, nel fluido indefinibile, misterioso legato alla persona dei Sovrani, ben diverso da quanto può riferirsi a «stati di folla» di semplice esaltazione patriottica momentanea, o  quali l'arte demonica di un tribuno del popolo, o capo popolo può suscitarli. Con la Monarchia e col sistema gerarchico di cui essa dovrebbe essere la naturale conseguenza al nazionalismo moderno, fenomeno di sospetta origine, i cui effetti devastatori per  l'Europa sono ad ognuno noti, si sostituisce il senso sano, normale tradizionale della nazione (della «nazionalità»), e liberata la sfera politica da nebulosi miti possono avere giusto risalto quei superiori valori della personalità etica e spirituale che trascendono necessariamente il fatto naturalistico della mera appartenenza ad un particolare ceppo etico e ad una data comunità storica e che sono la base per una sana differenziazione.

Questi contenuti dell'idea monarchica sono essenziali, e nel riconoscerli dovrebbe apparire anche chiaro quale è la principale premessa per una restaurazione monarchica: è una atmosfera un clima spirituale clima che è quello proprio ad ogni vera civiltà tradizionale e che si contrappone al materialismo Politico moderno. Vi è un equivoco fondamentale circa il piano su cui, con netto distacco della prassi degli avversari, si dovrebbe impostare l'azione. Affinché la Monarchia sia riconosciuta secondo la dignità e la funzione di cui abbiamo  or ora detto, occorre che sorga nuovamente una sensibilità per tutto ciò che è rango, gerarchia, dignità, onore e fedeltà, perché tutti questi sono valori che nella Monarchia hanno il loro centro di gravità, mentre a loro volta, la Monarchia risulterà come paralizzata, ridotta ad una sopravvivenza formale quando questi valori non siano vivi ed operanti, quando essi, almeno in una élite, in una vera classe dirigente, non abbiano di fatto la preminenza di fronte a tutti gli altri di un piano più condizionato utilitaristico e realistico in senso deteriore. Non sono le stesse corde che il difensore dell'idea monarchica e quello di un qualsiasi altro sistema debbono far risuonare nel singolo: così vi è qualcosa di ridicolo, di deleterio appunto per quei fattori più sottili,  per quella “mistica” di cui si è detto, nell'affidare i destini dell’idea monarchica ad una prassi partitistica più o meno ricopiante i metodi degli avversari.

L'essenziale per la causa monarchica è invece la possibilità, o meno, che quello speciale tipo di sensibilità sia presente o sufficientemente diffuso. Propiziarlo e rafforzarlo fino a creare un clima generale è quel che veramente importa.

In tali termini l'affermarsi del simbolo monarchico e il prestigio di esso avranno anche il valore di un indice segnaletico, testimonieranno della presenza, in una data società, di un tipo umano differenziato, perché i calori di cui si è detto  sfuggiranno come acqua fra le dita a chi pensi solo  in termini di, materia e di vantaggio personale e non abbia il senso di ciò che non si lascia né vendere né comprare, né usurpare nelle dignità e nelle partecipazioni alla vita politica

Tutte queste sono cose che purtroppo oggi assai pochi capiscono ancora. Anche le persone che dimostrano le migliori intenzioni oggi sono succubi delle suggestioni dei  metodi e dell’abito mentale di un  mondo politico degradato. Eppure è su di esse che si dovrebbe insistere perché questa è la pietra di prova, questo è il vero punto di partenza.

Chi vuole restituire alla Monarchia il suo prestigio, e prepararne quindi la restaurazione, deve fare appello a forme diverse di sensibilità, di interesse, di vocazione, a forme sostanzialmente diverse da quelle su cui il demagogo il politicante democratico e l’agitatore marxista, fanno leva e su cui contano per il loro successo, sinonimo di sovversione: altrimenti oseremmo dire che la battaglia già partenza è pregiudicata nel suo esito da un equivoco fondamentale.

