NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
giovedì 9 gennaio 2025
INCIPIT. FIAT LUX
lunedì 6 gennaio 2025
La visita di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena a Treviso
Anni
fa, mentre passeggiavo sotto ai portici di Portobuffolè, uno dei borghi più
belli d’Italia sito in provincia di Treviso, passavo da una bancarella
all'altra presa dalla mia passione per le cartoline riguardanti la Reale Casa
Savoia. I mercatini dell'antiquariato allora erano un'abitudine domenicale che
raramente perdevo, all'epoca era più semplice trovare pezzi di tutto rispetto,
con prezzi che variavano a seconda della scena, dell'evento, che fosse
viaggiata o no, e anche le parole scritte davanti o sul retro facevano la
differenza. Alcune infatti sono la testimonianza di vite passate e sentimenti
che sembrano ancora emanare tutta la loro energia, altre attestano invece fatti
storici e visite che i Reali facevano presso ogni città d'Italia.
Una
domenica mi imbattei in qualcosa di diverso, quel pomeriggio fui folgorata da
due manifesti datati 1903 e che annunziavano l'uno l'arrivo di Re Vittorio
Emanuele III e della Regina Elena a Treviso e l'altro la loro partenza. Ovvio
che non me li feci sfuggire.
La
misura dei manifesti purtroppo imponeva qualche piega ma nulla, neanche lo
scorrere dei decenni, ha intaccato la ricchezza di linguaggio e la ricercatezza
di parole con le quali i Reali furono omaggiati dalle autorità locali.
L'arrivo
era indicato precisamente fin nell'orario, le 17:35 del 27 agosto 1903, e un
moto di profonda gratitudine annunciava con giubilo alla cittadinanza l'arrivo
dei Savoia nel capoluogo della Marca.
Vittorio
Emanuele III vi giungeva per sovraintendere le grandi manovre che all'epoca si
svolsero in Veneto.
La
loro venuta nella città veneta sembrava destare uno spirito patriottico,
parlava di avvenire e aspirazioni, parole alle quali ahimè attualmente non
facciamo più riferimento. E tutto poi finiva nella gioia di accogliere la
Regina Elena, vista come "luce di grazia e beltà" che coronava
nobilmente, sia d'aspetto che in sentimenti, questo soggiorno reale a Treviso.
Altresì
chiare sono le emozioni che traspaiono dal manifesto di commiato datato 7
settembre 1903, un fiume di riconoscenza immortala nel testo tutto l’affetto
con cui l'allora amministrazione comunale scrisse con enfasi i manifesti. Di
certo il Re aveva palesato la sua ammirazione per la città e la cittadinanza
tanto da lasciare in dono una somma destinata in beneficenza a Istituti "visitati
o segnalati per speciali ragioni".
La
gratitudine era reciproca, da come si evince leggendo lo storico documento, e
si intuisce quanto fossero condivisi questi sentimenti tra il Re e la Regina,
quest'ultima sempre pronta a porgere la mano verso il prossimo e lenire
sofferenze con la sua materna presenza.
Non
sappiamo di certo quali emozioni abbia suscitato nella coppia reale questo
soggiorno trevigiano, di certo la nobiltà d'animo della Regina Elena avrà
propiziato qualche visita alle persone più bisognose a cui Ella amava andare
incontro. Il suo cuore caritatevole emergeva ovunque, la sua sensibilità avrà
scorto il più invisibile degli uomini suggerendo al suo amato consorte questo
ennesimo slancio di generosità che in lei si materializzava come presenza, si
sentiva la mamma di tutti il suo popolo.
Il
lascito aveva una valenza economica sicuramente efficace, ma superiore era
l'immensa eredità che i cuori della coppia regale lasciarono sicuramente anche
a Treviso.
Piego
accuratamente i manifesti, un po' spiace riporli in un cassetto perché tra
quelle frasi che apparentemente appaiono di circostanza si cela un mondo a noi
oggi sconosciuto, uno spirito che parla di Patria e gratitudine e fa sentire
l'eco lontana di un’appartenenza alla comunità che attualmente si disperde in
un'apparente affermazione di Stato che risulta fioca rispetto all’essere Patria.
Etimo quasi ignoto quest’ultimo , la sua scomparsa contribuisce a far scordare
le nostre radici, la tradizione, il sentirsi appartenenti ad una comunità che
vorrebbe ritrovare sé stessa e il suo spirito, audace e allo stesso tempo
solidale. E mentre immagino questa copia regale attraversare elegantemente
piazza dei Signori penso alle sensazioni degli stessi, alla realtà toccata con
mano, alle necessità alle quali la Regina non si sottrasse, lasciando con il
consorte il tenero ricordo del suo passaggio. Come fosse una di quelle poesie
che lei vergava da ragazza con entusiasmo e stupore. La farfalla azzurra non
aveva smesso di volare e credo che le sue ali amino riempire l'aria della sua
Patria di ogni bene, proteggendo la sua amata gente. Ella sapeva unire l'amore
per la bellezza alla carità, e questa grazia sottile e sublime traspare anche
da questi manifesti che conservo come fossero parte di me, ricordandomi un
mondo vicino e lontano, scordato ma vivo, accantonato ma mai vinto.
Ecco,
mentre i miei occhi scorrono tra queste frasi, io immagino la raffinatezza di
un'anima nobile che ha solcato le vie di Treviso a braccetto del suo amato e
regale consorte, quando soffiava la brezza di ideali e di valori oramai sfumati
all’ombra di effimeri slogan senza anima né di forti principi. La Regina Elena li
incarnava tutti, con assoluta grazia e maestria, vivendo per amare. Questo la
rese nobile, illustre ed esempio di generosità e carità. Ecco, Ella rifulge anche
da questi due manifesti che ci riportano ad un passato che respira tra le
parole scelte con accuratezza, per incorniciare un evento che all'epoca
coinvolse la cittadinanza nella gioia di accogliere la coppia Reale e di
sentirsi uniti alla propria Patria.
Monia
Pin
domenica 8 dicembre 2024
ALDO GIOVANNI RICCI, NON “STORIELLE”, STORIA

di Aldo A. Mola
Alla scoperta del referendum del
2-3 giugno 1946
La “Giornata particolare” appena
dedicata al 2 giugno 1946 da Aldo Cazzullo su “LA7” è un'occasione mancata per
far conoscere al grande pubblico come davvero andò il referendum istituzionale.
Sin dal sottotitolo: “Monarchia contro Repubblica”, anziché “Monarchia o
repubblica”. Il referendum e l'elezione dell'Assemblea costituente furono
gestiti da un governo formato esclusivamente da fervidi repubblicani, a
eccezione di Leone Cattani che la notte fra il 12 e il 13 giugno votò contro il
conferimento delle funzioni di capo dello Stato ad Alcide De Gasperi. Quel
“gesto rivoluzionario” (come lo definì Umberto II nel Proclama agli italiani
diramato partendo da Roma alla volta del Portogallo), o “colpo di Stato”, pose
il re di fronte al dilemma: cedere alla prevaricazione del governo o rischiare
di precipitare l’Italia in una nuova guerra civile. Nell’esecutivo i poteri
strategici erano nelle mani dei socialisti Giuseppe Romita, ministro per
l'Interno, e Pietro Nenni, vicepresidente (che minacciò “Repubblica o caos”), e
del comunista Palmiro Togliatti, ministro di Grazia e Giustizia, il quale
ripetutamente impose la sua linea trincerandosi anche dietro affermazioni non
vere. Per esempio, a chi chiese il controllo delle schede referendarie votate
rispose che esse erano già state distrutte.
Mentre per la
repubblica si schierarono quasi tutti i quotidiani “di opinione” e, s'intende,
i programmi radiofonici, i monarchici non riuscirono a dar vita a un giornale
nazionale. Pesò anche il desiderio del principe Umberto, dal 5 giugno 1944
Luogotenente del regno (anziché “del Re”), di rimanere “al di sopra della
mischia”. In tal modo egli finì quindi per subire le imposizioni del governo,
espressione del Comitato centrale di liberazione nazionale, vincolato alle
direttive anglo-americane. Emanò il Decreto luogotenenziale 25 giugno 1944, n.
151, che, rimettendo la scelta della forma dello Stato alla decisione dei
cittadini, di fatto sospese lo Statuto albertino e instaurò un regime di
“costituzione provvisoria”: cesura sulla quale non si conosce il giudizio di
Vittorio Emanuele III, che aveva, sì, trasferito al figlio tutti i poteri
nessuno escluso, ma non la Corona.
