NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 3 gennaio 2013

Il Partito Nazionale Monarchico Nazionale - XV parte


BENEDETTO CROCE E LA MONARCHIA

Anche gli orecchianti sanno che le opere filosofiche di Croce, poste all'indice dalla Chiesa perché negatrici della trascendenza, affermano un immanentismo idealistico: « Non esiste il vero, ma il pensiero che pensa; non esiste il bene, ma la volontà morale; non il bello, ma l'attività poetica e artistica, non lo Stato, ma le azioni politiche » (Elementi di politica); e, seguitando, non esiste il Dio nelle religioni positive, bensì, negli uomini e nei loro atti, lo Spirito, cioè l'universale umano presente in ognuno unitamente alle stigmate dell'individuo empirico.

Solo una filosofia dello Spirito rende possibile di comprendere l'eracliteo flusso del divenire, il mondo in movimento, la Storia, intendendo questa parola in un significato più ampio di quello tradizionalmente attribuitole.

La Storia è il teatro d'un perpetuo processo di scomposizione e di ricomposizione, di parti che si squilibrano e di parti che si riequilibrano come risultato delle molteplici azioni umane, le quali nelle loro più alte espressioni hanno un valore oggettivo e sono volte all'universale.

Crocianamente, poiché la vita dello Spirito è la libertà, la Storia è storia della libertà, e durante il Ventennio a chi un po' grossolanamente gli domandava se saremmo usciti dalla dittatura, il filosofo rispondeva, su un piano diverso: «la libertà ha per "è più che l'avvenire, ha per sé l'eterno », dove non si può non annotare che la libertà morale, indispensabile alla vita della coscienza, è altra cosa dalla libertà elemento di un'insegna politica, il quale suole congiungersi e contaminarsi con altri elementi, e sorge in funzione di determinate circostanze di tempo e di luogo. Un esempio: Mussolini disse un giorno che un governo il quale non vuole cadere, non cade, e il chiaro sottinteso delle sue parole era la forza, come si addice a un capo illiberale; l'on. De Gasperi non faceva appello alla forza, ma in una vigilia elettorale dichiarò che a un dato momento i voti non si contano soltanto, ma si pesano, sentenza che contraddicendo all'aritmetica democratica rivela qualche analogia col perentorio motto mussoliniano. .

Accogliendo peraltro come valido il principio d'interpretazione della storia adottato dal Croce e da lui posto a fondamento della sua resistenza al fascismo con l'assumere in concreto la difesa delle libertà politiche apertamente e ingenuamente negate dal regime, resta che il liberalismo crociano era legato all'istanza d'un costume civile di serietà e di saggezza inesistente oggi come allora; e resta che oggi i tardivi apologeti del grande filosofo intenzionalmente ignorano molti punti del suo pensiero, come la sua opposizione all'astrattismo utopistico del cosiddetto « spirito democratico », il suo concetto della politica come potenza, la sua diffidenza verso il parlamentarismo, la sua negazione dei miti internazionalistici; e dimenticano il suo aforisma secondo cui « al governanti bisogna sempre parlare di libertà, al popolo bisogna sempre parlare di autorità ».

Chi frequentò l'uomo e ha confidenza con le sue opere, specialmente quelle che per l'assunto o per il tempo in cui vennero composte sono immuni da occasioni polemiche, sa ch'egli viveva nell'aura della Destra storica, congeniale agli esemplari uomini che sapevano darsi una disciplina religiosa, nel "clima" d'una civiltà morale che non in modo esclusivo il fascismo, bensì la temperie degli ultimi decenni in tutti i paesi ha respinto verso il passato.

Sollecito della libertà egli si adoprò a separare dal liberismo economico il liberalismo politico, per salvare almeno questo dal rullo compressore del collettivismo; sennonché l'esperienza storica mostra che liberalismo e liberismo insieme nascono e muoiono insieme, e non si vede quali pubbliche e private libertà potrebbero sopravvivere quando tutte le attività della produzione, della circolazione e della distribuzione fossero regolate da una centrale unica.

Sul terreno politico occorre d'altronde considerare che talora un popolo è posto nella necessità di scegliere non tra un bene e un male, bensì tra due mali il minore; e la deprecabile alternativa dinanzi a cui noi potremmo trovarci domani, tra un autoritarismo nazionale e umano e un autoritarismo forestiero e inumano, getterebbe una luce diversa sul nostro recente passato.

Nessuno conobbe il valore della tradizione come Croce, il quale affermava che la barbarie è rottura di' tradizioni'. e questo vigoroso sentimento del passato aveva parte nelle sue convinzioni monarchiche.

Nella Storia d'Italia dal 1871 al 1915, che è il libro suo più felice e divulgato e dove pieno riconoscimento è reso alla Dinastia sabauda come fattore risolutivo del Risorgimento e come forza coesiva del paese nel decenni successivi, nominando gli uomini della Destra caduta nel '76, egli scrive: « Avevano essi voluto un'Italia che s'inserisse sul tronco di un passato ancora robusto e verde, epperò erano stati propugnatori della Monarchia dei Savoia; e i loro successori, e anche di essi gli antichi repubblicani e i recenti convertiti, lasciarono cadere le vecchie idee di sovranità popolare e di costituente, e si dichiararono e dimostrarono col fatto fedeli e devoti alla Monarchia ».

Nell'imminenza del referendum istituzionale, il 22 maggio 1946, egli diramò alla stampa il seguente comunicato: « Leggo in più d'un giornale che il senatore Croce è un monarchico truccato da agnostico. Quantunque trucco e agnosticismo siano due parole non del mio vocabolario, sono costretto ora ad adottarle per dichiarare anzitutto che nel mio comportamento non c'è trucco di alcuna sorta. Tutti sanno che io sempre affermai il mio convincimento che all'Italia giovasse mantenere la figura del Monarca come simbolo di unità nazionale e di stabilità statale ».

Ai molti antifascisti e repubblicani dell'ultima ora, affannatisi in occasione della sua scomparsa a tessere l'elogio del pensatore da essi lungamente ignorato se non vituperato, noi monarchici di sempre sottoponiamo queste parole di Croce, anche se non ne condividiamo interamente il pensiero e anche se avevamo sperato da lui in quel momento una condotta pia attiva.

Unità nazionale e stabilità statale. Auguriamoci che i fatti non mettano alla prova l'una e l'altra mentre manchiamo dell'Istituto e della Persona che per noi sono molto pia che simboli. Il processo di vanificazione della Monarchia sino a ridurla a nudo emblema è uno degli errori che hanno condotto la società alla presente inestricabile crisi.

Nessun commento:

Posta un commento