In
quel periodo Maria José avrebbe voluto riprendere la propria vita attiva
visitando cliniche e ospedali, in un ambiente più favorevolmente preparato
dalle visite frequenti delle duchesse di Genova e di Ancona: ma dovette rinunciarvi,
data la situazione. Dovette pure rinunciare ai concerti, che tanto gradiva (la
cosa le fu proibita dal generale Infante) limitandosi a vedere sempre le stesse
persone intime, come la signora Jaccarino, che spesse volte era
trattenuta a pranzo, e le signorine di Cossilla e Miranda. Finalmente, qualche
settimana più tardi, dalla Svizzera ritornarono i principi: Umberto andò loro
incontro all'aeroporto, riabbracciandoli felice. Essi presero alloggio
nell'appartamento alla "Manica lunga" già occupato dalla Regina
Elena.
La
domenica seguente, dopo la Messa (alla quale avevano partecipato gli addetti
alle varie Corti residenti al Quirinale) Maria José presentò le principessine
Maria Pia e Gabriella, mentre il Luogotenente presentava il principe Vittorio
Emanuele con queste semplici parole: “Mio figlio".
Anche
dopo il ritorno dei ragazzi, la vita della principessa dl Piemonte non mutò.
Austera, senza visite ufficiali La risposta era sempre la stessa quando si
chiedeva il perché di questo assenteismo: Durante la Luogotenenza non è
contemplata la figura della moglie
Maria
José approfondì la propria conoscenza della lingua russa, che aveva
cominciato a studiare durante il soggiorno svizzero. Correvano allora voci di
un'azione della principessa negli ambienti di Corte, in favore di una Reggenza:
ma nulla avvalora questa Ipotesi alla luce dei fatti. E’ invece esatta una
serie di visite misteriose al Quirinale fatte da una signora, attivissima
propagandista del partito d'Azione; visite che sfuggivano al controllo del
pur vigilantissimo Infante, e che provocarono commenti e pettególezzi
spiacevoli, non soltanto a Roma, originando appunto le voci di una Reggenza.
La
principessa voleva ad ogni costo offrire la propria attività per opere
benefiche. Ne parlò al professor Castellani, ricevette la contessa Vicino
Pallavicino allo scopo di aprire un laboratorio per aiutare le famiglie dei
prigionieri e dei reduci: interessò donna Carlotta Orlando Carabelli, interessò
pure la stessa signora De Gasperi, ed insistette sulla necessità di fondi per
aiutare tanti derelitti. Infine, ascoltato il comm. Paci, incaricato della
beneficenza privata dei principi di Piemonte e che ormai aveva dato si può dire
tutto, la principessa si reco dal Luogotenente ed ottenne la somma che
occorreva, consegnandola alla signora De Gasperi. Quando la signora Gillet, del
posto di ristoro della P.C.A. della stazione Termini, si recò dalla principessa
in visita dl omaggio ed espose i desideri dei reduci. Maria José si rivolse ed
ottenne dal ministro Lucifero la somma da mettere a disposizione
della P.C.A. Ad ogni reduce, a nome di casa reale, furono date lire 200.
Occorre
ricordare che allora arrivavano dai ventimila ai trentamila reduci al giorno.
Arrivavano stanchi, laceri, affamati: e molte volte il piccolo peculio che
erano riusciti a raggranellare nei lunghi mesi di prigionia veniva loro rubato
durante il viaggio. In generale conservavano ancor viva la fede monarchica. E
fu un grave errore da parte monarchica, specie dell'ammiraglio Garofalo, il
non capire l'importanza che aveva questa massa di giovani. Ma la risposta era
sempre la stessa: "La monarchia non può farsi della réclame, deve
reggersi da sé, non deve ricorrere a forme commercialistiche di
propaganda".
Così,
dieci ufficiali reduci dalla prigionia in Germania che si recarono a Napoli
per ossequiare Vittorio Emanuele III urtarono inutilmente contro questo muro di
silenzio, cui faceva da scolta il fedele ma troppo formalistico generale
Puntoni. I reduci vennero a Roma, ove non solo furono ricevuti direttamente dal
Luogotenente, ma, date le loro condizioni, vennero anche ospitati per vari
giorni al Quirinale. E se Umberto avesse avuto una maggiore disponibilità
economica, avrebbe aiutato un numero ancor maggiore di persone. Il conte
Augusto Premoll potrebbe del resto dire con cognizione di causa quante volte
ebbe l'incarico dal Luogotenente di vendere quadri e mobili di valore, onde rifornire
la cassa della beneficenza che era sempre vuota.
La
stessa colpevole negligenza da parte della burocrazia di Corte si dovette
osservare allorché si trattò dei prigionieri di ritorno dalla Russia.
Il
primo convoglio giunse a Roma il 15 novembre del 1945 alle ore 7. Il giorno
prima colonnello dei granatieri A., reduce dalla prigionia in Egitto, si
presentò direttamente all'ufficiale di ordinanza del Luogotenente, capitano
Avalle, chiese udienza per motivi urgentissimi, e venne subito ricevuto.
Umberto
lo abbracciò commosso, conoscendolo fin da quando era con lui al 1°
Granatieri. Il visitatore espose chiaramente il motivo della sua visita:
accogliere i reduci, assisterli, riceverli al Quirinale.
In
queste alternative di generosi tentativi per soccorrere i reduci e di intrighi
per tener lontano da loro Umberto, passò tutto l'autunno e l'inizio
dell'inverno '45-'46. Per il Natale il Luogotenente servì un pranzo ai bimbi
poveri, coadiuvato, dietro sua richiesta, dai principi che risiedevano al Quirinale.
