NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 18 aprile 2026

Vita segreta al Quirinale - III parte

 


LA MORTE DI MAFALDA

Il 1° maggio si sparse fulminea, al Quirinale, la notizia della morte in prigionia, nel tragico campo di concentramento di Buchenwald, della principessa Mafalda. La ra­dio confermò la notizia. I telefoni al palazzo reale squillavano inin­terrottamente: chi sperava, chi si disperava, ed era come un bran­colare nel buio.

Il Luogotenente quel giorno par­ve invecchiato di dieci anni, poiché era molto affezionato alla sorella. Per ventiquattr'ore si continuò in quell'angosciosa attesa dl smentite e di conferme, che, specie da Na­poli, venivano richieste con insi­stenza. La morte era entrata or­mai nella quieta dimora dei vecchi sovrani.

Sembra che la regina Elena ab­bia appreso la perdita della figlia a mezzo radio, svenendo. Il terzo giorno, tramite il Vaticano, la no­tizia fu definitivamente conferma­ta. Tutta la famiglia reale s'era sempre illusa che la principessa fosse ancora viva, per quanto privi di sue notizie dal 1943 ed allarmati dal modo con il quale era stata "prelevata" dai tedeschi.

Non appena Il Luogotenente eb­be conferma della morte della so­rella, si recò a Napoli con i propri ufficiali d'ordinanza. La scena che avvenne, quando Umberto s'incon­trò coni genitori, fu quanto di più drammatico si possa immaginare. La regina, scorgendo il figlio, si accasciò, e un pianto disperato la tenne smarrita per vario tempo. Si temette per la sua ragione, un occhio le s'indebolì fin quasi a spe­gnersi. Vittorio Emanuele III, spet­trale nella sua rigidità silenziosa, non riusciva a pronunciare una sola parola. In quella grande villa ove i vecchi sovrani erano allog­giati, e che guardava sul golfo partenopeo avvolto quel giorno dal sole e all'azzurro, la regina con­tinuava a piangere, in una spasmo­dica tensione.

Il funerale di Mafalda ebbe luogo nella Cappella Paolina, presenti tutti gli ambasciatori accreditati presso la Corte, ed alcuni membri del governo e personalità politi­che, compreso, V. E. Orlando.

La cerimonia ebbe luogo la mat­tina del 9 maggio alle ore 10. Tutte le principesse reali residenti a Ro­ma erano invitate. Il Luogotenente entrò nella cappella dando il brac­cio alla duchessa di Genova. Do­veva intervenire alla cerimonia la principessa Adelaide Massimo Savoia-Genova, ma dopo mezz'ora di attesa il Luogotenente decise di far iniziare la funzione. Dopo al­cuni giorni si seppe che il mastro delle cerimonie di servizio aveva dimenticato d'invitarla.

La funzione non fu molto lunga, ma molto triste. Aleggiava su tutti lo spirito della infelice principessa. I giornali di allora, occupatissimi nelle polemiche dei partiti l'un, contro l'altro armati, non ebbero una parola di rimpianto per lei, morta fra atroci sofferenze; anzi. Non mancò qualche foglio che irrise al dolore della disperata madre.

Solamente più tardi, dietro inte­ressamento di donna Carlotta Or­lando e del marchese Carlo Grazianl, che era stato devotissimo alla scomparsa, fu fatta conoscere all'opinione pubblica la verità sul­la fine di Mafalda nell'inferno di Buchenwald. I registri, che erano stati messi nella portineria del Quirinale, si riempirono allora ra­pidamente di firme.

All'improvviso, intanto, ai primi di maggio, voci confuse e contrad­dittorie si sparsero a mezzo della radio, e raccolte dai giornali con versioni legate ai differenti colori politici: la principessa di Piemon­te era tornata in Italia dalla Sviz­zera, attraversando la frontiera a piedi, sola.




