NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 29 marzo 2013

La validità dell'Istituto Monarchico

Ne siamo più che mai convinti, è ovvio.
Ma lo spettacolo cui assistiamo periodicamente, ogni 7 anni più o meno, dovrebbe convincere anche i più scettici,  quelli più cocciutamente convinti della supposta superiorità della repubblica.

Il capo dello stato è super partes, secondo repubblicana costituzione, ma tutti si affannano a volerne uno che un po' di parte lo sia ed inevitabilmente sarà così: ci sarà qualcuno contento e qualcuno che lo sarà meno o non lo sarà per niente.

La tradizione recente vuole che i capi di stato siano di ferrea osservanza democristiano-azionista-comunista. Un po' meglio andava all'inizio della storia repubblicana, quando i presidenti li sceglievano monarchici e qualcosa pure significava.

Ma lo scempio dell'Italia (che passa attraverso lo sfacelo dell'istituzione repubblicana scritto a lettere di granito nella costituzione, che non è la più bella del mondo se non, forse,  nei primi articoli, ove si elencano alcune dichiarazioni di principio puntualmente disattese nei restanti articoli e nella pratica civile) è al suo apice.

Al Quirinale torni il legittimo titolare. Torni colui che è capo dello stato per aver incarnato nella sua storia la storia della Nazione. Non l'espressione di una parte/partito.

Al Quirinale torni il Re!




giovedì 28 marzo 2013

Ministro Giuliomaria Terzi di Sant'Agata

Stavolta questo nobiluomo ci è piaciuto.

Ha mantenuto la schiena dritta ed ha presentato le dimissioni coram populo spiegando e sottolineando che lui non era il responsabile di questa gestione.
Sicuramente ci sono mille cose che non sappiamo e non sapremo mai.
Ci fa piacere però ogni tanto vedere che qualcuno parli dell'Onore dell'Italia e delle Sue Forze armate. 

Lo staff

mercoledì 27 marzo 2013

Le Repubbliche sono vecchie, le monarchie ringiovaniscono


di Franco Ceccarelli

Se nella Repubblica italiana ci è voluta, con le elezioni del 2013, una mezza rivoluzione (avvenuta in gran parte grazie al web) per “svecchiare”, finalmente, un parlamento ormai gerontocratico che, di conseguenza, garantiva l’elezione di capi dello Stato già gravati da un’età altrettanto veneranda (fatta l’eccezione dell’appena 57enne Francesco Cossiga) stride, in tale contesto, il contrasto con quel che accade nelle non poche monarchie europee oggi esistenti.

Anche nel Regno Unito, in Spagna, in Belgio, in Danimarca, in Svezia, in Norvegia, per dirne solo alcune, i rispettivi sovrani iniziano a sentire i loro annetti (partendo dalla ormai 87enne Elisabetta II, per giungere al “giovane” 66enne Carlo Gustavo XVI di Svezia) .

[...]

La Monarchia e il Fascismo- VII


Le elezioni politiche del 16 novembre.

Nella campagna delle elezioni politiche, per i collegi di Ravenna e Forlì troviamo candidati della Consociazione repubblicana romagnola elementi che operano nell'ambito dei Fasci di combattimento: Pirolini, Mario Gibelli, Pio Schinetti, Ferdinando De Cinque (fondatore con Ferruccio Vecchi e Pietro Nenni del fascio di Bologna), Ubaldo Comandini, Ulderico Mazzolani. A Bologna si tengono delle riunioni dove, si proclamano i candidati, presenti i rappresentanti del Fascio e dell'Unione repubblicana. E così a Roma i repubblicani e i combattenti formano il Fascio d'Avanguardia coi socialisti riformisti e fanno comizi presieduti da Ettore Ferrari Gran Commendatore della Massoneria, e fra i candidati sono inclusi Innocenzo Cappa (che sarà un giorno fatto senatore da Mussolini), Giuseppe Romualdi, Giovanni Cuccia, Paolo Ceci, Attilio Susi, aderenti almeno spiritualmente al fascismo e in testa ai sottoscrittori brilla Romolo Vaselli futuro grande imprenditore. del Regime. Il settimanale fascista Roma Futurista, proclamandosi repubblicano invita a votare per la lista del Fascio d'Avanguardia, avvertendo che chi vota altrimenti è da considerarsi antifascista. I veri fascisti di Roma sono dunque i repubblicani. E infatti l'Iniziativa riproduce con risalto l'articolo. A Milano il repubblicano Maestro Arturo Toscanini, « condottiero di anime, dominatore di sensibilità ed espertissimo pilota di uragani sonori » è in lista con Mussolini.
Nei comizi parla Decio Canzio Garibaldi repubblicano storico dei più autorevoli e fascista dichiarato. Altro candidato è il Marinetti che sull'Iniziativa scrive testualmente: « Liberata l'Italia dall'ingombro della Monarchia, Senato, Papato mediante la forza dinamica di eccitatori di energia giovanile, la vampa patriottica dell'arditismo, le scuole di coraggio fisico e di eroismo, le mostre libere del genio creatore, il proletariato dei geniali italiani darà finalmente il suo massimo rendimento di luce italiana nel mondo ». Esempio tipico di collegamento fra il futurismo e l'arditismo repubblicano, entrambi tanto cari a Mussolini. I proclami degli arditi, pionieri del primo fascio milanese, hanno largo appoggio sui periodici del Partito R.I. Ed è proprio la filo fascista Iniziativa, alla quale collabora Randolfo Pacciardi, che si associa con gioia alle parole che Alceste De Ambris scrive sul Fascio: « la guerra è stata vinta malgrado la Monarchia »!

Le due correnti politiche non scesero in campo con la lista concordata, ma è pur vero che era stata trattata una Alleanza che avrebbe dovuto agire sulla piattaforma della guerra; la cosa andò a monte per una pura questione di dettaglio, il che indusse il Bazzi a delporare l’accaduto al Congresso repubblicano di Roma.
Ma l'appoggio fascista i repubblicani lo ebbero attraverso i combattenti ed i mutilati le cui organizzazioni - eccettuata la Lega proletaria facente capo ai socialisti ufficiali - aderivano spiritualmente al Popolo d’Italia come apparve al Congresso che fu un  trionfo  del mussolinismo. Le loro non numerose liste sono quasi tutte concentrate in Romagna dove già fermenta il lievito fascista; negli altri collegi si sono fusi invece con altri partiti borghesi peraltro tanto detestati. Nei resoconti dei giornali ricorre sovente la qualifica di « fascista repubblicano » diretta ad esponenti del partito.