Nell'impossibilità di
rettificare in questa sede le inesattezze della narrazione esposta da Cazzullo,
ne vanno corrette almeno alcune affermazioni sulle quali la storiografia ha
fatto luce da tempo. Il governo Mussolini, insediatosi il 31 ottobre 1922
senz'alcun bisogno della leggendaria “marcia su Roma”, comprese esponenti di
tutti i partiti costituzionali. Alla Camera fu il capogruppo De Gasperi a
motivare il voto favorevole del Partito popolare italiano. Ad approvare a
larghissima maggioranza quel governo furono deputati liberamente eletti il
maggio 1921: un caso unico di “suicidio politico”, come, fra altri, ha
insegnato per decenni lo storico socialista Giovanni Sabbatucci, morto
ottantenne pochi giorni addietro.
Scrupolosamente
costituzionale, come gli viene riconosciuto da studiosi non faziosi, il re
assecondò i pareri di tutti i gruppi parlamentari, delle forze costituzionali e
anche dell'altra riva del Tevere, con la quale Mussolini era in rapporti
diretti. Negli anni del regime autoritario (non totalitario), il re sanzionò,
emanò e promulgò leggi approvate dal Parlamento, anche quando (come quelle
razziste del 1938) non le approvava affatto. Non aveva facoltà di rinviarle
alle Camere, come invece previsto dalla Carta repubblicana. La sua condizione
non fu troppo diversa da quella del Presidente della Repubblica Sergio
Mattarella, che recentemente ha dichiarato di aver firmato anche leggi da lui
non condivise. “Così si può colà dove si puote”: il Parlamento, eletto dai
cittadini, sempre pronti a scaricare su altri le proprie responsabilità.
Mentre ha omesso di
ricordare che fu Vittorio Emanuele III, nella pienezza dei suoi poteri, a
sostituire Mussolini con Pietro Badoglio, e a smantellare il Partito fascista e
tutti i suoi organi e istituti (25 luglio 1943: decisione presa a prescindere
al voto del Gran Consiglio), Cazzullo ha reiterato l'accusa di “fuga da Roma”
del re (9 settembre 1943), già usata da Mussolini e dai repubblichini. Il
fuggiasco procede occultamente sotto finte spoglie. L'auto del sovrano, in
divisa militare, uscì dalla Capitale con lo stendardo reale bene in vista. Né è
stato sottolineato che l'accettazione della resa (3 settembre) salvò la
continuità dello Stato e la sua quasi totale integrità territoriale.
Quando, dopo lunghe
digressioni, giunto al punto il narratore ha ricordato quanti andarono alle
urne ma non ha detto una parola sui tre milioni di aventi diritto al voto che
ne furono impediti, o per motivi politici, o perché ancora prigionieri di
guerra (centinaia di migliaia) o perché non ebbero la tessera elettorale o,
infine, perché residenti nella XII Circoscrizione elettorale (Friuli-Venezia
Giulia, Fiume, Zara...), esclusa dalla consultazione, come la provincia di
Bolzano, con la promessa di potersi pronunciare quando fosse cessata la loro
condizione di terre disputate: impegno mai mantenuto dal governo. Su 28 milioni
di elettori, i votanti furono circa 25 milioni. La monarchia ottenne 10.700.000
suffragi; la repubblica 12.700.000: poco più della metà dei voti validi, molti
meno della metà degli elettori e con un margine di vantaggio sul numero dei
votanti così ristretto da legittimare la richiesta di verifica dei verbali dei
seggi, inviati dagli Uffici elettorali circoscrizionali a quello Centrale.
Il 10 giugno, a
cospetto di dati ancora provvisori, il presidente della Corte Suprema di
Cassazione, Giuseppe Pagano, chiese che fossero rendicontati non solo i voti
validi ma anche le schede bianche, nulle, contestate e non attribuite (circa
1.500.000), fino a quel momento ignorate. Prima ancora che la verifica avesse
corso (13-16 giugno), il Consiglio dei ministri compì il “gesto rivoluzionario”
di cui sopra si è detto. Ormai partito il Re dal suolo patrio, la verifica si
risolse in un'operazione burocratica, suggellata dal colpo di Stato contro la
lingua italiana messo a segno da 12 dei 18 componenti della Corte Suprema
secondo i quali per “votanti” non si intende quanti vota ma solo i voti validi:
decisione non condivisa né da Pagano né dal Procuratore generale della Corte,
Massimo Pilotti, e rimasta unica nella storia elettorale d'Italia perché del
tutto infondata. “Votante” è chi va al seggio, ritira la scheda, la vota e la
depone nell'urna. Alle 18 del 18 giugno, letti gli esiti comunicati dall'Ufficio
Elettorale Centrale, Pagano non “proclamò” affatto la Repubblica (prevalsa per
effetto della legge elettorale), né accolse l'invito rivoltogli da De Gasperi
di accompagnarlo al Viminale. Nessuno fece notare (e Cazzullo ha perso
l'occasione di dirlo) che dopo il 10 giugno e anche dopo la partenza di Umberto
II dall'Italia tutti gli atti con valore legale continuarono a essere intestati
“in nome del Re” sino al 19 giugno, quando la “Gazzetta Ufficiale” pubblicò il
verbale dell'adunanza del 18.
Si dirà che queste
sono cose arcinote e documentate. Ma allora perché non dirle invece di narrare
storielle irrilevanti? Perché, mentre Umberto viene definito “uomo ordinario”,
di Vittorio Emanuele III si ripete che fu complice del regime? Alle urne gli
italiani andarono nel 1919, 1921, 1924, il 24 marzo 1929, subito dopo la
Conciliazione Stato-Chiesa dell'11 febbraio, e ancora nel 1934. Seguirono gli
“anni del consenso” (Renzo De Felice). Il re poteva/doveva scendere in piazza
da solo contro piazze stracolme di persone che inneggiavano al governo
Mussolini (vezzeggiato anche da Stati “democratici”) e continuarono a credergli
sino alla catastrofe del 1943?
Aldo G. Ricci, archivista...
Per conoscere, capire e parlare
degli anni 1943-1948, cioè dal governo Badoglio alla vittoria della Democrazia
cristiana guidata da De Gasperi, è d'obbligo la lettura, matita alla mano,
dell'edizione critica dei “Verbali del Consiglio dei ministri” di quegli anni,
curati da Aldo Giovanni Ricci: dieci volumi in quindici tomi, con introduzioni
e uno sterminio di note.
A 24 anni Ricci entrò
per concorso all'Archivio Centrale dello Stato. Occhiuto direttore della Sala
di studio frequentata da generazioni di studiosi e poi della Biblioteca, vice
sovrintendente sino al 2002 e sovrintendente dal 2004 al 2009, Ricci non rimase
succubo dei chilometri di scaffali e dalla mole immensa di faldoni, croce e
delizia degli storici che per scrivere non si limitano a sfogliare qualche
libro altrui ma risalgono alle fonti. Nella congerie di carte allo studioso
accade di imbattersi nella conferma di quanto riteneva o di documenti che
costringono a sostare e talvolta a correggersi perché “sapientis est mutare
consilium”.
Ricci ne ha conosciuti
e aiutati tanti. Li ha assecondati nella ricerca e nel confronto. Era, del
resto, la sua personale esperienza. Laureato con Lucio Colletti e poi suo
assistente volontario, fece i conti con il marxismo, con tutte le “eresie” del
socialismo e con Jean-Charles-Léonard Simonde de Sismondi (Ginevra, 1773-1842).
Poi studiò i massimi protagonisti del Risorgimento italiano, da Cavour (ne
pubblicò per primo i verbali dei governi nella collana “Libro Aperto”) a
Garibaldi, biografato in “Obbedisco. Garibaldi eroe per scelta e per destino”
(Palombi, 2007) e a Mazzini, una cui raccolta di ricordi e pensieri pubblicò
nel 2011, 150° della proclamazione del regno d'Italia. All'attività
scientifica, inclusa la collaborazione con l'Istituto dell'Enciclopedia
Italiana Treccani, Ricci unì la pubblicazione in quotidiani e periodici di
articoli che sono veri propri saggi, conferenze, interventi in una miriade di
convegni e le lezioni dalla cattedra di storia dei partiti nell'Università
Guglielmo Marconi di Roma e nel master “Esperti in politica” presso la Lumsa di
Roma.
… storico del centrismo
degasperiano...
