TRADIZIONE E RIVOLUZIONE
SOMMARIO:
La lotta alla tradizione
La tradizione contro la Rivoluzione
Tradizione monarchica e storia contemporanea
La Monarchia unitaria.
1) LA LOTTA ALLA TRADIZIONE.
Il pensiero tradizionalista non era ancora sollevato dalla
crisi che lo aveva investito dalla fine del medio evo, che nuova lotta gli fu
scatenata dalle forze del sorgente illuminismo.
Il secondo dell'illuminismo, conserva intatta la fiducia in
quella ragione che nel secolo precedente aveva celebrato con Cartesio, Spinoza
e Leibnitz, i suoi massimi trionfi, ma significa qualche cosa di più, perché
l'illuminismo voleva rappresentare, come scrisse Kant: «l'uscita degli uomini
da una minorità a loro stessi dovuta. Minorità è l'incapacità di servirsi del
proprio intelletto senza la guida di un altro». Naturalmente questi principi
segnano l'inizio di una nuova era in cui gli uomini ritengono di potersi
governare liberamente, di guardare avanti senza tener conto delle passate
esperienze, concepite anzi come ultimi resti dello oscurantismo medioevale; e
nel tentativo di istaurare teoricamente questo regno della libertà e della
razionalità umana, l'illuminismo doveva fatalmente trovarsi in lotta con ogni
tradizione religiosa, politica, sociale e morale; anzi in questa lotta si
concreta il ritorno dell'uomo alla natura, ideato dal rinascimento come ritorno
alle origini storiche, e dall'illuminismo come ritorno alla natura razionale
finalmente illuminata, e come guerra a tutti i pregiudizi e a tutte le
tradizioni che si sono frapposte fra la natura e l'uomo.
L'illuminismo che ebbe in Francia quelle manifestazioni che
gli dettero tanta notorietà in Europa, ebbe però origine in Inghilterra e lo si
può direttamente l'allacciare alla filosofia di Locke e dei suoi successori
Berkeley e Hume, ma non ebbe nessun rilievo politico nell'isola britannica in
quanto politicamente volto a combattere una tradizione che in Inghilterra non
esisteva più. Infatti dopo la partenza per l'esilio dell'ultimo Stuart regnante
Giacomo II, la monarchia separandosi dai valori interiori e morali della
tradizione con Guglielmo d'Orange, aveva esplicitamente accettato la corona da
quelle stesse classi mercantili che avevano decapitato Carlo I e segnato la
decadenza di Giacomo II.
Ben differente situazione si presentò invece in Francia, dove
la monarchia brillava ancora dello splendore di Luigi XIV, per nulla oscurato
dalle vicende della Reggenza e dai molti difetti personali di Luigi XV, che rappresentava
pur sempre in tutta la sua completezza, la forza che rappresentava pur sempre
in tutta la sua completezza, la forza Del resto l'illuminismo francese presenta
rispetto all'illuminismo inglesi, da cui desume tutte le altre sue
caratteristiche, un nuovo elemento di enorme importanza che lo caratterizza decisamente:
il tema speculativo della storia. Come osserva l'Abbagnano: «L'elaborazione del
problema della storia, attraverso la icontrapposizione decisa di storia e
tradizione, è il contributo più notevole ed originale dell'illuminismo francese
al pensiero filosofico del secolo XVIII».
Ed è appunto questo problema storico che diviene il tema
speculativo preferito dei filosofi francesi, che dia Voltaire a Condorcet, da
Montesquieu a Turgot dedicano gran parte della loro attività alle ricerche
sull'ordine problematico della storia, concepita però nella più arida e nella
più distaccata delle sue espressioni.
