NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 18 aprile 2026

Vita segreta al Quirinale IV parte




GIUNGONO I REDUCI

In quel periodo Maria José avrebbe voluto riprendere la propria vita attiva visitando cliniche e ospedali, in un ambiente più favorevolmente preparato dalle visi­te frequenti delle duchesse di Genova e di Ancona: ma dovette ri­nunciarvi, data la situazione. Dovette pure rinunciare ai con­certi, che tanto gradiva (la cosa le fu proibita dal generale Infante) limitandosi a vedere sempre le stesse persone intime, come la signora Jaccarino, che spesse volte  era trattenuta a pranzo, e le signo­rine di Cossilla e Miranda. Finalmente, qualche settimana più tardi, dalla Svizzera ritornaro­no i principi: Umberto andò loro incontro all'aeroporto, riabbracciandoli felice. Essi presero allog­gio nell'appartamento alla "Mani­ca lunga" già occupato dalla Regina Elena.

La domenica seguente, dopo la Messa (alla quale avevano parte­cipato gli addetti alle varie Corti residenti al Quirinale) Maria José presentò le principessine Maria Pia e Gabriella, mentre il Luogotenen­te presentava il principe Vittorio Emanuele con queste semplici pa­role: “Mio figlio".

Anche dopo il ritorno dei ragaz­zi, la vita della principessa dl Piemonte non mutò. Austera, senza visite ufficiali La risposta era sempre la stessa quando si chiedeva il perché di questo assenteismo: Durante la Luogotenenza non è contemplata la figura della mo­glie 

Maria José approfondì la pro­pria conoscenza della lingua rus­sa, che aveva cominciato a studia­re durante il soggiorno svizzero. Correvano allora voci di un'azione della principessa negli ambienti di Corte, in favore di una Reggenza: ma nulla avvalora questa Ipotesi alla luce dei fatti. E’ invece esatta una serie di visite misteriose al Quirinale fatte da una signora, attivissima propagandista del par­tito d'Azione; visite che sfuggiva­no al controllo del pur vigilantis­simo Infante, e che provocarono commenti e pettególezzi spiacevoli, non soltanto a Roma, originando appunto le voci di una Reggenza.

La principessa voleva ad ogni costo offrire la propria attività per opere benefiche. Ne parlò al professor Castellani, ricevette la con­tessa Vicino Pallavicino allo scopo di aprire un laboratorio per aiutare le famiglie dei prigionieri e dei reduci: interessò donna Carlotta Orlando Carabelli, interessò pure la stessa signora De Gasperi, ed in­sistette sulla necessità di fondi per aiutare tanti derelitti. Infine, ascoltato il comm. Paci, incaricato della beneficenza privata dei principi di Piemonte e che ormai aveva dato si può dire tutto, la principessa si reco dal Luogotenente ed ottenne la somma che occorreva, consegnandola alla signora De Gasperi. Quando la signora Gillet, del posto di ristoro della P.C.A. della stazione Termini, si recò dalla principessa in visita dl omaggio ed espose i desideri dei reduci. Maria José si rivolse ed ottenne dal ministro Lucifero la somma da mettere a disposizione della P.C.A. Ad ogni reduce, a nome di casa reale, fu­rono date lire 200.

Occorre ricordare che allora ar­rivavano dai ventimila ai trenta­mila reduci al giorno. Arrivavano stanchi, laceri, affamati: e molte volte il piccolo peculio che erano riusciti a raggranellare nei lunghi mesi di prigionia veniva loro ru­bato durante il viaggio. In generale conservavano ancor viva la fede monarchica. E fu un grave errore da parte monarchica, spe­cie dell'ammiraglio Garofalo, il non capire l'importanza che aveva que­sta massa di giovani. Ma la rispo­sta era sempre la stessa: "La mo­narchia non può farsi della récla­me, deve reggersi da sé, non deve ricorrere a forme commercialistiche di propaganda".

Così, dieci ufficiali reduci dal­la prigionia in Germania che si re­carono a Napoli per ossequiare Vittorio Emanuele III urtarono inutilmente contro questo muro di silenzio, cui faceva da scolta il fedele ma troppo formalistico ge­nerale Puntoni. I reduci vennero a Roma, ove non solo furono ricevuti direttamente dal Luogotenente, ma, date le loro condizioni, vennero anche ospitati per vari giorni al Quirinale. E se Umberto avesse avuto una maggiore disponibilità economica, avrebbe aiutato un nu­mero ancor maggiore di persone. Il conte Augusto Premoll potreb­be del resto dire con cognizione di causa quante volte ebbe l'inca­rico dal Luogotenente di vendere quadri e mobili di valore, onde ri­fornire la cassa della beneficenza che era sempre vuota.

La stessa colpevole negligenza da parte della burocrazia di Corte si dovette osservare allorché si trattò dei prigionieri di ritorno dalla Russia.

Il primo convoglio giunse a Ro­ma il 15 novembre del 1945 alle ore 7. Il giorno prima colonnello dei granatieri A., reduce dalla pri­gionia in Egitto, si presentò diret­tamente all'ufficiale di ordinanza del Luogotenente, capitano Avalle, chiese udienza per motivi urgen­tissimi, e venne subito ricevuto.

Umberto lo abbracciò commos­so, conoscendolo fin da quando era con lui al 1° Granatieri. Il visitato­re espose chiaramente il motivo della sua visita: accogliere i redu­ci, assisterli, riceverli al Quirinale.