Sarebbe stato invero difficile ri­conoscere in quella giovane donna, senza cappello, con gli occhiali neri, il sacco sulle spalle, le grosse scarpe chiodate, la consorte di Um­berto di Savoia. Raggiunto Il ca­stello di Sarre, in Val d'Aosta, vi si chiuse nel più ermetico silenzio, e fece bene perché non lontano fi­schiavano ancora le pallottole del­le ultime pattuglie tedesche in riti­rata: e guai se fosse stata ricono­sciuta. Certo, se gli addetti alla Corte della principessa in Svizze­ra avessero avuto più spirito orga­nizzativo, avrebbero potuto pren­dere accordi con numerosi italiani residenti in territorio elvetico che si erano offerti di scortare Maria José in Italia, al momento della liberazione. Ma ciò non fu fatto.

MARIA JOSÉ A TORINO

Primi a presentarsi al castello di Sarre furono gli americani, a mezzo del maggiore F. P., del servizio segreto, il quale passando da Tori­no aveva fatto salire sulla propria jeep un'amica della principessa, la contessa A., correndo il rischio, du­rante il viaggio, di finire entrambi nelle mani delle retroguardie tedesche.

Scesero nel cortile del castello, e la contessa, pratica del luogo, cercò subito di avviarsi verso l'appartamento della principessa. Ma venne fermata dal prof. N., che aveva accompagnato Maria José dalla Svizzera, e che sia nella tema di pericoli, sia per eccessiva pru­denza, negava la presenza al ca­stello dell'augusta ospite. Interven­ne il maggiore americano, il quale si fece riconoscere, e dichiarò: «Esigo che la. contessa venga po­sta immediatamente a contatto con la principessa.

Maria José, nel proprio apparta­mento, seduta al pianoforte stava suonando uno dei suoi brani favoriti. S'alzò stupita ed andò incon­tro commossa alla prima persona amica che vedeva dopo il suo ritorno in Italia. Ella era completamente all'oscuro del movimento monarchico partigiano, e di quanto accadeva in quei giorni a Torino. Ignorava gli ostacoli che ave­vano Impedito al principe di Piemonte un immediato viaggio al Nord per incontrarla, come sareb­be stato suo vivo desiderio; ed ignorava pure tutte le formalità, poste dagli alleati, e a chiunque, per viaggi in aereo ed in automo­bile. Ella aveva vissuto nel castello in una francescana semplicità, cibandosi di erbaggi e di qualche uo­va del pollaio del guardiano, sal­vato per miracolo dalla razzia dei tedeschi. Il burro veniva portato clandestinamente, di notte, da una balla, ma la mensa era così sprov­vista che non fu possibile tratte­nere a colazione né la contessa né il maggiore americano.

Comunque, i risultati dell'incon­tro furono che la principessa sa­rebbe rimasta a Sarre fino a quan­do le vie non fossero state sgom­brate dalle retroguardie tedesche, poi una vettura americana sarebbe andata a prenderla per condurla a Racconigi, nel castello reale, in at­tesa di trasferirsi a Roma.

La principessa il 28 maggio rag­giunse Racconigi, recandosi poi ogni giorno a Torino ove ricevette, oltre i comandanti alleati, le auto­rità italiane che meglio si erano comportate sotto la dominazione tedesca.

Ma come apparve Torino ai suoi occhi! La città era mutilata. i ne­gozi spogli, senza vetrine; al po­sto. dei vetri tavole di legno, buio nell'interno, e fuori un'atmosfera di disordine, d'incubo, di prepo­tenza. Ciò che più impressionava.