A Milano la lista del fascio riesce a racimolare poco più di quattromila voti, e il Maestro Toscanini ottiene 373 preferenze. L'Avanti! in una breve nota di cronaca intitolata Suicidio, scrive: «Nelle acque del Naviglio è stato pescato un cadavere in stato di avanzato stato di putrefazione. Era quello di Benito Mussolini».

martedì 26 marzo 2013

Non perdete tempo!



E' difficile per noi trovarci in accordo con l'inquilino attuale del Quirinale per mille motivi. 
Innanzitutto perché presiede ad una istituzione che consideriamo poco legittima e poi per la sua storia personale. Ci pare d'aver letto, ma non ci giuriamo,  che fosse nella federazione comunista dalla quale si sparò ai monarchici napoletani nei giorni successivi ai referendum. Ha sicuramente plaudito alla normalizzazione dell'Ungheria nel 1956. 

Ma questa volta siamo stati d'accordo con lui: non c'è tempo da perdere e lo dicono tutti i sinistri scricchiolii che vengono da questa Europa di banche e mercanti che affama i suoi stessi popoli in nome di una moneta che non appartiene agli stati ma ad un ente che vive per se stesso.

Ebbene il presidente incaricato di esplorare se vi sono le condizioni per un governo, l'onorevole Bersani , che si ritrova a capo del maggior numero di parlamentari ma non della maggioranza assoluta degli stessi, ha passato già alcuni giorni ad intrattenersi con le parti sociali, con gli ambientalisti, con i sindacati, con confindustria, con De Rita, presidente CENSIS, con Roberto Saviano, con il circolino delle bocce e l'Arci caccia.

Legittimo, per carità! Ma non è che tutti questi signori si possono ascoltare con calma dopo aver deciso se un governo si fa o si va alle elezioni anticipate di questa repubblica che in 65 anni circa è già diventata seconda e poi terza, senza cambiare un solo articolo della propria costituzione ma solo alcune leggi elettorali disastrose, che espropriano gli italiani del diritto di scelta, ma che fanno comodo a tutti quelli che sperano di vincere?

Non è che arriviamo come a Cipro? Non è che nel frattempo il nostro debito sale a cifre ancora più spaventose che ci costringono ad interessi assurdi?

Questo accade quando i politici hanno a cuore più le sorti delle loro personali consorterie dei destini della Nazione che si sono assunti la responsabilità di governare e rappresentare.

Lo staff


lunedì 25 marzo 2013

Ciò che ci riscatta!

L'esemplare contegno dei due Fucilieri di Marina del Reggimento San Marco, riscatta un intero popolo agli occhi del mondo.

Di fronte al pressappochismo, al dilettantismo, alla totale scemenza dimostrata nell'ordine dal "professor" Monti ( non osiamo pensare agli allievi di cotanto genio), al "ministro" Terzi, un personaggio in cerca d'autore, al ministro De Paola, ammiraglio, che se ha in mare la stessa competenza che ha dimostrato in questo frangente c'è da ringraziare Iddio che lo abbiano tolto dal comando di qualche nave così almeno fa danni solo a due marinai piuttosto che a mille, risalta splendido il contegno dei nostri due militari che onorano le stellette delle nostre Forze Armate come milioni di militari hanno fatto prima di loro.

Che enorme differenza! Due soldati che impartiscono una lezione di dignità, orgoglio, fierezza, professionalità ad un governo ed ad un'intera Nazione.
Ci fosse nel parlamento il loro stesso spirito di servizio saremmo la prima Nazione del mondo per ricchezza e civiltà.

Grazie, ragazzi! Ci sentiamo consolati ed al contempo indegni del vostro esempio per non aver saputo fare di più e meglio.

Lo staff

domenica 24 marzo 2013

La senatrice che parla ai monarchici


Finalmente una parlamentare mostra simpatia per noi.
La senatrice Simona Vicari ha pubblicato su twitter questa foto, prontamente ripresa da un paio di siti che si stupiscono di come una parlamentare della repubblica possa avere simpatie monarchiche.

Ricordiamo agli enormi ignoranti in questione che la triste storia della repubblica ha visto numerosi parlamentari di fede monarchica che hanno dato immenso lustro al Parlamento, che allora, anche per la loro presenza, si poteva scrivere con la maiuscola. 
Alla senatrice Valeri il nostro grazie affettuoso. 
Inutile dire che le siamo subito diventati fedeli "folower" e che invitiamo i nostri amici a fare altrettanto.

Grazie Senatrice Vicari!




sabato 23 marzo 2013

La Monarchia e il Fascismo - VI


La speculazione sull'inchiesta di Caporetto e la saggezza del Re



Ottenuta la vittoria della proporzionale nella quale, tutti, anche i contrari ed ì non convinti sono uniti nella colpa e nell'errore, i partiti riprendono a combattersi a vicenda. La pubblicazione dei risultati dell'inchiesta di Caporetto porge il destro e abbondante materia. Se i socialisti ufficiali ed i popolari infieriscono senza nascondere la loro intima gioia per la sconfitta subita e che con sadismo gettano sul viso ai patrioti, questi non piegano e passano audacemente al contrattacco. Scrive De Ambris sul Popolo d'Italia: « E' vero o non è vero che alla vigilia di Caporetto il deputato socialista Claudio Treves lanciò la parola d'ordine il prossimo inverno non più in trincea? E' vero o non è vero che alla vigilia di Caporetto il Papa deprecò l'inutile strage?» e termina: «Se i governanti meritano di essere fucilati nel petto per non avere saputo evitare il disastro i disfattisti meritano di essere fucilati alla schiena come rei di tradimento voluto e consapevole». Anche Ardengo Soffici in un lungo articolo sullo stesso giornale descrive l'effetto disastroso prodotto fra le truppe per il discorso del Papa, in un momento in cui si faticava a tenere alto il loro morale. E Guido Podrecca ammonisce: «Si vuol creare l'equivoco di Caporetto ma noi, perdio, non lo permettiamo! Cadorna ha certo dei torti militari che solo i tecnici possono esattamente valutare, ma Caporetto non è suo se non indirettamente in quanto esso è un episodio assai meno militare che politico e di esso la responsabilità grava sui neutralisti di tutti i colori». L'iniziativa nella sua insaziabile settarietà dettata dal livore antidinastico soffia nel fuoco della congiura sentenziando che Caporetto investe «le istituzioni» cioè la Monarchia. La tesi repubblicana è questa: Il Re è colpevole perché «non volle» la guerra; egli sapeva che una eventuale sconfitta gli avrebbe fatto perdere la Corona. Il Re è colpevole anche perché « fece di tutto » per determinare la politica della sconfitta; e la sconfitta, cioè Caporetto. venne. Venne anche Vittorio Veneto, venne cioè la Vittoria, ma questa ci arrise perché « la volle il popolo », nonostante l'avversione della dinastia dei Savoia - Sembra di sognare leggendo questo capolavoro di logica. Secondo la tesi repubblicana dunque bisognerebbe concludere: La dinastia Sabauda sapendo che perdendo la guerra avrebbe perduto la Corona faceva di per travolgere il paese nella sconfitta!

