NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 24 gennaio 2020

La macchina dello stato


Questo il titolo di una interessantissima mostra tenutasi diversi anni or sono a Roma, nei locali dell’Archivio Centrale dello Stato, per il centocinquantesimo anniversario della proclamazione del Regno d’ Italia e che riguardava leggi, uomini e strutture che hanno fatto l’Italia. La Mostra, non ebbe il successo di pubblico che meritava, forse anche per l’ubicazione all’EUR, ma essendo stato pubblicato un catalogo con lo stesso titolo,”La Macchina dello Stato”, uscito nel 2011, edito da Mondadori Electa, ricchissimo di dati, di fotografie, di tavole e tabelle, di documenti, è sperabile che lo stesso possa trovarsi tramite internet od in qualche libreria specializzata od antiquaria. Farne oggi una recensione approfondita non appare possibile per il numero e l’ampiezza dei temi e la personalità degli autori dei vari capitoli, tutti di un estremo interesse per testo e documentazione. Basti pensare alla sua strutturazione da “Il primo quarantennio” dello Stato unitario, periodo sul quale ci soffermeremo successivamente, a “Da Giolitti al primo dopoguerra“, al “Fascismo“, in cui sono state messe in luce sia le realizzazioni positive in tanti settori -dalle opere pubbliche, all’architettura, all’istruzione, al lavoro e dopolavoro- sia l’apparato poliziesco e repressivo e le discriminazioni razziali -a dimostrazione che non si possono cancellare venti anni di storia, fermo restando il giudizio che dello stesso periodo ciascuno può liberamente dare proprio in virtù di tutti i dati e gli elementi esposti-, per chiudere con il breve periodo “Verso la Repubblica” dal 25 luglio 1943 alla promulgazione della attuale Costituzione. Questi periodi, suddivisi in brevi capitoli riguardanti i singoli problemi, sono stati preceduti da alcuni saggi: fra questi ne citiamo ad esempio uno, intitolato “La Pubblica Amministrazione italiana da Cavour a Giolitti“, di Giuseppe Galasso, estremamente completo ed obiettivo, dove fra l’altro -in sottile polemica con chi contesta l’abrogazione di leggi e regolamenti degli stati preunitari- rileva che negli anni napoleonici, in cui “...quasi tutta l’Italia era stata o annessa all’impero francese o unita al Regno d’Italia, o aveva continuato a far parte del regno di Napoli …con il fratello Giuseppe e poi..con Gioacchino Murat…, alla stessa erano stati imposti la legislazione napoleonica, - con il Code Napoleon in testa – e ordinamenti politici ed amministrativi... e grandi provvedimenti, quali la secolarizzazione dei beni ecclesiastici…, riforme che non svanirono… nel 1815, con la restaurazione... e ad esse si aggiunse il grande patrimonio costituito dalle esperienze amministrative e militari fatte nei quadri dell’Italia napoleonica…”, per cui “lo stato italiano non sorgeva su una base di totale. estraneità e diversità delle sue parti..”, afferma, dopo un’ampia disanima delle vicende risorgimentali, che “…è sorprendente che nelle storie politiche ed anche istituzionali del paese non sia stato abbastanza colto questo... risalto della monarchia come punto di riferimento nella vita politica nazionale e come suo strategico e impreteribile snodo istituzionale...”, concludendo con un riferimento alla Pubblica Amministrazione, al suo ruolo “di modernizzazione e di dinamismo di una società che, nella massima parte della penisola, appariva … nel 1861 più legata a equilibri e logiche di antica tradizione che a pressanti istanze di movimento e di trasformazione…, basti pensare alla parte avuta dallo stato italiano … nella dotazione di infrastrutture moderne, a cominciare dalle ferrovie e della pubblica istruzione, oppure dalla grande opera di amalgama nazionale svolta dallo stesso Stato con le sue forze armate, scuola della nazione, come furono definite“ e questo grazie a quella leva obbligatoria tanto criticata dai nostalgici borbonici, che forse preferivano che si spendessero i ducati per pagare i reggimenti mercenari svizzeri o bavaresi.
Un altro saggio “I prodromi dell’Unità“, di Romano Ugolini, è egualmente interessante perché dedica ampio spazio ad uno dei “dimenticati“ del Risorgimento, insieme con Carlo Alberto, e cioè a Massimo d’Azeglio, al quale attribuisce il grande merito di aver saputo indirizzare il giovane Sovrano, Vittorio Emanuele II, sulla strada del costituzionalismo e di avere aperto le porte del Piemonte “all’esulato nazionale, senza guardare troppo alla fede politica di appartenenza. Non solo: a quell’esulato non offrì unicamente un libero asilo, ma cercò, …di inserire le personalità più illustri e preparate nelle strutture dello stato, conferendo da un lato stipendi, ma guadagnando …l’apporto di una cultura umanistica e scientifica il cui innesto nei gangli vitali della vita piemontese poteva già far parlare di un vero e proprio laboratorio nazionale“; di questo particolarmente si giovò Cavour, per cui nel 1859 “allo scoppio del conflitto, nessuno dei principali collaboratori di Cavour era piemontese. Parliamo di Farini, Minghetti, Mamiani, Gualterio, Massari e La Farina..” e Gabrio Casati.
