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| Mussolini nel 1923 |
Mussolini anti-liberale: «l'opera del Governo non si discute».
Socialisti ufficiali (che fanno
capo all'Avanti!) e socialisti democratici (che fanno capo alla Giustizia) si
azzuffano fra di loro: la sezione della Fiom di Torino, detenuta dai primi
viene sciolta dal comitato centrale nel quale predominano i riformisti Buozzi,
Colombino, ecc... Mussolini ne approfitta e scioglie l'Associazione Generale
degli operai di Torino, sorta nel 1850 con finalità mutualistiche, solo perché
caduta in mano ai comunisti che - come al solito - ne hanno fatto strumento di
parte. Contemporaneamente, Il Lavoro d’Italia, giornale fascista, accenna alla
eventualità di permettere l'esistenza alle sole organizzazioni sindacali
fasciste ed alla Confederazione del Lavoro. L'Osservatore Romano insorge e
protesta perché ciò significherebbe un grave pericolo per le organizzazioni operaie
cattoliche. L’organo del Vaticano che mai aveva fatto cenno alle devastazioni
compiute contro le camere del lavoro socialiste, ora si ribella alla sola
minaccia di scioglimento delle organizzazioni bianche. Con questi provvedimenti
e con queste minacce Mussolini rivela le sue tendenze: mentre è imperialista in
politica estera sarà reazionario all’interno ora che ha quasi tutti gli
istrumenti adatti per esercitare la dittatura: voto di fiducia riconfermatogli
più volte dalla Camera e dal Senato pieni poteri a grande maggioranza -
istituzione del Gran Consiglio - fondazione della Milizia Volontaria Sicurezza
Nazionale che sarà composta di 300.000 uomini armati.
Nessuno dei nostri uomini politici,
nessun giornale, nessun giurista protesta per la istituzione di una guardia
armata di partito. Anzi il senatore socialista Ettore Ciccotti dopo avere
difesa sul Giornale d'Italia la necessità dell'istituzione della M.V.S.N. onde
difendersi contro attacchi e insidie che non possono mancare dove vi sono
interessi, anche legittimamente offesi e passioni contrastate, così continua: «La
Nazione deve molta gratitudine a quegli uomini ardimentosi e di fede che, nelle
ore difficili si sono messi allo sbaraglio, e deve averli in vista sempre e
ovunque, nel concorso delle necessarie attitudini, ne sarà utile l'impiego».
Nemmeno la creazione di un organo
come il Gran Consiglio che evidentemente, sin dal nascere, rivela il suo
compito di sostituire le designazioni della maggioranza mette in guardia i
nostri parlamentari, né è materia di protesta per i giornali di opposizione. Il
Gran Consiglio è stato creato nella notte dal 15 al 16 dicembre 1923 e
funziona, senza che alcuna legge lo autorizzi, come organo del fascismo fino al
9 dicembre 1928, quando ne verrà emanato l'ordinamento e definite le
attribuzioni. Organo schiettamente rivoluzionario funzionerà accanto e
inevitabilmente al di sopra del Governo parlamentare, come strumento della
rivoluzione che poggia e si appella alla forza armata delle camicie nere. Esso
si sottrae al controllo parlamentare ed alla giurisdizione dei capi supremi
delle forze armate dello Stato.
In quella stessa notte dal 15 al 16
dicembre viene deliberata la istituzione della Milizia Volontaria Sicurezza
Nazionale, alle dipendenze dirette del Capo del Governo e del Gran Consiglio.
Non sarà ripetuto abbastanza che
questi due strumenti massimi della dittatura sono creati essendo al Governo:
liberali, democratici sociali, riformisti e popolari. Confermiamo: nei giornali
dell'epoca non si trova traccia di protesta, nemmeno di critica blanda;
silenzio o approvazioni incondizionate.
E' la fine della collaborazione fra
Parlamento e Corona, fra Popolo e Sovrano. Del resto Mussolini attraverso
agenzie semiufficiose ha fatto sapere «che non si deve discutere alla Camera perché tentare di
discutere la politica del Governo vuol dire fare atto di sabotaggio contro lo
Stato, peggio, attentare alla sicurezza dello Stato».
Alla ripresa parlamentare del 6
febbraio 1923 il gruppo socialista presenta una mozione contro la politica
interna del Governo: «La Camera, constatato che le pubbliche e private libertà
sono sistematicamente manomesse in danno dei lavoratori, delle organizzazioni e
in genere di quanti manifestano il proprio dissenso dalla politica del Governo,
ecc.», ma alla discussione si oppone Mussolini e la Camera approva.