E' triste rilevare come, in questo palleggiamento
di responsabilità  , in questo scambio di accuse e di denuncie nessuno pensi a ricercare se alla disfatta di Caporetto abbia contribuito un elemento che nulla ha a che vedere con l'atteggiamento e la condotta dei soldati (1).

       
 Accanto alla speculazione su questo angoscioso episodio - gli eserciti stranieri ne ebbero in più grande stile e non ne fecero capo di imputazione a nessuno - emerge un atto di saggezza compiuto dal Sovrano, atto col quale Vittorio Emanuele III ritorna allo Stato la quasi totalità dei beni costituenti la dotazione della Corona, escluse le reggie di Roma e di Torino. Sono ceduti i palazzi reali, castelli, parchi e ville, e beni agrari che comprendono grandi tenute per una estensione complessiva di 8.547 ettari in grandissima parte molto redditizi, i quali passano in proprietà all'Opera Nazionale Combattenti. Inoltre il Sovrano chiede che la lista civile venga ridotta dalla cifra di L. 14.250.000 a quella di L. 11.250.000.

Lettera di S. M. il Re al Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti:

«Caro Presidente,
«dopo la nostra grande guerra che ha riuniti tutti gli italiani in un solo sforzo tenace, dopo le vittorie che hanno dato all'Italia più grande sicurezza e dignità nel mondo, dobbiamo ora riprendere con rinvigorita lena il nostro pacifico lavoro.
«Un più modesto tenore di vita deve coincidere con un più grande fervore di opere. E' mio desiderio che parte dei beni fin qui di godimento della Corona ritorni al demanio dello Stato, e quanti costituiscano fondo di rendita siano ceduti all'Opera Nazionale Combattenti. L'antico voto di sistemare nel modo più conveniente il patrimonio artistico nazionale, che è tanta gloria italiana dovrebbe compiersi in questa occasione.
«I tesori dell'arte nostra potrebbero essere, degnamente raccolti in palazzi dei quali ha fin qui goduto la Corona e che potrebbero essere devoluti all'amministrazione delle Antichità o delle Belle Arti.
«Vorrei infine che la lista civile fosse nello stesso tempo ridotta di tre milioni ferma mantenendo la  restituzione allo Stato, che sarà da me, operata in avvenire come nel passato,      del milione  rappresentante il dovario della mia Genitrice.
«Le sarò tenuto se Ella vorrà formulare questo mio desiderio in un disegno di legge.
«La ringrazio fin da ora e le stringo cordialmente la mano

VITTORIO EMANUELE

Roma 11 settembre 1919.

Ma tanta generosità e saggezza se sono accolte con simpatia dalla nazione e dai combattenti non disarmano i socialisti nè i repubblicani che cercano ogni cavillo per svalutare la nobile donazione.

L'Iniziativa, dopo aver tolto ogni valore alla cessione, arriva, in malafede, ad affermare che i cittadini di Caserta sono «sdegnati contro il Re perché ha donato tesori artistici »!

(1) Nel libro di un ufficiale austriaco, Frìtz Weber: Le tappe della disfatta, 359 pagine, editore A. Corticelli, Milano,
che tutti gli italiani dovrebbero leggere, poiché in esso l'autore innalza un monumento al valore, all'audacia, allo spirito di sacrificio del soldato italiano, è rilevata l'importanza del contributo che l'impiego dei gas asfissianti ha apportato nell'offensiva sferrata contro di noi nell’autunno del 1917. All'offensiva prese parte la 141 Armata tedesca dotata di battaglioni lanciagas. Ognuno di questi battaglioni poteva in una sola volta lanciare 1000 bombole di gas avvelenato e compresso nelle posizioni italiane. Non vi è dubbio che la sua opera micidiale abbia creato quelle zone di silenzio attraverso le quali gli austro-tedeschi hanno potuto insinuarsi creando nei reparti colti di sorpresa un tragico disorientamento.
Scrive Fritz Weber, pagina 131: «Non ho mai veduto un ufficiale italiano che sia venuto meno alla sua dignità. Essi erano e sono tutti degli avversari    assolutamente cavallereschi, valorosi, implacabili ».
A pagine 156 è descritta la fine del reparto italiano al quale era stata affidata la difesa del lato meridionale nel fondo valle della conca di Tolmino: «Ottocento uomini erano morti in silenzio, come se fossero stati colpiti dal pugno di un fantasma...».

E ancora: «Il silenzio di morte che regnò nel fondo valle della conca di Tolmino fu opera del battaglione lanciagas tedesco ».
Pagina 166: «Gli italiani si sono rimessi dalla sorpresa e rispondono con un rabbioso fuoco di controbatteria. Nutriamo però la fondata speranza che il gas debba rapidamente far tacere i loro pezzi. In principio abbiamo l'impressione di sparare nel vuoto e nel nulla in quanto il fuoco degli italiani sì fa sempre più violento. Ma a poco a poco esso diminuisce, fino a cessare del tutto. Il gas «Croce Azzurra» comincia dunque ad agire. La valle, fino a Saga, nuota nelle sue nubi mortali. Anche le tanto temute batterie delle caverne tacciono ».

Pagina 167: « Il bombardamento si fa sempre più intenso. Laggiù, attorno alle batterie italiane della seconda e della terza linea, nessuno deve essere più in vita ». 
« ... Dei razzi si alzano dalle posizioni di sbarramento nemiche., tre... quattro... Nella loro luce si distendono nubi biancastre, come se la terra si fosse aperta emanando potenti soffioni. Il battaglione lanciagas ha compiuto la sua opera ». 
«Un silenzio terribile. E' l'inferno dopo una vertiginosa e discesa nell'abisso la morte sicura, per opera del gas, di coloro che finora erano riusciti a sfuggirla. E’ la fine per i quelli che stanno avanzando per turare le falle aperte nelle linee. i La nebbia in mezzo alla quale essi corrono divora i loro polmoni. I disgraziati crollano a terra o sono costretti a fuggire ».

venerdì 22 marzo 2013

giovedì 21 marzo 2013

...E i Marò tornano in India...

Per una volta che ci eravamo illusi di aver ritrovato un briciolo di dignità nazionale ci siamo subito dovuti ricredere.



Il Governo Monti ha rispedito in India i nostri due militari che già erano stati trattenuti violando convenzioni, diritti e leggi .


Tutto ciò perché gli indiani hanno garantito che non verranno condannati a morte.

Vorremmo avere parole sufficienti ad esprimere lo sdegno ma non ne abbiamo.