E’, in una parola ad un tipo di uomo esistenzialmente opposto ad u altro tipo di uomo che il monarchico deve parlare; e una nazione non spezzata questo tipo di uomo deve essere capace di produrlo.

Come controparte occorre naturalmente che l'idea venga definita rigorosamente anche nei termini di una dottrina dello Stato, la struttura positiva dello Stato facendo in un certo modo da corpo, la mistica della Monarchia facendo invece da fluido animatore, per usare l’espressione aristotelica, da "entelechia", a questo corpo. Si è detto che in via normale quando il mare della storia è relativamente calmo, il simbolo non può essere pregiudicato dall'aspetto soltanto umano della persona che in qualche caso lo incarna. In tempi, come gli attuali, occorrerebbe però che una tale eventuale disequazione fosse ridotta ad un minimo, proprio con riguardo a quel fattore spirituale immateriale, di cui abbiamo parlato: nella misura in cui un Re rivendichi ancora il titolo tradizionale di «Maestà», occorre che questo titolo non si riduca a un semplice articolo d'inventario del cerimoniale. Bisogna che la dignità, diciamo così così, non profana di un Sovrano sia assi curata di contro a certe errate concessioni alla «modernità». E per le ore decisive, per il momento dell'azione, non sia dimenticato il detto che ci viene dall'antica sapienza: Rex est qui nihil metuit - « E' Re chi nulla teme ».

giovedì 31 dicembre 2015

31 Dicembre


Siamo innamorati di Giovannino Guareschi. 
E non siamo gli unici.
Grazie a Francesco Maurizio Di Giovine!
Auguri, amici!

martedì 29 dicembre 2015

La Monarchia e il Fascismo - XIII capitolo - V

La repubblica è stato uno squarcio all'edificio della Chiesa e del sentimento nazionale. I democratici per snobismo, per spirito demagogico o per tornaconto personale, ammetteranno ora che il nuovo ordinamento instaurato con spirito fazioso e con mezzi fraudolenti ha fatto fare alla democrazia molti passi indietro. Essi vorranno ammettere che liberalismo e democrazia sono stati superati dal settarismo dei partiti sottratti oramai alla sorveglianza di un Istituto superiore che li tratteneva nelle loro ambizioni sfrenate.

Caduta la Monarchia, è venuto meno quel provvidenziale solco divisorio fra la Chiesa e lo Stato, «le due parallele, che non devono incontrarsi mai». Lo splendore spirituale e l'influenza internazionale del cattolicesimo coincidono con la sua separazione dalla responsabilità del potere temporale, trasferita alla Monarchia, cattolica ma laica. Dalla investitura fatta alla Democrazia Cristiana, per arrivare al Papa Re il passo è breve, e sarebbe pericolo grave per la Chiesa, pericolo divinato nella rampogna dantesca: «Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre». Occupata e preoccupata dalle cure politiche, amministrative e sociali, la Chiesa viene distratta dalla sua funzione educatrice ed ispiratrice di perfezione umana necessaria per aspirare al Regno dei Cieli. Le lotte sociali, le aspirazioni della vita terrena sono in contrasto con la carità cristiana e con la vita ultramondana.

Presa fra due forze demolitrici la Monarchia ha dovuto soccombere ma esse, la Chiesa ed i partiti, non vollero comprendere che abbattendola hanno eliminato la più grande forza equilibratrice delle fazioni, delle competizioni di parte. Alla Monarchia, superiore ai partiti, protettrice delle minoranze e dei deboli, hanno sostituito la fazione. Essi hanno salvato, cioè credono di avere salvato se stessi indicando al popolo credulo e volubile il responsabile delle loro colpe: Vittorio Emanuele III. Ma la storia non si distrugge con le falsificazioni. Quale bersaglio Sceglieranno domani i campioni della nuova Repubblica per scaricarsi delle colpe, degli errori che stanno già commettendo in grande stile? Come si difenderanno quando sarà arrivata Fora della resa dei conti? Dove troveranno un altro capro espiatorio? Stia attento il popolo italiano. Non rimarrà ai nuovi apostoli, che seguire le orme della Russia, dove gli insuccessi sono addossati alla massa lavoratrice che, sotto le spoglie di sabotatori viene colpita e massacrata senza pietà.

