NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 28 dicembre 2013

Re Vittorio Emanuele III

Niente è meglio di Giovannino Guareschi per ricordare il Re Soldato nel giorno della Sua scomparsa.




L’utopia politica reazionaria di Dante che ammalia la sinistra

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Scritto in latino agli inizi del Trecento contemporaneamente alla Commedia, il trattatello costituisce la sintesi estrema del pensiero politico di Dante: l’uomo, composto di corpo e anima, ha bisogno di due guide, l’Imperatore per perseguire la felicità terrena, e il Papa per perseguire quella ultraterrena, secondo l’ordine gerarchico predisposto dalla provvidenza divina. Così si legge nel capitolo conclusivo della “Monarchia”, tanto scomodo da essere dimenticato da Canfora nella sua proposizione di modernità. A conclusione del suo excursus Dante, usualmente celebrato come un campione della critica al potere temporale della Chiesa, sancisce infatti la necessaria reverenza dell’imperatore al papa. Una soggezione che rispecchia la gerarchia obbligata tra ragione e religione: come si sa, e non solo in Dante, la filosofia è ancella della teologia. Ciononostante, l’utopia restauratrice della “Monarchia” non fu ritenuta abbastanza ortodossa dal Santo Uffizio, perché di fatto lesiva del potere temporale della Chiesa: nel 1559 il trattato fu messo all’indice. Ma, venuto meno a Porta Pia il potere temporale della Chiesa, nel 1921 Benedetto XV, nell’enciclica “In Praeclara summorum” dedicata a Dante, indicò il poeta come «validissima guida per gli uomini contemporanei». I Patti lateranensi nel 1929 recepirono l’istanza cattolica, che poi fu ratificata nell’articolo 7 della Costituzione con l’approvazione del PCI di Togliatti.    
[...] 
Non sarà inutile rileggerlo: «L’autorità dell’imperatore deriva dunque direttamente da Dio; ma non si deve escludere ogni vincolo di soggezione al sommo pontefice, dal momento che questa nostra felicità terrena è, sotto un certo rispetto, in funzione della felicità eterna. L’imperatore usi dunque verso il pontefice quella reverenza che il figlio primogenito deve al padre; e il pontefice, benedicendolo, lo illumini con la luce della grazia, acciocché possa più efficacemente esercitare sul mondo quel governo che gli è stato conferito da Dio». Ogni riferimento a persone e fatti della scena politica attuale è del tutto casuale.

martedì 24 dicembre 2013

Un fiocco rosa

Cari amici, 
ho il piacere di condividere con voi una bella notizia. 
La mia casa è stata allietata dalla nascita di una bellissima bambina cui è stato dato il nome di Letizia. 
La nuova arrivata è già la Letizia di papà Roberto, mamma Livia, dei nonni, degli zii, dei cugini e della bisnonna Anna.
Questo è il motivo  per cui negli ultimi tempi l'aggiornamento dei sito è stato poco puntuale.
Ma sono sicuro che avrò la Vostra comprensione.
Buon Santo Natale a tutti! Per me il più bello dei Natali.
Roberto 

mercoledì 18 dicembre 2013

Destra radicale, monarchici e nobili contadini: ecco la 'corte' dei Forconi

Destra radicale, monarchici e nobili contadini: ecco la 'corte' dei Forconi

Destra radicale, monarchici e nobili contadini: ecco la 'corte' dei Forconi
Destra radicale in piazza ma senza bandiere. Da Milano arriva l'incitamento a "Marciare su Roma come nel 1922". Con i Forconi anche i Monarchici Tradizionalisti



Una mobilitazione diversa e diversificata che ha creato spaccature, dubbi, paure ma che ha anche risvegliato interessi e partecipazioni di monarchici tradizionalisti e malinconici di tempi andati. Piazza del Popolo a Roma ha almeno cinquanta sfumature del tricolore: avvolti in bandiere non ci saranno soltanto i Forconi che hanno bloccato le strade del paese il 9 Dicembre. L'Italia ferma di quei giorni ricordava forse i tempi in cui "i treni arrivavano in orario"? Ma in qualche modo ha suscitato vecchie emozioni e resuscitato personaggi d'altri tempi. Ma andiamo con ordine.
[...]

Insomma il mondo della nobilità vuole partecipare: pronti a scendere anche i Nobili Contadini e al loro fianco i Monarchici Tradizionalisti (Sabaudi ma anche Borbonici, Asburgici e Papalini...quindi anche le discendenze precedenti al 17 marzo 1861 saranno presenti!). Con loro anche i fratelli Diego e Mauro Zoia Puschina di Inveruno, dirigenti della Lega Nord, vicini a Mario Borghezio e il il Conte "Grappa" Alessandro Romei Longhena, imprenditore e allevatore di cavalli, che deve il suo soprannome alla passione che lo lega alla bevanda.