Ricci ha concentrato le sue
riflessioni sull'intervento dell'Italia nella Grande Guerra e le ripercussioni
sul dopoguerra, tra avvento dei partiti di massa e polverizzazione dei
democostituzionali, e sulle lacerazioni del socialismo in fazioni più intente a
contendersi lo spazio della sinistra che a proporsi quale forza di governo.
Ripropose con introduzione critica “Rifare l'Italia” di Filippo Turati (Roma,
Talete, 2008). Del pari approfondì la crisi del secondo dopoguerra in quattro
saggi concatenati: “Aspettando la Repubblica” (Roma, Donzelli, 1996), “Il
compromesso costituente” (Foggia, Bastogi, 2000), “La rinascita dei partiti in
Italia, 1943-1948” (con Pino Bongiorno, Roma, 2009) e “La breve età
degasperiana, 1948-1954” (ed. Rubbettino, 2010). Tirando le somme di anni di
studi su guerra e immediato dopoguerra Ricci tracciò il bilancio dell’egemonia
esercitata dallo statista trentino anche alla luce della crisi della cosiddetta
Prima repubblica e del confronto con la vanità parolaia di inizio Duemila. I governi
De Gasperi vararono Cassa del Mezzogiorno, adesione al piano Marshall, firma
del Patto Atlantico (malgrado l'opposizione accanita delle estreme e, va
aggiunto, i dubbi di tanti democristiani e del clero, diffidente verso il mondo
anglo-americano, protestante assai più che cattolico), piano per il lavoro e
impulso alle grandi opere che prepararono il “miracolo economico”.
De Gasperi, infine,
con Luigi Einaudi, fu in Italia tra i veri fautori della scelta europeistica,
imboccata all'indomani della guerra e del Trattato di pace del febbraio 1947.
L'istituzione della Ceca e dell'Euratom suscitarono gli entusiasmi poi gelati
dalla decisione della Francia di bocciare senza appello la Comunità europea di
difesa. Si dice che al suo annuncio De Gasperi abbia pianto desolatamente. La
via verso la Federazione si era bruscamente interrotta, proprio mentre la
guerra della Francia per conservare l'impero coloniale nella lontana Indocina
andava contro la sconfitta. Il ripiegamento verso la futura Europa delle
nazioni (e dei nazionalismi: Charles De Gaulle) mise in ombra gli Statisti,
come appunto De Gasperi, e riportò in auge i partiti, ancorati a rigidità
ideologiche, fonte di lunghi ritardi sulla via del disgelo, avviato, promesso,
poco promosso e di là da venire, malgrado la breve stagione di Kennedy, Kruscev
e Giovanni XXIII.
… e divulgatore
Nel 1996 Ricci dedicò ai figli
Ilaria e Giovanni una raccolta di 26 articoli sotto il titolo “Storie della
storia d'Italia”, pubblicata dalla Fiap (Federazione italiana associazioni
partigiane, presieduta da Aldo Aniasi e con segretario il vulcanico Lamberto
Mercuri). Nella prefazione il socialista Gaetano Arfé affrontò il nodo di cui
abbiamo parlato la scorsa settimana a proposito dell'opera di Franco Bandini e
Luciano Garibaldi. In Italia molti “divulgatori della storia” non facevano
affatto “ricerca” ma, al più, frugavano in archivi alla ricerca di un
“documento esclusivo” per fare un po' di rumore. Ben diverso, precisò Arfé, era
il metodo dell'allora vice-soprintendente dell'Archivio Centrale dello Stato,
che sapeva inquadrare ogni episodio nella cornice della “lunga durata”: i
problemi costitutivi dello Stato, l'assetto dei poteri, gli ideali che
coniugavano le dirigenze consapevoli di fine Novecento alle non ancora del
tutto esaurite culture politiche del Sette-Ottocento e alla conoscenza della
storia senza barriere cronologiche né tematiche.
Un lustro dopo, Ricci
pubblicò il saggio che ne documenta l'ampiezza degli orizzonti: “La
Repubblica”, dedicato a suo padre, Dante. Uscì nella collana “L'Identità
italiana” diretta da Ernesto Galli della Loggia per “il Mulino”, che già contava
libri di Anna Foa, Piero Dorfles, Luciano Cafagna, Franco Cardini, Alessandro
Campi, Nico Perrone... In sei capitoli, dai Comuni medievali alla vittoria
della Repubblica nella “giornata particolare” del 2 giugno 1946, che
“rappresentò la tormentata” (e, diciamo pure, risicata) “conclusione di un
cammino” a segmenti discontinui, Ricci collocò il proprio saggio nella
fioritura di studi sulla crisi del sistema-Paese, sul problema
dell'Italia-Nazione, sulla morte della patria (tema all'epoca molto discusso) e
sull'esistenza o meno di un patriottismo della Repubblica o, come alcuni
scrivevano, di una “religione civile”. Erano anche gli anni nei quali il
presidente Carlo Azeglio Ciampi ripropose agli italiani il canto nazionale, il
tricolore, l'orgoglio della propria storia, ma senza alcuna indulgenza verso
nazionalismo, isolazionismo, populismo, sibbene da europeo nato in Italia, come
fu ricordato da chi, come Mario Draghi, ne condivise l'impresa di modernizzare
l'Italia nel rilancio dell'europeismo.
Con quelle premesse di
divulgatore scientificamente attrezzato Aldo G. Ricci condivise il progetto del
mensile “Storia in Rete” (SiR) diretto da Fabio Andriola e affiancato da un
comitato comprendente lui, Nico Perrone e Giuseppe Parlato e sorretto,
dall'esterno, da Luciano Garibaldi.
In quell'ambito si ritagliò la
rubrica mensile “Libri&Recensioni”.
Filosofia della storia
Vent'anni dopo, forse anche per
l'amarezza dell'improvvisa sospensione dell'approdo di SiR in edicola, Ricci ha
sentito l'urgenza di raccogliere 32 saggi (articoli, relazioni svolte in
convegni...) dal titolo eloquente: “Elogio della Storia. L'Italia nella guerra
civile europea 1914-1953”, pubblicato nella collana Passato-presente della
Editrice Oaks, con partecipe prefazione di Ernesto Galli della Loggia. Come ha
rilevato Stefano Folli, l'attualità del volume sta anche nella drammaticità dei
tempi incalzanti. Mentre si moltiplicano i fronti di guerre sempre più
devastanti e sanguinose, l'illusione della “fine della storia” e di una pace
perpetua universale, libera da assilli ideologici e da rovelli morali,
liquidati come moralismi dei tempi andati, si rivela per quello che era ed è:
illusione di sottrarsi alla Storia, che torna a martellare prepotente sulla
vita quotidiana e costringe anche Stati dalla vocazione neutralistica a
schierarsi, ad armarsi e, anzi, a distribuire ai cittadini le istruzioni per la
sopravvivenza in caso di guerre con armi “non convenzionali”.
Fra le decine di
saggi, ripartiti in quattro sezioni tematiche (la Grande Guerra, quando, con
Caporetto, l'Italia si scoprì Nazione; fascismo, antifascismo, resistenza; la
Repubblica sociale italiana, riscattata da certo oblio storiografico perché
dopo appena ottant'anni dall'unità l'Italia si scoprì “una Nazione con due
Stati”, ognuno dei quali fonte giuridica; il dopoguerra) ne citiamo uno solo
per suggerire al lettore la misura della tensione anche emotiva dello storico a
cospetto di momenti salienti della breve storia dei popoli d'Italia accomunati
nel regno e poi nella Repubblica italiana: “Il significato simbolico della
tumulazione del Milite Ignoto”. È la relazione pronunciata da Ricci il 9
ottobre 2021 nel convegno svolto a Vicoforte (Cuneo), due passi dalla Basilica
ove, su impulso della principessa Maria Gabriella di Savoia e il concorso del
Presidente Sergio Mattarella, nel dicembre 2017 furono traslate le salme di
Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. Il re, scrive Ricci con parole condivise,
all'Altare della Patria si presentò «come una sorta di sommo sacerdote di un
rito laico collettivo». Fu il “re soldato” che celebrò «il funerale di un
commilitone, diventando simbolo e tramite della volontà e del cordoglio
dell'intera Nazione». Perciò «il soldato senza nome, morto per la Patria al di
fuori di schieramenti di parte, potrebbe rappresentare davvero ancora oggi il
defunto che tutti possono onorare con una memoria almeno per una volta
effettivamente condivisa. Un auspicio il mio, forse un sogno… ma sognare non
costa nulla». Però, aggiungiamo, nella confusione dei “mala tempora”
incombenti, il “sogno” consente di reperire il filo della filosofia della
Storia animata da “pietas” e distinguerla da ogni “storiella”, intrisa di
malanimo. È quanto Ricci suggerisce di fare.