Noi non neghiamo ai giornali, agli uomini politici, agli intellettuali, la libertà di essere repubblicani e antifascisti ora; contestiamo a costoro nel modo più assoluto il diritto di scagliarsi contro la Monarchia dopo avere preparato quel clima di cui l'Italia e la stessa Monarchia sono state vittime. Grande responsabilità hanno giornali, giornalisti e scrittori nella formazione dell'opinione pubblica, e se il fascismo ebbe un consenso in Italia, la grande stampa fiancheggiatrice (quella che adesso si chiama indipendente) è una delle principali responsabili della critica situazione attuale. Chi ha provocato con le sue intemperanze del 1919, 1920 e 1921 la reazione fascista; chi ha preso parte ai cortei del ventennio; chi ha votato le leggi fasciste, dal Gran Consiglio alla Riforma elettorale; chi ha accettato supinamente la dittatura con o senza tessera, con o senza distintivo; chi ha trafficato col regime; chi lo ha esaltato con scritti o con discorsi; nessuno cioè la quasi totalità degli italiani ha il diritto di accusare il Re, come non ha il diritto di accusare Mussolini. Costoro sono i veri responsabili della catastrofe. Perchè non sarà mai rammentato abbastanza che quanto si imputa ora al Sovrano come tanti errori, sono proprio quegli atti che più clamorosamente furono approvati dalle folle oceaniche. Tutto ciò che il popolo approva, tutto quanto il popolo applaude, questo non è più un errore. La volontà popolare, dice la dottrina democratica, è sacra. Ed il Re non ha fatto altro che sanzionare la volontà del popolo conclamante ed osannante. Eppure si incontrano persino vecchi squadristi, reduci dalla marcia su Roma, che accusano il Re di avere permesso a Mussolini di assumere il potere!!!

In un colloquio con lo scrittore Nino Bolla nel gennaio 1944 a Brindisi, Vittorio Emanuele dice testualmente: «Se la maggioranza non seguisse troppo gli impulsi estemporanei, che portano facilmente, sia al delitto passionale che politico, potrei rispondere, convinto di essere compreso da tutti gli italiani, che io ho ubbidito, sia nel 1922 che nel 1943, unicamente e sempre alla volontà del Paese. Con ciò non intendo dare alcuna responsabilità al popolo, perchè i popoli, dovendo subire gli eventi, non sotto mai responsabili degli eventi stessi. Responsabili sono i capi, e non perchè tali ma per come si sono comportati appunto nelle decisioni estreme. Se i capi antifascisti nel 1922, incapaci di opporsi a Mussolini abbandonarono la lotta, la responsabilità spetta a loro e non al popolo che assistette alla competizione politica, né alla Monarchia che non parteggiò, come non doveva parteggiare, per nessuno dei contendenti. La Costituzione rappresenta la suprema espressione della volontà del popolo. Ed io mi sono attenuto sempre, inflessibilmente, sempre dico, alla Costituzione: anche il giorno in cui non accettai più Mussolini come Capo del Governo».

Generoso come sempre il Re assolve il popolo addossando ogni responsabilità ai capi. Noi intendiamo però rilevare che le masse seguendo ciecamente questi capi, in queste come in altre occasioni, si sono fatte partecipi degli avvenimenti e quindi delle responsabilità che ne derivarono. Vittorio Emanuele così riprendeva il colloquio : « Nel 1940, alla dichiarazione di guerra, né Senato, né Camera, né Gran Consiglio, sollevarono la benché minima eccezione affinché l'opera del Governo fosse discussa». Del resto è oramai acquisito alla storia il fatto che, sia per quanto riguarda il « patto d'acciaio » che per la brusca entrata in guerra, Mussolini fece trovare il Re di fronte al fatto compiuto, mettendolo - è il Re stesso che lo afferma - nella «impossibilità di agire con qualche probabilità di riuscita e senza un urto irreparabile e di incalcolabili conseguenze per la vita interna del Paese...».