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http://www.today.it/cronaca/forconi-piazza-popolo-roma-adesioni.html

martedì 17 dicembre 2013

Dei cambiamenti istituzionali

L'appello all'abolizione della monarchia britannica costituisce ancora un delitto di tradimento nel Regno Unito, passibile di carcere a vita e di deportazione oltremare. 
Lo ha ricordato il governo di Londra, dopo che per errore aveva inserito questo reato in una lista di 309 delitti abrogati. Il ministero della Giustizia ha dovuto ammettere che la sezione 3 del «Treason Felony Act» del 1848, mai applicata dal 1879, non è mai stata soppressa.

Questo quanto recita un articolo de "Il Giornale" simile a tanti che ne sono usciti in questi giorni sottolineando il fatto come ridicolo o liberticida.

Nessuno che si sia stracciato le vesti o abbia provato il minimo scandalo  per l'articolo 139 della costituzione che ad un popolo per metà, almeno, monarchico nel 1948 impose l'eternità della formula repubblicana.

lunedì 16 dicembre 2013

La Regina Giovanna di Savoia e Papa Giovanni XXIII

Il 27 Aprile 2014 il Beato Papa Giovanni XXIII, al secolo Angelo Giuseppe Roncalli, sarà canonizzato Santo da Papa Francesco.
Mons. Roncalli e Re Boris a Plovdiv nel 1928, 
subito dopo il terremoto che colpi la Città.


Mons. Roncalli durante la sua missione diplomatica in Bulgaria dal 1925 al 1934 - prima come Visitatore Apostolico e poi come Delegato Apostolico - chiese ed ottenne dal Papa Pio XI di cambiare il suo titolo arcivescovile assumendo quello di Arcivescovo di Messembria, l'attuale Nessebar in Bulgaria.

Alla vigilia della partenza per la Turchia, il 3 Gennaio 1935, Mons. Roncalli si recò alla residenza reale di Vrana per salutare il Re Boris III e la Regina Giovanna la quale, al momento del congedo, gli disse: "Mio marito e io verremo a renderle omaggio in Vaticano quando lei sarà Papa"

Su quell'incontro Egli scrisse nel suo diario: "... la buona Regina Giovanna di Bulgaria che mi profetizzava il pontificato, e che lei e suo marito sarebbero venuti a formi visita in Vaticano!".


La visita effettivamente avvenne, pochi giorni dopo l'elezione di Papa Giovanni, nel 1958, e la Regina Giovanna, purtroppo vedova, era accompagnata dai suoi due figli, S.M. il Re Simeone II e S.A.R. la Principessa Maria Luisa.

sabato 14 dicembre 2013

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - IX

Ambiguità dei popolari e filofascismo dei confederali - I Fasci repubblicani «storici» a congresso affiancati dalla Milizia
 
Nenni
Come non si può comprendere la nascita e la marcia trionfale del fascismo prescindendo dall'inconcepibile anti-patriottico atteggiamento del Partito Socialista italiano nell'immediato dopoguerra, così non si può comprendere il distacco della classe operaia dalle organizzazioni sindacali operanti nell'orbita dello stesso partito, prescindendo dalle continue convulsioni provocate dagli atteggiamenti rissosi dei politicanti interessati a proclamare scioperi a getto continuo, che portarono le masse all'aspirazione ad una vita tranquilla nell'ambito degli ideali nazionali. Allora D'Annunzio era la bandiera della Patria vittoriosa, era il fondamento, la base spirituale del fascismo. Questo sposalizio dei rappresentanti più quotati della massa lavoratrice - socialisti e repubblicani - con la Carta del Carnaro, significò sopratutto adesione al fascismo. E Nenni, che due anni prima aveva esaltato la guerra, la Patria, la vittoria ed il Re, ora ritornato pentito al vecchio ovile non sa commentare altrimenti: «La Nazione né si nega né si afferma. Se mai si supera, e l'internazionalismo ne è il superamento non la negazione ».

Mentre i partiti sono travagliati da lotte intestine e da gelosie di concorrenza, il Partito Fascista va man mano superando le crisi interne e quello che perde da una parte riacquista moltiplicato dall'altra. Al fascismo aderiscono borghesia e ceto medio, autentici lavoratori ed aristocrazia, riformisti e vecchi rivoluzionari così come vi aderisce la massoneria che Trotski aveva definito forza controrivoluzionaria per eccellenza una cattiva piaga che occorreva «bruciare al ferro rosso».