In mezzo a tanto spiegamento di
reazione primeggiano purtroppo, fra i maggiori difensori del fascismo, gli
esponenti del nostro liberalismo: Orlando e Giolitti, Salandra e Sarrocchi,
Bonomi e Fera, De Capitani e Gentile. Il Partito Liberale si affanna in dichiarazioni
di lealismo ma le agenzie ed i giornali ufficiosi fanno sapere che «il Governo
di Mussolini non condivide la concezione liberale dello Stato e sostiene invece
la concezione fascista dello Stato, il che vuol dire che il Governo Mussolini
non è affatto disposto a consentire un'opera di sabotaggio dell'azione statale,
anche se compiuta sotto i paludamenti più rispettabili e con metodi più indiretti».
Ed il Giornale d'Italia, in un articolo intitolato «I liberali ed il Fascismo»,
esalta il P.L. vantandone la benemerenza per avere aiutato e difeso il nuovo
movimento nei primi tempi.
Solo il Mondo insorge anche perché
è, risaputo che le espressioni tanto severe contro il liberalismo erano state
pronunciate il giorno prima in un colloquio fra Mussolini e la direzione del
partito, colloquio nel quale si erano scambiate dichiarazioni di fiducia da ambo
le parti. E l'Avanti! non risparmia le sue invettive a Giolitti, «il vecchio
grammofono democratico», ma specialmente investe Orlando, «l'uomo della
disfatta diplomatica dell'Italia, disfatta più grave di quella di Caporetto perché
irreparabile» per il fatto di avere messo la sua scienza giuridico -costituzionale
al servizio del colpo di Stato». «La via era tracciata e su quella via si
precipitarono Bonomi e Fera, don Sturzo,
Facta e tutti quanti!... »
I liberali oramai come tutti partiti del resto,
non costituiscono che un esercito
in rotta i cui capi hanno rinunciato
al combattimento. Nel discorso alla Camera dei deputati del 1 febbraio 1923 il
Duce rivela la tecnica e la dottrina fascista in completa antitesi col
liberalismo. Egli non tende più al governo forte ma al governo personale, cioè
alla dittatura; e nella seduta precedente, in una acuta critica, Filippo Turati
aveva rilevato gli atteggiamenti di prepotenza assunti dal Capo del Governo.
Nel chiedere la discussione sul disegno di legge delle otto ore di lavoro -
discussione rinviata dall'on. Mussolini - Turati così concludeva: «E doveroso
uscire da questa ambiguità. O governare col Parlamento restituito alla pienezza
dei suoi poteri, o governare con la dittatura, con le formidabili responsabilità
storiche che essa comporta. Le due cose, lungamente, non possono vivere
insieme».
Il deputato socialista cercava
evidentemente di portare il governo sul terreno della politica interna, ma il
ministro democristiano del lavoro Cavazzoni sostiene la tesi del rinvio
prospettata da Mussolini, il quale parlando sulla politica estera ed interna
dichiarava in tono che non ammetteva replica: «Dureremo trent'anni per lo meno
ed avremo tempo di dimostrare la nostra originalità... Non c'è niente da discutere
in materia di politica interna, quello che accade, accade per una precisa e
diretta volontà e dietro miei ordini tassativi, dei quali assumo naturalmente
piena e personale responsabilità. La differenza fra lo Stato liberale e lo
Stato fascista consiste precisamente in ciò: che lo Stato fascista non solo si
difende, ma attacca. E coloro che intendono di diffamarlo allo estero e di
minarlo all'interno devono sapere che il loro mestiere importa incerti
durissimi. I nemici dello Stato fascista non si meraviglieranno se io li
tratterò severamente come tali ».
Accennando a certe avances -
smentite da Turati - fatte dal giornalista Gregorio Nofri da parte dei socialisti
ed in nome del Turati stesso, brutalmente dichiara che «le pecore rognose non
entreranno nel mio ovile» (1). E così conclude il discorso: «Credo che in
queste direttive di politica interna e di politica estera sia oggi consenziente
la parte migliore del popolo italiano». (Vivi e prolungati applausi). Prende
quindi la parola l'on. Orlando per difendersi dalle accuse sulle conseguenze
del trattato di Londra, ed esaltare le fede che egli ebbe nella Vittoria nei
tristi giorni di Caporetto. Non una parola, però, in difesa della libertà e dei
diritti politici dei cittadini.
(1) All'accusa mossa alla Camera da
Mussolini circa le avances dei socialisti
social democratici per un accordo col Governo, Turati smentiva. Ma il PopoIo d'Italia nella persona del Suo redattore
capo Sandro Giuliani assicurava dell'avvenuto
colloquio coi Nofri, e pubblicava una lettera di Mussolini nella quale si parlava di queste avances dovute all'iniziativa
del socialista Carlo Missiroli. Dalle polemiche di quei giorni risulterebbe che
trattative vi furono. Ma poi Mussolini sterzò e le respinse.

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