Il popolo italiano - bisogna avere il coraggio di rammentarglielo ha voluto il fascismo, ha voluto Mussolini. Il popolo italiano ha voluto la guerra, sia pure perché illuso, dalla sconfitta francese e dalla insufficienza inglese. Cambiò atteggiamento quando le cose andarono male. Sono gli stessi attuali accusatori del Re che quando erano fascisti scrivevano che la guerra era «voluta dal popolo». Sono questi stessi accusatori del Re - i repubblicani storici in testa che nel 1915 minacciavano la rivoluzione se la Monarchia non dichiarava la guerra all'Austria, guerra «voluta dal popolo» ma che essi reclamavano soprattutto nell'interesse della Francia della quale erano in Italia la pedina di manovra negli intrighi anti-italiani dell'ambasciatore Camillo Barrère, ex comunista della Comune di Parigi diventato reazionario e clericale. Non il Re dunque deve essere chiamato responsabile dal momento che ha sempre seguita la volontà popolare, sia attraverso le manifestazioni di piazza che quelle del Parlamento. Egli fu per questo un Re scrupolosamente ligio alle regole, alle esigenze della vera democrazia, dato che sia concepibile governare i popoli con questa idilliaca, astratta concezione. Diceva Jean Jacques Rousseaux che ne fu il padre spirituale, che la democrazia «è governo degli Dei; un governo così perfetto non si addice agli uomini».

L'unico che tendeva alla ricerca di questa perfezione attraverso l'equilibrio dei suoi atteggiamenti, fu Vittorio Emanuele III. Egli è stato soprattutto un saggio. Uomo di talento, fu indubbiamente un Re di vera grandezza, superiore di gran lunga ai Suoi avversari. A Sforza che si era manifestato il suo più acerrimo nemico, offre di assumere la direzione del Governo. Lasciando il potere al figlio Umberto, prima di partire per l'esilio, così lo ammoniva: «Se per il bene dell'Italia lo ritieni utile, serviti pure dei miei nemici». Quando mai i suoi denigratori, sarebbero capaci di tanta cristiana elevatezza d'animo? Egli è caduto senza serbare rancore per nessuno. sempre sereno, sempre superiore alle beghe dei piccoli politicanti.


Salito sul trono dopo l'assassinio del Padre, impedì che le forze della reazione prevalessero, richiamando invece, con un nobile messaggio, gli italiani alla realtà ed alla moderazione e rendendosi conto delle esigenze che richiede uno Stato moderno, incoraggiò il suo governo a realizzare quelle riforme sociali che i tempi imponevano e le masse richiedevano. Così le conquiste operaie agli albori del secolo XX sotto il suo Regno sono quanto di più ardito si potesse immaginare e superano quelle contemplate dallo stesso Carlo Marx nel Manifesto dei comunisti.