In mezzo a tanto clamore di lotta serrata ed aperta sia pure disuguale, il Partito Popolare si distingue per la sua continua ambiguità. Ha convalidato l'entrata di tre ministri popolari nel Gabinetto Mussolini, e nello stesso tempo afferma la sua decisa volontà di difendere il sistema della proporzionale che Mussolini ha in programma di distruggere. Ma la polemica che in un primo tempo potrebbe apparire di avversione al governo non è altro che un tentativo sperimentale per indurre questo, e quindi il Partito Fascista alla formazione dei blocchi elettorali nei quali i candidati popolari vorrebbero entrare in misura rilevante. Al Consiglio Nazionale dei sindacati cattolici (22 dicembre) interviene don Sturzo quale segretario del partito e vi pronuncia un discorso di circostanza senza peraltro accennare alle violenze fasciste contro le camere del lavoro socialiste e contro l'assalto ai giornali ed ai liberi cittadini. Esce in quei giorni l'Enciclica di Papa Pio XI, enciclica imperniata sul principio che tutti i mali che affliggono l'umanità si devono al fatto che questa si è allontanata da Cristo; è necessario dunque tornare a Cristo ed alla Chiesa e così i mali scompariranno. Non un accenno però alle violenze passate e presenti onde l'Italia è percossa né un ammonimento al prepotere di un partito che pochi giorni prima per la penna del suo duce, che è anche capo del governo, aveva lanciato sul Popolo d'Italia la grave minaccia: «La rivoluzione fascista è stata generosa. Ma guai se i capi del socialismo e del comunismo ne abuseranno. La rivoluzione fascista non ha proceduto ad esecuzioni sommarie - e lo poteva fare benissimo ma attenzione ai mali passi, vecchie canaglie del socialismo italiano. Quello che non è stato potrebbe essere. Perché, ricordatevelo bene, la rivoluzione fascista è appena incominciata ».

A Rovigo. il Corriere, organo degli agrari, così commenta un'adunata di fascisti, presente l'on. Finzi «Il fascio littorio si erge possente e minaccioso entro e fuori i confini. Bisogna che l'aquila continui il suo volo, al di sopra delle montagne». Le opposizioni si vanno sgretolando nel paese; i partiti sono in lotta fra di loro, i socialisti sono divisi e si lanciano l'un l'altro atroci,accuse, i popolari non riescono ad ottenere quello che vogliono malgrado la loro adesione al fascismo ed i repubblicani non hanno ancora trovata una chiarificazione pur continuando ad essere in massima parte aderenti al nuovo movimento.
Il Partito Repubblicano, uscito dall'intervento tutto impregnato di nazionalismo e dannunzianesimo, diventò più tardi preda a tentazioni fasciste. Era già stato abbandonato dalla borghesia mentre si avvicinava, attraverso la fase del radicalismo sacchiano, alla Monarchia; poi veniva abbandonato dal proletariato al quale il socialismo offriva oltre che una dottrina di completa liberazione, un metodo ed un mezzo, la lotta di classe. Le superstiti schiere conservatrici di Romagna passarono subito nel modo come abbiamo visto, al fascismo lasciando in asso i dirigenti. Al Congresso di Roma (dicembre 1922) si tenta una tiepida chiarificazione, ma non è né adesione né opposizione; è attesa benevola e speranzosa. In questo congresso le discussioni si imperniano sopratutto sulla necessità di combattere il socialismo, il che viene ad essere un diretto aiuto al fascismo che nel movimento socialista ha il suo più feroce avversario. L'on. Macrelli, deputato di Cesena, ammette che «nella grande linea in Romagna i repubblicani hanno guardato con simpatia al fascismo come ad una reazione contro le forze antinazionali ». E nell'ordine del giorno votato, a firma Pistocchi e Calderoni, si limita a constatare che esaminato e seguito l'esperimento fascista, questo ha soltanto operato una sostituzione di uomini al governo della pubblica cosa. Nessun accenno alle manganellate ed agli incendi alle camere del lavoro.