Pare che dal 25 Aprile del 1945 in poi l'Italia a livello internazionale esprima soltanto cupidigia di sodomia.

Abbiamo anche di che essere fieri dei nostri alleati il cui supporto in questa occasione avrebbe fatto sembrare un eroe di rara grandezza  Ponzio Pilato.

D'altra parte siamo l'unica nazione al mondo che in tempo di pace ha rinunciato alla propria sovranità su una parte del suo territorio firmando il trattato di Osimo con un governo di criminali di guerra che aveva assassinato i suoi cittadini a migliaia.

La repubblica non si smentisce mai.


mercoledì 20 marzo 2013

Testimonianze su Re Umberto II ( integrazione)



Raccolte dall'Ambasciatore Camillo Zuccoli


Luigi Barzini: "Non chiedeva mai cosa fosse vantaggioso per la causa monarchica, per la Corona, per lui, ma solo quale fosse il suo dovere di fronte alla Legge, che cosa fosse più utile per l’Italia".           

Benedetto Croce: "Le nostre radici sono nella Monarchia: essa è necessaria all’Italia e ci confortano molto la personalità e le qualità di Re Umberto".


Luigi Einaudi :"Il Re, sin dal primo giorno della Luogotenenza, è stato un esempio di coscienza del dovere, di spirito democratico, di correttezza costituzionale".


Giovanni Mosca: "Maestà… per la maestà, appunto, di cui per così lunghi anni seppe illuminare ogni suo atto, ogni sua parola".

Il Presidente del Consiglio Ferruccio Parri“In coscienza devo riconoscere che quell'uomo sarebbe il migliore dei Re”.

La Medaglia d’Oro al V.M. Edgardo Sogno“Il Re era un galantuomo, scrupoloso ed onesto come oggi non sembrerebbe più neppure immaginabile”.

Il Generale Mark W. Clark“Il 7 Dicembre 1943, alla vigilia dell’attacco di Monte Lungo, il Principe Umberto credette essere suo dovere offrirsi per un volo di ricognizione sulle linee nemiche, data la sua pericolosità ed importanza e dato che questa avrebbe salvato migliaia di vite italiane e americane, come infatti ebbe poi a verificarsi”.

La giornalista Flora Antonioni“I bambini, e soprattutto i bambini, erano il Suo pensiero dominante. Il Quirinale ne era pieno e se avesse potuto avrebbe raccolto tutti i bambini sofferenti e bisognosi della nostra Italia. Mi raccontava che aveva sempre negli occhi i loro volti, i loro sguardi; che in ogni città o villaggio ove si recava durante e dopo la guerra, tra i tanti orrori il più straziante era quello delle sofferenze delle piccole vittime, dei mutilatini, degli orfani. Ogni istante libero dai Suoi doveri istituzionali era per i bambini: organizzava assistenza, cure, educazione, istruzione. Per loro, disse, dobbiamo lavorare ed essere uniti, oltre ogni idea politica. Lo stesso cuore, la stessa bontà di Sua Madre”.

Lo scrittore e critico Geno Pampaloni“E’ stato un uomo silenzioso, discreto, riservato, non toccato dal morbo ormai intollerabile della intervistomania, dell’esibizionismo e della chiacchiera. Conduceva una vita modesta, era fedele al suo ruolo, con stile, coerenza e senza iattanza. È morto da Re; seppur lacerato dalla nostalgia per la sua terra, non ha mai sottoscritto, neppure nei giorni stremati della malattia che lo indeboliva, una qualsiasi parola di abdicazione o di resa. In sostanza era una persona per bene, che ha dimostrato, nel Giugno del’46 e nei trentasette anni trascorsi d’allora, di anteporre il bene della Nazione a quello della Dinastia. Non era un uomo di potere, e anzi la sua signorile mitezza appariva improntata al contrario della sete di potere. La memoria che lascia è una memoria di pulizia, resa più umana e familiare dalla lunga malinconia dell’esilio”.

Quel triste 18 Marzo 1983 S.M. il Re Juan Carlos I di Spagna dichiarò: “Lo zio Umberto, lui che aveva perduto il Trono, mi ha insegnato come si fa il Re”.

Falcone Lucifero, il Suo devoto Ministro, dopo aver dato l’annunzio della scomparsa del Re disse: “più grande del dolore per la morte di Umberto II deve essere il rimorso di quanti hanno privato l’Italia di questo Re”.




martedì 19 marzo 2013

Chi onora la repubblica disonora la famiglia


W IL RE!
«Chi onora la repubblica disonora la famiglia»


Questa è la bella scritta sul muro in una foto presa da questo blog ove fa bella mostra di sé insieme ad altre di eguale tono. 

Visitatelo!



Mezza Italia votò il Re eppure la monarchia fu subito dimenticata





di Mario Cervi
Dom, 17/03/2013


Forse non l'avete notato, ma in questi tempi di acceso e amaro dibattito sui destini d'Italia e sulle riforme istituzionali da adottare manca all'appello un tema che, stando alla storia patria, dovrebbe essere, se non dominante, almeno rilevante.


Il tema della scelta tra monarchia e repubblica che dominante fu di sicuro 67 anni or sono, quando al popolo spettò di decidere cosa volesse. Quasi la metà dei votanti si pronunciò per la monarchia. Di quell'imponente esercito elettorale oggi non rimane nulla.

È vero che la Costituzione italiana pretende l'irreversibilità della scelta repubblicana fatta il 2 giugno 1946. Ma le perennità delle leggi sono sempre provvisorie. Se davvero la corona avesse significato ancora qualcosa in questi ultimi decenni e significasse ancora qualcosa adesso ce ne saremmo accorti. Invece zero. Gli italiani disistimano la Repubblica, i suoi partiti, le sue leggi, ma se ambiscono al nuovo lo vedono nelle mattane del grillismo, non in un ritorno ai solidi valori tradizionali della monarchia. Semmai ci sono nostalgie per il fascismo, per il suo Dux. Il Rex rimane invece confinato nella Nomenklatura marittima. Non che manchino, nell'ambito storico e culturale, ricordi e rimpianti. Ma coinvolgono gruppi o gruppuscoli. A me pare che i Borbone di Napoli abbiano una tifoseria più numerosa o almeno più chiassosa - nel nome di un meridionalismo spavaldo - di quella spettante ai Savoia. Queste considerazioni mi sono venute a mente perché il professor Aldo A. Mola, piemontese purosangue e sabaudo convinto, mi ha segnalato un anniversario di questi giorni. Trent'anni fa, il 18 marzo 1983, si spegneva a Ginevra Umberto II, ultimo re d'Italia. Per onorarne la memoria i fedeli del re e gli studiosi di quel tempo infuocato sono stati invitati ieri a un convegno nel santuario di Vicoforte nel cuneese. Bella e opportuna l'iniziativa. Quel sovrano malinconico che ha galleggiato sugli avvenimenti anziché determinarli, ma che ne fu ugualmente protagonista, merita l'attenzione degli storici.