Primo Carnera e il Re Umberto II

di Emilio del Bel Belluz

Un giorno Primo Carnera e sua  moglie si trovavano alla stazione ferroviaria di Venezia e da lì dovevano partire per Roma. La guerra non era ancora finita. Su un altro treno passava il principe  Umberto e si accorse che tra quella gente vi era il grande campione del mondo dei pesi massimi Primo Carnera. 
Il pugile emergeva con la sua figura imponente, era alto almeno due metri ed aveva un fisico da gladiatore. Il campione di Sequals, da qualche anno, aveva appeso i guantoni al chiodo, perché durante il periodo bellico non venivano organizzati incontri di boxe di grande rilievo. 
Dal  libro dedicato al pugile Primo Carnera “ Mio padre Primo Carnera “ ho tratto questo emozionante racconto scritto dalla figlia Maria Giovanna:” Il principe ha fatto fermare il treno ed è sceso per andargli a stringere la mano. Il futuro Re d’Italia a Carnera! 
La mamma era incinta di qualche mese. Con la presenza di spirito che la contraddistingueva  ha chiesto:“ Maestà, se nascerà un ragazzo ci permettete di chiamarlo Umberto?”. La risposta è stata:” Senz’altro, per me sarebbe un onore “. 
E’ stato un incontro consumatosi  in pochi attimi, ma di cui papà ci raccontava sempre con emozione. … “ Con i reali si è poi creato un legame affettivo duraturo, andato oltre il tramonto della Monarchia in Italia. Quando Umberto è nato la Casa Reale ha mandato in regalo un paio di guantini in pelle, con lo stemma dei Savoia, che la mamma ha conservato tanti  anni come ricordo. 
Abbiamo ricevuto telegrammi di Umberto II quando Giovanna Maria si è sposata e quando papà è morto. Inoltre, tanti anni dopo quell’incontro  alla stazione, l’ex Re ormai in esilio è capitato per un viaggio a Los Angeles. Sapeva che noi vivevamo lì, è venuto a trovarci e quando è entrato dalla porta la prima cosa che ha chiesto è stata: “Dove è il mio Umberto?”. Di quella promessa fatta dalla mamma  non si era dimenticato neppure lui”. Il 22 maggio 1967, nel momento in cui il campione ritornava in Italia gravemente ammalato, il Ministro Lucifero, per incarico del Re, gli scrisse una lettera molto commovente. 
“Caro Carnera, Sua Maestà il Re, che ricorda di avere avuto il piacere di incontrarla a Los Angeles nel novembre 1963, desidera farle giungere il suo saluto augurale, affettuoso e amichevole nel momento in cui ella torna in Patria. A lei che ha dato all’Italia per primo il massimo alloro mondiale e che è circondato dall’ammirazione e dalla simpatia di tutti, Sua Maestà si è compiaciuto darle la tangibile attestazione del Suo Alto apprezzamento e lei ne riceverà partecipazione ufficiale, mentre augura di cuore che le sue condizioni di salute si ristabiliscano completamente, nella quiete del paese natale. Il Re Umberto l’abbraccia bene augurando e saluta cordialmente la gentile signora Pina. Da me, che ho avuto pure la fortuna di incontrarla  a Los Angeles, voglia accogliere, con la gentile Consorte, gli auguri e i saluti migliori. 
Al Comm. Primo Carnera- Sequals- Udine. Falcone Lucifero.  

Credo che il Re abbia amato Primo, che per primo e unico, onorò l’Italia con la conquista di un titolo mondiale nelle categoria regina quella dei pesi massimi, e durante l’incontro molte bandiere Sabaude sventolavano prima e dopo il massimo trionfo. Alla fine del match, Primo alzò al cielo la bandiera Sabauda,  dando l’impressione di volerlo toccare. 
Alcuni anni fa, venne prodotto un ottimo film sulla vita di Carnera e nella scena per l’incontro per il titolo mondiale, vi erano delle bandiere sabaude, ma c’era pure una bandiera senza lo stemma che sventolava, e questa bandiera non aveva verità storica. Nessuno ha mai potuto togliere la gioia che Primo creò nella sua patria. 
Gli italiani residenti in  America avranno, di sicuro,  sventolato il tricolore del Re ed esposto delle proprie case la bandiera della loro patria lontana. La nostalgia per la propria terra lontana sarà stata mitigata dal successo del loro compaesano. 
Il Re Umberto stimava quel gigante dal cuore d’oro e dalle mani d’acciaio. Spesso mi capita di vedere delle ricostruzione  storiche dove volutamente si omette di collocare la bandiera del Re. Ho avuto occasione di sfogliare molti libri delle classi elementari degli anni cinquanta e quando ricordavano la terra d’Italia nella Grande Guerra veniva riportata la bandiera senza lo stemma Sabaudo. 
Non si deve accettare mai la verità mistificata  che gli storici hanno scritto con la penna rossa. Carnera quando tornò in Italia fu accolto da ali di folla. Solo un mese dopo, il 29 giugno 1967, a trentatré anni dalla conquista del titolo mondiale, il gigante si spense a Sequals, il paese dove era nato sessantun anni prima. 
Anche Re Umberto avrebbe  ardentemente sperato di poter morire nel Paese dove era nato, ma non gli fu mai permesso di tornare nella sua patria. Morendo pronunciò l’unica parola che aveva nel cuore e che rappresentava il suo ultimo desiderio :” Italia”.