Ma i dissensi e le scissioni in seno al partito si intensificano: la corrente che si è avvicinata al fascismo tende a mettere da parte la pregiudiziale monarchica. Da Crispi a Nicotera a Barzilai a Comandini a Sacchi la storia si ripete. L'agitazione è imperniata sul movimento suscitato dal Sindacato Nazionale delle Cooperative del Prof. Carlo Bazzi, direttore del Nuovo Paese, che col Comandini, Campagnoni, Marinelli, Pacetti e Armando Casalini tenta la formazione di un partito repubblicano autonomo. Già il Comandini, neutralista nel 1915, era stato poi durante la guerra ministro del Re, del quale non disdegnava gli inviti a pranzo dove eccelleva in calorosi brindisi anche fuori dal protocollo. Se è indiscutibile il patriottismo dimostrato dai repubblicani durante la guerra, è altrettanto indiscutibile il loro filo fascismo; e in Romagna lo urlano a squarciagola, e nel giornale di Ravenna avviene, per esempio, di leggere che in occasione di certe feste «fascisti e repubblicani, lietamente riuniti a bicchierata versano ai rispettivi giornali la somma di lire .... ... ». Nel cesenate come nel ravennate sono addirittura interi circoli repubblicani che passano volontariamente nei Fasci di combattimento. Si acuisce il contrasto fra la Voce Repubblicana, organo del partito, ed i filofascisti di Romagna, raccolti intorno a certe consociazioni che si ribellano ai deliberata della direzione del partito. Alla fine di gennaio del 1923 si ventila la costituzione ufficiale di una «Consociazione» fra repubblicani dissidenti, ed una delegazione ne offre la presidenza all'on. Comandini il loro maggiore e più autorevole esponente, ed a Genova si inaugurava un congresso nazionale dei Fasci repubblicani: il corteo in pellegrinaggio alla tomba di Mazzini è aperto dalla Milizia e vi prende parte ufficialmente il Partito Fascista.

sabato 7 dicembre 2013

Prosegue la mostra dedicata a Umberto II nelle sale di Palazzo Monferrato


Prosegue con un grande afflusso di pubblico la mostra "Umberto II e Alessandria :testimonianze di vita pubblica e privata " a Palazzo Monferrato di Alessandria .
Molti visitatori ,accompagnati nel percorso della mostra dalla Delegata provinciale dell'Istituto Nazionale per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon ,hanno manifestato grande interesse nei confronti dell'iniziativa che ha riportato alla memoria ricordi del passato nei meno giovani,e nel pubblico in generale ha creato un notevole interesse sulla figura del Principe di Piemonte legato a molti eventi del nostro territorio.
Anche le classi scolastiche intervenute si sono dimostrate interessate a questo percorso storico che rappresenta una parte importante del nostro passato dell' altro ieri.
Dopo tanto lavoro di ricerca ,una grande soddisfazione per gli organizzatori.

La mostra visitabile è stata prolungata di una settimana e sarà visitabile fino al 15 dicembre.

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - VIII

Fronte filo fascista: dannunziani e confederali, popolari e liberali; Bonomi e Giolitti, Vergnanini e Rigola, Salandra e Gasparotto, Gronchi e don Sturzo.

Le discussioni con tumulti ed invettive alla Camera dei deputati hanno le loro ripercussioni nel Paese. Le lotte fra i partiti non sono ancora placate, si susseguono le bastonature, le devastazioni delle sedi e delle organizzazioni dei rossi che sovente si concludono con spargimento di sangue, mentre da parte di organismi politici di primo piano si naviga in acque incerte ma anelanti soprattutto ad una intesa col fascismo trionfante. La Confederazione del Lavoro - che ha già fatto sentire il suo stato d'animo attraverso il discorso dell'on. D'Aragona - si svincola da ogni patto nonché dalla situazione di sudditanza col Partito Socialista e s'inquadra nello spirito filo fascista assumendo un atteggiamento di attesa. «Intanto, dice il D'Aragona, noi auguriamo che il fascismo ora che è al governo ristabilisca sul serio l'imperio della libertà e della legge». I popolari che già hanno sei loro esponenti al governo - sono favorevoli ad una politica filo fascista, così come del resto si può desumere dagli atteggiamenti alla Camera.

Alla Tosi di Legnano nelle elezioni della commissione interna i popolari fanno lista comune coi fascisti, e l'on. Tovini in una intervista sostiene la identità del programma popolare col programma fascista. Don Sturzo parla a Torino per 3 ore: come al solito è ambiguo, poco chiaro. Di esplicito non vi è che la difesa della proporzionale, vera sciagura d'Italia. E l’Avanti! così commenta: «Il duce ha schiacciato l'Amleto di Caltagirone. Il Partito Popolare ha rinunciato ad essere un partito di masse, anche di masse, per accettare di legittimare legalmente il colpo di mano. Gli on. Tangorra. Gronchi e Cavazzoni, sono nel ministero fascista a far da palo». Poi accusa i social democratici di tentare la collaborazione col governo: «I discorsi di Turati e di D'Aragona ne sono la prova chiara». Intanto a conferma del loro atteggiamento ultra favorevole al fascismo una deputazione di tutti i deputati popolari si reca dal quadrumviro Michele Bianchi per sottoporgli un progetto di alleanza coi fascisti nell'Italia meridionale. Ma Michele Bianchi lo respinge.
Vittorio Emanuele Orlando parla a Partinico e dopo avere giustificata la marcia su Roma, provocata dal fatto che la nazione sentendo la necessità di darsi un governo vi provvedeva da sé con un'azione che fu al di fuori del Parlamento, aggiunge: «La parola dittatura non impaurisce, se essa significa eccezionale concentrazione di poteri in un periodo eccezionale e transitorio». Quindi conclude vantandosi di avere lui stesso sostenuto già sin dal maggio 1915 alla Camera, la concessione dei pieni poteri.