La merita per la sua tormentata biografia e anche per l'interrogativo cui ho più sopra accennato, e che ripropongo. Come mai la mezza Italia monarchica si è liquefatta? Mi azzardo grossolanamente a rispondere che la mezza italia monarchica non era monarchica. O se aveva una monarchia nel cuore era quella di Franceschiello. Al Savoia andarono massicciamente i voti meridionali, ossia delle regioni dove più incalzanti sono adesso le polemiche contro i piemontesi oppressori e assassini, e dove l'amministrazione borbonica viene generosamente descritta come saggia e illuminata. I borbonici votarono per il sabaudo, e i sabaudi votarono in larga maggioranza per la repubblica.
Gli è che nel referendum la maggior parte dei voti monarchici non venne da fedeli del re o da estimatori dell'istituzione da lui impersonata. Venne dai moderati - sempre maggioritari in Italia, Grillo o non Grillo - che immaginavano con angoscia un domani affidato ai vocianti agitprop della sinistra. Poi, instaurata la repubblica e affidata a personaggi come Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi, i moderati capirono in fretta che la Dc, non la monarchia, era la loro tutela. Da quel momento la fede monarchica fu da quasi tutti buttata alle ortiche. Ossia agli storici, il che fa lo stesso. La storia è maestra di vita, ma la vita se ne infischia della storia, quando le è d'intralcio. Grillo a Roma, Umberto II a Vicoforte.

.
A margine dell'articolo di Mario Cervi ci permettiamo alcune povere considerazioni. Perché l'elettorato monarchico si è liquefatto? Forse perché ci siamo divisi troppo, forse perché eravamo troppo onesti, forse perché non eravamo abbastanza squali in un mare che di squali si è subito popolato, forse perché i nostri leader non hanno guardato troppo lontano.
Ma basta volgere un po' lo sguardo all'indietro per trovare una miriade di partiti monarchici, di organizzazioni monarchiche, di associazioni monarchiche. Con gente preoccupata più del proprio partito/sigla  che del bene della Monarchia e del  Re Umberto II.
Gli altri sconfitti della storia, i fascisti, seppero trovare nel MSI un castello nel quale, arroccati, hanno saputo sopravvivere fino ai giorni nostri arrivando ad esprimere ministri e presidenti della Camera dei deputati . Salvo poi crollare miseramente, svenduti da quello che avrebbe dovuto essere il loro leader e si è invece improvvisamente mostrato come un pasdaran della costituzione repubblicana criticata fino a pochi giorni prima, scomparendo di fatto anch'essi dal parlamento.
Noi non lo abbiamo saputo fare quando era vivo il Re Umberto II non oso pensare a quali e quante difficoltà ci sarebbero a riuscirci adesso.
Eppure adesso la repubblica è al massimo della sua crisi. Carente in rappresentatività, carente in fiducia, carente nell'aver saputo assicurare ai suoi cittadini, in teoria non più sudditi, un presente ed un futuro felice ed una sana gestione della cosa comune.
Poteva essere il momento dell'alternativa istituzionale, quella dove un Re, garante di tutti, avrebbe potuto guardare ben al di là del limite temporale di una legislatura o di un settennato presidenziale.
E invece.. l'alternativa è quella di Grillo, con una allegra armata Brancaleone a contendere ai partiti/parassiti di sempre la scena.
Ora più che mai ci si rende conto dello scempio commesso, in buona o in cattiva fede, ai danni della nostra causa che coincide, come Umberto ci ha insegnato, con l'assoluto amor di Patria.
Come abbiamo detto nel nostro primo post su questo blog .. abbiamo sotto gli occhi quotidianamente il fatto che aver separato i destini dell'Italia da quelli del Re non ha prodotto nulla, ma veramente nulla, di buono". 
E non aggiungiamo altro.
Lo staff







lunedì 18 marzo 2013

Il Re d’Italia S.M. Umberto II a trenta anni dalla sua morte


di Emilio Del Bel Belluz


 …e me ne andrò. Ma gli uccelli rimarranno, cantando:
e il mio giardino rimarrà, col suo albero verde,
col suo pozzo d’acqua.
Molti pomeriggi i cieli saranno azzurri e placidi,
e le campane sul campanile rintoccheranno
come rintoccano questo pomeriggio.
Le persone che mi hanno amato moriranno,
e ogni anno la città si rinnoverà.
Ma il mio spirito vagherà sempre nostalgico
nello stesso recondito angolo del mio giardino fiorito.

(Juan Ramon Jimenez, Il Viaggio Definitivo)