DIDASCALIA: Aldo Giovanni Ricci
(Novara, 1943). Sulla scia dei “Verbali dei governi 1943-1848”, ha pubblicato
le introduzioni ai “Verbali del Consiglio dei ministri della Repubblica sociale
italiana. Settembre 1943-Aprile 1945” (Roma, 2002, voll. 2) e ai “Verbali del
Consiglio dei ministri. Maggio 1948-Luglio 1953” (Roma, 2005-2007, voll. 3),
entrambi a cura di Francesca Romana Scardaccione: opere di riferimento per
qualsiasi studio su quegli anni. Ricci ha anche concorso alla realizzazione di
“Giovanni Giolitti al Governo, in Parlamento, nel Carteggio” (voll. 3, tomi 5,
ed. Bastogi, 2007-2009): opera preceduta dall’individuazione sistematica di
carte giolittiane presenti negli Archivi di Stato italiani. Quei volumi e
“Giolitti, lo Statista della Nuova Italia” (ed. Mondadori, 2003,2012 e
RusconiLibri, 2019) sono a disposizione del cattedratico, di un paio di sindaci
di “luoghi giolittiani” (formula che introducemmo nel 1978 per il Convegno
internazionale patrocinato da Sandro Pertini) e di altri che domandano “Ma
quanti di noi sanno veramente chi fu Giovanni Giolitti?” e si propongono di
riesumarlo in vista del centenario della morte (2028). È già fatto, da tempo.
Però “repetita juvant”…
Saggi storici sulla tradizione monarchica - XII
LA FORMAZIONE DELLO STATO
UNITARIO
SOMMARIO: Carlo Alberto e
la prima guerra d'indipendenza - Vittorio Emanuele II e la
proclamazione del Regno d'Italia - L'espansione coloniale - La prima guerra
mondiale - Conclusione.
1) CARLO ALBERTO E LA PRIMA
GUERRA D'INDIPENDENZA.
I vecchi sovrani che
rientrarono nei loro regni dopo il congresso di Vienna trovarono gravi
cambiamenti, avvenuti durante la loro assenza; soprattutto la borghesia che
tanta parte aveva avuto nella rivoluzione francese, non si sentiva di
riassumere un ruolo subordinato all'alto clero ed alla nobiltà, e a questo
fermento tendente ad ottenere una costituzione che contemplasse degli organismi
rappresentativi che partecipassero al governo dello stato, si univa in alcuni
il desiderio di vedere l'Italia libera dall'influenza austriaca e governata
soltanto da principi italiani; tali sentimenti antiaustriaci erano
particolarmente vivi in Piemonte anche negli ambienti della Corte, perché l'Austria
dominava nella Lombardia che da secoli era costante miraggio della politica
sabauda e perché un predominio austriaco sulla penisola avrebbe ostacolato la
tradizionale politica della « foglia di carciofo » cioè della conquista dei
territori confinanti, poco alla volta, perseguita dai Re di Casa Savoia.
Antiaustriaco era lo stesso Re Vittorio Ernauele I, figlio di Vittorio Amedeo
III e successore del fratello Carlo Emanuele IV che aveva preferito abdicare al
trono per ritirarsi in un convento di Roma ove poi mori santamente, ma i suoi
sentimenti non avrebbero mai permesso a lui di allearsi con la rivoluzione alla
quale doveva la rovina dei suoi stati, per combattere l'Austria.
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Poiché i governi non
intendevano in alcun modo favorire esperimenti costituzionali, vennero
formandosi delle società segrete, la più importante delle quali fu la
carboneria, che tentò con un'intensa propaganda di diffondere il desiderio di
novità fra l'alta e media borghesia e il primo tentativo di rivoluzione fu
quello organizzato a Napoli nel 1820 che si estese anche alla Sicilia che
sempre aspirando all'autonomia, approfittò della situazione per tentare di
ottenerla. Si opposero però risolutamente le potenze della Santa Alleanza, che
avevano a Vienna stabilito di rimanere unite per schiacciare ogni conato,
rivoluzionario, ovunque si manifestasse. Un primo congresso tenuto a Troppau
nell'ottobre del 1820, con l'intervento dell'Inghilterra, dell'Austria, della
Russia e della Prussia ne stabili un altro a Lubiana per il dicembre
invitandovi Ferdinando I di Napoli. Il Re che, costretto dagli avvenimenti
aveva concesso una costituzione, appena, libero la ritirò e con l'aiuto delle
truppe austriache rientrò a Napoli dove appoggiandosi al consenso del popolo
minuto colpì severamente gli esponenti della classe borghese, fautori della
costituzione.
Nel 1821 scoppiò invece un
tentativo dei liberali piemontesi fiduciosi nella solidarietà del Principe
Carlo Alberto di Savoia Carignano (1), capo di un ramo secondario della Casa ed
erede presuntivo al trono giacché né il Re, né suo fratello Carlo Felice duca
del Genevese, ormai vecchi, avevano figli maschi ed il ramo principale andava
così estinguendosi. L'insurrezione scoppiata nel marzo si concretizzò il 12 con
l'occupazione della cittadella di Torino da parte degli insorti e con la minaccia
di bombardamento della città e mise il Re Vittorio Emanuele I ché invano aveva
tentato di pacificare gli insorti promettendo il perdono, di fronte ad un
crudele dilemma: o versare il sangue dei suoi sudditi, o subire la violenza
concedendo riforme che riteneva dannose e che avrebbero provocato l'immediato
intervento militare austriaco. Preferì allora abdicare in favore del fratello
Carlo Felice e poiché questi si trovava in quei giorni a Modena, il Principe
Carlo Alberto di Carignano fu nominato reggente.
Carlo Alberto si trovò in una
situazione terribile; da una parte i congiurati lo premevano, dall'altra Carlo
Felice mai avrebbe tollerato un atteggiamento liberale. Le circostanze lo
costrinsero a concedere una costituzione contro la sua volontà ma il
nuovo Re, saputo questo gli intimò di recarsi con le truppe fedeli a Novara e
di porsi agli ordini del Conte Vittorio Sallier de la Tour che in breve schiacciò
la rivolta dando inizio ad una reazione mite e, salvo tre casi, incruenta. Carlo
Alberto fu mandato presso il Granduca di Toscana suo suocero, a Firenze colpito
dallo sdegno del reale zio per il tentativo di conciliazione condotto fra i
diritti sovrani e l'istanza costituzionale.
Alla morte di Carlo Felice,
nel 1831, Carlo Alberto gli successe al trono (2); la sua successione non fu
pacifica poiché ad essa aspirava il duca di Modena Francesco IV genero di
Vittorio Emanuele benché a favore dei diritti del ramo Carignano si fosse nel
1814 solennemente pronunciato il congresso di Vienna. Lo sdegno di Carlo Felice
aveva ridestato le speranze del duca modenese, ma Carlo Alberto era riuscito a
conquistare parte delle simpatie dello zio in seguito alla vittoriosa battaglia
del Trocadero, in difesa del re Ferdinando VII di Spagna e ad essere
reintegrato nei suoi diritti.
I primi anni del regno di
Carlo Alberto furono tranquilli e fecondi; il Re che pur non essendo liberale,
aveva sempre inteso profonda avversione per la supremazia austriaca in Italia,
sapeva bene quale pericolo poteva rappresentare per la sua Casa e per il suo
Regno un atteggiamento intempestivo e badava, in attesa di tempi più propizi, a
rafforzare e riorganizzare il suo Stato attraverso importanti riforme
giuridiche, finanziarie e amministrative; in quel tempo il Regno di Sardegna fu
lo stato in condizione più prospere fra i minori d'Europa ed una tradizione di
capacità e di onestà dominava incorrotta nella magistratura, nell'esercito e
nella diplomazia, mentre sotto l'esperta guida del ministro Clemente Solar°
della Margarita il prestigio sardo cresceva anche all'estero ed un'abile rete
di relazioni veniva stesa con tutte le nazioni, anche estraeuropee.
Poi i tempi si fecero di nuovo
burrascosi; i fermenti antiaustriaci e costituzionali crebbero in Italia ad
opera dei federalisti giobertiani che propugnavano una federazione italiana
sotto la presidenza del Papa, dei repubblicani e degli unitari che prima di
ogni altra cosa volevano la cacciata degli austriaci e si volgevano a Carlo
Alberto come naturale capo; fra i capi del movimento erano uomini come Massimo
d'Azeglio e Cesare Balbo.