sabato 26 dicembre 2015

UNA STORIA DI NATALE.

di Francesco Maurizio Di Giovine

Cari Amici che mi seguite sulle pagine di questo gruppo e date il vostro gradimento scrivendo "mi piace". 

Ricorrendo il Santo Natale ho pensato a Voi e, per ringraziarvi, voglio raccontare un fatto accaduto più di trenta anni or sono. Quel fatto, per me, trascende l'aneddotica potendo entrare nel patrimonio ideale di una generazione di giovani che ebbero la fortuna di militare nel F.M.G. .

Era pomeriggio del Venerdì 18 marzo del 1983. Ero in casa e la radio accesa mi faceva compagnia. Il Giornale Radio annunciò la morte, in una clinica svizzera, dell'ultimo Re d'Italia. 
La notizia non mi colse di sorpresa. Sapevo che il Re stava male. Ma l'annuncio della sua morte mi diede tanta sofferenza. 
Improvvisamente squillò il telefono. Dall'altra parte una voce rotta dall'emozione disse: "Maurizio, hai saputo?" Risposi tristemente di si. 
Era un vecchio maresciallo dell'Arma, mio buon amico, che giovanissimo, aggregato al Reggimento Cavalleggeri di Alessandria,si era guadagnato una Croce di Guerra al Valor Militare comportandosi da eroe nell'ultima carica della Cavalleria Italiana, a Poloi, nell'ottobre del 1942. 
In serata ebbi dei contatti con l'Istituto Nazionale delle Guardie Al Pantheon, di cui facevo parte, accettando di essere della pattuglia che avrebbe vegliato il Re sino alla sepoltura. Il giorno seguente, sabato, dopo mezzogiorno, partii in auto per Altacomba assieme al mio amico, dott. A. C., anch'egli Guardia d'Onore. 
Cominciava ad imbrunire quando giungemmo al passo del Frejus. Avevamo scelto quel transito perchè temevamo di incontrare la neve percorrendo la Valle d'Aosta. 
Ci fermammo al posto di dogana della frontiera dove ci venne incontro un giovane carabiniere che ci chiese i documenti. 
Li consegnammo prontamente ed il milite, piegandosi verso il finestrino, ci chiese dove eravamo diretti. In quel momento sfogai tutta l'aggressività che avevo dentro e che era andata crescendo durante il viaggio conversando con il mio amico di bordo. Risposi con tono fermo, quasi ad alta voce, proprio per affermare un concetto che non ammetteva equivoci: "Andiamo ai funerali del Re d'Italia!". 
Il giovane carabiniere non fiatò. Si avviò, portando con sé i documenti, verso la stazione di comando, situata al margine della strada. Dal finestrino dell'auto osservammo la scena grazie alla spaziosa vetrata, ma non potemmo ascoltare la conversazione. 
Intanto cominciai a provare un certo rimorso per la temerarietà osata. Pensammo che, forse, le mie parole avrebbero pregiudicato il proseguimento del viaggio. Probabilmente ci avrebbero trattenuto con cavilli pretestuosi. 
Il tempo trascorreva ed il pessimismo si impadroniva di noi. Con questo stato d'animo addosso continuammo ad osservare quel che accadeva nella piccola caserma di frontiera. Il carabiniere confabulava con un brigadiere che, ora, aveva in mano i nostri documenti e li scrutava con attenzione. 
Poco dopo vedemmo uscire da una porta il maresciallo comandante la stazione il quale, dopo aver ascoltato i suoi due dipendenti, prese in mano i nostri documenti e ci venne incontro. 
Ci preparammo al peggio. 
Camminava lentamente e si diresse verso il mio finestrino. il vetro dello sportello era abbassato. Appena giunto, si curvò verso di me, consegnandomi i documenti. 
A questo punto, dopo un silenzio che parve durare un'eternità, finalmente parlò e mi disse: "Quando sarete davanti alla salma del Re, portate il riverente saluto di un maresciallo dell'Arma". 
Fu un attimo. Lo guardai in viso e mi accorsi che aveva gli occhi lucidi. Improvvisamente si alzò. Si mise sugli attenti e portò il palmo destro della mano aperta alla visiera. 
Capii che non salutava me, ma il Re. Il nostro Re. Il suo Re!. 
Risposi: "sarà fatto" e ripartimmo verso la Savoia con un groppo in gola. Buon Natale carissimi amici.