Mi è caro ricordare a trenta anni dalla sua scomparsa l’ultimo Re d’Italia. Vi sono delle date che noi fissiamo nella nostra memoria e che ci restano nel cuore. Sono quelle della persone che abbiamo amato. Ebbene il Re è stato un uomo che ho amato e stimato sentendolo un grande uomo. Non posso dimenticare  quello che mi disse una famiglia nella quale venni ospitato quando andai ad assistere ai funerali del sovrano. Il RE Umberto II, era stato invitato ad una festa dal curato di un paese ai confini con la Francia. Alla festa erano stati invitati tanti italiani che vivevano fuori dell’Italia e il Re vi andò, ma nessuno lo riconobbe al suo arrivo. Il padre di famiglia che mi aveva ospitato disse che  vide il Re piangere per non essere stato riconosciuto dagli italiani che aveva tanto amato. Quell’uomo che mi raccontò queste cose era alla festa e neppure lui lo aveva riconosciuto, fu il parroco a presentarlo. L’uomo che mi raccontava questo,  nel marzo di trenta anni fa, aveva perduto un figlio pochi giorni prima.  Dalla morte di S.M. Umberto II sono passati trenta anni , trentasette li trascorse in esilio senza poter ritornare nel Paese dove aveva quel pezzetto di cielo che appartiene a coloro che nascono in Italia come in qualsiasi parte del mondo. Mi sono chiesto tante volte che Re sarebbe stato, ma credo non inferiore a tutti i presidenti della Repubblica.  Mi viene in mente una citazione di Giuseppe Prezzolini: “E’ incontestabile che  il bene degli uomini proviene dal male di qualcun altro e tutta la solidarietà umana dalla paura che qualcuno si impadronisca di ciò che si ha”. E’ altresì innegabile che “ pace e giustizia  ” insieme rappresentano  “ un desiderio certamente bellissimo e nobilissimo, ma come molti desideri del genere, non logico né serio. Se infatti, si vuole davvero la giustizia (che è una tremenda parola) bisognerebbe essere pronti a fare la guerra ad ogni minuto e se invece si vuole la pace, è chiaro che si rinunzia a vedere la giustizia trionfare”. 
Pensando al Re mi sono venute in mente queste parole di Prezzolini apparse in un articolo  sul Borghese diretto da quel galantuomo che è stato Mario Tedeschi.  Ho davanti a me una foto di Re Umberto II, con apposta una dedica che ricevetti da Cascais nel 1978. Allora ero uno studente universitario che frequentava le lezioni alla facoltà di Legge a Trieste. Ero un giovane di campagna che non sopportava le ingiustizie e, lo ripeto, non le ho mai sopportate, sposando le parole di Oswald Spengler che dicevano “ la lotta è la più antica  realtà della vita, è la vita stessa”, forse per questo mi sono sempre imposto di lottare con l’arma della parola. Proprio quest’ultima e gli scritti mi hanno aiutato a superare molte storture della vita. La lealtà la si deve sempre usare non come scudo ma come forza. Cito alcune frasi che ho seguito lungo il mio percorso di vita ed una di queste è tratta da una citazione di Che Guevara, “ ai miei figli soprattutto, siate capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia  commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo”.  Cosa ci può essere di più ingiusto che allontanare un uomo fino alla morte dalla terra che ha amato. Quella foto con la dedica fatta dal Re Umberto II, la custodisco in una cornice come la spada che si conserva per l’onore. Un uomo, Umberto II, mite che venne spesso infangato per colpe non sue, ma che dovette obbedire. Se avessi un figlio gli consegnerei questa foto affinché non se ne separasse mai fino all’ultimo giorno della sua vita e poi continuasse a donarla a chi ha cuore . Consegnerei con questo titolo, un valore che rimanga. Oggi tutto appare così stravolto e cupo, ma le idee quelle vere devono restare. Uomini come Re Umberto II hanno costruito, la storia. I ragazzi d’oggi non credo sappiano individuare questa figura di grande tempra.  
Vi è una frase che spesso ripenso dentro di me tratta da una poesia. Il poeta che l’ ha raccolta e scolpita è Umberto Saba “ No alla rivoluzione meglio conservare”  /non sono/per nascita/un rivoluzionario/Sono un/ conservatore/ della specie/ più rara/. Capisco/ da sempre/ che a molto/deve rinunciare/ chi voglia/conservare/l’essenziale/.d” Gli esempi positivi. Quando si superano i cinquanta anni, e ci si trova nel momento nel quale  bisogna fare  dei bilanci  molto importanti. Si guarda il corso della vita e lo si fa con molta attenzione, la base dei cinquanta anni è un segnale che ci si porta dentro. Nell'epoca dei bilanci ho ringraziato Iddio che mi ha fatto diventare di Fede  Monarchica. La simpatia per il Re degli italiani di quelli che gli sono stati vicini. L’esilio, quel maledetto esilio lo portò sul cuore per trentasette anni, fino alla morte. Un grande papa  come Giovanni Paolo II in un viaggio che fece in America Latina condannò  l’esilio considerandolo un delitto contro l’umanità. Allora il Re era morto da quattro anni, conservavo un ritaglio dove si diceva questo dal settimanale il Borghese. Era un lettore che poneva a mezzo lettera una contrarietà all’Esilio. Le parole però che metterei in ogni momento a ricordo della sofferenza di Umberto II sono quelle che scrisse con molta convinzione il Mazzini “ L’esilio:colui che per  primo inventò questa pena non aveva né padre né madre,  né amico, né sposa. Egli volle vendicarsi sulle altrui teste — e disse agli altri uomini suoi fratelli : siate maledetti dall'esilio, come  io sono dalla fortuna ; siate orfani, abbaiate la morte nell'animo  io vi terrò la madre, il padre, l’amante, la Patria, tutto fuorché un soffio di vita perché  voi  possiate ramingare, come Caino nell’universo col chiodo della disperazione nel petto”.  