49
Premuto dagli avvenimenti e
dall'esempio di papa Pio IX che aveva concesso un'ampia amnistia ai
condannati politici, Carlo Alberto il 4 marzo 1848 concesse ai suoi
popoli uno Statuto; lo aveva preceduto l'11 febbraio il Granduca di Toscana, lo
seguiva il 15 marzo Pio IX. Intanto gli avvenimenti incalzavano; il 23 marzo
era dichiarata la guerra all'Austria e tutti i principi italiani mandavano soldati
rispondendo all'invito di Carlo Alberto: ecco le prime vittorie Goito,
Pastrengo, Manzambano, Valeggio, poi il 10 luglio Vicenza cade nelle mani degli
austriaci. I principi italiani, temendo che la vittoria tornasse a solo
vantaggio del regno di Sardegna, ritirarono le loro truppe e, mentre Carlo
Alberto metteva in giuoco corona e regno contro la preponderante forza
austriaca, Mazzini a Milano promuoveva una campagna antimonarchica e
antipiemontese. Il 22 luglio l'esercito piemontese fu battuto a Custoza e il 4 agosto
a Milano; Carlo Alberto è costretto all'armistizio di Salasco e, mentre vede
tramontare un sogno di grandezza e d'indipendenza, i nemici della corona
continuano la campagna di odio e di fango contro di lui e contro l'esercito
piemontese, di cui avrebbe dovuto rimanere indiscusso il valore e il prestigio
militare.
Pure l'anno seguente, allo
scadere dell'armistizio, Carlo Alberto passa ancora il Ticino, a capo di un
esercito di 120.000 uomini e dopo qualche scaramuccia impegna la battaglia
risolutiva a Novara, il 23 marzo 1849. I piemontesi sono sconfitti, è la fine.
Carlo Alberto la sera stessa abdica al trono in favore del figlio Vittorio
Emanuele duca di Savoia e parte per Oporto in Portogallo, per spegnersi il 28 luglio
dello stesso anno (3) in volontario esilio.
Molteplici furono i motivi
della tragica fine di questa prima guerra dell'indipendenza nazionale, ed in
primo luogo la sproporzione di forze fra l'Austria, potenza di prima grandezza
ed il Regno di Sardegna, che si trovò praticamente solo nella modestia dei suoi
mezzi e delle sue possibilità militari, non certo paragonabili a quelle della rivale;
in secondo luogo c'è però da considerare la campagna denigratoria svolta
all'esterno dai gruppi repubblicani, specialmente milanesi, l'azione non sempre
unita e concorde dell'opinione pubblica italiana, sovente sbandata e confusa,
ed anche la situazione interna dello Stato, dove la turbolenta Camera dei
deputati spesso si mostrava più di impaccio che di aiuto alla grande impresa
del Re.
Carlo Alberto, che credette di
porsi a capo di una crociata italiana contro l'austriaco, In realtà fu solo,
ché tutti lo abbandonarono, dai principi italiani al repubblicani, dai deputati
al popolo milanese non conscio della sua missione.
Fu solo con quelle forze che nella storia dei
secoli erano state il sostegno della sua Casa: la diplomazia e l'esercito; con
quei generali che sul campo di Novara, da Perrone a Passalacqua, si trascinarono ai piedi del
Sovrano per baciare la sua mano e morire.
Restavano in Italia le
repubbliche di Venezia, insorta, contro l’Austria sotto la guida del dittatore
Daniele Manin e di Roma dove fuggito il Papa a Gaeta, era stato insediato un
triumvirato diretto da Mazzini; ma entro l'anno cadevano e Venezia, tornava
all'Austria mentre Pio IX rientrava a Roma, protetto dalle truppe francesi e
fermamente deciso a non cedere in futuro a nessuna lusinga costituzionale che avrebbe
segnato la fine del dominio temporale. Il prestigio austriaco in Italia
permaneva intatto, come era stato sancito a Vienna trent'anni prima.
(1) Carlo Alberto apparteneva
al ramo sabaudo dei Principi di Carignano, discendenti da Tommaso, primo
principe di Carignano, figlio di Carlo Emanuele I; derivazioni del ramo
Carignano furono i Savoia Soisson estinti con la morte di Eugenio il Grande,
generalissimo degli eserciti imperiali, e i Savoia Villafranca estinti con la
morte del principe Eugenio di Carignano, nel 1888. Al ramo Carignano appartenne
Maria Teresa prozia di Carlo Alberto e sposa del Principe di Lamballe, che fu
una delle vittime più illustri della rivoluzione francese.
(2) Carlo Felice fu l'ultimo
dei sovrani sabaudi sepolto nell'antica Abbazia di Altacomba, la necropoli sabauda abbandonata dal secolo XVIII
per la basilica di Superga. L'Abbazia, devastata sotto la rivoluzione
francese, fu restaurata da Lui, che volle qui avere la sua tomba.
(3) Carlo Alberto si ritirò ad
Oporto in Portogallo, sotto il nome di Conte di Barge, senza permettere nemmeno
alla moglie, Regina Maria Teresa, di seguirlo.
Dopo pochi mesi morì
santamente e della sua fine edificante restano diverse interessanti relazioni.
Il suo corpo fu poco dopo trasferito a Torino e tumulato nella Basilica di
Superga.
giovedì 5 dicembre 2024
Morto Enzo Trantino, storica figura dei monarchici italiani
Il Blog Monarchici in Rete esprime profondo cordoglio e porge alla famiglia dell'On. Trantino le più sentite condoglianze per il gravissimo lutto, che colpisce tutti i monarchici.
E’ morto Enzo Trantino e Catania piange la scomparsa di un avvocato illustre, di un politico che ha fatto la storia della Destra italiana e di un uomo colto che fino alla fine ha tenuto in esercizio la sua mente eccelsa scrivendo anche per il quotidiano La Sicilia.
Da giovane aderì al partito
monarchico e poi entrò nel Movimento Sociale Italiano e quindi in Alleanza
Nazionale. E’ stato sottosegretario al ministero degli Affari esteri e deputato
per nove legislature. E’ stato anche presidente della commissione d’inchiesta
sull’affare Telecom Serbia.
IL SOLSTIZIO D’INVERNO L’INNO A ROMA
Siete invitati a una Nostra Conferenza,
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lunedì 2 dicembre 2024
Alluvione Valencia, Re Felipe e quel fango responsabile che il Paese non può più capire
del Nostro Amico Francesco Di Bartolomei
02 Dicembre 2024
Auguri a tutti quelli che scavano nel fango per ritrovare un
casa e se stessi, auguri anche a lei Maestà che riesce a fare il suo lavoro
anche in queste condizioni, dimostrando a chi ne ha bisogno che la via della
responsabilità anche quando è scomoda è sempre necessaria
Re Felipe, fonte:
Dopo li disastro naturale di Valencia, sulla stampa italiana
è stato dato il massimo risalto alle contestazioni che ha ricevuto il Re Felipe
VI di Spagna nella sua visita alla città, occorsa poco dopo il tragico evento.
In Italia da sempre si ironizza sul ruolo delle case reali europee, specie in
questi ultimi decenni. Si fa un po' fatica a capirne il motivo visto che questo
paese è una repubblica dal 1946 e non ha avuto mai a riguardo una cultura
barricadiera come quella francese, ad esempio.
Da noi chi si diletta storicamente a parlarne finisce in
genere a giustificare la nascita delle istituzioni repubblicane, sulla base
degli errori o delle responsabilità dei Savoia (vere o presunte) nel periodo
del fascismo e della seconda guerra mondiale. Benchè poi, tali responsabilità
non siano mai state acclarate in un processo che, avrebbe finito probabilmente
col trascinare un'intera nazione in quelle responsabilità, compresi alcuni
nobili padri costituenti della neonata repubblica.
Qualcosa che nasce solo per essere contro qualcos'altro
difficilmente avrà vita semplice e lo si è visto. In genere chi parte con una
contrapposizione di questo tipo finisce col esacerbare nella lotta tra le
fazioni qualsiasi cosa, non focalizzando mai esempi inclusivi o responsabili ed
arrivando ad un certo punto neanche più a concepirli o capirli. L'inclusione
istituzionale o la condivisione non è retorica ma senso di responsabilità,
anche quando le cose non vanno per come dovrebbero andare. Le responsabilità
principali del disastro valenciano dopo l'aspetto naturale preponderante, per
cui poco o nulla centra lo stato spagnolo (a prescindere se si creda o meno
alla crisi climatica), sono di Carlos Mazòn, presidente della comunità autonoma
valenciana, politico di un centro-destra-quello iberico-che stenta a costruire
un alternativa credibile al pur bollito Pedro Sanchez (scappato come il Mazòn
alle prime contestazioni degli alluvionati).