dal gruppo facebook Monarchia Oggi

venerdì 25 dicembre 2015

Vercelli: Inaugurazione epigrafe dedicata a Umberto II Re d’Italia

Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon


DELEGAZIONE PROVINCIALE DI NOVARA
Via R.Sanzio,9 – 28068 Romentino (NO) Tel. 0321-867235 Cell. 346-8345183 Mail marco.lovison1981@libero.it

Lunedì 28 dicembre 2015 - Città di VERCELLI

INVITO - INAUGURAZIONE TARGA  - “S.M. UMBERTO II RE D’ITALIA”

Programma:
Ore 15,00  - Ritrovo presso il Municipio di Vercelli
Piazza del Municipio, 5

Deposizione corone dall’Alloro ai Caduti di tutte le Guerre 


Visita presso la gli uffici del Municipio, ove sono esposti cimeli Risorgimentali, Ritratti Sabaudi, e Bandiere del Regno d’Italia


segue il corteo


Arrivo presso la Confraternita di Sant’Anna – Via Fratelli Ponti, 9

Ore 16,00 – Inaugurazione Targa con epigrafe dedicata a S.M. Umberto II Re d’Italia
da parte del Delegato Provinciale e dal Sindaco di Vercelli, D.ssa Maura Forte

Segue Benedizione

Sempre il Delegato Provinciale, donerà al Sindaco la Bandiera Storica del Regno Italia e un quaderno, contenente testimonianze del Regno di  
Re Vittorio Emanuele III e Re Umberto II

Segue Santa Messa In suffragio di:

TUTTI I CADUTI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE NEL CENTENARIO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Re Vittorio Emanuele III 
Regina Elena 

Celebrante: Assistente Spirituale delle delegazioni Comm. Can. Mons. Gian Luca Gonzino 



Le Associazioni Combattentistiche e d’Arma, sono pregate di partecipare con bandiera e/o Labaro, i simpatizzanti possono manifestare questa condivisione con il Tricolore