L’esilio, luogo dove una persona è costretta a vivere una condanna che per Umberto fu peggio della morte. Eppure Umberto,  nel suo viaggio che fece dall’Italia dietro quel sorriso così nobile aveva stampato la croce della morte nel cuore. Dopo la partenza per l’esilio l’aereo fu investito da una tempesta ed il Re si augurò che cadesse tale era la tristezza che gli sormontava il cuore. Tale era anche la tristezza di quei milioni di italiani che lo avevano votato. Tante volte mi sono commosso al suo ricordo di quella tempesta nel cuore che lo prese, raccolto come un fiume in piena. Il mio maestro d’un tempo, il professor Fulvio Crosara, si domandava dove erano finiti quegli italiani che avevano amato il Re. Si discute che non sia facile amare un’ idea e non sia facile comprendere cosa sia l’esilio se non lo si è provato. Un lungo viaggio  nel caso del Re Umberto II senza ritorno. Dal Portogallo dove arrivò, in un paese che porta il nome di Cascais. In tante foto lo ho visto, assieme alla povera gente, ai pescatori . Durante quegli anni in quel paese il Re divenne buon amico dei pescatori che lo amavano e lo rispettavano . Lo chiamavano il Re, o Rei. Li osservava mentre sistemavano le reti, stando tra di loro. Il Re amico di quella povera gente di mare. ho pensato per un attimo agli apostoli. Gesù stava assieme a questi umili personaggi e sentiva il buono che vi era in loro. Il Re pensava alle loro vite e forse avrebbe voluto essere uno di loro, la tristezza quando si insedia in un cuore è uguale dappertutto. Penso che, tante volte, avrebbe voluto andare nelle loro case a mangiare un pezzetto di pesce pescato al mattino davanti ad un lume acceso. Una piccola lampada che è capace di far una luce fioca che nasconde la voce che dentro hanno gli uomini. Il Re avrebbe voluto sedere con loro, sentire l’odore del pesce e della vita, magari sentiva che loro erano più felici di lui. Essere nati in quel posto e respirare quell’aria che sa di vita vissuta e mescolata dalla nostalgia. Sedersi con qualcuno a tavola è meglio che sedersi da soli, con un maggiordomo che ti aiuta, ma non ti fa sentire l’affetto. La moglie e i suoi figli se ne arano andati con la regina in Svizzera e l’eco della passioni diventava un urlo di solitudine. I pescatori gli davano quel calore che molte volte gli mancava, l’affetto e l’amore non si comparano al mercato,  nessuno può immaginare il dolore che sprigiona la solitudine. Ho tolto dalla mia biblioteca un libro che mi è caro, scritto da Mosca. Il libro porta i segni del tempo, l’odore della carta è pieno di ricordi e non riesco ad allontanarmi da questi ricordi del mio Re.  Il libro ha un titolo che dice tutto, il Re in un angolo, chi lo possedeva prima di me lo aveva ricevuto in dono nel luglio del 1950.  Nel libro ho trovato una foto del Re assieme al giornalista, i capelli stempiati, il volto sorridente, lo stesso sorriso che ebbe nel lasciare l’Italia, sorriso nel volto, morte nel cuore. Un libro che si legge molto rapidamente, sono articoli pubblicati nella Gazzetta del Popolo di Torino. Questo sarebbe stato un libro da stampare per l’anniversario. Uno di quei libri che avrebbero portato a dire delle belle verità. “ La sacrestia della chiesa parrocchiale di Cascais è una piccola stanza nuda con un grande orologio tarlato fermo ad un ora di chi sa quale anno..” Anche l’orologio del Re è fermo al momento della sua partenza dall’Italia, l’orologio che si porta nel cuore e che si è fermato con quel sorriso davanti al cielo di Roma. Nel libro  si racconta della domenica di Umberto. La Santa messa a cui non può mancare, ma soprattutto la povera gente, i pescatori anime umili che si rispecchiano nel Re. Leggendo nel suo cuore una tristezza che solo gli umili hanno e sanno portare con orgoglio.  “ Mi  avvicino al solito gruppo che in tutte le chiese del mondo, tutte le domeniche, s’attarda sulla porta. “ non è forse questa la messa delle undici ?” “Si, “senhor” è questa”.  “ Non viene forse qui, ogni domenica, a quest’ora…?  “ O Rey d’Italia?”.  Si dicendo, il cortese pescatore vestito di nero, un vecchio tutto rughe, s’inchina e si toglie il cappello.  I pescatori di Cascais, i contadini di Cintr, i cittadini di Lisbona lo chiamano tutti così, “ o Rey d’Italia”, come se Umberto fosse ancora Re, come fosse qui non in esilio ma a godersi un po’ di riposo  nella solitudine della villa  col giardino di sabbia e, intorno, fra sassi, i magri pini curvati da vento”.  Leggendo le pagine del libro mi sembra d’avere vicino il sovrano che ho amato e amo, come tutte quelle sensazioni che non si allontanano da noi. Il Re raccolto nel villaggio di pescatori che sentono l’orgoglio di poterlo vedere e stringergli la mano. Nel cuore di questa gente anche la pietà che si riversa in lui, il Re è solo. L’immagine che fa risplendere  il Re è il suo coraggio, non tutti lo possiedono e non tutti se lo possono dare, come l’onore e la dignità, in un mondo come questo dove tutti sono diventati giudici a senso unico. Capaci solo ad infangare gli altri e ad assolvere se stessi con formula piena. Questa che io chiamo pochezza di vivere. Il Re uomo sopra le parti, che, sono certo, verrebbe fatto molto per il paese. Ma il destino di un uomo non è sempre nelle stesse mani, ma Iddio scrive una strada che noi dobbiamo percorrere e che ci può portare alla salvezza. Nel libro trovo una bella frase di Umberto di Savoia legata alla patria, “l’amo tanto la mia patria, che mi dà gioia anche da lontano”, e subito, scherzosamente : “seppure si possa chiamar lontana una patria, guardi, così vicina”, e mi mostrò appese alle pareti dello studio, in cornici tutte uguali, le fotografie dei più diversi luoghi d’Italia, e ciascuna era piena di firme.”. Il Re raccontava di sentirsi vivo ricordando quelli che gli scrivevano, sarebbe stata una giornata triste quella in cui nessuno si sarebbe ricordato di lui. Leggo le parole più belle di questo libro in una domenica del mese di marzo, in un ospedale A S.Vito al Tagliamento. Sto accanto al fratello di mio padre il quale soffre come si soffre quando il tempo scorre e ci apre delle ferite facendoci sembrare ed essere fragili. Ha servito il Signore come un soldato fedele alla sua causa, uno di quei soldati di Cristo che si affidano a lui con al collo la croce. Dal  letto lo vedo spesso osservare il Cristo appeso la muro, non parla perché la sofferenza lo frena. Il dialogo dei suoi occhi con il Cristo mi fa pensare a Don Camillo che non sui staccava mai da quel Crocefisso e gli parlava come si parla ad un amico. Le stanze dell’ospedale sono tutte ben sistemate, anche la sofferenza   è accompagnata dalla dignità dei luoghi. In tutto l’ospedale la presenza della fede esiste. Una piccola Madonna fa compagnia agli ammalati.  Nel volto di mio zio, ho visto una lacrima arrivare e fermarsi lungo il viso. Le lacrime hanno tutte un significato, hanno parole e sentimenti.  Tra i fogli che ho davanti ve ne è uno che ha dentro una poesia di Aldo Fabrizi, grande attore italiano. Uno dei volti più belli della storia del cinema, aveva il potere di far sorridere la gente con le sue battute, un modo per alleggerire il peso della vita. Era grande e grosso come una montagna, ma con un cuore grande come la terra. Scrisse una bella poesia nel 1979 e la dedicò a Re Umberto, una poesia che mi piacque. 

