NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 26 gennaio 2013

Il partito Nazionale Monarchico - XVIII parte


PATRIOTTISMO SOCIALITÀ MONARCHIA


Religio depopulata si può chiamare oggi in Italia il patriottismo, e ne è prova, tra mille altre, una formula entrata da qualche anno nel linguaggio politico: «patriottismo di partito», che è una contraddizione nel termini, poiché l'attaccamento alla parte non può essere devozione al tutto. Come contenuto logico dire patriottismo di partito è come dire luminosità delle tenebre o trasparenza della nebbia, e la stessa nascita di questa espressione dimostra che il senso del primo termine è in molte coscienze obliterato a vantaggio del secondo. Finché avemmo la Monarchia nessuno si sarebbe sognato di mettere in circolazione una tale insensatezza, perché la stessa esistenza della Persona che era insieme Capo dello Stato e rappresentante della Nazione impediva di confondere la parte col tutto.

Un'altra prova di codesto oblio è la presenza del Presidente della Repubblica, a Parma, alla inaugurazione del monumento al partigiano o uomo di parte, e la sua assenza, a Bergamo, alla inaugurazione del monumento ad Antonio Locatelli, che uomo di parte non fu ma dell'Italia tutta.

Superfluo sarebbe insistere in siffatta casistica e basta ricordare che il piú rilevante uomo politico del dopoguerra dileggiò in un suo discorso le « povere anime patriottiche », per riconoscere fino a qual punto si sia voluto avvilire e vanificare quello che, dopo il senso del divino, è il piú giusto nobile e necessario fra i sentimenti umani.

Si possono rigirare come si voglia quelle parole ma non si può estirparne un'intenzione di spregio, come verso alcunché di vacuo e ventoso, che dalle persone si estende all'oggetto della loro fede.

Lo stesso uomo politico chiamò « monarchisti » i monarchici, i quali a causa della loro fedeltà all'Italia e all'Istituto che la elevò a Nazione sono da comprendere nel numero delle « povere anime patriottiche ». Aberrazioni di un mondo politico avventizio, dal momento che nulla è piú certo e concreto dell'idea di patria, questa unità costante nel tempo e nello spazio da cui procede ogni nostra vita individuale.

Nulla di gratuito e d'illusorio vi è nel sentimento patrio; esso non è il chiodo fisso di alcuni esaltati e l'antifona di alcuni logòmani, è al contrario per l'individuo il presupposto d'una piú alta vita morale, il superamento dell'empirico e miope particolarismo personale o gregario, ed è per i popoli elemento di civiltà e di progresso.

In effetti patriottismo è in un popolo coscienza della propria identità storica, della provenienza e del destino comuni, quindi senso della continuità, culto del passato e impegno del presente verso il futuro, e coesione nazionale e concordia sociale , e nozione degli interessi generali e costanti, ideali e pratici, interni ed esterni del paese.

Patriottismo è portare l'accento su ciò che unisce tutti gli uomini d'una medesima terra e non su ciò che li divide in un atomismo amorfo o li aggruppa in schiere contrastanti, è distinguere il perenne dal transeunte, l'essenziale dal secondario, l'universale dal singolare, è sentire in comune i problemi comuni, realizzare in sé, una migliore condizione per tutti che non può conseguirsi se non attraverso l'armonico sforzo di ciascuno, sapere che la storia, come le isole madreporiche, è fatta di infinitesimi e che le nostre opere e i nostri atti non sono mai esclusivamente privati, ma tutti si riflettono positivamente o negativamente sulla vita del tutto.

Patriottismo è senso di dignità e di responsabilità civile, e fortissimo esso fu presso i popoli che esercitarono un ruolo determinante nel divenire umano.

Vivo fu sempre nei grandi Italiani l'amor di patria, in tutti i nostri grandi, a cominciare dal maggiore di tutti, Dante. Nessuno prima di lui e pochi dopo di lui ebbero altrettanto vigoroso il senso della unità fisica e morale dell'Italia. Dante senti « la carità del natio loco ». In difesa della nostra lingua egli lanciò nel Convivio un'aspra rampogna contro « li malvagi uomini d'Italia che commendano lo volgare altrui e lo proprio dispregiano », l'esteromania e l'autodenigrazione essendo nostri antichi malanni, e tra i motivi ispiratori di quei « malvagi » pose « la viltà d'animo cioè pusillanimità ».

Non occorre ricordare l'invocazione di Petrarca allo « Spirto gentil » e l'invettiva di Machiavelli contro il « barbaro dominio » degli stranieri bivaccanti sul nostro suolo. Non occorre ricordare Galileo che nell'introduzione ai Dialoghi volle si sapesse, per il presente e per il futuro, che « se altre nazioni hanno navigato di piú, noi non abbiamo speculato di meno ».

« L'ossa fremono amor di patria » dice il Foscolo evocando il sepolcro di Alfieri in Santa Croce, e balzano alla mente Leopardi dell'Ode all'Italia, Carducci dellInno a Roma, Pascoli della Grande Proletaria, D'Annunzio del Canto augurale per la Nazione eletta, della guerra, di Fiume.