Venendo a “Il primo quarantennio“, dopo un breve accenno allo sviluppo degli uffici postali passati dai 2220 del 1862 ai 2799 del 1873, incrementati particolarmente nelle regioni meridionali “le più carenti al momento dell’ unificazione“, si passa alle “Misure dell’Unità d’Italia“ con la scelta del sistema metrico decimale che, già effettuata dal Regno di Sardegna, dallo Stato Pontificio e dal Ducato di Modena rispettivamente nel 1845, 1848 e 1849, fu estesa prima alla Lombardia ed alle altre regioni con legge 28 luglio 1861, “fatta eccezione per le province napoletane e siciliane, che avrebbero beneficiato di una dilazione per l’effettiva entrata in vigore del sistema fino al primo gennaio 1863”. Le tavole di ragguaglio ufficiali furono pubblicate e distribuite successivamente e sono alla base dell’unico sistema metrologico, “potente fattore di unificazione del paese dal punto di vista economico, tecnico-amministrativo e culturale“ per cui il Regno d’Italia poté partecipare ed aderire a pieno titolo alla Conferenza Internazionale del Metro, tenutasi a Parigi il 20 maggio 1875.
Di non minore importanza ed urgenza era “l’unificazione Monetaria“ in quanto “nei territori che formavano nel 1861 il Regno d’Italia circolavano 263 diverse monete metalliche….” per cui “l’intralcio agli scambi commerciali era enorme e si sommava a quello prodotto dai dazi doganali..”: alla vigilia dell’unità esistevano ben nove banche di emissione che dopo l’unità furono concentrate in una unica banca nazionale, anche se “…accanto ad essa restarono in vita le due banche toscane e i due banchi meridionali“ fino al 1894, quando quelle toscane e la banca romana si fusero per dare vita alla Banca d’Italia”, mentre sopravvissero “…i due banchi meridionali…come banche di emissione fino al 1926…”.
E “L’ unificazione legislativa ed amministrativa“ del Regno? Bisogna attendere il 1865, data la delicatezza del problema con riferimento alle legislazioni degli stati preunitari, e precisamente il 20 marzo per la pubblicazione della legge relativa (la legge n.2248), anche se per la Corte dei Conti e per la Cassa Depositi e Prestiti, fondata nel Regno di Sardegna nel 1840, vi erano state delle leggi precedenti nel 1862 e 1863, data l’ urgenza di poter disporre di queste istituzioni, ancora oggi vive, vitali e fondamentali per il controllo delle spese e per lo sviluppo economico.
In tutta questa vicenda volta a costruire uno stato moderno, almeno per l’epoca, si inseriscono alcuni fenomeni che frenano lo sviluppo, distolgono energie e fondi: parliamo, ad esempio, de “Il brigantaggio”, al quale è pure dedicata una sezione della Mostra, che, per essere debellato, richiese una legislazione speciale (Legge 1409 del 1863), la quale prese nome dal deputato abruzzese Pica e rimase in vigore fino al 1865, quando il fenomeno -che era storicamente endemico nel meridione d’ Italia ed al quale si erano aggiunti, dopo l’unità, elementi di legittimismo borbonico e di rivolta rurale- fu finalmente debellato.
Quanto alla educazione scolastica, dopo la fondamentale legge Casati, abbiamo “La scuola di Coppino“, con la legge 3961 del 1877 che dà “...una risposta più forte alla problematica dell’alfabetizzazione del paese…” rafforzando “...l’autorità dello Stato sulla scuola, facendo della istruzione elementare gratuita, obbligatoria e laica uno dei suoi fondamenti...”, riuscendo a portare già alla fine dell’anno scolastico 1886-1887 la sua applicazione in 8178 comuni su 8267 e riducendo l’analfabetismo dal 78% del 1861 al 56% del 1900. Nel campo della istruzione pubblica è da considerare pure “...il ruolo importante delle scuole reggimentali nella riduzione dell’analfabetismo tra i coscritti...”, a conferma anche da questo punto di vista della opportunità della leva obbligatoria.
Ed il territorio di questa Italia unita? Ecco il grande lavoro “Dai catasti preunitari al catasto italiano“: erano 22 i catasti degli stati preunitari, di cui 8 di tipo geometrico-particellare ed i restanti di tipo descrittivo, che dovettero fatalmente ancora sopravvivere per diversi anni prima di poter essere unificati nel tipo geometrico-particellare con la legge del 1 marzo 1886 n.3682, legge Messedaglia, la quale produsse circa trecentomila fogli di mappa ed i corrispondenti registri catastali, opera colossale terminata nel 1956, per la quale dal 1934 fu di aiuto la aerofotogrammetria.