Luigi Gasparotto, in un comizio a Milano al Dal Verme per le elezioni comunali, con Dino Alfieri, Misuri, Farinacci, Giunta, non ha scrupoli ad affermare, dopo avere esaltata la marcia su Roma: «Non siamo noi che possiamo dire la nostra parola contro i metodi violenti. La tradizione garibaldina, dalla quale noi discendiamo, accettò la violenza quando fu necessario. I grossi giuochi non spaventano gli uomini forti, purché sia chiara la mèta. La marcia su Roma era diretta a mutare un costume politico che ci portava nell'abisso ».
L'on. Giolitti scrive al ministro Carnazza che «un ministero presieduto dall'on. Mussolini è il solo che poteva ristabilire la pace sociale, prima necessità per un paese in gravi condizioni come il nostro». Lo stesso Giolitti conferma questo suo punto di vista in una lettera del 1 gennaio 1923 - e cioè solo due mesi dopo la marcia su Roma - diretta a Luigi Ambrosini:
«Ella si meraviglia che un quinto Stato venga su con rapidità eccezionale, in realtà è uno dei fenomeni più comuni della storia. Dopo agitazioni violente (e quale più violenta dell'ultima guerra!) vien su un'ondata di giovanissimi Saintjust, Napoleone, Hoche e migliaia di ignoti. I veri valori si affermano e restano in prima linea, gli altri scompaiono e poi il mondo riprende il suo ritmo normale.
«Certo le cose politiche e specialmente parlamentari non potevano continuare senza portare il paese alla rovina. La maledetta legge elettorale aveva frazionato la Camera in modo da rendere impossibile un governo omogeneo, forte, capace di avere e di attuare un programma. Le cose erano giunte ad un punto che un pretucolo intrigante, senza alcuna qualità superiore, dominava tutta la politica italiana e ciò unicamente per raggiungere miseri fini elettorali.
«Riuscirà il nuovo ordine di cose? Io lo spero; intanto è certo che ha tratto il Paese dal fosso in cui finiva per imputridire.
« Caro Ambrosini, noti riesco ad essere pessimista ».
Giovanni Giolitti
Non è un reazionario che parla. E' il liberale democratico per eccellenza che ha accompagnato la Monarchia sul cammino delle riforme sociali e delle libertà politiche. Conoscitore come nessun altro della nostra politica, riteneva il fascismo come un rimedio necessario onde evitare la rovina del paese oramai nelle mani dei rossi e dei neri.
Intervistato dal Giornale d'Italia l’on. Bonomi, socialista riformista, collaboratore di Giolitti come ministro della Guerra e dei Lavori Pubblici, già direttore dell'Avanti! Presidente del Consiglio nel 1921 e Collare dell'Annunziata, così si esprime: «Se vuole il mio giudizio non tanto sulla situazione politica quanto sullo spirito che è entrato in Roma, le dirò che noi, interventisti della primissima ora, lo abbiamo invocato sempre. lo non ho mai dubitato che lo spirito foggiato dalla guerra e dalla vittoria non dovesse prevalere rapidamente. Quasi all'indomani dell'occupazione delle fabbriche quando io, ministro della Guerra, adunai sul Campidoglio le bandiere dell'esercito e dell'armata, il sentimento non più mortificato della Vittoria corse così fervidamente il Paese che annunziò fin da allora la prossima guarigione. L'anno di poi, quando il gabinetto da me presieduto volle, con la tumulazione sull'Altare della Patria del Milite Ignoto, esaltare tutti i valori nazionali, l'Italia apparve interamente uscita dal pericolo bolscevico e avviata verso i suoi nuovi destini. Se dunque lo spirito della Vittoria e la consapevolezza del sacrificio compiuto affermano oggi il loro completo trionfo, noi, che lo auspicammo e lo preparammo, non possiamo che esserne lieti ».
Incerta è l'attitudine dei dirigenti sindacali nei mesi successivi alla marcia su Roma. La Confederazione del Lavoro, stretta fra le contumelie dei partiti socialisti affini e le violenze dei fascisti che vogliono sottomettere le camere del lavoro alla loro politica, cerca inutilmente una via d'uscita procurando di tenersi in equilibrio. L'on. Antonio Vergnanini, a nome della Confederazione, a proposito del movimento sindacale cooperativo così dichiara in una intervista al Mondo:
«La cooperazione deve considerare le deliberazioni della Camera e del Senato come il mezzo migliore per mettere il fascismo nella condizione di svolgere il suo esperimento in forma più contenuta e serena. Il voto per i pieni poteri e la riconsacrazione della vittoria fascista è il riconoscimento della sua autorità ». E richiamandosi alle, dichiarazioni fatte a lui e D'Aragona personalmente da Mussolini, afferma che «possono essere interpretate come un buon sintomo per l'avvenire del movimento proletario». Egli dichiara apertamente che i sindacati e le cooperative hanno necessità immediata di vedere attuata una qualsiasi collaborazione ed intanto mantiene continui contatti con l'on. Finzi, sottosegretario allo Interno, mentre D'Aragona, Baldesi e Zaniboni hanno ripetuti colloqui con Gabriele d'Annunzio col quale ricercano una soluzione al problema delle organizzazioni sindacali operaie nell'ambito del fascismo, ai fini di una pacificazione generale. Dopo un convegno a villa Cargnacco viene diramato il seguente comunicato:
«Accogliere tutte le forze produttrici della Nazione, al di sopra di ogni divergenza di parte, in un solo corpo, in una sola grande e concorde unità, sotto una sola e grande bandiera: quella della Patria, con un unico scopo: quello di accordare armonicamente il proprio miglioramento spirituale e materiale, con la volontà di contribuire alla grandezza e potenza della Nazione ».
L'Avanti! commenta: «Baldesi è tornato, tranquillissimo. E' venuto con viatico concessogli dalla solidarietà di Turati e di D'Aragona, e tutte le ire sono sbollite per incanto. Anzi, il furioso segretario del suo gruppo, il giovane Matteotti, ai giornalisti che lo interrogavano, ansiosi di sapere se la testa di Baldesi cadrà nel paniere del carnefice, ha risposto tranquillamente che ciò che ha fatto il deputato fiorentino non ha nulla di straordinario, non solo, ma che nessuno ha mai pensato di sconfessarlo! »
Le polemiche fra partito socialista e confederali si fanno aspre, ed agli ammonimenti dell'Avanti! il Vergnanini risponde con l'insistere ad affermare che «il proletariato deve guardare senza preoccupazioni all'opera dell'attuale governo». In una lettera all’Avanti! ribadisce ancora: « lo non sono contro il socialismo, ma soltanto contro certa specie di Partito Socialista, specialmente quello degli illusi ed esaltati che hanno lasciato sperare alle masse il miracolo della vittoria proletaria, assecondando le loro debolezze, nascondendo ad esse la grande portata della lotta e la difficoltà delle reali conquiste, contese al proletariato, non solo dal capitalismo e dalla borghesia, ma dalla sua impreparazione civile, politica, economica, dalla stessa sua anima imbevuta pur essa dell'identico spirito egoistico che pervade l'ordinamento borghese ».
Questo si chiama parlar chiaro, ed il fatto che questa sincerità sia sgorgata dall'anima di un grande galantuomo che alle organizzazioni operaie dedicò tutta la sua vita, assume una grande importanza. Il Vergnanini, socialista riformista, rivela in queste parole la sua stanchezza per le inconcludenti, epilettiche continue agitazioni delle masse provocate dai politicanti del partito; agitazioni che illudevano la classe operaia, la diseducavano alle lotte civili e la rendevano colpevole dei mali in cui si dibatteva. Vergnanini, come del resto il D'Aragona, il Rigola, non credono più all'efficacia della lotta di classe in senso marxista; essi imperniano la politica economica delle masse nella cooperazione di marca luzzatiana e la soluzione dei problemi sociali nella pratica liberale giolittiana e pongono la loro fede - quale estremo rifugio difensivo alle convulsioni rivoluzionarie del Partito Socialista - negli ulteriori sviluppi della politica del fascismo verso la pacificazione e verso un regime di tolleranza. Con questa illusione si costituisce il Comitato per l'unità sindacale con a capo Rinaldo Rigola; vi fanno parte Alceste De Ambris ed A. 0. Olivetti, due fra i più noti sindacalisti rivoluzionari. E' composto di confederalisti, sindacalisti e dannunziani, e pubblica un messaggio nel quale si esclude ogni atto «che torni a danno della Nazione, il cui interesse generale deve, in ogni caso e da tutti, essere considerato come superiore agli interessi particolari di categoria e di classe tanto nei rapporti interni come in quelli internazionali».
Sono i rappresentanti della classe operaia organizzata nella Confederazione del Lavoro che interpretano il nuovo stato d'animo dei lavoratori tornati dalle trincee; stato d'animo rivolto agli interessi nazionali ed in completo distacco dalla propaganda faziosa del Partito Socialista, anti-italiana e tutta dedita alle voci di Mosca. La classe operaia sostituisce Carlo Marx con d'Annunzio, sostituisce il Manifesto dei Comunisti con la Carta del Carnaro. Illusioni l’una e l'altro, ma il Manifesto era l'anti-Italia mentre la Carta è la Patria sofferente ma vittoriosa.