Questo esponente locale ha tenuto il tipico atteggiamento
degli amministratori di determinate regioni produttive europee, per i quali la
macchina economica del loro territorio non può fermarsi per nessun motivo anche
a costo di rischi oggettivi, che nel caso vanno minimizzati, tanto poi se va
male si darà la colpa allo stato centrale.
D'altronde nella costa catalana come in un certo nord-est
d'Italia o nelle Fiandre, la cultura politica da bar, fatta di luoghi comuni,
velate ipocrisie, incongruenze e razzismo a bassa o alta intensità (a seconda
di chi gli si contrappone), sono ormai quasi patrimonio culturale o per meglio
dire sub-culturale. In mezzo a tutto ciò il vertice dello stato di Spagna, il
Re si è posto per come si doveva porre, partendo e sapendo a ciò che andava
incontro, non arretrando. All'arrivo ha trovato fango su di se e la Consorte e
questo ha focalizzato l'attenzione dei media. Peccato che almeno a casa nostra,
poco o nulla si è visto del dopo. Il Sovrano si è avvicinato ai contestatori e
si è messo a dialogare con loro e come tra persone con cui si condivide
qualcosa, si è passati dal fango agli abbracci; quando chi spinto a contestare
dai vati del nulla cosmico, si è specchiato in qualcuno di cui ha percepito i
veri sentimenti. Quella maggioranza silenziosa che vive lavorando ha capito, ma
ai media che in quei giorni già tremavano per la sconfitta di Kamala Harris,
poco interessava. Quel Re in piedi nel fango mi ricordava le illustrazioni
della "Domenica del Corriere" su Umberto I a Napoli nel 1882 per il
colera o su Vittorio Emanuele III e la Regina Elena a Messina per il terremoto
del 1908.
Da uomo della strada preoccupato e a volte sommerso dai
problemi della vita quotidiana se un genio della lampada mi dicesse: vuoi essere
un potente del mondo? Non so cosa gli risponderei ma di certo so cosa non gli
risponderei: il Re di Spagna. Parlo di una nazione che ho nel cuore da sempre
,sia per la fraternità che in ogni momento della storia ha dimostrato verso il
nostro popolo, sia per ciò che ha rappresentato a partire dal 1492(e a dispetto
dell'attuale cancel culture imperante ancora per poco). Per 3 secoli questo
paese fu una Nuova Roma, sorta già qualche secolo prima a difesa della civiltà
latino-cristiana. Tuttavia da più di cent'anni è uno dei pochi paesi
decisamente più ingovernabile del nostro, dove le fazioni politiche soffrono
fino all'inverosimile pur di non ammettere una enorme ovvietà e cioè che senza
la monarchia la Spagna non esisterebbe. Probabilmente sarebbero 5 o 6 stati in
lotta tra loro e schiavi di mafie d'oltreoceano.
Ogni volta che pongo anche in modo gentile questa domanda, a
qualche rappresentante o analista spagnolo legato a certe visioni, mi guarda
non sapendo rispondere e in genere palesa subito dopo un atteggiamento,
frustrato, violento e a tratti schizofrenico. Ciò nonostante costoro, riescono
a far rimanere questa nazione in un perenne clima da guerra civile(non ce la
fanno ancora a digerire la sconfitta e per tanto si sfogano sulla qualsiasi
arrivando all'accanimento anche sulle tombe) strisciante, anche in un momento
drammatico per la Spagna come quello odierno.
Superato questo aspetto sposto la lente su casa nostra e su
quello che ha generato questa notizia. In me aldilà del già detto, ciò che
colpisce è quell'indice puntato sul Re, che qualche giornalista ha voluto
porre, come a dire: "Cosa volete queste istituzioni retrograde hanno ciò
che meritano". Bej a chi dimostra questo tipo di sentimenti, posso dire
che il troppo tempo vissuto all'ombra della de-responsabilizzazione generale ha
avuto il suo effetto. In Italia dopo che l'allora Presidente Scalfaro venne spintonato
ai funerali palermitani del Giudice Paolo Borsellino e della sua scorta, non
c'è più stato nulla di tutto questo, per il semplice fatto che nei luoghi di
imminente tensione un capo dello stato non è più andato, accampando a volte il
motivo di facilitare la macchina dei soccorsi. Prima no, o almeno il Presidente
Pertini nel 1980 non ebbe paura dei terremotati dell'Irpinia.
In troppi tragici eventi degli ultimi decenni in questo paese
qualcosa è sempre mancato (almeno nell'immediato). In particolare sotto una
presidenza della Repubblica precedente all'attuale, la personalità si muoveva
solo in presenza di una "claque" ben organizzata e aveva una mania
fobica di far apparire la sua immagine al di sopra di ogni contestazione. Per
carità umana non cito il nome del Presidente giacché parliamo di un defunto.
Forse per questo in Italia non ci fa più caso nessuno e in nome di ciò ci si
butta a pesce da parte dei media a fare sciacallaggio su un capo di stato
straniero, tanto e pure meno rischioso.
Lo confesso, da cittadino italiano di origine umbra, che otto
anni fa ha perduto una casa per cui nessuno ancora mi ha fatto sapere nulla, a
certe cose ci sto attento. Mi domando però cosa sia peggio... Se avere come nel
caso della Spagna un pezzo di paese che vuole necessariamente autodistruggersi
senza un motivo o essere come una parte della società italiana, per la quale ha
senso solamente il più bieco cinismo. Auguri a tutti quelli che scavano nel
fango per ritrovare un casa e se stessi, auguri anche a lei Maestà che riesce a
fare il suo lavoro anche in queste condizioni, dimostrando a chi ne ha bisogno
che la via della responsabilità anche quando è scomoda è sempre necessaria.
Di Francesco Di Bartolomei.
sabato 30 novembre 2024
INVITO A PALAZZO VENEZIA
Il
percorso museale illustrerà la Storia del Palazzo Venezia
dal
Rinascimento al Risorgimento,
mettendo
in luce il ruolo istituzionale del sito tra Otto e Novecento
e gli
interventi di restauro realizzati durante il Ventennio.
DOMANI DOMENICA
MATTINA
1° DICEMBRE
2024 ORE 10
INGRESSO GRATUITO
La puntualità è cosa gradita
PRENOTAZIONE
OBBLIGATORIA
lunedì 25 novembre 2024
LA REGINA ELENA (1873-1952) LUCE DA ORIENTE
di Aldo A. Mola
Elena di Savoia, medico-chirurgo “honoris
causa”
Il 27 maggio 1940 il Consiglio della Facoltà di
Medicina dell'Università “La Sapienza” di Roma approvò la proposta del suo
presidente, Giovanni Perez, di conferire la laurea in Medicina e chirurgia
“honoris causa” “a Augusta Persona”, meritevole per «l’attuazione in Italia di
un metodo terapeutico che con fine intuito concepì per le desolanti conseguenze
di una fra le più grandi malattie, l'encefalite letargica o epidemica»: la
cura, cioè, del Parkinsonismo post encefalico.
Presenziarono i nomi più prestigiosi della
sanità in Italia, quali Cesare Frugoni ed Eugenio Morelli. Il nome
dell'insignita, Jelena Petrovic, rimase riservato. Era Elena di Savoia, Regina
d'Italia. Il 30 maggio il ministro dell'Educazione Nazionale, Giuseppe Bottai,
antico iniziato alla loggia massonica “La Forgia” di Roma, approvò. Accolti dai
sovrani a Villa Savoia il 2 giugno Bottai, Perez e il rettore dell'Università,
Pietro de Francisci, consegnarono personalmente il diploma di laurea alla
Regina più amata dagli italiani. Erano giorni bui. Lasciati cadere gli inviti a
desistere, giunti anche dal presidente degli USA, Franklin D. Roosevelt,
ipotizzando un imminente armistizio tra Germania, Francia a Gran Bretagna, in
guerra dal 1° settembre 1939, e e di
potervi svolgere il ruolo di mediatore, Mussolini premeva per entrare in guerra
a fianco di Hitler. L'attacco da sud-est offriva alla Francia il motivo di
arrendersi e scongiurava il rischio che i tedeschi giungessero sul
Mediterraneo. Ascoltate le voci più autorevoli del Paese, il Re assecondò.