L'ultimo nostro grande scrittore, Papini, nella prefazione a un suo recente libro richiamò « il fortissimo e caldissimo amore che sempre ebbi per la mia terra, per la mia patria ».

Oggi l'Italia non ha più né un grande prosatore ne un grande poeta né un grande artista; e neppure un pensatore, un musicista, uno scienziato, un politico veramente grandi. Ha qua e là uomini di talento ma non ha uomini sommi quali ebbe sino a ieri. Il nostro decadimento che ha una manifestazione nell'assenzadi patriottismo, ha un'altra manifestazione nell'assenza di spiriti eccelsi. L'Italia si è appiattita.

Oggi un capo di Stato straniero dichiara tranquillamente che a suo avviso la piú rilevante personalità italiana è Lollobrigida, e in effetti le colonne del nostro prestigio nazionale sono le Gine e le Sofie, le cui adescanti immagini riempiono i giornali illustrati.

Il patriottismo è uno di quei sentimenti che è difficilissimo contenere nei limiti di una equilibrata chiaroveggenza. Quasi sempre esso pecca per eccesso fuorviando nell'orgoglio o per difetto. annullandosi nell'indifferenza, e se non possono negarsi i mali derivanti dal primo errore, l'esperienza indica come più gravi quelli generati dal secondo.

Esclusa la disinteressata trascendenza della patria, non rimane posto negli animi se non per l'interessata immanenza dell'utile, inteso nella sua accezione piú immediata e sensibile: hic et nunc, qui e subito.

Dove il patriottismo langue e si spegne, gli egoismi individuali e di gruppo tengono incontrastati il campo, e ultima filosofia superstite rimane l'edonismo, fomite di contrasti sempre rinnovantisi e non mai risolti poiché manca una s uperiore ragione in cui le parti avverse possano consentire.

Non meno gravi dei mali interni sono i mali che la deficienza di patriottismo attira su un popolo nei riguardi dell'estero. Prima conseguenza è la disistima degli stranieri, disistima verso il paese nel suo complesso e verso i singoli, della quale fanno esperienza i nostri connazionali viventi all'estero.

In molteplici modi il danno di una tale condizione ricade su tutti e su ciascuno.

Se il senso patrio fosse fra noi più vivo, i nostri pescherecci dell'Adriatico non sarebbero oggetto di pirateria. 1 dirimpettai non ignorerebbero, alle spalle dei singoli italiani, l'esistenza di una Nazione, e sarebbero piú cauti; ma dal momento che l'Italia è un

corpo disossato, le loro acque territoriali giungono sino alle nostre spiagge. In passato noi non pagavamo ad alcuno pedaggi di pesca e nessuno catturava barche italiane; e non era necessario alzare la voce, né minacciare, né compiere manifestazioni di forza. Vero è che allora il governo di Roma non finanziava istituti di « cultura slovena » a Trieste. 1 nostri pescatori dell'Adriatico hanno capito la differenza che passa quando la Nazione è una realtà e quando viene considerata un vano nome. Alcuni di essi, perduta ogni speranza, si sono trasferiti coi propri arnesi sulle coste tírreniche e potranno esercitare l'industria loro sino al giorno in cui la gente della quarta sponda non considererà l'antico Mare Nostrum come propria riserva di pesca, cosa che accadrà ineluttabilmente se l'Italia resterà floscia come una medusa marina.

Le provvidenze prese dal governo a vantaggio dei pescatori trasferitisi equivalgono d'altronde a un tacito avvertimento dato agli altri, ostinati a restare sull'Adriatico, quasi a prevenirli che ciò essi fanno a proprio rischio e pericolo e che nessuna protezione verrà loro accordata. Con tali misure praticamente Roma riconosce che l'Adriatico è un lago jugoslavo, e una attività già fiorente e sempre praticata senza contrasti quando sulla opposta riva si trovava l'Austria è destinata a estinguersi.

Se il patriottismo fosse da noi piú sentito il gruppo allogeno altoatesino non giungerebbe all'insolenza di voler soppressa l'immigrazione in Alto Adige da altre nostre regioni e di voler proibiti i matrimoni misti, come.dicono. E non sarebbe necessaria alcuna forma di repressione perché gli altoatesini di lingua tedesca starebbero quieti apprezzando i benefici derivanti loro dall'essere italiani.

Contrariamente all'opinione della stoltizia apolide, il patriottismo non è causa di attriti e incentivo di guerre, e piuttosto fattore di concordia e garanzia dipace, perché concorre a conferire a tutti la sicurezza del diritto. Il patriottismo è il punto di convergenza delle piú alte virtú civili, è senso della misura, nozione dell'equilibrio tra l'universale e il particolare, volonterosa articolazione di ciascuno nel complesso collettivo, spirito di collaborazione, prontezza a sopportare la propria parte di pesi, coscienza che il mondo non comincia e non finisce con la nostra persona.

Noi manchiamo di patriottismo perché manchiamo di queste virtú e siamo anzi impastati d'egoismo e d'invidia, con gli occhi sempre fissi sul piatto del vicino, pronti a strillare all'« ingiustizia », a rivendicare i nostri « diritti », con la mente piena soltanto di cifre e l'animo di brame.

