NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 19 gennaio 2020

Io difendo la Monarchia - Cap VIII - 4


Questa volta al Convegno di Feltre, HitIer parlò per tre ore. E non dette che ammonimenti e consigli. Mussolini tacque ancora una volta, mostrandosi preoccupato per il bombardamento di Roma che avveniva in quella stessa ora. Era visibilmente irritato e deluso, ma rimase in silenzio a meditare sui rimproveri che HitIer aveva rivolto ai generali e soldati italiani comandati da lui.
Per non aver trovato l'energia di replicare qualcosa a Hitler, tornò a Roma nerissimo e telefonò al Ministro della Propaganda Polverelli per avvertirlo che sarebbe arrivato un comunicato sul convegno da collocare nei giornali senza rilievo alcuno: « mettetelo dove vi pare e come vi pare ». Questa comunicazione tanto insolita sbalordì e insieme preoccupò il Ministro già gravato in quei giorni da foschi presagi. Egli non aveva potuto resistere alla tentazione di pubblicare un discorso rivolto da Mussolini ai gerarchi un mese, prima. Lo aveva letto e riletto per molti giorni, si era convinto nella sua grande
semplicità di spirito che si trattava di un discorso storico (quanta monotonia dì aggettivi e quanto candore intellettuale!) e aveva strappato l’autorizzazione a pubblicarlo pochi giorni prima dello sbarco in Sicilia. Si trattava del discorso del bagnasciuga ove si ammoniva il nemico che tutti i soldati sbarcati avrebbero occupato, sì, l’Italia durevolmente, ma in posizione orizzontale. Dopo pochi giorni gli angloamericani sbarcarono nell’isola e vi rimasero ben saldi, in piedi. Quel discorso così prontamente contraddetto dai fatti, segnò la fine del credito di Mussolini.

Il nemico era penetrato nel territorio nazionale con enorme superiorità di armi e di armati. Le nostre città, il più alto prodotto della civiltà occidentale e cioè umana, erano destinate alla distruzione totale, anche Roma era stata bombardata e più lo sarebbe stata in avvenire. L'Incanto della « città aperta » era rotto. Il popolo di Roma, nella giornata del 19 luglio aveva fatto sentire la sua insofferenza e il suo desiderio di pace, cosi come nelle settimane precedenti, il Re aveva potuto constatare, a Civitavecchia e a Genova. L'esercito non combatteva più, i fascisti erano scomparsi, Mussolini non aveva un fascista alle sue spalle, ma solo alcuni figuri che si sarebbero dileguati per sfuggire alla vendetta popolare appena conosciuta la notizia delle sue dimissioni. Anche il Gran Consiglio si sarebbe pronunciato contro il suo capo nei prossimi giorni.

Il convegno di Feltre aveva fatto capire, e Mussolini lo aveva detto al Re, che non vi era più nulla da attendersi dalla collaborazione tedesca. L'Italia era per i tedeschi null'altro che una difesa avanzata (da sfruttare fino all’estremo) della fortezza hitleriana.

Vi era sì un elemento negativo: la sproporzione tra le forze tedesche e le forze italiane non era diminuita, ma cresciuta.
La battaglia di Sicilia era stata I‘opposto di quella di Tunisia, i tedeschi sì erano dimostrati assai più combattivi degli italiani. Ma in realtà tutte le nostre migliori divisioni erano rimaste al di là delle frontiere e se prima Mussolini ne aveva impedito il ritorno in Patria, perché si sentiva protetto dai tedeschi assai più che dagli italiani, ora il governo di Berlino ne impedirà, il richiamo. Conveniva dunque agire rapidamente e nel più assoluto segreto. Spetterà poi ai partiti clandestini, se hanno radici nel popolo di uscire alla luce e di produrre la nuova atmosfera della lotta contro il vero eterno invasore.
         Cosi avvenne  il 25 luglio. Poté essere una coincidenza non sgradita che anche dei fascisti altolocati condannassero la politica dì Mussolini, ma la decisione'di revocargli il mandato era già stata presa dal Re ed era ormai irrevocabile sin dal 20 luglio. Essa fu comunicata dal Re ad Ambrosio quando non si poteva sapere che vi sarebbe stata una mozione Grandi contro Mussolini che avrebbe ottenuto nel Gran Consiglio la maggioranza.