A Umberto di Savoia Autore Aldo Fabrizi.  /

A Umberto
A Te lo devo scrive:
nun te posso invita’
e  nun te posso di’
mettete a sede qua
e nun te posso manco domanda’
perché sei stato condannato a vive
lontano da la terra indo’ sei nato
senza speranza de pote’ torna’.
Quant’anni so’? Me pare trentatre’,
e un sacco d’esiliati
so’ rientrati in Italia, meno Te.
Così diciamo sta rimpatriata
anche si nun cià gnente de reale
né un motivo de data
né un compleanno, né un anniversario,
famola talequale!
Sarà sortanto un pranzo immaginario
tra un popolano, sempre popolano,
e un Re che poveraccio è ancora Re.
Ieri Sua Santità,
tra un coro di campane e sbattimani
ha parlato de fede, de bontà, de libertà, de pace.
Ma si un cristiano nun se po’ magna’
un pezzetto de pane
dove je pare e piace
mejo che a parlà de Libertà
se sonino più piano le campane.
da “Nonna minestra”

 Osservo mio zio, il suo volto, la stanza  è ben illuminata, mi cade un piccolo segnalibro dove avevo scritto una citazione senza il nome dell’autore che rinvenni in un libro “ una testa nobile/lascia la scia/di un pensiero alato/ che libero vola/sui cuori/cha ha amato/. Penso a queste parole, alla poesia di Aldo Fabrizi, e mi domando cosa sia la vita. In un tempo come questo dominato dall’assalto del nulla. Ci battiamo per un qualcosa che finisce, invece di cercare l’assoluto che si annida nel sentimento e mi si perdoni in un ideale che non scompare. Cosa importa soffrire, se abbiamo raggiunto momenti di altezza con piccole cose. Ho immaginato molte volte il mio sovrano chiuso nella sua biblioteca a leggere dei libri . L’ ho pensato da solo, seduto sulla poltrona che da’ la visuale sulla sua casa di Cascais , la meravigliosa Villa Italia.  Da una rivista  tante volte ho memorizzato una foto, il Re con il libro in mano, il volto segnato dal tempo e dai dolori  che la vita non gli ha mai risparmiato. Credo che, ad un certo punto, si sia chiesto il perché ma la domanda torna sempre alla solita riposta: vi è un disegno che Dio ha scritto per noi, solo per noi. Nella sua stanza piena di libri, molti dei quali gli venivano spediti dagli scrittori che lo ammiravano e portavano una dedica. quale onore per uno scrittore poter mandare al sovrano un libro e alleviarlo di quella malinconia che si sprigiona dentro, portare un poco di luce. Grande lo scrittore se non dimentica. Re Umberto amava leggere Riccardo Bacchelli, autore della monumentale opera –“ il mulino del Po”. Mosca nel suo libro scrisse raccogliendo una dichiarazione del RE” Due libri di autori italiani gli è caro rileggere, “ i sette messaggeri “ di Dino Buzzati e “ il mulino del Po” di Riccardo Bacchelli. Ho visto in uno scaffale “ la corona di Cristallo “, di Marco Ramperti. Mia meraviglia. “ Si”, dice il re, “è un mio crudele avversario . Ma non per questo ha ingegno e scrive bene”.  Non serba rancore. Parla dei pregi dei suoi avversari e dei suoi nemici, mai dei loro difetti. “ Non tanto, forse”, mi spiega,” per generosità, quanto per orgoglio. Mia madre e mio padre, le poche volte che parlavamo degli altri, non era se non per dirne bene. Avrebbero considerato un mancarsi di rispetto  – sì elevati erano i loro rapporti  – l’abbassarsi a dir male di qualcuno”. Il Re seduto nel suo studio con il cuore rivolto all'Italia  Penso a quanti lo hanno amato e se ne sono dimenticati, ma ci fu uno scrittore che amò il suo sovrano fino all'ultimo giorno della sua vita. L’uomo che scrisse di lui, quel galantuomo che fu Giovannino Guareschi, che nei suoi racconti spesso citava il sovrano, Nella bellissima immagine fatta a cuore della maestra che vuole essere sepolta con la bandiera della Monarchia. Quella maestra che dice al compagno sindaco, una frase che riassume tutto: i Re non si mandano mai via, non si allontanano con i figli. Giovannino non fu mai contrario al Re, lo amava profondamente e genuinamente. Rimase devoto al Re fino all’ultimo suo respiro. Non ebbe mai il coraggio di scrivere delle lettere al re perché non si sentiva degno. Anche se Umberto lo stimava tanto e gli voleva bene. Ci sono uomini che non tramontano mai per i loro scritti, per le radici che non gelano per quel mondo fatto di tante immagini di vita e Giovannino non morirà mai. Torno al mio viaggio che feci per andare ad assistere ai funerali del Re. Fui tra i primi ad arrivare, e mi capitò un bellissimo episodio che non posso non ricordare. Il Re era esposto nella bellissima Abbazia di Hautecombe sul lago Burget. La bara era ricoperta dalla bandiera Sabauda e due guardie d’onore facevano la guardia. Ero solo in quel momento, osservavo il Re e pregavo, nel cuore avevo la morte che mi faceva male. Ero davanti al mio sovrano morto in esilio, anche da morto non avrebbe potuto rientrare quanta ingiustizia tenevo dentro come un macigno, mi pesava. Ad un certo punto osservo che le due guardie che pensano d’essere sole mormorano qualcosa che io recepisco. Una delle due dice che da regolamento non si potrebbe, ma inchinandosi vicino al corpo di Re Umberto II,  gli accarezza il viso. Una lacrima mi scende, loro pensano d’essere soli, io attendo che altri arrivino poi esco. Alla sua morte in un letto d’ospedale a Ginevra, non c’era che una infermiera Svizzera che lo vide morire. Non c’era nessun italiano in quel momento, ma il Re riuscì ancora a mormorare “ Italia”. Penso a quella guardia d’onore al Pantheon e vicina alla cassa del Re, e mi viene nel cuore un soffio di felicità. Quella carezza era la carezza che tutti gli italiani gli avrebbero voluto fare, pensai a Maria Teresa che teneva la mano a quelli che salutavano la vita. Se avessi potuto gli avrei offerto la mia al Re, robusta come quella di un contadino e grande come una pala. Il Re morì solo, mi sentii nel cuore quel gelo che sento ogni volta che penso alla sua morte. L’altra sera mentre stavo chiudendo lo studio, è venuto a trovarmi il parroco di Brische Don Mario che si occupa anche di una parrocchia vicina a Pasiano, il paese di S.Andrea. Sono lieto d’averlo come padre spirituale e come amico. Il mio rispetto per chi guida una parrocchia è tanto, i sacerdoti sono sempre meno e devono occuparsi di troppe cose. Da poco il papa Benedetto XVI ha lasciato  il soglio di San Pietro. Avevo nel cuore di fare un dono per ricordare, a trenta anni di distanza, il mio sovrano e,d allora ho donato al sacerdote un quadro della Madonna “ Sacro cuore immacolato di Maria”. Don Mario ha gradito il dono e ne sono rimasto molto contento e con questo gesto mi sembra di aver onorato la figura del Re. Quella sera, salutato il parroco di Brische e S.Andrea mi sono diretto all’ospedale di San Vito a trovare mio zio. La gioia che ho percepito era tanta, c’è stata la fumata bianca, quella che avverte i pellegrini che è stato scelto il nuovo papa.  Sono corso da lui a portargli questa notizia, e nei suoi occhi ho visto la felicità. L’elezione di Papa Francesco credo possa portare beneficio alla chiesa. Davanti a mio zio il mio pensiero è corso a Don Mario, a quella vista inaspettata e così gradita e amata. Le campane della chiesa suonavano a festa, tutte le campane delle chiese è stato nominato il nostro papa. Il vecchio papa, forse nel suo ritiro avrà gradito quello che è stato nominato, magari in cuor suo la tristezza di non aver potuto andare avanti, gli sarà pesata. Davanti a tutto il mondo abbiamo due papi e io ho un Re da ricordare, il tutto incorniciato in questo mese di marzo. Il Re morendo il 18 marzo non raggiunse la primavera, l’ulteriore primavera della sua vita, ma nel mio cuore ho sempre questa stagione che me lo farà sempre associare a lui.
E quelle campane suonate per annunciare il nuovo papa, sono anche per il mio Re.