La
Regina, annota Maurizio Grandi nell'incipit di “I farmaci e la meccanica
quantistica della dottoressa Jelena, la Regina d’Italia” (ed. Torino, La
Lorre), fu «tra coloro che connotavano il lavoro “scientifico” con fervore
visionario e entusiasmo. Ideale di un impegno intenso e in prima persona.
Reazione contro l'idea di un universo meccanico, [la Regina Elena, NdA] favorì
la nascita di una scienza fatta da forze invisibili e energie misteriose». Era
una Luce giunta in Italia da Oriente, col suo matrimonio con Vittorio Emanuele
di Savoia, principe di Napoli, il 24 ottobre 1896: una scelta propiziata da
politici sagaci come il siciliano Francesco Crispi. Nel tempo, i Savoia si
erano uniti alle grandi Case dell'Europa centro-occidentale, dagli Asburgo (sia
d'Austria, sia di Spagna), ai Borbone (di Francia, Spagna e delle Due Sicilie)
e della Germania. Figlia di Nicola, principe (poi re) del Montenegro, come lo
zar e molti sovrani dell'Europa orientale Jelena di Montenegro era di
confessione ortodossa.
Malgrado esploratori di talento, annota Grandi, a fine Ottocento per la
quasi totalità degli italiani il Montenegro era un mondo pressoché sconosciuto.
In parte lo rimane tuttora. Solo l'1,5% dei turisti che annualmente lo visitano
sono italiani. Perciò la storia dell'attuale Repubblica del Montenegro merita
un sintetico ripasso.
Il 13 luglio 1878: quando il Montenegro
divenne Stato
Poche miglia marine separano la costa orientale
della Penisola dalle Bocche di Cattaro. Eppure per secoli l'Adriatico
meridionale nella percezione degli abitanti degli Stati preunitari italiani
(Venezia a parte) rimase più largo di un oceano. Al di qua vi erano il Sacro
romano impero e i Principi ai quali venne via via delegato l'esercizio del
potere. Al di là, dopo la caduta di Costantinopoli nelle mani di Maometto II
(1453), improvvisamente ci fu l'ignoto, anzi un nemico mortale, l'impero
turco-ottomano, giunto ad assediare Vienna e fermato solo tra Sei e Settecento
da Eugenio di Savoia che lo sconfisse a Zenta, a Petervaradino e a Belgrado,
come documentò S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia in una dotta
conferenza svolta in perfetto francese al Castello di Racconigi. Perciò si
susseguirono secoli di disattenzione nei confronti delle popolazioni indomite
che al di là dell'Adriatico difendevano strenuamente la propria indipendenza,
radicata anche nella confessione cristiana ortodossa. Solo nell'ultimo quarto
dell'Ottocento un'esigua pattuglia di “politici” colti e lungimiranti scoprì
l'esistenza del Montenegro e ne comprese l'identità, soprattutto da quando, a
conclusione del Congresso di Berlino (13 giugno-13 luglio 1878), esso venne
riconosciuto quale Stato sovrano dalla Comunità internazionale.
Dopo
la feroce guerra franco-prussiana e la proclamazione dell'Impero di Germania
(1870-1871) l'Europa rimaneva in fibrillazione. Ad allentare la tensione non
era bastata l'Alleanza degli imperatori di Russia, Germania e Austria-Ungheria
(1873). Nel 1877 la guerra russo-turca, segnata da orrori medievali, rimise in
discussione l'impero ottomano, classificato come il “grande malato di Oriente”.
La pace di Santo Stefano (3 marzo 1878) chiuse quel conflitto a vantaggio dello
zar, ma le sue conseguenze andavano condivise e ratificate dalle “grandi
potenze”. Occorreva appunto un “Congresso”, come era avvenuto a Parigi nel
1856, al termine della guerra anglo-franco-turca (con adesione del regno di
Sardegna) contro l'impero russo e, più addietro ancora, nel 1815 a Vienna,
inizio del “secolo della pace” (1815-1914). Come scosse telluriche a bassa
intensità, i conflitti “di teatro” scaricavano la tensione in aree
circoscritte, rinviando il terremoto devastante: la conflagrazione europea.
Il
“concerto delle grandi potenze” in realtà non accettava un unico direttore
d'orchestra. Perciò ogni Stato suonava per proprio conto. Spesso steccava. Il
bisogno di adottare uno spartito comune si impose (o così si ritenne di fare)
con l'ultimo Congresso di pace dell'Ottocento, voluto dal Cancelliere germanico
Otto von Bismarck. Bisognava prendere atto delle “nazioni senza Stato” e dare
loro un assetto senza causare la deflagrazione degl'imperi turco e asburgico.
La politica di equilibrio aveva già accettato le due principali “novità” di
metà Ottocento: la costituzione del regno d'Italia nei confini del 1870 e
quella dell'impero di Germania proclamato nel Salone degli specchi di
Versailles sotto l'egemonia della Prussia. Però vi erano tabù intoccabili. Fu
il caso della cattolica Polonia che rimase spartita tra Russia (ortodossa),
Prussia (luterana) e impero d'Austria (prevalentemente cattolico).
Con il
trattato “di pace” del 13 luglio 1878 Austria-Ungheria, Francia, Germania, Gran
Bretagna, Russia e Turchia, «desiderando regolare in un pensiero d'ordine
europeo le questioni sollevate in Oriente dagli avvenimenti degli ultimi anni»,
raggiunsero «felicemente» l'intesa. Uno “strumento” di soli 64 articoli inglobò
e superò quelli di Parigi del 30 marzo 1856 e di Londra del 13 marzo 1871.
Alcune “partite” molto delicate erano già state risolte alla chetichella tra i
diretti interessati. Fu il caso dell'occupazione di Cipro da parte della Gran
Bretagna, pattuita con una convenzione segreta tra Londra e la Sublime Porta il
4 giugno 1878.
Le
innovazioni concordate dal Trattato di Berlino segnarono il successivo secolo e
mezzo della storia europea e in gran parte vigono tuttora. Gli articoli 1-11
riconobbero la Bulgaria come principato autonomo, con governo cristiano e
milizia nazionale, benché ancora tributario del Sultano, e con un sovrano
liberamente eletto dalla popolazione ma estraneo alle dinastie al potere nelle
Grandi potenze. Gli articoli 13-22 istituirono la Rumelia Orientale, retta da
un governatore generale nominato dalla Sublime Porta ma con temporanea
occupazione di truppe russe gravanti sulla popolazione. Il Sultano si impegnò
ad «applicare rigorosamente nell'isola di Creta il regolamento organico del
1868» con eque modifiche a garanzia dei non islamici. La loro continua violazione
suscitò rivolte duramente represse nel silenzio generale dell'Europa
occidentale, miope e vile. Bosnia ed Erzegovina furono occupate e amministrate
da Vienna, che vi avrebbe mantenuto una guarnigione. Gli articoli 34-42
riconobbero l'indipendenza del Principato di Serbia e ne definirono le
frontiere. Fu altresì riconosciuta l'indipendenza del Principato di Romania, ma
con restituzione della Bessarabia all'impero russo. Venne deliberata la
smilitarizzazione delle rive del Danubio, con libertà di navigazione. Furono
inoltre ridisegnati i confini tra gli imperi russo e turco. La Sublime Porta si
impegnò a concedere le riforme chieste dagli Armeni e a tutelarli dai Circassi
e dai Curdi, ma verso fine Ottocento ne perpetrò il primo genocidio, condannato
da Giosue Carducci negli aspri versi “La mietitura del turco”. I sovrani
sottoscrissero il “principio della libertà religiosa”, caposaldo della “pax
europea”, intimato sia al principe di Romania sia, in specie, al Sultano: «In
nessuna parte dell'impero ottomano, la differenza di religione potrà essere
opposta da alcuno come motivo di esclusione o di incapacità in ciò che concerne
l'uso dei diritti civili e politici, l'ammissione ai pubblici impieghi, le
funzioni e gli onori o l'esercizio delle diverse professioni e industrie». I
monaci del Monte Athos ebbero speciale garanzia di libertà.
Inoltre, gli articoli 26-29 del Trattato riconobbero l'indipendenza e la
neutralità del Montenegro. Per garantirle venne ordinata la demolizione di
tutte le fortificazioni esistenti sul suo territorio e gli fu vietata la
costruzione di fortificazioni e di navi da guerra. Il suo sbocco al mare,
Antivari, fu precluso ai vascelli militari di Paesi terzi. Dunque, la “forza”
del nuovo Principato risultò tutt'uno con il suo “disarmo”. Proprio perché
oggettivamente indifendibile, esso era anche invulnerabile. Chiunque avesse
voluto soggiogarlo avrebbe scatenato un conflitto di dimensioni imprevedibili,
come avvenne nel 1914 con l'aggressione della Serbia da parte dell'impero
austro-ungarico. La “Montagna Nera” divenne un fulcro della pace europea,
sempre più precaria. Era “Il Piemonte dei Balcani”.
