LA MORTE DI MAFALDA
Il 1° maggio si sparse fulminea,
al Quirinale, la notizia della morte in prigionia, nel tragico campo di
concentramento di Buchenwald, della principessa Mafalda. La radio confermò la
notizia. I telefoni al palazzo reale squillavano ininterrottamente: chi
sperava, chi si disperava, ed era come un brancolare nel buio.
Il Luogotenente quel giorno
parve invecchiato di dieci anni, poiché era molto affezionato alla sorella.
Per ventiquattr'ore si continuò in quell'angosciosa attesa dl smentite e di
conferme, che, specie da Napoli, venivano richieste con insistenza. La morte
era entrata ormai nella quieta dimora dei vecchi sovrani.
Sembra che la regina Elena abbia
appreso la perdita della figlia a mezzo radio, svenendo. Il terzo giorno,
tramite il Vaticano, la notizia fu definitivamente confermata. Tutta la
famiglia reale s'era sempre illusa che la principessa fosse ancora viva, per
quanto privi di sue notizie dal 1943 ed allarmati dal modo con il quale era
stata "prelevata" dai tedeschi.
Non appena Il Luogotenente ebbe
conferma della morte della sorella, si recò a Napoli con i propri ufficiali
d'ordinanza. La scena che avvenne, quando Umberto s'incontrò coni genitori, fu
quanto di più drammatico si possa immaginare. La regina, scorgendo il figlio,
si accasciò, e un pianto disperato la tenne smarrita per vario tempo. Si
temette per la sua ragione, un occhio le s'indebolì fin quasi a spegnersi. Vittorio
Emanuele III, spettrale nella sua rigidità silenziosa, non riusciva a
pronunciare una sola parola. In quella grande villa ove i vecchi sovrani erano
alloggiati, e che guardava sul golfo partenopeo avvolto quel giorno dal sole e
all'azzurro, la regina continuava a piangere, in una spasmodica tensione.
Il funerale di Mafalda ebbe
luogo nella Cappella Paolina, presenti tutti gli ambasciatori accreditati presso
la Corte, ed alcuni membri del governo e personalità politiche, compreso, V.
E. Orlando.
La cerimonia ebbe luogo la mattina
del 9 maggio alle ore 10. Tutte le principesse reali residenti a Roma erano
invitate. Il Luogotenente entrò nella cappella dando il braccio alla duchessa
di Genova. Doveva intervenire alla cerimonia la principessa Adelaide Massimo
Savoia-Genova, ma dopo mezz'ora di attesa il Luogotenente decise di far
iniziare la funzione. Dopo alcuni giorni si seppe che il mastro delle
cerimonie di servizio aveva dimenticato d'invitarla.
La funzione non fu molto
lunga, ma molto triste. Aleggiava su tutti lo spirito della infelice
principessa. I giornali di allora, occupatissimi nelle polemiche dei partiti
l'un, contro l'altro armati, non ebbero una parola di rimpianto per lei, morta
fra atroci sofferenze; anzi. Non mancò qualche foglio che irrise al dolore
della disperata madre.
Solamente più tardi, dietro
interessamento di donna Carlotta Orlando e del marchese Carlo Grazianl, che
era stato devotissimo alla scomparsa, fu fatta conoscere all'opinione pubblica
la verità sulla fine di Mafalda nell'inferno di Buchenwald. I registri, che
erano stati messi nella portineria del Quirinale, si riempirono allora rapidamente
di firme.
All'improvviso, intanto, ai primi di maggio, voci confuse e contraddittorie si sparsero a mezzo della radio, e raccolte dai giornali con versioni legate ai differenti colori politici: la principessa di Piemonte era tornata in Italia dalla Svizzera, attraversando la frontiera a piedi, sola.