Senza dubbio il Re riteneva più opportuno un governo militare e tecnico che fosse in grado di trattare l'armistizio con gli alleati senza essere compromesso  con il fascismo e che potesse tenere a bada i tedeschi i quali si sarebbero invece lanciati nell'aggressione appena avessero visto al Governo gli uomini dell’antifascismo. Non bisogna dimenticare che il « patto d'acciaio » del maggio 1939, che costituiva la base del nostro intervento, era fondato su una premessa ideologica che faceva richiamo alla solidarietà delle due rivoluzioni. I tedeschi avrebbero potuto, nel caso di un ministero Bonomi, invocare quel patto per intervenire a loro agio. Allo stesso modo il Re non poteva chiamare al Ministero i vari Federzoni o Grandi, come dopo si insinuò che era sua intenzione di fare, per salvare... il fascismo. Egli temeva anzi che costoro volessero far pesare il loro voto contro Mussolini per designarsi alla successione. Ecco perché si ricorse ai militari ed ai tecnici, ecco perché tutti gli interpellati dalla Corona a cominciare da Orlando e da Bonomi consigliarono Badoglio. In verità fu il solo Badoglio a desiderare un ministero politico e sì recò dal Re nei primi giorni di luglio per suggerirglielo. Fu un atto di modestia e dì onestà che fa onore al vecchio maresciallo. Egli voleva che altri uomini assai più esperti di lui nella politica, conoscitori di quei movimenti clandestini e dell'emigrazione che avrebbero dovuto fornire, i quadri dell'Italia da rifare, lo coadiuvassero nel Governo, nelle trattative difficili e insidiose dell'armistizio, nella preparazione dello spirito pubblico alla probabile lotta contro i tedeschi. Forse, giudicando aprés coup è possibile stabilire che Badoglio avesse delle buone ragioni. I tedeschi, infatti, non sì lasciarono ingannare dal Ministero; tecnico e cominciarono a far scendere dal Brennero quelle divisioni che avevano pochi giorni prima negate a Mussolini nell'incontro di Feltre. Bisognava, a loro giudizio, non lasciarsi sfuggire la base italiana nella quale si poteva ritardare per molto tempo, lungo tutto il corso della Penisola, la marcia nemica. Intanto l’Italia, scientificamente depredata, avrebbe fornito all'esercito, al lavoro e alla popolazione del Reich i viveri, gli uomini, i beni, le scorte, le macchine dell'alleato di ieri. V'era insomma un altro paese da mettere a sacco e da sottoporre alla guerra totale, mentre gli scienziati germanici preparavano le armi nuove per tentare di far mutare ancora il corso della guerra.

Si poteva, dunque, in queste condizioni, fare, subito un Ministero Politico, sebbene vi si opponessero ragioni che verremo spiegando, ma non fu certo diffidenza o calcolo dinastico quel che portò ad una diversa soluzione. Fu invece la somma dei giudizi e dei consigli degli  uomini interpellati. Così deve dirsi l’espressione «la guerra continua » che ha suscitato tante polemiche e che fu molto sfruttata nei circoli stranieri contrari all'Italia. La creazione di un Ministero tecnico fece sì che il Re si trovò solo con il vecchio maresciallo nel terribile trapasso, dalla guerra contro gli anglo-americani alla guerra contro i tedeschi. Era il momento più grave della nostra storia, dai giorni di Novara, e tutto ci venne meno, ma non si rimproveri il Sovrano di averlo affrontato da solo nella speranza di evitare maggiori danni alla Patria. Non fu certo per ambizione o per libidine dì comando e tanto meno per interesse dinastico. Sarebbe stato assai più agevole per la Corona far assumere ai capi dei partiti la loro parte di responsabilità , nelle trattative di armistizio. Ma non sì riflette che, anche per consiglio e per volontà di quei capi, esse dovevano essere segretissime per sfuggire all'accentuata sorveglianza tedesca? Anche più agevole sarebbe stato lasciare a quelle personalità la responsabilità della difesa e della resa della capitale. Nessuno avrebbe in seguito potuto inscenare la campagna scandalistica per « la fuga di Pescara »,

Questo episodio della disfatta italiana ha fornito, infatti ì il pretesto ai beneficiari di essa per inscenare una turpe campagna di stampa che ancora perdura. Si è puntato sul turbamento psicologico della popolazione della capitale per chiamare in causa direttamente la Monarchia e renderla responsabile dei fatti del settembre.



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