Una storia aggrovigliata
Abitato da una popolazione fiera e bellicosa,
prevalentemente cristiano ortodossa, col 1711 il Montenegro divenne di fatto
indipendente dalla dominazione ottomana. Dal 1697 fu retto dalla dinastia
Petrovic-Niegos, principi-vescovi, che si susseguivano al potere da zio a
nipote perché i vescovi osservavano il celibato a differenza del clero. Tra
loro spiccò Petar II (1830-1851), due metri di altezza, volitivo ed elegante,
autore del capolavoro letterario “Il serto della montagna”, nel quale sono
celebrati i “vespri montenegrini”, cioè il massacro degli islamici alla vigilia
del Natale ortodosso del 1702. Le sue spoglie riposano in un suggestivo
Mausoleo sulla vetta di un monte. Suo nipote, Danilo II, interrompendo la
tradizione, nel 1852 “laicizzò” il principato e, col titolo di Danilo I, lo
rese simile agli altri Stati europei. Con abile strategia matrimoniale suo
figlio Nicola (1860-1918), molto legato allo zar di Russia, strinse rapporti
con altre dinastie.
Come
accennato e ampiamente narra Maurizio Grandi nel suo libro, il 24 ottobre 1896
Vittorio Emanuele di Savoia, erede della Corona d'Italia, sposò una delle sue
figlie, Elena, previa la sua conversione alla chiesa cattolica. La loro fu
unione singolarmente felice, allietata dalla nascita di quattro principesse
(Jolanda, Mafalda, Giovanna e Maria) e del principe ereditario Umberto di
Piemonte (Castello di Racconigi, 15 settembre 1904-Ginevra, 18 marzo 1983).
Nel
1910 il Montenegro fu elevato alla dignità di regno. Sei anni dopo, nella
bufera della Grande Guerra, venne occupato dagli austro-ungarici. Nicola riparò
in Francia. Un'assemblea a Podgorica nel 1918 lo dichiarò decaduto e approvò
l'incorporazione del Montenegro nel nascente Stato serbo-croato-sloveno. Regno
di Jugoslavia dal 1929, questo ebbe vicende interne turbolente sino alla
seconda conflagrazione europea, che vide il Montenegro travolto dalle armate
germaniche e affidato a un corpo di occupazione italiano. Il 12 luglio 1941 fu
proclamato a Cettigne un effimero Regno libero e indipendente di Montenegro.
L'indomani, ricorrenza dell'indipendenza del 1878, iniziò la rivolta dei
montenegrini contro gli occupanti, repressa con metodi brutali dal governatore
civile e militare Alessandro Pirzio Biroli. La popolazione visse pagine
tragiche. Fiancheggiò i “comunisti” locali e quelli di Tito, non per motivi
ideologici ma per liberarsi dalla dominazione straniera.
Nel
settembre 1943, al momento della resa agli anglo-americani, l'Italia contava 27
divisioni in Jugoslavia e un corpo d'armata in Montenegro agli ordini del
generale Ercole Roncaglia. Nel groviglio di fazioni in lotta (cetnici,
monarchici filoserbi; ustascia croati e bande di varie stirpi e colori) i
militari italiani sopravvissuti agli scontri con i tedeschi e con i
“partigiani” stabilirono intese con l'Esercito popolare di liberazione
jugoslavo e si organizzarono in Divisione “Garibaldi”, d'intesa con il governo
presieduto dal maresciallo Pietro Badoglio. Dettero ripetute prove di valore,
in specie nell'agosto 1944 quando i tedeschi tentarono l'ultima offensiva. A
fine conflitto il Montenegro entrò a far parte della Repubblica federale di
Jugoslavia che sedette tra i vincitori al congresso di pace di Parigi, concluso
con il diktat del 10 febbraio 1947 imposto all'Italia a tutto vantaggio
di Tito.
La
distanza tra le due coste dell'Adriatico si ampliò nuovamente. Separò mondi che
rimasero a lungo quasi privi di relazioni. Alla deflagrazione della Jugoslavia
(1991), il Montenegro formò una federazione con la Serbia, che però, per la
disparità di “forze”, per lui si rivelò nettamente svantaggiosa.
Il Montenegro: destino europeo contro l'orrore
della guerra
Nel 2002 la federazione venne commutata in
“unione”, da sperimentare per tre anni. L'esito fu scontato. Nel 2006 con un
referendum i montenegrini chiesero l'indipendenza, proclamata a giugno e
soccorsa da imponenti investimenti bancari internazionali. “Oh, splendente alba
di maggio” è l'inno nazionale. Dopo un lungo percorso, il 28 aprile 2017 il
parlamento montenegrino ha ratificato l'adesione alla Nato, mettendo tra
parentesi i bombardamenti e le vittime subite dalla sua stessa capitale,
Podgorica, durante la “guerra di Bosnia”. Il governo presentò la richiesta di
ingresso nell'Unione Europea, rinviata per la persistente gracilità del suo
assetto economico, che tuttavia migliora di anno in anno, al di là della
complicatissime vicissitudini parlamentari e partitiche e della sequenza di
presidenti del governo, comprensibili per una Entità antica e nuova qual è la
Repubblica del Montenegro. Tra le sue personalità di valenza internazionale
spicca Dukanovic, politico di lungo corso, già presidente del Consiglio e poi
della Repubblica con mandato sino al 2025.
L'Italia ha tutto da guadagnare dal rafforzamento dell'amicizia con il
Montenegro. Lo aveva intuito il futuro Vittorio Emanuele III anche prima di
andare a Cettigne a chiedere in sposa la Principessa Elena Petrovic-Niegos a
suo padre Nicola. L'Europa già c'era. Occorreva rendere effettivo il “principio
della libertà religiosa” e rimuovere tutti i motivi di conflitto attraverso la
diplomazia, la Corte internazionale dell'Aja e, ancor più, la promozione della
conoscenza reciproca tra i popoli o, quanto meno, tra le loro dirigenze. Erano
gli anni delle Esposizioni universali, dei congressi scientifici non solo
internazionali ma sovranazionali, dei Premi Nobel e delle organizzazioni
pacifiste. Occorreva, inoltre, abbattere le frontiere doganali e rivendicare la
libertà della ricerca scientifica dalla subordinazione al potere
politico-militare nazionale. Sono altrettanti temi passati in rassegna da
Maurizio Grandi, specialista in oncologia clinica all'Università di Torino,
esperto di bioetica, fitoterapia, etnomedicina, etnofarmacologia e di
applicazione della fisica alla medicina, nei suggestivi capitoli che
tratteggiano la figura della Regina Elena, sempre in prima linea nella ricerca
e nella promozione degli studi medici, con particolare attenzione per la ginecologia,
le malattie infantili e quelle legate all'invecchiamento. Mentre ricorda le
imponenti realizzazioni promosse dalla Regina in campo sanitario, Grandi
stigmatizza “la fisica della morte” coltivata negli USA e culminata nel
“progetto Manhattan”.
Dopo
il bombardamento di Hiroshima il presidente Harry Truman, “Prometeo americano”,
rivendicò orgogliosamente i suoi effetti devastanti e tacque sulle sue atroci
conseguenze irreversibili. Altrettanto silenzio, aggiunge Grandi, ha circondato il materiale radioattivo
disseminato dai bombardamenti nella guerra del Kosovo un quarto di secolo
addietro. Vi è motivo di ricordarlo mentre nell'Europa orientale da un canto
viene minacciato l'impiego di armi nucleari “tattiche”, dall'altro vengono
disseminate micidiali mine antiuomo (sia pure “desistenti”) invano messe al
bando, come tanti altri strumenti di morte, largamente impiegati nei conflitti
in corso.
Così
vi è motivo di tornare a riflettere sulla figura esemplare della Regina della
Carità (come Elena di Savoia venne detta). Per fermare la seconda “grande
guerra”, poi divenuta mondiale, ella tentò persino la carta di un appello alla
pace, firmato su suo impulso dalle sei regine di Paesi europei ancora neutrali.
È tra i motivi che hanno fatto nascere la causa per la sua beatificazione.
Utopia? Sarà. Tuttavia, forse è meglio passare alla storia come ingenui che con
la taccia di criminali di guerra.