In contrasto stridente con l'anarchia regnante nella città, era che tutti i servizi pubblici funziona­vano perfettamente. Non si vedeva né un carabiniere, né una guardia di città: solamente la polizia parti­giana, con mitra e fazzoletto rosso. Il palazzo reale era sede del co­mando Inglese: Il palazzo Chiablese, diviso dal palazzo reale da un sottopassaggio, era stato completa­mente distrutto. Ci volle perciò molto coraggio da parte della mar­chesa A. nel convincere la princi­pessa dl Piemonte a fermarsi a Torino. Presi contatti con le auto­rità alleate, Maria José visitò l'ospedale di Malta ov'erano ricove­rati I patrioti feriti. distribuì pac­chi dono ai degenti, si recò al Santuario della Consolata, e, ap­preso che fra i partigiani esistevano anche bande monarchiche, comandante "Gabriele", capo della divisione: “Monferrato, "Fracassi" che era andato spesso a Roma attraversando le linee tedesche, Silvio Geuna e tanti altri che si erano comportati valorosamente. La principessa aveva portato con sé pochissima roba, indossava quasi sempre un tailleur leggero di blu, una camicetta di foulard nero, sandali di pelle marrone scamosciata e dal tacco bassissimo e cappello. Era Sempre la donna che tanti italiani avevano applaudito, anche se nel suo viso vi era molta tristezza tanto che la sua dama ebbe lo slancio di andarle incontro per mostrale la propria devozione. soprattutto per esserle vicina e sorreggerla in     quel particolare. Solo due giorni prima che lasciasse Torino, venne da Roma, con l'apparecchio del Luogotenente, la signorina Sofia Jaccarino, devota amica, e la gioia di ri­vederla in Maria José fu grande. Il 16 giugno 1945 giunse dalla capitale il conte Cesare Spalletti Trivelli, gentiluomo della princi­pessa: ripartirono su un aereo mi­litare messo a disposizione dagli alleati, un D.C.3.

L'apparecchio atterrò all'aeropor­to già del Littorio. Sul campo era ad attendere Maria José il Luogotenente.

L’incontro fu commovente, i presenti poterono notare con quale e quanta effusione i due coniugi si abbracciarono.

i giornali non parlarono affatto, neppure quelli di destra, dell'arri­vo della principessa nella capitale. Maria José si stabili al Quirinale nel proprio appartamento pri­vato, composto di camere molto piccole, che aprivano le finestre sul cortile interno. Un salotto mo­dernissimo, con comode poltrone di grossa tela di canapa. color naturale, un tavolino a due piani di spesso vetro, con sopra l'immanca­bile libretto degli appunti; varie collane di pietra dura colorata; la scatola delle sigarette: in un an­golo il pianoforte. Una porta del salotto dava sulla piccola antica­mera ove arrivava l’ascensore. In collegamento con l'appartamento per le udienze, al piano superiore. Modernamente attrezzata era la camera da letto, con un sommier basso e largo, dalla coperta di da­masco. Alle pareti, scaffali di libri. La camera da letto- comunicava con il guardaroba, dai capaci ar­madi, regno della signorina Hélène, cameriera privata belga al ser­vizio di Maria José fin dai primissimi anni.

In quel piccolo appartamento la principessa ricevette le persone più intime. Per una scaletta angu­sta, dai logori scalini in travertino, l'appartamento comunicava con quello del Luogotenente.

GIUNGONO I REDUCI

In quel periodo Maria José avrebbe voluto riprendere la propria vita attiva visitando cliniche e ospedali, in un ambiente più favorevolmente preparato dalle visi­te frequenti delle duchesse di Genova e di Ancona: ma dovette ri­nunciarvi, data la situazione. Dovette pure rinunciare ai con­certi, che tanto gradiva (la cosa le fu proibita dal generale Infante) limitandosi a vedere sempre le stesse persone intime, come la signora Jaccarino, che spesse volte era trattenuta a pranzo, e le signo­rine di Cossilla e Miranda. Finalmente, qualche settimana più tardi, dalla Svizzera ritornaro­no i principi: Umberto andò loro incontro all'aeroporto, riabbracciandoli felice. Essi presero allog­gio nell'appartamento alla "Mani­ca lunga" già occupato dalla Regina Elena.

La domenica seguente, dopo la Messa (alla quale avevano parte­cipato gli addetti alle varie Corti residenti al Quirinale) Maria José presentò le principessine Maria Pia e Gabriella, mentre il Luogotenen­te presentava il principe Vittorio Emanuele con queste semplici pa­role: “Mio figlio.

Anche dopo il ritorno dei ragaz­zi, la vita della Principessa dl Piemonte non mutò. Austera, senza  visite ufficiali La risposta era sempre la stessa quando si chiedeva il perché di questo assenteismo: Durante la Luogotenenza non ò contemplata la figura della moglie ..