A questo comitato aderiscono, almeno spiritualmente, in un primo tempo, la Confederazione del Lavoro (socialista), L'unione Italiana del Lavoro (repubblicana), i ferrovieri, i lavoratori del mare, i lavoratori della terra, i lavoratori del porto, organizzazioni autonome, organizzazioni impiegatizie, ecc... Particolare significativo ha l'adesione dell'Unione Italiana del Lavoro che al suo inizio (1918) aveva avuto quali ispiratori Filippo Corridoni ed i suoi seguaci, sindacalisti rivoluzionari a sfondo anarcoide che, avevano aderito alla guerra e proclamata la intangibilità della Patria. In una intervista (Avanti! 14 dicembre 1922) Rigola afferma: « Noi concepiamo il sindacato non soltanto come strumento per il miglioramento materiale dei lavoratori, ma anche come strumento per la loro elevazione spirituale e per la realizzazione di un nuovo Stato, modellato sulle linee fondamentali della Carta del Carnaro e che si basi sulle forze del lavoro e della produzione»... «Noi affermiamo che si deve considerare la Nazione come un patrimonio spirituale da conservare e come un patrimonio materiale da conquistare; non già come un fatto essenzialmente capitalista da negare».

venerdì 6 dicembre 2013

I porcelli incostituzionali

La corte costituzionale dichiara incostituzionale la legge elettorale detta "porcellum".
Dopo ben tre legislature elette con la medesima.
Incostituzionali per vizio di incostituzionalità sono quindi tutti i provvedimenti adottati dai quei parlamenti incostituzionalmente eletti?
Chi rimedierà all'incostituzionalità del porcellum? Gli incostituzionali parlamentari ?
Se il parlamento è illegittimo con quale legittimità legifererà contro se stesso?
E il presidente della repubblica è legittimo?
Spettacoli risibili se non costassero la salute a milioni di persone e la dignità a tutta la nazione.
D'altra parte alla scarsa legittimità delle istituzioni nate il 13 giugno 1946 grazie ad un golpe siamo tristemente abituati.

giovedì 5 dicembre 2013

Zibaldone illiro-sabaudo-montenegrino


Non tutti sanno che i primissimi “ricordi italiani” di Elena, la nostra Seconda Regina, è possibile datarli a un giorno dell’inverno 1875, a Napoli, quando Lei non aveva ancora compiuto tre anni. Quello era stato il suo primo viaggio oltre le aspre montagne del Montenegro, e a quella data risaliva il suo primo incontro con un Savoia. Napoli, inverno 1875, dunque. La Principessa Milena del Montenegro (nata Duchessa Vukotiç), madre di Elena, benchè all’apparenza fosse bella e forte, con le gote dorate dalla frizzante aria montenegrina, mostrava sintomi della più temuta malattia di allora: la tisi. La diagnosi si sarebbe rivelata errata, ma i medici di Vienna e Pietroburgo consigliarono il rimedio riservato ai ricchi: svernare al sole, in un paese mediterraneo. Nicola I del Montenegro non era ricchissimo (non potè mai permettersi di dare una dote “faraonica” alle sue figlie), ma le sue sostanze non sarebbero andate in rovina se avesse affittato una villa a Posillipo. Lo fece e mandò la Famiglia in villeggiatura. A Napoli e dintorni c’era allora un bel via vai di teste coronate e la presenza della Principessa Milena con i suoi sette figli maschi e femmine (altri cinque sarebbero nati negli anni successivi) non avrebbe fatto notizia se i Sovrani d’Europa non avessero condiviso una istintiva e divertita simpatia per il minuscolo Principato balcanico la cui storia era intessuta di strenue resistenze contro le invasioni dell’Impero Osmànlo. Il più potente Sovrano della terra, lo Czar di tutte le Russie, amava ripetere una battuta: «La Russia è imbattibile: ha una popolazione di trecentomila montenegrini e ……. centoventi milioni di russi!». 
[...]

domenica 1 dicembre 2013

S.A.R. Maria Pia in visita al Museo della Misericordia a Firenze


Firenze, 29 novembre 2013 - Visita regale stamani alla Misericordia di Firenze. Maria Pia di Savoia (nome di battesimo completo Maria Pia Elena Elisabetta Margherita Milena Mafalda Ludovica Tecla Gennara di Savoia), classe 1934, è la figlia maggiore dell'ultimo Re d'Italia Umberto II e di Maria José. 
[...]
http://www.lanazione.it/firenze/cronaca/2013/11/29/989696-maria_savoia_visita_alla_misericordia.shtml#3

Zapatero rivela: ecco come e perché i leader europei fecero fuori Berlusconi

Condividiamo il seguente articolo non per il merito della vicenda di Berlusconi quanto per la tragica perdita della sovranità nazionale.
Motivo per il quale c'è bisogno di un nuovo Risorgimento. Con gli stessi simboli del precedente.