L'attività dei filosofi ebbe un vasto influsso sulle vicende
politi che i francesi e soprattutto la
parte politica della loro attività appare notevolmente accentuata, rispetto
agli illuministi inglesi; anzi nell'Enciclopedia di Diderot e d'Alambert, a cui
collaborarono i maggiori illuministi, si vuoi vedere il primo preludio della
rivoluzione e l'atto fondamentale della rivoluzione, la Dichiarazione dei
diritti dell'uomo e del cittadino, non
nasconde lo stretto legame con il Contratto Sociale di Gian Giacomo Rousseau,
in cui il filosofo ginevrino non aveva esitato a scrivere, a proposito dei
rappresentanti del potere esecutivo: «Essi non sono i padroni del popolo, ma i
suoi ufficiali ed il popolo può stabilirli e sostituirli quando gli piace. Non è
questione per essi di contrarre, ma di obbedire; e incaricandosi delle funzioni
che lo stato impone loro non fanno che obbedire ai loro doveri di cittadini,
senza avere in alcun modo il diritto di disputare sulle condizioni».
Questi erano stati i maestri delle classi colte francesi e
tutti si erano trovati concordi, pur seguendo una varia gamma di posizioni
politiche, contro il potere monarchico tradizionale; frutto della loro predicazione
che spesso si era svolta sotto la protezione morale e materiale di quell'aristocrazia,
che tanto cara avrebbe pagata la sua imprudenza, la rivoluzione francese che
possiamo ben definire un una delle più
sanguinose pagine di storia di tutti i tempi, poiché per trovare qualcosa di simile
bisogna risalire alle persecuzioni dei primi secoli dell'era Cristiana.
Si era creduto, convocando gli Stati generali di poter porre
riparo alla grave crisi finanziaria che travagliava la Francia, ma la
costituzione dell'assemblea nazionale segnò la prima diminuzione dell'autorità
regia.
Il Re di Francia era ormai costretto a lasciare il potere
effettivo nelle mani delle varie assemblee che si succedevano, ed il 21
settembre 1792 la Convenzione dichiarando decaduta la monarchia, non faceva che
constatare un dato di fatto, poiché da più di due anni il Sovrano era praticamente
prigioniero. Con Luigi XVI, la convenzione si illuse di aver sepolto la
Monarchia e che, sazi ormai del sangue dei suoi nemici, cominciava a pascersi
dei suoi stessi padri. Uno per uno, i corifei della rivoluzione trionfante,
salirono i gradini del palco fatale e Robespierre, Bailly, Vergniaud, Danton,
Desmoulins e molti altri lasciarono la testa sul patibolo senza che il loro
sangue rafforzasse la repubblica che dovette ben presto soggiacere alla sete
d'impero dell'antico generale Bonaparte, divenuto «l'imperatore dei francesi».
L'impero napoleonico rappresenta, da un punto di vista
monarchico, una delle più strane forme di reggimento politico della storia, ed
offre i migliori spunti di riflessione su una situazione, in quanto a legittimità,
assolutamente anomala .
È indubitabile storicamente che Napoleone avesse usurpato un
trono non suo, in base ai principi della rivoluzione, o piuttosto con il
diritto del più forte, ma tuttavia egli obbligando Pio VII ad incoronarlo o
meglio ad assistere alla sua incoronazione volle dare una vernice di legittimità
al suo illegittimo potere: ora è appunto da chiedersi quale valore egli
intendesse attribuire a tale atto, quando non aveva esitato a schierarsi contro
un Re e quando aveva voluto sottolineare, prendendo avanti al Papa la corona
con le sue stesse mani, di non voler sottostare a nessuno; quale valore avesse
la presenza, quasi coatta di Pio VII che si limitò ad assistere
all'autoincoronazione di Napoleone, ed infine
per quale Principio, se non per le contingenze politiche, si potesse
considerare vacante il trono dei Borboni.
Evidentemente, Napoleone aveva inteso soltanto accrescere il
prestigio di quella cerimonia, con la presenza del Papa, senza riconoscere alcun
fondamento teocratico al suo potere; Pio VII si era adattato, per timore di mali maggiori ad una situazione
assurda; e tale consacrazione in ogni caso non avrebbe avuto alcun effetto in
quanto lesiva del diritto esclusivo e legittimo della dinastia Borbonica,
consacrata a Reims, senza che mai nessun Pontefice, ne avesse dichiarato la
decadenza, che sarebbe poi stata assolutamente ingiustificata.
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