Questa conoscenza del territorio, “Conoscere per Amministrare“, fu una esigenza sentita dal nuovo stato e questa idea trovò “...il suo punto di forza nella creazione, già nel 1861, di una divisione di Statistica generale presso il Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio (R.D. 9 ottobre 1861 n.294)”, grazie alla quale “nel primo decennio postunitario, nonostante le difficoltà burocratiche, legislative e l’ inesperienza degli uomini e delle cose, come spiegherà Maestri (primo direttore, medico ed uomo del Risorgimento), furono svolte indagini di fondamentale rilevanza”, dai censimenti ai bilanci di comuni e province, delle casse di risparmio, delle società commerciali ed industriali, alle statistiche delle società di mutuo soccorso (1862), che in pochi anni “fecero guadagnare all’Italia il riconoscimento internazionale. Già nel 1867 fu infatti prescelta per ospitare, in Firenze, la sesta sessione del Congresso internazionale della statistica“. Non dimentichiamo la inchiesta Jacini sulle condizioni dell’agricoltura e l’impostazione di un’altra opera fondamentale per la conoscenza approfondita del territorio, e cioè la compilazione della Carta Geologica della Stato, in quanto all’epoca della unificazione “si poteva disporre solo di carte parziali, anche se preziose, realizzate –soprattutto per la Toscana, l’Emilia, il Piemonte e la Lombardia- da distinti geologi che avevano operato isolatamente nei diversi stati…”, mentre esistevano vistose lacune per l’Italia centrale e meridionale. E a questo si aggiunga l’ istituzione del Servizio Meteorologico, per cui anche in questo settore il giovane Stato italiano entrava a far parte di organismi internazionali ed a partecipare a congressi, quale quello di Vienna del 1873, dove il nostro fisico Giovanni Cantoni fu eletto membro del Comitato permanente. Negli anni dal 1880 si imposta anche il lavoro sui corsi d’acqua realizzato, tra l’altro, per introdurre in agricoltura moderni sistemi di irrigazione, particolarmente opportuno in un paese soggetto a periodiche alluvioni. Sempre dopo il 1880 si pongono le basi di quello che oggi chiamiamo “stato sociale“, da un lato regolando il preesistente sistema delle società di mutuo soccorso, esistenti da decenni particolarmente nel Piemonte Sabaudo e che nel 1894 avevano raggiunto il numero di 6722, dall’altro per quanto riguarda la legislazione a favore dei lavoratori, partendo dal 1859 con la legge n.3755 sulla sicurezza dei lavoratori delle miniere, proseguendo nel 1873 con la legge n.1733 sul divieto dell’impiego dei fanciulli nelle professioni girovaghe, nel 1881 con la legge n.134 sulla Cassa pensioni per impiegati statali, nel 1886 con la legge n.3657 sul divieto del lavoro dei fanciulli negli opifici e nelle miniere, e arrivando alla legge 17 marzo 1898 n.80 sulla assicurazione obbligatoria degli infortuni sul lavoro nella industria -con contributi a carico dei datori di lavoro- ed alla successiva legge del 17 luglio 1898 n.350, creatrice della Cassa di previdenza per gli operai, con la quale si introdusse il principio dell’ assicurazione sussidiata di invalidità e vecchiaia, firmate dal Re Umberto I del quale, così scrisse Giolitti nelle sue memorie, “non notai in Lui prevenzioni di sorta contro una politica liberale e democratica. Egli intendeva con alto senso di responsabilità la sua funzione e si informava moltissimo delle cose dello Stato, interessandosi di tutto…”.
Questo il quadro complessivo, anche se forzatamente incompleto, dell’enorme lavoro svolto in tutti i settori della vita nazionale nel primo quarantennio dello stato unitario, i più complessi e difficili data la disparità dei punti di partenza e le manovre e le azioni poste in atto dagli avversari della Unità, nonché da quelle frange mazziniane che non sopportavano il raggiungimento della unità ottenuto con -e grazie alla- Monarchia dei Savoia, lavoro che consentì le ulteriori conquiste politiche, economiche e sociali del periodo giolittiano, con il pieno consenso del giovane Re Vittorio Emanuele III, che ebbe il suo culmine nelle celebrazioni del cinquantenario del Regno nel 1911 e nel successivo completamento dell’ unità nel 1918.
La domanda conclusiva è: “tutto questo lavoro sarebbe stato possibile con una diversa articolazione dello Stato“? Noi crediamo, in opposizione con chi diceva “noi credevamo“, che lo Stato doveva essere necessariamente centralizzato, in modo da utilizzare al meglio tutte le energie, le competenze, le conoscenze che altrimenti si sarebbero disperse, provenienti da tutte le regioni e le province, smentendo nei nomi e nei fatti la volgare accusa di “piemontesizzazione“, dal momento che le regioni meridionali dettero un contributo fondamentale di uomini, come poteva vedersi in un’altra iniziativa -di cui dovremmo ricercare la documentazione -presa nell’ambito della Pubblica Amministrazione sempre nell’anno del centocinquantenario- e cioè la raccolta dei profili di 150 amministratori provenienti da tutte le regioni del nuovo Regno,che dalla nascita, nel 1861, hanno onorato l’Italia e le cui figure dovrebbero essere conosciute a memoria ed a monito nel grigiore dell’ età presente.

Domenico Giglio


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