Il Delegato Provinciale Marco Lovison

giovedì 24 dicembre 2015

Un Natale del Re Umberto II

di Emilio Del Bel Belluz  

Molto spesso il mio pensiero va al  ricordo di Re Umberto II. 
Una volta è avvenuto osservando una foto del 1946 che lo raffigurava assieme  ai suoi figli in Esilio. Stavano guardando  con curiosità un pescatore, che seduto in vicinanza del mare, riparava con vera maestria la sua rete. 
Forse il Re voleva che i suoi figli osservassero il lavoro di questo semplice pescatore. Le persone umili trovavano accoglienza nel cuore del sovrano. 
Molto spesso, il sovrano faceva proprie le difficoltà economiche di questi uomini di mare. Re Umberto II si intratteneva a parlare con loro, cercando di instaurare dei rapporti umani che mitigassero la sua immensa solitudine e la grande nostalgia per la sua cara Italia, che lo accompagnò fino alla morte.  
Questo Re aveva scelto di abbandonare il suo Paese per evitare che, in seguito all'esito del referendum si potesse prospettare uno scenario di guerra civile. La fede che non lo abbandonava mai gli è stata di grande aiuto per sopportare tutto questo. 
I pescatori che incontrava erano delle persone povere che possedevano solo la piccola barca, le reti per pescare e una casa molto modesta per rifugiarsi al rientro dal lavoro. Anche loro contraccambiavano l’affetto di Re Umberto II, lo vedevano con il volto disegnato dalla malinconia, ma con la volontà di sorridere; lo stesso sorriso che aveva nonostante la grande tristezza nel cuore quando salutò dal portellone dell’aereo prima di abbandonare per sempre la sua amata patria. Il suo primo Natale d’esilio l’aveva trascorso con la sua famiglia: la Regina e i suoi amati figli. 
Li immaginavo seduti attorno al caminetto il presepe allestito in un angolo del salone con le statuine acquistate in quel paese di pescatori. E lì accanto vi era pure l’angolo dei doni che i suoi figli più tardi avrebbero scartato con tanta felicità. Mille pensieri tormentavano la sua mente,  un piccolo palpito di gioia proveniva dalla lettura dei tanti messaggi e lettere di auguri provenienti da tutte le parti d’ Italia.  
Tutto ciò faceva comprendere che in Italia non lo avevano in nessun modo dimenticato. 
Lo immaginavo con la sua famiglia che si avviava  verso la piccola chiesa del villaggio per assistere alla Santa Messa di mezzanotte, la prima che trascorreva lontano dalla patria. Il sovrano alla sua uscita si fermava per stringere le mani e per scambiare gli auguri con gli altri fedeli. Il Re  era molto cattolico e ricordo delle foto che all’uscita dalla chiesa molti si avvicinavano per chiedergli degli aiuti economici, soprattutto le vedove dei pescatori. La miseria bussava in quelle case modeste e si faceva sentire  di più nei giorni di festa. Lo spirito caritatevole del sovrano era stato forse ereditato dalla madre, la Regina Elena che elargiva tutto quello che poteva ai poveri. 
Questo spirito di carità veniva manifestato dalla Regina. A Montpellier dove si era ritirata a vivere dopo la morte del marito. Si intratteneva volentieri a parlare con le donne italiane per lo più erano donne al servizio di qualche famiglia benestante. Sono venuto a conoscenza di questi episodi grazie alla testimonianza di una mia conoscente di  Rivarotta che si era recata in Francia a lavorare. 
Alcuni anni fa leggevo da un libro l’episodio in cui l’autore raccontava del dono fatto del Re Umberto II ad un pescatore: una barca nuova di cui era molto fiero. In esilio tutti lo chiamavano con rispetto: “Re d’Italia”. I natali successivi al primo il sovrano li aveva trascorsi da solo, raramente in compagnia di qualche italiano che si era recato  a Cascais. Ho immaginato il Re che una volta era stato invitato a passare il Natale in una famiglia di pescatori. 
Li ho visti seduti attorno ad un tavolo imbandito con delle pietanze  molto semplici ed illuminato da una candela e nei loro cuori albergava una grande umanità. Il Re si sarà commosso davanti a tanto calore ed affetto ed avrà dimenticato per quella sera la tristezza della lontananza. Aldo Fabrizi in una sua poesia descriveva la sua malinconia  nel non poter invitare il sovrano a casa sua a mangiare. 
Chissà quanti natali il Re avrà osservato dal terrazzo della sua casa  di fronte al mare  e avrà lasciato andare il suo saluto per l’Italia alle sue onde. 
Quanto bene avrebbe fatto al Paese se solo avesse potuto restare  a governarlo.