Umberto di Savoia dette l'esempio dell'umiltà e della cordialità più piena
verso i piccoli ospiti. Al pranzo parteciparono trecento bambini, scelti tra i
più poveri e giunti dalla periferia in autocarro. Furono fatti salire per il
grande scalone in fondo al cortile. Nella vasta sala erano state preparate
lunghe tavole dalle finissime tovaglie di Fiandra; gli staffieri, in giacca e
guanti, portavano i piatti nella sala ove si trovava il Luogotenente stesso,
che distribuiva il vitto coadiuvato dai figli Maria Pia e Vittorio Emanuele. Il
pasto era composto (l'un piatto di pasta asciutta al sugo, cinghiale e daino
di Castel Porziano, arrosto con contorno, un piccolo panettone, frutta, un
bicchiere di vino. Molti ragazzi espressero il desiderio di portare una parte
del pranzo ' alla mamma e le dame presenti li aiutarono a confezionare i
pacchetti.
VERSO
IL REFERENDUM
Dunque
la Monarchia non era del tutto assente, specie il suo nuovo capo. Si poteva
fare di più? Indubbiamente. Perché non fu fatto? Certo vi furono colpe, ma non
vanno sopravvalutate: altre cause intervennero e queste appartengono alla
fatalità degli eventi, per cui ad un dato momento della storia è inevitabile
che ciò che deve avvenire avvenga.
Ed
ecco sorgere il fatale anno 1946. Si profilava all'orizzonte il referendum, fra
nubi di tempesta e lampi d'odio. Fascisti non convinti della loro sconfitta,
anche se ormai ai margini della vita politica; antifascisti non sicuri della
loro vittoria, anche se beneficiari quasi assoluti d'una situazione non da
essi soli conquistata; il comunista Valerio proposto per la medaglia d'oro,
mentre mani anticomuniste scrivevano in Trastevere "arivolemo er
puzzone", cioè proprio quel Mussolini che Valerio aveva ucciso; gli
uomini si armavano, le donne ottenevano il voto. Questo il clima in cui fu
impostato e risolto il problema istituzionale.
Dato
ciò, non è da meravigliarsi se il problema stesso sembrava non interessare
nessuno. «E che è?», si domandavano non pochi. L'impreparazione, l'agitazione e
l'arrivismo, danzavano a braccetto nell'ombra, mentre i partiti di destra e,
più ancora, l'entourage del Quirinale, sonnecchiavano come si
trattasse di cosa che non li riguardasse affatto.
Il I°
gennaio vi fu la presentazione degli auguri da parte dei rappresentanti della
Camera, del Senato e delle alte cariche dello Stato. Senza pompa, in forma
democratica, come si disse. Quasi che nel passato sino all'avvento del fascismo,
il nostro Paese e il suo sovrano non fossero stai giudicati i più democratici
dell'Europa... Dopo aver ricevuto gli auguri degli uomini politici, il
Luogotenente passò in una delle sale prospicienti il cortile d'onore dove si
trovavano adunati numerosi bimbi poveri ai quali fece gli auguri ed offrì, come
otto giorni prima, un pranzo.
Ma
qualche giorno più tardi avvenne un episodio che non doveva certo giovare alla
causa monarchica: a un convegno di reduci al posto di ristoro della P.A.C.
alla stazione Termini, il Luogotenente, che aveva annunciato già una sua
visita, all'ultimo momento non andò. I commenti furono infiniti e sfavorevoli
e solo in seguito si seppe che l'entourage di Corte l'aveva
sconsigliato con insistenza, adducendo motivi che poi in parte si rivelarono
falsi.
Mentre
le cose, in Quirinale, stavano a questo punto, non meglio andavano fuori della
Corte: gran parte della nobiltà, per paura od altro, si teneva lontano dal
Luogotenente e non fu certo tra di essa che furono trovati i pochi disinteressati
propagandisti delle tesi monarchiche. Non un soldo venne dato dai grandi
latifondisti che ancora pochi anni prima sollecitavano l'onore di una
presentazione a Corte. Naturalmente vi furono eccezioni: furono generosissime,
nella beneficenza e nella propaganda, la contessa Morozzo della Rocca, la
marchesa Editta Dusmet, il principe Clemente Aldobrandini, la principessa
Marianna Giovanelli, la contessa Martin Franklin. A Palermo, il principe di
Mirto; a Catania, il principe di Sulmona; a Torino, Gianni Agnelli. Ma i più
rimasero inerti.
Soprattutto
grave era l'assenteismo dell'ufficio stampa di casa reale; fra l'altro, in
mancanza di materiale, diciamo, dl propaganda, si ebbe l'ingenuità di far
distribuire, a coloro che in quel tempo richiedevano fotografie del principe
Vittorio Emanuele, immagini di quando questi aveva tre anni. Non si era
riusciti a trovarne altre più recenti.
Dopo
le prime elezioni amministrative, al Nord, un senso di scoramento aveva
invaso tutti. Sembrava non ci fosse più nulla da fare. In questo periodo la
primogenita del Luogotenente, la principessa Maria Pia, si era iscritta alle
"guide", prendeva parte a tutte le esercitazioni, con la massima
semplicità, affiatandosi con ragazze della sua età e di qualsiasi condizione.
Anche ciò fu, si può dire, ignorato. La principessina si recava ogni giorno
alla scuola pubblica, ritornando al Quirinale sempre a piedi, accompagnata
dalla governante signorina Paolini.
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