Maria José approfondì la pro­pria conoscenza della lingua rus­sa, che aveva cominciato a studia­re durante il soggiorno svizzero. Correvano allora voci di un'azione della principessa negli ambienti di Corte, in favore di una Reggenza: ma nulla avvalora questa Ipotesi alla luce dei fatti. È invece esatta una serie di visite misteriose al Quirinale fatte da una signora, attivissima propagandista del par­tito d'Azione; visite che sfuggiva­no al controllo del pur vigilantis­simo Infante, e che provocarono commenti e pettegolezzi spiacevoli, non soltanto a Roma, originando appunto le voci di una Reggenza.

La principessa voleva ad ogni costo offrire la propria attività per opere benefiche. Ne parlò al professor Castellani, ricevette la con­tessa Vicino Pallavicino allo scopo di aprire un laboratorio per aiutare le famiglie dei prigionieri e dei reduci: interessò donna Carlotta Orlando Carabelli, interessò pure la stessa signora De Gasperi, ed in­sistette sulla necessità di fondi per aiutare tanti derelitti. Infine, ascoltato il comm. Paci, incaricato della beneficenza privata dei principi di Piemonte e che ormai aveva dato si può dire tutto, la principessa si reco dal Luogotenente ed ottenne la somma che occorreva, consegnandola alla signora De Gasperi. Quando la signora Gillet, del posto di ristoro della P.C.A. della stazione Termini, si recò dalla principessa in visita dl omaggio ed espose i desideri dei reduci. Maria José si rivolse ed ottenne dal ministro Lucifero la somma da mettere a disposizione della P.C.A. Ad ogni reduce, a nome di casa reale, fu­rono date lire 200.

Occorre ricordare che allora ar­rivavano dai ventimila ai trenta­mila reduci al giorno. Arrivavano stanchi, laceri, affamati: e molte volte il piccolo peculio che erano riusciti a raggranellare nei lunghi mesi di prigionia veniva loro ru­bato durante il viaggio. In generale conservavano ancor viva la fede monarchica. E fu un grave errore da parte monarchica, spe­cie dell'ammiraglio Garofalo, il non capire l'importanza che aveva que­sta massa di giovani. Ma la rispo­sta era sempre la stessa: «La mo­narchia non può farsi della récla­me, deve reggersi da sé, non deve ricorrere a forme commercialisti-che di propaganda

Così, dieci ufficiali reduci dal­la prigionia in Germania che si re­carono a Napoli per ossequiare Vittorio Emanuele III urtarono inutilmente contro questo muro di silenzio, cui faceva da scolta il fedele ma troppo formalistico ge­nerale Puntoni. I reduci vennero a Roma, ove non solo furono ricevuti direttamente dal Luogotenente, ma, date le loro condizioni, vennero anche ospitati per vari giorni al Quirinale. E se Umberto avesse avuto una maggiore disponibilità economica, avrebbe aiutato un nu­mero ancor maggiore di persone. Il conte Augusto Premoll potreb­be del resto dire con cognizione di causa quante volte ebbe l'inca­rico dal Luogotenente di vendere quadri e mobili di valore, onde ri­fornire la cassa della beneficenza che era sempre vuota.

La stessa colpevole negligenza da parte della burocrazia di Corte si dovette osservare allorché si trattò dei prigionieri di ritorno dalla Russia.

Il primo convoglio giunse a Ro­ma il 15 novembre del 1945 alle ore 7. Il giorno prima colonnello dei granatieri A., reduce dalla pri­gionia in Egitto, si presentò diret­tamente all'ufficiale di ordinanza del Luogotenente, capitano Avalle, chiese udienza per motivi urgen­tissimi, e venne subito ricevuto.

Umberto lo abbracciò commos­so, conoscendolo fin da quando era con lui al 1° Granatieri. Il visitato­re espose chiaramente il motivo della sua visita: accogliere i redu­ci, assisterli, riceverli al Quirinale.

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