Sarebbe stato invero difficile
riconoscere in quella giovane donna, senza cappello, con gli occhiali neri, il
sacco sulle spalle, le grosse scarpe chiodate, la consorte di Umberto di
Savoia. Raggiunto Il castello di Sarre, in Val d'Aosta, vi si chiuse nel più
ermetico silenzio, e fece bene perché non lontano fischiavano ancora le
pallottole delle ultime pattuglie tedesche in ritirata: e guai se fosse stata
riconosciuta. Certo, se gli addetti alla Corte della principessa in Svizzera
avessero avuto più spirito organizzativo, avrebbero potuto prendere accordi
con numerosi italiani residenti in territorio elvetico che si erano offerti di
scortare Maria José in Italia, al momento della liberazione. Ma ciò non fu
fatto.
MARIA JOSÉ A TORINO
Primi a presentarsi al
castello di Sarre furono gli americani, a mezzo del maggiore F. P., del
servizio segreto, il quale passando da Torino aveva fatto salire sulla propria
jeep un'amica della principessa, la contessa A., correndo il rischio, durante il
viaggio, di finire entrambi nelle mani delle retroguardie tedesche.
Scesero nel cortile del
castello, e la contessa, pratica del luogo, cercò subito di avviarsi verso l'appartamento
della principessa. Ma venne fermata dal prof. N., che aveva accompagnato Maria
José dalla Svizzera, e che sia nella tema di pericoli, sia per eccessiva prudenza,
negava la presenza al castello dell'augusta ospite. Intervenne il maggiore
americano, il quale si fece riconoscere, e dichiarò: «Esigo che la.
contessa venga posta immediatamente a contatto con la principessa.
Maria José, nel proprio
appartamento, seduta al pianoforte stava suonando uno dei suoi brani favoriti.
S'alzò stupita ed andò incontro commossa alla prima persona amica che vedeva
dopo il suo ritorno in Italia. Ella era completamente all'oscuro del movimento
monarchico partigiano, e di quanto accadeva in quei giorni a Torino. Ignorava
gli ostacoli che avevano Impedito al principe di Piemonte un immediato viaggio
al Nord per incontrarla, come sarebbe stato suo vivo desiderio; ed ignorava
pure tutte le formalità, poste dagli alleati, e a chiunque, per viaggi in aereo
ed in automobile. Ella aveva vissuto nel castello in una francescana
semplicità, cibandosi di erbaggi e di qualche uova del pollaio del guardiano,
salvato per miracolo dalla razzia dei tedeschi. Il burro veniva portato
clandestinamente, di notte, da una balla, ma la mensa era così sprovvista che non
fu possibile trattenere a colazione né la contessa né il maggiore americano.
Comunque, i risultati
dell'incontro furono che la principessa sarebbe rimasta a Sarre fino a quando
le vie non fossero state sgombrate dalle retroguardie tedesche, poi una
vettura americana sarebbe andata a prenderla per condurla a Racconigi, nel
castello reale, in attesa di trasferirsi a Roma.
La principessa il 28 maggio
raggiunse Racconigi, recandosi poi ogni giorno a Torino ove ricevette, oltre i
comandanti alleati, le autorità italiane che meglio si erano comportate sotto
la dominazione tedesca.
Ma come apparve Torino ai suoi
occhi! La città era mutilata. i negozi spogli, senza vetrine; al posto. dei
vetri tavole di legno, buio nell'interno, e fuori un'atmosfera di disordine,
d'incubo, di prepotenza. Ciò che più impressionava.
In contrasto stridente con l'anarchia
regnante nella città, era che tutti i servizi pubblici funzionavano
perfettamente. Non si vedeva né un carabiniere, né una guardia di città:
solamente la polizia partigiana, con mitra e fazzoletto rosso. Il palazzo
reale era sede del comando Inglese: Il palazzo Chiablese, diviso dal palazzo
reale da un sottopassaggio, era stato completamente distrutto. Ci volle perciò
molto coraggio da parte della marchesa A. nel convincere la principessa dl
Piemonte a fermarsi a Torino. Presi contatti con le autorità alleate, Maria
José visitò l'ospedale di Malta ov'erano ricoverati I patrioti feriti.
