NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 29 aprile 2026

Saggi storici sulla Monarchia - XXII

 

TRADIZIONE E RIVOLUZIONE

SOMMARIO: 

La lotta alla tradizione 

La tradizione contro la Rivoluzione 

Tradizione monarchica e storia contemporanea 

La Monarchia unitaria.

 

1) LA LOTTA ALLA TRADIZIONE.

Il pensiero tradizionalista non era ancora sollevato dalla crisi che lo aveva investito dalla fine del medio evo, che nuova lotta gli fu scatenata dalle forze del sorgente illuminismo.

Il secondo dell'illuminismo, conserva intatta la fiducia in quella ragione che nel secolo precedente aveva celebrato con Cartesio, Spinoza e Leibnitz, i suoi massimi trionfi, ma significa qualche cosa di più, perché l'illuminismo voleva rappresentare, come scrisse Kant: «l'uscita degli uomini da una minorità a loro stessi dovuta. Minorità è l'incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro». Naturalmente questi principi segnano l'inizio di una nuova era in cui gli uomini ritengono di potersi governare liberamente, di guardare avanti senza tener conto delle passate esperienze, concepite anzi come ultimi resti dello oscurantismo medioevale; e nel tentativo di istaurare teoricamente questo regno della libertà e della razionalità umana, l'illuminismo doveva fatalmente trovarsi in lotta con ogni tradizione religiosa, politica, sociale e morale; anzi in questa lotta si concreta il ritorno dell'uomo alla natura, ideato dal rinascimento come ritorno alle origini storiche, e dall'illuminismo come ritorno alla natura razionale finalmente illuminata, e come guerra a tutti i pregiudizi e a tutte le tradizioni che si sono frapposte fra la natura e l'uomo.

L'illuminismo che ebbe in Francia quelle manifestazioni che gli dettero tanta notorietà in Europa, ebbe però origine in Inghilterra e lo si può direttamente l'allacciare alla filosofia di Locke e dei suoi successori Berkeley e Hume, ma non ebbe nessun rilievo politico nell'isola britannica in quanto politicamente volto a combattere una tradizione che in Inghilterra non esisteva più. Infatti dopo la partenza per l'esilio dell'ultimo Stuart regnante Giacomo II, la monarchia separandosi dai valori interiori e morali della tradizione con Guglielmo d'Orange, aveva esplicitamente accettato la corona da quelle stesse classi mercantili che avevano decapitato Carlo I e segnato la decadenza di Giacomo II.

Ben differente situazione si presentò invece in Francia, dove la monarchia brillava ancora dello splendore di Luigi XIV, per nulla oscurato dalle vicende della Reggenza e dai molti difetti personali di Luigi XV, che rappresentava pur sempre in tutta la sua completezza, la forza che rappresentava pur sempre in tutta la sua completezza, la forza Del resto l'illuminismo francese presenta rispetto all'illuminismo inglesi, da cui desume tutte le altre sue caratteristiche, un nuovo elemento di enorme importanza che lo caratterizza decisamente: il tema speculativo della storia. Come osserva l'Abbagnano: «L'elaborazione del problema della storia, attraverso la icontrapposizione decisa di storia e tradizione, è il contributo più notevole ed originale dell'illuminismo francese al pensiero filosofico del secolo XVIII».

Ed è appunto questo problema storico che diviene il tema speculativo preferito dei filosofi francesi, che dia Voltaire a Condorcet, da Montesquieu a Turgot dedicano gran parte della loro attività alle ricerche sull'ordine problematico della storia, concepita però nella più arida e nella più distaccata delle sue espressioni.