In queste alternative di generosi tentativi per soccorrere i redu­ci e di intrighi per tener lonta­no da loro Umberto, passò tutto l'autunno e l'inizio dell'inverno '45-'46. Per il Natale il Luogotenen­te servì un pranzo ai bimbi pove­ri, coadiuvato, dietro sua richiesta, dai principi che risiedevano al Qui­rinale. Umberto di Savoia dette l'e­sempio dell'umiltà e della cordia­lità più piena verso i piccoli ospiti. Al pranzo parteciparono trecento bambini, scelti tra i più poveri e giunti dalla periferia in autocarro. Furono fatti salire per il grande scalone in fondo al cortile. Nella vasta sala erano state preparate lunghe tavole dalle finissime tova­glie di Fiandra; gli staffieri, in giacca e guanti, portavano i piatti nella sala ove si trovava il Luo­gotenente stesso, che distribuiva il vitto coadiuvato dai figli Maria Pia e Vittorio Emanuele. Il pasto era composto (l'un piatto di pasta a­sciutta al sugo, cinghiale e daino di Castel Porziano, arrosto con con­torno, un piccolo panettone, frut­ta, un bicchiere di vino. Molti ra­gazzi espressero il desiderio di por­tare una parte del pranzo ' alla mamma e le dame presenti li aiu­tarono a confezionare i pacchetti.

VERSO IL REFERENDUM

Dunque la Monarchia non era del tutto assente, specie il suo nuo­vo capo. Si poteva fare di più? Indubbiamente. Perché non fu fatto? Certo vi furono colpe, ma non vanno sopravvalutate: altre cause intervennero e queste ap­partengono alla fatalità degli even­ti, per cui ad un dato momento della storia è inevitabile che ciò che deve avvenire avvenga.

Ed ecco sorgere il fatale anno 1946. Si profilava all'orizzonte il referendum, fra nubi di tempesta e lampi d'odio. Fascisti non convin­ti della loro sconfitta, anche se or­mai ai margini della vita politica; antifascisti non sicuri della loro vittoria, anche se beneficiari qua­si assoluti d'una situazione non da essi soli conquistata; il comunista Valerio proposto per la medaglia d'oro, mentre mani anticomuniste scrivevano in Trastevere "arivolemo er puzzone", cioè proprio quel Mussolini che Valerio aveva ucci­so; gli uomini si armavano, le don­ne ottenevano il voto. Questo il clima in cui fu impostato e risol­to il problema istituzionale.

Dato ciò, non è da meravigliar­si se il problema stesso sembrava non interessare nessuno. «E che è?», si domandavano non pochi. L'impreparazione, l'agitazione e l'arrivismo, danzavano a braccet­to nell'ombra, mentre i partiti di destra e, più ancora, l'entourage del Quirinale, sonnecchiavano co­me si trattasse di cosa che non li riguardasse affatto.

Il I° gennaio vi fu la presentazio­ne degli auguri da parte dei rap­presentanti della Camera, del Se­nato e delle alte cariche dello Stato. Senza pompa, in forma democratica, come si disse. Quasi che nel passato sino all'avvento del fa­scismo, il nostro Paese e il suo sovrano non fossero stai giudicati i più democratici dell'Europa... Dopo aver ricevuto gli auguri degli uo­mini politici, il Luogotenente pas­sò in una delle sale prospicienti il cortile d'onore dove si trovavano adunati numerosi bimbi poveri ai quali fece gli auguri ed offrì, co­me otto giorni prima, un pranzo.

Ma qualche giorno più tardi avvenne un episodio che non do­veva certo giovare alla causa mo­narchica: a un convegno di re­duci al posto di ristoro della P.A.C. alla stazione Termini, il Luogote­nente, che aveva annunciato già una sua visita, all'ultimo momen­to non andò. I commenti furono infiniti e sfavorevoli e solo in se­guito si seppe che l'entourage di Corte l'aveva sconsigliato con in­sistenza, adducendo motivi che poi in parte si rivelarono falsi.

Mentre le cose, in Quirinale, sta­vano a questo punto, non meglio andavano fuori della Corte: gran parte della nobiltà, per paura od altro, si teneva lontano dal Luogotenente e non fu certo tra di essa che furono trovati i pochi disinte­ressati propagandisti delle tesi mo­narchiche. Non un soldo venne da­to dai grandi latifondisti che an­cora pochi anni prima sollecitava­no l'onore di una presentazione a Corte. Naturalmente vi furono ec­cezioni: furono generosissime, nel­la beneficenza e nella propaganda, la contessa Morozzo della Rocca, la marchesa Editta Dusmet, il prin­cipe Clemente Aldobrandini, la principessa Marianna Giovanelli, la contessa Martin Franklin. A Pa­lermo, il principe di Mirto; a Ca­tania, il principe di Sulmona; a Torino, Gianni Agnelli. Ma i più rimasero inerti.

Soprattutto grave era l'assentei­smo dell'ufficio stampa di casa rea­le; fra l'altro, in mancanza di ma­teriale, diciamo, dl propaganda, si ebbe l'ingenuità di far distribuire, a coloro che in quel tempo richiedevano fotografie del principe Vit­torio Emanuele, immagini di quan­do questi aveva tre anni. Non si era riusciti a trovarne altre più recenti.

Dopo le prime elezioni ammini­strative, al Nord, un senso di sco­ramento aveva invaso tutti. Sem­brava non ci fosse più nulla da fare. In questo periodo la primo­genita del Luogotenente, la prin­cipessa Maria Pia, si era iscritta alle "guide", prendeva parte a tut­te le esercitazioni, con la massima semplicità, affiatandosi con ragazze della sua età e di qualsiasi con­dizione. Anche ciò fu, si può dire, ignorato. La principessina si reca­va ogni giorno alla scuola pubbli­ca, ritornando al Quirinale sempre a piedi, accompagnata dalla governante signorina Paolini.

Nessun commento:

Posta un commento