distribuì pacchi dono ai degenti, si recò al Santuario della Consolata, e, appreso
che fra i partigiani esistevano anche bande monarchiche, comandante
"Gabriele", capo della divisione: “Monferrato, "Fracassi" che
era andato spesso a Roma attraversando le linee tedesche, Silvio Geuna e tanti
altri che si erano comportati valorosamente. La principessa aveva portato con sé
pochissima roba, indossava quasi sempre un tailleur leggero di blu, una
camicetta di foulard nero, sandali di pelle marrone scamosciata e dal tacco
bassissimo e cappello. Era Sempre la donna che tanti italiani avevano applaudito,
anche se nel suo viso vi era molta tristezza tanto che la sua dama ebbe lo
slancio di andarle incontro per mostrale la propria devozione. soprattutto per esserle
vicina e sorreggerla in quel
particolare. Solo due giorni prima che lasciasse Torino, venne da Roma, con
l'apparecchio del Luogotenente, la signorina Sofia Jaccarino, devota amica, e
la gioia di rivederla in Maria José fu grande. Il 16 giugno 1945 giunse dalla
capitale il conte Cesare Spalletti Trivelli, gentiluomo della principessa:
ripartirono su un aereo militare messo a disposizione dagli alleati, un D.C.3.
L'apparecchio atterrò
all'aeroporto già del Littorio. Sul campo era ad attendere Maria José il Luogotenente.
L’incontro fu commovente, i
presenti poterono notare con quale e quanta effusione i due coniugi si
abbracciarono.
i
giornali non parlarono affatto, neppure quelli di destra, dell'arrivo della
principessa nella capitale. Maria José si stabili al Quirinale nel proprio
appartamento privato, composto di camere molto piccole, che aprivano le
finestre sul cortile interno. Un salotto modernissimo, con comode poltrone di grossa
tela di canapa. color naturale, un tavolino a due piani di spesso vetro, con
sopra l'immancabile libretto degli appunti; varie collane di pietra dura
colorata; la scatola delle sigarette: in un angolo il pianoforte. Una porta
del salotto dava sulla piccola anticamera ove arrivava l’ascensore. In
collegamento con l'appartamento per le udienze, al piano superiore.
Modernamente attrezzata era la camera da letto, con un sommier basso e largo,
dalla coperta di damasco. Alle pareti, scaffali di libri. La camera da letto-
comunicava con il guardaroba, dai capaci armadi, regno della signorina Hélène,
cameriera privata belga al servizio di Maria José fin dai primissimi anni.
In quel piccolo appartamento
la principessa ricevette le persone più intime. Per una scaletta angusta, dai
logori scalini in travertino, l'appartamento comunicava con quello del
Luogotenente.
GIUNGONO I REDUCI
In
quel periodo Maria José avrebbe voluto riprendere la propria vita attiva
visitando cliniche e ospedali, in un ambiente più favorevolmente preparato
dalle visite frequenti delle duchesse di Genova e di Ancona: ma dovette rinunciarvi,
data la situazione. Dovette pure rinunciare ai concerti, che tanto gradiva (la
cosa le fu proibita dal generale Infante) limitandosi a vedere sempre le stesse
persone intime, come la signora Jaccarino, che spesse volte era trattenuta a
pranzo, e le signorine di Cossilla e Miranda. Finalmente, qualche settimana
più tardi, dalla Svizzera ritornarono i principi: Umberto andò loro incontro
all'aeroporto, riabbracciandoli felice. Essi presero alloggio
nell'appartamento alla "Manica lunga" già occupato dalla Regina
Elena.
La domenica seguente, dopo la
Messa (alla quale avevano partecipato gli addetti alle varie Corti residenti
al Quirinale) Maria José presentò le principessine Maria Pia e Gabriella,
mentre il Luogotenente presentava il principe Vittorio Emanuele con queste
semplici parole: “Mio figlio.
Anche dopo il ritorno dei
ragazzi, la vita della Principessa dl Piemonte non mutò. Austera, senza visite ufficiali La risposta era sempre la
stessa quando si chiedeva il perché di questo assenteismo: Durante la
Luogotenenza non ò contemplata la figura della moglie ..