Vorremmo dire «clamoroso», ma non è così perché sapevamo da tempo, e lo abbiamo più volte scritto, che non solo in Italia ma anche dall’estero arrivavano pesanti pressioni per far fuori Silvio Berlusconi. L’ultima prova, che conferma la volontà di rovesciare un governo democraticamente eletto, la rivela l’ex premier spagnolo Luis Zapatero, che nel libro El dilema (Il dilemma), presentato martedì a Madrid, porta alla luce inediti retroscena sulla crisi che minacciò di spaccare l’Eurozona.

 Il 3 e 4 novembre 2011 sono i giorni ad altissima tensione del vertice del G-20 a Cannes, sulla Costa Azzurra. Tutti gli occhi sono puntati su Italia e Spagna che, dopo la Grecia, sono diventate l’anello debole per la tenuta dell’euro. Il presidente americano Barack Obama e la cancelliera tedesca Angela Merkel mettono alle corde Berlusconi e Zapatero, cercando di imporre all’Italia e alla Spagna gli aiuti del Fondo monetario internazionale. I due premier resistono, consapevoli che il salvataggio da parte del Fmi avrebbe significato accettare condizioni capestro e cedere di fatto la sovranità a Bruxelles, com’era già accaduto con Grecia, Portogallo e Cipro. Ma la Germania con gli altri Paesi nordici, impauriti dagli attacchi speculativi dei mercati, considerano il vertice di Cannes decisivo e vogliono risultati a qualsiasi costo. Le pressioni sono altissime.

 Zapatero descrive la cena del 3 novembre, con il tavolo «piccolo e rettangolare per favorire la vicinanza e un clima di fiducia». Ma l’atmosfera è esplosiva. «Nei corridoi si parlava di Mario Monti», rivela il premier spagnolo. Già, Monti. Che solo una settimana dopo sarà nominato senatore a vita da Napolitano e che il 12 novembre diventerà premier al posto di Berlusconi. Il piano era già congegnato, con il Quirinale pronto a soggiacere ai desiderata dei mercati e di Berlino.

 La Merkel domanda a Zapatero se sia disponibile «a chiedere una linea di credito preventiva di 50 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale, mentre altri 85 sarebbero andati all’Italia. La mia risposta fu diretta e chiara: no», scrive l’ex premier spagnolo. Allora i leader presenti concentrano le pressioni sul governo italiano perché chieda il salvataggio, sperando di arginare così la crisi dell’euro.

 «C’era un ambiente estremamente critico verso il governo italiano», ricorda Zapatero, descrivendo la folle corsa dello spread e l’impossibilità da parte del nostro Paese di finanziare il debito con tassi che sfiorano il 6,5 per cento. Insomma, i leader del G-20 sono terrorizzati dai mercati e temono che il contagio possa estendersi a Paesi europei come la Francia se non prendono il toro per le corna. Il toro in questo caso è l’Italia.

 «Momenti di tensione, seri rimproveri, invocazioni storiche, perfino invettive sul ruolo degli alleati dopo la seconda guerra mondiale…», caratterizzano il vertice. «Davanti a questo attacco – racconta l’ex leader socialista spagnolo – ricordo la strenua difesa, un catenaccio in piena regola» di Berlusconi e del ministro dell’Economia Giulio Tremonti.

 «Entrambi allontanano il pallone dall’area, con gli argomenti più tecnici Tremonti o con le invocazioni più domestiche di Berlusconi», che sottolinea la capacità di risparmio degli italiani. «Mi è rimasta impressa una frase che Tremonti ripeteva: conosco modi migliori di suicidio». Alla fine si raggiunge un compromesso, con Berlusconi che accetta la supervisione del Fmi ma non il salvataggio. Ma tutto ciò costerà caro al Cavaliere. «È un fatto – sostiene Zapatero – che da lì a poco ebbe effetti importantissimi sull’esecutivo italiano, con le dimissioni di Berlusconi, dopo l’approvazione della Finanziaria con le misure di austerità richieste dall’Unione europea, e il successivo incarico al nuovo governo tecnico guidato da Mario Monti». Un governo, ora sappiamo con certezza, eletto da leader stranieri nei corridoi di Cannes e non dalla volontà popolare degli italiani.