L'attività dei filosofi ebbe un vasto influsso sulle vicende politi  che i francesi e soprattutto la parte politica della loro attività appare notevolmente accentuata, rispetto agli illuministi inglesi; anzi nell'Enciclopedia di Diderot e d'Alambert, a cui collaborarono i maggiori illuministi, si vuoi vedere il primo preludio della rivoluzione e l'atto fondamentale della rivoluzione, la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e  del cittadino, non nasconde lo stretto legame con il Contratto Sociale di Gian Giacomo Rousseau, in cui il filosofo ginevrino non aveva esitato a scrivere, a proposito dei rappresentanti del potere esecutivo: «Essi non sono i padroni del popolo, ma i suoi ufficiali ed il popolo può stabilirli e sostituirli quando gli piace. Non è questione per essi di contrarre, ma di obbedire; e incaricandosi delle funzioni che lo stato impone loro non fanno che obbedire ai loro doveri di cittadini, senza avere in alcun modo il diritto di disputare sulle condizioni».

Questi erano stati i maestri delle classi colte francesi e tutti si erano trovati concordi, pur seguendo una varia gamma di posizioni politiche, contro il potere monarchico tradizionale; frutto della loro predicazione che spesso si era svolta sotto la protezione morale e materiale di quell'aristocrazia, che tanto cara avrebbe pagata la sua imprudenza, la rivoluzione francese che possiamo ben definire un  una delle più sanguinose pagine di storia di tutti i tempi, poiché per trovare qualcosa di simile bisogna risalire alle persecuzioni dei primi secoli dell'era Cristiana.

Si era creduto, convocando gli Stati generali di poter porre riparo alla grave crisi finanziaria che travagliava la Francia, ma la costituzione dell'assemblea nazionale segnò la prima diminuzione dell'autorità regia.

Il Re di Francia era ormai costretto a lasciare il potere effettivo nelle mani delle varie assemblee che si succedevano, ed il 21 settembre 1792 la Convenzione dichiarando decaduta la monarchia, non faceva che constatare un dato di fatto, poiché da più di due anni il Sovrano era praticamente prigioniero. Con Luigi XVI, la convenzione si illuse di aver sepolto la Monarchia e che, sazi ormai del sangue dei suoi nemici, cominciava a pascersi dei suoi stessi padri. Uno per uno, i corifei della rivoluzione trionfante, salirono i gradini del palco fatale e Robespierre, Bailly, Vergniaud, Danton, Desmoulins e molti altri lasciarono la testa sul patibolo senza che il loro sangue rafforzasse la repubblica che dovette ben presto soggiacere alla sete d'impero dell'antico generale Bonaparte, divenuto «l'imperatore dei francesi».

L'impero napoleonico rappresenta, da un punto di vista monarchico, una delle più strane forme di reggimento politico della storia, ed offre i migliori spunti di riflessione su una situazione, in quanto a legittimità, assolutamente anomala .

È indubitabile storicamente che Napoleone avesse usurpato un trono non suo, in base ai principi della rivoluzione, o piuttosto con il diritto del più forte, ma tuttavia egli obbligando Pio VII ad incoronarlo o meglio ad assistere alla sua incoronazione volle dare una vernice di legittimità al suo illegittimo potere: ora è appunto da chiedersi quale valore egli intendesse attribuire a tale atto, quando non aveva esitato a schierarsi contro un Re e quando aveva voluto sottolineare, prendendo avanti al Papa la corona con le sue stesse mani, di non voler sottostare a nessuno; quale valore avesse la presenza, quasi coatta di Pio VII che si limitò ad assistere all'autoincoronazione di Napoleone, ed  infine per quale Principio, se non per le contingenze politiche, si potesse considerare vacante il trono dei Borboni.

Evidentemente, Napoleone aveva inteso soltanto accrescere il prestigio di quella cerimonia, con la presenza del Papa, senza riconoscere alcun fondamento teocratico al suo potere; Pio VII si era adattato, per  timore di mali maggiori ad una situazione assurda; e tale consacrazione in ogni caso non avrebbe avuto alcun effetto in quanto lesiva del diritto esclusivo e legittimo della dinastia Borbonica, consacrata a Reims, senza che mai nessun Pontefice, ne avesse dichiarato la decadenza, che sarebbe poi stata assolutamente ingiustificata.

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