Maria José approfondì la propria
conoscenza della lingua russa, che aveva cominciato a studiare durante il
soggiorno svizzero. Correvano allora voci di un'azione della principessa negli
ambienti di Corte, in favore di una Reggenza: ma nulla avvalora questa Ipotesi
alla luce dei fatti. È invece esatta una serie di visite misteriose al
Quirinale fatte da una signora, attivissima propagandista del partito
d'Azione; visite che sfuggivano al controllo del pur vigilantissimo Infante,
e che provocarono commenti e pettegolezzi spiacevoli, non soltanto a Roma,
originando appunto le voci di una Reggenza.
La principessa voleva ad ogni
costo offrire la propria attività per opere benefiche. Ne parlò al professor
Castellani, ricevette la contessa Vicino Pallavicino allo scopo di aprire un
laboratorio per aiutare le famiglie dei prigionieri e dei reduci: interessò
donna Carlotta Orlando Carabelli, interessò pure la stessa signora De Gasperi,
ed insistette sulla necessità di fondi per aiutare tanti derelitti. Infine,
ascoltato il comm. Paci, incaricato della beneficenza privata dei principi di Piemonte
e che ormai aveva dato si può dire tutto, la principessa si reco dal
Luogotenente ed ottenne la somma che occorreva, consegnandola alla signora De
Gasperi. Quando la signora Gillet, del posto di ristoro della P.C.A. della
stazione Termini, si recò dalla principessa in visita dl omaggio ed espose i
desideri dei reduci. Maria José si rivolse ed ottenne dal ministro Lucifero la somma
da mettere a disposizione della P.C.A. Ad ogni reduce, a nome di casa reale, furono
date lire 200.
Occorre ricordare che allora
arrivavano dai ventimila ai trentamila reduci al giorno. Arrivavano stanchi,
laceri, affamati: e molte volte il piccolo peculio che erano riusciti a
raggranellare nei lunghi mesi di prigionia veniva loro rubato durante il
viaggio. In generale conservavano ancor viva la fede monarchica. E fu un grave
errore da parte monarchica, specie dell'ammiraglio Garofalo, il non capire
l'importanza che aveva questa massa di giovani. Ma la risposta era sempre la
stessa: «La monarchia non può farsi della réclame, deve reggersi da sé, non
deve ricorrere a forme commercialisti-che di propaganda
Così, dieci ufficiali reduci
dalla prigionia in Germania che si recarono a Napoli per ossequiare Vittorio
Emanuele III urtarono inutilmente contro questo muro di silenzio, cui faceva da
scolta il fedele ma troppo formalistico generale Puntoni. I reduci vennero a
Roma, ove non solo furono ricevuti direttamente dal Luogotenente, ma, date le
loro condizioni, vennero anche ospitati per vari giorni al Quirinale. E se
Umberto avesse avuto una maggiore disponibilità economica, avrebbe aiutato un
numero ancor maggiore di persone. Il conte Augusto Premoll potrebbe del resto
dire con cognizione di causa quante volte ebbe l'incarico dal Luogotenente di
vendere quadri e mobili di valore, onde rifornire la cassa della beneficenza
che era sempre vuota.
La stessa colpevole negligenza
da parte della burocrazia di Corte si dovette osservare allorché si trattò dei
prigionieri di ritorno dalla Russia.
Il primo convoglio giunse a Roma
il 15 novembre del 1945 alle ore 7. Il giorno prima colonnello dei granatieri
A., reduce dalla prigionia in Egitto, si presentò direttamente all'ufficiale
di ordinanza del Luogotenente, capitano Avalle, chiese udienza per motivi urgentissimi,
e venne subito ricevuto.
Umberto lo abbracciò commosso,
conoscendolo fin da quando era con lui al 1° Granatieri. Il visitatore espose
chiaramente il motivo della sua visita: accogliere i reduci, assisterli,
riceverli al Quirinale.
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