Cecità nell'ordine morale e nell'ordine pratico, come sempre cieco è l'egoismo, perché ogni colpa morale non può non tradursi ultimamente anche in danno pratico. La categoria della mera utilità è una nave con bussola falsificata, destinata al naufragio. Chi persegue soltanto l'utile presente non lo consegue, quando lo consegue, se non scontandolo con un danno futuro: e il pan-economismo in cui viviamo, dopo aver fatto tabula rasa d'ogni ragione ideale avrà la sua rovinosa palingenesi sul terreno stesso dell'economia.

Per le generazioni che ci precedettero il patriottismo aveva soprattutto come campo d'applicazione la politica estera, le cure della posizione occupata dal proprio paese in una agonistica realtà internazionale; per la nostra generazione esso, conservando quel contenuto, non può disinteressarsi della politica interna e deve compenetrarsi di socialità. L'istituto atto per eccellenza ad assolvere la funzione mediatrice tra patriottismo e socialità è la Monarchia.

L'idea essenziale del secolo passato fu la libertà politica, e ad essa si aggiunge nel nostro secolo l'idea della socialità, il pubblico interessamento alle condizioni dei meno dotati di qualità personali, e quindi

il riconoscimento del diritto e del dovere al lavoro, onde ognuno consegua la libertà dal bisogno, partecipi alla vita del consorzio civile, e nessuno rimanga privo di mezzi, di assistenza, di simpatia umana.

Il problema è di conciliare il diritto al lavoro retribuito con la proprietà privata e la libera iniziativa economica, poiché lo Stato il quale attraverso la soppressione della proprietà assume totalitariamente il governo dell'economia non può che generalizzare l'indigenza nella servitú. La terapia comunista equivale a guarire la malattia ammazzando il paziente: dov'è questione di morte civile se non fisica.

La giustizia sociale non deve intendersi come egualitarismo, che sarebbe insieme ingiusto e innaturale, ma come armonizzazione dei distinti in una sintesi superiore, e la formula integratrice di libertà e giustizia sociale sarà veramente il partus masculus aetatis nostrae, come Francesco Bacone chiamò il suo nuovo metodo di ricerca scientifica.

Mentre l'Oriente bolscevico ha abbracciato l'illusoria soluzione del materialismo storico, l'Occidente è da alcuni decenni impegnato nella ricerca di codesta integrazione che sia valida in campo pratico e in campo spirituale, dato che la pace degli spiriti non e meno importante del tanto idoleggiato « benessere » materiale. La forma monarchica dello Stato, appunto perché trascendente il principio elettorale e posta all'infuori di classi e partiti, è costituzionalmente avversa a ogni sorta di privilegi e interessata al progresso sociale nella concordia civile. La sovranità non è un privilegio ma un servizio reso alla Nazione come suprema garanzia di legalità e di giustizia, e la legalità comprende la libertà come la giustizia comprende la socialità.

Ciò che la Monarchia respinge sono le involuzioni demagogiche che danno frutti di cenere e tosco per coloro stessi che si pretende di sovvenire; e invero ai suoi occhi l'indigenza e le sofferenze di alcuni strati

della collettività sono mali da sanare e non, come sovente accade agli occhi dei partiti politici, motivi di calcoli elettorali.

Soltanto un'astiosa polemica ha potuto oscurare la verità che ufficio del Re è di servire la Nazione, ossia il popolo nella sua continuità storica, di servire tutti e ciascuno in una relazione che è rapporto di diritto ed è vincolo personale.

Gli stessi fasti e magnificenze di cui la Monarchia si circonda, facile bersaglio del rancore giacobino, sono un aspetto marginale di codesto servizio, trattandosi di spettacoli tonificanti per le moltitudini ma non certo comodi per chi li vive, spettacoli che d'altronde la repubblica si affretta a copiare avvertendone la necessità.

Nel tempo nostro la vocazione sociale della Monarchia è l'ultima espressione della ricettività ch'essa ebbe in ogni tempo nei riguardi dei contenuti storici che incontrò sul suo cammino. La Monarchia in effetti fu feudale quando l'ordinamento territoriale dell'Europa era in feudi; fu assoluta dando vita allo Stato patrimoniale quando sull'atomismo dei Comuni era necessario creare l'unità politica e amministrativa statale; nell'Ottocento essa accolse col costituziona. lismo l'idea del secolo, che era la libertà: nel Novecento la socialità è la. nuova idea ch'essa è chiamata ad assumere facendo salvo il contenuto precedente.

La Monarchia può essere rivoluzionaria senza sovvertimenti e conservatrice senza reazioni, nella sua funzione mediatrice delle età e conciliatrice degli interessi essa è tradizionale in quanto custode dei valori consacrati dai secoli e ancora vitali, e innovatrice in quanto aperta a ogni esigenza di vero progresso.

La forma repubblicana dello Stato, sfornita com'è di esperienza storica e d'intimo equilibrio e legata com'è alle fluttuazioni delle parti, non possiede altrettali titoli e garanzie ad assolvere il ruolo imposto dall'ora al tempo.

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